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Crisi Ucraina: il boomerang delle sanzioni europee

Ucraian-boomerangdi Andrea Vento (Gruppo insegnanti di Geografia Autorganizzati – Pisa)

Crisi ucraina: l’impervia via d’uscita ‘finlandese’ – I governi europei, dopo aver assecondato la spregiudicata strategia di Obama dell’allargamento della Nato sino ai confini della Russia, provocando un’escalation della tensione intereuropea come non accadeva dai tempi della Guerra Fredda, si trovano ora in difficoltà di fronte all’empasse di Washington che in questa fase sembra volgere le proprie attenzioni alle complesse questioni mediorientali. I leader europei dovranno cercare di risolvere la crisi ucraina, apparentemente senza la ‘guida’ americana, con i limiti delle divisioni interne e, forse, privi di un preciso disegno strategico. Tuttavia, questo contesto rappresenta probabilmente l’occasione per iniziare ad affrontare le spinose vicende dell’est europeo con una dose di sano pragmatismo geopolitico, abbandonando gli azzardati progetti espansionistici disegnati oltreoceano.

Nell’immediato gli obiettivi primari sembrano rappresentati dall’attivazione di una azione politica e diplomatica finalizzata alla stabilizzazione della traballante tregua raggiunta il 5 di settembre a Minsk, fra Kiev e i separatisti del Donbass, e alla risoluzione della crisi delle forniture del gas a Kiev che Mosca ha sospeso da giugno, a causa di oltre 5 miliardi di $ di debiti non pagati, mettendo a rischio anche le importazioni dei paesi dell’Ue.

In questa ottica il Vertice Euroasiatico del 15 ottobre di Milano ha fornito l’occasione per riportare ad un tavolo negoziale, dopo il gelo dei mesi scorsi, Putin e Poroshenko insieme ai leader comunitari, per la ripresa delle trattative dirette fra le due controparti. L’accordo raggiunto, il 31 ottobre a Bruxelles, fra Russia e Ucraina con la mediazione della Ue, attraverso il rimborso da parte ucraina di 3,1 miliardi di $ entro la fine dell’anno e la riattivazione delle forniture, forse apre uno spiraglio per una risoluzione definitiva della crisi ucraina in forma pacifica e condivisa. In tale prospettiva, sono confortanti le prime dichiarazioni di Federica Mogherini, appena assunta la carica di Alto Segretario dell’Ue per gli Affari Esteri, con le quali ha definito suo “principale compito personale” la costruzione del dialogo fra Russia e Ucraina e la fine della “guerra delle sanzioni”.

In mancanza dell’intransigente ‘tutela’ di Washington e sospinti da un possibile clima di disgelo la diplomazia comunitaria forse riuscirà a valutare con maggiore attenzione le dichiarazioni rilasciate dall’ex presidente della Commissione Europea Romano Prodi al “Forum Ambrosetti” di Cernobbio ad inizio settembre: “Il conflitto in Ucraina è anche colpa europea per aver sottovalutato la Russia. L’Ucraina non può essere ne’ russa ne’ europea. O ci convinciamo che è un ponte tra l’Europa e la Russia, o va a finire male.” Prodi ha poi concluso: “L’Ucraina nella Nato non ci deve entrare. Perché non si mettono le dita negli occhi a nessuno”.

La via di uscita dalla crisi non può prescindere dal riconoscimento alla Russia dell’attuale ruolo di potenza mondiale emergente, che a Washington alcuni si ostinano ancora a negare, e dei legami storici, etnico-culturali ed economici che legano Mosca a doppio filo all’Ucraina, o quantomeno, a parte di essa. Non è certamente seguendo gli Usa nello scontro frontale con la Russia, disconoscendole lo ‘status’ geopolitico che ha riconquistato ma, aprendo trattative diplomatiche paritarie fra  Kiev, Mosca e Bruxelles, per ricomporre le molteplici linee di frattura, dalla questione delle Repubbliche del Donbass alle forniture energetiche, che attraversano attualmente l’est europeo.

Per il conseguimento di un assetto geopolitico europeo, stabile e condiviso, l’unica strada percorribile passa, probabilmente, attraverso la concessione dell’autonomia delle Repubbliche Popolari di Donestk e di Luhansk, nell’ambito della futura Repubblica Federativa Ucraina, uno stato cuscinetto, fra Ue da un  lato e Unione Euorasiatica[1][1] dall’altro, che non solo consenta di ricomporre le tensioni ma che faciliti le relazioni fra i due blocchi. Potrebbe delinearsi in tal modo un nuovo equilibrio geopolitico che riporterebbe l’Ucraina a rivestire, seppur con funzioni diverse, il ruolo che fu’ della Finlandia ai tempi della Guerra Fredda. Non un’anacronistica funzione di separazione di sfere di influenza, bensì quella di futuro ‘stato ponte’ fra est e ovest europeo; due aree legate da profonde relazioni storiche e, oggi, da un forte interscambio finanziario e commerciale che fa perno su risorse energetiche e minerarie, da un lato, e su tecnologia e l’ingegno creativo, dall’altro.

Lontano dalle pressioni statunitensi gli europei, nel loro insieme, sono in grado di trovare una soluzione che, non solo allontani gli spettri della guerra ma, che garantisca anche la ripresa del processo di cooperazione politica e di integrazione economica, già avviato da quasi un ventennio, fra la parte occidentale e quella orientale del Vecchio Continente.

Il problema di fondo è che questa prospettiva non coincide con le strategie di Washington di espansione della propria sfera di influenza tramite l’ampliamento della Nato e l’entrata in vigore del TTIP, il Partenariato Transatlantico sul Commercio e sugli Investimenti, sul quale qualche resistenza inizia a manifestarla anche il governo tedesco.

 

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Crisi Ucraina: il boomerang delle sanzioni europee

di Andrea Vento – Giga Autoproduzioni

(se vuoi puoi scaricare il documento in formato PDF: QUI)

 

La crisi ucraina, ha fornito ulteriore conferma degli strutturali limiti geopolitici che affliggono l’Ue relativi sia alla difficoltà di attuazione di strategie condivise che alla consolidata subalternità alle posizioni statunitensi. I paesi comunitari, divisi fra posizioni dialoganti e oltranziste, hanno assecondato la linea dello scontro frontale con Mosca sostenuta da Obama, facendosi trascinare nella spirale delle sanzioni economiche e dell’inasprimento delle tensioni militari con forniture al governo di Kiev ed esercitazioni effettuate nell’est europeo in prossimità dei confini russi.

L’escalation delle sanzioni Ue – Russia

L’Ue, avvia la spirale delle sanzioni il 17 marzo, con il varo delle prime misure restrittive contro 21 funzionari russi e crimeani ai quali viene applicato il bando del visto e il congelamento dei beni posseduti all’interno dei paesi europei, a cui fanno seguito il 29 aprile provvedimenti restrittivi contro 16 personalità russe, contemporaneamente all’introduzione di altre misure a maggior impatto da parte statunitense.

Le misure europee[1] a maggior impatto vengono adottate il 31 luglio, con l’introduzione del divieto di fornire a società energetiche russe attrezzature destinate ad attività esplorative/estrattive in depositi di scisto bituminoso (shale oil) e in acque profonde o artiche. Le sanzioni europee nei confronti della Russia colpiscono anche il settore militare (divieto di esportare equipaggiamento militare) e quello finanziario (divieto di acquistare titoli obbligazionari con scadenza maggiore di 30 giorni emessi da alcune tra le maggiori banche e imprese russe), nonché una serie di persone fisiche e giuridiche dell’entourage di Putin.

In risposta alle sanzioni occidentali, il 6 agosto scattano le contromosse russe che stabiliscono, per un anno, il divieto di importazione di un ampio paniere di prodotti agroalimentari che va dalla carne all’ortofrutta, ai danni dei 28 paesi dell’Ue, della Norvegia, degli Usa, del Canada e dell’Australia. L’11 agosto, il Governo russo adottata una nuova normativa restrittiva in materia di appalti pubblici, inerente il divieto di acquisto di tessuti, calzature e capi di abbigliamento di produzione straniera da parte di istituzioni pubbliche e il 19 agosto altra restrizione che vieta l’esportazione di semilavorati di pelle, materie prime preziose per l’industria conciaria italiana. Tutte misure che sono andate ad incidere nelle principali voci dell’export italiano verso Mosca che infatti registra come primi quattro comparti non casualmente impianti e macchinari, abbigliamento, pelletteria e agroalimentare[2].

Bruxelles, il 12 settembre, introduce un ulteriore inasprimento contro tecnologia a doppia destinazione d’uso (militare e civile), destinata a nove imprese russe del settore tecnologico e militare.

Il 21 ottobre Mosca estende il suo embargo agroalimentare su altri prodotti europei come le farine animali, i grassi di bovini, suini e di pollame e altri derivati di bovini e suini.[3]

Nell’ambito della crisi ucraina, Washington ha assunto, verso Mosca, posizioni più rigide, introducendo in anticipo rispetto a Bruxelles misure proprie più incisive che, tuttavia, andavano a colpire gli stessi settori di quelle europee, con particolare efficacia per il comparto tecnologico. Le restrizioni russe hanno invece prodotto effetti negativi soprattutto sul settore agroalimentare statunitense.

Per cercare di comprendere i presupposti della linea intransigente dell’amministrazione Obama verso la Russia è necessario prendere in considerazione l’entità e la tipologia delle relazioni economiche, commerciali e finanziarie, intercorrenti fra i due paesi.

La marginalità dell’interscambio commerciale e finanziario Russia – Usa

Gli scambi commerciali fra i due stati, seppur sensibilmente cresciuti con la fine del bipolarismo, ancora nel 2012, anno di massima entità degli scambi Usa – Russia con 40 miliardi di $, hanno rivestito ruolo molto marginale rispetto ai rispettivi traffici totali (tabella 1). Gli Usa hanno, infatti, assorbito solo un modesto 5,5% dell’export russo, mentre Washington ha indirizzato verso Mosca una quota delle proprie esportazioni ancor più esigua, pari solamente allo 0,7%. Neanche l’ingresso della Russia nel Wto nell’agosto del 2012 ha influito all’intensificazione degli scambi, visto che nel 2013 si sono ridotti a 38,2 miliardi $

Tabella 1: interscambio commerciale fra Usa e Russia nel  2012. Valori in miliardi di dollari

Anno 2012  Totale  Verso la Russia Quota dell’export  verso la Russia Saldo bilancia commercialeUsa – Russia
 Export Usa   1.540 10,7 0,7% -18,3
Anno 2012  Totale  Verso gli Usa Quota dell’export  verso gli Usa Saldo bilancia commercialeRussia – Usa
 Export Russia  527 29 5,5% +18,3

Fonte: Governo Usa[4] rielaborazione dell’autore

Le ragioni della scarsa integrazione commerciale fra Washington e Mosca vanno invece ricondotte a cause storico-politiche come la contrapposizione del periodo della Guerra Fredda, caratterizzata anche da modelli e sistemi economici distinti e contrapposti, localizzazioni geografiche non favorevoli agli scambi, la non adesione ad organizzazioni economiche sovranazionali comuni, ad eccezione dell’Apec, ed anche a motivazioni di carattere economico produttivo. Infatti, una delle cause del limitato interscambio è riconducibile alla tipologia dell’export di ciascun paese: la Russia esporta in netta prevalenza prodotti energetici (per il 74,5%) dei quali gli Stati Uniti, oltre ad avere fornitori ormai consolidati, hanno prospettiva di coprire nel 2015, in base all’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia[5], il 79% del fabbisogno energetico totale grazie al forte incremento di prodotti energetici derivanti da fonti non convenzionali, nella fattispecie lo shale gas e lo shale oli. Facendo leva, proprio, sul recente cospicuo aumento della quantità di petrolio estratto tramite la frantumazione delle rocce, gli Stati Uniti affiancheranno ai primi di novembre l’Arabia Saudita in testa alla classifica dei paesi produttori, con 12 milioni di barili al giorno, in attesa di superarla. Evidente che gli Stati Uniti non hanno interesse ad aumentare ulteriormente le loro importazioni energetiche da Mosca anche in una prudente ottica di diversificazione dei canali di approvvigionamento, per non esporsi a fattori di rischio in caso di tensioni geopolitiche. D’altro canto Washington per non concedere vantaggi alla Russia, non incrementa l’export di tecnologia, soprattutto quella avanzata, in settori strategici che, non a caso, è stata oggetto di sanzioni.

Le principali voci dell’export statunitense in Russia sono macchinari e mezzi di trasporto per il 58%, prodotti agricoli e dell’industria alimentare per 19% e prodotti chimici per il 15%. Con questa composizione merceologica dell’import dagli Stati Uniti non risulta complesso comprendere come Putin abbia voluto colpire una voce importante, come i prodotti agroalimentari, ma non strategica per la propria economia e facilmente sostituibile con prodotti di altri stati, come Cina, Turchia e paesi latinoamericani, e tramite l’aumento della produzione interna.

Per quanto riguarda l’impiego di capitali a scopo produttivo accumunati,l’esiguità delle quote coperte dallo stock di Investimenti Diretti Esteri (Ide) operati dalle società imprenditoriali russe negli Usa, appena il 2,7% e, soprattutto, statunitensi in Russia addirittura lo 0,61%[6] rappresenta chiaro indicatore della spiccata marginalità economico/finanziaria che caratterizza i due paesi. Probabilmente la diffidenza e la contrapposizione del periodo della Guerra fredda, non sono mai state del tutto superate e alla luce delle vicende ucraine, hanno finito inesorabilmente per riemergere.

Unione Europea e Russia: due aree  geoeconomiche ad elevato grado di integrazione

Negli ultimi 2 decenni gli investimenti delle imprese comunitarie in Russia sono andati gradualmente aumentando, in parallelo con l’intensificarsi dell’interscambio commerciale e finanziario fra le due aree, al punto da risultare ad oggi realtà economiche con un grado di interdipendenza tale che il verificarsi di rotture negli equilibri provocherebbero, su entrambi i fronti, pesanti ricadute negative.

Le relazioni commerciali fra Unione Europea e Russia In base ai dati Eurostat hanno registrato, nel 2012,  un interscambio totale di 336 miliardi di euro (430 miliardi di $[7]) con saldo favorevole al gigante euroasiatico per 90 miliardi (tabella 2), determinato in larga misura dalle rilevanti forniture energetiche che rappresentano il 76% dell’export di Mosca verso l’area comunitaria, mentre le importazioni russe risultano fortemente caratterizzate dai prodotti industriali che arrivano a coprirne l’85% del totale.

Tabella 2: confronto interscambio fra Russia – Ue e Russia -Usa  nel 2012 in miliardi di euro e di dollari

Anno 2012 Valori in € Valori in $ Anno 2012 Valori in $ Valori in €
Export 213 € 273 $ Export 29,0 $ 22,6 €
Import 123 € 157 $ Import 10,7 $ 8,4 €
Saldo Russia  + 90 €  + 115 $ Saldo Russia  + 18,3 $  + 14,3 €
Interscambio totale Russia – Ue 336 € 430 $ Interscambio totale Russia – Usa 39,7 $ 31,1 €

Fonte: Eurostat e Governo Usa. Rielaborazione dell’autore

La Russia, quarto mercato di sbocco comunitario (tabella 3), nel 2012 ha assorbito il 7% delle esportazioni dell’Ue corrispondenti a 123 miliardi di euro (157 miliardi di $), mentre Mosca è risultato il secondo fornitore di Bruxelles, dopo la Cina e davanti agli Stati Uniti, con 213 miliardi di euro, (273 miliardi di $)  pari al 12,5% .

Tabella 3: quote di destinazione dell’export e di provenienza dell’import dell’Unione Europea anno 2012

Destinazione delle  esportazioni Ue Percentuale delleesportazioni Ue Origine delle  importazioni Ue Percentuale diimportazioni Ue
Stati Uniti 16,5% Cina (esclusa Hong Kong) 16,5%
Svizzera 10,0% Russia 12,5%
Cina (esclusa Hong Kong) 8,5% Stati Uniti 11,5%
Russia 7,0% Svizzera 5,5%
Turchia 4,5% Norvegia 5,5%
Giappone 3,0% Giappone 3,5%
Norvegia 3,0% Turchia 3,0%
Resto del Mondo 47,5% Resto del Mondo 42,0%

Fonte: Commissione europea, DG TRADE[8] “L’Unione Europea e i suoi partner commerciali”

Analizzando, invece, i dati del commercio estero russo dell’anno 2012, prima dell’inizio della crisi ucraina, ne emerge una dipendenza di Mosca ancor più accentuata dal mercato comunitario, tant’è che l’Ue ha assorbito addirittura il 52% del totale dell’export di Mosca (tabella 4) ed ha fornito il 41% dell’import russo per un interscambio totale di 430 miliardi di $ (tabella 2). Nell’anno in questione il rapporto fra i controvalori scambiati fra Russia e Ue al cospetto di quelli fra Russia e Usa ammontava a circa 11:1.

Tabella 4: interscambio commerciale fra Ue e Russia nel 2012 in miliardi di euro.

 Anno 2103 Quote di import e export russo con la Ue Quota di prodotti energeticirussi Quota di prodotti industrialiUe
Quota export russo in Uesu totale export Russia 52% 76%
Quota import russo dalla Uesu totale importRussia 41% 85%

Fonte: Guida per gli operatori economici italiani nella Federazione Russa[9]

Il capitolo più delicato delle relazioni commerciali fra Russia ed Ue è sicuramente rappresentato dalle forniture energetiche per le quali i paesi comunitari hanno sviluppato un modello di approvvigionamento che non risulta propriamente equilibrato. I colossi energetici russi, Rosneft e Gazprom in testa, costituiscono nettamente i principali fornitori dei paesi dell’Ue garantendo la copertura del 35% dell’import petrolifero comunitario e del 30% di quello del gas[10], con la Germania che arriva addirittura al 42%. Le tensioni nell’area mediorientale, la sicurezza delle forniture tramite gasdotti e oleodotti, la stabilità dei prezzi del gas e il consolidamento delle relazioni politiche[11] hanno spinto i governi europei ad aumentare le quote di import da Mosca fine ad arrivare ad una situazione di accentuata dipendenza che, tuttavia, in tempi di relazioni stabili faceva dormire sonni tranquilli ai governanti europei. Contrariamente, quando le acque hanno iniziato ad agitarsi, seppur mosse da venti ‘esterni’, non poche preoccupazioni sono sorte per i timori di una escalation incontrollata con rischio di interruzione delle forniture.

Le sanzioni comminate dall’Ue vanno ad incidere pesantemente nel settore russo col più alto grado di interdipendenza col corrispondente comparto comunitario, quello finanziario, tanto che gli stock di Ide[12] dei paesi Ue rappresentavano, nel 2012, il 65% del totale di quelli accumulati in Russia[13], mentre le società russe detenevano sul territorio comunitario addirittura il 69% degli investimenti produttivi esteri complessivi (tabella 5).

Tabella 5: stock di Investimenti Diretti Esteri Ue in Russia e russi in Ue nel 2012 in miliardi di $

Investimenti 2012 Stock di Ide miliardi di $ Variazione rispetto 2011 Stock di Ide totali Russia Quota di Ide Ue in Russia Quota di Ide russi in Ue su totale Russia
Ue in Russia 244,5  + 8,6% Entrata:   376 65,03%
Russi in Ue 224,8 + 18,7% Uscita:     324 69,26%
Saldo  Ue-Russia + 19,7 Saldo:     + 52

Fonte: dati della Banca Centrale[14] Russa rielaborati dall’autore

Una chiara testimonianza che le tipologie di sanzioni economiche e finanziarie vengono selezionate nell’evidente intento di colpire quei settori in cui hanno maggiori  possibilità di essere efficaci. E in questo caso i vertici europei sembrano aver colto nel segno considerato che tra il 2004 e il 2012 le imprese e le banche russe si sono rifinanziate in Europa per quasi 50 miliardi di dollari.

                   Gli effetti della crisi Ucraina e delle sanzioni                sulle relazioni commerciali con la Russia

Le preoccupazioni delle imprese italiane che operano in Russia sono state espresse anche il 23-24 ottobre a Verona alla terza edizione del Forum Eurasiatico per bocca di Antonio Fallico, presidente dell’Associazione Conoscere Eurasia e di Banca Intesa Russia: “Le tensioni geopolitiche internazionali con la Russia le stanno pagando sempre di più le nostre imprese. Il dato comunicato poco fa da Istat sull’export italiano verso Mosca a settembre (-10,2% sul 2013) è purtroppo la cartina di tornasole di una crisi che pesa in primis sulla nostra economia. Solo a settembre sono scomparsi quasi 100 milioni di euro del nostro export verso Mosca mentre dall’inizio dell’anno l’interscambio con italo-russo si è ridotto di circa 3,2 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo del 2013”. “Una vera e propria sciagura per il made in Italy”, ha continuato Fallico, visto che “negli ultimi 4 anni in Russia il made in Italy era cresciuto del 66%”, per poi concludere: “C’è l’esigenza di fare presto e bene e di recuperare il dialogo: lo chiedono ai presidenti Putin e Renzi le migliaia di imprese che hanno scommesso su un nuovo mercato”. Al vertice era presente un illustre e nutrito parterre di manager e politici fra cui Romano Prodi in qualità di presidente della Fondazione per la Collaborazione fra i Popoli, che ha dichiarato che le sanzioni sono “un suicidio collettivo” che risparmia però gli Usa, per poi aggiungere: “Non ci dobbiamo far fare il gioco delle carte dagli altri”. Il viceministro russo degli Affari esteri Alexey Meshkov fa i conti in tasca a Bruxelles rilevando “per l’Europa una perdita di 40 miliardi quest’anno e di 50 miliardi per il 2015”, ma si dice convinto che “alla fine potremo uscire da questa crisi che non serve a nessuno e ricominciare a collaborare con l’Italia”.[15]

Gli Stati Uniti sin dalle origini della crisi ucraina hanno assunto posizioni più intransigenti rispetto agli europei nei confronti di Mosca e spinto in maniera decisa per l’introduzione delle sanzioni e per i loro inasprimenti successivi, costringendo Putin alle inevitabili contromosse che hanno, tuttavia, prodotto effetti negativi solo sugli scambi fra l’Ue e Mosca, mentre le già esigue relazioni commerciali con gli Stati Uniti non hanno subito ripercussioni. Confrontando, infatti, i dati del governo statunitense fra il valore dell’interscambio russo-statunitense dei primi 8 mesi del 2013 coi corrispondenti mesi del 2014, rileviamo come gli scambi totali abbiano subito solo una lieve flessione, da 25,6 a 24,5 miliardi di $, in presenza tuttavia di una dinamica dell’import-export favorevole agli Stati Uniti (tabella 6).

Tabella 6: interscambio commerciale fra Usa e Russia nel  2013 su base mensile. Valori in milioni di dollari

 Interscambio commerciale   Usa – Russia Export Import Saldo
TOTALE  primi 8 mesi del 2013 7,081 18,546.3 -11,465.3
  TOTALE 2013 11,136.5 27,086.2 -15,949.8
  TOTALE  primi 8 mesi del 2014 7,539.2 17,059.5 -9,520.2

Fonte: Governo Usa[16] rielaborazione dell’autore

La Russia infatti vede diminuire le proprie esportazioni da 18,5 a 17 miliardi di $ mentre gli Stati Uniti incrementano addirittura l’export passando da 7 a 7,5 miliardi di $, contemporaneamente i paesi europei già in agosto subivano una sensibile diminuzione dell’export, in particolare agroalimentare, verso Mosca.

Allarmanti per l’Italia i dati tendenziali relativi al mese di agosto diffusi da Coldiretti[17]  dai quali emerge un calo complessivo delle esportazioni in Russia di tutti i prodotti Made in Italy del 16,4% che riguarda tutti i principali settori, dall’agricoltura, la più colpita con addirittura -63%, al tessile (-24,8%), dai mezzi di trasporto (-50,1%) ai mobili (-17,8%), sino ai farmaceutici (-32,3%). Il trend negativo dell’export italiano verso Mosca è confermato dalla stessa Coldiretti anche in settembre che rileva una riduzione del  10,2%[18].

Tabella 7: riduzione in percentuale dell’export italiano in Russia nel mese di agosto 2014

COMPARTO RIDUZIONE PERCENTUALE DELL’EXPORT
Prodotti agricoli -63%
Prodotti Alimentari -12%
Prodotti tessili e dell’abbigliamento e accessori -24,8%
Legno e prodotti del legno -26,4%
Articoli farmaceutici, chimico medicinali -32,2%
Articoli in gomma e materie plastiche -10,4%
Metalli di base e prodotti in metallo -37,9%
Apparecchi elettrici -15,9%
Mezzi di trasporto -50,1%
Mobili -17,8%
Macchinari ed apparecchi +5,5%
Sostanze e prodotti chimici +8,5%
TOTALE MEDIA -16,4%

Fonte. Elaborazioni Coldiretti su dati Istat di agosto

 

Uno studio effettuato da Sace in ottobre[19], stima per l’Italia una potenziale perdita di esportazioni in Russia compresa tra € 1,8 miliardi e € 3 miliardi, nel biennio 2014-2015, a seconda dello scenario.

I contraccolpi sull’economia italiana e sul Mezzogiorno

In base a al rapporto SVIMEZ del 28 ottobre 2014[20], il Pil nel 2013 registra nel Mezzogiorno un crollo del 3,5%,[21]con un calo superiore di quasi due percentuali rispetto al Centro-Nord (-1,4%)[22]. Da rilevare che per il sesto anno consecutivo il Sud risulta in recessione, a testimonianza della criticità strutturale dell’area: negli anni di crisi 2008-2013 il Sud ha perso il 13,3% di Pil contro il 7% del Centro-Nord. Il divario di Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2013 è sceso al 56,6%, tornando ai livelli del 2003, oltre dieci anni fa.

Negli ultimi sei anni di crisi il valore aggiunto del settore agricolo meridionale ha ceduto l’8,8%. In questo quadro generale, le contromisure russe introdotte contro i prodotti agroalimentari comunitari vanno ad impattare pesantemente contro il comparto agricolo italiano che ad agosto, secondo Coldiretti, ha registrato un crollo dell’export verso la Russia addirittura del 63%, causando grave contraccolpo al settore economico meridionale che da solo, a livello nazionale, produce il 40% del valore aggiunto e assorbe il 46% degli occupati e che risulta strategico per l’economia del Mezzogiorno.

La decisione del Consiglio Europeo, divulgata il 28 ottobre, che conferma il mantenimento delle sanzioni economiche nei confronti della Russia, risulta di difficile comprensione per i cittadini italiani alle prese con una previsione di diminuzione del Pil per il 2014 dello 0,4% e, in particolare, per quelli del Sud che si apprestano a registrare il settimo anno consecutivo di recessione (-1,5%). Il Mezzogiorno tra il 2008 ed il 2013 ha subito una caduta dell’occupazione del -9%, a fronte del -2,4% del Centro-Nord[23]. La nuova flessione riporta il numero degli occupati del Sud per la prima volta a 5,8 milioni, il livello più basso almeno dal 1977 con le famiglie in povertà assoluta[24] che salgono al  12,6%, contro il 5,8% del centro-nord.

In presenza di una desertificazione economica e sociale di queste dimensioni, i governi dei paesi europei, seguendo Obama sull’autolesionistica strada dello scontro frontale con la Russia e dell’inasprimento delle sanzioni, non sembrano rendersi conto dei nefasti effetti che stanno travolgendo le loro economie e le loro società. In particolare, il Primo Ministro italiano, presidente di turno dell’Ue, che frequentemente dichiara di voler ‘cambiare verso all’Italia’ ha consapevolezza che, in base a quanto riportato da Svimez,‘nel Mezzogiorno la peggior crisi economica del dopoguerra rischia di essere sempre più paragonabile alla Grande Depressione del 1929?’

Crisi ucraina: l’impervia via d’uscita ‘finlandese’

I governi europei, dopo aver assecondato la spregiudicata strategia di Obama dell’allargamento della Nato sino ai confini della Russia, provocando un’escalation della tensione intereuropea come non accadeva dai tempi della Guerra Fredda, si trovano ora in difficoltà di fronte all’empasse di Washington che in questa fase sembra volgere le proprie attenzioni alle complesse questioni mediorientali. I leader europei dovranno cercare di risolvere la crisi Ucraina, apparentemente senza la ‘guida’ americana, con i limiti delle divisioni interne e, forse, privi di un preciso disegno strategico. Tuttavia, questo contesto rappresenta probabilmente l’occasione per iniziare ad affrontare i problemi con una dose di sano pragmatismo geopolitico, abbandonando gli azzardati progetti espansionistici disegnati oltreoceano.

Nell’immediato gli obiettivi primari sembrano rappresentati dall’attivazione di una azione politica e diplomatica finalizzata alla stabilizzazione della traballante tregua raggiunta il 5 di settembre a Minsk, fra Kiev e i separatisti del Donbass, e alla risoluzione della crisi delle forniture del gas a Kiev che Mosca ha sospeso da giugno, a causa di oltre 5 miliardi di $ di debiti non pagati, mettendo a rischio anche le importazioni dei paesi dell’Ue.

In questa ottica il Vertice Euroasiatico del 15 ottobre di Milano ha fornito l’occasione per riportare ad un tavolo negoziale, dopo il gelo dei mesi scorsi, Putin e Poroshenko insieme ai leader comunitari per far riprendere le trattative dirette fra le due controparti. L’accordo raggiunto a Bruxelles il 31 ottobre fra Russia e Ucraina, con la mediazione della Ue, attraverso il rimborso da parte ucraina di 3,1 miliardi di $ entro la fine dell’anno e la riattivazione delle forniture, forse apre uno spiraglio per la risoluzione definitiva della crisi ucraina in forma pacifica e condivisa. In tale prospettiva sono confortanti le prime dichiarazioni di Federica Mogherini, appena assunta la carica di Alto Segretario dell’Ue per gli Affari Esteri, con le quali ha definito suo “principale compito personale” la costruzione del dialogo fra Russia e Ucraina e la fine della “guerra delle sanzioni”.

In mancanza dell’intransigente ‘tutela’ di Washington e sospinti da un possibile clima di disgelo la diplomazia comunitaria forse riuscirà a valutare con maggiore attenzione le dichiarazioni rilasciate dall’ex presidente della Commissione Europea Romano Prodi al “Forum Ambrosetti” di Cernobbio ad inizio settembre: “Il conflitto in Ucraina è anche colpa europea per aver sottovalutato la Russia. L’Ucraina non può essere ne’ russa ne’ europea. O ci convinciamo che è un ponte tra l’Europa e la Russia, o va a finire male.” Prodi ha poi concluso: “L’Ucraina nella Nato non ci deve entrare. Perché non si mettono le dita negli occhi a nessuno”.

Probabilmente la via di uscita dalla crisi non può prescindere dal riconoscimento alla Russia dell’attuale ruolo di potenza mondiale emergente, che a Washington alcuni si ostinano ancora a negare, e dei legami storici, etnico-culturali ed economici che legano Mosca a doppio filo all’Ucraina, o quantomeno, a parte di essa. Non è certamente seguendo gli Usa nello scontro frontale con Mosca, disconoscendole lo ‘status’ geopolitico che ha riconquistato ma, aprendo trattative diplomatiche paritarie fra Bruxelles, Kiev e Mosca per ricomporre le molteplici linee di frattura, dalla questione delle Repubbliche del Donbass alle forniture energetiche, che attraversano attualmente l’est europeo.

Per il conseguimento di un assetto geopolitico europeo, stabile e condiviso, l’unica strada percorribile passa probabilmente attraverso la concessione dell’autonomia delle Repubbliche Popolari di Donestk e di Luhansk, nell’ambito della futura Repubblica Federativa Ucraina, uno stato cuscinetto, fra Ue da un  lato e Unione Euorasiatica[25] dall’altro, che non solo ricomponga le tensioni ma che faciliti le relazioni fra i due blocchi. Potrebbe delinearsi in tal modo un nuovo equilibrio geopolitico che riporterebbe l’Ucraina a rivestire, seppur con funzioni diverse, il ruolo che fu’ della Finlandia ai tempi della Guerra Fredda. Non un’anacronistica funzione di separazione di sfere di influenza, bensì quella di futuro ‘stato ponte’ fra est e ovest europeo; due aree legate da profonde relazioni storiche e, oggi, da un forte interscambio finanziario e commerciale che fa perno sulle risorse energetiche e minerarie da un lato e sulla tecnologia e l’ingegno creativo dall’altro.

Lontano dalle pressioni statunitensi gli europei, nel loro insieme, sono in grado di trovare una soluzione che, non solo allontani gli spettri della guerra ma, che garantisca anche la ripresa del processo di cooperazione politica e di integrazione economica, già avviato da quasi un ventennio fra la parte occidentale e quella orientale del Vecchio Continente.

Il problema di fondo è che questa prospettiva non coincide con le strategie di Washington di espansione della propria sfera di influenza tramite l’ampliamento della Nato e l’entrata in vigore del TTIP, il Partenariato Transatlantico sul Commercio e sugli Investimenti, sul quale qualche resistenza inizia a manifestarla anche il governo tedesco.

 

Note:

[1] [1] Fonte: http://www.ice.gov.it Misure Restrittive  Federazione Russa e Sanzioni Unione Europea. Agenzia ICE Mosca 24   Settembre 2014

[2] Fonte http://www.infomercatiesteri.it Dati Eurostat rielaborati da ambasciata italiana

[3] http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/agroalimentare/2014/10/21/ucraina-ue-mosca-conferma-a-bruxelles-estensione-embargo_a71dbbfa-4e88-4499-8abc-7d7aaadb82a1.html

[4]  Fonte: https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c4621.html

[5] http://www.abo.net

[6] Lo stock di Ide nel 2013 Russi negli Usa ammontava a 8,7 miliardi di $, mentre quelli statunitensi in Russia a soli 2.3 miliardi di $. Per gli Usa l’interscambio con la Russia rappresenta uno dei rari casi in cui registra saldo negativo.

[7] Conversione effettuata con rapporto di  cambio USD-Euro a 1,28

[8] http://www.europarl.europa.eu/aboutparliament/it/displayFtu.html?ftuId=FTU_6.2.1.html

[9] http://www.esteri.it/…/20120528_ambitalia_amosca_guidaoperatorieconomici..

[10] Fonte: Statistical pocketbook 2013. Unione Europea. I dati si riferiscono  al 2011. Il secondo fornitore comunitario di petrolio è la Norvegia che copre il 12% dell’import e di gas è l’Algeria con 13%.

[11] Accordo di Partenariato e Cooperazione (APC) del 1997. Al vertice Russia – Ue di San Pietroburgo del maggio 2003, l’UE e la Russia hanno rafforzato la cooperazione reciproca mediante la creazione di quattro «spazi comuni».

[12] Investimenti Diretti Esteri: investimento internazionale effettuato da un soggetto residente in un dato paese finalizzato a stabilire un interesse durevole in un’impresa residente in un altro paese (quinto Manuale della Bilancia dei Pagamenti del Fondo Monetario Internazionale).

  • L’interesse durevole implica l’esistenza di una relazione di lungo termine nonché l’esercizio di un’influenza significativa sulla gestione dell’impresa
  • Acquisto minimo dell’investitore del 10% dei diritti di proprietà

Le statistiche sugli IDE registrano:

  1. I flussi di IDE: l’ammontare di IDE effettuato in un arco di tempo di tempo, in genere un anno
  2. Gli stock di IDE: il valore totale delle attività estere accumulate nel tempo

[13] In base ai dati delle Dogane Russe, Il valore dello stock di Investimenti Diretti Esteri (Ide), posseduti in Russia dai paesi della Ue nel 2012, su di un totale di 376 miliardi di $, ammontava a ben 244,5 miliardi di $, mentre su un valore complessivo di 324 miliardi $ di Ide effettuati nel 2012 dalla Russia all’estero, il valore di quelli detenuti nei paesi dell’Ue e’ stato addirittura di 224,8 miliardi di $.

[14] http://www.ice.gov.it Report: Fare Affari in Russia Investimenti Esteri Agenzia ICE Mosca Settembre 2014

[15]http://it.rbth.com/in_breve/2014/10/23/al_via_il_forum_eurasiatico_di_verona_con_i_big_della_politica_e_i_m_33149.html

[16]  Fonte: https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c4621.html

[17] Report Coldiretti al Forum Internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio (17-18 ottobre) sulla base dei dati Istat relativi al mese di agosto 2014 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (dato tendenziale) http://www.coldiretti.it/News/Pagine/694–%E2%80%93-18-Ottobre-2014.aspx

[18] http://www.coldiretti.it/News/Pagine/707—23-Ottobre-2014.aspx

[19] http://www.sace.it/focus_on_ Europa-Russia: una guerra commerciale alle porte?

[20] Fonte: http://www.svimez.info/rapporto2014

[21] Le regioni del Sud Italia nel 2013 hanno addirittura approfondito la flessione del Pil dell’anno precedente (-3,2%),

[22] La variazione del Pil nel 2013 a livello nazionale è stata del -1,9%

[23] Delle 985mila persone che in Italia hanno perso il lavoro fra il 2008 e il 2013 ben 583mila sono residenti al Sud

[24] Famiglie assolutamente povere con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia fissata annualmente dall’ISTAT. Per il 2013 per una famiglia mononucleare residente in un’area metropolitana del Sud è pari a 602 euro

[25] Il progetto di integrazione post sovietico inizia con la nascita dell’Unione doganale nel 2010 e dello Spazio economico comune nel 2012: uno mirato alla graduale eliminazione degli ostacoli doganali, l’altro volto a creare uno spazio di libera circolazione delle persone, merci e servizi. http://www.ispionline.it/it/articoli/articolo/russia-eurasia-europa/le-direttrici-della-politica-estera-russa-11275

Il primo gennaio 2015, entrerà in vigore il Trattato che istituisce l’Unione economica euroasiatica. Essa prenderà il via nella forma di quattro Stati: Russia, Bielorussia, Kazakistan e Armenia http://italian.ruvr.ru/2014_10_31/279473519/

 

 


 

 

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Discussione

Un pensiero su “Crisi Ucraina: il boomerang delle sanzioni europee

  1. Già parlare di sanzioni presuppone di autonominarsi censore mondiale, e Putin non ci penserebbe se volesse chiudere gas e bocca all’ue, che è un’Unione di stati al pari della Lega araba

    Mi piace

    Pubblicato da klement | 22/01/2015, 11:25

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