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Oskar Lafontaine, Lettera alla sinistra italiana: con l’Euro non si va da nessuna parte

oskar lafontainedi Oskar Lafontaine

L’euro sta de-industrializzando gli stati europei a tutto vantaggio della Germania. L’esempio di Syriza dimostra l’impossibilità di un governo di alternativa. La sinistra italiana deve unire le forze e lavorare a un nuovo sistema monetario. 

Care com­pa­gne, cari compagni,

la scon­fitta del governo greco gui­dato da Syriza davanti all’Eurogruppo ha por­tato la sini­stra euro­pea a doman­darsi quali pos­si­bi­lità abbia un governo gui­dato da un par­tito di sini­stra, o un governo in cui un par­tito di sini­stra sia coin­volto come part­ner di mino­ranza, di por­tare avanti una poli­tica di miglio­ra­mento della con­di­zione sociale di lavo­ra­trici e lavo­ra­tori, pen­sio­nate e pen­sio­nati, e delle pic­cole e medie imprese, nel qua­dro dell’Unione euro­pea e dei trat­tati europei.

La rispo­sta è chiara e bru­tale: non esi­stono pos­si­bi­lità per una poli­tica tesa al miglio­ra­mento della con­di­zione sociale della popo­la­zione, fin­tanto che la Bce, al di fuori di ogni con­trollo demo­cra­tico, è in grado di para­liz­zare il sistema ban­ca­rio di un paese sog­getto ai trat­tati europei.

Non esi­stono pos­si­bi­lità di met­tere in atto poli­ti­che di sini­stra se un governo cui la sini­stra par­te­cipi non dispone degli stru­menti tra­di­zio­nali di con­trollo macroe­co­no­mico, come la poli­tica dei tassi di inte­resse, la poli­tica dei cambi e una poli­tica di bilan­cio indipendenti.

Per miglio­rare la com­pe­ti­ti­vità rela­tiva del pro­prio paese sotto l’ombrello dell’euro, restano al sin­golo paese sot­to­po­sto alle con­di­zioni dei trat­tati euro­pei solo la poli­tica sala­riale, la poli­tica sociale e le poli­ti­che del mer­cato del lavoro. Se l’economia più forte, quella tede­sca, pra­tica il dum­ping sala­riale den­tro un’unione mone­ta­ria, gli altri paesi mem­bri non hanno altra scelta che appli­care tagli sala­riali, tagli sociali e sman­tel­lare i diritti dei lavo­ra­tori, così come vuole l’ideologia neo­li­be­ri­sta. Se poi l’economia domi­nante gode di tassi di inte­resse reali più bassi e dei van­taggi di una moneta sot­to­va­lu­tata, i suoi vicini euro­pei non hanno pra­ti­ca­mente alcuna pos­si­bi­lità. L’industria degli altri paesi per­derà sem­pre più quote sul mer­cato euro­peo e non europeo.

Men­tre l’industria tede­sca pro­duce oggi tanto quanto pro­du­ceva prima della crisi finan­zia­ria, secondo i dati Euro­stat, la Fran­cia ha perso circa il 15% della sua pro­du­zione indu­striale, l’Italia il 30%, la Spa­gna il 35% e la Gre­cia il 40%.

La destra euro­pea si è raf­for­zata anche per­ché mette in discus­sione l’Euro e i trat­tati euro­pei, e per­ché nei paesi mem­bri cre­sce la con­sa­pe­vo­lezza che i trat­tati euro­pei e il sistema mone­ta­rio euro­peo sof­frano di alcuni difetti costitutivi.

Come dimo­stra l’esempio tede­sco, la destra euro­pea non si pre­oc­cupa della com­pres­sione dei salari, dello sman­tel­la­mento dei diritti dei lavo­ra­tori e delle poli­ti­che di auste­rità più severe. La destra vuole tor­nare allo Stato nazio­nale, offrendo però solu­zioni eco­no­mi­che che rap­pre­sen­tano una variante nazio­na­li­stica delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste e che por­te­reb­bero agli stessi risul­tati: aumento della disoc­cu­pa­zione, aumento del lavoro pre­ca­rio e declino della classe media.

La sini­stra euro­pea non ha tro­vato alcuna rispo­sta a que­sta sfida, come dimo­stra soprat­tutto l’esempio greco.

Atten­dere la for­ma­zione di una mag­gio­ranza di sini­stra in tutti i 19 Stati mem­bri è un po’ come aspet­tare Godot, un autoin­ganno poli­tico, soprat­tutto per­ché i par­titi social­de­mo­cra­tici e socia­li­sti d’Europa hanno preso a modello la poli­tica neoliberista.

Un partito di sinistra deve porre come condizione alla sua partecipazione al governo la fine delle politiche di austerità.

Tut­ta­via ciò è pos­si­bile solo se in Europa prende forma una costi­tu­zione mone­ta­ria che con­servi la coe­sione euro­pea, ma che ria­pra ai sin­goli paesi la pos­si­bi­lità di ricor­rere a poli­ti­che capaci di aumen­tare la cre­scita e i posti di lavoro; anche se la più grande eco­no­mia opera in con­di­zioni di dum­ping salariale.

Pre­sup­po­sto impre­scin­di­bile a que­sto scopo è il ritorno a un sistema mone­ta­rio euro­peo (Sme) miglio­rato, che con­senta nuo­va­mente di ricor­rere alla riva­lu­ta­zione e alla sva­lu­ta­zione. Tale sistema resti­tui­rebbe ai sin­goli paesi un ampio con­trollo sulle rispet­tive ban­che cen­trali e offri­rebbe loro i mar­gini di mano­vra neces­sari per con­se­guire una cre­scita costante e l’aumento dell’occupazione attra­verso mag­giori inve­sti­menti pub­blici, così come per con­tra­stare, tra­mite la sva­lu­ta­zione, l’ingiusto dum­ping sala­riale ope­rato dalla Ger­ma­nia o da un altro Stato membro.

Que­sto sistema ha fun­zio­nato per molti anni e ha impe­dito l’emergere di gravi squi­li­bri eco­no­mici, come ne esi­stono attual­mente nell’Unione europea.

Rivol­gen­domi ai sin­da­cati ita­liani, tengo a sot­to­li­neare che lo Sme non è mai stato per­fetto, domi­nato come era dalla Bun­de­sbank. Ma nel sistema Euro la per­dita del potere d’acquisto delle lavo­ra­trici e dei lavo­ra­tori attra­verso salari più bassi (sva­lu­ta­zione interna) è maggiore.

A me, osser­va­tore tede­sco, risulta molto dif­fi­cile capire per­ché l’Italia uffi­ciale assi­sta più o meno pas­si­va­mente alla per­dita del 30% delle quote di mer­cato delle sue industrie.

Sil­vio Ber­lu­sconi e Beppe Grillo hanno messo sì in discus­sione il sistema Euro, ma ciò non ha impe­dito all’Eurogruppo di imporre il modello delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste alla poli­tica italiana.

Oggi la sinistra italiana è necessaria come non mai.

La per­dita di quote di mer­cato, l’aumento della disoc­cu­pa­zione e del lavoro pre­ca­rio, con la con­se­guente com­pres­sione dei salari, pos­sono rien­trare nei miopi inte­ressi delle imprese ita­liane, ma la sini­stra ita­liana non può più stare a guar­dare que­sto pro­cesso di de-industrializzazione.

Lo svi­luppo in Gre­cia e in Spa­gna, in Ger­ma­nia e in Fran­cia, dimo­stra come la fram­men­ta­zione della sini­stra possa essere supe­rata non solo con un pro­cesso di uni­fi­ca­zione tra i par­titi di sini­stra esi­stenti ma soprat­tutto con l’incontro di tante ener­gie inno­va­tive fuori dal cir­cuito poli­tico tradizionale.

Solo una sini­stra suf­fi­cien­te­mente forte nei rispet­tivi Stati nazio­nali potrà cam­biare la poli­tica euro­pea. La sini­stra euro­pea ha biso­gno ora di una sini­stra forte in Italia.

Vi saluto calo­ro­sa­mente dalla Ger­ma­nia e vi auguro ogni suc­cesso per il pro­cesso di costru­zione di una nuova sini­stra italiana.

* Oskar Lafon­taine è stato mini­stro delle Finanze della Ger­ma­nia ed è l’ex pre­si­dente del Par­tito social­de­mo­cra­tico tede­sco (Spd e del Par­tito della Sini­stra (die Linke)

 

FONTE: http://ilmanifesto.info/lettera-alla-sinistra-italiana/

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Discussione

3 pensieri su “Oskar Lafontaine, Lettera alla sinistra italiana: con l’Euro non si va da nessuna parte

  1. e qual è la sinistra italiana? non penso si possa intendere il PD che più di destra non si puo’; il M5S non ha deciso dove collocarsi, levita a mezz’aria; sì, c’è la FIOM di Landini, c’è Gino Strada, c’è Besostri e il Coordinamento … nemmeno tutta Libertà e Giustizia. C’è invece un bisogno, anche non del tutto consapevole, di sinistra tra i cittadini, nella società. Ma occorre “riabilitare” la semantica di per poter parlare prima e rifondare poi una sinistra consapevole e consistente, politicamente influente. Occorre rifare cultura: storica, politica, “generale”, perché no! Ora, macerie.

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    Pubblicato da dudisabielki | 15/10/2015, 00:50
  2. Ausgabe vom 14.10.2015, Seite 2 / Ausland
    »Wenigstens die Demokratie reanimieren«
    Die Rückkehr zu einem Europäischen Währungssystem ist für Italien wirtschaftlich zwingend. Ein Interview mit Stefano Fassina
    Interview: Konstantin Beuchler
    Stefano Fassina war bis 2013 stellvertretender Finanzminister Italiens. Im Juni 2015 verließ er den Partito Democratico.

    Wie beurteilen Sie die Situation der italienischen Wirtschaft?

    Seit 2008 hat Italien praktisch zehn Prozent des Bruttoinlandsprodukts (BIP) verloren und ein Viertel seiner industriellen Produktion, während sich die öffentliche Verschuldung um 30 Prozent erhöht hat. Es handelt sich um eine Schwächung, die makroökonomischen Faktoren geschuldet ist, welche die gesamte Euro-Zone betreffen. Ohne eine Intervention zur Stützung der Binnennachfrage, insbesondere Investitionen der öffentlichen Hand, bleibt das Szenario ohne Leben, wird es durch hohe Arbeitslosigkeit und Staatsverschuldung charakterisiert. Letztere wird auf dem aktuell hohen Niveau von etwa 130 Prozent des BIP stagnieren.

    Könnte Italien die Kürzungspolitik und die deutsche Regierung loswerden, wenn es den Euro verlässt?

    Das einseitige Verlassen des Euro ist gefährlich. Es gibt darüber bei der Mehrheit der Bürger keinen Konsens, insbesondere bei Gewerkschaftern, Rentnern und den wichtigsten Wählerschichten der Linken. Die einzige Alternative zum Käfig der Einheitswährung ist ein Plan B, der mit der geballten Stärke der kritischen europäischen Linken vorbereitet wird, um in kooperativer Weise zu einem reformierten Europäischen Währungssystem nach dem Vorschlag von Oskar Lafontaine zu kommen.

    Einige in der europäischen Linken argumentieren, dass das Verlassen des Euro gerade bedeuten würde, sich den Launen der Finanzmärkte oder der Bundesbank an Stelle der Europäischen Zentralbank zu unterwerfen. Stimmen Sie dem zu?

    Konferenz: Internationalismus im 21. Jahrhundert
    Damit bin ich nicht einverstanden. Der Euro-Exit ist nicht bloß eine Rückkehr zur nationalen Währung, sondern er beseitigt den staatlich geförderten Freihandel, der auf einer Entwertung der Arbeit beruht. Er ist die Wiedergewinnung minimaler Instrumente der politischen Ökonomie, vor allem der demokratischen Kontrolle der nationalen Zentralbank. Er bedeutet Anpassung an Veränderungen statt Lohnsenkung und sozialer Einschnitte, um die real von Deutschland und anderen praktizierte Entwertung zu kompensieren. Er bedeutet die Wiederbelebung der Lenkungsfunktion der Haushaltspolitik. Natürlich bleibt das Gewicht der Finanzmärkte, speziell für ein Land mit hoher Staatsverschuldung wie Italien. Er ist keine Rückkehr zur ökonomischen Souveränität angesichts der Liberalisierung der Kapitalbewegungen. Aber wir haben wenigstens die Möglichkeit, die Demokratie zu reanimieren, die heute bedeutungsleer ist, und die Linke, die ausweglos gefangen ist, wie die Niederlage von Syriza gezeigt hat.

    Die Linke Italiens diskutiert über eine neue linke Partei, die verschiedene Parteien vereinen soll. Erwarten Sie, desillusionierte Mitglieder der italienischen Sozialdemokratie zu gewinnen oder Protestwähler, die Italiens politischen Eliten den Rücken gekehrt haben?

    Die Zusammenschluss der kleinen linken Parteien und der Funktionäre, die den Partito Democratico (PD) verlassen haben, ist eine notwendige, aber nicht hinreichende Bedingung, um eine Regierungslinke aufzubauen, die auf die früheren PD-Wähler anziehend wirkt, auf den größten Teil der früheren Nichtwähler und auch – in begrenztem Maß – auf die Wähler von »Fünf Sterne«. Darüber hinaus müssen wir – unter breiter Beteiligung der Bevölkerung – eine politische Kultur definieren, ein innovatives Programm aufstellen und eine neue und angemessene Führungsschicht hervorzubringen. Die Herausforderung ist nicht, den kleinen Raum der Linken in der PD zu besetzen, sondern es geht darum, eine politische Vertretung für das vielfältige Universum der Arbeit zu schaffen.

    Welche Rolle spielt der Euro in der Debatte der politischen Linken, und wie wollen Sie die Diskrepanzen dazu in einer neuen Partei überbrücken?

    Die Debatten über den Euro sind sehr wichtig, besonders nach dem, was in Griechenland passiert ist. Die Definition des Plan B als eines Mittels, um radikale Veränderungen in der Euro-Zone und in ihren Verträgen auszuhandeln, kann zu einem gemeinsamen Vorschlag führen.

    Die deutschen Gewerkschaften wenden sich gegen Ausnahmen vom Mindestlohn für Flüchtlinge. Gibt es in Italien ähnliche Debatten, und wie sollte die Linke aus Ihrer Sicht darauf antworten?

    Momentan gibt es in Italien solch einen Vorschlag nicht. Es muss dazu nein gesagt werden. Sonst entfaltet sich ein Krieg zwischen den Ärmsten und den Armen, werden die fremdenfeindlichen und rassistischen Bewegungen gefördert.

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    Pubblicato da cambiailmondo | 15/10/2015, 17:32
  3. Rianimare la democrazia traduzione dell’intervista di Stefano Fassina a jungeWelt

    Link originale: https://www.jungewelt.de/2015/10-14/074.php?sstr=Fassina

    Come giudica la situazione economica italiana?

    Dal 2008, l’Italia ha perso quasi 10 punti di Pil e un quarto della produzione industriale, mentre il debito pubblico è aumentato di 30 punti percentuali. È in corso una debole ripresa dovuta ai fattori macroeconomici comuni a tutta l’euro-zona. Senza un intervento di sostegno alla domanda interna, in particolare investimenti pubblici, lo scenario rimane anemico, segnato da un’elevata disoccupazione e debito pubblico fermo all’elevato livello attuale (circa 130% del Pil).

    Il britannico Tony Benn, della sinistra laburista, una volta disse che ‘democrazia’ vuol dire cacciare via coloro che ti dominano. L’Italia potrebbe liberarsi dell’austerità e del governo tedesco abbandonando l’euro?

    L’uscita unilaterale dall’euro è pericolosa. Non trova il consenso dalla maggioranza dei cittadini, in particolare di sindacati e pensionati, forze fondamentali della sinistra. L’alternativa alla gabbia del liberismo della moneta unica è un Piano B, preparato con le forze della sinistra critica europea, per arrivare in modo cooperativo a un Sistema Monetario Europeo riformato, come proposto da Oskar Lafontaine.

    Alcuni esponenti della sinistra europea sostengono che uscire dall’euro significherebbe solo assoggettarsi agli umori dei mercati finanziari o della Bundesbank piuttosto che della BCE. Lei è d’accordo ?

    Non sono d’accordo. L’euro-exit non è un mero ritorno alla moneta nazionale, ma l’abbandono del liberismo mercantilista basato sulla svalutazione del lavoro. È la riacquisizione degli strumenti minimali della politica economica, innanzitutto l’accountability democratica della banca centrale nazionale. È l’aggiustamento del cambio rispetto alla compressione dei salari e dei tagli del welfare per compensare la svalutazione reale praticata dalla Germania e da altri. È il recupero di margini di manovra per le politiche di bilancio. Ovviamente, la rilevanza dei mercati finanziari rimane, specialmente per un Paese a elevato debito pubblico come l’Italia. Non si tornerebbe alla sovranità economica precedente la liberalizzazione dei movimenti di capitale. Ma avremmo almeno l’opportunità di rianimare la democrazia, oggi svuotata di significato, e la sinistra, oggi inevitabilmente prigioniera, come dimostra la sconfitta di Syriza.

    La sinistra in Italia parla di un nuovo partito che possa riunirne le diverse anime. Si aspetta che questo possa attrarre i delusi della socialdemocrazia italiana così come i voti di protesta di quanti hanno voltato le spalle alle élite politiche italiane?

    L’unità dei piccoli partiti della sinistra e dei dirigenti usciti dal Partito Democratico è condizione necessaria ma non sufficiente per costruire una sinistra di governo, attrattiva per gli elettori ex-Pd, andati in larghissima parte nell’astensione o, in misura limitata, al Movimento 5 Stelle. Oltre all’unità dobbiamo, attraverso un’ampia partecipazione popolare, definire una cultura politica e un programma innovativo, selezionare una classe dirigente rinnovata e adeguata. La sfida non è occupare un piccolo spazio alla sinistra del Pd, ma dare rappresentanza politica al variegato universo del lavoro.

    Quale ruolo gioca l’euro nel dibattito all’interno della sinistra italiana e come pensa di poter colmare, nel nuovo partito, le divergenze su questo tema?

    Il dibattito sull’euro è molto importante, specialmente dopo quanto avvenuto in Grecia. La definizione del Piano B come strumento per negoziare radicali cambiamenti nell’eurozona e nei Trattati può portarci a una proposta condivisa.

    Le associazioni datoriali tedesche si battono per l’esclusione dal salario minimo dei rifugiati, in modo tale da potersi avvalere di manodopera a basso costo. Esiste anche in Italia un simile dibattito e come dovrebbe rispondere la sinistra secondo Lei?

    Per ora in Italia nessuno l’ha proposto. Dobbiamo dire no. Scatenerebbe una guerra tra ultimi e penultimi e alimenterebbe i movimenti xenofobi e razzisti.

    Stefano Fassina è un economista e parlamentare italiano. In passato ha lavorato per il Fondo Monetario Internazionale. È stato responsabile economico del Partito democratico tra il 2009 e il 2013, e vice-ministro dell’Economia e Finanze nel governo Letta, incarico da cui si è dimesso per disaccordo politico con il programma di riforme neoliberiste di Matteo Renzi. Nel giugno scorso ha deciso di lasciare il Partito democratico.

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    Pubblicato da cambiailmondo | 15/10/2015, 17:33

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