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SYRIZA AL GOVERNO: non è più il tempo delle “magnifiche sorti e progressive”?

nofuturedi Franco Astengo
Syriza taglia il traguardo del governo in Grecia alleandosi con un partito nazionalista definito da media “di destra” (secondo il vecchio schema che non esiste un nazionalismo di sinistra almeno in Europa. E’ diverso in Sud America). “Podemos” (soggetto politico spagnolo, ma in stretto contatto con il Sud America e in particolare la Bolivia) si dichiara d’accordo. Pare formarsi nel Sud del Vecchio Continente quasi una “Internazionale nazional-populista” in nome della lotta all’austerità germanica.
Da tempo si sta cercando di lavorare per un aggiornamento della classica “teoria delle fratture” e, forse, questa volta c’è materiale per un deciso passo avanti su questa strada.
Con quale qualità dell’azione politica e con quale emergenza concreta i due movimenti, Syriza e Podemos (molto diversi tra loro dal punto di vista della scaturigine politica e anche dei riferimenti sociali) si trovano a dover fare i conti puntando direttamente a un’azione di governo?
Che cosa ha diffuso, a piene mani, l’Europa degli gnomi di Bruxelles e Francoforte?
Prima di tutto la contraddizione più evidente è sembrata essere quella dell’ideologia del pessimismo.
L’ideologia del pessimismo ha compiuto, in questi ultimi anni, un vero e proprio salto di qualità.
Sembra essere stato accantonato il dibattito sul “concetto di limite” e sulla “decrescita felice” di Latouche: due termini sui quali si era sviluppata la discussione intorno ad un’ipotesi di “nuove contraddizioni post-materialiste” da intrecciare con quella classica – definita “principale”- del conflitto tra capitale e lavoro per determinare una nuova teoria delle “fratture” sulla base della quale impostare il rinnovamento dell’azione politica progressista in modo da comprendere appieno anche la realtà della globalizzazione.
Dallo scenario di vera e propria “tregenda epocale” che l’aggressività della gestione del cosiddetto neo-capitalismo (non restringibile come fanno alcuni al semplice neo-liberismo”) emergono questioni che paiono arrestare (e invertire) il corso della storia, al punto da far parlare di una fase di vero e proprio arretramento.
E’ questo, dell’arretramento storico, il vero punto in questione della vicenda europea: quello della difesa dei privilegi di classe in un quadro di declino.
Le diseguaglianze sociali (accuratamente descritte nell’opera di Piketty) appaiono non soltanto in fase di ulteriore allargamento ma anche non affrontabili, almeno nel breve, in termini anche di semplice “riduzione del danno” come avvenne nella fase centrale del XX secolo e il quadro generale che questo fenomeno produce è stato definito come quello del “declinismo”.
Spiega Gabriele Romagnoli in una sua riflessione pubblicata da “Repubblica”: “ Il declinismo è un’ideologia diffusa, una delle ultime. Contrariamente a quel che pensano i suoi detrattori, pur avendo a che fare con la nostalgia e la presbiopia, non è una malattia senile: può colpire a qualunque stadio della vita, giacché un trentenne può convincersi che l’età dell’oro sia già trascorsa, il grande avvenire dietro le spalle, oggi sia peggiore di ieri e non meglio di domani…”.
Sarebbe così ormai smarrita, in una parte larga dell’immaginario collettivo, l’idea del progresso, dell’ “andare avanti”, dell’inoltrarsi nei sentieri e nei meandri della storia.
Appare arrestato il procedere verso l’orizzonte e il peso dello sfruttamento e il cumulo delle ingiustizie sociali resterebbero a gravare sul collo di gran parte dell’umanità e il solo discorso possibile sarebbe quello di una sorta di “pietà trascendente”.
Syriza e Podemos hanno in comune la necessità di espressione di un fronte “no debito” e “anti-austerity” che interessa principalmente i paesi mediterranei dell’Unione particolarmente esposti alle politiche finanziarie restrittive imposte da Bruxelles e dalla Troika.
I due soggetti hanno origini diverse: Syriza nasce dall’assemblaggio di diversi soggetti della sinistra greca, mentre Podemos nasce per un’iniziativa sviluppata a tavolino da un gruppo d’intellettuali “imprenditori politici” postisi in relazione con i forti movimenti dei cosiddetti “indignados” che, attraverso forme anche originali di lotta di massa, avevano sviluppato in Spagna un forte contrasto alle già citate politiche di austerità dell’UE.
Entrambi questi soggetti presentano un punto in comune: quello dell’espressione di una vocazione “populista” di tipo originale nel vecchio continente, laddove espressioni di questo tipo erano sempre appartenute ad aree qualunquiste, espressione di piccola borghesia e tendenti a una vocazione di destra.
Destra e sinistra sembrano così saldarsi su questo fronte sul terreno di un populismo orientato a contrastare l’idea della conservazione del declino ormai prevalente nell’elaborazione politico-filosofica che si sta sviluppando al centro dell’Europa.
Tra Syriza e Podemos esiste anche un altro punto in comune molto importante: quello della valorizzazione del meccanismo della personalizzazione della politica e, di conseguenza, dell’espressione di una leadership molto forte: quella di Tsipras in Grecia e quella di Iglesias, in Spagna.
Esistono quindi, per entrambi questi soggetti, due punti di evidente “diversità” al riguardo dell’impianto teorico – politico della sinistra europea: populismo e personalizzazione.
Un populismo che si esprime anch’esso in una forma classica: di superamento della forma di sintesi e di intermediazione esercitata dalla struttura politica e di passaggio diretto al dialogo –appunto- con il popolo, dal quale il leader trae la linfa necessaria per raccogliere, aggregare e mantenere consenso.
La risposta a questa impostazione basata sul dialogo diretto con il popolo è quella di una forte centralizzazione del soggetto politico attorno ad un gruppo dirigente ristretto che impone il proprio modello anche alle strutture periferiche, ricercando una “vocazione maggioritaria” sul piano elettorale basata su parole d’ordine facili e in grado di “tagliare” trasversalmente l’elettorato, rifiutando sostanzialmente un’idea di aggregazione di classe.
Accanto alla “vocazione maggioritaria” si colloca, sicuramente, anche un’impronta antiliberista (se non anticapitalista: su questo punto sarebbe necessaria un’indagine molto più accurata di quanto non sia possibile sviluppare in quest’occasione) che appare però diversamente orientata tra Syriza e Podemos.
Appaiono ancora vaghe le caratteristiche dell’eventuale qualità di governo espressa dalla guida di Syriza, data proprio la natura di tipo populistico (e non socialdemocratico) del soggetto e il ruolo che avrà, rispetto alla funzione di governo, la forte rete di solidarietà sociale che proprio Syriza ha messo in piedi per cercare di contrastare e limitare, per quanto possibile, la drammaticità della situazione sociale greca, ormai al limite delle condizioni concrete di un paese appena uscito da una guerra distruttiva.
In quest’ambito così complesso e pieno di incognite fa impressione il provincialismo italiano che, dopo aver coperto con l’immagine di Tsipras la presentazione elettorale europea dei residui di quella che fu la “sinistra radicale” adesso si è buttata alla ricerca della “Scuola di Atene” per imparare “a vincere”.
Del resto, dal punto di vista, dell’agire politico in Italia la proposta delle “doppia tessera” per un’ipotetica formazione di “Coordinamento della Sinistra” presenta già, per se stessa, elementi di vero e proprio rivoluzionamento rispetto al rapporto soggetto politico/ contraddizioni sociali.
Entrambi gli aspetti che fin qui sono stati trattati: quello dell’assunzione della frattura del declinismo e quello dello stravolgimento del concetto della soggettività politica di classe ci fanno dire che questo quadro complessivo rappresentato, in primis, da Syriza e Podemos contiene elementi probanti di fuoriuscita dal terreno della sinistra, non solo di classe, ma anche di natura socialdemocratica-keynesiana nell’accettazione di un quadro complessivo delle compatibilità capitalistiche in una forma del tutto originale rispetto alla tradizione europea.
E’ arrivato quindi il momento della resa definitiva delle idee di pratica la politica in funzione dell’obiettivo della fuoriuscita dal sistema?
E’ questo l’interrogativo post-moderno che Syriza e Podemos pongono a tutta la sinistra europea.
E’ il caso di interrogarci a fondo su queste-apparenti-nuove frontiere della modernità, sul prodotto reale di questa gestione incontrastata del capitalismo che ne conferma la totalità del “volto inumano”, su quanto il fallimento delle politiche di potere e di potenza portate avanti nei decenni abbia pesato nel creare le condizioni adatte per la percezione di questo vero e proprio “salto all’indietro”.
Sarebbe facile affermare che la materialità delle condizioni sociali date reclama, proprio al contrario di ciò che si vorrebbe imporre, una piena ripresa di “protagonismo della politica”: una sorta di ritorno alla “politica al primo posto”.
Sarebbe facile se non fosse di complicata definizione, anche sul piano teorico, il porsi in relazione a quelle che sono state le ideologie progressiste.
La domanda di fondo è questa: il marxismo offre sicuramente una possibilità di descrizione della condizione sociale e umana di grande realismo e attualità. Si può allora, svelando senza infingimenti questa realtà che stiamo vivendo , connettere le teorie marxiane a una prospettiva concretamente politica di costruzione di una nuova società, di vero e proprio assalto alla condizione di diseguaglianza epocale?
Abbiamo urgente bisogno di tornare far questo, a definire il quadro di una “nuova utopia” dell’eguaglianza intesa quale scenario di un vero e proprio rinnovamento della storia.
Mentre il capitalismo pare divorziare definitivamente anche da quella forma della democrazia che un tempo definivamo borghese e maschera dietro “lo scontro di civiltà” il persistere e l’ampliarsi della guerra come elemento costante di un vero e proprio arrestarsi della storia non ci possiamo arrendere a questa ideologia comunque “declinista”.
Abbiamo bisogno di rinnovare le nostre idee di rivolta per l’eguaglianza nell’economia, nell’attività pratica, nei sistemi e nei rapporti di produzione e di scambio.
E’ necessario far comprendere che, come sempre, la scissione tra la politica e l’economia, tra l’organismo e l’ambiente sociale non è altro che astrazione teorica.
In realtà politica, economia, ambiente e organismo sociale sono un tutt’uno, sempre, ed è uno dei grandi meriti del marxismo aver affermato questa unità dialettica: e il moto sociale, la ribellione, la tensione verso il cambiamento servono per impedire all’avversario di scindere, sembrare, impadronirsi assieme del corpo e del pensiero.
Dobbiamo tornare a riconoscere il senso vero della storia, a interpretarlo.
Scriveva Antonio Gramsci, nel 1918, sulle colonne del “Grido del Popolo”: “..conoscere con esattezza quali sono i fini storici di un paese, di una società, di un aggruppamento; importa prima di tutto conoscere quali sono i sistemi e i rapporti di produzione e di scambio…”.
Altro che “declinismo”: maschera irreale del mantenimento di un feroce potere occulto cui il semplice cambio di cavallo di un potere borghese non può porre rimedio.
Per intanto beninteso è necessario occuparci delle condizioni materiali di vita di milioni di persone: la sola strada concreta per combattere il declino.

 

Fonte: http://autoconvocatiperlopposizione.com/

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