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Guerra e pace

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Fang Lijun, senza titolo, 1999

di Andrea Ermano (Zurigo)
“E’ molto incoraggiante l’apertura mostrata dalla Commissione europea alla richiesta italiana di modificare la taglia minima nella pesca delle vongole”, ci scrive la senatrice Bertuzzi, capogruppo Pd in Commissione Agricoltura a Palazzo Madama, assicurandoci che “il sottosegretario Castiglione continuerà il suo impegno in Europa” e che “la variazione della taglia minima delle vongole è oggi un obiettivo raggiungibile”. Ringraziamo la senatrice. Di questi tempi anche i piccoli annunci aiutano.

Visto però che siamo caduti sulle tematiche marittime non possiamo ora eludere il problema dei profughi, dei naufraghi e dei migranti. A quanto pare l’Europa dichiarerà guerra agli scafisti. A Roma si attende solo l’ok dell’ONU per scatenare droni e soldati contro le imbarcazioni negriere, da individuarsi grazie a un onesto lavoro di intelligence, dicono.

C’è già chi si preoccupa, e chiede che, quando si bombarderanno gli scafi, si eviti di ammazzarne i carichi umani a colpi di “fuoco amico”. Altri reputano che bombardare non basterà e sarà quindi indispensabile invadere la Libia “scarponi a terra”, boots on the ground, come si dice in gergo castrense.

Le persone del mondo esperte ammoniscono invece l’Italia a ben guardarsi dall’intraprendere interventi armati in Libia e a impegnarsi piuttosto nella costituzione di corridoi umanitari. Soprattutto si dovrebbe ripristinareMare Nostrum, magari con il sostegno finanziario dell’UE. La quale UE, tuttavia, non ha soldi da buttare, dato che il nostro sottocapitalizzato sistema finanziario sta sempre lì-lì sul punto di affogare (in senso traslato, ovviamente).

Alla fine della seconda guerra mondiale la nostra civiltà è stata rifondata sul rispetto della persona umana, della sua intangibile dignità, dei suoi diritti inalienabili. Tuttavia, l’abitudine alla violazione di fatto di questo fondamento ne sta ormai erodendo anche il sussistere di diritto dentro la coscienza dell’opinione pubblica contemporanea.

Si tratta di un problema assai serio, che è stato ben contestualizzato nel “qui e oggi” dal sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini: “Si dimentica che l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a causa dei respingimenti effettuati nel 2009. Si dimentica che c’è una convenzione internazionale che stabilisce il dovere di soccorso in mare. E che non fa distinzione tra il naufrago olandese, il naufrago spagnolo e quello eritreo. Questo bisogna dirlo, bisogna dirlo a tutti gli italiani, anche se ci sono le elezioni regionali”.

In breve: o state dalla parte dei respingimenti oppure da quella dell’accoglienza. La via dei respingimenti, oltre che criminale, porta alla catastrofe. Ma seduce molta gente. Gente disorientata dal disorientamento dei governi. La strada dell’accoglienza sarebbe quella giusta, non c’è dubbio, ma pare che nessuno abbia la benché minima idea di che cosa si debba fare con questi profughi, naufraghi e migranti.

In attesa di proposte migliori, lasciateci ritornare allora sull’ipotesi di un servizio civile universale obbligatorio, esteso con le opportune specificitàanche ai cittadini stranieri. Questo strumento metterebbe la Repubblica e l’Unione anzitutto nelle condizioni di promuovere molti interventi utili alla società e all’ambiente. Ma non solo.

Grazie alla progressiva introduzione di un servizio civile universale obbligatorio si potrebbe concretamente strutturare una serie di percorsi di formazione e integrazione nel mondo del lavoro, nella società civile e nell’alveo della cittadinanza per giovani e disoccupati come pure per stranieri di recente immigrazione.

La progressiva istituzione di un servizio civile universale obbligatorio – un “Esercito del lavoro”, per dirla con l’Ernesto Rossi del celebre saggio Abolire la miseria – appare coniugabile sia con l’idea di un salario di cittadinanza sia con una sua finanziabilità “leggera”, tramite banche etiche, monete locali ecc.

Un “Esercito del lavoro” lenirebbe non poco l’allarme sociale. E ci riallineerebbe alla Costituzione – nata dalla Resistenza, ma disattesa quanto all’Art. 52 – e si configurerebbe come una risposta strutturale delle istituzioni democratiche alla situazione di crisi economico-finanziaria, di vuoto politico e di tendenziale rigurgito militarista nel quale stiamo drammaticamente scivolando.

 

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Post Scriptum – Nel 70° della Liberazione sia concesso qui ricordare che L’Avvenire dei lavoratori è una delle poche testate italiane che – per lunghi tratti in coedizione con l’Avanti! parigino – ha combattuto dal primo all’ultimo giorno le dittature nazi-fasciste, che alla fine sono state abbattute.

 

Fonte: L’avvenire dei Lavoratori (Zurigo)

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