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Pinocchio e il grillo

pinocchio e il grillo parlantedi Roberto Musacchio
Nell’antica favola, Pinocchio, stanco del parlare del grillo (con la minuscola perché quello della novella), lo uccideva. La metafora che stava dietro il gesto violento diceva che in realtà Pinocchio non voleva sentire la propria coscienza, cioè riflettere su sé stesso. Questo affollarsi di voci a dire cosa dovrebbe fare Grillo (con la maiuscola perché quello della realtà), quasi sempre di chi Grillo non lo ha votato, mi fanno pensare che in realtà rimanga tutta intera la difficoltà di Pinocchio a parlare di sé. E un po’ la tentazione di uccidere, metaforicamente, il grillo.
Laddove, parlando del leader delle cinque stelle, si vorrebbe condurlo a ragionare come ragionano quelli che Grillo non sono, per poi magari tornare a combatterlo aspramente, così come prima del voto, se al voto si tornerà ben presto.

In realtà Grillo non fa che  confermare di essere sé stesso quando dice che non si alleerà con quel sistema per combattere il quale è nato. E’ il sistema che fa come Pinocchio e cioè si rifiuta di riflettere sul perché ha creato questa situazione.  Anche quando si tratta di leggere le analisi statistiche che si stanno moltiplicando sul successo delle liste dell’ex comico, che mostrano un sua pervasività  trasversale, le si vorrebbe ricondurre ad una vecchia idea di interclassismo che appare anch’essa un retaggio del passato.

Non perché le classi sociali non esistano più, ma perché la trasversalità grillina è fatta in nome di un concetto di cittadinanza individualizzato e non di costruzione di blocchi sociali. Anche per questo non si allea con l’altro da sé, espressione dei vecchi compromessi, quelli sì per lui interclassisti, oltreché del vecchio ceto politico addetto a governare questi compromessi, ma si propone come un nuovo punto di vista generale. La battuta di Grillo di aspirare al 100% è indicativa proprio di questo. Per altro può essere vista come la sua versione di uno slogan famoso del movimento, quello sul 99%.

Per un altro punto di ragionamento, per giunta, Grillo e i cinquestelle possono essere considerati un frutto perfettamente coerente con la cultura del maggioritario che tanta pena ci si è dati per affermare in questi anni di seconda Repubblica. E come epigoni del maggioritario ambiscono a governare in proprio. Sul proprio punto di vista, considerato non mediabile ed anzi contrastante con gli altri, individuati come il vecchio da far morire. D’altronde è un approccio non dissimile a quello sulla autosufficienza che il PD si è dato ed ha dilatato in questa consultazione al punto di rifiutare alleanze a chi fosse considerato non compatibile con il proprio schema di governabilità. Salvo poi chiedere un voto utile a chi in quello schema non si riconosceva , non ritenendo di  dovergli concedere nemmeno un diritto di legittimità delle proprie idee.

Naturalmente, si dirà, Bersani ha pur parlato di un atteggiamento da tenere come se si avesse il 49% anche avendo il 51% (a leggere queste percentuali viene da sorridere nel pensare che si è arrivati a malapena al 30% godendo di un incredibile premio di seggi pari al 25%; e viene da accapponare la pelle a sentire dire che con quei voti in altri Paesi si governerebbe!). Ma questa “attenzione” era rivolta non ad altri che a Monti e ai centristi, considerati loro sì compatibili, ed utili, per la propria idea di governabilità. Idea di governabilità con al centro simbolicamente il Fiscal Compact.

Ora, proprio sull’idea di Europa, oltreché sul modello sociale e istituzionale, come dicevo, Grillo si considera del tutto altro e considera non mediabili con sé i vecchi partiti. E qui il PD, in particolare, appare proprio come Pinocchio, incapace di autocoscienza. Infatti, come per la vocazione maggioritaria, anche per quella trasversale (o interclassista, per dirla alla PD e non alla Grillo), il PD ha fatto da battistrada. Si è costituito dichiaratamente come soggetto oltre le vecchie distinzioni politiche e sociali. E la natura del soggetto è stata tutt’uno con il suo modo di essere. Il punto è che questo approccio ha permesso che si incubassero i materiali per un nuovo trasversalismo che si candida a sostituirsi al vecchio, appunto perché vecchio e, perdippiù, fallimentare.

Per giunta poi tutto ciò è intervenuto nel mezzo di un cambiamento epocale, quello della rottura del vecchio compromesso sociale progressivo e di imposizione della governance fondata sull’assenza di alternative, e il PD si è del tutto acconciato a ciò. Provate a fare una verifica empirica di questa affermazione mettendo da una parte di un foglio tutti i provvedimenti che hanno determinato il prevalere di questa rottura, da quelli sulle pensioni , da Dini alla Fornero, a quelli sul mercato del lavoro, da Treu alla Fornero, a quelli sul welfare e il pubblico, dalle privatizzazioni ai tagli, e dall’altra i governi che da 20 anni li hanno approvati. Troverete che quasi tutti hanno visto il voto decisivo del PD!

Queste cose rendono assai problematico il richiamo all’essere da una parte comune, anche dal punto di vista del sentire diffuso, specie dei giovani. Se i dati dicono che tra i giovani Grillo arriva al 40% sarà anche perché la percezione che essi hanno di ciò che un tempo definiva un campo di appartenenza è in questi 20 anni precisamente trasformata in quella di soggetti che hanno operato le scelte che proponevo prima di scrivere su un foglio.

Per altro la rottura coscienziale a me pare ancora più profonda e neanche riassumibile in una distinzione basso/alto. Seguire la campagna elettorale in rete faceva sorgere interrogativi  enormi su cosa sia oggi il  cosiddetto “popolo di sinistra” (quello di centrosinistra secondo me è stato solo una fase di disgregazione del primo). Temi “grillini” convivevano in rete con l’aggressività antigrillo e con una subalternità alle categorie della governance che si avvalevano di vecchi valori campisti e fideisti. Probabilmente una lettura più attenta ci potrà portare a parlare di diversi bassi, più o meno dipendenti dagli alti, e di diversi livelli di movimento, più o meno “ingaggiati” da soggetti della governance o invece autocostituentesi.

Non riflettere su tutto questo, cioè su Pinocchio, rende la riproposizione della vecchia unione sacrale antiberlusconiana ancor più sterile che in questi lunghi 20 anni di totale subalternità. Per altro Grillo ha sottratto più voti lui a Berlusconi che il centrosinistra in tutta questa seconda repubblica; e non è bastato che la PDL perdesse 8 milioni di voti per far vincere il PD.

Grillo si pensa, ed è, alternativo a tutti i soggetti del vecchio. Pinocchio dunque deve riflettere su sé stesso e non tirare martelli al grillo. Si dice che Bersani abbia cominciato a farlo con gli 8 punti.  A me pare assai meno di ciò che servirebbe anche solo a cominciare. La lunga perifrasi sulla crisi europea è meglio di una carta d’intenti che poneva al centro il Fiscal Compact. Ma assomiglia alle conferenze sull’occupazione che Prodi prometteva invece di varare le 35 ore e mentre si approvava il pacchetto Treu; o alle conferenze sulla pace mentre si rimaneva in guerra. Se non si ha il coraggio di dire che oggi, cioè prima delle elezioni tedesche di settembre, si blocca il Fiscal Compact perché è insostenibile per l’Italia si conferma che non si è capito perché Grillo vada forte in Emilia e nelle Marche!

E poi c’è la TAV, il sancta sanctorum della natura piddina, l’intoccabile! E anche per questo il 23 marzo  la manifestazione in Val Susa è un’altra prova del nove per Pinocchio.

Naturalmente Pinocchio siamo anche noi, quella sinistra che è rimasta sinistra, ma lo stesso sconfitta. Siamo quei pinocchi che oltreché uccidere il grillo spesso ci uccidiamo tra di noi. Non so come, e se, potremo salvarci ma spero, come nella favola, che prima o poi troveremo la nostra fata turchina o, come nel bellissimo film Viva la libertà, il nostro Giovanni  Olivieri.

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