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Scontri in Turchia: le “radici” di un conflitto

instanbul_scontridi G.K. Zanetta
Gli scontri che hanno incendiato Istanbul e che si sono, successivamente, allargati ad alcune altre città della Turchia in questi giorni hanno avuto come casus belli la demolizione del Parco di Piazza Taksim, al posto del quale sorgeranno un centro commerciale e una moschea.

Va subito detto che i manifestanti a difesa del parco hanno senz’altro le loro buone ragioni. Le città turche, difatti, non presentano mai ampi spazi verdi al proprio interno e ciò vale anche per Istanbul. Il modello architettonico-urbanistico seguito da turchi negli scorsi decenni e che sembra persino venire accentuato dal Governo islamico di Erdogan è volto a utilizzare ogni centimetro di spazio per cementificare (basti pensare alla costa di Antalya cementificata da una miriade di hotel), tant’è vero che in Turchia è molto facile guardare nelle case degli altri talmente sono vicine. In più, i turchi, in ciò non diversamente dagli arabi, hanno puntato sotto l’influsso della cultura americana su un modello economico teso a privilegiare il consumismo, sicché Istanbul così come molte altre città della Turchia si stanno sempre più popolando di centri commerciali.

Il combinato disposto di questa politica ha portato alla situazione odierna, con una parte di popolazione che si è ribellata, a giusto titolo, a una simile politica.

Occorre, però, tenere sempre a mente che la Turchia è attraversata in questa fase da un conflitto sulle radici storiche del Paese, un conflitto d’altronde molto complicato da analizzare perché ogni parte in causa è a sua volta travagliata da contraddizioni alquanto violente. Da un lato, vi è il governo di Erdogan, personalità dall’indubbio tratto autoritario (ma bisogna riconoscere che l’autoritarismo è un tratto culturale tipico della società turca e dei turchi, pervadendo anche le correnti di opposizione, che non sono più liberali del Primo Ministro turco), che persegue una politica di dubbia conciliabilità teorica. Per un verso, una politica sociale tendente all’affermazione dei valori culturali turchi tradizionali. Non va sottaciuto che la società turca, specialmente nell’entroterra, è particolarmente legata ai valori tradizionali della società islamica. Per altro verso, una politica capitalista neoliberista spinta, oltremodo inconciliabile con l’affermazione di valori spirituali, diretta alla crescita economica a ogni costo e finalizzata all’affermazione più sfrenata del liberismo e del consumismo.

Dall’altro lato, quello dell’opposizione, la situazione non è poi tanto migliore. Le forze principali sono quelle del CHP, del BDP e dell’MHP. Tra di loro è impossibile, prima di tutto, ogni forma di accordo. Il CHP, partito fondato da Kemal Ataturk, viene presentato in occidente come una forza socialdemocratica. In realtà, le cose non stanno così semplicemente. Se nel quadro della politica nazionale turca questo partito si colloca socialmente a sinistra, ciò non vuol dire che esso sia un partito socialdemocratico all’europea. Al suo interno, infatti, non vi sono quegli elementi di cultura liberale che caratterizzano comunque i partiti della sinistra europea. In particolare il CHP è impregnato a tutt’oggi di un forte nazionalismo e rimane contrario al riconoscimento dei diritti delle minoranze etniche a partire da quella curda.

Il BDP, partito della pace e della democrazia, è il partito maggiormente rappresentativo dell’etnia curda. Esso, pur rappresentando in qualche modo una causa nazionale, si colloca naturalmente a sinistra nello schieramento politico nazionale. Non a caso risulta che anche esponenti del BDP hanno partecipato alle manifestazioni di questi giorni a Istanbul (ricordiamo che la politica di deconcentrazione dell’etnia curda perseguita in questo decennio dal Governo Erdogan ha portato milioni di curdi in altre città della Turchia, a iniziare dalla stessa Istanbul). Come si vede, tuttavia, la partecipazione di elementi del CHP e del BDP a manifestazioni di questo tipo non è necessariamente tendente a perseguire scopi comuni o a realizzare una stessa piattaforma politica. Ciò perché il CHP e il BDP non sono affatto alleati sui temi che più li riguardano da vicino. Oltretutto, con l’avvio di un tentativo di processo di pace nel sud-est curdo, lanciato dal BDP insieme al Governo di Erdogan è chiaro che il BDP stesso si trova in una situazione non invidiabile, poiché ha come unica sponda potenziale proprio il partito di Erdogan, col quale può forse condividere alcuni valori tradizionali comuni a turchi e curdi, ma non l’orientamento politico di fondo, a prescindere ora dalla questione della sistemazione politico-giuridica dello status delle regioni del sud-est. Peraltro, l’approccio di Erdogan alla questione curda non è stato ispirato a volontà di risolvere tale problema per amore e rispetto dei diritti delle minoranze. Più volgarmente, il calcolo di Erdogan è stato basato sulla possibilità che un riavvicinamento tra il Governo nazionale e l’etnia curda potrebbe, in prospettiva, consentire la formazione di una regione del Kurdistan non staccata della Turchia e allargata al Kurdistan del nord Iraq, data la porosità dei confini, e che possa, in pari tempo, godere delle risorse naturali di quest’ultimo. Non a caso, il Primo Ministro iracheno, Al Maliki, sentendosi potenzialmente minacciato da un simile approccio politico, ha protestato veementemente contro Erdogan negli scorsi mesi.

Dell’MHP, infine, c’è poco da dire, trattandosi più che altro di un partito nazionalista di destra, in buona sostanza di ispirazione fascista. Con ciò è evidente che non è possibile che questo partito, per ora, trovi forme di intesa con gli altri.

Come si vede, al fondo del problema esploso in questi giorni in Turchia, ma non è la prima volta che ciò accade, incidenti essendosi verificati nei mesi scorsi soprattutto in coincidenza dell’anniversario della fondazione della Repubblica turca ad ottobre del 2012, sta una sorta di inconciliabilità di fondo tra schieramenti, che non riesce a deflagrare completamente giacché ogni schieramento, che sia di governo o di opposizione, è al suo interno colpito da contraddizioni molto forti.

È possibile difatti che, dietro le manifestazioni di questi giorni, vi siano elementi del CHP e del BDP che puntano, per motivi tuttavia diversi, a colpire il Governo Erdogan. Ma in questo quadro è ben evidente che la forza e l’intesa politica che questi partiti riescono a esprimere non sembra tale da poter scalzare Erdogan, specie dal momento che un’intesa di governo tra simili forze politiche difficilmente sarebbe raggiungibile e potrebbe reggere alla prova dei fatti.

In questa fase, comunque, quale che sia il casus belli adoperato per far scoppiare gli scontri, pare evidente che il problema del presente turco verte principalmente sul passato, su un conflitto tra un modello da impero ottomano, conciliato il più possibile con le linee direttrici di sviluppo (sempreché si possa usare questa parola…) del capitalismo neoliberista onde garantire la crescita economica, e il modello kemalista più aperto ai costumi occidentali ma non ai valori di fondo delle società occidentali in termini di cultura politica  e standard di democrazia e diritti umani e che, d’altro canto, è incapace di promuovere la crescita economica nel paese.

Di qui l’eventualità che la situazione, prima o poi, inevitabilmente deflagri, benché non sia possibile prevedere al momento quando e in quale modo.

Discussione

Un pensiero su “Scontri in Turchia: le “radici” di un conflitto

  1. Aggiornamenti dalla Turchia

    Il fine settimana è stato particolarmente violento e cruento in Turchia. Le manifestazioni di Istanbul contro la demolizione del Gezi Park sono state duramente e brutalmente represse dalla Polizia turca. Com’era prevedibile, una simile penosa gestione dell’ordine pubblico ha provocato una forte reazione contraria da parte della popolazione maggiormente legata ai gruppi della sinistra e, più in generale, di opposizione.
    Proteste oltremodo veementi si sono registrate nella capitale Ankara e a Izmir, storica roccaforte del kemalismo, oltreché che come noto a Istanbul. Altre proteste, meno violente, si sono registrate ad Antalya, anch’essa roccaforte del kemalismo, mentre le prime proteste hanno cominciato a svolgersi anche nell’entroterra anatolico, maggiormente legato all’AKP, il partito di Erdogan, al governo ormai da un decennio.
    Izmir, specialmente nella notte tra domenica e lunedì 3 giugno, è stata teatro di episodi di guerriglia urbana di vaste dimensioni, che hanno iniziato a ripetersi mentre si scrive. Molto preoccupante è stata l’apparizione nella notte di squadre di picchiatori che hanno iniziato a dare la caccia ai manifestanti antigovernativi. Per il momento, non è dato sapere se si trattasse di squadre di agenti in borghese o di squadre di picchiatori dell’AKP, intente a vendicare l’assalto alle sedi dell’AKP che si è verificato a Izmir. In particolare, una sede dell’AKP è stata data alle fiamme nel quartiere di Karsiyaka. Il che può aver provocato una reazione da parte dei militanti di questo partito volta, per l’appunto, a vendicare l’affronto subìto.
    Complessivamente, la gestione dell’ordine pubblico ad opera del Governo ha mancato completamente di equilibrio. Si è passati da fasi di completa repressione delle manifestazioni (ciò che era in verità il reale proposito del Governo già da molto tempo secondo le informazioni che circolavano in vista delle manifestazioni tenutesi negli ultimi due mesi, per fortuna in modo più pacifico delle attuali) a fasi in cui la polizia era totalmente assente dal terreno. Oltretutto, per l’ennesima volta, i turchi hanno mostrato di essere, soprattutto al proprio interno, incapaci di dialogo, ognuno volendo imporre il proprio punto di vista agli altri. L’unico che ha fatto appello al buon senso, al dialogo e alla moderazione è stato il Capo dello Stato, Gul. Per il resto, gli animi si sono facilmente infiammati a causa peraltro del comportamento estremamente arrogante e minaccioso, come sua abitudine, del Presidente del Consiglio, Erdogan, il quale con la sua consueta doppia faccia si presenta all’estero, in special modo in Europa, sempre mansueto, mentre internamente al Paese è sempre pronto a mostrare la faccia feroce.
    Alquanto odioso è stato il suo intervento televisivo di ieri pomeriggio. Al contrario di quanto ci si attendeva, ovverosia un intervento razionale tendente a placare gli animi, Erdogan li ha piuttosto incendiati sostenendo persino di non poter controllare e impedire a metà della Turchia (cioè ai suoi sostenitori) di entrare in movimento. Affermazioni di questo tipo sono, purtroppo, prodromiche di una guerra civile. Incidentalmente, va tuttavia notato che la gestione della situazione da parte del Governo rischia di costare cara elettoralmente a Erdogan. Bisogna ricordare, oltre al fatto che l’AKP non è un partito del tutto unito essendo diviso in correnti, che l’elettorato di Erdogan si compone principalmente di due aree: 1) l’elettorato musulmano tradizionalista; 2) l’area degli imprenditori e della comunità degli affari molto numerosa in Turchia. Queste due aree non sono sempre conciliabili tra loro. Erdogan finora vi è riuscito. Ma se la situazione dovesse peggiorare l’area musulmano tradizionalista potrebbe, nel timore di perdere il potere finora acquisito, sfiduciare lo stesso Erdogan, mentre l’area della comunità d’affari potrebbe ritirargli la fiducia se la tensione dovesse proseguire e minacciare la capacità di crescita economica del Paese.
    A calmare potenzialmente gli animi ci ha pensato, comunque sia, lo stesso Erdogan partendo per un viaggio di 4 giorni tra Marocco e Tunisia. La sua persona, con le sue battute arroganti, non mancherà a nessuno ed è sperabile che la sua assenza contribuisca a rasserenare il clima. (Karl)

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    Pubblicato da Guglielmo | 04/06/2013, 09:39

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