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Gli assassini del progetto socialdemocratico europeo

di J. Carlos de Assis (*) – (Paraiba-Brasile)
La destra delle due sponde dell’Atlantico non ha mai accettato il progetto socialdemocratico, da un lato, nè quello politicamente liberale, dall’altro. In effetti, non ha mai avuto prima d’ora, il potere politico assoluto per fermarli o invertirli. Adesso, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, dà la più chiara dimostrazione che il suo mandato è politico, non tecnico, osando dichiarare la necessità della morte del progetto socialdemocratico per salvare la produttività europea.

Si deve al progetto socialdemocratico la paternità dell’equilibrio sociale e politico dell’Europa nel corso degli anni della ricostruzione postbellica e per più di quattro decenni di guerra fredda. Oggi, con il pretesto della crisi fiscale, viene intenzionalmente distrutto dalla destra politica del continente che è riuscita a imporre nei posti chiave dell’Unione europea e degli organismi di mediazione finanziaria multilaterali, dei veri e propri killer dell’ordine sociale progressista che, più delle diverse divisioni di carri armati posizionati in Europa occidentale, era stata la forza di contenimento del comunismo in Europa, nel periodo di presenza della minaccia sovietica.

Ricordo il tempo in cui Berlino Ovest era la vetrina attraverso la quale la propaganda capitalista esponeva i grandi vantaggi dell’ordine sociale ed economico dell’Occidente in confronto con quello  relativamente arretrato dell’Europa orientale. Nonostante il grande progresso materiale dell’America del Nord, non erano gli Stati Uniti, ma gli Stati socialdemocratici, socialisti o laburisti europei che rappresentavano i modelli di società alternativi al regime sovietico. L’aggressività intrinseca della società americana, con il suo ritmo esasperato di competizione, non era qualcosa da emulare. La generosa Svezia, sì.

E ‘proprio questo intero edificio socialdemocratico che ora viene demolito dalla destra che ha assunto il potere nei principali paesi della Comunità europea. Politicamente, non si è mai visto niente di simile prima d’ora. Le società europee, simultaneamente, portano al potere la destra in Germania, Francia, Inghilterra e Italia, per non parlare dei paesi più piccoli. Hanno spazzato via dalla mappa, letteralmente, i progressisti. Ciò che mi stupisce di più, in questa convergenza, è l’incompetenza straordinaria delle sinistre e dei progressisti nell’incapacità di presentare un’alternativa politica al disastro che si sta approfondendo.

Gli assassini dell’ ordine socialdemocratico hanno messo assieme tecnocrati e politici per eliminare le poche misure che lo Stato nord-americano, la più arretrata delle democrazie sociali, ha cercato di costruire da molto tempo a questa parte – ivi inclusa la legge di protezione sanitaria a favore di una maggiore numero di poveri – che Barak Obama, con estrema difficoltà, fece approvare all’inizio del suo mandato. Il passaggio di questa legge ha suscitato l’odio dei ricchi e molti repubblicani mantengono all’ordine del giorno della loro agenda, l’obiettivo di eliminarla. Interessante notare che, se guardiamo le notizie e commenti dai mass media brasiliani, il problema esiste ancora. Non è un fatto giornalistico.

Obama è stato anche sconfitto in un secondo tentativo di rilanciare l’economia con strumenti fiscali di tipo keynesiano, che avrebbero prodotto un beneficio per le fasce più deboli (disoccupati) e una spinta per la ripresa economica. I nostri media non vedono questo come un fatto economico-sociale, ma puramente politico. Registrano che i repubblicani non vogliono stimoli fiscali, ma non analizzano perché i repubblicani non li vogliono. Lo scopo, qui come in Europa, è chiaro: distruggere lo Stato politico liberale (da non confondere con l’economia liberale) ereditato dal New Deal.

La destra delle due sponde dell’Atlantico non ha mai accettato né il progetto socialdemocratico, da un lato, né quello liberal, dall’altro. In effetti, nessuno ha mai avuto prima, un potere politico così assoluto per bloccarlo o controriformarlo. Al tempo di Reagan e della Thatcher, per esempio, la destra cristiano democratica era salita al potere in Germania, ma i socialdemocratici e socialisti erano al potere in Francia e in Italia. I suoi leader si sarebbero convertiti al neoliberismo, ma siccome esisteva l’Unione Sovietica, la destra  continentale non osava smantellare lo stato sociale, se non ai margini, come avvenne in Inghilterra.

Ora, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, nella più chiara dimostrazione che il suo mandato è politico e non tecnico, osa dichiarare la necessità della morte del progetto socialdemocratico per salvare la produttività europea. Solo il conforto e la certezza di vedersi sostenuto dalla destra politica che domina l’Europa può pienamente giustificare una simile arroganza. È chiaro, tuttavia, che questa non è la fine della storia. Per molto meno l’Europa si incendiò nel ‘68. Ciò che può ritardare l’estensione del fuoco dalla Grecia vero il resto d’Europa è la mancanza di alternative rappresentata dalla sinistra tradizionale.

Tuttavia, più che le contraddizioni sul piano strettamente politico, saranno quelle a livello delle forze produttive a trascinare, in ultima analisi, l’Europa, in una soluzione della crisi secondo il corso delle leggi dialettiche così ben descritte da Marx. E’ che non esiste, nella crisi attuale, una nazione egemone (come gli Stati Uniti nel dopo guerra), che possa imporre all’Europa e al mondo i propri dettami. Qualsiasi soluzione, per quanto tardi ad arrivare, deve venire dalla ridefinizione di una cooperazione interna ed internazionale, probabilmente dal G-20. In caso contrario, ci sarà instabilità permanente, e questa è una situazione molto  dannosa anche per i ricchi e i potenti. (Si noti che il potente presidente della Federazione dell’industria tedesca propone un Piano Marshall per la Grecia. Significativamente, i nostri media non ne fanno menzione.)

Il progetto socialdemocratico sotto l’egida del Mercato comune europeo, era buono per i poveri e per i ricchi. Ma non è mai stato accettato dalla destra. Nata principalmente da una coalizione di centro (Democratici-cristiani in Germania e in Italia) con i socialisti (Francia), tenne fuori la sinistra rivoluzionaria (comunisti). Ora, sotto l’egida di un’Unione europea regressiva, il centro europeo (Democratici-cristiani) si è inchinato alla destra (liberale e liberista) in tutta Europa, creando un’egemonia perversa che oggettivamente non è buona per i poveri (per ovvi motivi), ma neanche per i ricchi, a causa della instabilità che ne deriva. (In Brasile, il progetto socialdemocratico non ha mai preso piede: l’antico PSD è stato sempre dominato dalle oligarchie e il PSDB di Cardoso non si è mai emancipato dall’essere una grossolana mistificazione neoliberista.)

Le prossime elezioni americane sono cruciali. Se Obama viene rieletto e riconquista una maggioranza democratica nel Congresso, forse il progetto socialdemocratico in Europa si può salvare per la pressione americana. Se viene rieletto, ma senza una maggioranza al Congresso, non può fare nulla. Se perde, è possibile che il processo dialettico venga accelerato, e che le società, in un momento successivo, reagiscano al neoliberismo e scalzino fuori, negli Stati Uniti come in Europa, i loro rappresentanti politici per inaugurare un nuovo ordine. Nell’intervallo, avremo un grande caos. E nel caos, possono accadere cose così stupide come il bombardamento di Israele all’Iran!
(*) Economista, professore di UEPB, presidente Intersul e co-autore, insieme con il matematico Francisco Antonio Doria, de “L’Universo neoliberista nel disincanto”, appena pubblicato dall’editrice “Civilizzazione Brasiliana. Questa articolo è pubblicato contemporaneamente dal sito Rumos do Brasil e dal quotidiano Monitor Mercantil.

 

FONTE: CARTA MAJOR, periodico brasiliano
http://www.cartamaior.com.br/templates/materiaMostrar.cfm?materia_id=19662

(Traduzione di R. Ricci)

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