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Fausto Bertinotti: “Ha ragione Marine Le Pen. Oggi lo scontro è tra alto e basso della società”

fausto bertinotti«Il conflitto si è spostato. Non è più tra destra e sinistra ma tra alto e basso. Su questo ha ragione Marine Le Pen che deve il suo successo alla comprensione di questo cambiamento». Fausto Bertinotti non è affatto sorpreso del risultato francese che va letto ancora prima come la vittoria di Front National, come la sconfitta della sinistra di Hollande. Chi oggi si stupisce di questa disfatta vuol dire che è in malafede o che non ha capito davvero quello che sta accadendo in Francia come in tutta l’Europa: «Lo scontro oggi è tra le élites e il popolo».

Bertinotti, lei è stato uno dei pochi a non credere in un vero cambiamento politico dopo la vittoria di Hollande, che cosa pensa del risultato delle amministrative?

Si aspettavano una sconfitta “dolce”, è stata invece una sconfitta dura e disastrosa. Il presidente dell’Assemblea nazionale, il socialista Claude Bartolone, in un’intervista a Le Monde ha detto: «Un po’ ovunque in Francia la gioventù ci ha abbandonato, i ceti popolari ci hanno voltato le spalle, le classi medie ci hanno evitato, le banlieue e le campagne si sono interrate. Bisogna saper intendere i silenzi». È l’ammissione che la sinistra del partito socialista non rappresenta più nessuno. Se infatti scompare il tradizionale conflitto tra destra e sinistra, non lo si deve a un destino cinico e baro o al fatto che è cambiata la composizione sociale, fatto peraltro vero, ma lo si deve al fatto che questa sinistra non è più in grado di rappresentare nessuno.

Cosa cambia con il conflitto tra alto e basso?

Il tradizionale conflitto tra destra e sinistra è stato battuto. Su questo ha ragione Marine Le Pen, la cui vittoria si deve proprio alla sua capacità di ricollocarsi a partire dal popolo. Per questo non regge più neanche il richiamo per i ballottaggi ai valori repubblicani che in altre occasioni ha compattato destra e sinistra contro il Front National. Marine Le Pen, a differenza del padre che considerava la Repubblica un tradimento, ha portato il partito dentro l’alveo dello Stato, facendo percepire il Front un partito come gli altri. Anche l’elemento del razzismo è mutato, passando dall’elemento etnico al fatto economico. Il problema non è il colore della pelle ma che gli immigrati rubano il lavoro.

Una vittoria pericolosa del populismo?

Intanto bisogna chiarire che il populismo è comunque una risposta alla domanda che viene dal basso della società, cioè da parte degli esclusi, da coloro che sono stati tagliati fuori dalle élites. Anche la sinistra se non riparte dal basso, non può più essere in grado di intercettare la domanda che viene dalle classi più deboli. Di recente uno studio del Fondo monetario internazionale si è posto la domanda: “La globalizzazione ha ridotto i salari ed espulso i lavoratori dal sistema produttivo?”. Qui conta il punto interrogativo. Il fatto stesso che il Fmi si ponga la domanda, significa che la questione è evidente. E racconta quello slittamento verso lo scontro tra chi comanda e chi sta sotto. Non sto dicendo che chi si pone il problema di rappresentare il basso della società, sia per forza populista. Sto dicendo che chiunque voglia, anche con altre risposte, proporre una critica e un’alternativa all’ordine esistente in Europa, non può che partire da qui.

Come giudica il paragone tra Le Pen e Grillo?

Intanto più che di populismo, dovremmo parlare di populismi. I populismi sono diversi e compositi. Anche Grillo come Le Pen parte dalla contrapposizione tra alto e basso. Il successo del Movimento cinque scelte sta in questa collocazione politica precisa, ma è molto diverso dal Front National. Il no a Le Pen di Grillo non dipende solo dalle differenze di programma, ma anche da ragioni culturali e identitarie profonde. Mentre Le Pen pensa di contrapporre alle élites uno Stato nazionale che parta dal basso, il movimento pentastellato si basa sull’idea di una democrazia referendaria del tutto ostile allo Stato e alla politica. C’è una vera e propria avversione verso la società politica.

Da una parte i populismi dall’altra la democrazia?

Questa contrapposizione è fasulla. Chi dice, per opporsi ai populismi, di stare dalla parte delle democrazia, non fa una affermazione vera. Perché i populismi e la contrapposizione alto/baso nascono dallo strangolamento della democrazia. Contrapposto ai populismi c’è una sorta di neobonapartismo, un potere delle élites che hanno smesso la redistribuzione del reddito alle classi più deboli. La sinistra di Hollande si è esattamente suicidata identificandosi completamente col governo.

Renzi come Hollande?

Hollande rappresenta il fallimento, Renzi – che è tanto distante da me – è invece un elemento vivo che tenta di dare una risposta. Il suo è una sorta di “populismo di Stato”: pensa cioè di rimodellare il sistema dall’alto. Ma almeno non ignora il vero conflitto in atto nella società. Renzi mette nelle proprie ali un po’ di aria del proprio tempo. Hollande è la pietra tombale.

 

FONTE: http://www.glialtrionline.it/2014/03/27/bertinotti-sulla-francia-ha-ragione-marine-le-pen-oggi-lo-scontro-e-tra-alto-e-basso-della-societa/

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Discussione

2 pensieri su “Fausto Bertinotti: “Ha ragione Marine Le Pen. Oggi lo scontro è tra alto e basso della società”

  1. Riconoscere la capacità e l’intelligenza degli avversari non vuol dire stare dalla parte degli avversari. La reazione populista è una conseguenza della ricomposizione dei poteri a livello globale; il superamento della forma di democrazia formale risorta nel dopoguerra si traduce oggi nella necessità di una “Governance” che sciolga tutti i lacci e i lacciuoli delle mediazioni tra le organizzazioni sociali: essa necessita di tempi e di procedure che non sono più compatibili con la velocità di assunzione di decisioni dentro un contesto di competizione globale, cioè di una guerra globale fatta con altri mezzi rispetto alle guerre tradizionali.

    Se la Governance sostituisce la democrazia, è chiaro che la Governance è una necessità delle elites. Contrapporsi a queste procedure ri-costituenti delle elites è possibile certamente richiamandosi alle costituzioni democratico-liberali, ma solo fino ad un certo punto: cioè fino a quando questo approccio consenta un rallentamento dell’aggressione della Governance; se la produttività di questa guerra di posizione non è produttiva (cioè non è in grado di assolvere ai nuovi fabbisogni sociali emergenti e quindi non è in grado di ricostruire consenso sociale e politico) si impongono altre scelte: superata questa soglia di “improduttività”, nascono i populismi.

    Ma non esiste un’unica tipologia di populismo: Oggi, in Italia, abbiamo tre accorpamenti populisti con tre leader populisti: Berlusconi, Grillo e finalmente Renzi. Sono tre tipologie di populismo che si avversano (parzialmente) nel deserto dei partiti politici, praticamente scomparsi.

    E come si vede, Renzi, come gli altri, aborrono il confronto con le parti sociali. Per certi versi, ciò significa che la questione ormai, è tutta politica. Al punto che Susanna Camusso si domanda, in un recente congresso Cgil locale in Emilia Romagna, se la Cgil debba trasformarsi o dar vita ad un proprio Partito…

    In America Latina si è assistito all’emergere variegato di figure assimilabili al populismo (almeno in confronto con le tipologie strutturate dalla cultura politica europea). Ma i due Kirchner in Argentina, Ugo Chavez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia, ecc. non sono stati e non sono certo la Le Pen.

    Esistono cioè delle risposte populiste che possono essere di destra o di sinistra.

    E tuttavia la gente, il popolo, sotto il tallone della Governance delle elites, non è nè di destra, nè di sinistra; è invece, la classe in sè che attende di diventare classe per sè.

    E’ su questo passaggio che si misura la capacità delle nuove espressioni politiche “di sinistra” di ridiventare classe dirigente progressista e di togliere terreno alle espressioni dei populismi reazionari. Anche se non sembra, la dinamica che ci troviamo di fronte è molto più “pura” di quella che l’ha preceduta prima e negli anni iniziali della grande crisi.

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    Pubblicato da Rodolfo Ricci | 31/03/2014, 22:10
  2. 25 anni di vita in Francia dentro le istituzioni, qualche osservazione sul voto alle municipali.

    La sconfitta bruciante del partito socialista ha spinto Hollande a sacrificare Ayrault e a sostituirlo con Valls. Tutti i commentatori e la sinistra stanno aggiungendo glose sul “nuovo” sul “cambiamento”. ma nessuno riesce a credere che basti sostituire un uomo con un altro per arrestare la disoccupazione e le peggiorate condizioni di vita della popolazione.
    Il nuovo governo deciderà al meglio per una piccola spinta populista, alla Renzi – molto citato come esempio dai socialisti francesi da ieri a oggi- destinata ai più poveri che non sarà che un simbolo e certo non basterà a compensare la vera situazione di arretratezza di milioni di famiglie in difficoltà.
    Ammettendo che Valls possa guidare la sua équipe con più determinazione di Ayrault, questo non cambierà niente al fatto che il governo non ha più presa sull’economia capitalista. Ayrault si è dimostrato troppo debole davanti alla crisi, come l’è stato il duo Sarkozy-Fillon e Letta da noi, come lo sarà il prossimo assetto ministeriale.
    La personalità di Hollande non è in discussione. Hollande, Sarkozy e quelli che sperano di arrivare al potere, vedi Martine Aubry sindaco vincente di Lille, compresa la signora Le Pen, che non ha mai ragione caro Fausto Bertinotti perché parte da un principio anti etico e anti democratico, tutti si piazzano nel quadro della società capitalista regolata da ordini ferrei dettati dalla finanza internazionale e dominata da interessi di profitto. Tutti si impegnano a gestire gli affari di questo grande padronato, bancario e finanziario oltre che altro, che da anni fa e disfà i destini di milioni di persone e annulla le identità e le coscienze.
    Al di là di questa agitazione ministeriale, tale e quale alla nostra forse molto più scomposta eteatrale, i risultati delle elezioni amministrative esprimono un rigetto profondo della politica di Hollande da parte delle classi popolari. Anche nelle città di lunga e storica tradizione socialista come Limoges, Tourcoing, Roubaix, Nevers…Tutte queste città sono andate alla destra e altre al Fronte nazionale.
    I socialisti speravano in una mobilitazione dei loro elettori almeno al secondo turno. Invano. Da considerare l’altro dato inquietante, quello dell’astensione. Arrivata fino al 60 per cento nei quartieri popolari nel secondo turno dei balottaggi,Tutto questo ci fornisce la misura del fallimento della politica socialista, a conferma di quella già manifestata durante il primo turno.
    In meno di due anni, il governo socialista ha deluso e stancato perfino il suo elettorato storico e quello popolare e non a caso!
    Alla crisi e agli attacchi nel mondo del lavoro, con licenziamenti a raffica e non assunzioni soprattutto per i giovani, alle ingiustizie sociali si è aggiunta una politica anti operaia e di austerità senza precedenti che ha fatto slittare verso il basso il potere di acquisto della classe operaia e delle classi medie. Alla disoccupazione si sono aggiunte le “incantazioni”: i discorsi fasulli sulla competitività, sulla flessibilità, che hanno intaccato il principio della difesa dei diritti sociali. All’abbassamento dei salari e degli stipendi, con una politica fiscale di rigore, si sono aggiunte altre manifestazioni di autoritarismo e di negazione dei diritti della popolazione.
    La vittoria di cui si fregia la destra (UMP – UDI etc.) è la conseguenza del rigetto massiccio del PS fra le classi popolari e medie. Gli elettori di destra hanno votato laddove gli elettori di sinistra si sono astenuti per non cauzionare questo governo.
    In quanto alla avanzata del FN nei quartieri ultra popolari (veri ghetti) di certe città e in altre dove la disoccupazione raggiunge cifre da capogiro, anche questo successo è da ascriversi alla politica deludente del PS che ha disgustato e tradito le attese e le speranze di milioni di persone. Anche di quelli che, sperando, avevano votato per Hollande durante le presidenziali. Ora ci saranno le europee e si annuncia ancora una disfatta, anche grazie alle politiche antieuropee dei partiti della sinistra. Eppure il progetto di un’Europa solidale e attenta ai problemi reali delle persone, è ancora un progetto da condividere, solo che a realizzarlo, dobbiamo mandare uomini e donne capaci e “sensibili”, preparati e soprattutto appoggiati dalle classi popolari, dalla loro forza e dalla loro determinazione a difendersi. Se questi sentimenti di rivendicazione e di lotta verranno a mancare, la porta resterà aperta a tutte le chimere dei populisti, degli antidemocratici che certamente sveleranno il loro vero volto, e sarà ancora l’estrema destra che infierirà sulle classi più deboli e fragili.

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    Pubblicato da Maria G. Vitali-Volant | 31/03/2014, 23:20

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