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LA FORZA/DEBOLE DEL PD «TEDESCO» E DEI SUOI ALLEATI

roberto musacchio-2di Roberto Musacchio
E se l’elemento che ha consentito al Pd di entrare in campagna elettorale con un profilo forte fosse lo stesso che gli impedirà di vincere? L’elemento è la sua posizione dentro questa Europa, che è il cuore della carta d’intenti (firmata da PD e SEL ndr). E il connotato, che si è andato via via precisando, che definirei con qualche approssimazione «filo tedesco»; e che, dal fiscal compact arriva alla sostanziale accettazione del supercommissario europeo alla vigilanza sui bilanci.

Elemento che influisce anche sulle forme di rappresentanza del Pd, diciamo «simil Spd», con la differenza che il Pd non è socialista. Differenza che, forse, a Bersani appare più ideologica che strutturale. Quella strutturale essendo l’adesione a quel tipo di itinerario per l’Europa che discende dalla centralità tedesca, tenendo conto della dialettica Cdu/Spd, che al duo Bersani-Fassina è sembrata quella giusta per giocare la partita.

Così, in parte, è stato. Non si può sottovalutare che grazie a questa scelta il Pd si è traghettato in una fase molto difficile in cui si intrecciano due transizioni, quella dalla Seconda Repubblica italiana e quella costituente della nuova Europa post-compromesso sociale.

Ma questo elemento, che rende il Pd una forza affidabile per il governo, non è altrettanto forte dal punto di vista del consenso necessario per esprimere una vera egemonia, che solo una prospettiva veramente positiva può dare.

La scommessa che questa Europa “tedesca” possa evolvere in bene, accompagnando l’austerità con lo sviluppo, è precisamente solo una scommessa. Delle proposte di autoriforma della Ue non c’è traccia nella realtà politica in corso, a partire dalla penosa discussione sul bilancio. L’idea poi che le politiche di contenimento dello spread siano quelle che danno l’ossigeno per la ripresa è stata confutata, oltre che dalla realtà, dalle stesse stime del Fmi. Così come pensare di promuovere la crescita delle nostre imprese a valle del mercantilismo e dell’export-led tedesco fatica a trovare qualche conforto dalla realtà.

Le difficoltà della campagna elettorale del Pd sono, dunque, date dal fatto che il suo punto di forza è anche il suo punto di debolezza. Una debolezza, per giunta, che non è solo del Pd ma viene proiettata direttamente sul paese, sul suo presente e sul suo futuro. Da ciò discendono i fattori che si stanno affermando in campagna elettorale: questa specie di ossimoro che è la «forza/debole» del Pd. Di qui anche la strutturalità del rapporto con Monti, che agisce nello stesso ambito ed è a sua volta un’altra forza/debole, in un connubio che esprime bene il carattere di forza/debole delle attuali politiche europee. E così la politica di Sel rischia di subire una nuova falsificazione: dopo aver creduto di poter vincere le primarie, ora crede di poter traguardare un governo realmente riformatore.

Dall’altro lato c’è la rimonta berlusconiana, peraltro frenata dal fenomeno grillino che ben incarna i materiali che emergono dalla doppia transizione in corso: e leggerlo come populismo serve solo all’auto-trincerarsi delle posizioni «forti/deboli» che forse si affermeranno elettoralmente, in connubio tra loro, ma senza egemonia.

Come si vede, non eccedo in ottimismo sul quadro delle forze date e delle prospettive istituzionali. Non per indifferenza, ma per la coscienza della natura dei soggetti in campo, che non è problema di tattica ma di collocazione strategica. Va posta al centro la dialettica tra questa Europa, che oltretutto condanna l’Italia, e un’altra Europa, che può nascere solo da una rottura reale che viene dalla società e dai movimenti. Per questo è comunque importante che le posizioni di sinistra alternative al simbolo di questa Europa, il fiscal compact, abbiano più forza parlamentare possibile.

Fonte: Il Manifesto del 15 febbraio 2013

Discussione

Un pensiero su “LA FORZA/DEBOLE DEL PD «TEDESCO» E DEI SUOI ALLEATI

  1. Non è vero che Bersani non è critico verso questa Europa e la Germania e lo ha detto direttamente ai Tedeschi. Ricavo dal suo recente discorso al German Council on Foreign Relations:
    “[…] Tuttavia, con altrettanto realismo, non possiamo nasconderci che l’Europa affronta da due anni una sfida esistenziale, che l’Europa ha balbettato davanti alla crisi, che la crisi dell’economia europea ha rischiato di azzoppare gli sforzi americani per una strategia della crescita, che l’europeismo tradizionale è oggi assediato da fenomeni populistici che rimettono in discussione l’intero percorso, perfino agitando qua e là fantasmi di un passato da non rivivere: dall’Ungheria di Orban ad Alba Dorata in Grecia, alle formazioni razziste di estrema destra che da nord a sud mietono nuovi consensi […] Stabilità, rigore e completamento del mercato non sono però sufficienti se non riparte una strategia di investimenti e di crescita su scala continentale, se non si consente di liberare risorse nazionali per investimenti concordati con i vertici europei, se non si permette – come accade in Italia al sistema di governo locale – di spendere risorse fresche e immediatamente disponibili per un eccesso di vincoli del Patto di Stabilità.
    Non è solamente una questione italiana, anche se la recessione della seconda economia manifatturiera dell’Unione riverbera i suoi effetti su tutti i mercati.
    Crescita e occupazione non sono un lusso da rinviare a domani. […] Finora, l’Italia rischia di divenire per il futuro il primo contributore netto, in proporzione al proprio reddito, con un disavanzo di oltre 6 miliardi di euro e con il paradosso di dover pagare il rimborso a Paesi che hanno – secondo i dati della Commissione – un indice di prosperità più alto.
    Si tratta di una posizione insostenibile anche per un europeista convinto.
    Infine, Italia e Germania hanno sempre puntato sull’integrazione europea ed è giusto che proseguano assieme questo percorso, in forte spirito di amicizia e di collaborazione.
    La Germania di oggi può portare nell’Unione Politica federale di domani la forza del proprio successo economico ma anche quella del proprio modello sociale e istituzionale. Non ci sono modelli alternativi né all’economia sociale di mercato, qui condivisa da decenni da tutte le principali forze politiche, né a una vita istituzionale ben organizzata sul principio di sussidiarietà.
    Eppure ci sembra di vedere una riluttanza ad assumere un ruolo di leadership politica. […]”.
    http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/139858/bersani_il_nostro_impegno_in_europa

    NB: Il sito di “Europa” è stato ristrutturato da poco, per trovare l’articolo, digitare nello spazio “Cerca” il titolo “Bersani, il nostro impegno in Europa”.

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    Pubblicato da Vincesko | 16/02/2013, 22:11

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