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Dopo il referendum costituzionale in Egitto

Abdel Fattah Al Sisidi Maria Teresa Polico
L’Alta Commissione Elettorale ha certificato la vittoria dei voti favorevoli al progetto di costituzione nel referendum del 14 e 15 gennaio 2014 con il 98.1% che equivalgono a 20.6 milioni di votanti, cioè un’affluenza del 38.6% dei 53 milioni di votanti aventi diritto. Soltanto l’1.9% degli egiziani ha votato contro il progetto di costituzione. Un ‘affluenza leggermente più alta di quella del referendum sostenuto lo scorso anno dal governo del presidente islamista Mohammed Morsi che è stata del 32.9%.

La massiccia propaganda a favore del voto referendario e gli annunci fatti hanno fatto pensare che un’approvazione ampia della costituzione sarebbe stata la soluzione per legittimare il governo ad interim sostenuto dai militari dopo la caduta del primo ministro Morsi il 3 luglio scorso, la sua tabella di marcia, che prevede, da qui a sei mesi, le elezioni presidenziali e parlamentari.

Ma il tasso di partecipazione non è stato elevato, non ha conferito a Sisi il sostegno schiacciante di riconoscimento popolare che auspicava, anzi sta ad indicare che l’Egitto è un paese profondamente diviso.

Il referendum è stato boicottato dai Fratelli Musulmani e disertato dai giovani. I Fratelli Musulmani, che erano stati eletti democraticamente, hanno fallito per le scelte sbagliate, come l’introduzione di fedelissimi nei posti chiave dell’amministrazione, la risposta dei cosiddetti bond islamici, sukuk, ai problemi economici del Paese, l’elaborazione di una costituzione non democratica, fatti, questi, che hanno contribuito a spingere milioni di egiziani a chiedere ai Fratelli Musulmani di andarsene.

Il generale e ministro della difesa Abdel Fattah Al Sisi e l’esercito hanno sfruttato quest’opportunità per guidare la rivolta popolare. Del resto cosa c’era da aspettarsi in un Paese dove l’esercito è la principale istituzione e gode di un notevole prestigio. Dopo il 3 luglio, i Fratelli Musulmani non hanno più partecipato alla vita politica, le loro manifestazioni sono state represse, i loro manifestanti incarcerati, sono stati chiusi i loro mezzi di comunicazione e la loro organizzazione è stata dichiarata organizzazione terrorista.

La violenza è stata poi diretta contro i giovani rivoluzionari del 2011, contro i blogger che ora sono in prigione. L’astensione dei giovani è significativa perché i giovani in Egitto, come del resto in tutto il nord Africa, sono numerosi. Due egiziani su tre hanno meno di trent’anni.

La nuova costituzione che gli egiziani hanno votato ha rafforzato, dal punto di vista formale, la protezione dei diritti umani, economici e politici. Ha introdotto un riferimento alle convenzioni internazionali dei diritti umani che prima non esistevano.

L’Islam continua ad essere la religione di stato, continua il riferimento alla sharia come fonte principale del diritto e a non riconoscere la libertà religiosa per le minoranze che professano una religione diversa da quelle monoteiste (cristiana ed ebraica). Per quanto riguarda l’esercito, la costituzione restaura il ruolo e i privilegi.

C’è una stridente stonatura tra le libertà formali previste dalla nuova costituzione votata dagli egiziani e le leggi draconiane che hanno vietato le manifestazioni e criminalizzato una parte significativa della popolazione. Sisi ha pensato di trovare nell’affluenza al voto per il referendum costituzionale la legittimità del governo, di legare, eventualmente, la sua candidatura per la presidenza della repubblica alla vittoria schiacciante del voto referendario.

Del resto come aveva fatto Morsi all’inizio dello scorso luglio, quando aveva invocato la sua legittimità elettorale di fronte all’esercito. La nuova situazione che si è creata in Egitto sembra essere l’altra faccia della stessa medaglia. Con la rivoluzione del 25 gennaio del 2011, invece, gli egiziani hanno voluto porre fine allo stato securitario di Hosni Mubarak, credendo di avviare un nuovo corso per l’Egitto che, purtroppo, è ancora lontano.

C’è da sperare che l’adulazione che riceve, oggi, dal popolo il generale Sisi, dettata forse dalla necessità di ritornare alla via normale dopo tanta instabilità, prima o poi finirà e i giovani che non hanno votato, le forze laiche divise, i liberali, gli islamisti che aspirano a vivere in una società democratica creeranno un nuovo consenso che li porterà a governare in modo giusto.

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