monti-dimissioni1Si voterà a fine febbraio o inizio marzo. Monti se ne va ma la sua “agenda” rimane. Dalla sua demolizione parte qualsiasi ragionamento. Perchè adesso sarà una spinta formidabile a “silenziare” qualsiasi opposizione di classe dietro il solito gioco del “battere Berlusconi”. Il passaggio più rischioso – quello da un governo diretta espressione della Troika ad un altro con l’identica “agenda”, ma più connotato come “politico” – muove i primi passi.

Monti è salito a Quirinale e ha comunicato al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che intende rassegnare le dimissioni dopo la legge di stabilità. Dopo l’annuncio ufficiale di uscita del Pdl dalla maggioranza  (con un discorso alla Camera dell’ex facente funzioni di segretario, Angelino Alfano), «il Presidente del Consiglio non ritiene possibile l’ulteriore espletamento del suo mandato e ha di conseguenza manifestato il suo intento di rassegnare le dimissioni». Secondo il Professore, infatti, la dichiarazione del segretario del Pdl «costituisce, nella sostanza, un giudizio di categorica sfiducia nei confronti del Governo e della sua linea di azione».

Quindi non ci sono più i numeri in Parlamento e non è il caso di concedere al Caimano la possibilità di rifarsi una verginità sparando su ogni provvedimento impopolare che questo governo – e il prossimo, chiunque lo guidi – proverà a prendere.

«Il Presidente del Consiglio – spiega il comunicato del Quirinale – accerterà quanto prima se le forze politiche che non intendono assumersi la responsabilità di provocare l’esercizio provvisorio – rendendo ancora più gravi le conseguenze di una crisi di governo, anche a livello europeo – siano pronte a concorrere all’approvazione in tempi brevi delle leggi di stabilità e di bilancio. Subito dopo il Presidente del Consiglio provvederà, sentito il Consiglio dei Ministri, a formalizzare le sue irrevocabili dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica».

La chiamata di correo per il centrodestra è secca: volete far sprofondare il paese nuovamente nel caos finanziario con lo spread in volo verso o oltre i 500 punti? Basta che non approviate la “legge di stabilità” (il nuovo nome assunto dalla abituale “legge finanziaria” di fine anno, dopo gli accordi comunitari che l’hanno resa una variabile dipendente del “semestre europeo”, in cui i bilanci di tutti gli stati dell’eurozona vengono coordinati e strutturati per l’essenziale). Una responsabilità che naturalmente nessuno si vuol prendere. E quindi gli azionisti della “strana maggioranza” che sosteneva l’esecutivo dei tecnici hanno subito fatto sapere che «siamo pronti ad operare per l’approvazione nei tempi più rapidi della legge di stabilità». Anche Alfano ci ha messo la firma: «Siamo prontissimi a votare il disegno di legge di stabilità stringendo i tempi».

Un passaggio che fa parte della “normalità democratica” in qualsiasi paese dell’occidente capitalistico assume qui da noi i connotati di un “giudizio di dio”, con tanto di scenari sconvolgenti in caso di vittoria del candidato “sbagliato”. Perché? Perché qui in Italia la “classe dirigente” (non solo la borghesia imprenditoriale e finanziaria, particolarmente ristretta numericamente, ma anche quella serie di “mondi di mezzo” prosperati all’ombra di clientele, appalti pubblici, evasione fiscale, elusione, economia in nero o persino criminale) è un inguacchio di interessi senza una struttura precisa a partire da quello che altrove è sempre dominante: grande impresa e capitale finanziario.

Questa struttura anomala è uno dei problemi che doveva risolvere il trasferimento dei pieni poteri alla Troika (Bce, Ue, Fmi). La prima parte del programma è andata, da quel punto di vista, molto bene: Berlusconi e i suoi malfattori sono stati tirati fuori rapidamente dalle stanze del potere politico, le “riforme strutturali” più antipopolari sono state approvate anche grazie alla sua legione di parlamentari a gettone. Ma abbattere i salari, licenziare i dipendenti pubblici, dissanguare le pensioni e cancellare i diritti non è sufficiente per riportare la spesa pubblica entro i paramaetri di Maastricht.

Il “programma europeo” impone anche – lo abbiamo documentato più volte – la tosatura di buona parte degli interessi di quei “mondi di mezzo” che hanno fatto la fortuna politica del Cavaliere e che rappresentano il grosso della “ricchezza intassabile” di questo paese. Una riserva di grasso che non può passare indenne a questa prova e che ora si ribella affidandosi nuovamente alla sua icona peggiore: l’uomo delle olgettine.

È un passaggio pericoloso anche per l’opposizione di classe che nei mesi scorsi ha fatto più volte capolino nelle piazze e nei luoghi di lavoro.
Il “populismo”, in versione grillina o berlusconiana (che assorbirà quasi per intero anche quello fascista vero e proprio), cerca infatti di raccogliere i consensi nella parte di popolazione che più è stata colpita dalle misure del governo Monti. Mentre, a un anno di distanza, è impallidito in molte coscienze il ricordo di quel che ci hanno combinato, sulle stesse materie, i Sacconi, i Brunetta, i Cazzola.

Il nodo è che nessuno mette in discussione l’”agenda Monti”, ovvero le misure “strutturali” scrupolosamente indicate dalla Troika (Bce, Ue, Fmi) fin dalla lettera dell’agosto 2011 inviata da Trichet e Draghi all’alora governo Berlusconi. Su quello,infatti, vigilano “i mercati finanziari” che già hanno immediatamente elevato i livelli dello spread sui titoli di stato italiani per far capire chiaramente come chiunque vinca le elezioni dovrà sottostare a vincoli ferrei. Pena la “soluzione greca”.

È dunque urgente – e pensiamo che il movimento “No Debito” possa farsene carico fin dalla prossima assemblea del 15 dicembre – dare un volto e un nome di classe alla protesta, mobilitandosi fin d’ora sui posti di lavoro, sul territorio e nelle piazze perché la rivolta che sale da basso prenda la via del cambiamento radicale, evitando le trappole dei servi del peggior potere.

Fonte: Retedeicomunisti.org/


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2 risposte a “Monti si dimette, la sua agenda resta. Si parte da qui”

  1. Avatar cambiailmondo

    Il 15 dicembre assemblea nazionale a Roma per dare continuità alla manifestazione del 27 ottobre e decidere una agenda “No Monti” anche per il domani. Scarica e fai circolare la locandina.

    Tira aria di crisi nel governo Monti, ma i diktat della sua agenda antisociale saranno l’ipoteca sul prossimo futuro, nonostante le elezioni e chi le vincerà. Serve un’agenda alternativa, nei contenuti e nelle forme del conflitto sociale.

    I promotori dellla manifestazione del 27 ottobre – il No Monti Day – hanno deciso di convocare per sabato 15 dicembre a Roma, a partire dalle ore 10,00 presso il Centro Congressi Cavour (via Cavour, 50/a, nei pressi della Stazione Termini), un’assemblea nazionale per discutere e varare una piattaforma alternativa alle politiche di austerità e massacro sociale del governo Monti e di chi lo sostiene. Se il governo dei tecnici ha varato controriforme sociali e assunto vincoli in Italia e in Europa che centrodestra e centrosinistra sono impegnati a mantenere e rispettare come Agenda Monti, occorre invece definire una proposta alternativa che metta in discussione tutti i capisaldi di quell’agenda che, dopo la distruzione delle pensioni, della scuola pubblica, dei diritti del lavoro, annuncia la fine della sanità pubblica e programma nuove devastazioni ambientali da Taranto alla Val Susa.

    L’Agenda No Monti Inizia con quattro punti fondamentali:

    – Una politica di pace e di rifiuto della guerra, con il ritiro delle truppe da tutte le missioni militari al’estero, il taglio delle spese militari a partire dalla cancellazione degli F 35.

    – La disdetta del Fiscal Compact e di tutti i patti di austerità, rigore e massacro sociale assunti in Europa, a partire da quelli di Maastricht e di Lisbona. La messa in discussione della insostenibile politica del debito che costa al paese cento miliardi di soli interessi all’anno. La cancellazione dell’obbligo al pareggio di bilancio inserito a forza in Costituzione.

    – La cancellazione delle controriforme sociali e degli accordi di concertazione sindacale (a partire da quello del 28 giugno 2011 e quello recente sulla produttività), la lotta al supersfruttamento del lavoro e dell’ambiente con ingenti investimenti pubblici, finanziati con una tassazione fortemente progressiva di redditi, rendite e patrimoni, per l’istruzione e la ricerca pubbliche, il risanamento ambientale, i beni comuni, il lavoro e il reddito. La rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro e sua redistribuzione a precari e disoccupati.

    – La ricostruzione di una democrazia reale e partecipata dai luoghi di lavoro al parlamento, all’informazione, dopo anni e anni di sopraffazione dei diritti e del pluralismo nel nome della governabilità e del modello maggioritario.

    L’ assemblea per l’ Agenda No Monti svilupperà la discussone e le possibile convergenze tra le forze sindacali, politiche, sociali scese in piazza il 27 ottobre, intorno a questi punti fondamentali ed è aperta a tutte e tutti coloro che intendono opporsi alle politiche di Monti oggi e domani e, naturalmente, opporsi anche a chi le sostiene e le sosterrà oggi e domani.

    scarica, fai circolare,diffondi il manifesto-locandina per l’assemblea del 15 dicembre
    Locandina_assemblea_No_Monti_15_dicembre.pdf
    (http://www.contropiano.org/images/Locandina_assemblea_No_Monti_15_dicembre.pdf)

  2. Avatar cambiailmondo

    Con l’antiberlusconismo non ci fregate più.

    Stavolta non ci dobbiamo cascare. Stavolta ci dobbiamo porre l’impegno morale di ignorare (e semmai combattere) chi di professione gridava alla difesa delle democrazia, poi dopo amorevolmente calpestata per far posto ai “tecnici” grazie all’unione contronatura tra Pd, Pdl e Udc.

    No, no, e ancora no. Stavolta non ci dobbiamo cascare. Stavolta ci dobbiamo porre l’impegno morale di ignorare (e semmai combattere) chi di professione gridava alla difesa delle democrazia, poi dopo amorevolmente calpestata per far posto ai “tecnici” grazie all’unione contronatura tra Pd-Pdl-Udc. Tutto in nome del dio spread.

    È una cosa psicologica, probabilmente. Le mignotte, i cucù, le bugie, i cortigiani, le corna, il sesso malato, Mediaset, conflitti di interessi, la cricca, Dell’Utri, la mafia, gli appalti, le barzellette, Feltri e Sechi che sfondano quotidianamente il muro del buonsenso, Cicchitto, le gaffe, i video delle gaffe, «il ruolo di kapò», Ghedini fuori dal tribunale di Milano. E poi, speculari: i post-it, le raccolte firme, le manifestazioni, i popoli viola, il Fatto Quotidiano comprato a mo’ di dichiarazione partigiana, post indignati, i libri su di lui, gli anatemi su di lui, la vergogna per lui, Valigia Blu, mille bolle blu, Se non ora quando? e le scrittrici radical-chic sul palco, Santoro e Bella Ciao.

    No, no, e ancora no. Basta col giochino dei soldatini blu e dei soldatini rossi. C’è stato un anno, il 2012, che ci ha spiegato diverse cose. E ci ha detto che al di là di lui, che al di là della sua presenza ingombrante e della sua proverbiale ignoranza, c’è stato un governo sostenuto da centrosinistra e centrodestra che in un perfetto clima civile e sobrio ha fatto fuori l’articolo 18, ha varato l’ennesima riforma delle pensioni lasciando senza lavoro e senza pensione decine di migliaia di persone, ha tolto solo a chi ha sempre pagato, non ha fatto nulla per i giovani, non ha toccato i grandi patrimoni e i privilegi della Chiesa, ha tagliato il pubblico e non ha tagliato le spese militari. Un governo col bon ton, ma neo-liberista e classista, che ha inserito l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione. Tradotto, altri tagli indiscriminati. E dove, se non nel pubblico?

    Intanto il debito pubblico nel 2012 è aumentato (magia), la disoccupazione è aumentata (magia), il pil si è inabissato (magia), l’inflazione è aumentata (magia), i salari sono scesi (magia). E a protestare chi è rimasto?

    Allora no, no, e ancora no. La scelta non può essere ancora una volta tra quelliper e quelli contro il signor B. E il voto utile, oggi, non è più tra soldatini rossi e soldatini blu. La sfida è tra chi ha intenzione di non discostarsi dalle politiche del rigore a senso unico impartite da Bce e Fmi e chi invece crede che non può essere il neo-liberismo, lo stesso che ha causato la crisi, a rappresentare la soluzione.

    Berlusconi? Chi se ne frega. Quel nome non riesco nemmeno più a pronunciarlo. Il tempo del facile sdegno, quando bastava essere minimamente educati per sembrare rivoluzionari, lasciamolo nel cassetto dei ricordi. Parliamo di politica. E di chi dovrà pagare cosa, nei prossimi cinque anni.

    Fonte: micromega

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