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Egitto: la resurrezione dopo il verdetto su Mubarak

di Elisa Ferrero (Il Cairo)
E’ successo di nuovo. Nel momento più nero della rivoluzione, le piazze egiziane si sono riempite un’altra volta, del tutto spontaneamente. Dico le piazze egiziane, perché non è stata solo la mitica piazza Tahrir a riempirsi. Le manifestazioni sono scoppiate in tutto il paese, persino l’Alto Egitto, e persino Menoufiya, dove Shafiq, il contestatissimo candidato militare, ha preso tonnellate di voti. 

I giornali e i mass media italiani, come al solito, hanno colto soltanto un angolino di quanto successo, distorcendo la realtà. Non sono i Fratelli Musulmani ad aver organizzato le proteste, loro sono solo una componente della piazza, come già è accaduto tante altre volte. Ieri, dopo la sentenza su Mubarak, centinaia di persone hanno subito cominciato a muoversi per le strade egiziane, chiamando a raccolta la gente per protestare. Poi sono arrivati gli inviti “ufficiali” a scendere in piazza da parte di Hamdeen Sabbahi, Abdel Moneim Abul Fotouh, Khaled Ali e altri ancora. Questa volta sì, bisognava davvero tornare in piazza, erano sia il momento sia il modo giusto per farlo. E’ giunto anche l’invito dei Fratelli Musulmani, naturalmente, ma non è stato né il primo, né il più convinto.

Così, mentre Mubarak veniva trasferito all’ospedale della prigione di Tora e, per ben quattro ore, faceva resistenza a scendere dall’elicottero, perché non voleva entrarci, la gente infuriata e carica d’energia affluiva nelle principali piazze egiziane: Tahrir, Qaid Ibrahim… E’ stato un vero e proprio risorgere, con la piazza di nuovo unita, Fratelli Musulmani compresi. Un bel bastone tra le ruote per il Consiglio Militare, che nei giorni precedenti, sentendosi sicuro, aveva di nuovo alzato toni minacciosi nei confronti di possibili proteste contro il ballottaggio. Il fallimento della milioniya di venerdì scorso li aveva ulteriormente imbaldanziti. Invece, sorpresa sorpresa, la piazza è viva, gli egiziani non mollano. Non amano più scendere in piazza tutti i momenti, ma quando ci vuole sono presenti. E la tv di stato non ha perso occasione per cadere ancora una volta nel ridicolo: il primo canale, infatti, mentre piazza Tahrir si riempiva, raccontava compiaciuto che gli egiziani erano scesi in strada a festeggiare il verdetto su Mubarak. Non c’è limite alla vergogna.

I primi candidati alla Presidenza a giungere insieme a piazza Tahrir sono stati Hamdeen (così lo chiamano in tanti, senza il cognome) e Khaled Ali. Il loro arrivo è stato accolto con entusiasmo. Hamdeen è stato issato sulle spalle di qualcuno e trasportato in giro dalla folla giubilante. La foto che vi allego (che ha già fatto il giro del mondo) testimonia di questo momento. Quasi l’hanno soffocato, Hamdeen, nuovo leader della rivoluzione! Pare inoltre che dopo abbia dovuto recarsi in ospedale a causa di una caduta. La folla era davvero troppa. E qualcosa di simile è accaduto anche ad Abul Fotouh, che è arrivato qualche ora dopo e si dice sia svenuto per la pressione della massa. Per ultimo è arrivato Morsy, il candidato della Fratellanza Musulmana, ma la scena è stata molto diversa. Come sempre, i Fratelli Musulmani hanno organizzato un bel cordone protettivo, inoltre Morsy, prima di recarsi in piazza, ha tenuto una conferenza stampa che gli ha già causato un bel po’ di battute sarcastiche. Infatti, Morsy ha confermato il suo sostegno alle proteste, ma puntualizzando che non bisognava assolutamente dimenticare le elezioni e che, sottinteso, bisognava votare per lui, naturalmente. Sfruttamento della rivoluzione per propaganda elettorale, l’hanno subito definito. Moussa e Shafiq, invece, non si sono visti del tutto, e nessuno, per la verità, aveva voglia di vederli, ma visto che si dicono tanto rivoluzionari…

Ora, però, la nuova rivolta si trova di fronte al problema di come mantenere questo rinnovato impulso e, soprattutto, di come farlo fruttare. Per quanto riguarda il primo punto, il nemico numero uno è il sole, che toglierebbe ogni velleità di resistenza anche al più incallito rivoluzionario. Si pensa allora alla seguente strategia: di giorno mobilitare le strade, dove c’è più ombra e il movimento permette di sfuggire un po’ agli artigli del sole, con marce in giro per le città; di notte, invece, convergere tutti sulle piazza per dar forza ai sit-in. La notte, dunque, sarà il momento di punta di queste nuove manifestazioni.

Per quanto riguarda il far fruttare le proteste, questa volta c’è un’importante differenza rispetto alle manifestazioni passate: la rivoluzione ha identificato dei leader, o delle persone che possono rappresentarla e darle una voce unificata. Hamdeen, Khaled Ali e Abul Fotouh hanno già deciso di collaborare (finalmente!). Dopo una prima consultazione, hanno annunciato, per lunedì mattina, una conferenza stampa congiunta nella quale comunicheranno il prossimo passo. Coinvolgeranno anche Mohammed el-Baradei, che lunedì tornerà in Egitto (si era di nuovo ritirato a Vienna). E’ un bene che il leader non sia uno solo, ma un piccolo collettivo in grado di rappresentare tutti gli egiziani, dai laici agli islamisti. Morsy e la Fratellanza, invece, andranno avanti per conto loro, insistendo sulle elezioni.

Ma quali sono le richieste della piazza, adesso? Anche questa volta ho potuto assistere all’incredibile fenomeno del progressivo coagularsi del consenso  attorno ad alcune richieste comuni, come se davvero la piazza avesse una vita propria che non è la somma delle vite singole, ma qualcosa che le comprende e le trascende. Le richieste sulle quali tutti sembrano concordare sono le dimissioni del Procuratore Generale (che ha istituito un processo a dir poco debole contro Mubarak) e la formazione di un consiglio presidenziale, formato da tutte le figure ormai riconosciute come proprie dalla rivoluzione: Sabbahi, Abul Fotouh, el-Baradei, Khaled Ali, ecc. C’è anche la richiesta che Shafiq venga escluso dal ballottaggio. Aspettiamo domani, comunque, per saperne di più.

Quel che conta è che la piazza ha dimostrato, ancora una volta, di essere la protagonista principale e imprescindibile della scena egiziana. Ciò tranquillizza, soprattutto gli egiziani, sul fatto che indietro non è possibile tornare, neanche per Shafiq, se dovesse vincere il ballottaggio. Anzi, c’è chi spera, ora, che vinca proprio Shafiq, perché sarebbe più facile unire la piazza contro di lui e “dirottarlo” verso ciò che si vuole. Torno a ripeterlo: quel qualcosa che è definitivamente cambiato negli egiziani è l’unica loro garanzia per un futuro di maggiore libertà. Chi vuole risultati subito, per riempire i giornali di titoloni, sarà deluso, ma chi avrà la pazienza (e i nervi saldi) di seguire gli egiziani passo passo forse imparerà qualcosa da loro.

(Nella foto (di Mohammed Salem), Hamdeen Sabbahi trasportato dalla folla)

(Il Cairo, 3 Giugno 2012)

 

 

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di Elisa Ferrero (Il Cairo, 2 Giugno 2012)
Finalmente è arrivato il giorno della sentenza su Mubarak, così come sui suoi figli, sull’ex ministro degli interni Habib al-Adly e sui suoi uomini. Non c’erano molte speranze, visto l’aria di restaurazione che si respira di questi tempi. E infatti il verdetto ha lasciato l’amaro in bocca, per usare un eufemismo. Fuori dell’aula dove è stata letta la sentenza sono già in corso scontri tra la polizia e le famiglie dei martiri, comprensibilmente infuriati.

In realtà, il giudice Refaat aveva iniziato bene: nella sua lunga introduzione ha lodato la rivoluzione del 25 gennaio 2011, sottolineandone il carattere pacifico e parlando del ruolo dei poveri. Al contrario, ha usato parole durissime nei confronti della dittatura di Mubarak, descrivendola come trent’anni di oscurità nerissima. L’introduzione del giudice (che dopo questo processo andrà in pensione) è stata emozionale, quasi poetica, come se volesse esprimere tutti i sentimenti che, in questo terribile momento, gli egiziani non riescono a esprimere. Refaat ha anche parlato di testimoni compromessi, che lui si è rifiutato di ascoltare, e di prove fatte sparire.

Per un attimo, un brevissimo istante, si è sperato che questa promettente introduzione preludesse a un verdetto duro e giusto, ma così non è stato. Mubarak e al-Adly hanno entrambi ricevuto la condanna all’ergastolo per esser stati responsabili dell’uccisione di centinaia di manifestanti. E fin qui la sentenza poteva essere accettabile, tranne per chi avrebbe voluto la pena capitale. La beffa è giunta dopo: i figli di Mubarak, Alaa e Gamal, sono stati scagionati dalle accuse di corruzione, perché cadute in prescrizione (anche Mubarak padre è stato scagionato da questo capo d’imputazione). Gli uomini di al-Adly, invece, noti torturatori a capo dell’ex Sicurezza di Stato, sono stati scagionati dalle accuse di aver ucciso i manifestanti. Paradossale… Sono stati riconosciuti i responsabili, Mubarak e al-Adly, ma non gli esecutori diretti degli ordini.

Per molti questa sentenza rappresenta una chiara licenza di uccidere, per gli ex capi della Sicurezza di Stato (ed è da notare che, finora, tutti i poliziotti processati per le stesse accuse sono stati scagionati; l’unica pena di morte che era stata decretata è stata poi commutata, qualche giorno fa, in cinque anni di carcere). Ci si chiede che cosa potranno fare Alaa e Gamal liberi, con l’aiuto di questi uomini in circolazione, che molti temono saranno reintegrati nel ministero degli interni, se vincerà Shafiq alle presidenziali. Alaa e Gamal, in realtà, devono far fronte a un nuovo processo per corruzione, ma finché la magistratura e la procura saranno dominate da uomini del vecchio regime c’è poco da sperare, non se ne esce. Chissà che Gamal non si presenti alle presidenziali del 2016?

Pare anche che il futuro Presidente, se vorrà, avrà la facoltà di condonare la pena a Mubarak e al-Adly (che comunque potrebbe ancora essere ribaltata in appello). Pensate un po’ cosa succederà, allora, se sarà Shafiq il prossimo Presidente, lo stesso uomo che ha dichiarato che Mubarak è il modello al quale s’ispira. Il regime si è quasi del tutto rigenerato, manca solo una nuova testa. Ottimo lavoro, cari generali.

Intanto, Mubarak è stato trasferito all’ospedale della prigione di Tora, dove probabilmente troverà ad attenderlo l’ennesima residenza di lusso. Si attende con apprensione, invece, la reazione dei Fratelli Musulmani, i primi, probabilmente, sui quali si abbatterebbe la scure del regime restaurato, se Shafiq dovesse vincere. Ma anche i giovani attivisti, ora, ben più deboli dei Fratelli Musulmani, sono ad alto rischio. Oggi, mentre veniva letta la sentenza su Mubarak, il blogger Alaa Abdel Fattah (di nuovo!) e la sorella venivano interrogati sull’incendio del quartier generale di Shafiq al Cairo. Dio protegga l’Egitto.

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