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Sindacati europei e latino americani contestano trattatato di libero scambio Europa – Colombia e Perù

di Segio Bassoli *
“E’ come essere di fronte al plotone d’esecuzione e discutere su come salutare amici e parenti”, con questa frase il responsabile della CUT Colombia ha voluto far presente ai sindacati europei, nel seminario tenutosi, presso la sede della CES, a Bruxelles l’8 ottobre scorso, con quale spirito i sindacati colombiani stanno aspettando la decisione del Parlamento Europeo, che dovrà ratificare o meno, il Trattato di Libero Commercio tra Unione Europea e Colombia e Perù. La rappresentazione della realtà colombiana, descritta dai sindacalisti delle tre centrali (CUT, CGTC, CTC), è molto diversa da ciò che viene descritto dalla stampa internazionale: le aperture democratiche ed il processo di pacificazione accreditati al governo di Santos, non corrispondono ad altrettante aperture sul terreno dei diritti e delle libertà.

In Colombia non esiste dialogo sociale, è impossibile costituire sindacati autonomi ed indipendenti, i sindacalisti continuano ad essere minacciati, discriminati e cacciati in modo arbitrario dai luoghi di lavoro. Il governo promuove la costituzione di nuovi sindacati per distruggere i sindacati liberi. Oggi in Colombia solo il 4% dei lavoratori con contratto sono sindacalizzati e l’economia basata sul modello neo-liberale cresce grazie all’esternalizzazione ed al sistema dei sub-appalti, con finte cooperative e con intermediazione di mano d’opera, rendendo di fatto impossibile l’azione di tutela dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.

La situazione non è molto diversa in Perù, come hanno riportato i dirigenti della CUT e della CGTP, dove i sindacati, che in un primo momento hanno sostenuto l’elezione ed il governo Humala, oggi si trovano a dover combattere le stesse politiche economiche e sociali degli anni novanta, quando a governare era il “chino” Fujimori. L’economia peruviana cresce ogni anno a ritmi notevoli, ma sempre più in mano alle multinazionali, con forte presenza del capitale europeo, che attuano politiche antisindacali e di violazioni dei diritti del lavoro fondamentali, persecuzioni ai sindacalisti, licenziamenti arbitrari, orari di lavoro disumani e discriminazioni. Anche in Perù la percentuale di sindacalizzazione non supera il 7% e il processo di precarizzazione del lavoro è ampiamente diffuso.

Il Parlamento Europeo, lo scorso 11 giugno, ha approvato una risoluzione che richiede ai due governi di Colombia e Perù di elaborare una chiara e vincolante “road map” per garantire la protezione ed il rispetto dei diritti umani, del lavoro e ambientali, sulla falsa riga di quanto previsto nell’Accordo di Libero Commercio tra Colombia e USA ((US Labor Action Plan).

Questa “road map”, proposta dal Parlamento Europeo, prevede cinque impegni che i governi andini dovrebbero già avviare prima ancora dell’entrata in vigore del Trattato con l’Unione Europea: assicurare la libertà di associazione e la libera contrattazione collettiva, attivare le ispezioni nei luoghi di lavoro ed applicare le sanzioni previste dalla legge in caso di violazioni, avviare la pratica del dialogo sociale riconoscendo le parti sociali come interlocutori del governo, terminare con l’impunità dei delitti e dei crimini contro sindacalisti e rappresentanti della società civile, introdurre modifiche normative per la protezione e tutela dell’ambiente.

Il Parlamento Europeo dovrebbe sapere però che dei 37 punti fissati nel US Labor Action Plan, solamente 9 sono stati realmente affrontati con alcuni risultati positivi, mentre per il resto, il governo colombiano non ha mosso un dito, venendo meno al fondamentale impegno di tutelare la sicurezza, la salute, la libertà, i diritti umani dei propri cittadini.

In Colombia si continuano a permettere i “pactos colectivos” imposti dalle imprese ai lavoratori, che per essere assunti sono obbligati ad associarsi in false cooperative controllate dall’impresa, anziché dar corso alla contrattazione collettiva con i sindacati indipendenti.

Dal 1986 ad oggi, 2921 sindacalisti sono stati uccisi, solamente negli ultimi due anni, 2010 e 2011, i sindacalisti assassinati sono 51 e 30, rispettivamente. Il 94,4% di questi delitti sono rimasti impuniti.

Nel frattempo, il flusso dei capitali dall’Europa all’America Latina è passato dai 4 miliardi di dollari del 1970 ai 102 miliardi di dollari del 2000 e il volume degli scambi commerciali tra paesi dell’Unione Europea ed i paesi dell’America Latina, nel 2007, ha raggiunto i 157 miliardi di Euro.

Il deficit di legalità presente nei due paesi andini è drammaticamente rappresentato dalla metafora della scena dei condannati che discutono di come salutare amici e parenti, mentre il plotone d’esecuzione si prepara per l’ultimo atto, come ha riportato il rappresentante della CUT di Colombia.

Per i sindacati si pone un problema di fondo, come riuscire ad incidere sulle politiche di commercio internazionali, affinché queste promuovano, simmetricamente, crescita economica con diritti e nel rispetto dell’ambiente. Politiche commerciali europee incluse.

Dalla riunione tra i sindacati andini e la CES si è confermata la posizione di rifiuto del Trattato che verrà manifestata presso le istituzioni europee. Inoltre si è accordato che, in caso di ratifica e di entrata in vigore del Trattato, i sindacati si faranno promotori della costituzione di un Comitato Misto, composto dalle parti sociali della UE e dei due paesi andini, per il monitoraggio degli effetti del Trattato sui diritti del lavoro e sull’occupazione, come proposto dal Comitato Economico Sociale Europeo.

*) – Uff. Politiche Globali CGIL

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