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CRISIS, Europa, Italia, Politica

Il Governo Renzi: bilanci e prospettive

renzi-bicidi G.Z.Karl

Sono trascorsi ormai 6 mesi da quando il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha conferito a Matteo Renzi l’incarico di formare un nuovo Governo dopo la defenestrazione di Enrico Letta. Normalmente, si tratterebbe di un tempo troppo breve per iniziare a elaborare un consuntivo dell’azione di Governo, ma è palese che la situazione di eccezione che stiamo vivendo è tale da aver accorciato le dimensioni temporali che stiamo vivendo (beninteso, non il tempo in sé ma il tempo così come lo sperimentiamo soggettivamente e non convenzionalmente noi umani). Per di più, è stato lo stesso Matteo Renzi, protagonista del decisionismo e del fare in fretta Italian-style (e quindi perfetto annusatore delle pulsioni che si muovono tra borghesia e piccola borghesia italiane), a creare un carico così ampio di aspettative da esaudire in poco tempo che ora è piuttosto comprensibile tentare quantomeno di formulare un primo giudizio circa il suo operato e, inevitabilmente, un primo approccio previsionale alle sue prospettive politiche.

 

  1. Bilanci

 

Per cercare di delineare un bilancio dei primi 6 mesi di Matteo Renzi al Governo è doveroso partire da una ricostruzione preliminare riguardante i mesi precedenti alla sua ascesa a Palazzo Chigi.

La fase del Governo Letta, per tanti motivi che ora si omettono, è stata all’evidenza vissuta come un momento di stagnazione nell’attesa (verrebbe da dire messianica) di un profeta che sapesse riscattare un popolo colpito dalla crisi e da uno stallo politico mai sperimentato perlomeno negli ultimi 20 anni.

Matteo Renzi è stato in grado, col suo personalismo, di porsi in questa prospettiva. Ciò ha fatto però in negativo, vale a dire ponendosi in contrapposizione col vecchio quale nuovo che lo avrebbe spazzato via, come se tutto ciò fosse la palingenesi e tutto ciò fosse sufficiente a se stesso.

Che già le cose, osservate da questa angolatura, promettessero male si percepiva. Bastava dare un’occhiata ai programmi presentati dai candidati alla segreteria del PD per accorgersene. Il programma di Renzi, peraltro, era il più vago e il più generico di tutti, tranne che per qualche punto (come l’indimenticabile critica al diritto del lavoro italiano, fatta manifestando avversione all’esistenza di troppe riviste di commento su tale materia; verrebbe da pensare che un simile commento sia stato scritto da Ichino, ma forse siamo troppo malpensanti…).

L’onda generata dalla stampa, a seguito delle primarie PD, ha poi portato Renzi a Palazzo Chigi.

Da lì in avanti Renzi ha scoperto le sue carte. Viene da domandarsi se queste facessero parte della sua “agenda nascosta”, cioè di un programma che aveva già in testa ma che non aveva esplicitato durante le primarie, o se egli sinceramente abbia piuttosto improvvisato tutto.

Alla luce dell’ambivalenza e dell’ambiguità del personaggio, viene spontaneamente da pensare che tutto quanto abbiamo descritto sinora sia stato il frutto di una “calcolata improvvisazione”. Pochi dubbi che egli volesse arrivare a Palazzo Chigi, poco importa come. Pochi dubbi che egli volesse falciare l’erba sotto i piedi a Grillo, con quali mezzi era tutto da vedere.

Poste queste premesse, esaurita la fase della ricognizione di quanto lasciato sul tavolo da Letta, le uniche cose che si potevano fare, per tenere assieme tutto, erano da un lato sfidare Grillo attraverso la politica del fare (riforma del mercato del lavoro e riforma costituzionale, entrambe riforme dai contenuti ispirati dalla destra), che tanto piace all’elettorato c.d. moderato, e dall’altro lato cercare di indorare la pillola ai ceti più in difficoltà mediante i crediti fiscali, i famosi 80 euro (per poter dire di star avviando una politica redistributiva di sinistra).

Sulle prime, questo mixaggio politico è stato all’apparenza di successo, basti vedere i risultati elettorali delle europee, sebbene vada doverosamente ricordato che in Italia un conto sono le elezioni europee e tutt’altro conto sono le elezioni politiche nazionali.

I primi guai, ed era inevitabile, hanno iniziato a vedersi adesso. Ciò che Renzi aveva individuato come leva di rilancio economico, cioè gli 80 euro, ha fatto clamoroso fallimento. Gli economisti più attenti d’altronde avevano avvertito che una simile misura, sulla scia di quanto imposto da Bruxelles (meno tasse a condizione di meno spesa pubblica in valori equivalenti), non avrebbe avuto alcun effetto espansivo, anzi il taglio della spesa pubblica avrebbe comportato un effetto recessivo superiore all’effetto espansivo dovuto al credito fiscale in conseguenza della differente velocità rispettivamente del moltiplicatore del consumo privato e del moltiplicatore della spesa pubblica (col secondo che viaggia a una velocità superiore al primo, specialmente in tempi di “consolidamento fiscale”).

Ora, stando così le cose, è evidente che la misura simbolo, scelta da Renzi per caratterizzare il suo mandato, ha esaurito i suoi effetti rappresentativi e di immagine e, peraltro, in maniera del tutto insoddisfacente. Si apre, così, un’altra fase, quella delle prospettive in un contesto completamente mutato rispetto all’avvio dell’esperienza governativa renziana.

 

  1. Prospettive

 

Il quadro in cui Renzi si muove è imposto e non è modificabile da lui e dal suo Governo. Parliamo, è ovvio, del quadro europeo. Semmai, per Renzi l’unica prospettiva, di cui tra l’altro si discute non a caso in questi giorni, è quella di posticipare, rinviare e contenere i tagli di spesa che il Governo sarà chiamato a effettuare con la prossima legge di stabilità finanziaria.

A prescindere dagli importi di tale legge (che comunque non sarà leggera), è evidente che Renzi affronterà, nei prossimi mesi, un quadro viepiù deteriorato, perché la situazione economica non è positiva, coi primi segnali preoccupanti di deflazione che vengono dalle principali città italiane che preannunciano un aggravarsi della recessione per il prossimo futuro, mentre la zona euro, soprattutto in Francia, offre anch’essa un quadro desolante in termini di prospettive e dinamicità economiche.

Da un altro punto di vista, inoltre, né la riforma del mercato del lavoro né le riforme costituzionali, con l’andare del tempo, avranno un cammino agevole. Specie le riforme costituzionali rischiano, per Renzi, di coagulare contro di lui e le sue proposte, di tipico stampo reazionario, un fronte ampio di oppositori in difesa della Costituzione del 1948, ingiustamente accusata dalla dirigenza del PD di mali che sono, viceversa, di esclusiva responsabilità della classe politica e che risalgono alle sue deficienze e alle sue incapacità culturali e di gestione.

In questo contesto, in cui oltretutto viene chiesto alla BCE di compiere un miracolo (ci si riferisce allo stimolo alla crescita economica) che ormai non è (più) in grado di realizzare (e non solo perché non ne ha i mezzi, ma in particolare perché la zona euro, per come è strutturalmente costituita, ossia con meccanismi di coordinamento interstatali sempre meccanicamente recessivi, spiazza in ogni caso qualunque tentativo espansivo sul versante della politica monetaria), è evidente che Renzi ha ancora alcuni mesi davanti, essendo chiamato a gestire i prossimi 4 mesi di semestre europeo (anche se la partenza non è stata affatto agevole, né pare che i mesi a venire saranno più facili per il suo Governo nei rapporti con gli altri partner UE) e l’approvazione della legge di stabilità.

Dopodiché, nel 2015 si aprirà, con ogni probabilità, una fase di instabilità politica dovuta principalmente all’inasprirsi della recessione economica e al redde rationem sulle riforme costituzionali, senza dimenticare poi la riforma della legge elettorale.

È in questo quadro che è possibile azzardare, contrariamente alla propaganda renziana, la fine del Governo Renzi nel 2015 con la convocazione delle elezioni politiche anticipate.

Finita la carica dei simboli, svuotato di significato positivo il carico di aspettative generato da Renzi stesso, egli sarà costretto dalla dura realtà a confrontarsi col logorante giorno per giorno, in cui mano a mano verranno a galla tutte le contraddizioni che egli è riuscito, grazie alla sua ambivalenza, a sottacere.

Prendiamo ad esempio i risultati elettorali delle europee e la trasformazione del PD che Renzi ha finito per provocare. I dati dicono, innanzitutto, che Renzi non ha sfondato, aldilà delle apparenze, elettoralmente. Il 40% dei voti è un dato che si riferisce a elezioni (le europee) tradizionalmente a bassa affluenza. Diversamente sarà alle elezioni politiche. Un dato come quello delle europee riflette, in buona sostanza, quanto il PD di Veltroni ottenne, ai suoi esordi, nel 2008, tuttavia con un’affluenza molto maggiore trattandosi di elezioni politiche. È difficile pensare però che Renzi sia in grado di ripetere questo exploit. All’opposto di quanto normalmente si sostiene, infatti, il voto alle europee che ha premiato il PD è stato dovuto, particolarmente, a una serie di fattori difficilmente ripetibili anche a distanza di poco tempo e ciò per le seguenti ragioni: a) in generale, la mobilità accentuata in questa fase del corpo elettorale; b) il fatto che i voti presi da Renzi non sono stati ottenuti tanto tramite uno spostamento in massa verso il PD del ceto favorito dagli 80 euro (basta far di conto, a fronte di una platea di 10 milioni di beneficiari, il PD ha incassato, rispetto alle politiche del 2013, solo 2 milioni di voti in più), bensì dal fatto che l’elettorato più conservatore, di fronte all’ondata grillina, spaventato si è rivolto a Renzi per fermarne l’avanzata; c) gli imprenditori, in specie i piccoli e medi, delusi da Berlusconi si sono poi rovesciati su Renzi, affascinati dalla politica del fare contro l’ostruzionismo a prescindere (di Grillo, naturalmente) e dalla politica del sì contro la politica del no. Di qui il fatto che, non per caso, Scelta Civica, che peraltro elettoralmente era formata da elettori provenienti maggioritariamente dal centro destra, si è svuotata.

Quest’amalgama di opposti all’interno di ciò che resta del centrosinistra, all’interno in altre parole del PD, sarà sempre meno conciliabile in condizioni sempre più gravi, economicamente e politicamente, e sempre meno controllabili da chi guida il Governo.

Varie sono le opzioni in campo, da una defenestrazione, a sua volta, di Renzi a una mossa di anticipo di Renzi, il quale (da buon giocatore d’azzardo quale egli è) cercherà di sfruttare le sue abilità comunicative puntando tutto su elezioni anticipate. Un’ipotesi ulteriore potrebbe essere rappresentata, in aggiunta, da un’improvvisa deflagrazione nel 2015 della zona euro, eventualmente provocata dall’approfondirsi della recessione in Francia con quest’ultimo paese che abbandona per primo l’euro, il che comporterebbe innegabilmente uno scossone politico anche in casa nostra, con la conseguente necessità di dover uscire, a nostra volta, dall’euro subito dopo la Francia.

Sarebbe allora oltremodo impellente la formazione di un fronte unitario di sinistra e di opposizione a Renzi, che superi le tare che attanagliano oggigiorno l’opposizione. La partita non è chiusa e la storia offre sempre un’occasione per sferrare il colpo, a patto però di essere preparati.

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