Proponiamo alcuni interventi da diversi organi di stampa italiani su riforme costituzionali e legge elettorale: un confronto sempre più aspro connotato dalla necessità di governance (autoritaria) della crisi e conseguente semplificazione della rappresentanza e della dinamica parlamentare. (a cura di M. Zanetta)
Riforme, l’alibi dei guitti
— Massimo Villone, 21.4.2015
Ai bambini restii ad addormentarsi i buoni genitori raccontano favole, o magari piccole bugie, dalla befana che porta regali se dormono all’uomo nero che viene a rapirli in caso contrario. Una versione fantastica del bastone e della carota. È quel che fa il governo con i dissidenti sull’Italicum, quando minaccia ancora di mettere la fiducia, o lascia balenare uno scambio con la riforma del senato che si potrebbe rivedere. Vie impraticabili, del tutto o in parte.
Per la questione di fiducia sull’Italicum riassumo quel che ho già scritto su queste pagine.
Il regolamento della Camera include la legge elettorale tra le materie per cui il voto è segreto a richiesta. La Presidenza dell’Assemblea non ha alcun potere discrezionale in proposito e deve concedere il voto segreto, se richiesto nelle materie elencate. Il regolamento dispone altresì che al governo non è consentito porre la questione di fiducia quando è prescritto il voto segreto. Ne segue una contraddizione insanabile tra la richiesta di voto segreto e la fiducia sulla legge elettorale. Posto che il voto segreto è previsto a tutela del parlamento, delle minoranze e dei singoli parlamentari contro il governo e la volontà maggioritaria, la contraddizione deve sciogliersi a favore del voto segreto con l’inammissibilità della fiducia.
La minaccia di fiducia è il bastone, ovvero la favola dell’uomo nero. Ora la carota. La riforma costituzionale è al senato, ancora in prima deliberazione. Ma le parti riguardanti la composizione e la natura non elettiva del senato sono state già approvate nell’identico testo, dal senato l’8 agosto 2014, e dalla Camera il 10 marzo 2015.
Queste parti sono non più modificabili. Per l’articolo 104 del regolamento del Senato «nuovi emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera». Un lontano precedente del 1993 sulla riforma dell’articolo 68 della Costituzione potrebbe forse essere inteso in modo parzialmente diverso, ma è piuttosto incerto e comunque troppo poco nell’odierno contesto. Ci piace piuttosto ricordare che di fronte alla controversa aggiunta di un comma, il ministro Barile — eminente costituzionalista — non espresse in Aula per il governo alcun parere, esulando la legge costituzionale dal potere di indirizzo politico (22 luglio 1993). Parlò quindi a titolo personale. Altri tempi, anche più difficili di oggi, ma migliori. In ogni caso, quel precedente probabilmente non servirebbe a ripristinare la natura elettiva. L’immodificabilità rimarrà anche in seconda deliberazione, e dunque il senato-dopolavoro non elettivo è già consolidato.
Forse, si potrebbe ancora espungere qualcosa che più grida vendetta, come la partecipazione di un siffatto senato alla revisione della Costituzione. O snellire un procedimento legislativo quanto mai farraginoso. Mentre appare fantasiosa l’ipotesi di far slittare gli effetti della riforma a una legislatura successiva a quella prossima. Tanto correre per un’entrata in vigore prevedibilmente nel 2023?
Questo per la carota. Dunque, il chiacchiericcio politico cui assistiamo in questi giorni è largamente una rappresentazione teatrale. A meno di vedere nel parlamento un’assemblea studentesca autogestita, i regolamenti e le prassi ci dicono quel che si può o non si può fare. I protagonisti lo sanno, e dobbiamo allora ritenere che ambiguità e confusione siano volute o tollerate. Mentre sarebbe bene escludere dalla discussione le vie impraticabili, mettendo in chiaro le scelte e le relative responsabilità.
Nel tormentone infinito del Pd non è facile capire l’interesse perseguito. Renzi subisce una erosione di consensi, e l’iniziale impeto giovanile va assumendo l’aspetto di una testarda arroganza. La sua palese voglia di schiacciare i dissidenti può fargli perdere a sinistra — magari nel non-voto — il sostegno che lo metterebbe in sicuro vantaggio rispetto al centrodestra. L’egemonia del suo vagheggiato partito della nazione dipende poi anche da un centro moderato che a fronte di una sua debolezza non esiterebbe a passare all’avversario. Cresce il rischio che la camicia di forza costruita sul paese con la riforma costituzionale e quella elettorale al fine di cementarsi nel potere sia invece strumento della sua sconfitta. Quanto ai variegati dissidenti Pd, se anche sopravvivessero alle liste di proscrizione nelle prossime elezioni, chi li voterebbe dopo una dimostrazione di totale inconcludenza? Potrebbero mai chiedere consensi biasimando i cattivi? Probabilmente scomparirebbero tutti, salvo una manciata di capilista graziosamente concessi dal padrone a una specie protetta in via di estinzione. Triste destino per quel che fu un’armata.
La confusione è grande. Sarebbe meglio per tutti evitare trattative politiche virtuali e senza oggetto. A tal fine, le Presidenze delle due Assemblee, cui spetta garantire l’applicazione corretta delle regole, potrebbero per le vie opportune preavvisare gli attori di quel che sarà il copione. Per il resto, abbiamo già avuto troppe forzature e violazioni della legalità parlamentare. È quel che succede quando non è più la salus populi suprema lex, come diceva Cicerone, ma la insignificante fortuna di guitti in un teatrino.
IlFattoQuotidiano.it / Archivio Cartaceo
Colpirne dieci per educarli tutti
di Marco Travaglio | 21 aprile 2015
Era già accaduto al Senato nel giugno 2014, con la sostituzione-destituzione dalla commissione Affari costituzionali di tre senatori del Pd (Mineo e Chiti) e di Scelta civica (Mauro), rei di dissentire sulla controriforma costituzionale di Renzi. E siccome nessun’autorità, tantomeno Napolitano, fece una piega per difendere la Costituzione contro quella scandalosa purga ordinata dal capo del governo, ora la scena si ripete pari pari alla Camera, con la cacciata dalla commissione gemella di 10 deputati Pd colpevoli di dissenso sull’Italicum: Bersani, Cuperlo, Bindi, D’Attorre eccetera. Ma solo per 10 giorni: giusto il tempo di far votare i 10 sostituti come soldatini obbedienti sull’Italicum, poi, a missione compiuta, torneranno i titolari. E naturalmente anche stavolta nessuno fa un plissè, nemmeno gli epurati. Eppure l’articolo 67 della Costituzione afferma: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Si può contestarlo (Grillo vorrebbe abolirlo, e secondo noi sbaglia), ma intanto la regola è quella. Poi ci sono i regolamenti parlamentari: i membri delle commissioni sono nominati dai presidenti delle due Camere su indicazione dei gruppi e possano essere sostituiti se si dimettono o assumono altre cariche elettive o di governo. Non certo perché non s’inchinano agli ordini di scuderia, per giunta del governo.
E poi qui non si tratta di un singolo deputato, ma di 10: tutti quelli che dissentono dal governo che – altro fatto inaudito – pretende di cambiare la legge elettorale a colpi di maggioranza (che poi -ennesima anomalia- è minoranza, senza il premio del Porcellum cancellato dalla Consulta). Inoltre – paradosso dei paradossi – Renzi invoca il vincolo di mandato dimenticando che il mandato elettorale del Pd è esattamente l’opposto dell’Italicum: i suoi parlamentari sono stati eletti nel 2013 promettendo agli elettori di cancellare il Porcellum per restituire ai cittadini il diritto di scegliersi i propri rappresentanti, non per perpetuare il potere dei capi di nominarseli col trucco delle liste o dei capilista bloccati. Quindi a tradire il mandato (peraltro mai ricevuto, essendo stato eletto per fare il sindaco di Firenze) è Renzi, non i “dissenzienti”. E, come ricorda Pippo Civati, il programma elettorale Pd diceva: “Dobbiamo sconfiggere l’ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando. È una strada che l’Italia ha già percorso, e sempre con esiti disastrosi”.
Poi ci sarebbe lo Statuto del gruppo Pd alla Camera, che recita: “Il pluralismo è elemento fondante del Gruppo e suo principio costitutivo. Esso si basa sul rispetto e la valorizzazione del contributo personale di ogni parlamentare alla vita del Gruppo, nel quadro di una leale collaborazione e nel rispetto delle norme del presente Statuto”. Quello del gruppo al Senato addirittura “riconosce e valorizza il pluralismo interno nella convinzione che il continuo confronto tra ispirazioni diverse sia fattore di arricchimento del comune progetto politico… Il Gruppo riconosce e garantisce la libertà di coscienza dei senatori… Su questioni che riguardano i principi fondamentali della Costituzione e le condizioni etiche di ciascuno, i singoli senatori possono votare in modo difforme dalle deliberazioni dell’Assemblea del Gruppo…”. Ma che pluralismo è quello che rimuove i deputati che non s’inchinano supinamente agli ordini di scuderia, per giunta del governo, per giunta sulla riforma costituzionale ed elettorale, cioè sulle regole fondamentali del gioco democratico? Sentite queste parole: “La sostituzione in commissione di Vigilanza del senatore Paolo Amato è del tutto illegittima. Il Regolamento prevede la sostituzione di un commissario solo in caso di sue dimissioni, incarico di governo o cessazione per mandato elettorale. Checché ne dica il presidente Schifani, che sta esercitando le funzioni di presidente del Senato con modalità che vanno totalmente censurate sotto ogni profilo, istituzionale e regolamentare. Modalità più da giocoliere che da interprete del diritto”. Così parlò il 4 luglio 2012 Luigi Zanda, allora vice e ora capogruppo del Pd al Senato, sdegnato perché Schifani aveva epurato l’azzurro dissidente Amato. E invocava l’art.67, che ai vertici del Pd piace molto quando c’è da sbatterlo in faccia a Grillo (che non lo vuole) e molto meno quando c’è da rispettarlo in casa propria.
Cos’è cambiato da allora a oggi, a parte il colore degli epuratori e degli epurati? La Costituzione e il Regolamento per i nemici si applicano e per gli amici si interpretano, anzi si calpestano. Il refrain del Politburo Renziano, graziosamente detto Giglio Magico, è che l’assemblea del gruppo ha votato a maggioranza pro Italicum, quindi ora tutti devono adeguarsi per disciplina di partito. Ma questo può valere per le leggi di ordinaria amministrazione, non certo per le regole e i passaggi fondamentali della vita democratica. Altrimenti, di grazia, perché il 18 aprile 2013, quando l’assemblea dei grandi elettori Pd scelse Franco Marini per il Quirinale, Renzi e la sua minoranza si ribellarono alla maggioranza votando Chiamparino? Con che faccia, oggi che sono maggioranza, vogliono negare alla minoranza il diritto al dissenso?
Ps. Siccome è già partita la black propaganda per squalificare i dissenzienti come conservatori del Partito No Tutto, perfetto corollario del refrain “meglio l’Italicum che nessuna legge elettorale”, sarebbe cosa buona e giusta se la minoranza Pd, M5S, Sel e chi ci sta presentassero subito in Parlamento un ddl di una riga: “È ripristinato il Mattarellum”. Chissà che ne pensa il capo dello Stato.
IlFattoQuotidiano.it / Archivio Cartaceo
Dieci di meno contro Renzi sulla legge elettorale
Il gruppo del Pd decide per l’estrema ratio: via dalla commissione affari costituzionali chi non è d’accordo sull’Italicum
di Paola Zanca | 21 aprile 2015
Stazza robusta e spalle coperte, i guardiani dell’Italicum – Emanuele Fiano e Gennaro Migliore – cercano un po’ di adrenalina in un caffè alla buvette di Montecitorio. Sono appena usciti dall’ennesima seduta della commissione Affari Costituzionali, ma lì dentro, ammettono “non si è avvertita nessuna tensione”. La truppa dei dieci dissidenti che ha annunciato il no alla riforma elettorale ha già posato le armi. E ieri, a poche ore dalla loro defenestrazione d’ufficio, hanno pensato bene di portarsi avanti, sparendo in anticipo. Solo Alfredo d’Attorre si è presentato nell’auletta: ha illustrato i suoi emendamenti, ultima fiammata prima di finire nel congelatore.
Ieri sera, come previsto, l’ufficio di presidenza del gruppo (alla guida Ettore Rosato, reggente dopo le dimissioni di Roberto Speranza) ha messo nero su bianco la “sostituzione ad rem” di dieci esponenti democratici fuori sincrono con il cronoprogramma di Matteo Renzi.
Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo (la frattura con la “ditta” è tale, che nessuno dei due parteciperà alla Festa nazionale dell’Unità che si inaugura oggi a Bologna), Rosy Bindi, Andrea Giorgis, Enzo Lattuca, Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini, Marilena Fabbri, Roberta Agostini, Marco Meloni: tutti chiedevano modifiche che avrebbero inevitabilmente rallentato la corsa dell’Italicum. Così si è deciso di levare di mezzo loro, che si faceva prima: non per sempre, spiegano, solo per questo provvedimento. Tanto nel calendario di quella commissione, di cose importanti non ce ne sono più.
La sostituzione di dieci commissari non ha precedenti nella storia recente del Parlamento. In passato, accadde per la valutazione di questioni regionali, in cui si era ritenuto utile affidarsi a deputati territorialmente competenti (e il presidente Pertini bollò pure quell’uso come rischioso, perchè foriero di “visioni parziali”). Ma un “utilizzo politico” dell’istituto della sostituzione, ricorda il presidente del gruppo Misto Pino Pisicchio, “non c’è mai stato”.
E perfino alcuni sopravvissuti in commissione osano definire la scelta della dirigenza Pd come “antiestetica”. La tesi della maggioranza democratica è che in commissione il parlamentare rappresenta il gruppo, dunque non può appellarsi all’articolo 67 della Costituzione che lo libera dal vincolo di mandato. Crinale avventuroso, che ieri ha già provocato una serie di reazioni a catena.
Scelta Civica e Cinque Stelle (che, per la verità, dell’autonomia del parlamentare non hanno mai fatto una bandiera) minacciano di abbandonare i lavori della commissione, Sel e Forza Italia criticano la decisione di Renzi ma ricordano che l’esame dell’Italicum proseguirebbe anche se rimanesse in Affari Costituzionali anche solo un quarto dei suoi componenti.
Ma ormai, quella della commissione, è acqua passata. E in aula, non potendo sostituire il centinaio di allergici all’Italicum, si fa strada l’ipotesi della fiducia. Gianni Cuperlo ieri è partito in quarta dicendo che sarebbe “uno strappo” che “metterebbe seriamente a rischio il proseguimento della legislatura”. Ma, tranquilli: stamattina ci sarà una riunione tra Sinistra dem e Area riformista per ricucire anche questo.
IlFattoQuotidiano.it / Archivio Cartaceo
“Inutile forzatura della Costituzione”
di Silvia Truzzi | 21 aprile 2015
Mister Renzi si avvia a fare dei cambi: fuori i giocatori che creano problemi allo spogliatoio, dentro quelli che non hanno obiezioni sullo schema di gioco. Ma Montecitorio non è un campo di pallone, e comunque anche nel calcio ci sono limiti e regole. La sostituzione dei deputati dissidenti non piace molto al professor Andrea Pertici, ordinario di Diritto costituzionale a Pisa: “Il parlamentare, pur eletto con un partito di cui condivide gli orientamenti, deve comunque agire secondo il proprio convincimento, in base al divieto di vincolo di mandato. Farà sue valutazioni, dentro alle quali ci sarà anche una riflessione sull’aderenza all’indirizzo del gruppo, ma alla fine deve decidere, e votare, liberamente”.
Lei vede una violazione del principio di assenza di vincolo di mandato?
La Corte costituzionale, nella sentenza 14 del 1964, si esprime sul punto in modo molto preciso: “Il divieto di mandato imperativo importa che il parlamentare è libero di votare secondo l’indirizzo del suo partito, ma è anche libero di sottrarsene. Nessuna norma potrebbe legittimamente disporre che derivino conseguenze a carico del parlamentare per il fatto che egli abbia votato contro le direttive del partito”. È chiaro che ogni parlamentare farà il suo bilanciamento tra la rappresentanza della Nazione e la sua appartenenza politica: il gruppo rimane libero di sanzionarlo. Ma non in quanto parlamentare, in quanto membro del gruppo.
Il problema si era posto anche in giugno, al Senato, quando Renzi sostituì in Commissione Mineo e Chiti, contrari alle riforme costituzionali. Il premier disse: “Contano di più i voti degli italiani”.
In realtà Mineo e Chiti non erano contrari alle riforme ma a quel testo, o meglio ad alcuni aspetti dello stesso. La soluzione mi aveva lasciato perplesso già allora, ma qui sembrerebbe arrivarsi addirittura a una sostituzione di massa (ben dieci deputati), che evidentemente rende l’operazione ancora più discutibile: praticamente si forma (o anzi ri-forma) una commissione in base a una preventiva dichiarazione di voto. Non capisco poi l’obiettivo: il problema del dissenso si riproporrà in aula.
I regolamenti parlamentari, però, prevedono la sostituzione.
Il caso che ci occupa, però, non sembra riconducibile a nessuna delle ipotesi puntualmente previste. Si può sostituire un parlamentare che diventa componente del governo, o in relazione a un determinato progetto di legge, perché magari è opportuno che partecipi un parlamentare che normalmente non fa parte dell’organo e certo la ratio di questa previsione non è l’imposizione della disciplina di partito. Ci sono poi le ipotesi di richiesta di sostituzione per impossibilità di partecipare alla seduta e quella della sostituzione vicendevole tra i componenti di un gruppo. Ogni due anni, infine, è prevista la conferma dei membri nelle Commissioni.
Questo può essere uno strumento politico?
Direi che per quest’ultima ipotesi le ragioni possono essere le più diverse, ma terrei a specificare che il fatto che i membri delle commissioni siano indicati dal gruppo, non significa che ci sia un diritto di revoca o sostituzione “a piacere”. Anche perché si rischia di incidere su quella che potremmo considerare la norma di chiusura: l’articolo 67.
Sembra che per i dirigenti del Pd valga più la disciplina di partito…
Questo sarebbe grave e privo di fondamento. Il divieto di mandato imperativo è una norma fondamentale che assicura al parlamentare di non essere condizionato da interessi specifici, e anche di poter mantenere fede agli impegni presi con gli elettori. Potrebbe anche verificarsi che un partito cambi linea politica nel corso della legislatura, ma il parlamentare potrebbe voler tenere fede agli impegni in base a cui è stato eletto.
Possiamo dire che la sostituzione di massa è incostituzionale?
Preciso che la già ricordata sentenza n. 14 del 1964 ha chiarito che “l’art. 67 della Costituzione, collocato fra le norme che attengono all’ordinamento delle Camere e non fra quelle che disciplinano la formazione delle leggi, non spiega efficacia ai fini della validità delle deliberazioni”. Quindi non si verifica l’incostituzionalità del testo approvato. Ma la forzatura rispetto al libero esercizio del mandato, quella sì, mi pare ci sarebbe.
Il Parlamento, eletto con una legge ritenuta incostituzionale dalla Consulta, è gravato da un sospetto di illegittimità. In questa situazione non si dovrebbe procedere con il massimo del rispetto per il pluralismo, per il principio di rappresentanza, cioè per tutto ciò che sta alla base della Carta?
Questi principi andrebbero comunque rispettati. Ma per queste riforme non si tratta oggi della prima forzatura. Oltre alla sostituzione in Commissione a Palazzo Madama, penso alla seduta fiume utilizzata sulla base di precedenti relativi solo a leggi ordinarie, oppure al fatto che si è andati avanti nonostante l’uscita delle opposizioni, o al ricorso al canguro, il taglio degli emendamenti simili: gli articoli devono essere discussi. La Costituzione non è nata da una proposta “prendere o lasciare” del Governo, ma da una vera discussione in Assemblea. Sarebbe bene seguire quell’esempio.
La decimazione democratica
— Andrea Fabozzi, ROMA, 20.4.2015
Legge elettorale. Sostituiti i dieci dissidenti del Pd in prima commissione. Senza una protesta. Strappo al regolamento per evitare l’approvazione degli emendamenti su appartentamento, quorum e preferenze. Avrebbero la maggioranza nei gruppi
Una sostituzione su larga scala, una cosa mai vista. Il richiamo all’ordine di maggioranza colpisce quasi la metà dei rappresentanti del Pd in prima commissione alla camera, ma il gruppo dirigente renziano lo presenta come normale amministrazione: «Era già stato deciso», «sono loro che non se la sentono», «in commissione si sta per seguire la linea del gruppo». E così sono dieci i deputati del partito democratico ai quali viene chiesto di togliere il disturbo dalla commissione affari costituzionali. Altrimenti avrebbero votato contro la nuova legge elettorale, contro il mandato ai relatori o almeno a favore degli emendamenti che, con il sostegno delle opposizioni, sarebbero certamente stati approvati.
La sostituzione fa a pugni con il divieto di mandato imperativo previsto dalla Costituzione (articolo 67), eppure si sono già sentite spericolate teorie in base alle quali il diritto alla libertà di giudizio del parlamentare sarebbe garantito solo in aula e non in commissione. Lo si era sentito l’anno scorso al senato, quando il Pd aveva proceduto ad analoga sostituzione, ma di un solo senatore contrario alla riforma costituzionale. Una decisione che provocò l’ammutinamento di altri 14 senatori Pd, poi convinti a rientrare dopo la promessa del capogruppo che — per carità — non si stava introducendo il vincolo di mandato. Ieri sera la seconda puntata, che visti i numeri prevede anche un secondo tempo assai eloquente: prima di provvedere alle sostituzioni il vicecapogruppo Rosato (il titolare Speranza è dimissionario) ottiene dai subentranti l’assicurazione che obbediranno alla linea del gruppo. Cioè del governo. Cioè di Renzi.
Così selezionato, il gruppo del Pd marcerà compatto verso la bocciatura di tutti i 97 emendamenti, anche di quelli più insidiosi che vedrebbero la convergenza di tutte le minoranze e le opposizioni. Si tratta di tre o quattro proposte di modifica condivise da sinistra Pd, Sel, 5 Stelle e in qualche caso anche Forza Italia, Lega e potenzialmente persino di Scelta civica, il cui piccolo gruppo residuo attraversa una fase di freddezza con il governo. La possibilità di apparentamento tra primo e secondo turno, la previsione di una soglia minima di partecipanti al ballottaggio per assegnare il premio di maggioranza, la diminuzione della quota dei «nominati» e il contestuale aumento degli eletti in base alle preferenze e infine la riduzione delle pluricandidature ammesse. L’approvazione anche di una sola di queste modifiche riporterebbe la legge elettorale davanti al senato. Per evitarlo, Renzi ha scelto di colpire duro la sua minoranza. E così si è avviato verso un possibile voto di fiducia che potrebbe servire a evitare rischi in aula proprio sugli emendamenti. Ma neanche il capo del governo potrà evitare il voto segreto finale sulla legge. E a quel punto potrebbe aver bisogno del sostegno non dichiarato di una parte del gruppo di Forza Italia.
La reazione dei deputati di minoranza sostituiti ieri sera è piuttosto contenuta. Alcuni, come Bersani e Cuperlo, avevano già espresso la disponibilità, per quanto polemica, a farsi da parte. Altri come Pollastrini riconoscono il diritto della maggioranza di imporre la linea. Un po’ tutti si tolgono un peso, e rinviano ancora la battaglia in aula. Nessuno fa resistenza, con un richiamo agli organi di partito o a quelli della camera. Eppure la faccenda lo meriterebbe, visto che stabilisce un precedente e in pratica cancella il diritto al dissenso in commissione. Nessuno chiama in causa la giunta per il regolamento, magari per far notare che nel testo dell’articolo 19 si parla della possibilità di sostituire «un commissario con un altro di diversa commissione», non dieci.
E i dieci nuovi designati del Pd faranno oggi pomeriggio il loro esordio in commissione accanto ai tredici che hanno giurato fedeltà al governo. Cinque stelle, Sel e Forza Italia proveranno a bloccare i lavori. «È inutile partecipare alla farsa», dice il grillino Toninelli. «Tutto è già deciso, il parlamento non conta più nulla, a questo punto ogni strumento è lecito contro questo strappo alla democrazia», aggiunge il vendoliano Quaranta. Ritiro degli emendamenti, ostruzionismo, Aventino, appello a Mattarella. Tutto già visto, nella marcia delle riforme.
«È solo una formalità». Così Renzi inizia lo strappo
— Daniela Preziosi, 20.4.2015
Democrack. Fuori Bindi, Bersani, Cuperlo e gli altri sette dissenzienti. Il premier teme i voti segreti, per questo non vuole modifiche in Affari costituzionali. E poi chiederà il voto di fiducia
Ci è voluto poco, quasi niente, giusto il tempo di una comunicazione ed è partita ’l’operazione epurazione’, quella con cui Matteo Renzi accetta di mettere a rischio la tenuta del Pd. È iniziata ufficialmente ieri sera, si concluderà con ogni probabilità con il voto di fiducia sull’Italicum, che un gruppetto di dem non voterà, rischiando di mettersi fuori dal partito.
Ieri sera Ettore Rosato, vicecapogruppo vicario del Pd della camera e di fatto già capogruppo al posto del dimissionario Roberto Speranza, ha convocato l’ufficio di presidenza del gruppo Pd alla camera e ha tenuto un breve discorsetto. Tanto gli è bastato per sostituire d’emblée ben dieci componenti della commissione affari costituzionali di Montecitorio che già da oggi comincerà a votare l’Italicum. Incredibilmente, ma anche provocatoriamente, la faccenda è stata sbrigata come un banale espletamento di formalità. E invece è un caso che, almeno in queste dimensioni, non ha precedenti nella storia parlamentare recente. Una figuraccia , una palese contraddizione per il Renzi che ha sempre giurato di non voler fare forzature disciplinari. Che però stavolta ha preferito di gran lunga alla possibilità che il testo dell’Italicum venisse modificato in commissione per poi dover essere ’ricorretto’ in aula attraverso qualche voto segreto. Che, raccontano i suoi, sarà un terno a lotto e comincia a fargli paura. Per questa ragione, giurano stavolta i suoi avversari interni, ormai ha deciso: sull’Italicum si abbatterà il voto di fiducia, e poco importa se il precedente parlamentare è nientemeno che la legge truffa del ’53.
Le polemiche per quest’ultimo atto di imperio non tarderanno. Ieri sera Rosato ha spiegato che si trattava ’solo’ di dare esecuzione di un mandato dell’assemblea dei deputati, quella dello scorso 15 aprile. Dove, forse un po’ prematuramente, Gianni Cuperlo aveva espresso la sua leale disponibilità ad essere sostituito in commissione in quanto ’fuori linea’: una ragionevole ’non resistenza’, la sua. Il dispositivo approvato alla fine del dibattito (la relazione del segretario, 190 sì su 310, le minoranze non hanno partecipato al voto) prevedeva la verifica dei numeri in commissione. Su 23 dem, una dozzina erano della minoranza, e sommati con le altre minoranze avrebbero fatto una maggioranza anti-renziana.
Morale: ieri l’ufficio di presidenza non ha neanche votato, ha solo preso atto che i dissenzienti non si sono dimessi spontaneamente (Alfredo D’Attorre anzi aveva annunciato battaglia) e ha provveduto a sostituirli «relativamente al voto della legge elettorale». A quelli della minoranza presenti non è rimasto che trasecolare, spiegare l’evidenza che «non si tratta di un passaggio indolore», poi incassare la sconfitta.
Fra i dieci rimossi ci sono le colonne del Pd pre-renziano: Bersani, Cuperlo, Rosy Bindi. E poi Andrea Giorgis, Enzo Lattuca, Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini, Marilena Fabbri, Roberta Agostini e infine il giovane Marco Meloni, l’ultimo lettiano in parlamento. Giuseppe Lauricella, puree della minoranza, resta al suo posto: ha annunciato che si ’adeguerà’ agli ordini di scuderia. Si tratta di una sostituzione ad hoc: i dieci potranno restare in commissione finché verrà esaminato il Def. Poi, all’arrivo dell’Italicum sul tavolo, dovranno fare la cartella dove riporranno gli 11 emendamenti presentati — che così saltano — e andare fuori dalla porta, come scolari poco diligenti.
Alla riunione erano assenti Roberto Speranza, dimissionario e ormai senza alcuna speranza di rientrare nel suo ruolo, e anche Barbara Pollastrini, che fa parte dell’ufficio di presidenza ma anche della prima commissione, e quindi ha ritenuto più elegante non partecipare a una discussione che l’avrebbe riguardata personalmente. Di «strappo» aveva parlato Cuperlo a proposito della possibile fiducia. Lo «strappo» nel Pd è iniziato, è Renzi ad aver dato il via
Chi lo ferma
— Norma Rangeri, 21.4.2015
Una volta il dissenso veniva espulso (o radiato) dal partito ma se il partito è ridotto a un residuo della rottamazione, se la “ditta” è una malconcia dépendance del Palazzo, non c’è bisogno di riunire nessuno e neppure di un voto per eliminare i disturbatori. Basta un doppio giro di corda, è sufficiente una bella stretta alle briglie e il cavallo continuerà a galoppare verso il traguardo del partito della nazione.
Così il segretario del Pd ordina di sostituire dieci deputati della minoranza dalla commissione parlamentare chiamata a chiudere la discussione sulla riforma elettorale, e sprona le truppe a marciare («avanti su tutto») sul dissenso. Disponendosi, in questo caso nella veste di presidente del consiglio, a chiedere il voto di fiducia sulla legge elettorale per evitare l’odiata «palude».
Mettere alla porta non uno ma dieci parlamentari (tra i quali due ex presidenti del partito e un ex segretario), dopo una veloce riunione dell’ufficio di presidenza del gruppo, può stupire giusto i malcapitati deputati. Che di botte ne hanno ormai prese tante, una ogni “penultimatum”, senza mai restituire neppure «un colpo secco» come suggeriva Massimo D’Alema nel ruolo di ultimo giapponese smarrito nella rigogliosa giungla renziana.
I parlamentari sono stati messi bruscamente alla porta della commissione da un vice-capogruppo-vicario, Ettore Rosato, assurto all’onore delle cronache come sostituto. Un cinquantenne ragioniere, bancario, assicuratore, consigliere dc, consigliere Margherita, parlamentare, e ora vice presidente vicario dopo le dimissioni del bersaniano Speranza. Un politico esemplare del nuovo corso pronto a combattere le durezze della logica («la sostituzione dei deputati serve a costruire le condizioni per lavorare uniti, senza ledere il diritto di critica»), sicuramente in buona compagnia di chi, come Gennaro Migliore, matricola piddina, è ricercato dalle telecamere certe di andare a colpo sicuro («il primo a chiedere di farsi sostituire è stato Cuperlo»). Tipico gesto di solidarietà tra compagni.
L’atto di purificazione della commissione parlamentare è plateale, provocatorio. Renzi esibisce il bastone perché si sente forte, imbattibile, senza rivali, «un uomo solo al comando» come scrivevamo già all’indomani del trionfo alle primarie del 2013, un titolo fortunato che Renzi si è incaricato di confermare, senza se e senza ma.
Le opposizioni parlamentari, che ora annunciano la replica dell’Aventino, lo lasciano indifferente, e quanto ai dissidenti, dopo avergli fatto ingoiare il rospo gigante del Jobs Act (veleno puro sulle radici stesse di un impegno politico di sinistra), è convinto che un altro amaro boccone non farà la differenza. Evocare, come fa Rosy Bindi, il misconoscimento delle «radici uliviste» suona come quel grido di dolore dei contadini che nelle piane pugliesi combattono l’epidemia della Xylella.
Oltretutto, è facile sparare contro chi si agita tanto, anzi contro chi «ha voglia di cagnara», come abbaia il mite vicesegretario Guerini, non per una questione di alta democrazia (oltre al Jobs Act, tutto l’impianto della riforma costituzionale è passato liscio) ma per una battaglia agevolmente traducibile come questione di bassa cucina politica (i posti in lista).
Il signorsì dell’Italicum
— Andrea Fabozzi, ROMA, 21.4.2015
Fuori, senza troppe storie, i dissidenti Pd, la riforma elettorale è un minuetto per chi si adegua. Concluso subito l’esame in commissione. Renzi fa lezioni di democrazia e il suo vice accusa l’opposizione di fare «cagnara». È l’ultima tappa di un percorso di prevaricazioni e strappi sulla legge più importante
Tra chi è stato cacciato e chi ha deciso di andarsene, era assente la maggioranza della originaria commissione affari costituzionali quando ieri pomeriggio è cominciato e subito finito l’esame degli emendamenti alla legge elettorale. Tutti respinti. Dieci deputati del Pd variamente non renziani sostituiti con dieci fedelissimi del segretario, e quindici commissari di opposizione (Forza Italia, Lega Nord, Movimento 5 Stelle e Sel) fuori per protesta. Cadono gli emendamenti degli assenti, bocciati anche quelli di Scelta civica — alla quale il premier avrebbe promesso una compensazione in posti di governo. C’era tempo per l’ultimo sì e il mandato al relatore (l’ex vendoliano Migliore) ma la troppa fretta ha sorpreso le altre commissioni: i pareri non erano pronti.
Nessun problema per il presidente del Consiglio-regista, persino in anticipo sui tempi. Oggi l’ultimo passaggio in commissione, lunedì il primo in aula in modo da poter contingentare i tempi del dibattito nel mese di maggio. Dove le opposizioni tenteranno il tutto per tutto cercando di far mancare il numero legale e replicando l’ostruzionismo e l’Aventino visto ieri in commissione. Offriranno così il destro al governo per porre la questione di fiducia su tutti gli articoli della legge, una mossa che dovrà servire a evitare (ma il regolamento dovrebbe proibirlo) pericolosi voti segreti. Non tutti: quello finale non è aggirabile ed è già lì che si guarda, alla conclusione della battaglia parlamentare. Intanto Renzi offre lezioni via facebook: «Si chiama democrazia quella in cui si approvano le leggi volute dalla maggioranza. Avanti, su tutto!». Avanti anche con l’insulto ai dissidenti.
Il «non fate cagnara» dell’ex moderato vicesegretario Guerini somiglia molto al «manipolo di studiosi del diritto» del segretario Renzi all’inizio della storia. Che risale al gennaio dell’anno scorso, quando dopo aver proposto a Berlusconi tre alternative possibili per la nuova legge elettorale, il non ancora presidente del Consiglio e il già ex Cavaliere si accordarono per un quarto, del tutto originale. L’Italicum, nella sua prima versione — che aveva soglie più alte e articolate e un premio di maggioranza che scattava al 37% — fu imposto ai deputati come testo base in una notte di commissione assai simile al pomeriggio di ieri. Con i grillini in rivolta, le opposizioni prese in contropiede e tentate dall’occupare l’aula, il testo scritto dal renziano Bressa e dal verdiniano Verdini con la supervisione del politologo D’Alimonte fu votato come base del lavoro parlamentare malgrado fosse la 23esima proposta di legge elettorale. Cominciava allora una storia di forzature parlamentari.
La prima fu conseguenza della bulimia riformatrice: entrato a palazzo, Chigi Renzi annunciò di voler cambiare le regole costituzionali del bicameralismo ma anche la legge elettorale. E non in quest’ordine. Al che fu immediato fargli notare che approvare un nuovo sistema di voto per i due rami del parlamento subito prima di cancellare il senato elettivo era una mezza follia. La soluzione, soprattutto per quei parlamentari che temevano (e ancora temono) che il premier voglia correre alle urne un attimo dopo aver portato a casa l’Italicum, fu quella di limitare la nuova legge elettorale alla sola camera. In questo modo arrivò il primo sì di Montecitorio, a metà marzo 2014; la minoranza Pd aveva appena scagliato il suo primo ultimatum.
La fretta primaverile si dimostrò presto inutile, e la legge elettorale cominciò un lungo sonno dal quale si risveglio in autunno inoltrato in senato, e non era più la stessa. Con il nuovo patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi arrivarono soglie più basse (tutte al 3%), premio fissato più in alto (al 40%) e assegnato alla lista invece che alle coalizioni. In cambio un’altra garanzia per i timorosi della corsa alle urne: l’urgentissima riforma elettorale non entrerà in vigore prima della metà del 2016 — sperando (Renzi) che per allora sarà pronta la nuova costituzione. Ma anche al senato l’opposizione era un problema, e in commissione fu risolto senza sostituzioni (d’altronde i “dissidenti” erano già stati cacciati): il governo decise di saltare del tutto la commissione. Niente mandato al relatore e legge subito in aula, malgrado la Costituzione preveda che per le leggi elettorali sia sempre assicurata la procedura «normale di esame e approvazione».
Anche allora il primo passaggio in aula fu solo una rapida formalità, alla vigilia delle feste di natale, utile solo a contingentare successivamente i tempi a gennaio. Ma non bastò, e così ecco materializzarsi il più clamoroso degli espedienti: un emendamento «truffa» — emendamento Esposito — con dentro tutti contenuti della legge. Messo in votazione per primo dal presidente del senato, servì solo a provocare la caduta di tonnellate di emendamenti ostruzionistici. Una forzatura che sembrava insuperabile. E invece non è ancora finita.
.
Una sostituzione punitiva e illegittima
— Gaetano Azzariti, 21.4.2015
Dunque non c’era da preoccuparsi eccessivamente. Ora siamo alla rimozione di massa, attuata per le vie brevi, senza preoccuparsi troppo del significato costituzionale e degli effetti che una simile decisione avrà sul futuro del sistema parlamentare complessivo. Massima disinvoltura, minima consapevolezza.
Proviamo allora a ripetere le ragioni di diritto parlamentare e costituzionale che si oppongono alla decisione assunta; considerazioni che dovrebbero — all’opposto — garantire l’inamovibilità dei deputati dalle rispettive commissioni per ragioni di dissenso politico.
Anzitutto, non v’è dubbio che si tratta di un’interpretazione delle disposizioni dei regolamenti parlamentari non conforme alla prassi più consolidata e alla ratio stessa delle norme. La «sostituzione» dei membri designati, che può essere richiesta dai gruppi, ha sin qui (sino al caso Mineo-Mauro) avuto essenzialmente uno scopo funzionale e non invece disciplinare. Sostituzioni idonee a garantire la continuità dei lavori delle commissioni (qualora i membri titolari fossero impediti a seguire i lavori) ovvero ad estendere le competenze tecniche delle commissioni (qualora su una questione specifica un parlamentare avesse una conoscenza più approfondita).
La libertà di mandato non entrava, invece, mai in discussione; il richiamo alla disciplina di partito — che pure poteva essere invocato per ricondurre il singolo al rispetto della volontà del gruppo — aveva altre via per manifestarsi.
E qui è il punto costituzionalmente più delicato. Con un eccesso di leggerezza si è sostenuto che quanto scritto in costituzione all’articolo 67 — che assicura a ogni parlamentare di esercitare le sue funzioni (tutte le sue funzioni) senza vincolo di mandato — si dovesse arrestare di fronte alle porte delle commissioni. In quelle stanze, non la costituzione, ma i regolamenti e la disciplina di partito devono dominare la scena. A me sembra francamente una ricostruzione che non regge né sul piano delle fonti del diritto parlamentare (si finirebbe per far prevalere la fonte regolamento rispetto alle disposizioni della costituzione), né sul piano dell’interpretazione costituzionale (la costituzione non distingue tra le funzioni del parlamentare in commissione e quelle svolte in aula).
Se, come ritengo, la garanzia del libero mandato «copre» l’intera attività del parlamentare, allora non possono essere fatte valere ragioni disciplinari (la non consonanza con la linea maggioritaria del partito) per destituire (non solo sostituire) il «rappresentante della nazione» da una commissione in cui esercita la sua funzione; fatta salva un’unica ipotesi: qualora ci fosse il consenso esplicito dell’interessato. Ma questo nei casi dei dieci deputati estromessi dalla commissione affari costituzionali non è dato riscontrare.
È ben vero che ci potrebbero essere conseguenze «politiche» a seguito dei comportamenti difformi dei singoli parlamentari, e che potrebbero farsi valere anche provvedimenti di natura disciplinare: l’espulsione dal gruppo, la non conferma al rinnovo biennale delle commissioni. Ma queste misure riguardano i rapporti tra gruppo e singolo, non possono invece produrre un’impropria limitazione delle funzioni dei parlamentari.
In fondo lo stesso ruolo «referente» della commissione rende poco giustificata la forzatura operata con la rimozione dei dissenzienti. Infatti, l’aula potrebbe pur sempre ristabilire gli equilibri politici ove si ritenesse siano stati turbati in commissione dai parlamentari che hanno espresso liberamente le proprie opinioni e voti difformi.
Se si fosse un po’ più rispettosi dell’autonomia del parlamento ci si accorgerebbe che la libertà dei nostri rappresentanti non può venir meno solo per la volontà di una maggioranza particolare (di governo, di partito o di gruppo), ma che essa deve farsi valere in parlamento approvando «articolo per articolo e con votazione finale» ogni disegno di legge. Questa è la «disciplina» della nostra costituzione.
IlFattoQuotidiano.it / Archivio Cartaceo
Sondaggio Lorien: gli italiani non capiscono la riforma
di Redazione | 22 aprile 2015
Il 74 per cento degli italiani non ha capito cos’è l’Italicum. Lo afferma un sondaggio di Lorien Consulting, apparso sul numero odierno di Italia Oggi. Secondo lo studio, solo il 26 degli interpellati ritiene di aver capito, almeno a grandi linee, come funziona la legge elettorale in via di approvazione, ma di questi solo il 65 per cento esprime un giudizio compiuto sul testo. D’altronde il 32 per cento degli intervistati ritiene l’Italicum semplicemente inutile, e solo il 25 per cento la reputa importante. Poca chiarezza anche sulla posizione del Partito democratico: solo il 24 per cento dichiara di averla capita.
sno la riforma
74% NON COMPRENDE LA LEGGE
Secondo lo studio della Lorien per Italia Oggi, solo un italiano su sei ha capito l’Italicum
IlFattoQuotidiano.it / Archivio Cartaceo
Il gioco scorretto e le regole di parte
di Alessandro Pace | 22 aprile 2015
Nel luglio scorso, in un articolo apparso su Repubblica, posi in evidenza la contradditorietà dell’assicurazione fatta, dal vice capo gruppo Pd, ai senatori che erano stati sostituiti d’autorità nella Commissione Affari Costituzionali del Senato per essersi espressi in maniera divergente dalle indicazioni del segretario-Presidente a proposito del disegno di legge costituzionale Renzi-Boschi. Assicurazione secondo la quale nel corso dei successivi lavori in aula, diversamente dai lavori in commissione, sarebbe stata rispettata la libertà di coscienza, riconosciuta ai parlamentari dall’art. 67 della Costituzione.
Nell’articolo sottolineai due punti: 1) che l’esercizio di un diritto, per definizione, non può costituire oggetto di sanzioni di qualsivoglia genere; 2) che era contraddittorio assicurare il rispetto del citato art. 67 in aula e nel contempo negarlo in commissione. Aggiunsi che era stato un errore consentire al Governo la presentazione di un disegno di legge di revisione costituzionale perché questo lo avrebbe inevitabilmente ancorato alla logica dell’indirizzo politico di maggioranza, laddove il procedimento di revisione costituzionale non dovrebbe mai essere di “parte”. Il vice capo gruppo Pd inviò aRepubblica una nota di rettifica nella quale sottolineò che “Tra i principi fondamentali della Costituzione non rientrano certo le modalità di elezione del Senato”, evidentemente senza avvertire che l’elettività o meno del Senato era (ed è) uno dei punti più importanti e controversi della riforma Renzi-Boschi.
Ebbene, non sono pochi, i punti di contatto di quella vicenda con la recente sostituzione di ben dieci parlamentari PD nella Commissione Affari costituzionali della Camera che si sta occupando dell’Italicum. L’approvazione di una legge elettorale così come la revisione della Costituzione non dovrebbe mai essere “di parte”. Sia l’una sia l’altra costituiscono infatti le “regole del gioco” democratico che i filosofi e i teorici del diritto qualificano come “regole costitutive”, nel senso che sono imprescindibili. Osservava Norberto Bobbio, a tal riguardo, con specifico riferimento alle competizioni elettorali, “non si possono accettare le regole e rifiutare gli attori, e proporre altre mosse”.
Ma il vero è che, sin dall’inizio il “gioco” del governo – che comprende sia la legge elettorale sia la revisione costituzionale (di cui non è chiaro, per Renzi, quale sia la testa e quale la coda) – è stato impostato in maniera scorretta. Si è infatti consentito alle Camere delegittimate dall’incostituzionalità del Porcellum – che per la Corte avrebbero potuto durare tutt’al più un paio di mesi (come si deduce dall’esplicito richiamo, fatto in sentenza, dei termini previsti dall’articolo 61 della Costituzione) – di continuare tranquillamente ad operare con parlamentari che sanno benissimo che se le Camere verranno sciolte, non saranno più rieletti. Per cui, con questi parlamentari, Renzi ha buon gioco a ricordar loro, continuamente, che “Tutti devono sapere che se l’Italicum cade io vado a casa. E loro con me”.
IlFattoQuotidiano.it / Archivio Cartaceo
“Avanti tutta”, l’Italicum Renzi se l’approva da solo
In Commissione si vota la legge elettorale senza i dieci dissidenti del Pd Le opposizioni sull’aventino. Restano solo i fedelissimi a dire sì
di Wanda Marra | 22 aprile 2015
Tra le telecamere assiepate, i sostituti che entrano, gli oppositori che escono, e i sostituiti che magari passano e basta (tipo Cuperlo che a un certo punto si materializza davanti alle porte) la Commissione Affari costituzionali assomiglia a un suk, dove Renzi e un manipolo di fedelissimi si votano l’Italicum. La giornata sa più di sceneggiata che di tragedia. “Sostituzioni in puro stile sovietico”, tuona Arturo Scotto (Sel), abbandonando la Commissione. Renato Brunetta convoca una conferenza stampa per denunciare il “deportellum”.
Dentro Maria Elena Boschi, in versione serafica, tranquilla dispensa insegnamenti: “Le opposizioni non conoscono le regole del gioco”. Sotto, nel Transatlantico, si aggira sconsolato Andrea Giorgis, membro sostituito, che da professore di diritto costituzionale se la prende particolarmente a cuore: “Gli effetti di questa poca considerazione del Parlamento si vedranno nel tempo. Serve pazienza e prudenza, se no il logoramento dei rapporti alla fine danneggerà Renzi”. Pazienza e prudenza non sono esattamente due doti del premier. Che infatti, poco dopo le 16, consegna a Facebook la sua (immutata e immutabile) posizione: “Da anni diciamo che è una priorità cambiare la legge elettorale. Fermarsi oggi significherebbe consegnare l’intera classe politica alla palude e dire che anche noi siamo uguali a tutti quelli che in questi anni si sono fermati prima del traguardo”. Poi l’esortazione più ripetuta nei mesi: “Avanti, su tutto!”. Dalla palude che evoca il Parlamento ai toni da rullo compressore, ecco un condensato del Renzi-pensiero.
In questo clima la Commissione si appresta a licenziare per l’Aula la legge elettorale, senza neanche una virgola modificata: i 10 “dissidenti” sono stati sostituiti. Parole forti sono tuonate negli ultimi giorni. Da Cuperlo che ha parlato di “legislatura a rischio” alla Bindi che ha avvertito “se Renzi mette la fiducia altro che i 101 di Prodi”. Eppure, la sostituzione per primi l’avevano chiesta proprio i membri della minoranza. Il “lodo Cuperlo” era stata ribattezzata l’idea, e lo stesso Speranza, oggi capogruppo dimissionario, l’aveva portata avanti ufficialmente. A proposito: “Ma dov’è Speranza? Chi sarà il nuovo capogruppo?”, si chiedevano ieri i deputati Pd. Ma a cose fatte i toni si alzano, e la parola “epurazione” torna spesso e volentieri. I dieci nuovi entrati sono, ovviamente, tutti renzianissimi. Ci sono Paola Bragantini, Stella Bianchi, David Ermini, Maria Chiara Gadda, Stefania Covello, Franco Vazio, Ileana Piazzoni, Giampaolo Galli, Edoardo Patriarca e Alessia Morani. Quest’ultima in genere sostituisce Bersani. Ma stavolta no, è al posto di Lattuca. “Io? Io sostituisco D’Attorre”, spiega il più renziano di tutti, David Ermini, che mette avanti le ragioni della democrazia e del Pd. Se gli oppositori interni sono stati epurati (o auto – epurati, che dir si voglia), i Cinque Stelle, la Lega, Sel e Forza Italia scelgono l’Aventino. L’avevano annunciato anche i due di Scelta Civica. Ma poi Renzi (insieme a Lorenzo Guerini) ha convocato a Palazzo Chigi i vertici del partito e loro hanno abbassato le penne. “Priorità condivise”.
Lo stesso Guerini poi incontra i micro-partiti centristi. Promesse. Perché tutto si spiegherà pure con “la voglia di fare cagnara”, come dice lo stesso vice segretario, ma non è che per Renzi siano rose e fiori. Alle 17 Sisto, che presiede la Commissione, e fa il relatore, nonostante sia di Forza Italia, sospende i lavori per permettere a chi è uscito di cambiare idea. “Ho chiamato le opposizioni, ho chiesto di ripensarci”, spiega. Dopo un’ora nessuno rientra. “Come si fa a votare l’Italicum in Senato e a dire di no adesso?”, è la dichiarazione più gettonata dei renziani doc. La Commissione finirà oggi: senza opposizione il voto è spedito. Lunedì si va in Aula. Non è ufficiale, ma la fiducia è quasi certa: meglio non rischiare alleanze trasversali nel voto segreto. E pure i dissidenti in realtà la vedono come una via d’uscita. “Ci vorrebbero 80 contrari per creare un problema. Ma non ci sono” , dichiarano sia da minoranza che da maggioranza. “Se la legge elettorale non passa, la legislatura finisce”, ribadisce un fedelissimo. Che sarà questo lo scenario non ci crede proprio nessuno.
Ma per il premier che aveva sbandierato le grandi riforme fatte con tutti, non è il migliore dei risultati un sistema elettorale approvato praticamente solo dal Pd. E neanche da tutto. Mentre lui detta la linea (“democrazia è rispettare le scelte della maggioranza”), i suoi organizzano seminari per spiegare ai deputati le magnificenze dell’Italicum: oggi alla Camera in cattedra salgono Stefano Ceccanti e Roberto D’Alimonte. Costituzionalisti di provata fede.
IlFattoQuotidiano.it / Archivio Cartaceo
“Il dissenso non è tollerato. Ma noi ci siamo fidati di lui”
di Luca De Carolis | 22 aprile 2015
La forzatura la racconta (anche) la carta d’identità. Tra i dieci “eretici” del Pd rimossi dalla commissione Affari costituzionali in nome dell’Italicum c’è pure il più giovane parlamentare della storia repubblicana, eletto a 25 anni. “Eppure hanno etichettato anche me come un vecchio, un uomo della palude” sorride Enzo Lattuca, deputato bersaniano, dottorando in diritto costituzionale.
Lei ora di anni ne ha 27. Ma a leggere e sentire Renzi è già fuori del tempo.
Io mi sento un parlamentare che cerca di fare il proprio dovere, restando coerente.
Sia sincero, vi hanno cacciato o volevate farvi cacciare?
Già nel gennaio 2014, il neo eletto segretario Renzi chiese a noi della commissione di ritirare tutti gli emendamenti alla legge elettorale, e lo facemmo. Venerdì scorso invece ci avevano chiesto se volevamo portare avanti la linea del gruppo, votando contro tutti gli emendamenti. Le risposte che abbiamo dato non devono essere state convincenti…
E vi hanno punito.
Ci hanno sostituito, come è nella libertà del capogruppo. Non abbiamo opposto resistenza, perché questa scelta garantisce la libertà di non votare contro la propria coscienza in commissione. Per fortuna in aula le sostituzioni non esistono…
In aula lei cosa voterà?
Se verrà messa la fiducia voterò sì, non posso andare contro il governo.
E senza fiducia?
Valuterò. Di certo manifesterò apertamente la mia posizione, non celandomi dietro il voto segreto.
L’accusa a voi della minoranza è sempre quella: fate rumore ma poi lasciate sempre passare il rottamatore, per tenervi il seggio.
Io credo che se si vota in difformità del gruppo quando si pone la fiducia, bisogna lasciarlo. Se mi trovassi a farlo, o se sentissi di non far parte più del gruppo, lascerei il Parlamento.
Ormai è rottura quasi totale con Renzi.
C’è un evidente problema di condivisione, se si arriva a sostituire dieci membri della commissione. Questa legge è stata sottratta al Parlamento.
Perché?
Si voleva correre. Ma c’era e c’è anche una mancanza di fiducia in alcuni membri del partito, immotivata. Io su 10mila votazioni in Parlamento avrò votato in difformità dal gruppo 6 o 7 volte.
L’Italicum è così brutto?
Andava corretto sui capilista bloccati e sulle pluricandidature: è simile al Porcellum.
Per il costituzionalista Michele Ainis è probabile che venga bocciato dalla Corte Costituzionale.
Mi pare un rischio concreto. E sarebbe un disastro politico.
Però Renzi tira dritto. Ha bisogno di un trofeo da sfoggiare?
Direi di sì. Ma soprattutto va ricordato che la sua fretta sull’Italicum, l’anno scorso, fu motivata dalla volontà di far saltare l’asse Letta-Alfano per formare un nuovo governo, facendo perno su Berlusconi.
Perché la minoranza non si oppose?
Renzi aveva vinto le primarie con oltre il 70 per cento, e quel 27 gennaio fu un giorno particolare. Venne a chiederci di ritirare gli emendamenti alle 20.40, e la riunione era alle 21. “Poi discuteremo”, disse. Ci fidammo.
Un errore.
Era il primo passaggio parlamentare…
Torniamo al presente: alla festa per i 70 anni dell’Unità a Bologna non hanno invitato Bersani, Cuperlo e Civati.
Il problema c’è. Io avrei invitato tutti gli ex segretari: anche Veltroni, per dire.
Tira aria di epurazioni?
Chiunque è in disaccordo viene sostituito o messo in condizione di andarsene. Il dissenso viene mal tollerato, c’è forte insofferenza.
Ora come andrà avanti da “sostituito”?
Troverò le motivazioni nella voglia di sentirmi a posto con la coscienza, senza “gufare”. E nella voglia di non arrendermi.
Non è che si andrà alla scissione?
No, proprio no.















Lascia un commento