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Italia, Ratificato il Fiscal Compact: ora non ci resta che uscire dall’Euro

di Rodolfo Ricci
Nel più ampio silenzio mediatico che si sia mai registrato (assenza di servizi radiotelevisivi pressoché totale, autocensura  della quasi totalità dei giornali), la Camera dei Deputati ha ratificato oggi, con grande zelo e senza alcun dibattito significativo, con l’opposizione di 65 parlamentari di Italia dei Valori e Lega e con l’astensione di altri 65 parlamentari, il cosiddetto “Fiscal Compact”, che entrerà in vigore il prossimo gennaio a condizione che almeno 12 paesi lo abbiano ratificato (al momento erano solo 9, Cipro, Danimarca, Grecia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Portogallo, Romania e Slovenia).

L’Italia è quindi il decimo paese. Come si vede non ci sono ancora né Francia, né Germania, paese in cui la Corte Costituzionale si è riservata di emettere, entro Settembre, la propria sentenza sulla compatibilità o meno con la Grundgesetzt (Legge fondamentale) di questo provvedimento che limita definitivamente e rende permanente, almeno per i prossimi 20 anni, la sovranità dei singoli paesi che lo accettano, in materia di politica economica e sociale.

Il «fiscal compact» prevede infatti, come punti centrali, “l’impegno delle parti contraenti ad applicare e ad introdurre, entro un anno dall’entrata in vigore del trattato, con norme costituzionali o di rango equivalente, la ‘regola aurea’ per cui il bilancio dello Stato deve essere in pareggio o in attivo”. “Qualora il rapporto debito pubblico/Pil superi la misura del 60%, (in Italia siamo al 120% nda) le parti contraenti si impegnano a ridurlo mediamente di 1/20 all’anno per la parte eccedente tale misura”. “Qualsiasi parte contraente che consideri un’altra parte contraente inadempiente rispetto agli obblighi stabiliti dal patto di bilancio può adire la Corte di giustizia dell’Ue, anche in assenza di un rapporto di valutazione della Commissione europea”.

Il meccanismo significa per il nostro paese la definitiva cancellazione di ogni ipotesi di ruolo pubblico nello sviluppo (già peraltro ottenuto con la recente l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione), ma soprattutto obbliga al rientro del 50% dell’ammontare complessivo del debito pubblico che eccede il 60% del PIL.

Attualmente il nostro debito è pari ad oltre 1.900 miliardi Euro e raggiungerà entro fine 2012/inizio 2013, i 2.000 miliardi di Euro.

Dal 2013, oltre alle normali manovre di riduzione del Deficit di bilancio, al finanziamento dell’ESM e di probabili altre misure a salvataggio di altri paesi della zona Euro, dovremo aggiungere la somma impressionante di ulteriori 50 Miliardi all’anno da reperire con salassi generalizzati sulla ricchezza pubblica e privata italiana.

E questo non per un anno, ma per i prossimi 20 anni. Con questo provvedimento, il futuro di due e più generazioni di italiani è ipotecato e ancorato ad una nuova e permanente dimensione di miseria sociale. Il patrimonio pubblico sarà sacrificato sull’altare di questa decisione ideologica del neoliberismo che ha messo al rogo Keynes e le sue scoperte decisive per lo sviluppo del modello sociale europeo della seconda parte del ‘900, e con cui una classe politica imbelle, totalmente ignorante delle conseguenze di ciò che ha sottoscritto, ha abdicato o senza averne adeguata coscienza o per costitutiva subalternità, al ruolo che i principi democratici riconquistati nel dopoguerra e la Costituzione Italiana le avevano riservato.

Sarà bene tenere a mente i nomi di questa banda di irresponsabili bipartisan (del PDL del PD dell’UDC e degli altri gruppuscoli che sostengono Monti) che al Senato (il 12 luglio scorso) e alla Camera (oggi 19 luglio) hanno votato a favore: abbiamo 20 anni ed oltre per ricordare in ogni occasione a queste persone il danno decisivo e irrecuperabile che hanno causato con questo voto, al nostro paese.

La decisione di oggi rende tra l’altro insignificante la presunta battaglia politica tra il cosiddetto centro-sinistra e il centro-destra a cui dovremmo assistere di qui a poco: qualsiasi maggioranza parlamentare e qualsiasi governo ne risulti eletto alle prossime elezioni, a meno che non decida di uscire dall’Euro e dall’Unione Europea denunciando questo patto e i trattati, non avrà alcuna possibilità di rinverdire le sorti economiche del paese e il recupero di uno spazio sociale coerente con i principi costituzionali.

Si può dire che con l’approvazione del Fiscal Compact, termina definitivamente, in Italia, la democrazia fondata sulla sovranità popolare e nazionale.

Si apre una nuova epoca post-democratica, post-capitalistica e dai caratteri autoritari e neo-feudali, una configurazione che è la sola, secondo i sostenitori postumi del neoliberismo, che possa garantire la sopravvivenza sistemica di poteri (nazionali ed sovranazionali) costituiti dai processi di finanziarizzazione dell’economia, dei beni comuni, della natura e della vita di centinaia di milioni di persone.

La decisione presa costituisce infatti un volano formidabile di ulteriore recessione, una spirale senza fondo che si aggraverà di anno in anno e che non raggiungerà alcuno degli obiettivi decantati dalle elite tecnocratiche europee e nostrane: il prossimo anno, i miliardi da sborsare per soddisfare solo la decisione assunta oggi dal Parlamento, in corrispondenza di un PIL che diminuirà almeno del 2% nel 2012, farà lievitare le 20 rate annuali, ben oltre il previsto, rendendone impraticabile la gestione, a meno di una svendita progressiva dei beni fisici del paese, cioè di una nuova colonizzazione dell’Italia. Il salasso finanziario imposto dal Fiscal Compact sarà del 2,5% del PIL attuale, a bocce ferme, ma è facile ipotizzare che esso possa crescere fino al 3-4%.

Alla fine del ventennio, nel 2033, il bel paese potrebbe assomigliare ad un grande spazio geografico simile a quello del dopoguerra, le cui maestranze saranno state riconvertite in guide turistiche e camerieri al servizio dei turisti dei paesi avanzati d’Europa, d’Asia e d’America.

Una nuova Dolce Vita e magari nuove Cinecittà, insieme allo svuotamento del territorio delle nuove generazioni in fuga verso altri lidi.

Non tutto è perduto, tuttavia, ammesso che, a questo punto, tutte le ambiguità e le incertezze presenti nella sinistra sociale e politica (ed oltre) vengano sciolte: se si vuole continuare a pensare ad un futuro potabile e sostenibile socialmente, non vi è ormai altra alternativa a quella dell’uscita dall’Euro. La quale, da decisione autonoma, si trasforma in necessità indotta dagli eventi.

La posta in gioco è ora o il declino economico-sociale definitivo gestito e condotto dai poteri delle elites interne ed esterne, oppure recuperare sovranità e democrazia rischiando periodi certamente molto difficili e dolorosi, come altre situazioni ci hanno mostrato,  ma recuperando alle popolazioni, il ruolo di decisore finale.

Il un certo senso, si tratta di decidere se ci accodiamo all’antica abitudine di “Francia o Spagna (oggi Germania) purchè se magna”, oppure se riproviamo, come in altri contesti storici risorgimentali, a contare sulle nostre forze, espungendo tutti gli elementi di costrizione esterne e di subalternità di classe interne.

Secondo molti c’è una terza via, che sarebbe la più sensata e politicamente corretta, quella di una reale e completa unità politica europea e di un nuovo protagonismo delle classi lavoratrici del continente. Ma questa possibilità esisteva, per quanto ci riguarda come italiani, fino a ieri.

Da oggi questa prospettiva è casomai da recuperare con passaggi nazionali che impongano la distruzione dell’Europa neoliberista e la sua ricostruzione in Europa sociale; in cui si sia capaci di imporre il recupero dell’equilibrio tra pubblico e privato, di processi democratici autonomi e non subalterni ai mercati, di mettere un guinzaglio ferreo e permanente alla finanza, allo strapotere dei megagruppi bancari e alle imprese multinazionali: insomma solo a condizione che si  estrometta per sempre l’ideologia neoliberista e che si inauguri il nuovo paradigma di sostenibilità sociale ed ambientale, di una nuova centralità dell’uomo e della vita contro la riduzione dell’uomo e della vita a numeri e rapporti contabili.

Tutte cose giuste e condivisibili, ma dal punto di vista politico, ciò può avere qualche chance di realizzarsi solo se, al punto a cui siamo arrivati, saremo in grado di far saltare il banco.

E, come i fatti stanno dimostrando, la chiave decisionale non è un’inesistente Europa, ma sono gli ancora esistenti (per il momento), Stati Nazionali. E’ a questi, infatti che si è chiesta la ratifica della nuova dogmatica. E’ da questi che essa può essere fatta saltare.

Discussione

16 pensieri su “Italia, Ratificato il Fiscal Compact: ora non ci resta che uscire dall’Euro

  1. Ma avete sentito i commenti di Napoli (PDL) o di Frattini??

    http://www.asca.it/news-Fiscal_compact__Frattini__dato_segnale_importante__Italia_fa_suo_dovere-1178729-POL.html
    http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE86I02920120719

    Non capisco se sono stupidi o se noi abbiamo informazioni sbagliate sul fiscal compact!

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    Pubblicato da Giorgio | 19/07/2012, 16:05
  2. LE PARLEMENT ITALIEN VIENT DE VOTER “LA REGLE D”OR”….
    SORTIR DE L’EURO OU LUTTER CONTRE L’UTILISATION QU’EN FONT LES BANQUES ET LE CAPITAL ?

    Mon ami Rodolfo, à la suite du vote d’aujourd’hui de la règle d’or par les parlementaires italiens, nous donne une analyse extrêmement lucide (lien ci-dessous) et extrêmement pessimiste.

    Mais il n’est pas question pour moi de ne nier aucun des scenarii qu’il développe comme hypothèse, et comme possibilité effective.

    Mais un autre scenario encore plus pessimiste est encore possible : c’est un retour en arrière complet, une chute de l’€, de l’Europe et généralisée sous la pression du blocage des échanges par un paroxysme de la crise de production à laquelle la suraccumulation capitaliste nous conduit.

    Et un autre, plus optimiste est possible aussi. Les révolutions en France, 1798, 1830, 1848, la résistance de 1851, La Commune, la guerre impérialiste de 1914 et ses enseignements pour la classe ouvrière (la création de partis ouvriers plus conséquents, malgré leurs défauts ou tares à surmonter), le Front Populaire, la mise en œuvre du programme du Conseil National de la Résistance en 1946… montrent que dans les mouvements de la société, même quand les travailleurs sont utilisés par les classes dominantes qui veulent s’affranchir de dominations supérieures, il n’empêche qu’au passage, cette même classe ouvrière a su conquérir des avancées concrétisées dans les constitutions d’après guerre, particulièrement en France et en Italie.

    Cependant, nous ne sommes plus dans les conditions de la Libération. Les aires de productions sont bien plus larges que les aires nationales. Si les acquis nationaux sont des points d’appui, ils ne suffisent pas en l’état pour répondre aux besoins d’élargissement et de coordination d’aires de production et d’échange correspondant à l’état de développement des forces productives. L’Europe peut constituer une de ces aires si à travers un long ou rapide développement de la « résistance aux banques » et de leur soumission au gouvernement du peuple, nous réussissons à en faire ce que dans une des hypothèses de Rodolfo l’on ferait par destruction-reconstruction.

    On ne revient en arrière que dans des moyens âges de fin d’empire. Ce qui est possible, mais sans doute pas souhaitable, ni inévitable. En tout cas il n’est pas question de renoncer sans se battre et d’accepter ce moyen âge comme un fait déjà accompli. Le programme économique du PCF et du Front de Gauche a commencé à répondre à cet objectif de lutte et il peut progresser à travers les batailles actuelles contre les fermetures d’entreprises dans le cadre d’un gouvernement de gauche qui risque de se trouver désavoué s’il ne répond pas à cette question. Mais nous n’en sommes pas encore là, qu’on ne me fasse pas dire ce que je ne dis pas. Volonté et nécessité ne s’accordent pas toujours, mais sans la première aucun projet utopique ou non ne peut voir ni le début ni la fin d’une concrétisation

    Les « pays du sud » de l’Europe sont dans une situation qui tend à un repli, parce qu’écrasés (pour le moment) plus que les autres par le libéralisme mondialisé et informationnalisé, mais cette tendance existe aussi dans les pays du Nord de l’Europe, et en France, motié au Nord, moitié au Sud…. Dans les formes progressistes ou dans des formes réactionnaires, ces dernières se manifestant dans les mouvements d’extrême droite ou les mouvements « pirates » de droite ou proposant de tout changer pour que rien ne change, naïvement ou insidieusement.

    Rodolfo nous dit avec grande raison : « Sarà bene tenere a mente i nomi di questa banda di irresponsabili bipartisan (del PDL del PD dell’UDC e degli altri gruppuscoli che sostengono Monti) che al Senato (il 12 luglio scorso) e alla Camera (oggi 19 luglio) hanno votato a favore: abbiamo 20 anni ed oltre per ricordare in ogni occasione a queste persone il danno decisivo e irrecuperabile che hanno causato con questa decisione al nostro paese… ». Oui, et l’on peut ajouter parmi les irresponsables, ceux qui ont poussé à la dissolution du P.C.I. au désespoir d’une bonne partie de la population italienne et des militants qui se trouvèrent et se trouvent encore, même si l’on considère les défauts et erreurs de ce parti (qui est humain avant tout avec ses limites), nus pour apporter une réponse collective du peuple au capital.

    C’est d’ailleurs une chose à méditer pour tous les peuples.

    Pierre Assante, 19 juillet 2012

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    Pubblicato da cambiailmondo | 19/07/2012, 18:09
  3. Una decrescita detta “fiscal compact”

    di Keynes blog

    Ieri la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva il cosiddetto “fiscal compact” e il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), l’architrave dell’austerità. Il paese è obbligato quindi, nei prossimi vent’anni, a portare il suo debito pubblico dal 126% (previsioni FMI per il 2012) al 60% del PIL. Si tratta di circa 45 miliardi di risparmi l’anno, miliardo più, miliardo meno, a seconda dell’andamento del ciclo economico. E, si noti, poiché il PIL durante una recessione scende, il rapporto debito/PIL sale. Pertanto il nuovo accordo si configura come una manovra suicida che aggraverà gli effetti di una fase discendente del ciclo.

    Per avere una dimensione di paragone, la spending review di cui tanto si parla incide per appena 29 miliardi in tre anni, meno di 10 miliardi l’anno. O, in altri termini, si può dire che per rispettare il fiscal compact lo Stato toglierà agli italiani circa il 3% della ricchezza generata ogni anno.

    Con quali effetti? L’esperienza degli ultimi venti anni è significativa. Come abbiamo fatto vedere ieri, nonostante l’avanzo primario sia stato costantemente positivo fino al 2009, il debito si è ridotto di 20 punti in quattordici anni, dal picco del 1995 fino 2008. Questo continuo sottrarre risorse all’economia, unito agli effetti negativi dell’ingresso nell’euro (sia pur bilanciato da minori spese per il debito), non è stato indolore: la crescita negli anni 2000, quelli in cui peraltro l’avanzo primario è stato minore (mediamente il 2% all’anno) ha portato ad una stagnazione, con tassi di crescita reali decisamente bassi, mediamente l’1% fino alla crisi.

    E’ facile immaginare quindi che un consolidamento fiscale che cercasse di raggiungere in venti anni un abbattimento del 66% di debito pubblico sul Pil sarebbe ancor più depressivo. E meno dell’1% cosa c’è? Ovviamente zero. O ancor meno, con il risultato che però, negli anni in cui la crescita dovesse essere negativa, il rapporto aumenterebbe e, come Sisifo, torneremmo a riscalare la montagna. Come del resto stiamo facendo proprio ora. Il tutto nell’ipotesi che i tassi di interesse scendano ai livelli degli anni 2000, cosa che probabilmente non avverrà mai, vista la crisi dei debiti sovrani.

    Ma la diminuzione del debito pubblico sulla base di una crescente sottrazione di risorse può avere un effetto ancor più traumatico. Quando il debito pubblico scende perché diminuisce la spesa pubblica, infatti, è molto probabile che quello privato salga. Il motivo è che l’austerità costringe imprese e famiglie ad indebitarsi, spesso anche solo per mantenersi. E cosa succede quando il debito privato cresce? La Spagna e l’Irlanda ci dicono molto sugli effetti perversi di questa politica e di come in un paio d’anni si può far schizzare nuovamente su il debito pubblico anche di 70 punti.

    Ieri il parlamento ha messo un’ipoteca sul futuro del paese, che il paese potrebbe pagare molto cara.

    da Keynes blog

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    Pubblicato da cambiailmondo | 20/07/2012, 22:18
  4. I CONTI VERI DELLA CRISI Quasi 5.000 miliardi gli aiuti alle banche – A proposito di liberismo: gli aiuti di stato alle banche americane ed europee dal 2007 a oggi ammontano a quasi 5 trilioni di euro, 4.700 miliardi per l’esattezza.
    Lo afferma l’ultimo rapporto R&S di Mediobanca.
    Una cifra inimmaginabile, pari al doppio dei costi di dieci anni di guerra in Afghanistan. Si tratta di tutti soldi pubblici, dei contribuenti, passati dalle casse statali a quelle degli istituti di credito finanziati a basso costo o nazionalizzati. La cifra è stimata per difetto (mancano i 100 miliardi per le banche spagnole o i 114 miliardi di prestiti agevolati dello stato italiano alle nostre). Soltanto in Europa, gli aiuti alla finanza ammontano al 37% del Pil continentale. In Italia aiuti più contenuti ma comunque sempre pari al 5,5% del nostro Pil.

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    Pubblicato da guglielmo zanetta | 21/07/2012, 08:57
  5. Vorrei scrivere anch’io il mio parere per quello che riguarda il Fiscal Compact.Dunque , partendo dal presupposto che il nostro Paese non è sovrano nelle scelte economiche-finanziare, è il fatto reale di avere il debito pubblico altissimo, se noi non riceviamo i soldi da chi ce li hanno prestati, per rifinanziare le varie tranche in scadenza, siamo già falliti in partenza, quello che significa per i nostri cittadini lo dovrebbero sapere tutte le forze politiche che non lo hanno votato, mi spiego meglio, se non ci danno i soldi lo stato non sarà in grado di pagare le pensioni, gli stipendi ai dipendenti pubblici, niente servizi, niente scuola, niente polizia, niente di niente, fallimento totale.
    Mi dovrebbero spiegare come dovrebbero andare avanti i cittadini che non riceveranno più gli aiuti dallo stato, Dire no è facile, a prendersi la responsabilità di fare scelte magari pesanti è molto più difficile, la si vede la differenza fra i partiti responsabili e quelli populisti

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    Pubblicato da Gurrieri | 21/07/2012, 12:11
  6. Fiscal compact: la sovranità dal popolo all’Europa
    di Alberto Lucarelli* – ilfattoquotidiano.it.

    In nome della crescita europea l’Italia sacrifica il suo fondamento costituzionale: approvando, senza dibattito e in via definitiva il disegno di legge di ratifica del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria (il cosiddetto fiscal compact), la Camera ha spostato la sovranità dal popolo (come recita l’art. 1 della Costituzione) alla burocrazia europea. In pratica, il voto impone all’Italia di tagliare per 20 anni 45 miliardi di debito pubblico all’anno: solo per dare un’idea della dimensione della scure Ue, a confronto la spending review cancella spese per un di 29 miliardi in tre anni. A questo esborso, inoltre, va aggiunto quello previsto dal trattato istitutivo del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità), ratificato contestualmente al fiscal compact, che impegna l’Italia a versare 15 miliardi in 5 anni per la realizzazione di un fondo “paracadute” per le banche.

    Quella che può essere considerata una vera e propria cessione all’Europa della sovranità politica economica e fiscale, è irrigidita da una serie di clausole “di rigore”, tese a sanzionare a sanzionare gli inadempienti con una multa fino allo 0,1% del Pil. Un Paese, dunque, non può rifiutarsi né di ridurre il debito né di obbedire alle correzioni richieste. Un meccanismo, voluto dall’Eurogruppo, che indebolisce la commissione europea, rafforzando un’Europa intergovernativa fortemente voluta dai governi di destra negli ultimi anni.

    Oltre ad immaginare dove il Governo andrà ad operare questi tagli (dove l’ha fatto finora, penalizzando ulteriormente il welfare e accelerando le politiche di privatizzazione), il fiscal compact ci impone una riflessione sul grado di democrazia operante oggi, ma direi sin dalla sua fase costitutiva, all’interno dell’Unione.

    L’unico principio all’interno dell’Europa che sembra orientato ad esprimere una dimensione democratica è il principio di coesione economico sociale quale paradigma dei diritti sociali. Tale principio, seppur tra mille contraddizioni, va considerato quale vero e unico fondamento “costituzionale” europeo, dal valore prescrittivo e non meramente programmatico, tale da costituire il presupposto di un ampio concetto di partecipazione alla convivenza sociale, politica ed economica.

    Questo principio, finora assolutamente disatteso, deve essere messo in grado di attivare politiche pubbliche tese a realizzare un governo europeo dei beni comuni, in contrapposizione al modello mercantile e concorrenziale che sempre più spesso viene utilizzato quale paravento a scelte di politiche pubbliche. Su questo versante tutte le norme relative alla privatizzazione sono state intese, con estrema ipocrisia e mistificazione, come “comunitariamente necessarie”, ovvero norme alle quali il nostro legislatore, per non violare il diritto comunitario, non si sarebbe potuto sottrarre.

    Dietro il meccanismo del fiscal compact, ma ancor di più dietro il Mes, il grande burattinaio è rappresentato dalla Bce, la Banca Centrale Europea, che ha adottato, in maniera assolutamente illegale e illegittima, misure fuori dall’ordinario quali lo stanziamento di fondi, tramite aste a tasso fisso ed a piena aggiudicazione, con scadenza a 36 mesi, e l’abbassamento temporaneo del coefficiente di riserva obbligatoria dal 2 all’1%. Queste iniziative, “motivate” dalla crisi internazionale, violano il seppur debole diritto pubblico europeo dell’economia (come anche riconosciuto dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 24 del 2011 di ammissibilità del quesito referendario contro la privatizzazione dell’acqua) che sancisce i diritti fondamentali quale fattore irrinunciabile di tutela sociale e territoriale ed elemento imprescindibile della coesione europea (eguaglianza sostanziale). In questa visione la regola della concorrenza sarebbe limitata dal raggiungimento de fini sociali e dal rispetto dei valori fondanti dell’Unione, quali lo sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, la solidarietà, l’elevato livello dell’occupazione e la protezione dell’ambiente, della salute, dei consumatori. Ma non è mai stato così!

    L’Europa può rinascere solo attraverso processi di mobilitazione e di affermazione di principi decisamente antiliberisti, che pongano al centro del confronto politico il lavoro, lo Stato sociale ed i beni comuni. Quindi, ridando piena effettività all’art. 1 della Costituzione, riconoscendo nel lavoro il fondamento della Repubblica e nel popolo, e non nei potentati economico-finanziari europeo, l’esclusiva sovranità.

    * Alberto Lucarelli è Assessore ai Beni Comuni, Acqua Pubblica e Democrazia Partecipativa del Comune di Napoli.

    Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/21/fiscal-compact-la-sovranita-dal-popolo-alleuropa/300720/

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    Pubblicato da cambiailmondo | 22/07/2012, 09:31
  7. Dall’On. Giuseppe Moles

    Caro Ricci,
    Non ho votato ratifica del “fiscal compact” (nè il MES) che toglie sovranità agli Stati x consegnarla nelle mani di superburocrati che non risponderanno del loro operato neanche a Dio
    Le allego il Fantastico intervento in Aula di Antonio Martino vs approvazione “fiscal compact”. Io e tanti altri, d’accordo con lui ed in dissenso dal gruppo, non abbiamo votato il fiscal compact, così come l’estate scorsa (in 8 con Martino) in dissenso non abbiamo votato simile provvedimento previsto da Tremonti
    Cordiali saluti,
    Giuseppe Moles

    Ratifica ed esecuzione del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria tra il Regno del Belgio, la Repubblica di Bulgaria, il Regno di Danimarca, la Repubblica federale di Germania, la Repubblica di Estonia, l’Irlanda, la Repubblica ellenica, il Regno di Spagna, la Repubblica francese, la Repubblica italiana, la Repubblica di Cipro, la Repubblica di Lettonia, la Repubblica di Lituania, il Granducato di Lussemburgo, l’Ungheria, Malta, il Regno dei Paesi Bassi, la Repubblica d’Austria, la Repubblica di Polonia, la Repubblica portoghese, la Romania, la Repubblica di Slovenia, la Repubblica slovacca, la Repubblica di Finlandia e il Regno di Svezia, con Allegati, fatto a Bruxelles il 2 marzo 2012 (Approvato dal Senato) (A.C. 5358)).
    (Dichiarazioni di voto finale – A.C. 5358) Giovedì 19 Luglio 2012

    PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l’onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà.
    ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, non posso votare questo provvedimento, che reputo inaccettabile. Colleghe e colleghi, da sempre i liberali hanno ritenuto il principio del pareggio di bilancio una regola essenziale di trasparenza nella gestione della cosa pubblica. A quella regola, Marco Minghetti, dopo aver annunciato il raggiunto pareggio di bilancio il 16 marzo del 1876, sacrificò l’esistenza della sua parte politica, perché due giorni dopo, il 18 marzo, la Destra politica venne spezzata vita dalla storia d’Italia. Luigi Einaudi volle che il principio del pareggio di bilancio – e lo volle insieme ad Ezio Vanoni – venisse incluso della nostra Costituzione all’articolo 81. Ma il pareggio di bilancio è cosa sacrosanta quando la spesa pubblica è inferiore al 10 per cento, com’era al tempo di Minghetti, quando la spesa pubblica è intorno al 30 per cento, come era al tempo di Einaudi, ma è una regola insensata quando la spesa pubblica supera il 50 per cento del reddito nazionale. A breve tempo, con le cadenze imposte dal fiscal compact, non potremo raggiungere quell’obiettivo con quelle riforme che modifichino gli entitlements, quelle spese che, a legislazione invariata, non possono essere controllate.
    Tenteremo, quindi, di raggiungerlo aumentando ulteriormente la pressione fiscale (Applausi di deputati del gruppo Popolo della Libertà). Le nostre imprese – lo ha sostenuto il presidente di Confindustria – già sopportano il 62,2 per cento di oneri tributari e contributivi, contro il 45,5 per cento della media europea. A che livello vogliamo portare la pressione sulle imprese, all’80-90 per cento? E il contribuente medio dovrà versare il 52 per cento allo Stato? E quelli sopra alla media quanto dovranno versare?
    Questo provvedimento significa un trasferimento di sovranità in materia di bilancio. Il bilancio non è una delle tante attività dello Stato; il bilancio è il centro dell’attività economica dello Stato (Applausi di deputati del gruppo Popolo della Libertà e dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Noi rinunziamo alla sovranità nazionale a favore di chi? Dove sono gli Stati Uniti d’Europa a favore dei quali dovremmo rinunciare alla sovranità nazionale?
    Ma è poi necessario rinunciare alla sovranità nazionale in materia di bilancio, perché abbiamo un’unica moneta? No: gli Stati Uniti hanno un’unica moneta. I cinquanta Stati usano il dollaro, ma ogni Stato è libero di compiere le sue scelte in materia di bilancio e ne sopporta le conseguenze. Anche le Contee sono libere di compiere le loro scelte in materia di bilancio e ne supportano le conseguenze e la FED non è mai intervenuta per salvare uno Stato o una Contea, né è intervenuto mai il Governo federale.
    Colleghe e colleghi, Benedetto XV sosteneva che la prova dell’origine divina della Chiesa è data dal fatto che i chierici non sono ancora riusciti a distruggerla. La prova della bontà dell’ideale europeo è data dal fatto che gli eurosauri e gli euroentusiasti non sono ancora riusciti a screditarla (Applausi di deputati del gruppo Popolo della Libertà e dei deputati dei gruppi Lega Nord Padania e Popolo e Territorio).

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    Pubblicato da cambiailmondo | 22/07/2012, 09:34
    • MONTI l’uomo della provvidenza. E’ vero che un politico guarda alle prossime elezioni e uno statista alle prossime generazioni, Monti invece guarda banche, alla troika (BCE-FMI-UE che commissaria i paesi indebitati e li costringe ad una cura drastica a base di licenziamenti, privatizzazioni e tagli), al Washington Consenso, è l’autore finale della Shock Economy in Italia ed è questo che non sarà certo ricordato per uno statista. Invece di guardare al paese, è più interessato alle tre agenzie private di rating Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch che rappresentano le bussole della mala finanza: orientano flussi di migliaia di miliardi da parte degli investitori e possono così fare vivere o morire aziende e nazioni. Finora però hanno sbagliato spesso (vedi per esempio i casi clamorosi di Enron e Lehman Brothers considerati molto affidabili poco prima di fallire) e di fatto alimentano la speculazione contro gli stati europei più in difficoltà con il rischio crescente di farli fallire. Per avere una bussola più affidabile suggeriamo che in Europa lo European Securities and Markets Authority, ESMA, l’organismo europeo che vigila sul sistema finanziario, crei un’autorità pubblica indipendente per sovraintendere e certificare autonomamente le attività di rating sui titoli di debito.
      La buona politica è tutt’altra cosa rispetto al rigore iniquo e inflattivo messo in campo dai tecnici, le loro ciniche riforme, ha tolto il futuro ai giovani e in cambio non è neppure riuscito a far quadrare i conti: un altro che non pagherà il disastro che ha creato ma dove è l ‘opposizione.
      E’ possibile che in questo paese non paga mai nessuno, 1000 parlamentari che per 20 anni non hanno controllato il bilancio dello stato però molto attenti ad incrementare il loro salario, dovrebero essere tutti inquisiti per aver attentato ed eseguito il fallimento del paese .
      Tartassano i deboli e fanno gli interessi dei più forti è la continuità di Berlusconi , il Governo è una nave che affonda ed i partiti che lo sostengono stanno scappando verso le elezioni anticipate, per eleggere chi…quelli che hanno affondato lo stato.
      MONTI ha alimentato spread, recessione, disoccupazione e debito pubblico senza dare prospettive di crescita: i dati di Bankitalia e Unioncamere, che descrivono una società sempre più povera e precaria, sono uno schiaffo alle riforme targate governo tecnico.
      Votare subito con una legge elettorale che rispetti il referendum è l’unico rimedio possibile per uscire dalla crisi ed andare al voto questo autunno con candidati non compromessi.
      Nel 82 il debito pubblico era al 60% oggi sfioriamo il 130% e lo spread vicino a 600.

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      Pubblicato da guglielmo zanetta | 23/07/2012, 14:20
  8. Giorgio Cremaschi su Fiscal Compact (19 Luglio 2012)

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    Pubblicato da cambiailmondo | 22/07/2012, 09:54
  9. Si preannunciano 20 anni di rigore e 45 miliardi di aumento tasse e tagli alle spese ogni anno. Ma la maggior parte dei deputati dimostra di non sapere nulla a riguardo. GUARDA IL SERVIZIO di ‘Ultima Parola’ su Rai 2.

    Roma – Meccanismo Europeo di Stabilita’ e Fiscal Compact sono sulla bocca di tutti, ma nemmeno i parlamentari italiani, a cui e’ affidato il destino del nostro paese, sanno di cosa si tratti (GUARDA VIDEO).

    La settimana scorsa la Camera ha dato il via libera alle leggi di ratifica definitiva in Italia che recepiscono i Trattati che contengono il Fiscal Compact e il Mes, fortissimamente voluti dal Governo. Si tratta della definitiva conversione in legge italiana, essendo stati gia’ approvati dal Senato entrambi i disegni di legge.

    L’accordo sul Fiscal Compact prevede che tutti gli stati europei vadano verso il pareggio di bilancio senza debiti. Ma la maggior parte dei deputati dimostra di non sapere nulla a riguardo. C’e’ anche chi, come Elio Belcastro del Gruppo Misto, ha votato contro, pur senza sapere bene il perche’. L’ignoranza e’ diffusa e non ha confini di appartenenza partitica.

    Tra quelli che pensavano di caversela con un sorriso e una battuta figurano Renzo Lusetti (UDC), Paola Pelosi, Renzo Speciale e Paolo Rotondi del PdL, Scilipoti e Antonio Razzi di Popolo e Territorio e chi si giustifica dicendo che ‘e’ un documqnto che e’ in Commissione e a me non e’ ancora arrivato’ come Antonio Boccuzzi del PD.

    Oltre a prevedere l’obbligo di pareggio di bilancio per i Paesi aderenti al Trattato, cosa che l’Italia ha già inserito nell’ordinamento addirittura introducendo apposita norma costituzionale, il fiscal compact – come ha ricordato al Parlamento lo stesso Moavero- prevede fra le sue ‘regole d’oro’- l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del Pil di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza ogni anno.

    Il meccanismo entrera’ in vigore dal primo gennaio 2013 se almeno 12 paesi sui 25 che hanno firmato l’accordo decideranno di ratificarlo. Monti ha chiesto di utilizzare i soldi del MES, il fondo salva stati dell’area euro, per……….. “limitare lo spread”.
    GRAZIE MONTI (se non ci fossi tu….)

    Alessandro Ricchi

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    Pubblicato da cambiailmondo | 24/07/2012, 11:50
  10. E’ ora di rispondere !

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    Pubblicato da cambiailmondo | 24/07/2012, 17:01
  11. Sergio Cesaratto: Uscire dall’Euro si può
    http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/8141/

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    Pubblicato da cambiailmondo | 26/07/2012, 10:18
  12. Joseph Halevi: La rottura monetaria
    http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/8146/

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    Pubblicato da cambiailmondo | 26/07/2012, 10:22

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