Un libro indagine di Grazia Moffa, che sarà presentato a Salerno il 16 novembre, mette sotto la lente le cause vecchie e nuove degli incidenti sul lavoro nel nostro paese.
di Franco Calvanese
Il libro si propone di valorizzare uno studio sugli incidenti sul lavoro portato avanti da circa sei anni nell’ambito dell’attività di ricerca del Dipartimento di Sociologia e Scienza della politica dell’Università di Salerno (oggi Dipartimento di Scienze politiche sociali e della comunicazione) e promosso dalla cattedra di Sociologia del Lavoro afferente al Dipartimento. Esso ha avuto inizio nel 2006 quando nei grandi organi di informazione apparve in tutta la sua drammaticità la questione degli incidenti sul lavoro e del conseguente fenomeno dei caduti sul lavoro.
In effetti era da decenni che si registrava in Italia circa un milione di infortuni sul lavoro e 26 mila persone costrette all’invalidità ogni anno, con in media 3 morti al giorno . Queste possono essere considerate le cifre di una guerra, mai interrotta, che forse è possibile combattere solo se conosciuta fino in fondo.
Tuttavia proprio nel 2006 in seguito ad un’escalation di avvenimenti luttuosi e delle denunce dello stesso presidente della Repubblica Napolitano, il Senato ha promosso una Commissione di Inchiesta, che se non altro ha consentito di approfondire la tematica e ha permesso una certa visibilità degli attori in campo : vittime degli incidenti,forze sociali e politiche, istituzioni-in particolare magistrati – impegnati su questo fronte, fornendo ampio materiale per le inchieste giornalistiche e televisive. Inoltre a partire da quella data anche nelle Università italiane alcune ricerche e molte tesi di laurea sono state dedicate a questa problematica, evidenziando grandi ritardi sia sul piano dell’analisi del fenomeno sia sul piano degli
interventi messi in atto per la sicurezza del lavoro. Col tempo si è consolidato un filone di ricerca cha ha puntato ad individuare il rapporto di dipendenza tra l’economia informale e/o sommersa e gli incidenti sul lavoro e ad attribuire alle politiche rigidamente orientate alla flessibilità parte della responsabilità delle condizioni di insicurezza in cui si svolge l’attività lavorativa.
Per la realizzazione della fase di ricerca, sono stati usati fondi di ricerca propri inoltre sono stati organizzati
dalla cattedra di Sociologia di Salerno del lavoro specifici programmi didattici e di studio dedicati al tema della sicurezza sul lavoro facendo convergere sulla stessa ricerca diverse iniziative di inchiesta sociale.
Si fa presente, inoltre, che nella fase iniziale della ricerca la problematica sembrava meno complessa che nei successivi passaggi, quando ha assunto una più precisa connotazione ad uno stadio più avanzato dell’approfondimento.
Allora il tema sembrava riconducibile ad alcune chiavi interpretative piuttosto semplici, quali l’esame dell’insufficienza delle misure di sicurezza, in particolare in agricoltura ed in edilizia, la scarsa protezione del lavoro degli immigrati, in gran parte irregolari, in generale l’aggravarsi delle condizioni di lavoro .
Tuttavia in corso d’opera, mentre venivano precisati i termini dell’indagine, come è possibile dedurre dal lavoro della Moffa, si sono fatti strada alcuni temi più di altri da approfondire, in particolare:
1) Il nesso tra l’aumento della flessibilità nel lavoro e gli incidenti;
2) Il nesso tra la diffusione del lavoro precario e gli incidenti;
3) L’allargarsi del concetto di incidenti sul lavoro alle malattie professionali;
4) L’evidenziarsi del carattere di classe di tale problematica: come ad esempio è stato possibile verificare in seguito alle catastrofi naturali e alla distruzione di contrade e villaggi prevalentemente abitate da operai, poveri ed immigrati, prima a Genova e in Liguria, poi in altre zone del nostro paese.
Tali successive acquisizioni rispetto alla fase iniziale della ricerca hanno anche fatto sì che essa prendesse corpo e spessore, passando dalla fotografia della realtà all’individuazione delle tendenze, dalla pur meticolosa analisi dei dati disponibili ad un’indagine sempre più in mare aperto, che però sembra doveroso
affrontare.
Partendo da questi presupposti è utile considerare come nel volume si sommino diversi contributi e sia possibile fare capo a diverse sponde di riferimento. Ad esempio quando ci si cimenta con gli aspetti di tipo teorico, soffermandosi su “la resistibile ascesa del lavoro flessibile nel mercato del lavoro” e sull’aumento degli incidenti, o anche sull’importante ruolo assunto dai migranti nello stesso mercato del lavoro, cioè da coloro che nemmeno si sognano di aspirare ad un posto fisso e sono quasi sempre disponibili a subire le peggiori condizioni di lavoro.
Inoltre giustamente l’autrice analizzando i dati Inail sugli incidenti ne sottolinea l’inadeguatezza statistica ed avverte sul fatto che siano poco da condividere quegli ottimismi maturati di recente, soprattutto in sede politica, che facendo riferimento agli stessi dati individuano una tendenziale riduzione degli incidenti.
In effetti l’ottimismo non è giustificato dalla cifra ancora considerevole di incidenti e morti: e non bisognerebbe mai smettere per questo di scandalizzarsi e preoccuparsi. Qualche scarso ridimensionamento numerico degli stessi va poi ricondotto alla costante flessione dei posti di lavoro e del
numero degli occupati, alla difficoltà a leggere il rapporto tra attività ed incidenti in seguito alla larga
diffusione del lavoro precario e del lavoro nero, al fatto ad esempio che molti incidenti in maniera sospetta accadono (o quanto meno sono denunciati) quasi sempre nel primo giorno di lavoro e che gran parte degli incidenti degli immigrati sono registrati come incidenti capitati in strada. Pertanto sembra semplicistico affidarsi a tendenziali riduzioni percentuali degli incidenti, mentre essi pesano come un macigno, mentre le cronache delle morti riempiono i giornali e l’impotenza sembra il segno distintivo dei commenti degli esperti. Non sarebbe il caso invece di programmare strategie che portino al drastico ridimensionamento, almeno per il 50%, di questi incidenti? Non sarebbe il caso di porre mano con impegno, lucidità e convinzione alla lotta alle malattie professionali? Ovviamente queste grandi questioni non possono esaurirsi nelle pagine del presente volume.
Tuttavia può essere utile valorizzare lo sforzo compiuto nel volume nel mettere insieme i dati Inail ed Eurostat con le testimonianze e le denunce eclatanti e dolorose dei lavoratori della Thyssen di Torino, degli uffici Berlaymont di Bruxelles, degli operai dell’Isochimica di Avellino, della Bimaltex di Montesano sulla Marcellana, con le prese di posizione e le proposte dell’operaio Thyssen Antonio Boccuzzi, divenuto deputato al Parlamento italiano, del presidente di un importante sindacato di funzionari comunitari Franco Ianniello, del segretario della CGIL della Campania Franco Tavella, dell’ex dirigente del Dipartimento Lavoro della Regione Campania Massimo Angrisano, del dott. Giulio Andrea Tozzi dell’ASL 3 di Genova, oltre che di altri esperti ed operatori sociali, quali Anselmo Botte, Maurizio Del Bufalo, Vito Faenza ed altri.
Tenendo ben presente che le esperienze riportate dalla Campania (Isochimica, Bimaltex, mercato del lavoro regionale e immigrati della Piana del Sele , ricerca dell’Università nella Valle dell’Irno), alle quali potremmo aggiungere le aree del terremoto del 1980 in Irpinia e Basilicata, insieme con le testimonianze prima citate, potrebbero già essere sufficienti per comporre un quadro di riferimento chiaro al fine di analizzare
in profondità la problematica degli incidenti sul lavoro.
Il confronto con le altre esperienze italiane ed europee inoltre pone la necessità di una ricollocazione del fenomeno in una dimensione più ampia, per lo meno europea e di impegnarsi alla costruzione di una strategia di contrasto appunto alla resistibile ascesa che ci coinvolga tutti, come soggetti attivi della lotta per la vita.
E’ di sicuro di una certa importanza la segnalazione di due prestigiosi contributi per approfondire il tema trattato nel volume: l’introduzione di Mireille Bruyere e il colloquio realizzato nel 2009 col giudice della Procura di Torino Raffaele Guariniello.
L’importanza dell’introduzione di Mireille Bruyere va sicuramente al di là della possibilità di avviare un confronto per quanto utile tra la realtà italiana , la realtà francese (in questo caso il grave incidente di Tolosa del 2001) e le altre realtà europee. Infatti un limite di questo confronto – quando si parla di incidenti sul lavoro – è spesso quello di considerare le diversità tra gli apparati produttivi e i mercati del lavoro nazionali , finendo per vedere l’Italia più di altri Paesi fortemente caratterizzata dalla piccola e media impresa e dal lavoro sommerso. Il contributo della Bruyere, una protagonista del movimento “d ‘économistes atterrés” del 2010 che ha sviluppato una seria riflessione critica sulle attuali linee europee di politica economica (ispirando di recente parte delle nuove linee programmatiche portate avanti da François Hollande) ci permette sicuramente un significativo salto di qualità nell’elaborazione della nostra analisi. Infatti
il riferimento ai mutamenti intervenuti nelle nostre economie capitalistiche in termini di rapporti di potere, di
gestione dello stesso e degli assetti proprietari fa individuare più di altri le difficoltà di collocazione di una strategia che metta in discussione l’attuale organizzazione del lavoro e ne contrasti effettivamente la deriva che si nutre anche di incidenti e di morti nel lavoro.
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Grazia Moffa è Docente di Sociologia del Lavoro all’Università degli Studi Salerno. Tra gli altri libri recentemente pubblicati: Prostituzione migrante. La questione dei clienti (2011) e Coesione Europea e sviluppo locale. Le politiche europee di promozione territoriale: Italia e Spagna a confronto (2005)















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