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CRISIS, Europa, Italia, Politica

La crisi politica francese e i suoi riflessi sul quadro italiano ed europeo

parigiromadi G.Z. Karl

È passata sostanzialmente inosservata la crisi politica francese delle scorse settimane, che ha comportato le dimissioni del Governo Valls I e la formazione, poi, di un nuovo Governo Valls (II). Eppure, non si è trattato di una crisi banale, bensì di una crisi che ha una portata europea nella sua dimensione sia politica sia economica e di cui sarà possibile accorgersi, ovviamente, solo col tempo e quindi nei mesi a venire.

La crisi è esplosa all’improvviso quando il Ministro dell’Economia, Montebourg, ha sferrato alcuni fendenti verbali polemici contro Angela Merkel e le sue politiche di austerità. Le espressioni usate da Montebourg sono state talmente dure e inamichevoli verso la Merkel da obbligare Valls alle dimissioni per giungere, così, alla sostituzione dei ministri sostenitori della linea di Montebourg.

Naturalmente, la crisi politica francese ha una portata nazionale. Se leggessimo la politica francese secondo i canoni della politica italiana, non esiteremmo a definirla uno scontro di potere per le poltrone (vedi alla voce: defenestrazione di Letta da parte di Renzi). Certo, non si può negare che le cose stiano anche in questi termini. È difatti evidente la crisi di legittimazione politica che ha colpito la presidenza Hollande, con la sua caduta di popolarità, la sconfitta alle elezioni di quest’anno (le elezioni locali, le elezioni europee e ancor più di recente la sconfitta alle elezioni senatoriali che ha comportato la perdita della maggioranza conquistata al Senato ormai tre anni fa), l’avanzata del Fronte Nazionale e così via. Una simile crisi di legittimazione apre necessariamente le ostilità all’interno del Partito Socialista Francese, in vista evidentemente delle presidenziali del 2017, non essendo certo d’altronde che i socialisti francesi correranno di nuovo con Hollande in conseguenza del disastro politico verificatosi durante la sua presidenza. Questo problema si è già avvertito, peraltro, nel corso di quest’anno dato che la segreteria del partito è passata nel giro di poco tempo da Désir a Cambadélis.

Lo scontro in atto nel Partito Socialista non è però unicamente rivolto all’affermazione di predomini personali, cioè non è solamente collegato a una mera lotta per il potere in se stesso, bensì è uno scontro che riguarda (anche e soprattutto) l’andamento e i destini della Francia e della zona euro.

Esso concerne la politica economica condotta in questi ultimi anni, soprattutto (evidentemente) nel corso della presidenza di Hollande. Ciò lo si evince da tutta una serie di elementi: a) le dichiarazioni di Montebourg contro la Merkel con riguardo alle politiche di austerità; b) le dichiarazioni dello stesso Montebourg all’atto delle sue dimissioni dove egli ha fatto esplicito riferimento alla politica di austerità come fattore di divisione all’interno del Governo francese, essendo ormai presente da tempo un disaccordo in proposito che si è talmente radicalizzato da diventare ingestibile.

Anche la tempistica scelta da Montebourg per arrivare alla rottura segna palesemente il motivo del contendere. È palese, infatti, che Montebourg stava da tempo (anche se non lo ha detto) trattando con Valls e Hollande la legge di stabilità da predisporre per l’autunno 2014. Ancorché i contrasti nello specifico non siano stati esplicitati, è chiaro che Montebourg e Hollande/Valls devono essere entrati in disaccordo sulla predisposizione del testo, così che alla fine Montebourg ha preferito tirarsi indietro per non dover portare la responsabilità di una manovra che nei contenuti non condivideva.

A questo proposito, è indicativa la pubblicazione sulla stampa francese di una nota inviata da Montebourg a Hollande negli scorsi mesi, in cui Montebourg ha cercato di delineare i contorni di una politica economica alternativa.

Quanto veniamo dicendo cozza, chiaramente, con quanto è stato riportato dalla stampa italiana, ovverosia col fatto che il Governo Hollande si sarebbe schierato, contro la Merkel, per la fine dell’austerità in Europa.

Ebbene, alla luce delle dimissioni di Montebourg, le cose non stanno affatto in questi termini, altrimenti non si capirebbe perché Montebourg si è dimesso quando poche settimane dopo il Governo Valls ha (avrebbe) fatto ciò che chiedeva lo stesso Montebourg. In realtà, si era in presenza di un contrasto di posizioni all’interno della compagine governativa francese, e dunque del partito socialista francese, tra una posizione desiderosa di provocare il superamento dell’austerità e quindi tesa a promuovere manovre in deficit per far ripartire l’economia (più o meno la posizione di Montebourg) e una posizione che era volta solamente a ritardare il pareggio di bilancio previsto dai trattati europei.

Quest’ultima è la posizione che ha prevalso, in verità, in Francia. A ben vedere, d’altronde, non poteva che essere così se andiamo a guardare lo scenario politico francese. Se si escludono forze più palesemente antiausterità (Front de Gauche) e finanche anti UE (Front National), il resto (e ancor oggi il grosso) del quadro politico francese si fraziona in tre segmenti: PS, Modem, UMP. Queste forze, sebbene in concorrenza tra loro almeno finora, sono quelle che sostengono le politiche UE in Francia. Per di più, nell’attuale quadro politico francese è viepiù improbabile che il Front de Gauche appoggi, alle prossime elezioni presidenziali, il candidato socialista, sicché il PS è costretto giocoforza a puntare, esclusa ovviamente ogni alleanza con l’UMP dell’ex Presidente Sarkozy, a un accordo con la forza centrista del Modem.

Ne segue obbligatoriamente una politica economica che, soprattutto oggi in una situazione in cui il Governo Valls non ha più la maggioranza al Senato, non può che limitarsi a richiedere solamente un rinvio del pareggio di bilancio in considerazione dell’attuale quadro recessivo in seno alla zona euro e più particolarmente in Francia, poiché diversamente il Governo Valls non potrebbe contare, appunto, su un eventuale sostegno parlamentare del Modem (partito che non può certo definirsi antiausterità).

Dall’analisi che precede discendono una conseguenza sul piano della politica interna francese e una riflessione concernente più globalmente il destino della moneta unica e della zona euro (e che interessa inevitabilmente l’Italia).

Quanto alla conseguenza di politica interna francese, è doveroso mettere in rilievo il fatto che, con ogni probabilità, le prossime elezioni presidenziali e legislative nel 2017 (salvo che Hollande decida di giocare di anticipo oppure la situazione politica francese deflagri in conseguenza della scomparsa della moneta unica e richieda allora elezioni anticipate) si giocheranno, per così dire, al centro e cioè il PS cercherà un’alleanza coi centristi del Modem, rimanendo naturalmente alternativi all’UMP e al Front National e non potendo più contare sull’appoggio, neanche esterno, del Front de Gauche.

Per quanto riguarda invece la moneta unica e la zona euro, il dibattito politico francese, fatta eccezione per il Front National che sul punto invece è alquanto esplicito, mantiene un’ambiguità di fondo. L’ambiguità riguarda senza dubbio le politiche di austerità. Si tratta di un problema, questo, che coinvolge, è appena il caso di farlo notare, il resto della sinistra europea di ispirazione socialdemocratica e forse anche la stessa Sinistra Europea.

Abbiamo perciò tre posizioni: a) una posizione riportabile alla Germania di totale adesione alle regole austeritarie; b) una posizione graduale, riconducibile a Hollande (e in Italia a Renzi) che non rinuncia all’austerità ma vuole solo modularla in funzione del ciclo economico; c) una posizione antiausterità (riconducibile alla Sinistra Europea) che però non rimette in discussione la moneta unica.

A prima vista, nessuna di queste posizioni può tenere. Può sembrare un paradosso ma in effetti non lo è, di queste posizioni la più coerente è quella della Merkel. L’euro può essere sostenuto esclusivamente a condizione di porre in essere politiche deflattive quali quelle delineate nei trattati europei a partire dal 1992. Altri meccanismi di coordinamento e gestione della moneta unica non ve ne sono.

In altre parole, l’idea di gestire l’euro senza le regole austeritarie è pura fantasia dal momento che i meccanismi che servono per far funzionare le aree monetarie ottimali (flessibilità dei salari; mobilità della forza lavoro; trasferimenti monetari dalle aree più prospere a quelle meno prospere) in Europa non esistono.

Il problema è che l’unico meccanismo gestionale possibile, ossia l’austerità, è talmente pesante per alcuni paesi, in conseguenza della loro storia economica e delle loro attuali capacità, che esso stesso rischia di condannare la moneta unica all’implosione. D’altronde, è parimenti fantasia che la politica monetaria oggigiorno possa avere un effetto espansivo, quando la crisi si è spostata dal lato dell’offerta (2009) al lato della domanda (2012-2014), ed è dunque la politica fiscale e di bilancio il vero elemento decisivo per uscire dalla palude della recessione. Le politiche di bilancio deflattive messe in campo sinora rischiano, pertanto, di porre una pressione così forte su alcuni paesi da convincerli a rompere definitivamente l’unità della zona euro.

E, per chiudere il cerchio, è proprio la Francia il paese che più rischia in questo contesto di essere il primo a rompere la moneta unica con una fuoriuscita e una conseguente svalutazione immediata della sua moneta. Ciò perché nessuno dei fondamentali francesi è in ordine: 1) crescita negativa del PIL; 2) deficit fuori controllo; 3) debito in costante salita in rapporto al PIL.

Queste osservazioni sono di vitale importanza anche per chi segue la politica italiana. La crisi politica francese, peraltro tuttora in corso, non va sottovalutata in quanto una fuoriuscita francese dall’euro con una svalutazione imporrà all’Italia di fare, subito dopo, altrettanto. Quello potrà essere il momento in cui deflagrerà il quadro politico nazionale, verrà meno il Governo Renzi e con esso persino lo stesso Partito Democratico.

La sinistra italiana sarebbe quindi chiamata, oggi più che mai sulla scorta degli eventi politici francesi, ad allargare l’orizzonte al quadro europeo per capire quali saranno i riflessi ineludibili che essi avranno sul quadro nazionale e per comprendere e anticipare, per quanto sarà possibile, il quadro europeo che potrebbe risultare da una definitiva crisi della moneta unica.

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