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Uno smemorato sul Colle

di Rodolfo Ricci
La vicenda delle intercettazioni tra Mancino e il consigliere del Presidente, la scelta di campo contro la Procura di Palermo che costituisce un’intimazione a non oltrepassare i limiti delle “prerogative del Presidente” nell’accertamento dei fatti e che dunque ne limita oggettivamente la possibilità, pongono, oltre alla questione specifica, niente affatto secondaria per comprendere la storia dei rapporti tra Stato e Mafie, la questione dei due pesi e due misure con i quali Napolitano affronta, di volta in volta il “rispetto della Carta Costituzionale”.

Quest’attenzione, come abbiamo avuto modo di evidenziare in più occasioni, è stata, se vogliamo usare un eufemismo, molto al di sotto del necessario in diversi casi:

L’anno scorso, interrogato sulla legittimità costituzionale dei bombardamenti in Libia, Napolitano rispose che si trattava di “naturali conseguenze delle scelte fatte a livello internazionale (ONU) , dopo la scelta dell’istituzione della no-fly zone”.

Questa candida risposta non ci azzeccava ovviamente nulla con l’Art. 11 della nostra Costituzione che proibisce l’uso della guerra nella risoluzione delle controversie internazionali, tanto più, ovviamente, l’aggressione ad un paese che non ci ha aggredito.

Successivamente, nell’ambito della gestione “tecnica della crisi”, con l’avvento di Mario Monti, a seguito della protesta sociale e sindacale sull’Art. 18 e la Legge di Riforma Fornero, il Presidente ha più volte redarguito in particolare la CGIL, la FIOM e il suo segretario, Landini, a prendere atto che queste “riforme” erano indispensabili e che la cancellazione dell’Art. 18 fosse cosa di secondario rilievo. Prioritario era recuperare la fiducia dei “mercati”.

Poi, in riferimento alla valanga di misure per il conseguimento del pareggio di bilancio, ha operato una continua pressione sui partiti e sul Parlamento affinché approvassero a scatola chiusa tutti i provvedimenti proposti, fino a sollecitare anche la reazione del segretario del PD Bersani e a irritare il Presidente della Camera Fini per il continuo ricorso ai Decreti Legge e al voto di fiducia.

Più recentemente è arrivato a dire che, qualunque governo venga eletto dopo la parentesi “tecnica” di Monti, esso dovrà adottarne lo stesso approccio e la stessa politica.

Ovviamente, nel frattempo ha sostenuto con vigore il pareggio di bilancio in Costituzione, e sta adoperandosi per il passaggio parlamentare del Fiscal Compact. (Mentre in Germania, la Corte Costituzionale sta preparando la sua valutazione di costituzionalità, o meno, dello stesso complesso di misure, che farà conoscere all’inizio di settembre). E questo sarebbe un grande motivo per ritardarne, quantomeno, l’approvazione.

Il Presidente ha da tempo aderito completamente al pensiero unico neoliberista e ne sostiene l’applicazione decisa inaugurando una prassi di guardiano di una costituzione materiale (la sua, di Monti e dei mercati) che nulla a che fare con quella formale. Allo stesso tempo non cessa di rimproverare tutti coloro che hanno una diversa visione dei fatti e che propongono vie alternative; non sono pochi, sono anche figure autorevoli e soprattutto sono italiani, come gli altri.

Con ciò, Il Presidente si è trasformato in un giocatore che però continua a voler indossare la divisa dell’arbitro. Nel frattempo sempre più sgualcita.

La motivazione addotta per giustificare l’intervento della Consulta sono decisive: Napolitano intende “trasferire intatte ed integre le prerogative del Capo dello Stato al suo successore”, intendendo con ciò evitare che una congiuntura particolare, (l’intercettazione casuale avvenuta il controllo del telefono di Mancino), ove non adeguatamente contrastata nella fattispecie, metterebbe in discussione la prerogativa dei futuri presidenti, di non essere intercettati, neanche, come nel caso, in modo del tutto casuale.

Al di là del merito della questione, che a rigore potrebbe portare alla sospensione di ogni intercettazione – perché vi è sempre la possibilità che qualche cittadino sotto indagine della magistratura digiti, anche casualmente il numero del Quirinale -, la motivazione sostenuta stride fortemente con quanto il Presidente ha sostenuto, una decina di giorni fa, in riferimento alle prerogative del Parlamento e del Governo e in definitiva della sovranità popolare:

“Qualsiasi Governo venga eletto esso dovrà continuare la pratica (di rigore, di riduzione della spesa pubblica, di pareggio di bilancio, ecc. ecc.), avviata da questo governo”, tentando così di mettere un’ipoteca sul futuro.

Qui, come si vede, Napolitano è stato del tutto indifferente a quanto prescritto dalla Costituzione, laddove si dice che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita secondo quanto prescritto dalla costituzione, cioè attraverso un parlamento democraticamente eletto ed un governo che disponga della necessaria maggioranza parlamentare, che, in forza di ciò, può invece adottare linee programmatiche, di politica economica, sociale, ecc.,  del tutto diverse ed anche opposte a quelle attuali.

Ognuno di noi tende volentieri all’eternità, ma è noto che vi siano dei limiti. In questo caso, la naturale predisposizione a proiettarsi oltre la propria fine, richiama un’inquietudine che, visti i pregressi nazionali, può trasformarsi in farsa. Oppure, più semplicemente, siamo nel campo di un oblio incipiente o della caduta dei freni inibitori (in questo caso si tratterebbe di responsabilità effettiva e di rispetto delle regole), che di solito accade quando i progetti strenuamente sostenuti e in cui fermamente si crede, cominciano a fare acqua da tutte le parti, come ci confermano lo spread tornato a livelli berlusconiani e la recessione del 2% nel 2012 che continuerà nel 2013 (certificata dall’FMI), dopo che ci siamo dissanguati di oltre 80 miliardi di Euro in soli 7 mesi.

Certo è paradossale, che il richiamo alle prerogative avvenga su un fatto, le trattative Stato-Mafia e l’assassinio di Borsellino, che nulla (o al contrario moltissimo) hanno a che fare con la modernizzazione del paese, con la natura di questo Stato e con tutte le infinite vicende che dal dopoguerra ad oggi, ci hanno visto come terra di conquista o di coloniazzazione e quindi campo di battaglia tra potenze esogene, esterne o sovranazionali.

Sbaglierò, ma mi sembra che vi siano tutti gli ingredienti per immaginare l’inizio della fine.

 

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Leggi anche: Franco Cordero: la “prerogativa” invocata dal Colle non esiste

 

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Discussione

3 pensieri su “Uno smemorato sul Colle

  1. Ancora una volta concordo con le opinioni di Rodolfo. Purtroppo siamo in pochi ad essere preoccupati, ma credo che il timore non sia infondato. La storia repubblicana ci ha insegnato che più volte i presidenti della repubblica sono andati oltre le loro prerogative costituzionali. Con Napolitano penso siamo di fronte ad un personaggio estremamente pericoloso, determinato e capace di utilizzare al peggio il credito (immeritato) di cui gode. Speriamo di non dover subire ancora per molto. Il 2013 è vicino, anche se l’orizzonte rimane fosco.

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    Pubblicato da massimo angrisano | 17/07/2012, 17:44
  2. L’incostituzionalità sollevata da Napolitano è un retaggio monarchico mentre il nostro Paese è, almeno nominalmente, una Repubblica Democratica; vuol dire che TUTTI siamo UGUALI di fronte alla Legge. Napolitano potrà cavarsela invocando cavilli ma dovrà risponderne al POPOLO SOVRANO e, soprattutto, alla STORIA.

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    Pubblicato da Antonio | 18/07/2012, 13:43
  3. Temo anch’io che sia l’inizio della fine ( non sua ma di quel che resta della costituzione) per altri due motivi. 1- modifica costituzionale prevista verso un semi-presidenzialismo alla francese, sul quale il PD, guarda caso è d’accordo e quindi ci sono i numeri. 2- su questa scia il tempestivo ritorno in campo di Berlusconi, che ha sempre voluto la presidenza della repubblica. Napolitano decade e il successore dovrebbe toccare a un personaggio di centro destra sicuramente. Non vorrei che gliela stessero preparando su un piatto d’argento. Penso abbia mandato in tempo un ballon d’essai.

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    Pubblicato da Tonino | 18/07/2012, 20:00

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