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Emigrazione vecchia e nuova: “message in the bottle”

message in the bottledi Rodolfo Ricci (Fiei)

Bisogna ringraziare la Fondazione Migrantes e tutto il folto gruppo di ricercatori e operatori che sotto la regia di Delfina Licata da anni ci forniscono un riferimento indispensabile per leggere e riflettere sui cambiamenti che stanno avvenendo dentro le nostre collettività emigrate e le tendenze che si affermano.

Quest’anno il rapporto sugli italiani nel mondo 2014, presentato ieri a Roma, conferma in modo inequivocabile, con gli indispensabili supporti statistici, la percezione che da diversi anni le rappresentanze associative e di servizio stanno diffondendo sulla crescita molto consistente dei nuovi flussi di emigrazione giovanile – e non solo – dal nostro paese.

L’illustrazione fatta dal Dott. Gazelloni, dell’Istat, è stata, a questo proposito, decisiva. Le conclusioni tracciate da monsignor Perego, chiare e pienamente condivisibili.

Meno condivisibile, a mio parere, l’approccio dell’intervento del sottosegretario Mario Giro, di cui tuttavia sono apprezzabili diversi passaggi e l’attenzione partecipata con cui, a differenze di altri suoi predecessori, sta dando dimostrazione di seguire le questioni degli italiani all’estero.

La tesi sostenuta dal sottosegretario è che la storia dell’emigrazione italiana è stata una storia di grande successo. E che bisogna evitare una lettura dei nuovi flussi di emigrazione con i soliti atteggiamenti piagnucolosi. Il problema, ha detto Giro, è piuttosto che l’Italia non è altrettanto attrattiva di altri paesi ove convergono i flussi maggiori di nuova emigrazione, o di nuova “mobilità internazionale”. Vedo in un comunicato odierno, che l’amico Eugenio Marino, riconfermato  recentemente alla guida del settore italiani nel mondo del PD, condivide questa impostazione.

Non voglio contraddire nè il fatto che la storia dell’emigrazione italiana sia stata generalmente una storia di successo, nè che sia una grande risorsa, nè ovviamente, il fatto oggettivo che oggi l’Italia non sia sufficientemente attrattiva per giovani di altri paesi.

Vorrei solo continuare in linea logica, il ragionamento, evitando di incorrere in una possibile, ma impropria deduzione: che anche i flussi di nuova emigrazione siano segnali di successo e che magari siano da auspicare.

Il responsabile dell’Istat ha chiarito, nel suo intervento, che la curva in ascesa dei flussi in uscita (nuova emigrazione dall’Italia) stanno avvicinandosi ai flussi in discesa dei flussi di immigrazione; più o meno tra due anni le due curve si incontreranno.

Questo significa che l’Italia non è appetibile non solo alle generazioni Erasmus di altri paesi nordeuropei, per capirci, ma neanche da quelli in fuga dall’Africa o dall’Asia che arrivano in Italia solo per attraversarla e trasferirsi in altri paesi.

Ci troviamo cioè nella imprevista situazione che diminuisce l’immigrazione ed aumenta l’emigrazione. Questo rappresenta un ritorno al passato remoto, o almeno a 40-50 anni fa. E’ la conferma che siamo pienamente dentro una drammatica crisi rispetto alla quale non si tratta di trovare qualche espediente tecnico per rendere più attrattiva l’Italia: perché, ci chiediamo, un giovane ricercatore o laureato tedesco o francese dovrebbe venire a vivere e a lavorare in Italia ?

Siccome l’emigrazione italiana è stata una storia di successo, qualcuno po’ pensare che anche la nuova emigrazione sarà altrettanto di successo, anzi, ancora di più della precedente, anche perché i livelli di scolarizzazione e di competenze di chi si muove sono nettamente più alti di quelli che li hanno preceduti.

Da quanto ci raccontano i nostri colleghi all’estero, la cosa non pare così scontata. Ci sono un bel ventaglio di problemi e di difficoltà che i nuovi migranti e le loro famiglie debbono affrontare. Ma anche se lo fosse, il piccolo problema è che sarà magari, e lo speriamo, un successo per chi emigra e certamente per i paesi che accolgono la nuova emigrazione, mentre sarà un insuccesso lampante e grave per l’Italia, che ha investito su di loro e che si vede sfuggire un enorme capitale umano.

Storicamente l’emigrazione italiana ha costituito una valvola di sfogo essenziale per abbassare i livelli di disoccupazione e il disagio sociale in particolari fasi. Ma allo stesso tempo, salvo garantire le rimesse fino agli anni ’70 e magari contribuendo ad aprire qualche mercato di sbocco per produzioni etniche, ha abbassato le opportunità di sviluppo endogeno del paese. In particolare nel meridione d’Italia.

Come detto, ciò costituisce la dimostrazione, anch’essa storica, dell’incapacità delle classi dirigenti nazionali (nel loro complesso) di valorizzare il capitale umano disponibile.

Possiamo consolarci oggi con l’introduzione dell’espressione “nuove mobilità” internazionale ? Del vagare dentro e fuori del continente per conoscere lingue e costumi diversi, sembrerebbe in modo analogo a quanto facevano i figli della grande borghesia nord-europea dell’ottocento quando visitavano il sud Europa e l’Italia affascinati dalla loro storia e bellezza?

Non mi sembra proprio:  pare piuttosto che ci si trovi di fronte al rischio di una nuova retorica della mobilità che serve a non affrontare il problema.

Credo invece che al 90% la nuova emigrazione sia figlia della nuova povertà indotta dalla crisi; da una mala politica subalterna alle scelte internazionali (e nazionali) della grande finanza; di uno squilibrio gravissimo nella distribuzione della ricchezza nel nostro paese; di un mondo del lavoro sempre più precarizzato e con sempre meno diritti; infine dell’incapacità strutturale del mondo imprenditoriale di valorizzare il tesoro costituito dal capitale umano che le generazioni precedenti hanno prodotto dall’ultimo quarto del secolo scorso in poi. Cioè dall’introduzione della scuola di massa.

Lo so che fa male e si ha difficoltà a riconoscerlo, ma se non operiamo secondo verità, non saremo in grado di organizzare prospettive e politiche attive per risolvere questi problemi.

Allora, mi pare essere una grande rinuncia della politica, immaginare di far affidamento a nebulose risorse private per ri-finanziare i tagli operati dal pubblico nel settore delle politiche per gli italiani all’estero; Mario Giro ha annunciato che già è pressato da altri imminenti tagli da fare. Chiediamo: serve sostenere che anche la nuova emigrazione è un successo, per evitarli ? E poi, perché mai i privati dovrebbero intervenire dopo e non piuttosto prima che i giovani se ne vadano ?

O non è il caso di far presente (ai rispettivi superiori in linea gerarchica) che mentre ci si richiama quotidianamente alla necessità di rilanciare il paese, l’emorragia di nuova emigrazione altamente scolarizzata è un fattore che può solo ridurne la stessa possibilità? E che quindi l’ importante investimento da fare è almeno quello di mantenere stretti vincoli e relazioni con chi è già partito e sta partendo, assumendosi l’impegno – pubblico – di accompagnare i periodi di emigrazione nella speranza che in un futuro prossimo queste energie possano servire di nuovo a questo paese ?

Analogamente, a livello regionale, mentre si straparla – con ritardi concettuali notevoli – di coinvolgere le collettività regionali emigrate nello sviluppo territoriale, perché non si attuano politiche di contenimento del nuovo esodo o quantomeno di un suo orientamento finalizzato ?

Non voglio dare io una risposta a queste domande, non perché non abbia qualche ipotesi da fare, ma perché auspicherei che al di là di rispettive posizioni e difese d’ufficio, si apra, finalmente un dibattito pubblico su questi temi, in grado di far evolvere il quadro di riferimento della discussione sugli italiani all’estero, emancipandola, possibilmente, dagli asfittici e marginali ambiti in cui essa stessa si è cacciata.

 

———————————–

Per informazioni sul Rapporto italiani nel mondo 2014 della Fondazione Migrantes, vai a:

http://www.chiesacattolica.it/

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Discussione

Un pensiero su “Emigrazione vecchia e nuova: “message in the bottle”

  1. Sono fondamentalmente d’accordo con te Rodolfo e trovo che la retorica sia un male concettuale che sta invadendo e inquinando il nostro paese. Rigurgiti della coscienza? Cinismo? Forse la seconda ipotesi è quella buona. Io sono all’estero da più di un ventennio e cosa ha fatto il mio paese per facilitarmi l’ingresso nel mondo del lavoro qui in Francia? Si sa che questo paese è molto esigente nell’accoglienza e quindi speravo in un aiuto, un sostegno, un interessamento:niente. Cosi’ come tanti miei colleghi e amici. Soli eravamo e soli siamo. Non credo che il solo votare per i Comites risolva qualche cosa. Sarà da farsi e lo faremo ma con una lucidità che nasce dall’esperienza, anche dalla sofferenza. Poi ci sono quelli a cui neanche si puo’ parlare di queste elezioni perché le rifiutano in blocco e con intelligenza. Condivido l’analisi politica del tuo articolo e anche quella sociologica. Il nostro paese è in discesa e noi lo vediamo bene.Inutile raccontarci storie o millantare. Abbiamo immense ricchezze di cultura e di storia e non le mostriamo, siamo rinchiusi in una logica di incartamento, stiamo dietro a uno sviluppo standardizzato e stupido. Non abbiamo capito che il mondo sta cambiando e che dall’Italia ci si aspetta altro, proprio una riflessione di memoria edi cultura che andrebbe contro corrente e che apporterebbe i germi dell’innovazione in una società mondiale malata e incracrenita in un capitalismo malefico e distruttore. Le ricchezze non si donano, si condividono per il bene comune. Questo bene comune che tanto era importante per noi fin dal secolo dei Lumi e che noi non vediamo neppure. Fra queste ricchezze ci sono le memorie e le storie di milioni di espatriati, di combattenti che vorrebbero raccontarle e testimoniare. Ma neanche esistono questi archivi e nessuno ci pensa. Ecco, questo sarebbe anche il compito dei Comites nuovi.

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    Pubblicato da Maria Vitali-Volant | 09/10/2014, 23:19

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