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Contro il fiskalpact si muove il sindacato tedesco. L’appello di DGB, Ig Metall e Ver.di

di Paola Giaculli – Berlino
I socialisti europei si trovano di fronte a un vero dilemma: abbracciare definitivamente le opzioni dell’Europa tecnocratica e del rigore,  ademocratica e antisociale oppure rilanciare il modello sociale europeo, realizzando appieno le promesse di partecipazione, di convivenza pacifica, di un’Europa che non difende gli interessi delle lobbies finanziarie, ma quelli del welfare e della stragrande maggioranza delle popolazioni del continente, tartassate ormai a più non posso con il pretesto della crisi. La stagione è ricca di confronti e scontri elettorali e sociali, in paesi importanti quali la Germania, la Francia e la Spagna, dove l’enorme partecipazione allo sciopero generale e alle manifestazioni mette in tutta evidenza la profonda avversione nei confronti della controriforma del mercato del lavoro.  In Germania lo scontro si gioca a livello istituzionale con lo sguardo alle presidenziali in Francia, come rivela il dibattito attuale intorno al Fiskalpakt, la tenaglia del rigore finanziario, del pareggio di bilancio per tutti i paesi dell’UE, e sanzioni per quelli che sforano, voluto fortemente da Merkel . Ed è qui che per la socialdemocrazia tedesca i nodi vengono al pettine.

Da un lato si pratica l’avvicinamento alla Cdu, in vista di un governo di coalizione nazionale per il 2013, ipotesi avvalorata dalla scelta di große Koalition a Berlino, del candidato unico alla presidenza della Repubblica, quindi dall’opzione di governo Cdu-Spd in Saarland, dove ci sarebbero  i numeri per formare un governo di sinistra, osteggiato però dalla Spd per l’opposizione della Linke al pareggio in bilancio.

Dall’altro i socialdemocratici devono constatare che l’ipotesi di governo con la Cdu non produce consensi, e il partito, anche se in ripresa rispetto all’infimo risultato delle legislative del 2009 (24 percento) , rimane  per lo più al di sotto del 30 percento nei sondaggi, mentre i cristiano democratici di Merkel sono al 35-37 percento – e per l’alternativa Spd-Verdi non ci sono i numeri.

Certo la cancelliera, che non si lascia scomporre più di tanto dall’effettiva scomparsa dei suoi alleati liberali ormai tendenti all’1 percento, fa buon viso a cattivo gioco e attende che la Spd cada più o meno volontariamente nella sua rete. Del resto non può governare da sola. Con chi altri può farlo se non con la Spd, di comprovata fiducia, come dimostrano gli anni della große Koalition?

Anche Steinmeier, capogruppo della Spd,  sembra voler insistere sul senso di responsabilità dimostrato dalle iniziative di riforma delle pensioni (a 67 anni) voluta fortemente dall’allora ministro del lavoro Müntefering, nonché ex presidente della Spd e dalle riforme strutturali (del mercato del lavoro soprattutto a opera del governo Spd-Verdi a guida Schröder) che “hanno garantito competitività alla Germania”. Questo il tenore del discorso del capogruppo Spd di ieri al Bundestag, che ha rivendicato riforme e politica di rigore, promosse anche grazie alla Spd.

“Perché mai gli altri paesi europei non dovrebbero fare quello che facciamo noi in Germania?” si chiede retoricamente, per sottolineare l’importanza dell’inserimento nei testi costituzionali di tutta Europa del pareggio di bilancio e ricordare che è stata la Spd al governo con la Cdu a volerlo nella costituzione tedesca.

L’impostazione del Fiskalpakt va, secondo Steinmeier, nella giusta direzione: il suo impianto rigoristico, punitivo e autoritario non va dunque toccato. Certo, bisognerà vedere come si mette con i diritti del parlamento, dei Länder, dei diritti all’autonomia di bilancio. Ma, tutto sommato, il patto di stabilità non ha mancamenti, semmai “non è sufficiente, perché ci vogliono impulsi alla crescita”. Intanto forse ci si è forse accorti che qualcosa in Europa si muove, se secondo il capogruppo verde Trittin “sarà importante vedere quello che succede in Francia”, e Spd e verdi chiedono di temporeggiare fino all’autunno, mentre Merkel voleva procedere a tappe forzate per il voto prima della pausa estiva. Sul fondo salva stati, come sul voto lo scorso ottobre, i partiti, a parte la Linke, si sono compattati in una grandissima coalizione.

A differenza del fondo salva stati l’approvazione del Fiskalpakt al Bundestag, il parlamento tedesco, richiede una maggioranza di due terzi, e secondo autorevoli analisti è improbabile che Spd e Verdi facciano mancare il loro sostegno. D’altra parte la sinistra preme in Francia, e Hollande, sotto pressione per la gauche di Melenchon, non sembra volare per una vittoria al primo turno, anche se i sondaggi lo vogliono vincente al secondo.

Dovrà comunque confrontarsi con un elettorato di sinistra più forte del previsto (11-14%) e forse questo spinge anche Spd e Verdi a chiedere più tempo in attesa degli sviluppi futuri. Tra i partiti politici in Germania solo la Linke dà battaglia al patto fiscale denunciandone  il carattere profondamente regressivo. “Si tratta della fondazione di una nuova Unione europea, cioè degli Stati uniti d’Europa”, afferma il capogruppo al Bundestag Gregor Gysi.

Questa nuova costituzione materiale avrebbe comunque bisogno di essere ratificata dal voto popolare. “In questa forma sarebbe però la distruzione dell’ideale europeo di benessere sociale e di pace, e l’Ue diventerebbe la federazione della finanza e delle banche”.

D’altra parte, anche fuori dalle sedi istituzionali, l’insofferenza si fa sentire:  cominciano a diffondersi vari appelli contro il patto fiscale, e fra questi spicca quello lanciato dai rappresentanti dei più importanti sindacati tedeschi, quali Hans-Jürgen Urban (IG Metall con circa 2,2 milioni di iscritti), Frank Bsirske, del sindacato dei servizi Ver.di (2,1 milioni di iscritti), a cui hanno aderito anche il capo del sindacato generale DGB Michael Sommer, autorevoli ricercatori e intellettuali come il filosofo Jürgen Habermas, ma anche esponenti politici di Spd, Verdi e Linke.

Questo appello (Rifondare l’Europa! Fermare la marcia verso la rovina! Democrazia e Solidarietà contro la crisi) denuncia lo strapotere dei mercati finanziari e la “minaccia irreparabile per la democrazia politica e sociale che incombe sull’Europa” a opera del patto fiscale imposto dal governo tedesco e delle politiche antisociali.

Con questa iniziativa i sindacati tedeschi vengono allo scoperto: alla lunga il modello Germania non produce benefici neanche per le lavoratrici e i lavoratori tedeschi. Crisi sociale e recessione nei paesi del sud Europa incideranno prima o poi sulle esportazioni tedesche, al 60 percento nell’Unione europea. Del resto la forza economica della Germania si deve anche all’espansione dei settori a basso salario, (circa otto milioni di lavoratori), e nel congelamento dei salari reali. Il tema del lavoro campeggia nei dibattiti e nei mass media e anche in Germania si sciopera da settimane in particolare nel pubblico impiego e nei trasporti per l’aumento dei salari. Secondo Bsirske, “la crescita non si è mai fatta sentire nelle tasche dei lavoratori, a fronte di profitti incalcolabili”. Il braccio di ferro con il governo continua.

Non è un caso dunque che la DGB, come i principali sindacati europei, tra cui la CGIL, appoggi lo sciopero spagnolo a spagnolo. “In Europa – afferma il rappresentante di DGB Wolfgang Lütterbach  alla conferenza sindacale europea convocata dai sindacati spagnoli a Madrid in occasione dello sciopero – né gli stati né i governi sono in grado di far fronte alla offensiva del capitale finanziario contro lo stato sociale e la democrazia, per cui sono i sindacati che ne hanno assunto la difesa”.

Secondo Lütterbach, “lo sciopero generale spagnolo è una chiara manifestazione di lotta per la democrazia e la difesa del modello sociale”.  La FIOM in Italia non sembra quindi essere isolata nella battaglia che vede inscindibilmente legate tra loro questione sociale, lavoro e democrazia. Si potrebbe allora aprire la prospettiva di una forte mobilitazione sociale in tutti i paesi dell’Ue coordinata a livello europeo contro l’autoritarismo antisociale esemplificato dal patto fiscale: in questo caso forse la politica non resterebbe indifferente o complice dei vari tecnocrati, tecnici e professori.

 

Sito dell’appello dei sindacati tedeschi:

http://www.europa-neu-begruenden.de/

Traduzione:

Appello

Rifondare l’Europa! Fermare la marcia verso la rovina! Solidarietà e democrazia contro la crisi!

Così non si può proprio andare avanti. Il progetto dell’Europa sta per naufragare. L’Europa si trova in una crisi esistenziale. Già prima dello scoppio della crisi si erano fatte scelte politiche sbagliate con la costruzione dell’euro fondata esclusivamente sulla stabilità monetaria e su erronei criteri di deficit e debito, con il discutibile coordinamento di politiche economiche e l’abbandono colpevole dell’unione sociale. La crisi attuale è stata indotta dalle politiche di deregulation e dall’avidità priva di scrupoli delle élites finanziarie che speculano contro i paesi in crisi e vogliono imporre politiche conformi al mercato finanziario. Con il modello neoliberista della subordinazione al dominio dei mercati (finanziari) l’Ue non contribuisce alla soluzione della crisi, anzi la aggrava.

Invece di nominare le cause della crisi che risiedono in politiche sbagliate e nella ricerca sfrenata di profitti, i deficit pubblici sono diventati “la crisi (sociale) dei debiti sovrani”, definizione funzionale alla legittimazione di una politica disastrosa. La spesa pubblica come anche il reddito da lavoro e il quello sociale subiscono tagli radicali in virtù di disposizioni europee. I costi del salvataggio delle banche vengono scaricati sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici, disoccupati e pensionati. La “economic  governance” e il patto fiscale imposto dal governo tedesco perseguono un’agenda che minaccia di compromettere in modo irreparabile la democrazia politica e sociale nei paesi dell’Ue.

Si deve fermare al più presto questa politica irresponsabile in quanto:

  • Controproducente dal punto di vista economico perché strangola i consumi pubblici e privati, gli investimenti pubblici e con questi la crescita e lo sviluppo;
  • Socialmente irresponsabile, perché provoca divisioni tra i paesi dell’Ue ma anche all’interno degli stessi paesi;
  • Distruttiva dal punto di vista della democrazia politica perché mette fuori gioco processi democratici e aggredisce le conquiste della democrazia sociale come l’autonomia sindacale e i sistemi di tutela sociale.

Sulla Grecia si concentrano le conseguenze catastrofiche di questa politica. L’economia èstata costretta alla recessione, si impoveriscono grandi strati della popolazione, sempre più persone, amareggiate, voltano le spalle all’Europa e la democrazia viene soffocata dalla stretta della “troika”.

Si deve porre fine a questa situazione e non si deve assolutamente ripetere in nessun altro paese! L’Europa si deve muovere su un’altra via di sviluppo. Se il progetto democratico e solidale vuole avere un futuro, si devono cambiare le politiche. La Germania, in quanto stato economicamente e politicamente più forte, riveste, da questo puntio di vista, una responsabilità particolare. Chiediamo che la Germania promuova una politica che non la renda motore di crisi e distruzione, ma si faccia guida del più che mai necessario cambiamento di rotta.

Dal punto di vista economico-politico sono necessarie le seguenti misure:

  • Tassa sulle transazioni finanziarie. Bisogna far pagare la crisi agli operatori dei mercati finanziari che l’hanno generata. Regulation dei mercati finanziari e riassetto del sistema bancario;
  • L’Eurozona tutta deve essere farsi garante dei titoli di stato e le finanze pubbliche devono essere rese indipendenti dai mercati del capitale;
  • Le politiche monetarie europee, oltre alla stabilità monetaria, devono impegnarsi a perseguire crescita e occupazione.

Anche i sindacati e la politica in Germania sono chiamati in causa. In Germania i salari devono riprendere a salire, e di più di quanto è avvenuto negli ultimi anni, per porre fine al divario crescente a favore dei profitti, rafforzare il mercato interno e contrastare gli squilibri nell’Ue. Irrinunciabile è inoltre una nuova regolamentazione del mercato del lavoro, porre freno ai settori a basso salario e al lavoro precario.

Queste misure però non sono sufficienti. La via alternativa presuppone cambiamenti ben più radicali:

  • Per realizzare la cooperazione tra economie a diversa capacità produttiva nel quadro comune dell’euro, è necessario che l’Unione proceda a una maggiore integrazione*, per sovvenzionare il riequilibrio dei conti e abbattere gli squilibri economici all’interno dell’eurozona. Da questo punto di vista si dovrebbero concordare insieme diritti e doveri degli stati “donatori” e degli stati “beneficiari”. Agli stati molto indebitati si potrebbero aprire nuove prospettive di sviluppo mediante aiuti finanziari.
  • L’Europa ha bisogno di una nuova offensiva democratica.  Se rimane un progetto elitario, l’Ue non ha futuro.  Le nuove politiche vanno intraprese nell’ambito dei trattati e delle istituzioni europei. I governi non hanno mandato per esercitare politiche di crisi escludendo i parlamenti. Nella questione centrale dell’Europa occorre interpellare i popoli.
  • L’Europa si deve rifondare! Il processo di unificazione ha bisogno di una nuova idea guida che promuova un’identità. Sempre più persone collegano l’idea di Europa ai debiti sovrani, alla distruzione dello stato sociale e alla burocrazia e non guardano più all’Ue con simpatia e consenso. Se l’Europa deve avere un futuro, allora ci si deve occupare attivamente del consenso e dell’affezione delle persone. Nel dibattito sull’Europa i soggetti devono convergere su un’idea guida per un’Europa sociale e democratica.

Sosteniamo un movimento sociale europeo di cittadine e cittadini che si mobiliti contro le disastrose politiche di crisi e per un cambiamento politico radicale. Un primo passo deve essere il rifiuto del patto fiscale nella sua forma attuale e la rinegoziazione del quadro politico-fiscale. Chiediamo ai responsabili politici e facciamo appello ai sindacati e alla società civile:

Fermiamo il cammino che porta alla rovina dell’Europa  – facciamolo con più intelligenza economica, giustizia sociale e coraggio democratico! L’Europa ha bisogno di un dibattito su un nuovo futuro solidale e democratico.

 

Promotori dell’appello:

Frank Bsirske (Sindacato servizi Ver.di), Annelie Buntenbach (Sindacato generale DGB),

Prof. Dr. Rudolf Hickel (economista) Dr. Steffen Lehndorff (sociologo) Dr. Hans-Jürgen Urban (IG Metall)

Primi firmatari: Prof. Dr. Elmar Altvater (sociologo) Prof. Dr. Hans-Jürgen Bieling (sociologo) Prof. Dr. Gerhard Bosch (sociologo) Prof. Dr. Ulrich Brand (sociologo) Prof. Dr. Klaus Busch (sociologo) Prof. Dr. Frank Deppe (sociologo) Prof. Dr. Klaus Dörre (sociologo) Christoph Ehlscheid (IG Metall) Prof. Dr. Andreas Fisahn (giurista) Edith Großpietsch (IG Metall) Prof. Dr. Jürgen Habermas (filosofo) Dr. Dierk Hirschel (Ver.di) Dr. Martin Höpner (sociologo) Dr. Gustav Horn (economista) Alexander Kirchner (EVG, sindacato trasporti) Prof. Dr. Birgit Mahnkopf (sociologa) Claus Matecki (DGB) Hartmut Meine (IG Metall) Franz-Josef Möllenberg (NGG, sindacato alimentazione e gastronomia) Jürgen Peters (IG Metall) Klaus Pickshaus (IG Metall) Wolfgang Pieper (Ver.di) Prof. Dr. Dieter Sauer (sociologo) Armin Schild (IG Metall) Dieter Scholz (DGB) Dr. Thorsten Schulten (sociologo) Prof. Dr. Michael Schumann (sociologo) Helga Schwitzer (IG Metall) Michael Sommer (DGB) Franz Steinkühler (IG Metall) Ulrich Thöne (GEW, sindacato istruzione) Dr. Alexandra Wagner (sociologa) Detlef Wetzel (IG Metall) Klaus Wiesehügel (IG BAU, sindacato edile) Bernhard Witthaut (GdP, sindacato polizia) Dr. Frieder Otto Wolf (filosofo) Prof. Dr. Karl Georg Zinn (economista)

 

 

(traduzione dal tedesco a cura di Paola Giaculli)

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