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RETE SAHARAWI: SOLIDARIETÀ ITALIANA CON IL POPOLO SAHARAWI ODV

Dopo un lungo percorso di collaborazione tra le associazioni italiane che promuovono la solidarietà e la cooperazione con il popolo saharawi, in stretto rapporto con la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, la “Rete Saharawi – Solidarietà Italiana con il popolo saharawi ODV” si è costituita ufficialmente nel gennaio 2020.

La Rete Saharawi rappresenta l’Italia al Coordinamento Europeo di Solidarietà con il popolo saharawi (EUCOCO) e opera coordinando in Italia i progetti di solidarietà e cooperazione internazionale di molte associazioni impegnate a supporto della popolazione saharawi, alcune con esperienza pluridecennale. Gli obiettivi della Rete ruotano attorno al diritto all’autodeterminazione dei popoli (basato sulla Risoluzione Onu n. 1514 del 1960), all’applicazione del diritto internazionale, al rispetto dei diritti umani.

Le azioni della Rete si sviluppano a partire dalle condizioni reali in cui la popolazione saharawi vive in quattro diversi scenari: nell’area del Sahara Occidentale occupato dal Marocco; nei territori del Sahara Occidentale liberati dal Fronte Polisario; nei campi profughi saharawi ospitati in Algeria; nei vari luoghi della diaspora saharawi.

In collaborazione con le istituzioni della Repubblica Araba Saharawi Democratica (Rasd), la Rete promuove all’estero interventi nei vari settori della cooperazione allo sviluppo e dell’emergenza. In Italia promuove l’accoglienza di minori saharawi, con il programma estivo “Piccoli ambasciatori di Pace”; favorisce cure mediche necessarie e corsi di studio di vario indirizzo; l’educazione alla mondialità, alla promozione dei diritti umani e alla pace, coinvolgendo enti locali, scuole e università; promuove la commercializzazione di prodotti equi e solidali; i viaggi di conoscenza nei campi profughi, permettendo un rapporto diretto con le famiglie e l’amministrazione delle diverse wilaye; le ricerche e le pubblicazioni sulla storia e la cultura saharawi; organizza eventi pubblici di informazione e aggiornamento della lotta per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, nel quadro della diplomazia regionale, nazionale e internazionale.

Coordinando e facendo interagire le esperienze di solidarietà e cooperazione organizzate dalle associazioni, dalle ong e dagli enti italiani impegnati a sostenere il popolo saharawi, la Rete si propone di ampliare l’efficacia di ogni singola azione, fornendo linee guida, manuali, codici di comportamento, consulenza e formazione sui vari settori di intervento. In collaborazione con la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, il movimento solidale rappresentato dalla Rete punta a far conoscere e avvicinare il maggior numero di persone, istituzioni e associazioni al popolo del Sahara Occidentale, alle sue tradizioni, ai suoi diritti e alla sua battaglia di libertà, rispettando e collaborando attivamente con le diverse realtà in cui interviene. A questo scopo l’Ufficio Stampa redige e diffonde comunicati interni ed esterni alla Rete, utilizzando tutti i possibili canali mediatici. Gestisce il sito web della Rete e cura la redazione di comunicati e lettere.

La Rete in questi due anni si è occupata della raccolta fondi per il progetto di “Accoglienza Alternativa” nei campi dell’esilio saharawi.

Ha sollecitato comuni e organizzazione politiche ad esprimersi con ordini del giorno e mozioni sulla grave violazione del cessate il fuoco da parte delle forze armate del Marocco nella zona del varco illegale di Guerguerat, e ha ottenuto il sostegno di molti artisti italiani alla lotta per la decolonizzazione della terra saharawi, le loro parole sono raccolte nel video “Voci per il Sahara” (visibile all’indirizzo FaceBook della Rete). Anche importanti fotografi italiani hanno donato i loro scatti per il progetto “Cartoline”.

Ha sollecitato comuni e regioni a scrivere al presidente Usa Joe Biden invitandolo a dissociarsi dalla decisione unilaterale di Donald Trump, al termine del suo mandato, di riconoscere la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale.

Collabora costantemente con il gruppo interparlamentare “Amici del popolo saharawi”.

Ha istituito una serie di gruppi di lavoro per meglio garantire alcune azioni e progetti in ambiti essenziali:

Gruppo Enti Locali. Lavora al coinvolgimento dei comuni, delle province e della regione alle iniziative e ai progetti. Sta proponendo la creazione della “Giornata Nazionale Italiana dei gemellaggi e dei Patti d’Amicizia con il popolo saharawi”.

Gruppo Archivio e Documentazione. Raccoglie tutto il materiale edito sulla questione saharawi, ordina l’ampia documentazione della RS e riversa progressivamente i file in un unico drive allo scopo di facilitare la loro catalogazione, la ricerca e la divulgazione.

Gruppo Rete solidale diversamente abili e sanitario. Raccoglie le conoscenze e le esperienze delle associazioni italiane che si occupano di disabili e dei casi sanitari di cittadini saharawi in Italia e nei campi profughi, in vista di una potenziale accoglienza in strutture adeguate.

Gruppo Diritti Umani. Si occupa dei prigionieri politici saharawi nelle carceri del Marocco e del Sahara Occidentale, in stretta collaborazione con la rappresentanza saharawi in Italia e con la “Lega dei prigionieri politici” attiva nel Sahara occupato. Sollecita l’adesione alle campagne di sostegno ai prigionieri, rivolgendosi a personalità e gruppi della società civile oltre che alle diverse realtà della politica italiana e internazionale. In questa ottica, ha ideato la campagna “Ora liberi” per individuare e responsabilizzare 62 custodi dei prigionieri e per redarre “La lettera del venerdì”, un messaggio da inviare a ciascun dissidente e da divulgare, attraverso i social media, per aggirare la censura che vieta le comunicazioni da e per il carcere.

Gruppo Accoglienza Piccoli Ambasciatori di Pace. È il gruppo che si rapporta con le autorità competenti nazionali, regionali e internazionali per l’organizzazione del soggiorno per ogni aspetto organizzativo e logistico del soggiorno.

Gruppo Viaggi Solidali. Lavora alla condivisione delle esperienze dei viaggi di conoscenza tra giovani e altre persone interessate a conoscere la causa saharawi, soprattutto in concomitanza di ricorrenze o importanti manifestazioni culturali e politiche.

Gruppo Comunicazione. Raccoglie informazioni corrette sulla causa saharawi e collabora con l’Ufficio Stampa della Rete Saharawi.

Gruppo Internazionale e Risorse Naturali. Ha la responsabilità di facilitare la diffusione della documentazione prodotta all’estero sul tema (traducendo in italiano, e viceversa, le comunicazioni). Partecipa ad eventi in ambito europeo ed internazionale e promuove iniziative su proposta della Rete. Documenta le attività commerciali illecite del Marocco e studia le azioni di contrasto allo sfruttamento delle risorse naturali nel Sahara Occidentale occupato.

Gruppo Ambiente. È impegnato in una attività di analisi e valutazione ambientale delle risorse idriche, monitora la qualità dell’acqua e le possibili ricadute, in ambito sanitario, sulla popolazione saharawi nei campi profughi e nei territori liberati. Effettua considerazioni preliminari per la gestione dei rifiuti nei campi e nei territori liberati.

Gruppo Formazione. Prepara gli operatori, gli accompagnatori e le figure istituzionali saharawi che seguiranno i vari progetti delle associazioni nei campi profughi e nell’accoglienza dei bambini in Italia.

Gruppo Sport e benessere. È impegnato a garantire l’accesso alle attività sportive, di giovani e adulti, in tutte le wilaya dei campi profughi. Lavora alla formazione di operatori e operatrici di varie discipline.

Gruppo Territori Liberati e Rete Tifariti. Si occupa di garantire la scolarizzazione e una corretta alimentazione ai bambini/e e alle famiglie che praticano il nomadismo nei territori liberati. Da poco ha rimodulato il progetto per avviare attività nelle scuole dei campi profughi.

Gruppo sull’Etica per coniugare i principi e i valori di etica con la pratica quotidiana nei suoi multipli aspetti: organizzativi, progettuali, operativi.

RETE SAHARAWI – Solidarietà Italiana con il popolo saharawi ODV

via Stazione 80, Sasso Marconi 40037 Bologna

Codice fiscale: 91424060373 – IBAN Banca Etica IT45I0501812800000

I tentacoli della Nato dall’Europa all’America Latina

di Geraldina Colotti

Spesso, e comprensibilmente, si domanda agli analisti internazionali se vi sarà un cambiamento nella politica estera degli Stati Uniti a seconda che alla Casa Bianca governi un presidente repubblicano o uno democratico. Premesso che, per un marxista, è sempre buona norma sfuggire i manicheismi e guardare alla situazione concreta nei suoi rapporti di classe, determinati storicamente, rilevare che, a livello internazionale, l’essenza della politica estera nordamericana non presenta discontinuità effettive, non è una presa di posizione ideologica.

“Tutto cambia perché niente cambi” è uno schema che ben si attaglia alla strategia Usa nel mondo. Sia esso ammantato da una ruspante retorica trumpista o da un più persuasivo “multilateralismo” alla Biden, alla base del modello politico nordamericano nel mondo resta l’idea fondante della supremazia armata. Un paradigma che si alimenta e alimenta gli interessi del complesso militare industriale, supportato, rilanciato e attualizzato dai suoi motori ideologici, scuole di pensiero e media.

Su questa base, gli Usa si credono i gendarmi del mondo, legittimati a una corsa agli armamenti per proteggersi da un sempiterno pericolo, sia all’interno che nelle proprie zone di influenza, che perciò brulicano di basi militari a stelle e strisce. Un apparato che necessita, di tanto in tanto, di mettersi alla prova, per dimostrare agli alleati-sudditi che vale la pena pagare per garantirsi la pace mediante il prestigio vicario di quella supremazia armata.

Su questa base, scomparsa l’Unione Sovietica e il confronto con un modello economico e di pensiero che metteva al centro la pace con giustizia sociale e poteva così ispirare anche le manifestazioni pacifiste contro l’aggressione al Vietnam, le avventure belliche nordamericane, mosse da ragioni di politica interna, hanno consolidato il consenso delle élite intorno al concetto della “democrazia” nordamericana come vaccino del mondo: facendo leva sul doppio tasto della supremazia militare ed economica, ma all’occorrenza anche su una presunta superiorità morale e culturale capace di coagulare interessi consonanti a livello globale.

Un concetto messo sempre di più in questione dalla crescita di un mondo multicentrico e multipolare, attraversato da una globalizzazione che intreccia gli interessi tra poli divergenti, com’è possibile constatare in America Latina dove la Cina ha solide relazioni commerciali anche con governi di estrema destra come quello brasiliano. Si può d’altronde ricordare come il patto di cooperazione tecnico-scientifico con l’Argentina, che ha portato alla costituzione di una stazione radar in Patagonia, firmato nel 2014 dall’allora presidenta Cristina Kirchner e confermato poi dall’imprenditore Mauricio Macri, amico di Trump, succedutole alla presidenza, risalga al 1980, quando al governo c’era la dittatura militare anticomunista.

In ogni caso, se a un anno dall’assalto a Capitol Hill le pecche strutturali della democrazia borghese nordamericana hanno evidenziato la crisi di egemonia Usa anche sul piano della loro capacità di attrazione, gli Stati Uniti restano ancora la prima potenza mondiale, ben supportati da un’alleanza, quella della Nato, con nuovi propositi di espansione.

Lo stiamo vedendo con il nuovo conflitto in Ucraina e con il fallimento degli incontri che si sono svolti a Bruxelles tra la Russia e la Nato. L’Alleanza Atlantica, che prepara il vertice di giugno a Madrid, in Spagna, ha respinto tutte le proposte di Mosca per contenere l’espansione a Est della supremazia nordamericana, che l’adesione dell’Ucraina, ultima nazione a chiederla, amplierebbe pericolosamente. In trent’anni, i paesi membri della Nato da 16 sono diventati 30, molti dei quali appartenevano all’ex Patto di Varsavia.

Gli alleati di questi 30 paesi sono ora schierati lungo i confini russi, ma a essere messo sotto accusa dalla roboante propaganda occidentale è di nuovo Putin. I media, però, si guardano bene dal diffondere i contenuti della piattaforma di dialogo e della bozza di trattato, proposte a dicembre da Mosca, e respinte da Washington. Tutti i punti avanzati dalla diplomazia russa vertevano su una soluzione pacifica delle controversie, sull’impegno delle due parti a non intraprendere azioni lesive della sicurezza, a garantire il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite di tutte le organizzazioni e alleanze militari a cui Russia e Stati Uniti aderiscono, e a non usare i territori di altri Stati per organizzare o sferrare un attacco armato contro una delle due parti.

La Russia chiedeva anche agli Stati Uniti di non stabilire basi militari nel territorio degli altri Stati dell’ex Unione Sovietica che non siano già membri della Nato e di evitare ulteriori adesioni degli ex Stati sovietici alla Nato. Stando così le cose, ha fatto sapere la diplomazia russa, “se non c’è almeno qualche margine di flessibilità su argomenti seri”, Mosca “non vede alcun motivo” per nuovi incontri con gli Stati Uniti e i loro alleati.

L’Alleanza Atlantica si è detta disponibile ad altri incontri perché “il rischio di un conflitto armato in Europa è molto concreto e bisogna prevenirlo”, e intanto ha mosso tutte le pedine europee a supporto della tesi secondo la quale Putin vorrebbe invadere l’Ucraina e userebbe il gas, attraverso la compagnia statale Gazprom, come arma politica nelle dispute in corso con i paesi occidentali.

“Il rischio di una guerra nell’area dell’Osce è più alto che negli ultimi trent’anni”, ha affermato il Presidente di turno dell’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa, il ministro degli Esteri polacco Zbigniew Rau, in apertura del Consiglio dell’Osce, di cui fanno parte 57 Paesi, fra cui Stati Uniti, Ucraina e Russia. “Non ci saranno negoziati sull’Ucraina sotto la pressione militare della Russia”, ha per parte sua affermato il capo della diplomazia dell’Unione Europea, Josep Borrell, riferendosi alle truppe russe presenti in Crimea.

Intanto, un gruppo di 25 senatori democratici, capeggiati da Bob Menendez, ha presentato una proposta di legge in “Difesa della sovranità dell’Ucraina” in caso di attacco della Russia. Il progetto prevede sanzioni contro Putin, il premier, esponenti militari, e dirigenti del settore bancario. Sanzioni contro un capo di Stato – ha commentato il portavoce del Cremlino – sono una misura equivalente a una rottura delle relazioni, “oltrepasserebbero un limite”.

Il senatore statunitense Menendez, che presiede il Comitato per le relazioni estere del Senato Usa, è noto per aver capeggiato le campagne contro Cuba, Venezuela e Nicaragua. Nel 2019, ha spinto affinché l’allora segretario di Stato, Mike Pompeo applicasse sanzioni contro Cuba, Venezuela, Nicaragua per le loro relazioni con la Russia. A dicembre del 2021, ha fatto firmare a Biden la Ley Renacer, per inasprire le sanzioni al Nicaragua, “colpevole” di aver organizzato le elezioni presidenziali del 7 novembre 2021, vinte nuovamente dal ticket presidenziale Daniel Ortega-Rosario Murillo.

Il senatore si è altresì adoperato affinché le misure coercitive unilaterali fossero adottate anche dai soci europei degli Stati Uniti e dal Canada e fossero accompagnate da altre sanzioni di carattere economico, tese a rivedere i prestiti accordati al governo nicaraguense dalle organizzazioni internazionali e a riconsiderare la partecipazione del Nicaragua al trattato di libero commercio che unisce vari paesi centroamericani agli Stati Uniti, prima potenza mondiale e primo mercato per le esportazioni nicaraguensi.

Le elezioni in Nicaragua e la partecipazione dei paesi latinoamericani all’assunzione d’incarico del presidente Ortega, sono state oggetto di frizioni anche all’interno della Celac, la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici che comprende 33 paesi americani (32 da quando il Brasile di Bolsonaro si è ritirato), tranne Stati uniti e Canada. Il 7 gennaio, il vertice dell’organismo ha avuto al centro la ripresa dell’integrazione continentale, pur nelle differenze di vedute che muovono i governi di destra subalterni agli Usa, si è svolto a Buenos Aires e ha attribuito la presidenza pro-tempore all’Argentina.

L’opposizione iniziale del Nicaragua alla candidatura argentina è rientrata grazie alla mediazione di Cuba e Venezuela. Il governo sandinista aveva protestato perché, l’8 novembre, quello argentino aveva diffuso una dichiarazione invitando a boicottare le “elezioni fraudolente” a Managua e, il 13, aveva poi avallato un progetto di risoluzione presso l’Organizzazione degli Stati americani (Osa), voluto dagli Stati Uniti e da altri 8 paesi. Poi, però, il governo di Alberto Fernández aveva deciso di inviare nuovamente il proprio ambasciatore a Managua, presente anche all’assunzione d’incarico di Ortega, e il conflitto era rientrato.

Il vertice Celac, che ha nuovamente levato la voce contro le misure coercitive unilaterali illegali, ha anche denunciato come alcuni dei paesi presenti, Colombia in primo luogo, fossero lì per conto terzi, ovvero per conto degli Stati Uniti. La Colombia, che pullula di basi militari statunitensi, dal 2018 è entrata nella Nato come “socio globale”, rompendo di fatto la dichiarazione emessa all’Avana nel 2014 dall’organismo continentale, con il quale si dichiarava la Celac “zona di pace”.

Aderendo all’Alleanza Atlantica, il governo colombiano (prima di Manuel Santos e ora di Ivan Duque) ha di fatto spianato la strada a qualsiasi manovra Nato sia dalle sue coste nell’Oceano Pacifico e in quello Atlantico, sia dalle frontiere con il Venezuela, il Brasile, l’Ecuador e Panama.

Al vertice di Buenos Aires, la rappresentante della Colombia ha difeso il ruolo dell’Osa e ha criticato le “dittature” di Ortega e Maduro. “Crediamo che il multilateralismo offra le migliori scelte”, ha detto riferendosi alle politiche statunitensi. Poi, tacendo vergognosamente sui massacri che si perpetuano all’ombra del narco-governo colombiano, ha ribadito l’importanza di rispettare i diritti umani nella regione e di mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti e il Canada.

Il Venezuela, attraverso il ministro degli Esteri Felix Plasencia, ha ribadito la proposta di creare una segreteria generale della Celac “per dare ancora più impulso all’interscambio tra tutti i paesi della regione”, e ha appoggiato la rivendicazione dell’Argentina nei confronti del Fondo Monetario Internazionale per liberarsi del debito contratto dal precedente governo Macri. Il vertice ha proposto 15 punti intorno ai quali lavorare nei mesi successivi. Tra questi, l’economia post-pandemia, la cooperazione spaziale, l’integrazione educativa, il rafforzamento istituzionale e la lotta alla corruzione.

“Facciamo tabula rasa e apriamo un nuovo file, e andiamo avanti cari fratelli nicaraguensi, costruendo la pace per combattere la povertà, costruendo la pace perché ci siano strade”, ha detto a Managua Daniel Ortega assumendo il suo quinto mandato da presidente, dopo essere stato eletto con il 75% dei voti. Un passo ulteriore verso il rafforzamento dell’Alleanza Bolivariana per i popoli della nostra America (Alba-Tcp) e di Petrocaribe, nel quadro delle relazioni contro-egemoniche che disegnano un mondo multicentrico e multipolare.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/estero/22103-geraldina-colotti-i-tentacoli-della-nato-dall-europa-all-america-latina.html

Rassegnatevi / 3

L’indignazione fa male alla salute, la volontà non può nulla. E allora? Passivismo unica via!

di Franco «Bifo» Berardi

da Cronaca della psicodeflazione

Indignatevi! è il titolo di un libro di Stéphane Hessel (2010) che ebbe una certa influenza negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, quando il movimento Occupy tentò di opporsi all’arroganza del ceto dominante e all’impoverimento che venne imposto alla società per ripagare il debito delle banche.

Ci indignammo in gran numero e marciammo nelle vie di New York, di Genova, del Cairo e di Hong Kong, ma l’automa finanziario prevalse, e la logica degli algoritmi costrinse i lavoratori a rinunciare a ogni residuo governo politico sulle vicende dell’economia. 

L’estate greca del 2015 fu il momento culminante dell’indignazione, ma anche dell’impotenza: il 62% degli elettori disse No alle ingiunzioni della finanza centrale europea, ma due giorni dopo Alexis Tsipras fu costretto a firmare l’imposizione depredatrice, e a quel punto tutti capimmo che la democrazia era finita proprio dove 25 secoli fa l’avevano inventata.

Da allora abbiamo continuato a indignarci, ma l’indignazione impotente fa male alla salute. E la salute della società è andata di male in peggio, soprattutto quella mentale. 

So che non è possibile liberarsi della rabbia con un gesto di volontà, ma è utile sapere che da decenni l’equilibrio mentale della popolazione è corroso dal combinato disposto di indignazione per l’intollerabile, e inesorabilità dell’impoverimento e dell’umiliazione prescritti dalla logica degli algoritmi finanziari. 

Poiché la volontà non può nulla contro un sistema di automatismi astratti, è utile elaborare la rabbia perché evolva in estraneità e quindi autonomia.

Umiliazione e rabbia impotente hanno alimentato per decenni un’epidemia psicotica accompagnata dalla massiccia diffusione degli oppiacei e di altre sostanze psicofarmacologiche che producono dipendenza. Poi è arrivato il Covid, e la crisi psichica dell’Occidente ora oscilla sul bordo di un collasso.

Negli Stati Uniti il numero di decessi per overdose di oppiacei sintetici come il Fentanil e l’Oxicontin ha superato il numero di vittime da armi da fuoco (che pure non sono poche in quel paese), e perfino il numero di morti in incidenti stradali. Quasi centomila morti per overdose da oppiacei nel 2020, 62.000 causati soltanto dal Fentanil, una pillola antidolorifica largamente consigliata dai medici con grande profitto degli azionisti di Big Pharma. In Italia il consumo di antidepressivi è più che raddoppiato tra il 2010 e il 2020. Dovremmo chiederci quindi se l’indignazione (reazione immediata all’intollerabile) sia la chiave morale e psicologica più adeguata dal punto di vista evolutivo per liberarsi dall’intollerabile, e forse dovremmo concludere che è ora di rassegnarsi alla fine dell’illusione moderna di democrazia politica, e di espansione economica. 

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca

Abbandonare un orizzonte perché un altro orizzonte possa rivelarsi. L’orizzonte che si schiude all’alba dell’anno 2022 è più scuro che mai, ammesso che quella vecchia metafora della luce e del buio mantenga un po’ della sua forza evocativa. È scuro perché ci siamo resi conto del fatto che la ragione non può governare più il mondo, se mai lo ha governato; e la tecnica, seppur potentissima, non può nulla contro il tempo, contro la morte, e poco può contro il caos.

Nell’Introduzione a Dialettica dellIlluminismo scritta nel 1941, Horkheimer e Adorno colsero, sia pur con il loro linguaggio hegeliano, il nucleo della barbarie cui avevano assistito impotenti: “Non abbiamo il minimo dubbio che la libertà della società è inseparabile dal pensiero illuministico. Ma riteniamo di aver compreso che il concetto stesso di questo pensiero, non meno delle forme storiche concrete, delle istituzioni sociali a cui è strettamente legato, implicano già il germe di quella regressione che oggi si verifica ovunque. Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna. Se la riflessione sull’aspetto distruttivo del progresso è lasciata ai suoi nemici, il pensiero ciecamente pragmatizzato perde il suo carattere superante e conservante insieme e quindi anche il suo rapporto alla verità.”

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca in quanto riduce la volontà degli uomini all’impotenza. 

Quando il neoliberismo ha cominciato a produrre i suoi effetti di precarietà, super-sfruttamento e solitudine estrema, è cresciuto un movimento neoreazionario su scala globale, che ha corroso la democrazia liberale ma si è alleato con il liberismo predatorio delle corporation. 

Cominciamo adesso a capire il senso della profezia di Gunther Anders, il quale, dopo Hiroshima e negli anni della proliferazione nucleare, preconizzava un ritorno del Nazismo: “Possiamo aspettarci che gli orrori del Reich futuro eclisseranno gli orrori del Reich del passato… quando un giorno i nostri figli o nipoti, orgogliosi della loro perfetta co-meccanizzazione, guarderanno dalle altezze del loro impero dei mille anni verso il Reich di ieri, gli apparirà come un esperimento minore e provinciale”. 

Prescrivere il sintomo

Quasi al termine della Grande Guerra, Sandor Ferenczi, psicoanalista e seguace di Freud, scrisse un testo (“Consulto medico”, in Opere, Vol. II) dove si interroga sulla possibilità di curare la patologia istintuale della civiltà europea che si manifesta nella forma della guerra generalizzata di cui negli anni precedenti si era fatta per la prima volta esperienza. 

Io non ho letto l’articolo e non ho modo di andarlo a cercare, ma me lo sono fatto raccontare da Salvo, un mio vecchio amico che nei primi anni Ottanta scrisse su A/traverso un articolo sul massacro di Jonestown (circa mille persone suicide).

La conclusione di Ferenczi è che tali patologie collettive possono essere solo prevenute ma non curate quando si manifestano. 

In effetti, negli scenari di catastrofe su grande scala le tecniche terapeutiche conosciute non sembrano funzionare. Si può curare la sofferenza dei singoli, ma come curare i moti di panico collettivo, le folle che si imbestialiscono, insomma il fascismo?

Big Pharma ha sfruttato l’epidemia psicotico-depressiva, e incassato somme favolose con la massiccia distribuzione di oppiacei, e la ricerca si orienta verso terapie chimiche che agiscono sull’individuo senza poter minimamente scalfire le radici collettive del dolore e del panico. 

Ma l’organismo sociale può sviluppare autonomamente strategie di terapia adattativa. Il panico può avere una funzione, come nel caso delle sentinelle volanti di alcuni stormi esposti al predatore: le sentinelle strepitano e innescano quello che appare un panico apparentemente disordinato, ma ha notevole efficacia difensiva perché confonde e vanifica la tattica dell’attaccante. E la depressione può avere la funzione di abbassare una tensione dolorosa, così da uscire lentamente dal turbine patogeno di infostimolazione. 

La modernità ha mobilitato tutte le energie della società, ma per far questo 

ci ha abituato a identificare negativamente la rassegnazione. Però sarebbe utile elaborare il significato di questa parola per scoprire la sua potenza curativa paradossale, e il suo potenziale politico liberatorio.

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte.

Prima di tutto, la rassegnazione è riconoscimento di qualcosa di inevitabile (come la morte), e può agire come antidoto al panico. Oggi, in una situazione di irreversibile deterioramento dell’ambiente planetario, si può ipotizzare che la sola salvezza dall’estinzione consista proprio in un abbassamento generale della tensione: una psicodeflazione generalizzata capace di provocare una riduzione di tutti i consumi, prima di tutto quelli energetici.

L’effetto lockdown (con le riduzioni nei consumi e nelle emissioni che ci furono nella primavera 2020) ci permette di immaginare una strategia per la decompressione. Riducendo l’ansia acquisitiva, la psicodeflazione può accompagnarsi a una redistribuzione egualitaria delle risorse, e con un’educazione alla frugalità su scala globale. Solo comunità autonome che abbandonano il gioco sociale possono avviare un processo di questo genere. Ma esistono le condizioni soggettive, culturali, psichiche?

E come è possibile crearle?

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte. La morte individuale è relegata in uno spazio di non visibilità, è rimossa dal discorso pubblico. Ma la pandemia ha riportato la morte sulla scena, e questa si presenta ora come l’orizzonte collettivo di una società profondamente ipocondriaca.

Ne Il suicidio e lanima (1964) James Hillman scrive: “Promuovere la vita è arrivato a significare prolungare la vita…. Ma la vita si può prolungare solo alle spese della morte”. Prolungare la vita a spese della morte significa che lo sforzo medico rivolto a prolungare la vita a tutti i costi ha l’effetto di impoverire la morte, di peggiorare la qualità della morte, riducendola a una sconfitta. E se riduciamo la morte a una sconfitta è la vita intera che perde senso, che si trasforma in una battaglia persa, in un declino umiliante.

Ma la morte non è affatto una sconfitta: essa piuttosto può essere re-significata come la perfezione della coscienza, come il trionfo della coscienza sulla realtà. Il compito della psicoanalisi, secondo Hillman, è anche questo: inscrivere coscientemente la morte nell’esistenza. La psicoanalisi non si riduce a mera psico-terapia: essa può dialogicamente dissipare l’illusione di eternità, può permetterci di comprendere il nulla come proiezione dell’esistenza cosciente. 

Uno spazio nuovo si rivela davanti alla psicoanalisi, dal momento che la politica non può nulla. È lo spazio della terapia paradossale, fondata sulla prescrizione del sintomo di cui parla Watzklawick in Pragmatica della comunicazione umana.

Se il sintomo è una depressione da impotenza, assumi l’impotenza come condizione, ascolta la lezione che la depressione contiene, riconosci la verità che la depressione ti suggerisce, e alla fine lascia che la depressione si dissolva senza dimenticarne l’insegnamento.

Infodemia

Deenan Pillay, professore di virologia all’University College di Londra, riporta al Guardian: “Omicron sembra capace di infettare il tratto respiratorio superiore, le cellule della gola. Là si moltiplica più rapidamente che nelle cellule dei polmoni. Diversi studi puntano in questa direzione. Se il virus produce più cellule nella gola questo lo rende più trasmissibile, e questo spiega la rapida diffusione di Omicron. Un virus capace di infettare i tessuti polmonari, al contrario è più pericoloso ma meno trasmissibile”.

Le autorità sanitarie avvertono: il pericolo principale dell’ondata Omicron sta nel fatto che il sistema sanitario rischia di nuovo di essere sopraffatto. 

Il governo italiano si è ben guardato dall’investire massicciamente sulla sanità pubblica, dal rafforzare gli organici medici e paramedici. Non c’è alcun piano di assunzioni, come qualsiasi persona sana di mente pensava sarebbe accaduto appena domata la prima onda del Covid. Sorprendente, ma non poi tanto, visto che il governo italiano, sostenuto dalla più ampia maggioranza di tutti i tempi, non è nato per rilanciare la sanità pubblica né per proteggere la salute dei cittadini, ma è nato per garantire la piena applicazione di principi liberisti che da quarant’anni impoveriscono la vita sociale. 

Perciò capisco che l’allarme ha motivazioni fondate: fondate soprattutto sul pregiudizio finanziario del quale l’osannatissimo presidente del consiglio è simbolo e strumento. La logica privatistica ha reso la variante Omicron più pericolosa di quanto non sia nella sua realtà biologica.

Di conseguenza, nonostante la sua minor letalità, la rapida diffusione di Omicron ha scatenato una nuova ondata di paura, e ha fatto scattare un automatismo psichico, alimentato dalla macchina mediatica: paura di rinunciare alla paura perché il trauma non è stato elaborato collettivamente. Questo suscita reazioni protettive che mentre tentano di arginare la diffusione del virus diffondono effetti di panico e di depressione.

Si potrebbe affermare che il Covid scomparirà quando smetteremo di parlarne. Ma parlare del virus non è un atto volontario, una scelta politica, come ingenuamente pensano i negazionisti no vax. È una reazione automatica dell’organismo sociale sottoposto all’allarme costante del sistema mediatico, che a sua volta reagisce automaticamente all’iper-sensibilizzazione della psiche collettiva. 

Possiamo parlare in proposito di “infodemia”, un disturbo ossessivo che si è impadronito del discorso pubblico e privato, e prima di tutto dei media.

Smetteremo di parlare di Covid solo quando avremo disattivato il circuito che dalla sfera biosanitaria, grazie all’inevitabile amplificazione mediatica, si trasferisce alla sfera psichica. La circolazione del virus non è soltanto un’infezione biologica, ma è anche riattivazione automatica di una reazione ipocondriaca e al limite panica.

L’ipersensibilizzazione provocata dalla proliferazione virale si sta evolvendo in una sorta di self-fulfilling prophecy: l’immaginario collettivo è attratto da una pulsione distopica che tende ad agire come profezia che si autorealizza.

Guardiamo le grandi produzioni del neo-cinema, o forse è meglio dell’iper-cinema. Guardiamo ai film che Netflix ha prodotto e distribuito globalmente nel secondo anno pandemico.

All’inizio della pandemia, nella primavera del 2020, La casa de papel fu la serie di maggior successo. Quella storia di una fanta-rapina avventurosa condotta fra gesti eroici e raffinatezze tecnologiche incontrò l’immaginazione eccitata dal virus, e la euforizzò per qualche mese. Nel lungo periodo però la psico-deflazione, l’abbassamento del ritmo dell’attività e l’annebbiamento delle prospettive di futuro, hanno prodotto un effetto che oscilla tra il panico di massa e la depressione individuale. 

La macchina immaginaria di Netflix ha prodotto alcuni scenari psicotici che hanno rapidamente incontrato una domanda di eccitazione depressiva.

Squid Game, Hellbound, e infine il film di Adam McKay, Dont Look Up

Nell’immaginario trans-pandemico, stordito da una successione di ondate psico-virali, rischia di innescare una spirale di annunciazioni del collasso finale che creano le condizioni psichiche dell’autoavverarsi. La relazione tra psicosi e realtà si fa sempre più stretta: la realtà viene filtrata e distorta da una psicosi che ha origini psico-mediatiche. Ma quando la psicosi si installa nella mente collettiva, è la psicosi che modella la realtà.

Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

Passivismo

Un possente movimento passivista può essere la via d’uscita dalla sindrome iper-produttiva e iper-comunicativa che ci ha portato al collasso. Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

In Oltre Biden: quale secondo tempo per il neo populismo? scrive Raffaele Sciortino: “Come ha scritto financo Paul Krugman: ‘quello che sembra succedere è che la pandemia ha portato molti lavoratori statunitensi a ripensare le loro vite e a chiedersi se val la pena continuare a fare gli schifosi lavori di prima’. È un nuovo clima, un’attitudine maturata dal di dentro della cesura pandemica, che pone sotto una luce differente il significato del lavoro per la vita. Ciò sembra confermato anche da un fenomeno apparentemente di segno opposto all’emergente conflittualità operaia. È da mesi che si registra un ingente flusso di fuoriuscite volontarie dal mercato del lavoro (Mckinsey ne calcola diciannove milioni nel 2021) proprio mentre i posti vacanti sono saliti a quasi dieci milioni. Non si tratta solo di professional in cerca di migliori remunerazioni o che, realizzata l’insensatezza dello stress lavorativo, hanno optato per il pensionamento anticipato all’insegna di ‘let’s do things while we still can’, né tanto di licenziamenti dissimulati, che pure ci sono. Nella maggior parte dei casi sono lavoratori con bassa retribuzione, orari impossibili, alto rischio di contagio – nei settori del commercio, dell’intrattenimento, della ristorazione, ma anche nella sanità e nell’insegnamento – a mollare il lavor(ett)o o a non essere disponibili a riprenderlo dopo esser stati licenziati in pandemia. Uno ‘sciopero generale silenzioso’, come è stato definito, che sfrutta come leva per ottenere condizioni migliori da un lato i sussidi erogati con larghezza da Trump e, per ora, confermati da Biden, dall’altro un favorevole mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, a condizioni favorevoli, si è sempre ‘scioperato con i piedi’ lasciando il lavoro insoddisfacente per trovarne uno migliore magari in un altro Stato. Questa volta lo si molla per una pausa di riflessione più lunga, diciamo così. Anche qui è inutile cercare quello che non c’è, un rifiuto del lavoro salariato tout court. Certo, però, la Great Resignation in corso è un altro dei numerosi sintomi della grande insoddisfazione della classe lavoratrice statunitense.”

Per quanto mi riguarda mi sono ripromesso di stare all’ascolto dei comportamenti che emergono dal caos virale con l’intenzione di trovare strategie di sopravvivenza e di cambiamento in una direzione che non è quella dell’opposizione al caos, ma proprio quella dell’assecondarlo. È la lezione che ho imparato da Guattari e Deleuze, che nell’ultimo capitolo del loro ultimo libro (Che cos’è la filosofia) ci avvertono che il caos può essere un pericoloso nemico se pensiamo di poterlo combattere, ma può anche diventare un alleato.

Gli operai americani che smettono di lavorare di per sé non sono una cosa buona né una cosa cattiva: sono un segnale di estraneità che si può e si deve trasformare in autonomia, dando un senso all’abbandono, alla passività, alla rassegnazione. 

Credo che questa sia la scommessa teorica del tempo che viene: come risignificare l’attività secondo un principio di utilità frugale e di godimento di un’esistenza libera dall’imperativo di funzionare.

Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale. Il suo Futurabilità è uscito nel 2018 per NERO.

FONTE: https://not.neroeditions.com/rassegnatevi-3/

Articoli precedenti:

Leggi tutto: https://not.neroeditions.com/category/cronaca-della-psicodeflazione/

La Russia ha ragione: L’Occidente ha promesso di non allargare la NATO e queste promesse non sono state mantenute

  • Gli eventi di tre decenni fa perseguitano la politica del presente

di Tarik Cyril Amar, storico tedesco dell’Università Koç di Istanbul che lavora su Russia, Ucraina ed Europa dell’Est, sulla storia della Seconda Guerra Mondiale, sulla Guerra Fredda culturale e sulla politica della memoria. Scrive su Twitter a @tarikcyrilamar.

Con la Russia che sfida l’unilateralismo occidentale in un modo che non si vedeva dalla fine dell’Unione Sovietica, due grandi questioni continuano a venire alla ribalta. Entrambe, sembra, sono centrate sul blocco militare di punta dell’America, la NATO.

In primo luogo, c’è l’affermazione di Mosca che c’era una promessa occidentale di non espandere la NATO oltre la sua area di guerra fredda. In secondo luogo, c’è l’affermazione occidentale che la NATO non può, e tanto meno non vuole, porre fine all’ammissione di nuovi stati membri.

Questa non è semplice retorica; questi sono punti cruciali. L’insistenza della Russia su una revisione approfondita e un reset completo e codificato delle relazioni di sicurezza post-Guerra Fredda con l’Occidente si basa sulla sua affermazione che le precedenti assicurazioni occidentali sono state infrante. Le chiacchiere e le promesse informali, dice il Cremlino, non sono più sufficienti perché si sono rivelate inaffidabili. Dall’altro lato della disputa, l’Occidente sta respingendo una richiesta chiave russa – fermare l’espansione della NATO – trincerandosi dietro la sua affermazione che la NATO deve semplicemente tenere la porta aperta a nuovi membri.

Entrambe le affermazioni possono essere verificate. Diamo un’occhiata ai fatti. Mosca ha ragione nell’affermare che l’Occidente non ha mantenuto le sue promesse.

Tali promesse sono state fatte due volte alla Russia, come dato di fatto. Nel 1990, durante i negoziati per l’unificazione della Germania dell’Ovest e dell’Est, e poi, di nuovo, nel 1993, quando la NATO stava estendendo la sua politica di Partnership for Peace verso est. In entrambi i casi, le assicurazioni furono date dai segretari di stato americani, James Baker e Warren Christopher, rispettivamente. E in entrambi i casi, si sono presi la responsabilità di parlare, in effetti, per tutta la NATO.

Nonostante le prove evidenti, ci sono ancora pubblicisti occidentali e persino politici attivi che negano o relativizzano questi fatti, come, per esempio, il rievocatore della guerra fredda ed ex ambasciatore americano in Russia Michael McFaul. Affrontiamo le loro obiezioni.

Per quanto riguarda le promesse del 1993, il caso è estremamente semplice. Come Angela Stent – un’esperta di politica estera americana ampiamente riconosciuta e praticante senza pregiudizi a favore della Russia – ha riassunto nel 2019, due “ambasciatori statunitensi… hanno poi ammesso che Washington ha rinnegato le sue promesse” – del 1993, cioè – “offrendo successivamente l’adesione all’Europa centrale.” L’allora presidente russo Boris “Eltsin aveva ragione di credere che le promesse esplicite fatte… sul fatto che la NATO non si sarebbe allargata in un futuro prevedibile sono state infrante quando l’amministrazione Clinton ha deciso di offrire l’adesione” – e non solo il partenariato, come Christopher aveva assicurato a Eltsin – “all’Europa centrale.”

Il caso del 1990 è un po’ più complicato, ma non molto. Anche lì, la prova di una promessa esplicita è chiara. Ecco il massimo esperto americano, Joshua Shifrinson – come Stent al di là di ogni sospetto di favorire la Russia – sulla questione, scrivendo nel 2016:

“All’inizio del febbraio 1990, i leader statunitensi fecero un’offerta ai sovietici… Il Segretario di Stato James Baker suggerì che in cambio della cooperazione sulla Germania, [gli] Stati Uniti potevano dare “garanzie di ferro” che la NATO non si sarebbe espansa “di un centimetro verso est”… Il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov accettò di iniziare i colloqui per la riunificazione. Nessun accordo formale è stato raggiunto, ma da tutte le prove, il quid pro quo era chiaro: Gorbaciov ha accettato l’allineamento occidentale della Germania e gli Stati Uniti avrebbero limitato l’espansione della NATO”.

Per essere chiari, Shifrinson, uno studioso attento, ha anche spiegato che i negoziatori e i leader americani hanno iniziato a tornare indietro su questa promessa molto rapidamente. Ma questo non fa alcuna differenza rispetto a due fatti: Primo, la promessa è stata fatta, e la tempistica suggerisce fortemente che ha avuto importanza per l’acquiescenza della Russia all’unificazione tedesca a condizioni interamente occidentali. In altre parole: Mosca ha mantenuto la sua parte dell’accordo, l’Occidente no. In secondo luogo, anche mentre si faceva rapidamente marcia indietro internamente, i politici americani hanno continuato a dare alla Russia la – falsa – impressione che i suoi interessi di sicurezza sarebbero stati considerati. In altre parole, la promessa iniziale – e consequenziale – non è stata solo infranta; l’inganno è stato seguito da un inganno ancora maggiore.

I rappresentanti dell’Occidente che ancora negano ciò che è successo nel 1990, come Mark Kramer, per esempio, citano spesso anche l’ex presidente sovietico Gorbaciov: egli ha dichiarato, dopo tutto, che la famigerata promessa di “non un pollice” si riferiva strettamente solo alla Germania dell’Est. Quindi, sostengono i difensori dell’Occidente, non si trattava affatto della NATO oltre la Germania dell’Est.

Francamente, anche se popolare, questo è un argomento straordinariamente sciocco: In primo luogo, Gorbaciov ha un comprensibile interesse a non essere ritenuto responsabile del fiasco della politica di sicurezza che ha permesso alla NATO di espandersi a suo piacimento. In secondo luogo, anche se i negoziati del 1990 riguardavano strettamente la Germania dell’Est, ricordate il loro contesto reale: L’Unione Sovietica era ancora lì e così il Patto di Varsavia. Quindi, due cose sono ovvie – a patto che tutti discutiamo in buona fede: Primo, in termini specifici, la promessa del 1990 poteva riguardare solo la Germania dell’Est. E, secondo, implicava chiaramente che tutto ciò che si trovava a est della Germania dell’Est sarebbe stato, semmai, ancora più – non meno – off-limits per la NATO.

Un’altra linea di difesa occidentale può essere descritta solo come fondamentalmente disonesta: la NATO stessa – e apparentemente anche l’attuale segretario di stato americano Antony Blinken – ora improvvisamente ricordano che “gli alleati della NATO prendono decisioni per consenso e queste sono registrate. Non c’è nessuna registrazione di una tale decisione presa dalla NATO. Le assicurazioni personali dei singoli leader non possono sostituire il consenso dell’Alleanza e non costituiscono un accordo formale della NATO”.

Sembra fantastico! Se solo James Baker e Christopher Warren l’avessero saputo quando hanno fatto le loro promesse sulla NATO a Gorbaciov e poi a Eltsin!

Seriamente? Due segretari di stato americani si rivolgono a Mosca come se avessero il diritto di parlare per la NATO e plasmarla. Mosca, molto plausibilmente – dato il modo in cui funziona realmente la NATO – presume che possano farlo. E quando queste promesse non vengono mantenute, è un problema della Russia? Notizia flash: se si segue davvero questa logica contorta, si sarebbe giustificata anche l’invasione sovietica dell’Afghanistan come “aiuto fraterno”. Perché formalmente è quello che “era”.

Che dire dell’affermazione dell’Occidente che la NATO deve mantenere una politica di “porte aperte”, o, detto diversamente, non può assolutamente concordare con la Russia di smettere di espandersi? Questa affermazione, a differenza di quella di Mosca sulle promesse della NATO, non è corretta. Ecco perché:

La NATO sostiene che la sua incapacità di chiudere le sue porte è basata sul trattato NATO, la sua costituzione, per così dire. Ecco l’argomentazione della NATO in originale:

“La ‘politica della porta aperta’ della NATO si basa sull’articolo 10 del documento fondatore dell’Alleanza, il Trattato del Nord Atlantico”, che “afferma che l’adesione alla NATO è aperta a qualsiasi ‘Stato europeo in grado di promuovere i principi del presente trattato e di contribuire alla sicurezza dell’area del Nord Atlantico’”. E che “qualsiasi decisione sull’allargamento deve essere presa ‘all’unanimità’… Negli ultimi 72 anni, 30 paesi hanno scelto liberamente, e in conformità con i loro processi democratici interni, di entrare nella NATO. Questa è la loro scelta sovrana”.

Se tutto ciò fosse corretto, sarebbe ancora una forzatura credere che tali cose non possano mai essere cambiate – come se fossero una forza naturale simile alla gravità – ma, almeno, potremmo capire perché è una sfida fare tali cambiamenti.

Eppure, in realtà, in questo caso non c’è motivo di accettare l’interpretazione sorprendentemente inverosimile e incoerente della NATO del suo stesso documento fondatore. Perché ciò che l’articolo 10 dice in realtà è che la porta è aperta a ogni stato europeo che può “contribuire alla sicurezza dell’area del Nord Atlantico” e che l’ammissione di qualsiasi stato al blocco può avvenire solo con il “consenso unanime” di tutti gli attuali membri della NATO.

Niente di tutto questo, in realtà, contraddice la possibilità che la NATO un giorno dichiari che per il futuro (illimitato o con date precise) nessun altro stato può contribuire alla sua sicurezza e quindi nessun altro stato può essere ammesso. La NATO avrebbe tutto il diritto di farlo; e l’articolo 10 andrebbe perfettamente bene.
Detto diversamente: La “politica della porta aperta” della NATO è esattamente questo: una politica. Non è una legge naturale e nemmeno qualcosa che la NATO è obbligata a fare dal suo stesso documento costitutivo (che comunque non vincolerebbe nessun altro, in realtà). Una politica, tuttavia, è ovviamente aperta alla revisione. Le affermazioni della NATO che “non può” smettere di ammettere è, quindi, strettamente insensata. In realtà, sceglie di non voler smettere di ammettere, purtroppo.

In sintesi, la Russia ha ragione: L’Occidente ha promesso di non allargare la NATO, e queste promesse non sono state mantenute. La NATO ha torto: può, in realtà, chiudere la porta, solo che non ne ha voglia.

Queste cose, in realtà, non sono difficili da capire. Quindi, ciò che è forse più preoccupante delle narrazioni occidentali attualmente dominanti su questi temi non è nemmeno che siano errate, ma che, apparentemente, parti delle élite occidentali, intellettuali e politiche, credono davvero alle loro stesse sciocchezze. Ma speriamo che stiano deliberatamente distorcendo la verità. Perché altrimenti hanno iniziato a credere alla loro stessa propaganda. E se questo è il caso, è molto difficile vedere come i negoziati potranno mai avere successo.

Russia is right: The West promised not to enlarge NATO & these promises were broken

  • The events of three decades ago are haunting the politics of the present

By Tarik Cyril Amar, a historian from Germany at Koç University in Istanbul working on Russia, Ukraine, and Eastern Europe, the history of World War II, the cultural Cold War, and the politics of memory. He tweets at @tarikcyrilamar.

With Russia challenging Western unilateralism in a way not seen since the end of the Soviet Union, two major issues keep coming to the fore. Both, it seems, are centered on America’s flagship military bloc, NATO.

First, there is Moscow’s claim that there was a Western promise not to expand NATO beyond its Cold War area. Second, there is a Western claim that NATO cannot, let alone will not, put an end to admitting new member states. 

This is no mere rhetoric; these are crucial points. Russia’s insistence on a thorough review and comprehensive, bindingly codified reset of post-Cold War security relations with the West hinges on its claim that prior Western assurances were broken. Talk and informal promises, the Kremlin says, are not enough anymore because they have turned out to be unreliable. On the other side of the quarrel, the West is rejecting a Russian key demand – to stop NATO expansion – by entrenching itself behind its claim that NATO simply must keep the door open to new members. 

Both claims can be verified. Let’s take a look at the facts. Moscow is right in its assertion that the West has broken its promises.

Such pledges were made twice to Russia, as a matter of fact. In 1990, during the negotiations over the unification of West and East Germany, and then, again, in 1993, when NATO was extending its Partnership for Peace policy eastward. In both cases, the assurances were given by US secretaries of state, James Baker and Warren Christopher, respectively. And in both cases, they took it upon themselves to speak, in effect, for NATO as a whole.

Despite clear evidence, there are still Western publicists and even active politicians who deny or relativize these facts, such as, for instance, Cold War Re-Enactor and former American ambassador to Russia Michael McFaul. Let’s address their objections.

Regarding the 1993 promises, the case is extremely simple. As Angela Stent – a widely recognized American foreign policy expert and practitioner with no bias in Russia’s favor – has summarized it in 2019, two “US ambassadors… later admitted that Washington reneged on its promises” – of 1993, that is – “by subsequently offering membership to Central Europe.” Then-Russian president Boris “Yeltsin was correct in believing that explicit promises made… about NATO not enlarging for the foreseeable future were broken when the Clinton administration decided to offer membership,” – and not merely partnership, as Christopher had assured Yeltsin – “to Central Europe.”   

The 1990 case is a little more complicated, but not much. There, too, the evidence for an explicit promise is clear. Here is the foremost American expert, Joshua Shifrinson – like Stent beyond any suspicion of favoring Russia – on the issue, writing in 2016:  

“In early February 1990, U.S. leaders made the Soviets an offer… Secretary of State James Baker suggested that in exchange for cooperation on Germany, [the] U.S. could make ‘iron-clad guarantees’ that NATO would not expand ‘one inch eastward.’… Soviet President Mikhail Gorbachev agreed to begin reunification talks. No formal deal was struck, but from all the evidence, the quid pro quo was clear: Gorbachev acceded to Germany’s western alignment and the U.S. would limit NATO’s expansion.”

To be clear, Shifrinson, a careful scholar, has also explained that American negotiators and leaders started going back on this promise very quickly. But that makes zero difference to two facts: First, the promise was made, and timing suggests strongly that it mattered to Russia’s acquiescence to German unification on entirely Western terms. In other words: Moscow kept its part of the deal, the West did not. Second, even while rapidly backpedaling internally, American politicians continued to give Russia the – false – impression that its security interests would be considered. Put differently, the initial – and consequential – promise was not only broken; the deception was followed up with even more deception.

Those representatives of the West still in denial of what happened in 1990, such as Mark Kramer, for instance, also often quote former Soviet president Gorbachev: He has stated, after all, that the infamous “not-one-inch” promise referred strictly to East Germany only. Hence, the West’s defenders argue, it wasn’t about NATO beyond East Germany at all.  READ MORE: Can Russia do a deal with the West?

Frankly, though popular, that is an extraordinarily silly argument: First, Gorbachev has an understandable interest in not being held responsible for the security-policy fiasco of letting NATO expand as it liked. Secondly, even if the 1990 negotiations were strictly about East Germany, please remember their real context: The Soviet Union was still there and so was the Warsaw Pact. Thus, two things are obvious – as long as we all argue in good faith: First, in specific terms, the 1990 promise could only be about East Germany. And, second, it of course clearly implied that anything east of East Germany would be, if anything, even more – not less – off-limits to NATO.

Another line of Western defense can only be described as fundamentally dishonest: NATO itself – and apparently the current American secretary of state Antony Blinken as well – now quite suddenly remember that “NATO Allies take decisions by consensus and these are recorded. There is no record of any such decision taken by NATO. Personal assurances from individual leaders cannot replace Alliance consensus and do not constitute formal NATO agreement.” 

That sounds great! If only James Baker and Christopher Warren had known about it when making their promises about NATO to Gorbachev and then Yeltsin!

Seriously? Two US secretaries of state address Moscow as if they had the right to speak for and shape NATO. Moscow, very plausibly – given the way NATO really works – assumes that they can. And when these promises are then broken, that is Russia’s problem? News flash: If you really follow that twisted logic, you would have justified the Soviet invasion of Afghanistan as “fraternal help” as well. Because formally that’s what it “was.”

What about the West’s contention that NATO must maintain an “open door” policy, or, put differently, cannot possibly agree with Russia to stop expanding? That claim, unlike Moscow’s about NATO promises, is incorrect. Here’s why:

NATO argues that its inability to ever close its doors is based on the NATO treaty, its constitution, as it were. Here is NATO’s argument in the original:

“NATO’s ‘Open Door Policy’ is based on Article 10 of the Alliance’s founding document, the North Atlantic Treaty,” which “states that NATO membership is open to any ‘European state in a position to further the principles of this Treaty and to contribute to the security of the North Atlantic area’.” And that “any decision on enlargement must be made ‘by unanimous agreement.’… Over the past 72 years, 30 countries have chosen freely, and in accordance with their domestic democratic processes, to join NATO. This is their sovereign choice.” 

If all of the above were correct, it would still be a stretch to believe that such things can never be changed – as if they were a natural force akin to gravity – but, at least, we could understand why it is a challenge to make such changes.

Yet, in reality, in this case there is no reason to accept NATO’s surprisingly far-fetched and inconsistent interpretation of its own founding document. Because what Article 10 actually says is that the door is open to every European state that can “contribute to the security of the North Atlantic area” and that the admission of any such state to the bloc can only happen by the “unanimous consent” of all current NATO members. 

None of this, actually, contradicts the possibility of NATO one day stating that for the future (unlimited or with precise dates) no further states can possibly help “contribute” to its security and therefore no further states can be admitted. NATO would be entirely within its rights doing so; and Article 10 would be perfectly fine.  READ MORE: Russia & NATO fail to find common ground – Moscow

Regarding NATO’s statement that it is every European state’s sovereign right to “join,” it does not withstand elementary scrutiny: If that were so, then both the “unanimous consent” of all current members and the distinction between applying and joining would be meaningless. That is an obviously absurd position. In reality, states have a right to apply, not to join – by NATO’s own rules, which someone at NATO seems to very badly misunderstand. 

Put differently: NATO’s “Open Door Policy” is exactly that: a policy. It is not a natural law or even something that NATO is obliged to do by its own founding document (which would still not bind anyone else, actually). A policy, however, is, of course, open to revision. NATO’s claims that it “cannot” stop admitting is, therefore, strictly nonsensical. In reality, it chooses not to want to stop admitting, unfortunately.

In sum, Russia is right: The West promised not to enlarge NATO, and these promises were broken. NATO is wrong: It can, actually, shut the door; it just doesn’t feel like it.

These things are, actually, not hard to grasp. Hence, what is perhaps most worrying about the currently dominant Western narratives on these issues is not even that they are incorrect but that, apparently, parts of the Western elites, intellectual and political, really believe their own nonsense. But let’s hope they are deliberately distorting the truth. Because otherwise they have started buying into their own propaganda. And if that is the case, it is very hard to see how negotiations will ever succeed.

FONTE: https://www.rt.com/russia/546074-russia-nato-relations-lie/

La festa (imperiale) delle corporation della guerra è finita. Sulla fuga da Kabul.

di Antonio Pagliarone

Le rivoluzioni devono ottenere il loro biglietto di

ingresso alla scena ufficiale dalle mani delle classi

dominanti.

(Karl Marx “New York Herald Tribune” 27 luglio 1857)

Premessa

Ricordo che molti anni fa l’alternativa “Socialismo o Barbarie” era il ritornello che gli intellettuali più radicali ci prospettavano di fronte ai grandi eventi che si sono verificati nel lungo periodo in cui i miti della sinistra hanno influenzato il cosiddetto “vecchio movimento operaio”. Fu Rosa Luxemburg a proporre queste due possibili soluzioni poste in alternativa allo scoppio del Primo conflitto mondiale ma questo slogan è stato ripreso regolarmente in occasione dei “processi di trasformazione” che, secondo certa pubblicistica di estrema sinistra, si sarebbero manifestati nel corso del XX secolo. Sinora però nessuno si è preoccupato minimamente di dare una descrizione chiara e ragionevole ai due fenomeni in oggetto, anche se oggi possiamo affermare che il socialismo ha prodotto quell’ assurdo costituito dall’economia e dalla società sovietica, ma ci si dovrebbe soffermare un momento sul termine barbarie specie dopo gli avvenimenti in Afghanistan, in Iraq e successivamente in Libano e in Siria.

L’errore che viene ripetuto regolarmente dai commentatori sia di destra che di sinistra, al di là dei buoni propositi che li alimentano, è quello di partire da una tesi precostituita come l’anti-imperialismo per gli opinionisti della sinistra radicale o la difesa della democrazia che caratterizza i paesi occidentali contro ogni aggressione esterna sostenuta da lacchè ben vestiti. Queste posizioni costituiscono la base per spiegare tutti gli avvenimenti che scuotono la monotonia della vita quotidiana. Chiunque non sia impegnato a “sbarcare il lunario” manifesta quel vezzo piuttosto antipatico di trattare ogni singolo fatto come una nuova tendenza senza mai darsi la pena di analizzare i processi nel loro insieme ed ogni avvenimento viene considerato come una “svolta nella storia dell’umanità”.

I sostenitori dell’antimperialismo considerano ogni azione militare, politica ed economica come una aggressione operata da una nazione più forte a scapito di un paese economicamente arretrato per tutta una serie di motivi quali la rapina delle risorse, la conquista di nuovi mercati, nuove aree per operare investimenti redditizi oppure il controllo militare strategico di vaste regioni del pianeta. Ora tutte queste motivazioni si sono rivelate fallaci specie dopo la guerra del Vietnam infatti potevamo chiederci a suo tempo: quali erano le risorse del paese? Il mercato vietnamita era così allettante? Forse gli USA intendevano operare investimenti in un paese così lontano e privo di infrastrutture? Che tipo di dominio e di controllo della regione avrebbero avuto gli americani se avessero vinto la guerra? Erano pressoché circondati da nazioni ostili e il Vietnam sarebbe stata la Cuba degli occidentali. Spesso tali interpretazioni vengono utilizzate insieme per poter giustificare una tesi di partenza basata sulla volontà di dominio di un paese ricco su uno o più paesi del terzo mondo. Coloro che invece difendono la democrazia occidentale ritengono il capitalismo come unica forma economica e sociale possibile e, più o meno in buona fede, temono qualsiasi fenomeno che possa minarne le fondamenta.

Entrambe i punti di vista considerano l’evoluzione della società esclusivamente secondo delle tappe in occasione delle quali l’economia e la politica subiscono degli scossoni che ne deviano il corso.

Per confutare le chincaglierie di queste testi novecentesche possiamo notare che le due grandi economie occidentali che hanno dominato nel corso della storia del capitalismo, perché erano i maggiori possessori di asset1 esteri, hanno progressivamente manifestato un declino vistoso come risulta evidente dal grafico di figura 1.

Figura 1: Andamento disaggregato dei due paesi con il maggior numero di asset stranieri: Gran Bretagna e Stati Uniti2

Fonte: Maurice Obstfeld and Alan. M. Taylor, Global Capital Markets: Integration, Crisis and Growth (Cambridge: Cambridge University Press, 2004), Table 2-1, pp. 52-53

Gli asset esteri in possesso della Gran Bretagna raggiungono il picco nel 1850 poi declinano continuamente (linea grigia) mentre gli asset esteri nelle mani degli USA (non di una nazione, come si crede erroneamente, ma di imprese pubbliche e private) crescono fino al 1960 (gli USA prendono il posto del Regno Unito dopo la IIGM) per poi declinare continuamente salvo qualche debole picco, fino ai giorni nostri. Questo vuol dire che gli investimenti in asset degli USA si rivolgono all’interno dell’area OCSE e sempre meno nei paesi del cosiddetto terzo mondo o in via di sviluppo3.

Introduzione (2021)

L’imperialismo è (veramente) una tigre di carta

Tutti gli osservatori ed i giornalisti di vario genere sono rimasti allibiti in occasione dell’abbandono disastroso dell’Afghanistan da parte delle truppe USA, paragonando le immagini sconvolgenti alla fuga da Saigon nell’Aprile 1975. Le truppe della maggiore potenza economica e militare del mondo lasciano il paese nelle mani delle orde di talebani che come dei vampiri si sono precipitati a riconquistare un paese ormai ridotto alla miseria ed alla fame. La stragrande maggioranza dei commenti diffusi immediatamente sui mass media e sul web si sono limitati a riproporre le solite litanie dettate da posizioni “politiche” ufficiali e di nicchia. Dall’impossibilità ad introdurre la democrazia nei paesi arretrati legati all’Islam, al fallimento dell’imperialismo americano (o grande potenza USA) simile a quello manifestatosi in Vietnam dove una popolazione legata fortemente al proprio territorio ed un “fronte interno” di opposizione hanno determinato la disfatta di un esercito tecnologicamente avanzato, cosa che non si è assolutamente verificata in Afghanistan.

Di conseguenza ho deciso di riproporre un vecchio scritto prodotto qualche anno dopo l’11 settembre sull’aggressione americana in Afghanistan ed in Iraq aggiornandone i dati e gli elementi alla luce degli avvenimenti più recenti. Naturalmente nessuno può affermare di avere compreso definitivamente gli accadimenti ma una cosa è certa: occorre approfondire l’analisi attraverso l’evidenza empirica e la logica senza farsi abbagliare dal metodo adottato da certi osservatori legati all’ideologia dominante, ma nemmeno da certa sociologia-politica manifestata da coloro che sono ancora legati all’ideologia della vecchia e “nuova” sinistra che da tempo ha mandato Karl Marx in soffitta. Naturalmente i dati ed i grafici proposti a suo tempo sono stati aggiornati e posso affermare che confermano le tesi espresse allora e la penosa uscita dell’esercito USA dall’operazione Enduring Freedom, che aveva come obiettivo l’eliminazione del terrorismo islamico in seguito agli attentati piuttosto spettacolari dell’11 settembre. Nel mio scritto del 2007 avevo avanzato l’ipotesi che fu la lobby del Pentagono, che dominava il Complesso Militare Industriale, a fare degli attentati attribuiti (falsamente) ad Al Qaeda, la ragione del suo rilancio dopo anni di smantellamento delle strutture e dei finanziamenti alla Difesa in seguito al crollo del sistema sovietico. Le spese militari americane si erano ridotte all’osso ed era necessario trovare un nuovo “nemico” per giustificare lo spostamento delle risorse federali dal welfare alle corporation legate al Complesso, i cui dirigenti guarda caso erano presenti nella lobby e all’interno dell’amministrazione Bush Junior. Così possiamo notare che dopo il continuo declino successivo alla II Guerra Mondiale, il budget per la difesa negli ultimi due decenni si è innalzato passando dai 305 miliardi di dollari del 2001 ai 754 miliardi di dollari del 2021, con un probabile picco a 777 miliardi di dollari se l’operazione in Afghanistan non fosse stata interrotta. Nella figura 2 di seguito vengono rappresentate le spesemilitari come percentuale del PIL per gli Stati Uniti nel periodo 1940-2018 (andamento aggiornato rispetto a quello dei grafici 4 e 5 presenti nel vecchio testo).

Figura 2. USA. Spese militari come percentuale del PIL

Grafico costruito sulla base dei dati del Office of Management and Budget

Come si può notare dopo il picco di massima del periodo relativo all’intervento nel secondo conflitto mondiale si raggiunge il minimo nel 1946 attorno al 3%, la risalita dei primi anni 50 del secolo scorso è dovuta alla guerra di Corea dopo di che si verifica un declino fino alla metà degli anni 60 con una debole risalita causata dalla guerra del Vietnam, l’ultimo conflitto militare che si può definire come tale. Successivamente si osserva un continuo declino interrotto da una debole risalita dovuta alle famose “Guerre Stellari” di Ronald Reagan, ma dopo il crollo dell’ex Unione Sovietica si può notare un crollo delle spese militari a livelli inferiori al 3% con una ripresa che risulta evidente dopo i fatti dell’11 settembre 2001 che hanno rappresentato uno stimolo ad una crescita che ha raggiunto il livello massimo del 5% nel 2012 per poi declinare nuovamente. Dal rapporto del SIPRI del 2018 possiamo riportare che

“Tra il 2009 e il 2018, tutti i primi 15 paesi meno tre hanno aumentato le loro spese militari; le eccezioni sono gli Stati Uniti (–17 percento), il Regno Unito (–17 percento) e l’Italia (–14 percento). Sono stati registrati aumenti della spesa particolarmente cospicui nel decennio da parte della Cina (83 per cento) e della Turchia (65 per cento).”

Ora la diminuzione del 17% delle spese militari USA (e Regno Unito) tra il 2009 ed il 2018 si nota anche osservando il grafico di figura 2, ma sia chiaro questo non vuol dire che gli USA sono crollati militarmente ma solo che le spese militari non costituiscono assolutamente una voce importante del bilancio.

Contrariamente a quanto hanno creduto ingenuamente gli americani i proventi dalla tassazione (750 milioni di dollari l’anno per ogni soldato impegnato nelle operazioni) non venivano destinati alla “ricostruzione” dei paesi aggrediti ma erano il bottino che si intascavano le corporation americane dalla vendita di armi e servizi allo stesso esercito USA, a prezzi esorbitanti che garantivano sovraprofitti eccezionali conseguiti anche grazie all’aumento del valore delle azioni delle stesse e dei contratti di vario genere e natura legati all’operazione bellica. Jon Schwarz riporta in un articolo pubblicato su Intercept che 10.000 dollari investiti in azioni della Difesa, ossia delle cinque maggiori corporation legate al Complesso Militare Industriale ovveroBoeing, Raytheon, Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics4, all’inizio della guerra in Afghanistan, ora valgono quasi 100mila dollari. Si tratta di un rendimento estremamente più elevato di quello dato dal mercato azionario complessivo nello stesso periodo. 10.000 dollari investiti in un fondo indicizzato S&P 500 il 18 settembre 2001, varrebbero ora 61.613 dollari, il che significa che, durante la cosiddetta guerra in Afghanistan, i titoli delle cinque maggiori corporation hanno superato il mercato azionario del 58%. Una parte significativa dei fondi spesi, e obbligati ad essere spesi, per l’intervento in Afghanistan e Iraq è andata ad appaltatori militari i cui lavoratori attualmente sono più di tre a uno rispetto ai soldati impegnati in Afghanistan. I beneficiari sono la Lockheed Martin, DynCorp5, Black & Veatch, Academi (ex Blackwater) e le compagnie petrolifere che spediscono il carburante utilizzato dall’esercito come la Kellogg, Brown and Root e la ExxonMobil. I contratti spesso hanno dimensioni enormi: l’anno scorso la Harris Corporation, ad esempio, si è aggiudicata un contratto da 1,7 miliardi di dollari per la fornitura di apparecchiature di comunicazione alle forze di sicurezza afghane. Solo tra il 2019 ed il 2020 queste cinque corporation hanno percepito 286 miliardi di dollari grazie a contratti sottoscritti con il Complesso Militare Industriale e dal 2001 al 2020 hanno spillato al Pentagono 2,1 trilioni di dollari (a dollaro 2021). Per avere un’idea delle cifre di cui stiamo parlando, le entrate della Halliburton sono cresciute più di dieci volte dall’esercizio del 2002 fino al 2006 grazie ai suoi contratti per ricostruire le infrastrutture petrolifere irachene e fornire supporto logistico alle truppe statunitensi in Iraq e Afghanistan. Nel solo mese di agosto 2008 la Lockheed Martin ha ricevuto oltre 30 miliardi di dollari per un contratto sulla logistica e per il solo 2020 ha percepito 75 miliardi per contratti che corrispondono ad una volta e mezza l’intero budget di 44 miliardi previsti per quell’anno. Diecimila dollari in azioni della Lockheed Martin vengono ora valutati a 133.559,21 dollari. Molte di queste corporate tra l’altro hanno operato in maniera scadente non soddisfacendo i contratti a suo tempo sottoscritti. Un caso particolarmente eclatante di un lavoro scadente che ha avuto tragiche conseguenze umane è rappresentato dall’elettrificazione di almeno diciotto basi militari in Iraq a partire dal 2004 a causa di installazioni elettriche difettose, alcune delle quali realizzate dalla KBR e dai suoi subappaltatori. Un’indagine dell’ispettore generale del Pentagono ha rilevato che i comandanti sul campo “non erano riusciti a garantire che i lavori di ristrutturazione… fossero stati eseguiti correttamente, l’esercito non ha fissato gli standard per i lavori o gli appaltatori e KBR non hanno messo semplicemente a terra le apparecchiature elettriche installate così da provocare numerose vittime e feriti tra le truppe di stanza nelle diverse basi in Iraq”.

Per queste corporate, l’intera avventura è stata un successo strepitoso, misurato nei trilioni di dollari dei contribuenti che sono passati attraverso i loro budget e nei profitti accumulati nei due decenni in cui hanno mantenuto con successo le operazioni. Nel 2019, la CACI International ha sottoscritto un contratto quinquennale di quasi 907 milioni di dollari per fornire “operazioni di intelligence e supporto analitico” all’esercito degli Stati Uniti in Afghanistan. Dal 2015 il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha speso 3,8 miliardi di dollari per l’impegno di Fluor Corporation in Afghanistan, la maggior parte dei quali per i servizi logistici. Per la General Dynamics, la guerra in Afghanistan è stata particolarmente redditizia in quanto il veicolo corazzato leggero LAV-25 dei Marines è stato ampiamente utilizzato nelle operazioni. Inoltre, GD ha anche fornito prodotti e servizi di comunicazione, tecnologia e sicurezza informatica. Raytheon Technologies, solo nel 2020 ha guadagnato fino a 145 milioni di dollari quando ha firmato un contratto con le forze armate statunitensi per addestrare i piloti dell’aeronautica afgana. Occorre sottolineare come il più grande appaltatore della difesa del mondo, la Lockheed è famosa per i suoi elicotteri Black Hawk, che sono stati ampiamente utilizzati nella guerra in Afghanistan, ma i maggiori guadagni per questa corporation sono venuti dai contratti per il caccia stealth F-35. Queste sono solo alcune delle corporation che hanno tratto enorme profitto dai lucrosi contratti di Washington. La spesa del Pentagono ha superato nel complesso i 14 trilioni di dollari, una cifra inimmaginabile quando ebbe inizio l’intervento in Afghanistan nel 2001, e quasi la metà di questa cifra faraonica è andata direttamente alle corporation appaltatrici della difesa.

Così non ci dobbiamo meravigliare se i media ci informano che la popolazione dell’Afghanistan ha raggiunto livelli di povertà assoluta in un paese pieno di macerie grazie ai bombardamenti “intelligenti” o ad attentati dettati dalla disperazione piuttosto che dalla mitologia della sciaria. Dopo aver speso 2,26 trilioni di dollari nei vent’anni di “guerra” (50 mila dollari per ogni afghano dei 40 milioni che popolano il paese) ecco che l’impresa come per incanto viene abbandonata con i conseguenti commenti più o meno coerenti dei mass media. In occasione del disimpegno dall’Afghanistan, David Berteau, presidente del Consiglio per i servizi professionali, che rappresenta 400 appaltatori governativi, molti dei quali lavorano in Afghanistan, ha dichiarato che “Il calendario per farlo correttamente è già troppo stretto, Non abbiamo anni, ma abbiamo solo mesi. Tutte le cose belle devono finire, vero?”

Quando mai gli Americani non hanno abbandonato i loro alleati locali? I Curdi della Siria settentrionale, che gli Americani in ritirata hanno abbandonato ai tanto amichevoli Turchi, sono l’ultimo esempio che possiamo fare. Ma quanti Americani si ricordano di quel lontano passato? È semplicemente quello che fanno gli Americani, da sempre.

I lauti, strepitosi rendimenti intascati dai maggiori contractors statunitensi della Difesa sono entrati in rotta di collisione con gli interessi complessivi delle altre corporation americane non legate al Complesso Militare Industriale, ma soprattutto con gli interessi dei lavoratori americani ormai stanchi di dover finanziare, attraverso la tassazione ed i tagli alle spese per welfare, un pachiderma militare ormai divenuto del tutto inutile, ma dal quale traggono profitti imprese ed individui senza scrupoli organizzati in bande di avventurieri6.

Tra l’altro la Brown University ha previsto anche che il costo degli interessi sul debito di guerra afghano degli Stati Uniti salirà a 6,5 trilioni di dollari entro il 2050, cosa che contribuirà ad indispettire ulteriormente l’americano medio poiché si traduce in 20.000 dollari di esborso per ogni cittadino USA. In una condizione generale di una continua crescita dell’indebitamento sia pubblico che privato7, rappresentata nelle successive figure 3 e 4, e dal declino dei profitti relativi al totale delle corporate (vedi figura 5), risulta sempre più chiaro che le amministrazioni successive alla presidenza Bush hanno dovuto affrontare il problema della spesa in maniera diretta, attraverso il disimpegno nei confronti delle “missioni” militari all’estero ed attraverso i tagli all’interno del paese. Mentre molti appaltatori legati al Complesso Militare Industriale stanno ancora raccogliendo ingenti somme di denaro per fare affari in Afghanistan, alcuni si stanno ritirando insieme alle truppe. L’ultimo rapporto trimestrale del Dipartimento della Difesa ha indicato che il numero totale di appaltatori in Afghanistan è sceso significativamente negli ultimi tre mesi da quasi 17.000 ad aprile a 7.800 a luglio. Quando Trump è entrato alla Casa Bianca nel 2017, il numero totale di appaltatori in Afghanistan era di circa 3.400.

Figura 3. USA. Andamento del debito pubblico dal 1990 al 2019 (miliardi di dollari)

Fonte: Dipartimento del Tesoro USA.

Figura 4. USA. Debito delle corporation non finanziarie come percentuale del PIL

Nota. Le strisce rappresentano le recessioni.

Fonte: I dati relativi al debito delle corporation provengono dal Financial Accounts of the United States.

Parallelamente all’aumento del debito possiamo notare che i profitti netti delle corporation non finanziarie e finanziarie subiscono un crollo dopo il crash del 2007-08 e non si riprendono fino al 2014 (e non si sono ancora ripresi dopo la pandemia) come si può notare chiaramente dalla figura 5

Figura 5. USA. Variazioni nei Profitti Netti Nominali delle NFC (linea tratteggiata) e delle FC (linea continua) [miliardi di US$]. 1998-2014.

Dall’andamento dei profitti relativi alle corporation finanziarie possiamo notare en passant che fa acqua anche la moderna tesi dell’imperialismo finanziario. Nel frattempo le corporate legate al Pentagono continuano a fare affari d’oro

Ma la figura successiva 6 mostra chiaramente il gap tra profitti lordi e netti delle corporation (linea grigia) e delle imprese USA (linea nera) (siamo nel picco della fig precedente) (pagamento del debito e del servizio del debito) e si nota che tale divario va aumentando per cui l’economia USA ed i lavoratori premono perché le tasse vengano diminuite.

Figura 6. Profitti di tutte le corporation USA prima (linea grigia punteggiata) e dopo le tasse (linea grigia quadratini), profitti di tutte le altre industrie (linea scura punteggiata e coi quadratini) in miliardi di dollari

Fonte NIPA tavole 1.10 e 1.12 (aprile 2015)

Il debito delle famiglie statunitensi nel secondo trimestre 2021 ha raggiunto la cifra record di 15 trilioni di dollari, mentre il debito ipotecario è salito a10,4 miliardi di dollari in conseguenza di un boom di rifinanziamenti. Secondo l’ultimo rapporto della Fed di New York relativo al debito e al credito delle famiglie, tra aprile e giugno del 2021 il debito ipotecario è aumentato di ben 282 miliardi di dollari. Nella figura 7 riportiamo l’andamento del debito delle famiglie americane dal 2000 al 2021.

Figura 7. USA. Andamento del debito delle famiglie dal 2000 al 2021 (nel II trimestre ha raggiunto i 15 trilioni di dollari)

Nota: la parte in basso grigio scura rappresenta i mutui, via via le parti sempre più chiare rappresentano in successione i crediti ipotecari, i prestiti per l’acquisto dell’automobile, passività delle carte di credito, i prestiti per lo studio ed altri

Fonte: New York Fed Consumer Credit Panel/Equifax

Di conseguenza la scelta politica delle amministrazioni Obama, Trump e Biden è stata quella di staccarsi progressivamente dagli impegni militari facendo finire la festa alla Lobby del Pentagono.

Nonostante ciò ad aprile 2021, alcune delle 70 società di sicurezza e difesa americane hanno sottoscritto contratti annuali che vanno oltre l’11 settembre. Una di queste società è la Triple Canopy, di proprietà di Constellis, una società che possiede anche Academi, la più recente dei famigerati appaltatori militari privati ​​come la Blackwater. Triple Canopy sta assumendo guardie armate a Bagram per fornire sicurezza al personale statunitense rimanente in quattro siti in tutto il paese. Anche Erik Prince, fondatore della Blackwater e amico personale di Donald Trump, per far soldi ha impegnato la società nella evacuazione di persone da Kabul cui vengono richiesti 6.500 dollari per essere portati in salvo all’aeroporto per poi venire imbarcati in uno dei voli della società. Una tariffa extra verrebbe poi applicata nelle situazioni più complicate in cui le persone da salvare sono rimaste intrappolate nelle proprie abitazioni.

Dalle stesse autorità americane è stato rilevato che gran parte dei miliardi profusi in enormi progetti infrastrutturali in Afghanistan sono andati sprecati. Dighe e autostrade sono in rovina, poiché questa ondata di aiuti è stata gestita da burocrati di stato corrotti sodali con i funzionari del Complesso Militare Industriale. Gli ospedali e le scuole di nuova costruzione erano vuoti, così il denaro degli Stati Uniti ha alimentato sempre di più la corruzione che ha minato la legittimità del governo. Nonostante la campagna antidroga, dalla quale molti ne hanno tratto vantaggio, le esportazioni di oppio hanno raggiunto livelli record8, e, nonostante i miliardi spesi in armi e per l’addestramento delle forze di sicurezza afghane, i talebani hanno continuato ad espandere il loro controllo sul paese. Malgrado le enormi spese per la creazione di posti di lavoro e per il benessere del popolo afghano, la disoccupazione si aggira intorno al 25% e, secondo la Banca mondiale, nel corso degli anni il tasso di povertà ha continuato ad oscillare, raggiungendo il 47% nel 2020, rispetto al 36% quando si è iniziato a calcolare nel 2007. Il 90% della popolazione dell’Afghanistan vive con meno di 2 dollari al giorno. Di tutto questo ne hanno dovuto prendere atto tanto Trump (per primo) quanto Biden dopo aver tastato il polso agli americani in occasione delle elezioni che li hanno portati ai vertici dell’amministrazione USA. Nel 2018 lo staff del presidente Trump avviò nuove trattative con i talebani che si sono concluse il 29 febbraio 2020 con la firma di un accordo che prevedeva, tra le altre cose, il ritiro definitivo dei 12 mila soldati americani ancora presenti sul territorio afghano entro il 1 maggio 2021.

Oltre alle perdite economiche ormai divenute disastrose bisogna sottolineare però che dall’inizio della guerra la coalizione ha contato più di 3.500 morti, di cui più di 2.300 erano soldati americani e 450 delle truppe britanniche, 20.660 soldati americani sono poi rimasti feriti in azione. Ma questi dati sulle vittime delle truppe della coalizione vengono sminuite dalla perdita di vite tra le forze di sicurezza ed i civili afgani. Nel 2019 una ricerca della Brown University ha stimato che a partire dall’ottobre 2001, quando è iniziato l’intervento, la perdita di vite tra l’esercito nazionale e la polizia dell’Afghanistan ha superato le 64.100 persone, mentre secondo la United Nations Assistance Mission in Afghanistan (Unama), quasi 111.000 cittadini sono stati uccisi o feriti da quando ha iniziato nel 2009 a registrare sistematicamente le vittime civili. Quattro milioni di afgani sono sfollati dalle loro case e sono stati spinti dalla violenza quotidiana nelle baraccopoli urbane o oltre confine, in Pakistan o in Iran; di conseguenza la sfiducia nei confronti degli occidentali ha continuato ad aumentare favorendo così l’influenza dei talebani che controllavano sempre più il territorio. In fin dei conti ciò che si può rimarcare chiaramente è che dopo la sconfitta del Vietnam gli Stati Uniti hanno perso il ruolo di superpotenza conquistato dopo la II Guerra Mondiale una volta esauritosi il predominio del Regno Unito, e che il capitalismo dei paesi maggiormente sviluppati è caratterizzato dagli interessi concorrenziali delle grandi corporation che non hanno nazione pur avendo sede, nella maggior parte di casi, negli Stati Uniti. Infine non possiamo prevedere cosa può riservarci il futuro ma di sicuro non assisteremo ad un nuovo conflitto, almeno nel breve periodo, viste le gravi condizioni in cui versano le casse statali e quelle di un capitalismo che manifesta sempre più le sue difficoltà generate dalla speculazione che come un tumore investe ogni aspetto della vita quotidiana.

NOTE:

1 Gli asset esteri lordi sono costituiti da contanti, prestiti, obbligazioni e azioni di proprietà di non residenti.

2 “The External Wealth of Nations Revisited: International Financial Integration in the Aftermath of the Global Financial Crisis” IMF Economic Review volume66 al sitohttps://link.springer.com/article/10.1057/s41308-017-0048-y

3 Peter Nolan “La Cina si sta comprando il mondo?” presente nel volume Il mistero del dragone Asterios 2019.

4 Possiamo sottolineare che nel consiglio di amministrazione della Lockheed è presente Robert Work (ex vice segretario della difesa) e Joseph Dunford Jr (generale in pensione del Corpo dei Marine), in quello della Boeing sono presenti: Edmund P. Giambastiani Jr (ex vice presidente, Capo di stato maggiore), Stayce D. Harris (ex ispettore generale, Air Force), John M. Richardson (ex capo delle operazioni navali). Il consiglio di amministrazione della Raytheon comprende: Ellen Pawlikowski (generale dell’aeronautica in pensione), James Winnefeld Jr (ammiraglio della marina in pensione), Bruce Carlson (generale dell’aeronautica in pensione), mentre ai vertici dellaGeneral Dynamics sono presenti Rudy deLeon (ex vice segretario della difesa), Cecil Haney (ammiraglio della marina in pensione), James Mattis (ex segretario della Difesa ed ex generale del corpo dei marines), Peter Wall (generale britannico in pensione). Alla Northrop Grumman notiamo Gary Roughead (ammiraglio della Marina in pensione), Mark Welsh III (generale dell’Aeronautica in pensione). Nei consigli di amministrazione delle grandi corporation legate al Pentagono vi erano anche gli ex segretari alla difesa dell’amministrazione Trump James Mattis (membro del consiglio di amministrazione di General Dynamics), Patrick Shanahan (dirigente di Boeing), Mark Esper (capo delle relazioni con il governo di Raytheon) e il segretario alla difesa dell’amministrazione di Biden Lloyd Austin (membro del consiglio di amministrazione di Raytheon Technologies). Molte di queste informazioni provengono dall’ottimo studio Profits of War: Corporate Beneficiaries of the Post-9/11 Pentagon Spending Surge di William D. Hartung che dirige l’Arms and Security Program presso il Center for International Policy.

5 DynCorp, con a capo il finanziere miliardario Stephen Feinberg, è nota da tempo per scandali di corruzione e un discutibile record di prestazioni, fino ad essere implicata in un caso di abusi sessuali. Ma nulla di tutto ciò sembra aver scoraggiato il governo degli Stati Uniti dall’aggiudicare nuovi contratti alla società. Il Dipartimento di Stato ha pagato quasi 4 miliardi di dollari per progetti di aiuto alla ricostruzione afgana dal 2002 al 2013. 2,5 miliardi di dollari sono andati alla DynCorp, il 69% di tutti i soldi assegnati dal Dipartimento di Stato per quasi tutta la durata della guerra.

6 Oltre all’esercito di contractors legato alle imprese impegnate in Afghanistan, possiamo fare riferimento a personaggi piuttosto sinistri come il colonnello dell’esercito Norbert Vergez che gestiva il programma di rifornimenti di elicotteri all’esercito afghano in cui le truffe erano all’ordine del giorno, inoltre gli appaltatori della difesa hanno continuato a spendere molto in Afghanistan poco prima che gli Stati Uniti partissero e i talebani prendessero il controllo del paese, come riportanoAnna Massoglia e Julia Forrest in un articolo su Open Secrets. Nell’articolo si sottolinea che la maggioranza dei membri plenari dell’Afghanistan Study Group, che ha consigliato al presidente Joe Biden di prorogare la scadenza del 1 maggio inizialmente negoziata per il ritiro dall’Afghanistan, ha legami con l’industria della difesa. Un paio di questi membri includono il principale vicedirettore dell’intelligence nazionale dell’ex presidente Donald Trump, Susan M. Gordon, e Stephen J. Hadley, vice consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex presidente George W. Bush.

7 Per una visione più approfondita dello stato delle cose all’interno dell’economia USA, vedi La lotta di classe all’epoca della finanza a cura di Antonio Pagliarone di prossima pubblicazione presso Asterios Trieste.

8 L’Afghanistan è stato trasformato nella fabbrica di eroina del mondo, arrivando a produrre l’85% della fornitura globale stimata di eroina e di morfina, un quasi monopolio. Occorre chiarire che prima dell’invasione USA/NATO dell’Afghanistan, la coltivazione del papavero era stata vietata dai Talebani.

Afghanistan: quale bilancio dell’esperienza militare italiana?

di Andrea Vento

A distanza di quattro mesi dal ritiro delle forze Nato e dal ritorno dei Talebani al potere, nel nostro Paese ancora non sono stati improntati ne una seria riflessione pubblica, ne un bilancio politico ufficiale sui risultati di 20 anni di presenza militare, sui suoi esiti, i sui suoi costi e sulle ricadute sulla popolazione afghana.

Il mal pianificato ritiro delle forze armate Usa e Nato disposto dall’amministrazione Biden, a seguito degli Accordi di Doha, sottoscritti da Trump il 29 febbraio 2020, e la drammatica fuga dal Paese degli occidentali e dei loro collaboratori dopo la repentina presa di Kabul da parte dei Talebani del 15 agosto, hanno concluso, con la partenza degli ultimi voli di evacuazione del 31 agosto 2021, la ventennale presenza militare, anche italiana, in Afghanistan.

Nonostante fossimo stati fra i principali attori delle vicende militari degli ultimi vent’anni del Paese centroasiatico, fin dalla seconda metà di agosto l’attenzione politica e mediatica è stata tuttavia indirizzata sulla questione del caotico e parziale trasferimento all’estero dei collaborazionisti afghani e sul nuovo esodo di profughi, le vere vittime dell’intera vicenda, che il ritorno dei Talebani al potere ha innescato. Migliaia di persone che, a vario titolo, avevano prestato servizio per le forze della Nato o per il corrotto governo di Asrhaf Ghani sono state in pratica abbandonate al rischio delle probabili ritorsioni talebane.

I responsabili della disastrosa esperienza afghana nell’intento di distogliere l’attenzione dalle reali cause del disastro, si sono adoperati per implementare una ben architettata campagna di distrazione di massa. Il ceto politico direttamente coinvolto e i media compiacenti hanno, infatti, cercato di sollevare sdegno nell’opinione pubblica nostrana in modo da far apparire come unici responsabili delle violenze e del caos di quei giorni agostani esclusivamente gli “studenti coranici”.

La formazione del nuovo governo monocolore talebano ai primi di settembre, in disprezzo di un fondamentale pilastro degli Accordi di Doha, ha innescato come ritorsione sia il mancato riconoscimento politico del nuovo esecutivo, sia l’applicazione di “sanzioni economiche” occidentali. Le nuove misure restrittive, divenute ormai una consolidata prassi ai danni dei governi che intendono sottrarsi all’assoggettamento Usa, hanno portato, da un lato, al congelamento dei 9 miliardi di $ di fondi della Banca Centrale Afghana depositati all’estero e, dall’altro, alla sospensione dei generosi finanziamenti e aiuti (pari ad almeno il 20% del Pil afghano) che avevano tenuto in piedi fino a quel momento la traballante Repubblica Islamica dell’Afghanistan, il nuovo stato creato dagli occidentali dopo l’invasione del 2001.

Una gravissima crisi umanitaria, con il 72% della popolazione in condizioni di povertà già a settembre 2021, e pesanti ripercussioni economiche, con il crollo del Pil autunnale stimato intorno al 40%, sono gli inevitabili effetti di tali provvedimenti. La deriva sociale ed economica del Paese, che si è aggravata con l’arrivo dell’inverno, ha finito per catalizzare la residua attenzione mediatica riservata, in Occidente, alle vicende del martoriato Paese centro-asiatico, ormai afflitto ininterrottamente da guerre e conflitti interni dal 1979. Nonostante ciò, nello scenario nazionale, le vicende afghane sono da un paio di mesi relegate nelle pagine finali dei quotidiani e dei telegiornali, mentre le forze politiche, fino ad oggi, non hanno mostrato interesse verso l’apertura di inchieste ufficiali e approfondite riflessioni pubbliche sulla nostra presenza in Afghanistan.

La partecipazione militare italiana al conflitto afghano era stata autorizzata il 7 novembre 2001 dal Parlamento e regolarmente rifinanziata ogni 6 mesi con analogo atto parlamentare, spesso con voto bipartisan, da tutte le maggioranze parlamentari succedutesi da allora, senza che ogni volta si aprisse un dibattito serio nel Pese e in Parlamento sulla nostra avventura militare nel Paese centroasiatico, sui suoi costi, sugli obiettivi e sui risultati che stavamo conseguendo. In questo ventennio frequentemente sono state raccontate versioni non corrispondenti a vero e, nel migliore dei casi, edulcorate rispetto a ciò che effettivamente stava accadendo in Afghanistan, dove, addirittura dall’ottobre 2003, i Talebani erano riusciti ad invertire l’inerzia del conflitto e, gradualmente, a passare alla controffensiva, come dimostra, oltre alla ricostruzione storica del prof Gastone Breccia1, l’andamento del diagramma delle morti dei militari Nato e delle forze di sicurezza afghane (grafico 1).

Grafico 1: perdite della Nato, con e senza gli Usa, e delle forze di sicurezza afghane 2002-2014

1 “Missione Fallita,. La sconfitta occidentale in Afghanistan” di Gastone Breccia (docente di storia militare all’Università di Pavia) – Il Mulino 2020

Alla missione italiana, dislocata nel settore occidentale del Paese con base di comando ad Herat, hanno partecipato, a rotazione, circa cinquantamila soldati (con una presenza sul territorio afghano che non ha mai superato le 5.000 unità), di questi 54 sono morti, quasi tutti in attacchi e attentati, e 700 sono stati feriti. Il costo della presenza militare italiana in totale ammonta a ben 8,7 miliardi di euro, dei quali 840.000 milioni per la creazione e l’addestramento delle forze militari e di sicurezza della Repubblica Islamica d’Afghanistan (tabella 1). Le stesse che si sona disciolte come neve al sole primaverile, lasciando campo libero all’avanzata finale talebana sferrata ai primi di agosto.

I legittimi quesiti e le richieste di effettuazione di un bilancio sollevati, in questi mesi, dall’opinione pubblica italiana, al momento non hanno trovato ascolto nel ceto politico nazionale. Eppure, il principale artefice dell’avventura militare in Afghanistan, gli Stati Uniti d’America, iniziata con l’operazione Enduring Freedom il 7 ottobre del 2001, sembra intenzionato a fare un po’ di chiarezza sulla ventennale permanenza militare nel Paese. Già il 13 settembre, infatti, il segretario di Stato Usa, Anthony Blinken, era stato sottoposto a quattro ore di incalzanti domande, da parte della Commissione per gli affari esteri della Camera, sullo scomposto ritiro dall’Afghanistan di fine agosto. E, soprattutto, mercoledì 15 dicembre, il Senato statunitense ha approvato, a larga maggioranza, l’istituzione di una Commissione d’inchiesta indipendente composta da 16 membri, equamente suddivisi fra le due tradizionali forze politiche, alla scopo di analizzare gli errori e l’eredità di 20 della guerra in Afghanistan, di gran lunga la più duratura della storia Usa.

Tabella 1: costo e presenza di truppe della Missione italiana in Afghanistan 2001-2021

L’elevato costo totale, addirittura circa 2.300 miliardi di $1 (fig. 1), della ventennale esperienza militare statunitense conclusasi con una clamorosa sconfitta e un disordinato ritiro, oltre all’aggravarsi della crisi lasciata in eredità, devono aver probabilmente spinto i senatori Usa a cercare di venire incontro alle richieste dell’opinione pubblica interna che sta prendendo atto, giorno per giorno, dopo anni di disinformazione, l’effettiva gravità dell’attuale situazione afghana. Come, peraltro, aveva denunciato, già da settembre, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP): “l’Afghanistan vacilla sull’orlo della povertà universale” a causa dell’inevitabile peggioramento della situazione che, in mancanza di significativi interventi esterni, a metà del 2022 porterà la percentuale dei poveri addirittura al 97% con l’economia dell’Afghanistan si sta disfacendo “davanti ai nostri occhi“.

Figura 1: la ripartizione per capitoli delle spese totali Usa in Afghanistan 2001-2021.

Fonte: Watson Institute della Brown University (Usa)

Anche il recente grido di allarme di Malalai Joya, giovane afghana attivista per i diritti delle donne, non sembra lasciar spazio ad equivoci rispetto alla situazione attuale e allo sconforto degli afghani: “trascorsi vent’anni dall’inizio dell’invasione e della guerra lanciati dagli Usa, il popolo del mio paese, che soffre da molto tempo, è di nuovo al punto di partenza. Dopo aver speso migliaia di miliardi di dollari e aver provocato centinaia di migliaia di morti e sfollati, la bandiera talebana torna a sventolare sull’Afghanistan. Come più giovane donna eletta al Parlamento dell’Afghanistan nel 2005, la mia esperienza riflette il fallimento della guerra degli Stati Uniti e della Nato – una politica che ha usato i diritti delle donne come pretesto per l’occupazione, ma è riuscita solo a rafforzare le forze più corrotte della nostra società

Nel tentativo di riportare la crisi umanitaria in corso al centro dell’attenzione politica nostrana, le associazioni “45mo Parallelo” e “Afgana”, hanno organizzato a Trento il 15 dicembre scorso il convegno “Afghanistan il futuro negato” al quale è stata invitata, come interlocutrice principale, la Viceministra agli Esteri Marina Sereni, oltre ad attori della cooperazione italiana nel Paese e dell’Unesco. Nel corso dell’incontro, come riporta il sito Atlante delle guerre e dei conflitti1, sono stati trattati temi cruciali come: i fondi bloccati negli Usa e i 150 milioni di euro in aiuti umanitari da utilizzare, secondo le intenzioni del Governo, come strumento per ammorbidire le posizioni dei Talebani sui diritti umani, oltre all’elaborazione di una strategia negoziale con l’Emirato Islamico d’Afghanistan, senza procederne al riconoscimento politico. Un’iniziativa importante quella di Trento che dirada le nebbie mediatiche calate sul Paese centroasiatico e che ha affrontato l’impellente questione della crisi umanitaria esplosa dopo il ritiro Nato, alla quale, tuttavia, dovranno seguirne altre che favoriscano l’apertura di un dibattito politico in Parlamento, oltre che a uno pubblico nel Paese, che tracci un bilancio sulla nostra permanenza militare e, in generale, sulla disastrosa strategia della “Guerra umanitaria” che negli ultimi 20 anni ha destabilizzato il Medio Oriente, con ferite tutt’ora sanguinanti in Iraq, Siria e Libia.

La spinta propulsiva verso questo indispensabile passaggio, doveroso per una democrazia matura, probabilmente dovrà provenire, ancora una volta, dalla società civile, visto l’immobilismo della classe politica di questi mesi. Mancato attivismo probabilmente condizionato dal fatto che tutte le forze politiche attualmente presenti un Parlamento, in questi vent’anni, hanno votato il rifinanziamento delle Missioni militari in Afghanistan.

Un passo utile in tale direzione potrebbe rappresentare il coinvolgimento del Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in un convegno che abbia come fine ultimo la richiesta di un’analisi politica ufficiale in Parlamento e una riflessione approfondita nel contesto dei Paesi atlantisti in merito all’avventura militare in Afghanistan. Tutto ciò sulla scorta del contenuto delle dichiarazioni del nostro massimo rappresentante della Politica Estera sulla crisi afghana e sui suoi sviluppi, rilasciate davanti alle Commissione riunite Affari esteri e Difesa di Camera e Senato il 23 agosto: “A tempo debito, non potremo e non dovremo esimerci – come Occidente, come Europa, come Nato – da una riflessione approfondita sulle lezioni da apprendere. Una riflessione che deve partire dal riconoscimento obiettivo delle nostre responsabilità, ma anche dalla consapevolezza di non essere stati in Afghanistan invano“. Il Ministro Di Maio ha inoltre aggiunto che “la fragilità delle istituzioni afghane, la liquefazione istantanea delle forze armate locali, l’inaffidabilità delle previsioni sulla loro tenuta sono sotto gli occhi di tutti. Ma è anche vero che in questi 20 anni abbiamo contribuito a mantenere la stabilità regionale, contrastare il terrorismo, favorire più istruzione, diritti e libertà per il popolo afghano. È proprio questa consapevolezza a spronarci a fare il possibile perché quei diritti non vengano ora brutalmente cancellati“. Dichiarazioni importanti che se da un lato dovrebbero essere rilanciate per quanto riguarda l’apertura di una riflessione sullo strumento della guerra e sulle nostre responsabilità, dall’altro lasciano spazio a perplessità rispetto ai risultati ottenuti con la nostra missione militare, nello specifico rispetto ai benefici portati alla popolazione civile.

In base ai dati forniti dal Factbook mondiale 2021 della Cia2, rileviamo come l’Afghanistan, già prima del ritorno dei Talebani, era caratterizzato da una condizione sociale disastrosa con i peggiori valori a livello mondiale sia per quanto riguarda la mortalità infantile, salita al 106,75 x 1.000 nel 2021, che la speranza di vita media ferma a soli 53,3 anni e con la povertà passata dal 22% del 2002 al 54,5% del 20203. Per quanto riguarda la condizione femminile, si è registrato un miglioramento solamente le aree urbane (che però raccolgono ad oggi solo il 26% della popolazione), mentre nel resto del Paese è rimasta sostanzialmente invariata visto che il tasso di occupazione femminile dal 35% del 2003 e salito al 35,7% del 20184. Anche dal punto di vista macroeconomico il Paese è progredito in misura ridotta rispetto ad altri Paesi che nel 2001 avevano condizioni simili o addirittura più critiche: il Pil pro capite è passato, infatti, da 280 $ del 1998 ai 545 $ del 2018 con una rapporto di incremento del solo 1,95, mentre, nello stesso arco di tempo, in Ruanda è stato del 3,16 e in Etiopia addirittura dell’8,52.

Il quadro impietoso della situazione economica e sociale lasciata dalla Nato e il fallimento militare e politico della missione militare costituiscono elementi prioritari dell’ineludibile dibattito che l’opinione pubblica nazionale invoca in merito agli errori commessi in Afghanistan, alla falsa retorica della Guerra umanitaria e sul nostro grado di autonomia in politica estera e militare.

Probabilmente se invece di aver destinato allo sviluppo sociale solo una cifra stimata fra il 5 e il 10% degli 8,7 miliardi di euro costati al contribuente italiano, avessimo seguito l’esempio indicato da Gino Strada che tramite Emergency in Afghanistan ha costruito tre ospedali e curato gratuitamente 8 milioni di persone, oggi la situazione avrebbe connotati decisamente diversi sia per il popolo afghano, che per gli occidentali.

Illuminanti in tal senso le affermazioni dello stesso Gino Strada nel suo ultimo articolo, uscito su La Stampa il 13 agosto 2021, proprio il giorno della sua scomparsa, nel quale ripercorre i 20 anni di guerra cercando di tracciarne un bilancio: ” Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme. Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,7 miliardi di Euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe”.

Andrea Vento – 28 dicembre 2021 – Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati.

NOTE:

1) “Missione Fallita,. La sconfitta occidentale in Afghanistan” di Gastone Breccia (docente di storia militare all’Università di Pavia) – Il Mulino 2020

2) Secondo le stime del Watson Institute della Brown University del Rhode Island (Usa) https://www.sigar.mil/pdf/quarterlyreports/2021-01-30qr-section2-funding.pdf

3) https://www.atlanteguerre.it/il-futuro-afgano-dopo-lincontro-di-trento/

4) Fonte: Il Factbook mondiale 2021 . Washington, DC: Central Intelligence Agency, 2021.
https://www.cia.gov/the-world-factbook/

5) Fonte: https://www.indexmundi.com/g/g.aspx?c=af&v=69&l=itCIA World Factbook

6) Fonte: Calendario Atlante De Agostini 2003 e 2020

Confine est Europa: Venti di guerra da follia

di Tonino D’Orazio

Si ricomincia. Sono passati troppi anni senza guerre, massacri, macellerie e morti sul territorio europeo. Mentre tutti sono preoccupati della paurosa influenza a vaccino ripetuto e sempre meno efficace, in questi ultimi mesi sono in atto pesanti esercitazioni militari e spostamenti di truppe e materiali.

Qualche dettaglio.

L’11 novembre 2021, nei pressi della città polacca di Olsztyn, non lontano dall’enclave russa di Kaliningrad e dalla Bielorussia, sono stati avvistati mezzi pesanti della Bundeswehr trasportati su rotaia. Le forze armate polacche continuano a inviare rinforzi al confine con la Bielorussia mentre Minsk invia rinforzi militari al confine con la Lituania dove sono di stanza le truppe della NATO. Allo stesso tempo, i rinforzi militari russi continuano a fluire verso il confine con l’Ucraina. L’artiglieria ucraina sta esaminando il terreno con qualche sbarramento dal lato di Gorlovka. Washington ha avvertito tutti i suoi alleati della possibilità di un’invasione russa dell’Ucraina. Basta provocarla e raccontarla bene. Per esempio che le truppe russe stiano facendo esercitazioni alla frontiera, dimenticando che sono a casa loro, ma che importa.

Minsk minaccia di ricorrere al ricatto energetico con l’arma del gas naturale nel suo confronto con un’Unione europea che è parte dell’asse con Washington. Per sostenere questa tesi, i bombardieri strategici russi hanno compiuto un piccolo pattugliamento sulla Bielorussia, scortati dai migliori caccia locali. Di fronte, gli eserciti della NATO si stanno ammassando in Polonia, Ucraina e nei paesi baltici non lontano dal Valdai. Il contatto diretto tra Berlino e Mosca però è tutt’altro che casuale. Un nuovo scontro tra Germania e Russia non è l’unico scenario per l’Impero anglosassone nascente.

Il 4 novembre il governo lituano ha approvato un aggiornamento della strategia di sicurezza nazionale. La strategia mira ad aumentare la potenza e la prontezza al combattimento delle forze armate lituane, con particolare attenzione allo sviluppo delle capacità di guerra terrestre, per massimizzare la presenza permanente di Stati Uniti, Germania, Regno Unito e altri alleati in Lituania e nella regione, e rafforzare la cooperazione militare con Polonia, Lettonia ed Estonia.

Il Ministero della Difesa russo è nervoso e registra l’attività senza precedenti di aerei da ricognizione nei cieli del Mar Nero questo 14 novembre, pubblicando una dichiarazione urgente:

– Il 9 novembre, sul Mar Nero, l’aereo da ricognizione e controllo di bersagli terrestri E-8C dell’aeronautica statunitense è stato accompagnato dai mezzi radiotecnici dei missili antiaerei delle forze aerospaziali russe.

Sempre nelle ultime 24 ore, le forze missilistiche antiaeree russe hanno scortato TRE aerei da ricognizione degli Stati membri della NATO sul Mar Nero:

– Un aereo da ricognizione strategica RC-135 dell’aeronautica statunitense in volo da una base aerea sull’isola di Creta, in Grecia, in avvicinamento al confine di stato della Federazione Russa da una distanza di 30 km.

– Un aereo da pattugliamento della base Poseidon della Marina degli Stati Uniti, decollato da una base aerea sull’isola di Sicilia, in Italia, si è avvicinato al confine di stato della Federazione Russa a una distanza di 70 km.

– Un aereo da ricognizione C-160G Gabriel dell’aeronautica francese, in volo da una base aerea in Romania, si è avvicinato al confine di stato russo da una distanza di 30 km.

– Un altro aereo da ricognizione strategica U-2 dell’aeronautica statunitense, in volo dal territorio britannico, è stato rilevato e accompagnato da ricognizione radar sul territorio ucraino, in avvicinamento al confine della Federazione Russa a una distanza di circa 60 km.

– Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Porter ha lasciato il porto georgiano di Batumi questa mattina alle 8:56, ora di Mosca.

– La USS Mount Whitney, una nave della Marina degli Stati Uniti, ha lasciato Batumi alle 9:20, ora di Mosca.

– La USS John Lenthall si trova nella parte sud-occidentale del Mar Nero.

Le azioni della Marina degli Stati Uniti così come la ricognizione e l’aviazione strategica nel Mar Nero confermano il vero obiettivo di questa imprevista esercitazione multinazionale: controllare il teatro di guerra previsto e, in particolare, il territorio dell’Ucraina nel caso in cui Kiev preparasse una soluzione muscolare nel riconquistare le due regioni autonome del Donbass. Le tensioni tra Kiev e Mosca hanno raggiunto un punto pericoloso, ma gli Stati Uniti e la Nato stanno solo alimentando la situazione fornendo armi letali all’Ucraina. È la fornitura di armi da parte degli Stati Uniti che può rendere la situazione estremamente grave e che alla fine porterebbe a un’ulteriore escalation del conflitto militare limitato e alla sconfitta dell’esercito ucraino o al divampare della pura follia.

Inoltre non bisogna dimenticare le esercitazioni nucleari Nato Steadfast Noon 2021 sul centro e nord Italia di metà ottobre. Stessi aerei sulle stesse basi. Partecipanti: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Stati Uniti (sempre al comando), con un ruolo centrale dell’Italia nelle strategie di guerra nucleare Nato.

Da Nuclear Information Project(Hans Kristensen):

«Le basi nucleari del sud dell’Europa sono state oggetto di ammodernamento questi ultimi anni; in modo particolare sono stati costruiti perimetri supplementari per rafforzare la protezione delle ogive che vi sono stoccate». «Due di queste basi, Aviano nel nord Italia e Incirlik nel sud della Turchia sono state modernizzate da più di cinque anni. Sulla seconda base nucleari italiana, Ghedi, che accoglie ogni anno il Steadfast Noon, sono in corso processi di modernizzazione dell’arsenale nucleare al fine di servire le missioni d’attacco della Nato negli anni a venire». “A Ghedi e Aviano vi sono 35 bombe nucleari ciascuna».

Che fortuna!

La storia sembra non insegnare mai niente.

Contro l’URSS nel 1941, abbiamo contato: Germania; Polonia; Stati baltici; Finlandia; Danimarca; Ungheria; Italia; Croazia; Slovacchia; Romania; Francia (anche se sembianti alleati); Spagna; Gran Bretagna (anche se sembianti alleati). E oggi, chi vediamo contro la Federazione Russa? Quasi tutti gli stessi! Non è curioso? Due volte l’Europa, quasi unita, ci ha provato (Napoleone, Hitler-Mussolini), alla fine per due volte è stata sconfitta.

Mah! Se non serve forse è meglio togliere la storia dai curriculum scolastici.

FLOP26 e lo spettro dell’Apocalisse

di Moreno Pasquinelli

La grande kermesse Cop26 sul clima si è svolta all’insegna del più allarmistico catastrofismo. L’annuncio più tenebroso l’ha fatto Boris Johnson: “L’apocalisse climatica è vicina”. I cronisti ci informano che c’è voluta tale smisurata profezia per risvegliare un Joe Biden in sonno profondo.

Logica vorrebbe che davanti ad una simile epocale minaccia sarebbero state adottate misure salvifiche eccezionali. Colpisce invece la sproporzione tra il paventato pericolo e gli impegni annunciati. Dalle parti degli ambientalisti assatanati è un coro di lagnanze e proteste. Nella gara a chi è più catastrofista, i gretini hanno parlato, riguardo al summit di Glascow, di “fallimento catastrofico”.

Non entriamo qui nel merito — se l’aumento della temperatura abbia, come ci viene detto, “cause antropiche” o se sia manifestazione delle cicliche alterazioni climatiche del pianeta (rimandiamo agli studi critici di Leonardo Mazzei pubblicati su questo sito). Segnaliamo l’inganno semantico che si nasconde dietro all’aggettivo: non il sistema sociale fondato sull’industrializzazione forsennata, non il consumismo scriteriato, non un modello di sviluppo paranoico, sarebbero eventualmente responsabili dei cambiamenti climatici; colpevole sarebbe l’uomo, sotto accusa è posta l’intera umanità — compresi i paesi del terzo e quarto mondo che dell’inquinamento sono solo vittime in quanto vere e proprie discariche di quell “sviluppati”.

La domanda che ci si dovrebbe porre è la seguente: suscitare questo luterano senso di colpa, questo catastrofismo apocalittico, nascondono forse qualcosa? Sono forse funzionali ad un disegno politico dell’élite mondialista? La risposta è un doppio sì.

E’ una novità che essi, le classi dominanti, che solitamente governano all’insegna del motto tranquillizzante e soporifero delle “magnifiche sorti e progressive”, di recente abbiano radicalmente cambiato la narrazione ideologica. Non solo il mondo sarebbe prossimo alla fine, ma da qui alla fine l’umanità sarà devastata da pandemie letali a catena.

Il combinato disposto di catastrofismo sanitario ed ecologistico è anzitutto un gigantesco specchietto per le allodole: serve a spostare l’attenzione dei popoli e dei cittadini, anzitutto occidentali, dalle drammatiche conseguenze della crisi sistemica, facendola focalizzare sugli spauracchi di maligni pericoli extra-storici. L’effetto che essi ottengono è duplice: da una parte terrorizzano e ipnotizzano le grandi masse così da prevenire e spegnere ex ante eventuali pulsioni rivoluzionarie, dall’altra si ergono non più solo come filantropi e benefattori dei popoli, ma come veri e propri salvatori dell’umanità.

L’evocazione dell’apocalisse — intesa non nel senso ebraico-cristiano del maestoso annuncio di salvezza operata dal definitivo intervento di Dio nella storia umana, ma come nichilistica previsione di un grande disastro (ovviamente globale!) — torna infine utilissima per un obiettivo politico per niente escatologico e profano assai: con lo spettro del cataclisma incombente si giustifica l’emergenza permanente, il passaggio ad uno stato d’eccezione, perpetuo; quindi l’edificazione, sulle ceneri delle democrazie parlamentari, di un Leviatano digitale, di un regime politico ibrido che abbiamo chiamato liberal-fascista.

Serve infine, il catastrofismo, a convincere le genti che la “salvezza” potrà essere ottenuta solo grazie alla loro scienza, con sempre più massicce dosi di tecnologia poiché, come ha affermato proprio Draghi, “solo la tecnica ci salverà”. Col che si svela, last but not least, un ulteriore funzione della narrazione catastrofistica, giustificare e spingere fino in fondo il Grande Reset, rigenerare cioè il sistema capitalistico in grave affanno avviando, grazie a massicci investimenti, un nuovo ciclo espansivo. Sempre Draghi infatti ci dice che “non è un problema di soldi…Ci sono decine di trilioni di dollari disponibili se coinvolgiamo il settore privato”. Ecco quindi che si parla di una “santa alleanza globale” tra stati desovranizzati e giganti privati — sodalizio che è alla base del cosiddetto stakeholder capitalism. Si sono già fatti avanti, in odore di colossali profitti, filantropi e benefattori della stazza di Rockefeller e Bill e Melinda Gates….

E’ una vecchia storia che si ripete ad ogni tornante. I borghesi giunsero al potere combattendo sotto la bandiera dell’emancipazione e della liberazione dell’umanità. Oggi i loro ultimi eredi rispolverano quella maschera logorata e se la indossano. Strappategliela e scoprirete che non è l’umanità che davvero vogliono salvare ma solo il loro patologico sistema di dominio. E se essi evocano una disastrosa apocalisse è forse perché vogliono effettivamente causarla come extrema ratio: scatenare il caos per edificare la dittatura dispiegata impedendo così all’umanità di salvarsi dalla effettiva minaccia che essi rappresentano.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/21530-moreno-pasquinelli-flop26-e-lo-spettro-dell-apocalisse.html

Un freddo inverno, anzi freddissimo

di Tonino D’Orazio

Non si può non partire dai cambiamenti energetico-geopolitici mondiali. Mettiamo tra parentesi per un momento le questioni ecologiche. Rimaniamo in una panoramica dei modelli di transizione energetica, volti ad accelerare la quarta rivoluzione industriale (4RI) o impedire ad alcuni paesi di accedervi, (il 6G), l’intelligenza artificiale (AI), la robotica e l’Internet degli oggetti.

E’ essenziale reperire il materiale necessario per questa quarta rivoluzione. Da un punto di vista geopolitico, il modello energetico globale e la transizione dipendono dai materiali necessari per realizzare turbine eoliche, pannelli solari e batterie. Così come altri materiali essenziali per lo sviluppo dei settori geo-strategici: aerospaziale, sicurezza informatica, industria farmaceutica e alimentare. Futuri settori ad alto consumo di energia. Prodotti attuali e futuri tutti a alto consumo di energia.

Di fronte a questa realtà, nessuno può essere sicuro della fine dell’era dell’approvvigionamento di petrolio, gas e carbone e confermare la sua sostituzione con nuove fonti di energia, compresa l’energia atomica, in 10-20 o addirittura 30 anni, nel 2050. Lo scenario del cambiamento energetico rimane estremamente complesso e soprattutto politico.

Un primo scenario geopolitico di cambiamento energetico è il rigido inverno annunciato in Europa, che tra l’altro sembra contraddire il discorso sul riscaldamento globale. Il ritornnelo del carbone in Europa mostra che il fotovoltaico e l’eolico sono insufficienti a soddisfare la ripresa industriale post-pandemia e la domanda interna è sempre in crescita. Esaminiamo lo scenario energetico europeo. Le tariffe dei consumi interni nell’Unione Europea sono esplose a causa della strategia (sbagliata) di migrare rapidamente verso l’energia pulita senza un forte supporto ma allo stesso tempo di interrompere il contratto ventennale con la Russia con Nord Stream 2.

Trump si era vantato di rifornire l’Europa con la sua produzione e di sostituire il gas di Putin; ha cercato di chiudere il gasdotto Nord Stream 2, ma quando era già finito. L’Algeria e il Marocco sono sul piede di guerra; l’Algeria ha deciso di chiudere il transito del gas verso Spagna e Portogallo che attraversa il Marocco.

Biden in una controffensiva all’accordo di libero scambio UE-Cina, (il cambiamento geopolitico europeo più importante dalla seconda guerra mondiale), interrompe temporaneamente l’accordo, dicendo che è in competizione con Xi Jinping per l’egemonia mondiale. Quindi veto. L’UE ubbidisce e congela il trattato di investimento con la Cina, cioè il proprio (e nostro) futuro.

Mentre l’Europa non riesce a definire il suo spazio geopolitico, l’inverno sta arrivando. I meteorologi prevedono un inverno freddo e il prezzo del gas naturale in Europa ha iniziato a salire il mese scorso e questa settimana nel continente si è visto un aumento senza precedenti del 60% dei prezzi.

Si presenta uno scenario inimmaginabile parallelamente alla mobilitazione ambientale contro i gas serra: il ritorno della domanda di carbone russo, che è stato respinto dall’Europa solo pochi mesi fa e diventa ora vitale. Le compagnie elettriche europee hanno un disperato bisogno di più carbone, carbone bituminoso, antracite (carbon fossile) e lignite. Ma la Russia, il terzo esportatore mondiale di questi carburanti, rivolge principalmente le vendite ai principali acquirenti in Asia. La Russia ha tagliato da anni le esportazioni di carbone verso l’Europa visto che l’Unione Europea andava chiudendo le centrali elettriche a carbone. Stati membri dell’UE come Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria stanno costruendo nuove centrali nucleari.

Storicamente paesi che bruciano carbone, sostengono che il nucleare li renderà più verdi e puliti. Circa 87 eurodeputati sono d’accordo. In una lettera di recente, hanno detto alla Commissione che vogliono più nucleare e che l’energia nucleare debba essere considerata “sostenibile” nel sistema di etichettatura degli investimenti verdi europei. Una decisione è attesa entro la fine dell’anno. Poi “ce lo chiederà l’Europa”. Per “salvaguardare la transizione ecologica”, l’Italia punta al gas (TAP), la Francia al nucleare, la Germania al carbone, (beh sì, il loro sistema rinnovabile copre solo il 20% della produzione elettrica).

Il secondo scenario è la Cina, la fabbrica del mondo. Il presidente Xi Jinping sta riducendo il consumo di energia, innescato dalla forte domanda post-pandemia, mentre la catena di approvvigionamento globale sta facendo pressioni affinché metta da parte gli impegni di decarbonizzazione, di ridurre la propria produzione di aut-put strategici e di fornire prodotti tecnologici di base. Scenario energetico cinese che ha dunque forti impatti sugli approvvigionamenti strategici.

La strategia di Xi Jinping è quella di imporre alle grandi aziende occidentali che operano in Cina quote di approvvigionamento energetico. La domanda occidentale di forniture e materiali strategici viene quindi regolata in base alla pianificazione del consumo energetico. L’obiettivo è garantire che la Cina non si autoinquini rispondendo alla domanda di Europa e Stati Uniti. L’approvvigionamento energetico della Cina è garantito per decenni dagli accordi commerciali di Russia e Iran.

Come terzo scenario possiamo prendere l’esempio del Libano. La carenza di carburante e benzina ha comportato l’interruzione della produzione di elettricità. Il disastro in Medio Oriente è causato dalla prolungata azione militare statunitense, con la partecipazione di Israele e dei suoi alleati europei. Il modello di dominio energetico che ha dominato il XX secolo è finito. Il petrolio adesso è un input, se non un’arma, geostrategico-politica, quindi non più soltanto una merce. Il blackout in Libano deriva dal sostegno dell’Iran a Hezbollah proibito dalle sanzioni Usa-Nato-Israele. Se non hanno capito la bomba sul porto di Beiruth se lo ricorderanno, e anche gli affossamenti di tankers (che passa sotto silenzio stampa) in atto e rappresaglie nel Mediterraneo orientale da quasi due anni. Il supporto per diesel e benzina è la strategia (anche cinese) per operare sulla rotta Iran-Iraq-Siria-Libano.

Emarginato dai gasdotti Israele fa sapere, sempre a modo suo, che non ci sta. Ma in quell’area si tratta solo di petrolio mentre l’atomica prosegue la sua strada in Iran per la stupidità di Trump, ma anche dei vassalli europei. L’Africa, dove c’è il petrolio e anche altrove, dove ci sono le necessarie terre rare, è già domata e asservita.

In questo terzo scenario di guerra di accaparramento e furto si trova anche tutta l’America latina orientale, dove il dannato petrolio continua ad essere “ambito” con qualsiasi mezzo. E sappiamo tutti cosa vuol dire nel “cortile” degli yankees, come altrove.

Cina: crescita economica, progresso e trasformazioni sociali. Gli effetti e le politiche di gestione del Covid.

di Andrea Vento

La tempestosa crescita cinese

La struttura economica cinese ha registrato, dalla sua fondazione ad oggi, un eccezionale sviluppo con una crescita del Pil che l’Istituto Nazionale di Statistica della Repubblica Popolare, a luglio 20191, ha quantificato, per il periodo compreso fra il 1949 e il 2018, ad un tasso medio annuo addirittura dell’8,1%.

A seguito dell’approvazione delle “Linee di riforma e apertura economica” che hanno avviato la transizione del sistema economico, a partire dal 1979 e per i due decenni successivi (grafico 1), la Cina ha vissuto una rapida, ma non sempre regolare, crescita con percentuali variabili tra il 4 e 14% annuo. Dopo il rallentamento del biennio 1998-99, a seguito della crisi finanziaria dei Paesi de sud-est asiatico, il tasso di crescita ha iniziato ad aumentare di nuovo sino ad un massimo del 14% nel 2007 alle soglie della crisi globale, per poi gradualmente ridursi sino a stabilizzarsi dopo il 2012 su valori di poco inferiori all‘8% e assestarsi nel quinquennio 2015-19 su incrementi compresi fra il 6 e il 7% (tabella 21).

Da uno sguardo sinottico sui primi 40 anni della fase post-maoista, emerge come, a seguito delle riforme, l’economia cinese sia cresciuta ad una media del 9,4% all’anno, un tasso superiore di oltre 3 volte rispetto al del 2,9% della media mondiale.

Grafico 1: anni 1984-2013. Diagramma lineare: variazione annua del pil in percentuale. Istogramma: crescita entità totale del Pil in reminmbi (o Yuan, con cui si identifica l’unità monetaria di base)

Una straordinaria espansione dell’economia certificata dalla crescita del Pil, il quale, sempre secondo il solito rapporto dell’Istituto Nazionale di Statistica cinese, dai soli 67,9 miliardi di yuan del 1952 ha raggiunto i 90.030 miliardi di yuan (circa 13.140 miliardi di dollari) nel 2018 (con un incremento di ben 1.325 volte), un valore pari al 16% del totale dell’economia mondiale; mentre il Pil pro capite nel 2019 ha superato per la prima volta 10.000, facendo attestare la Cina fra i paesi a sviluppo intermedio3.

Tabella 1: tassi di crescita annuali 2015-2019 rilevati in base a la “Nuova normalità”. Fonte: Banca Mondiale

Tassi di crescita dell’economia cinese 2015-2019
annovariazione %
20156,9
20166,7
20176,8
20186,6
20196,1

Il forte surplus commerciale degli ultimi 15 anni (grafico 2), nonostante sia sotto attacco a seguito della guerra commerciale innescata da Trump, ha consentito alla Cina, ormai prima potenza commerciale mondiale dal 2013, di aver accumulato, sino al 2018 nelle proprie casse, ben 3.070 miliardi di dollari di riserve valutarie, segnando per il tredicesimo anno consecutivo il più alto valore a livello mondiale. La Cina è divenuto il primo partner commerciale, scalzando gli Usa, di Giappone (2004) India (2008) e Brasile (2009)

Grafico 2: andamento import-export Repubblica Popolare Cinese anni 1995 – 2017. Dati in miliardi di dollari provenienti da “THE OBSERVATORY OF ECONOMIC COMPLEXITY”

La “Nuova normalità”

Il delicato passaggio del rallentamento della crescita al di sotto del 10% degli ultimi quindici anni è stato accuratamente pianificato e gestito dalla dirigenza cinese attraverso una specifica politica economica, che approvata nel marzo 2015 dall’Assemblea Nazionale, ha assunto la denominazione di “Nuova normalità”. Quest’ultima prevede non solo la riduzione e l’assestamento dei tassi di crescita per gli anni successivi intorno al 7%, ma come annunciato dallo stesso Primo Ministro Li Keqiang, la Cina «deve con­ser­vare un equi­li­brio tra la neces­sità di assi­cu­rare una cre­scita costante e quella di pro­muo­vere aggiu­sta­menti strutturali». «Met­te­remo in atto la stra­te­gia “Made in China 2025″ -ha proseguito Li Keqiang- cer­cando uno svi­luppo basato sull’innovazione, per­se­guendo lo svi­luppo verde e rad­dop­piando i nostri sforzi per miglio­rare la Cina, facen­dola diven­tare da un pro­dut­tore di quan­tità, uno di qua­lità».

Gli obiettivi individuati dal governo mirano:

  • alla trasformazione dell’apparato produttivo tramite l’espansione del settore Hi-Tech con il conseguente ridimensionamento del manifatturiero a basso costo e basso valore aggiunto,
  • alla diminuzione dell’inquinamento
  • all’innalzamento dei redditi dei ceti inferiori al fine di ridurre le disuguaglianze sociali,
  • ad incrementare la domanda interna per compensare il rallentamento di quella internazionale.

La Cina ha cercato, quindi, di porre rimedio all’andamento incerto, e tendenzialmente in fase di rallentamento, dell’economia mondiale (tabella 2) cercando di aumen­tare i con­sumi nazionali e di creare un «mer­cato interno capace di essere volano dell’economia, per i pros­simi anni a venire», come ha con­cluso il primo ministro Li.

Inizio 2020: il Covid 19 deflagra dall’epicentro di Wuhan

L’esplosione della pandemia ad inizio 2020 nella provincia centrale dell’Hubei e la successiva propagazione all’interno del Paese hanno inevitabilmente generato, a seguito delle stringenti misure adottate dal governo, immediati effetti negativi sull’economia cinese spingendola in recessione nel trimestre iniziale dell’anno (-9,7%); il primo da quando viene effettuata la rilevazione trimestrale dell’andamento economico dal 1992 (grafico 3).

L’efficacia delle politiche governative volte al contenimento della diffusione del virus ha, tuttavia, permesso all’economia cinese, la prima a livello mondiale a subirne gli effetti e a scivolare in pesante recessione nel primo trimestre dell’anno, di riprendere la sua traiettoria di crescita sin dal secondo, mentre le economie europee, nello stesso periodo, scivolavano in profondo rosso.

Il corposo rimbalzo del secondo trimestre (+11,6%) ha consentito all’economia cinese l’immediato recupero del terreno perso nel primo e, nella seconda metà dell’anno, di ritornare a livelli di crescita addirittura superiori a quelli antecedenti l’esplosione della pandemia.

In pratica, ad un solo mese di distanza dalla dichiarazione dello stato di pandemia mondiale da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità avvenuta l’11 marzo 2020, mentre i Paesi sviluppati iniziavano a sprofondare nel baratro della recessione, le autorità cinesi l’8 aprile già procedevano alla rimozione del durissimo lockdown introdotto il 23 gennaio a Wuhan e nell’intera provincia dell’Hubei.

Straordinario risultato senza dubbio riconducibile in primis alle misure di gestione della pandemia da parte delle autorità cinesi che l’articolo “China’s success full control of Covide-194, pubblicato dalla prestigiosa rivista medica The Lancet – Infectious Diseases (grafico 3), individua in:

  • un sistema centralizzato di gestione delle epidemie
  • misure restrittive particolarmente stringenti
  • un sistema nazionale di tracciamento dei contatti
  • capacità di adattare l’apparato industriale all’impennata della domanda di dispositivi di protezione individuale (dpi) come mascherine, camici e di altro materiale medico come i ventilatori polmonari
  • la collaborazione attiva della popolazione nel rispettare le misure adottate dal governo
  • sistematico controllo della trasmissione del virus sui territori e dei flussi di persone dall’estero
  • scarsa presenza, solo il 3% del totale, di popolazione anziana in strutture di riposo.

Grafico 3: andamento dei contagi nella Rep. Popolare Cinese nei primi 11 mesi del 2020.

Conferma in tal senso arriva anche dal dr Gregory Poland, direttore del Vaccine Research Group della Mayo Clinic of Rochester (Usa), i quale ha individuato nella rapidità di risposta l’arma più efficace adottata dal governo, specificando che “In Cina hai una combinazione tra una popolazione che prende sul serio le infezioni respiratorie ed è disposta ad adottare interventi non farmaceutiche, con un governo che può imporre forti limitazioni alla libertà individuale che non sarebbe considerate accettabili nella maggior parte dei Paesi occidentali. L’impegno per il bene superore è radicato nella loro cultura; non c’è l’iperindividualismo che caratterizza gli Stati Uniti e che ha guidato gran parte della resistenza alle contromisure contro il Covid”.

Risultati eccezionali non solo per la gestione della prima fase pandemica ma soprattutto perché ha evitato le varie ondate successive che invece hanno investito la quasi totalità dei Paesi.

Grafico 4: variazione percentuale trimestrale del Pil della Repubblica Popolare Cinese (2018-2021)

2020: la pandemia si abbatte sull’economia mondiale

L’impatto della pandemia ha, invece, prodotto effetti devastanti sull’economia globale, spingendola a fine 2020, secondo la Banca Mondiale, in una delle peggiori recessioni dal 1870. L’eccezionalità della crisi innescata dalla pandemia viene confermata anche dal capo economista dell’Ocse, Laurence Boone, durante la presentazione dell’Outlook sull’economia mondiale il 16 settembre 2020 a Parigi: “il mondo sta scontando il più drammatico rallentamento dai tempi della Seconda Guerra Mondiale”5, indicando una riduzione del 5,5%, di poco superiore al 4,8% previsto dal Wto il 6 ottobre dello stesso anno (tab. 2). Recessione che in era di globalizzazione è stata inevitabilmente accompagnata da una riduzione ancor più brusca del commercio internazionale di beni, addirittura, stimata di entità doppia (-9,2%) rispetto al calo del prodotto lordo mondiale. Ciò a seguito anche della riorganizzazione delle catene globali del valore (Global Value Chains – GVC) improvvisamente rivelatesi fonte di fragilità e dipendenza dall’estero per le economie sviluppate. A seguito di ciò, le potenze industriali europee e, soprattutto, gli Stati Uniti, hanno cercato di riacquisire parziale “Autonomia strategica” (Fonte: Ocse 2020), quanto meno nei settori sensibili, imprimendo un nuovo impulso alle politiche di reshoring, che seppur restando fenomeno di dimensioni ridotte, hanno l’obiettivo strategico di mettere in sicurezza quanto meno le produzioni essenziali per l’interesse nazionale6.

Tabella 2: variazione annua % Pil e commercio di beni mondiale 2015-2021. Fonte: Wto – 6 ottobre 20207


Periodo

2015

2016

2017

2018

2019

2020
previsioni

2021
previsioni
Prodotto Lordo Mondiale
2,8

2,4

3,1

2,9

2,2

-4,8

4,9
Commercio Mondiale di beni
2,3

1,6

4,6

3,0

-0,1

-9,2

7,2

Previsioni macroeconomiche indubbiamente drammatiche quelle delle due istituzioni internazionali, solo lievemente attenuate dai dati definitivi rilevati e diffusi dal Fmi per lo scorso anno, a seguito della sensibile ripresa dell’economia mondiale dell’ultima parte dell’anno. Il prodotto lordo mondiale subisce, infatti, un contraccolpo del – 4,6%, con i Paesi europei, i primi ad essere investiti dal Covid-19 dopo quelli asiatici, che registrano le situazioni più gravi: Regno Unito -9,9%, Italia -8,9%, Francia -8,3%, mentre la Germania si ferma ad un solo -4,8%. Tutti valori superiori sia alla media mondiale, sia al dato degli Stati Uniti (-3,5%) che confermano come l’Europa, e in particolare l’area dell’euro (-6,5%), abbia subito le ripercussioni economiche più gravi su scala globale (tab 3).

Nel contesto di questo panorama mondiale recessivo, spicca in senso inverso la situazione della Cina che registra nel 2020, sempre secondo il Fmi, un’espansione dell’economia pari al 2,3%, tasso che pur risultando il più basso degli ultimi 40 anni (grafico 1) consente, tuttavia, al gigante asiatico, da un lato, di annoverarsi come unico paese in crescita fra le principali 20 economie mondiali (G20) e, dall’altro, di alleviare la gravità della recessione globale. Una performance inferiore solo a quella del Vietnam, Paese con modello politico-economico simile a quello cinese, del Bangladesh (+3,8%) già in fase di forte crescita prima della pandemia e dell’Etiopia, uno degli stati africani più dinamici, che registra un eccezionale +6,1%.

L’immediata ripresa dell’economia cinese, oltre alle rigide ed efficaci misure di contenimento della pandemia adottate dal governo, è frutto dell’implementazione di incisive politiche economiche basate su tre linee di intervento: un cospicuo aumento della spesa pubblica corrente (+10,5%), l’eccezionale ripresa dell’export (+30%) e un sensibile incremento degli investimenti pubblici produttivi e infrastrutturali (+14,9%) che ha compensato la diminuzione degli investimenti privati8. In sintesi il governo ha attuato un aumento del disavanzo pubblico imponendo agli istituti bancari di rifinanziare le linee di credito e di posticipare le scadenze e alle imprese pubbliche di aumentare gli investimenti con immediate ricadute positive sia sulla diminuzione dei consumi familiari, fermatisi a -5,8%, che sulla ripresa economica.

Tabella 3: variazione % Pil 2020 e previsioni 2021

AnnoEconomia mondialeCinaRegno UnitoItaliaFraGerUsaArea euroEcon Svil
2020 Dati definitivi
-4,6

2,2

-9,9

-8,9

-8,3

-4,8

-3,5

-6,5

-4,6
2021 previsioni di luglio
6,0

8,1

7,0

4,9

5,8

3,6

7,0

4,6

4,4
Fonte: Wto – luglio 2021 https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2021/07/27/world-economic-outlook-update-july-2021

L’opposto andamento dell’economia cinese rispetto a quella mondiale e dei principali competitors, registrato nel 2020, ha inevitabilmente avuto riflessi sulla geoeconomia globale, nel cui contesto Pechino ha ampliato il proprio ruolo e il proprio peso aumentando dell’1% la quota di prodotto lordo mondiale, salendo al 18,3%, al cospetto degli Usa che restano stabili e dell’Ue che dal 15,4% del 2019 è sceso al 14,9%, un declino peraltro in atto da tempo, con il nostro Paese in prima fila sceso in solo anno da poco meno il 2% all’1,87%9.

Divergenti dinamiche di recupero post pandemico che hanno, inevitabilmente, avuto riflessi sulle traiettorie di crescita delle due economie che secondo il report del Centre for Economics and Business Research (Cebr)10 del 26 dicembre 2020, si incroceranno ben 5 anni prima rispetto alle previsioni pre Covid. In sostanza, nel caso le previsioni dell’autorevole centro di ricerca si riveleranno centrate, già nel 2028 la Repubblica Popolare Cinese si ergerà ai vertici della graduatoria delle potenze economiche mondiali, scalzando gli Stati Uniti.

Alla luce di tali dinamiche geoeconomiche che vanno interpretati alcuni recenti provvedimenti dell’amministrazione Biden tesi a ridimensionare la presenza militare Usa nello scenario Mediorientale, Afghanistan compreso, per aumentarla nello scacchiere Asia-Pacifico, rivitalizzando la politica obamiana del “Pivot to Asia” finalizzata al contenimento dell’espansione cinese nell’area.

Sviluppo economico e progresso sociale

La tumultuosa crescita cinese ha prodotto, per il Paese nel suo complesso, eccezionali progressi in campo economico, come abbiamo appena analizzato, con significativi riflessi positivi anche a livello sociale. Secondo la Banca Mondiale, da quando a fine 1978 Deng Xiao Ping ha fatto approvare “Linee di riforma e apertura economica”, circa 850 milioni di cinesi sarebbero usciti dalla povertà estrema, dei quali 770.000 residenti nelle aree rurali. Un’opera ciclopica mai realizzata prima nella storia dell’umanità che rappresenta il 70% del totale delle persone uscite dalla povertà nel periodo considerato a livello mondiale e che corrisponde alla popolazione dell’Ue a 27 (469 milioni) e degli Stati Uniti (329 milioni)11 messi insieme.

Risultati in linea con il recente progetto di “vitalizzazione delle campagne”, lanciato dal governo il 4 febbraio 2018, tramite il quale è stato prefissato l’obiettivo di far crescere l’economia delle aree rurali e ridurre, entro il 2034, lo squilibrio città/campagna, con lo scopo intermedio di eliminare completamente la povertà nel 2020, come previsto dall’ultimo ciclo di lotta alla povertà inaugurato nel 2012, quando i cinesi in povertà assoluta ammontavano a 98,99 milioni.

Eccezionali progressi che, nonostante la crisi recessione da Covid-19 del primo trimestre 2020, hanno consentito al presidente cinese Xi Jimping, in una cerimonia ufficiale a Pechino, di dichiarare, il 25 febbraio 2021, “vittoria totale” nella lotta alla povertà, a seguito dell’uscita dalla miseria degli ultimi milioni di persone ancora presenti nelle aree rurali12  

Specifichiamo tuttavia che in condizione di povertà estrema attualmente in Cina si trova una persona con un reddito annuo inferiore ai 3.218 yuan, corrispondenti al cambio attuale a circa 1 euro e 10 centesimi al giorno13, un parametro, quindi, meno stringente rispetto alla soglia fissata dalla Banca Mondiale di 1.90 dollari al giorno (1,61 euro)14.

Le trasformazioni del corpo sociale cinese: i nuovi ricchi

La struttura sociale cinese, come abbiamo già accennato, dopo l’egualitarismo dell’era maoista, ha subito profonde trasformazioni con la formazione di una corposa classe media composta attualmente da 430 milioni di persone15 che, concentrate in prevalenza nelle aree urbane, insieme all’elite socio-economica composta dai nuovi ricchi, rappresentano i ceti economicamente in fase di espansione. Infatti, se la prima si è in pratica formata nel breve arco di 2 decenni, anche i secondi, i più facoltosi, sono in rapida crescita come testimoniato dal Billionaires Report 2018, dal quale emerge come miliardari, non i soli componenti di questa classe sociale, in Cina siano passati dai 16 del 2006 ai ben 373 nel 2017 e con un trend in accelerazione visto che proprio in quell’anno se ne sono registrati 89 di nuovi, esattamente il triplo rispetto agli Usa. I miliardari cinesi, circa un quinto del totale mondiale, hanno, inoltre, incrementato il loro patrimonio del 39% rispetto al 2016, facendolo salire a 1.120 miliardi di dollari16.

L’immediata ripresa economica post pandemica hanno innescato un’ulteriore accelerazione al trend sopra analizzato, come testimoniato dal report della Hurun Rich List 2020, l’equivalente cinese della rivista Forbes, del 21 ottobre 2020, il quale ha rilevato una sensibile crescita, rispetto all’anno precedente, del numero di miliardari cinesi e delle loro ricchezze. I miliardari, in un solo anno, aumentano, infatti, di 257 unità facendo salire il numero totale a 878 consentendo di superare addirittura quelli statunitensi (788) con i loro patrimoni che incrementano di ben 1.500 miliardi di $ facendo salire il valore dei loro asset a ben 4.000 miliardi di $. Il solo Jack Ma, cofondatore di Alibaba, incrementa il suo patrimonio di ben il 45%, confermandosi per il terzo anno consecutivo in testa alla graduatoria con un patrimonio di 59 miliardi di $.17

La classe media emergente

 La classe media cinese emergente è contraddistinta da un’educazione di alto livello, è informata, abituata a viaggiare, orientata all’acquisto di prodotti tecnologici, all’utilizzo dei social network e allo shopping online e apprezza i prodotti occidentali e, in particolare, il made in Italy, pertanto rappresenta, soprattutto per la sua entità numerica, il ceto su cui il governo fa leva per l’espansione dei consumi interni. Il rapporto di McKinsey 2013, che fissava il reddito della classe media cinese tra i 9 mila e 34 mila dollari all’anno, aveva previsto che nel 2022 il 75% dei consumatori urbani della Repubblica popolare sarebbe appartenuto a tale fascia, confermando sia la sua crescita numerica, sia la sua concentrazione nelle aree urbane dell’area costiera, a più alto tasso di urbanizzazione e maggiormente progredita dal punto di vista economico.

Un ceto sociale, al pari dei nuovi ricchi, strettamente legato al Partito Comunista in quanto il processo di espansione dell’economia è stato, e resta tutt’ora, subordinato al successo delle politiche implementate dal governo. A smentire le previsioni di alcuni politici e analisti occidentali, in particolare statunitensi, in base alle quali la classe media una volta raggiunta la prosperità economica avrebbe iniziato ad avanzare richieste di riforme politiche in modo da arrivare a scardinare l’egemonia del Partito Comunista dall’interno, è stato lo stesso Quotidiano del popolo. L’organo ufficiale di stampa del Pcc, nel 2017 ha, infatti, affermato, che l’ascesa della classe media non rappresenta una sfida all’autorità del Partito, anzi è fondamentale per sostenerne la legittimità. L’articolo, andava oltre, specificando addirittura che la classe media era diventata una forza trainante nel mantenimento della stabilità interna e che i paesi che ne risultano sprovvisti, come quelli mediorientali e latinoamericani, affrontano crisi politiche e turbolenze sociali cicliche. 

A conferma delle strette interrelazioni presenti fra la leadership politica e il ceto imprenditoriale cinese rileviamo le donazioni spontanee effettuate da alcuni dei nuovi ricchi a seguito del lancio della politica della “Prosperità condivisa” il 17 agosto u.s. tesa a ridurre gli squilibri e ad aumentare il tenore di vita dei ceti più bassi, chiamando a contribuire i soggetti che grazie allo sviluppo economico promosso dal Partito Comunista Cinese sono riusciti ad arricchirsi enormemente negli ultimi 2 decenni. A seguito delle dichiarazioni del presidente Xi Jimping rispetto alla finalità di “aggiustare i redditi eccessivamente alti” e di “rettificare la loro distribuzione” e promuovere la “prosperità condivisa”, invece che una levata di scudi da parte dei nuovi ricchi come sarebbe successo nella quasi totalità dei Paesi, si sono registrate una serie di corpose donazioni da parte dei nuovi ricchi a beneficio delle casse statali da impiegare nelle politiche reddituali perequative a favore dei meno abbienti. Attento alle sollecitazioni governative Jack Ma, i primi di settembre, ha tempestivamente annunciato una donazione spontanea al fondo perequativo di 15,5 miliardi di $ dando la stura a comportamenti analoghi da parte dei suoi pari gradi.

Conclusioni

Arricchirsi è glorioso, sosteneva Deng Xiaoping all’indomani dell’approvazione delle Riforme a fine 1978. Oggi con Xi Jimping le politiche stanno cambiando e forse non è casuale che il ritorno di centralità del pensiero di Mao, al quale il presidente in carica dichiara di volersi ispirare, venga accompagnato da significativi correttivi alle linee di politica economica: non è certo un ritorno all’egualitarismo dell’economia socialista e collettivista. Tuttavia, le ultime politiche economiche cinesi, tendenti alla prosperità di tutto il popolo, all’equità e alla pace sociale, rappresentano nuovi paradigmi che potrebbero aprire spazi di riflessione anche in Occidente.

Andrea Vento – 9 Ottobre 2021

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

NOTE

1 http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2019/07/02/in-70-anni-pil-cina-cresciuto-dell81-medio-lanno_816fb340-4d29-4a64-a499-4269d2b13351.html

2 https://www.ilsole24ore.com/art/cina-crescita-mai-cosi-bassa-1990-2019-solo-61percento-AC7hvcCB?refresh_ce=1

3 https://www.ilsole24ore.com/art/cina-crescita-mai-cosi-bassa-1990-2019-solo-61percento-AC7hvcCB

4 https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30800-8/fulltext

5 https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Coronavirus-Ocse-Peggiore-crisi-dal-dopoguerra-Pil-Italia-10-5-2020-5-4-2021-9187bd81-ba9a-4e88-bc70-b22accaf0915.html

6 https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2021/06/01/reshoring-globalizzazione-pandemia/

7 https://www.wto.org/english/news_e/pres20_e/pr862_e.htm

8 https://aspeniaonline.it/la-via-cinese-alla-ripresa-post-covid/

9https://www.bancafucino.it/sito-istituzionale/sala-stampa/fucino-social/la-pandemia-ha-accelerato-lavvicinamento-dei-paesi

10 https://cebr.com/

11

12 https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/notiziario_xinhua/2021/02/25/xi-dichiara-vittoria-totale-cinese-sulla-poverta_7dd927ff-ca18-4ea1-a881-415cf4515f30.html

13 https://www.internazionale.it/reportage/gabriele-battaglia/2020/08/10/cina-poverta

14 https://aspeniaonline.it/articolo_aspenia/quanto-pesa-e-cosa-vuole-la-classe-media-in-cina/

15 http://www.limesonline.com/rubrica/la-cina-inizia-anno-del-cane-con-la-lotta-alla-poverta

16 https://cinainitalia.com/2019/03/12/miliardari-cinesi/

17 https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/lusso/2020/10/21/in-cina-i-miliardari-battono-il-covid-piu-ricchi-che-mai_82f4648e-cfef-4284-9d12-3622f538bac6.html

La transizione egemonica mondiale

di Alfonso Gianni

Sintesi dell’intervento di Frattocchie, 3 settembre

Il tempo previsto per gli interventi è contenuto, come è anche giusto che sia e quindi mi limito ad alcune considerazioni sull’onda della bella, approfondita e articolata relazione di Sergio Bellucci e del dibattito che fino a qui è seguito. Il mio accordo in particolare con le cose dette prima di me da Roberto Finelli, mi possono aiutare in questo sforzo – al quale non sono naturalmente vocato – di brevità.

Comincerei col dire che non c’è transizione senza il maturare e il verificarsi di una crisi. Mentre non è vero l’opposto, cioè può benissimo manifestarsi una crisi senza che si avvii una transizione e che le cose possano addirittura indirizzarsi al peggio.

È esattamente il rischio che stiamo correndo in questo frangente. La crisi pandemico-economica ha aperto una voragine, per giunta sovrapponendosi agli effetti negativi della precedente crisi economico finanziaria cominciata nel 2008. Ma di per sé le ingenti risorse di cui disponiamo grazie alle decisioni europee non garantiscono di per sé una transizione verso una società migliore.

Anzi si affacciano, nel caso italiano e non solo, i fantasmi del passato. Si pensi alle “uscite” del ministro Cingolani sul nucleare, alla spinta della Francia in questa direzione per capire che un domani potremmo trovarci in una situazione addirittura peggiore, che, nel nostro paese, tradirebbe gli esiti di ben due referendum popolari sul tema.

Oppure: Giorgio Benvenuto dava, nel suo intervento di poco fa, una visione ottimistica dell’Europa. Certamente si sono fatti passi in avanti con il varo del Recovery Fund, con il progetto di un bilancio europeo opportunamente dotato, con l’emissione di titoli a livello europeo (più o meno i famosi Eurobonds di cui si parlava da tempo e che in molti fino a poco fa ritenevano impossibili). È stato sospeso il Patto di stabilità e crescita. Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, in un webinar che ho condotto quest’estate ha ribadito che le vecchie regole del patto vanno riviste. Con maggiore timidezza così si è espresso anche il Commissario Paolo Gentiloni, seppure precisando che la regola del 60% nel rapporto fra debito e Pil va mantenuta, mentre vanno cambiate modalità e tempi del rientro- Le stesse parole di Mattarella sono state interpretate come un auspicio alla modifica degli stessi Trattati di Maastricht. Ma non possiamo e non dobbiamo dare tutto ciò per acquisito. I falchi non hanno smesso di volare basso. Molto dipenderà dall’andamento dell’inflazione (su cui varrebbe la pena aprire un capitolo apposito cosa che qui non possiamo fare), ma soprattutto moltissimo è legato agli esiti di alcuni importanti appuntamenti europei prossimi venturi, come le elezioni federali tedesche del 26 settembre e quelle francesi di qualche mese dopo nel 2022. La battaglia per una transizione verso un’Europa democratica, sociale e federale è del tutto aperta.

Nello stesso tempo non può neanche profilarsi una transizione senza che avvenga la crisi dello stato di cose precedente. Il problema è come indirizzare i cambiamenti che tutti, seppure con diversa intensità, ritengono necessari in una crisi affinché prenda corpo un’alternativa di società. Obiettivo ambizioso come si può ben capire.

Intanto è sotto i nostri occhi, da tempo, una transizione egemonica mondiale. Da Ovest verso Est. Il declino della supremazia americana è stato impietosamente evidenziato e accelerato dalla sconfitta in Afghanistan. Oggi gli Usa sono sostanzialmente fuori dall’Asia e dall’Oceano indiano. Lo confermano le stesse parole pronunciate dalla rappresentante Usa in una importante conferenza internazionale l’altro giorno a Taipei, con le quali ribadiva il sostegno statunitense a Taiwan contro i disegni annessionistici cinesi, ma avvertiva i taiwanesi che devono fare come Israele: armarsi di tutto punto perché nessuno li potrà salvare in vece loro. Gli Usa confermano in sostanza che possono scatenare guerre, ma non riescono a vincerle in breve tempo e quindi a sostenerle in termini di costi economici e umani (si intende i loro).

Ancora una volta si avvera nella storia mondiale quel passaggio di consegne egemoniche che Fernand Braudel e la sua scuola, fino al nostro Giovanni Arrighi, dalle città marinare italiane, ai Paesi bassi nel seicento, alla Impero britannico nel secolo successivo, fino al secolo americano giunto al suo non breve tramonto, mentre si rafforza la potenza cinese. Gli stessi andamenti demografici, che qui non posso descrivere per brevità, accompagnano e sono un fattore di questo cambiamento epocale.

Credo che questo sia un processo irreversibile, a meno che non sia fermato, insieme alla distruzione del pianeta, da un conflitto nucleare generalizzato e non solo dalla guerra a pezzetti già in atto, di cui ci parla Papa Francesco. Il compito per tutti e di tutti è che questa transizione avvenga in modo sostanzialmente pacifico. Se l’Europa fosse un soggetto politico federale democratico e non semplicemente uno spazio economico regolato a vantaggio del capitale finanziario, potrebbe giocare un grande ruolo a livello internazionale per la causa della pace. Il che però presuppone che la Ue abbandoni la scelta di un rinnovato atlantismo fuori dal tempo, rinunci a pensare ad un esercito europeo e invece costruisca una struttura in grado di potere intervenire nelle crisi belliche locali come forza di interposizione e partecipi alla ricostruzione dei paesi colpiti da calamità, devastazioni e pandemie che vedono la loro prima causa nel sistema capitalistico globalizzato.

Come si vede siamo molto lontani da un simile esito. Tra le cose che mancano è la costruzione di una soggettività politica che in Europa si ponga un simile compito.

Qui ci tornano utili le riflessioni che stiamo svolgendo in questo convegno. Non bastano la quantità enormi di dati se essi non passano attraverso un’interpretazione – come diceva Finelli – che dia loro un senso. E quest’ultimo è costituito da un insieme di cose: la necessità di emancipazione delle classi subalterne, le idee, i progetti, i programmi, i sentimenti, le esperienze legati a questo rovesciamento del potere e dei poteri nella società che è un processo di conquista egemonica.

Abbiamo bisogno della (ri)costruzione di un pensiero politico forte che per quanto necessariamente aperto e in una continua tensione dialettica con i dati della realtà, i progetti e le aspirazioni dei movimenti e sommovimenti sociali, non si limiti alla registrazione dello stato d’animo e degli orientamenti attualmente presenti, ma si proponga di entrare in rapporto xon essi sulla base di un solido impianto valoriale.

È quello che chiamo una nuova soggettività politica di sinistra. Attualmente nel nostro paese non c’è. L’esistenza del Partito della Sinistra europea è importante, soprattutto se non si limitasse ad essere un contenitore. Ma anche questo è un obiettivo da conquistare. Quello che c’è fatica o meglio non riesce a mettersi insieme, forse anche perché si comincia dalla parte sbagliata: la costruzione di coalizioni elettorali invece che da quella della propria identità. Per essere conosciuti e riconosciuti dagli altri bisogna innanzitutto riconoscere e conoscere se stessi. Ma anche se quello che c’è si unisse non sarebbe sufficiente. Servirebbe un processo costituente capace di attuare una transizione verso una nuova soggettività politica di sinistra, nel quale ognuno mette in gioco la propria identità e la propria storia in una ricerca e in una lotta culturale e politica.

FONTE: https://transform-italia.it/la-transizione-egemonica-mondiale/

Una transizione per l’Europa, l’Europa per la transizione

di Andrea Amato

Transizione come attraversamento di una crisi sistemica del capitalismo verso una società “oltre-capitalista”, che non significa superamento (magari in senso socialista) del capitalismo ma una evoluzione/mutazione del capitalismo che conosciamo, capace di produrre una società “basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente”. “La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.” Questa, in estrema sintesi, la base analitica su cui poggia la proposta politica contenuta nella relazione introduttiva di Sergio Bellucci all’incontro “Transizione come Variante” (Frattocchie, 3-4 settembre 2021).

L’ economia relazionale, le lotte, il ruolo dello Stato

Diversi i fronti di lotta, appunto per il potere, conseguenti a questa premessa. Innanzi tutto, l’auto-organizzazione dal basso, favorita oggi dalle tecnologie digitali” di forme solidali di produzione sganciate dal perseguimento del profitto, ma anche forme di consumo e servizi “al di fuori degli schemi mercantili sperimentati finora”. Insomma, la costruzione di quella che viene chiamata “economia (e welfare) relazionale”.

Una proposta che condivido pienamente ma che implica una prima notazione. Poiché, come lo stesso Bellucci avverte, la transizione, per definizione, non è il passaggio immediato da una fase all’altra, le forme di sfruttamento attuali, benché destinate a diventare residuali, continueranno a esistere per un tempo non brevissimo. Analogamente, anche se si sarà capaci di costruire un’economia relazionale, ciò non potrà avvenire che gradualmente. Ci troveremo quindi ad operare su due fronti: quello dell’alternativa e quello antico della lotta contro lo sfruttamento e per il trasferimento di quote di potere dal capitale alle classi subalterne. Uno sfruttamento perpetrato in forme diverse e mutevoli, da quelle più raffinate della “società di controllo” ed evolute della produzione di senso, a quelle ottocentesche da capitalismo rapace.

Certamente, su questo fronte bisogna abbandonare prassi “difensive” e “routinarie”, se non altro perché da cinquant’anni le classi subalterne non registrano avanzamenti ma solo arretramenti. E, certamente, passare a nuove forme di attacco deve significare tre cose. In primo luogo, non solo tener conto ma immergersi nella transizione; secondariamente, cogliere tutte le opportunità che, insieme a rischi e condizionamenti, ci offre la rivoluzione digitale (o meglio la digital disruption); in terzo luogo i due fronti, quello dell’alternativa e quello della lotta secolare al capitalismo, non possono semplicemente essere condotte in parallelo, ma debbono continuamente comunicare e sorreggersi a vicenda.

Un’altra questione da approfondire è quella delle condizioni che permettano/favoriscano la costruzione dell’economia relazionale. Nella relazione introduttiva si parla dell’”utilizzo di risorse pubbliche per supportare” l’economia relazionale e il “welfare delle relazioni”. C’è anche un’importante indicazione operativa, quella di coinvolgere i territori e le “strutture di democrazia locale”. Ma, a parte l’accenno all’esigenza di “nuove forme istituzionali e politiche”, manca un chiaro riferimento al ruolo dello Stato, all’idea dello Stato come luogo privilegiato in cui la politica possa “mettere le briglie” (come ha detto nel suo intervento Gigi Agostini) alle derive centralizzatrici, manipolatorie e autoritaristiche dei nuovi poteri che si affermano nella transizione. Ruolo dello Stato, che va appropriatamente considerato per quanto riguarda proprio il sostegno all’economia relazionale.

A questo proposito, ho riportato, nel mio intervento, un’esperienza personale. Nel decennio che ha preceduto le cosiddette primavere arabe, ho coordinato diversi programmi di sviluppo sociale e di rafforzamento delle società civili nei Paesi del Sud e dell’Est del Mediterraneo. Oltre alla salvaguardia dei diritti fondamentali e dei diritti di cittadinanza, la disoccupazione era il problema principale in questi Paesi. Oggi, la situazione non solo non è migliorata, ma alla disoccupazione si sono sommate le rovinose conseguenze delle guerre e dei conflitti ancora in corso. La linea direttrice di questa attività si basava sulla costatazione che il gigantesco numero di posti di lavoro che si sarebbero dovuti creare, soltanto per portare la disoccupazione a livelli europei, era un obiettivo impossibile per le politiche economiche ortodosse operanti in questi Paesi, basate, soprattutto dopo l’avvento del Partenariato Euro-Mediterraneo, sui consueti modelli occidentali: produttività, competitività, produzione ed economia export-led.

Propugnavamo, quindi, una politica economica eterodossa, che mettesse al primo posto l’occupazione invece che la crescita, e, soprattutto, con al centro la creazione di una economia relazionale, favorita anche dall’enorme presenza della cosiddetta “economia informale”. Lo sviluppo di una tale politica si rivelava però impossibile, prima ancora che per cause di natura macroeconomica, per ragioni squisitamente politiche, dovute non solo agli interessi spiccioli dei regimi autoritari al potere, ma, soprattutto alla loro indisponibilità a sottrarsi all’assoggettamento dei poteri internazionali, garanzia per la loro permanenza al potere.

Un caso esemplare è quello della Tunisia, un Paese con uno dei tassi disoccupazione più alti al mondo. Dopo la rivoluzione del 2011, cacciato via Ben Ali, c’erano tutte le condizioni interne per affermare una volontà politica che andasse nella direzione dell’economia relazionale. Ciò che è mancata è la disponibilità di risorse per sostenerla. I cosiddetti “vincoli esterni” non sono finiti con l’avvento della, ancorché fragile, democrazia tunisina: drenaggio di risorse a causa del deficit commerciale e dell’insostenibile servizio del debito estero, i diktat dell’”approfondimento” dell’Area di Libero Scambio con l’Unione Europea, le condizionalità imposte dal Fondo Monetario Internazionale, e così via. Vincoli esterni che ancora oggi – grazie alla colpevole ignavia dell’Unione Europea, con l’Italia in primo luogo, preoccupata solo dei flussi migratori – stanno minando alla base la sopravvivenza di questo Paese e distruggendo la sua speranza di democrazia.

Certo, per capire il ruolo dei vincoli esterni nel condizionare il grado di libertà delle politiche economiche, non ci sarebbe bisogno di andare in Tunisia; basterebbe ripercorrere la storia dell’Italia negli ultimi cinquant’anni. Ma il caso della Tunisia è significativo perché lì l’economia relazionale era a portata di mano, se solo una scelta politica di questo genere si fosse potuta compiere a livello di governo. Insomma, se è vera l’importanza del ruolo dello Stato per incidere sulla transizione e per costruire l’alternativa, questo Stato non può essere lo Stato nazionale. Come è stato detto, gli Stati nazionali sono ormai ridotti a meri amministratori locali di poteri globali.

L’Europa unita nella transizione

Dobbiamo, quindi, rivolgerci a uno Stato sovranazionale; che, però, non può essere l’attuale Unione Europea. Per due motivi. Innanzi tutto, perché l’Unione Europea è la più immediata fonte di vincoli esterni che mortificano la possibilità degli Stati membri di mettere in atto politiche economiche alternative. In secondo luogo, perché è essa stessa condizionata dai vincoli esterni provenienti dai vecchi e nuovi poteri globali.

Occorre valutare appieno le novità post-pandemiche provenienti dall’UE. Sia quelle relative ai vincoli finanziari – viste, a mio avviso, con eccessivo ottimismo nell’intervento di Giorgio Benvenuto, tenendo anche conto che, come ha ribattuto Alfonso Gianni, si tratta di misure temporanee sulle quali lo scontro con i falchi dell’ordoliberismo è di nuovo in atto – sia quelle – a cui ha fatto riferimento Lucia Di Giambattista – che riguardano la nuova strategia dell’Unione nel digitale (bussola, decennio, autonomia digitali). Si tratta di vere svolte strategiche? O, come in molti pensiamo, un necessario aggiustamento del capitalismo europeo per adeguarsi alla crisi globale? Il punto vero è che, sia per eliminare i vincoli posti agli Stati membri che per contrastare quelli imposti dai poteri globali, è indispensabile un’Europa unita che giochi un ruolo da attore politico globale.

In passato – di fronte alla episodicità e alla sostanziale inefficacia, in termini di risultati, delle lotte dei movimenti “No global” o “altermondisti”, fino a quelle di “Occupy  Wall Street” – ho sostenuto la tesi della “via regionale” contro la globalizzazione, intesa come costruzione di una “regione mondiale”, comprendente l’Europa occidentale, i Paesi dell’ex Unione Sovietica, il Medio Oriente e l’Africa, capace di contrapporsi o, quanto meno, riequilibrare il ruolo di quella che, fino a qualche tempo fa, era la potenza unipolare americana. Oggi, di fronte alla dilapidazione, perpetrata dall’Unione Europea, delle opportunità storiche di coinvolgere la Russia in un progetto comune di grande respiro, e alle macerie in cui sono ridotti tanti Paesi di quella “regione mondiale”, non c’è molto spazio, almeno nell’immediato, per una “via regionale” alla transizione. Allora, l’obiettivo minimale e, al tempo stesso, l’imperativo categorico è quello di un ruolo politico riequilibratore, che solo l’Europa unita potrebbe giocare. Non solo nell’arena della nuova economia ereditata dalla globalizzazione, ma anche in quella, strettamente connessa, della politica internazionale e della competizione geostrategica.

Autorevoli commentatori americani hanno messo in parallelo il ritiro dell’URSS dall’Afghanistan, che segnò la fine dell’impero sovietico, e l’attuale abbandono americano che sancirebbe la fine dell’imperialismo (o impero) americano. Certamente, sarebbe la conferma della fine, da tempo appalesatasi, di trent’anni di potenza unipolare statunitense. A quale approdo questo ci porterà, non è ancora sufficientemente chiaro. Per il peso combinato della potenza economica con quella tecnologica, nonché con quella militare, benché allo stato nascente – e senza entrare nel merito della dialettica tra concetti diversi, quali “potere”, “egemonia” e “colonizzazione”, a cui ha fatto riferimento Alfonso Gianni – la previsione che sia la potenza cinese a prevalere, ancorché in termini di egemonia, non sembra del tutto azzardata. La prospettiva, insomma, che noi europei – e noi italiani, in primo luogo – dopo essere stati per 80 anni egemonizzati/colonizzati dagli Stati Uniti passeremo a un destino analogo ad opera della Cina.

Meno probabile, mi sembra la previsione di una dislocazione pacifica delle due egemonie. Non foss’altro che per la loro differente natura. L’egemonia/colonizzazione cinese si basa sull’occupazione dell’economia e l’acquisizione della ricchezza dei Paesi target, con mezzi pacifici. Quella americana, però, non si basa sulla pacificazione del pianeta. Non può essere interpretata in questo modo la drastica riduzione della presenza americana nei territori in conflitto. Quando gli USA dicono a Taiwan “dovete fare come Israele: armatevi” (naturalmente con armi da loro fornite) significa che hanno fatto una scelta più comoda, quella di continuare a perseguire, se non intensificare, la cosiddetta “strategia del caos”, puntando sempre di più sulle “guerre per procura”, che hanno dimostrato di portare agli interessi americani più benefici di quanti non ne abbiano procurato le guerre condotte in prima persona. Questa differenza di approcci e di interessi non può risolversi in una convivenza pacifica e, anche se non si arriverà alla catastrofe del confronto bellico, essa darà sicuramente la stura a continui conflitti tra le due potenze. Questo significherà, da un lato, che esse entreranno in pieno nella cosiddetta “guerra con altri mezzi”, dall’atro, che in molte aree del pianeta continueranno le guerre, le distruzioni, le catastrofi umanitarie.

L’Europa è destinata a fare le spese di questo confronto, in ambedue gli scenari delineati. Nel primo, perché l’Europa, in primo luogo nella sua area mediterranea, sarà una delle prede più ambite dell’egemonia/colonizzazione cinese. Nel secondo scenario, perché essa sarà sempre più accerchiata da aree in cui le conseguenze del caos e dei conflitti, non potranno che riversarsi sulla sua economia e sulla sua società. L’Europa unita può evitare i rischi di questi due scenari? Non è detto che questo avvenga, ma in questa difficile transizione, è la sola carta di cui disponiamo; non solo per la nostra salvezza ma anche per quella del mondo in cui viviamo.

C’è ancora un’altra dimensione in cui il ruolo politico dell’Europa deve essere determinante: quella della trasformazione dell’ecosfera, ovvero della salvezza del pianeta. Non se n’è parlato molto nell’incontro, ma è una questione in cui la transizione ha, e avrà sempre di più, un peso determinante. Non solo per le connessioni con le altre due dimensioni, quella dell’economia globale e quella geostrategica, ma anche per l’impatto che su di essa, sempre più, avrà la rivoluzione digitale. Dobbiamo, per prima cosa, moltiplicare i nostri sforzi d’indagine e affinare le nostre analisi sugli incroci, in atto e in potenza, tra il digitale e le questioni del cambiamento climatico, dei destini dell’energia e dell’agricoltura, della salvaguardia dell’ambiente; e, non per ultimo, sul ruolo di chi distribuirà le carte del digitale nelle vicende del clima e dell’ambiente.

La democrazia europea, terreno di lotta della transizione

Cosa potrà garantire che i nostri obiettivi sulla transizione – ai vari livelli: nazionale, continentale, globale – così come gli sbocchi operativi delle nostre lotte, possano diventare conseguenti politiche dell’Europa unita? La risposta è una sola: la democrazia. Il che significa: una istituzione capace di far arrivare – attraverso efficaci percorsi di rappresentanza e di partecipazione democratica – le istanze di tutti i cittadini europei nelle sedi decisionali. Nadia Urbinati, nel suo intervento, ha detto che, di fronte a una crisi della democrazia rappresentativa, ormai sotto gli occhi di tutti, dovremmo pensare a una democrazia, sempre rappresentativa, ma con spazi aperti alla “partecipazione diretta”. Sono d’accordo, a patto che si chiarisca cosa voglia dire “diretta”. Sarei decisamente contrario se questo significasse la messa in atto di dispositivi simili alla Piattaforma creata dall’Unione Europea per “raccogliere” i desiderata dei cittadini europei nell’ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Una via di mezzo tra Facebook e la Piattaforma Rousseau. Si potrebbero, al contrario, sperimentare forme di partecipazione “diretta” della società civile organizzata – che non significa solo le Organizzazioni formalmente costituite.

Intanto, però, dovremmo occuparci della democrazia rappresentativa (al meglio delle nostre conoscenze e possibilità) nella costruzione dell’Europa unita. Ho già detto che questa non può coincidere con l’attuale Unione Europea. Il motivo è la sua intergovernatività. Non solo perché questa rappresenta un tappo al percorso di rappresentanza democratica, quel vulnus che ha sollevato alti lai per il “deficit democratico” dell’Unione, da parte di tante belle anime che si sono ben guardate da porvi rimedio seriamente. Il sistema intergovernativo deve essere superato, soprattutto, per un motivo politico legato alla transizione e alle possibilità/probabilità di lotte per l’alternativa. Un’Europa, in cui le decisioni sono, sostanzialmente, prese dai Governi nazionali, non potrà mai, non solo contrastare ma nemmeno confrontarsi con i poteri globali, vecchi o nuovi essi siano. Se, come è stato detto, gli Stati nazionali sono solo gli amministratori locali di questi poteri, i Governi non ne sono altro che i mandatari – i lacchè si sarebbe detto una volta.

Una piena rappresentanza democratica, in un’Europa unita e democratica, significa molto semplicemente, che le decisioni debbono essere prese principalmente da un Parlamento eletto a suffragio universale da tutti i cittadini degli Stati che la compongono. Questa è la sostanza del problema; poi potremo discutere della forma di rappresentanza complementare degli Stati membri, delle competenze e dei poteri da attribuire all’istituzione sovranazionale, alla forma federativa; insomma, di come si realizza la cessione di sovranità.

Sono, pertanto, d’accordo con l’indicazione, contenuta nella relazione introduttiva, di individuare nella democrazia uno dei terreni prioritari di lavoro e di sperimentazione della transizione. Una democrazia che, però, non si fermi al livello dei territori né dello Stato nazionale, ma che affronti con coraggio la questione della democrazia europea.

FONTE: https://transform-italia.it/una-transizione-per-leuropa-leuropa-per-la-transizione/

LA TRANSIZIONE COME VARIANTE

di Sergio Bellucci (Relazione introduttiva al seminario di Frattocchie dell’Associazione Transizione)

Ci sono momenti della Storia che sembrano squassare i tempi.

Se agli accadimenti umani, pensiamo alle decisioni e agli scontri su come affrontare la prima Pandemia dell’era globale o le vicende geopolitiche e umane legate al dramma odierno dell’Afghanistan, delle sue bombe e dei suoi morti o a quello della Palestina, della Siria, della Libia, delle decine di teatri di guerra in Africa e nel resto del mondo, di cui poco si sa e meno si vuole sapere; oppure se pensiamo alla fine di un modello economico, troppo forte per collassare in un sol colpo e troppo debole per continuare ad illudere l’umanità che sia capace di regalare l’autorealizzazione umana; oppure agli impatti della tecnoscienza sulle società in termini di stravolgimento della produzione, delle forme del lavoro, di quelle delle relazioni individuali e sociali fina alla possibilità di intervento sulla stessa forma di vita e la modifica del DNA umano.

Se a questi accadimenti umani sommiamo le notizie del superamento della soglia di non ritorno del disastro climatico e ambientale, il senso di impotenza e di collasso può prendere corpo e, nel nostro Occidente benestante, svilupparsi una richiesta di massa del “ripristino” di ciò che c’era e che non ci sarà più.

L’impressione che si ricava da questo intreccio è quella di una crisi concentrica in cui i problemi “gestionali” dei singoli paesi (quelli della cosiddetta “politica” che, in realtà, è la mera gestione amministrativistica del presente e dello status quo) si sommano a quelli della crisi della vecchia forma e logica economica e l’esplosione di quella geopolitica.

Le eventuali soluzioni a questi fronti, inoltre, sono ormai vincolate al limite di questo modello di sviluppo, delle sue forme di produzione, delle sue merci, sia sotto i meccanismi distributivi e ridistributivi ma soprattutto dell’impatto che essi hanno sul pianeta, sulle sue risorse, sui cicli vitali e su quelli ambientali.

Questi fenomeni, ormai, sono intrecciati e formano una struttura “complessa” e piena di collegamenti connessi e interagenti. La politica di questo secolo, la politica di nuova generazione in grado di indirizzare l’umanità verso un nuovo approdo, non può più non tenere conto di questo quadro complesso.

Non c’è più un prima e un dopo, non solo sul piano sociale – come abbiamo sostenuto per anni – e non solo sul piano quantitativo e redistributivo. Abbiamo bisogno di una bussola che ci accompagni in ogni tipo di scelta e di comprendere, al meglio, non solo le sue implicazioni quantitative (sul piano della produttività e del livello occupazionale) ma il suo impatto “complesso” sulla realtà.

Ed è di questa bussola che dobbiamo parlare.

Non possiamo dividerci tra chi ipotizza un ripristino di una fase “industriale” classica (con la redistribuzione salariata della ricchezza prodotta) e chi, prendendo atto delle trasformazioni profonde e irreversibili del quadro, si rintana nella mera ricerca della “sopravvivenza”, rivendicando un reddito checchessia.

Ad una “crisi sistemica” e che noi definiamo come una Transizione, infatti, si risponde con una politica sistemica di qualità “altra” e con logiche di intervento di nuova generazione che, viste dalla tradizione, possono sembrare “aliene”. Una politica che deve riscoprire la radice del suo fare “di parte” ricercando le forme per il superamento della suddivisione del lavoro e quella tra i generi e, con essa, il costituirsi di una “comunità reale” –  volontaria e consapevolmente umana – capace di superare i limiti delle attuali forme di comunità, più apparenti e illusorie che materialmente tali, una società di individui “veramente umani” in quanto “onnilaterali” e, quindi, di individui la cui libertà personale è reale, se libertà è sinonimo di razionalità, universalità, condivisione, cooperazione, equità. Una comunità dell’umano che sappia ri-costruire il rapporto con la sfera della vita sul pianeta e con gli equilibri ambientali, diventando conscio del proprio fare.

A questa rottura “sistemica”, inoltre, si sommano accadimenti individuali che ci fanno sentire più soli, più incapaci, più muti.

Penso alla morte di Gino Strada.

Al dolore della perdita di una persona che era diventato un simbolo proprio perché “alieno” per il suo fare concreto, per l’aiuto umano profuso e anche per la sua intransigenza morale e politica. La sua vita è stata la concreta e materiale conferma che la guerra è non solo una scelta sbagliata e inutile – una scelta eredità  di quella preistoria umana da cui abbiamo ancora difficoltà ad affrancarci – ma che dimostra sempre più la sua incapacità a produrre gli esiti che a parole vorrebbe generare. Una guerra ancor più disumana con i suoi nuovi terreni di battaglia digitale che impongono nuove forme di conflitto e nuove armi. Penso alla potenza dei cyberattacchi come alla robotizzazione delle armi che divengono sempre più autonome e indipendenti e affidate all’Intelligenza artificiale.

Oggi l’Occidente deve chiedersi: è ancora possibile imporre con le armi forme di governi e regimi al solo scopo di produrre una concentrazione di ricchezza che non si era mai prodotta nella Storia umana che, solo come sottoprodotto, ha la possibilità di garantire ai propri cittadini un livello di consumi che divide l’umanità verticalmente in due parti e non è sostenibile ambientalmente?

Abbiamo bisogno di molto coraggio per affrontare alla radice vecchie questioni in un quadro quasi del tutto nuovo e in veloce trasformazione.

Ognuno di noi viene da percorsi di vita, politici e culturali, diversi e, talvolta, anche contrastanti. Spesso abbiamo pensato che le posizioni altrui erano errate, controproducenti, dannose, portatrici di idee di mondo e di speranze “non condivisibili”. Ci siamo scontrati politicamente e ci siamo anche combattuti.

Perché allora oggi siamo qui?

Non certo per misurarci a vicenda una “purezza” ideologica o, molto più semplicemente, una coerenza soggettiva o collettiva dei nostri percorsi. Credo che noi siamo qui perché percepiamo due cose: l’incapacità delle vecchie strade di farci avanzare verso un orizzonte di liberazione e l’urgenza dei tempi.

Per questo, in questo incontro, abbiamo bisogno di mettere un avverbio al centro delle nostre riflessioni: Oltre.

Ne abbiamo bisogno per molte ragioni.

Sul piano politico, infatti, una Transizione pone sempre questioni che hanno lo spessore della Storia.

Per la lettura che abbiamo portato avanti in questi anni dentro Net Left, il momento che viviamo va oltre la categoria della “crisi” ma è quello del passaggio da una formazione economica ad un’altra.

La Storia ha già vissuto epoche analoghe e sono le fasi che riempiono i libri di avvenimenti e fatti che, visti con il senno del poi, assumono una certa “linearità”. Così non è per chi li vive.

Gli anni delle transizioni sono anni aperti a molti esiti contrastanti, pieni di slanci di liberazione e di restaurazioni tremende di ordini sociali ed economici non disposti a lasciare il posto al nuovo che avanzava. E il nuovo che avanza non contiene solo nuovi e diversi “gradi di libertà” – incarnate dalle nuove classi che rivendicano il loro potere – ma anche nuove e, spesso, più efficaci forme di sfruttamento, di asservimento.

Gli anni di Transizione sono anni di interrogativi, di orizzonti che si dischiudono e di strade che si interrompono. Sono gli anni in cui i processi economici divengono “ibridi”. Le nuove forme di produzione del valore, dei beni – materiali o immateriali che siano -, si stratificano su quelle consolidate, quelle che la vecchia società percepiva come “eterne” e, a poco a poco, divengono egemoni sulle vecchie forme.

Spesso, sono processi quasi intellegibili per chi li vive. Il Marx della prefazione del ’59, ammoniva: “Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa”.

Collettivamente, oggi, dobbiamo essere all’altezza di questa consapevolezza.

Le culture entrano nel frullatore. Le connessioni tra gli umani si moltiplicano, gli scambi e le relazioni divengono di un ordine di grandezza più alto. Nuove consapevolezze, sociali e individuali, si affacciano. Emergono percezioni del se e immagini della forma sociale completamente nuove, inaspettate. I linguaggi si contaminano e le parole cambiano il loro senso; le tecnologie per la loro produzione e il loro scambio si moltiplicano e si trasformano, inondando i corpi sociali di nuove forme di relazione e di conoscenza del mondo.

Abbiamo bisogno, oggi, di quell’avverbio, Oltre, per discutere tra noi, per parlare con quelli che ci stanno ascoltando e per quelli con cui parleremo d’ora in avanti.

È quasi un problema di ecologia della mente e dei pensieri e, quindi, della relazione tra noi.

Ogni persona viene da un percorso individuale, da una esperienza con la quale ha attraversato, conosciuto e indagato il mondo. Molti di noi lo hanno fatto a partire dal punto più alto della storia umana della fase storica precedente. Sono stati anni meravigliosi di conquiste e possibilità. Anni di lotte e di vittorie, di aspirazioni di un mondo nuovo che, in realtà, ognuno di noi pensava, in cuor suo, in un modo ma sentiva di condividere quella esperienza con vere e proprie “moltitudini” di donne e uomini che erano in marcia per la loro emancipazione. In quel percorso abbiamo condiviso linguaggi e parole, ci siamo dati priorità ed obiettivi. Era, o sembrava, facile “parlarsi”.

Avevamo un linguaggio condiviso e partivamo da una condivisione, almeno teorica, dell’orizzonte verso cui muoverci.

Tutto questo è finito e non basta rievocarlo per renderlo nuovamente concreto.

È finito anche per errori e nostre incapacità (teoriche, politiche, sociali, comunicative, relazionali). Abbiamo disperso il senso di una comunità in marcia. Ma non è tutta colpa nostra e non è solo un tema legato al “revanscismo” soggettivo delle classi dominanti per le nostre conquiste degli anni ’60 (qui in Occidente e, in particolare, nel nostro paese).

Ne parleremo oggi e in futuro e, credo, troveremo molte “lontananze” nelle nostre letture. Ma, per noi, non è questo il punto.

Vorrei chiedere di andare “oltre” nella nostra capacità di dialogo, di comprensione delle nostre parole (sempre meno condivise nei significati che ognuno gli attribuisce). Di andare “oltre” le nostre “Storie” personali e collettive senza dover recidere le radici ma chiedendo a noi stessi e a tutti noi collettivamente, lo sforzo di comprensione delle ragioni che spesso sono “velate” dalle nostre parole.

Andare “Oltre” in termini di lettura della fase, con curiosità e la capacità di comprendere il nuovo e non per rinfilarlo a fatica nelle vecchie scaffalature delle nostre case ormai diroccate ma mettendo le nostre radici e tutta la nostra intelligenza per comprendere come il nuovo, che è in divenire, possa e debba diventare una opportunità per dare un senso nuovo alle nostre stesse radici.

Se siamo qui è perché ci stiamo interrogando, alcuni collettivamente altri individualmente, su ciò che sta investendo la storia umana. Una Transizione che arriva nelle profondità estreme del fare che solo pochi decenni or sono neanche immaginavamo. Una Transizione che richiede grandi capacità di comprensione per l’agire politico, che ci consegna un territorio complesso su cui va dispiegata una strategia politica complessa.

Per questo chiedo a me stesso, chiedo a tutti voi, a tutti noi, di “ascoltarci”, di domandarci il senso profondo delle parole che ascolteremo e ci diremo, di fare uno sforzo “oltre” le etichette e “oltre” le vecchie appartenenze. “Oltre” le nostre personali storie. Credo che sia possibile farlo mantenendo solo una motivazione politica originaria, quella che ha generato le radici di noi tutti: non solo difendere gli interessi “immediati” del “campo sociale dei subalterni” ma aprire il campo di lotta per candidarli alla costruzione di un modello sociale, economico e politico che sia la loro diretta espressione.

Non c’è momento migliore che una Transizione per mettere in campo tale forza, tale intelligenza politica.

Credo che siano queste le motivazioni di fondo per le quali ci ritroviamo in una unica sala. Veniamo da letture e pratiche diverse ma oggi sentiamo che l’urgenza della fase non può farci rintanare nelle vecchie stanze ove abbiamo attraversato questi decenni.

Molti di noi hanno dato per scontato che la parola Transizione avrebbe indicato il passaggio dalla società capitalistica alla società socialista.  La storia, in realtà, si sta prendendo la briga di mostrarci la possibilità di una Transizione che produca una società oltre-capitalistica basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente.

La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.

Ed è questo lo spazio di nuova teoria politica e di nuova prassi che dobbiamo poter osare.

Gli elementi di crisi e di sviluppo

Come in ogni fase di Transizione esistono fattori di crisi e fattori di sviluppo.

Da un lato, infatti, le vecchie forme di produzione (e le loro istituzioni) arrancano di fronte ai loro limiti e al nuovo che avanza. Le nuove forze produttive, invece, sono sempre più strette all’interno dei vecchi limiti imposti dal modo di produzione precedente. La rivoluzione delle tecnologie digitali, la loro ubiquità, la loro qualità, non solo pervasiva ma nuova nella sua essenza tecnica, ha ormai superato la fase adolescenziale e sta entrando nella sua fase adulta. Per decenni non abbiamo voluto affrontare il punto di rottura che rappresentava una tecnologia che non si limitava – come fecero quelle meccaniche – a moltiplicare il poter fare della mano umana ma si applicava direttamente alla possibilità di amplificare il saper fare del cervello, delle attività legate alla gestione delle informazioni.

Paul Romer, premio Nobel del 2018, indicò già sul finire degli anni ’80 ciò che si stava determinando nei processi produttivi. La gestione delle informazioni come “il miglioramento delle istruzioni per mescolare le materie prime “, ammoniva Romer, non può più essere ignorato nelle equazioni economiche. Romer affermò per primo che “le istruzioni per lavorare con le materie prime sono intrinsecamente diverse dagli altri beni economici”.

L’informazione, infatti, è un bene diverso da qualunque altro bene economico. Sulla sua natura, però, la ricerca economica e politica segnano il passo. La sua gestione digitale, il suo accumulo, la sua ibridazione e distribuzione, fino alla esplosione dei Big Data, dell’industria 4.0, – con i suoi “gemelli digitali” che vanno dalla singola macchina produttiva all’intera fabbrica, dai singoli prodotti ai modelli di vendita e di acquisto, dal consumo allo scarto del prodotto – ne hanno esponenzialmente rafforzato la potenza.

Oggi, la gestione dei comportamenti individuali nella vita e nel consumo, la risposta sociale alle singole scelte individuali fino alla sfera della politica, per arrivare ad ambiti impensabili fino a ieri come la riproduzione di un singolo organo umano prima di un intervento chirurgico in sala operatoria o alla riproduzione digitale del funzionamento di un DNA o all’interazione di una proteina con il suo ambiente, si sommano alla potenza dell’Intelligenza Artificiale distribuita a sciami che incrementa parallelamente le proprie acquisizioni, alla Robotica militare o a quella di compagnia, comporta una modifica “strutturale” del processi produttivi, non solo in termini di modifica dei profili professionali e degli aspetti “quantitativi” sull’occupazione. Parliamo, infatti, della rottura del sistema con conseguenze dirette non solo sul lavoro e la produzione ma direttamente sulla struttura delle forme del welfare.

Il cambiamento comporta una progressiva messa in crisi dell’aspetto centrale del capitalismo industriale e della sua forma manifatturiera. Le tecnologie digitali, infatti, basano il loro sviluppo e la loro produzione sulla logica del copia-incolla. Queste apparentemente frivole procedure rappresentano l’essenza di una forma in divenire che dispiega la sua capacità egemonica in grado di mettere in discussione assiomi millenari come il concetto di proprietà la cui difesa avviene sempre più in termini di definizione legale e sempre meno in termini di uso sociale.

Nel suo libro Post-capitalismo Paul Mason scrive: <<se puoi copia-incollare un blocco di testo, puoi farlo con una traccia musicale, un film, il progetto di un motore a reazione e il modellino digitale della fabbrica che lo costruirà. Quando puoi copia-incollare qualcosa puoi riprodurlo gratis. In gergo economico ha un costo marginale zero”. Il risvolto è che se la produzione ha un costo marginale vicino allo zero, anche il valore del lavoro sarà marginalmente zero. E l’intero meccanismo della definizione dei prezzi sta subendo contraccolpi giganteschi>>.

In termini sintetici potremmo dire che l’avvento delle tecnologie digitali ha aperto ad una stagione completamente nuova del processo di produzione del valore che sta imponendo la propria centralità, facendo declinare le vecchie forme. Ai classici schemi di produzione, quelli legati alla produzione di denaro per mezzo di merci (D-M-D) sostenuta in maniera fortissima dallo schema finanziario del denaro che produce denaro per mezzo di denaro (D-D-D), si è affacciata sulla scena della Storia la produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) alludendo anche a nuove forme che, implicitamente, vengono abilitate da questa novità. L’accumulo di informazione, infatti, non gioca il ruolo sul solo piano economico e, in seconda battuta, sul piano del potere (politico e sociale) ma interviene direttamente sulla sfera del controllo e sulla conoscenza dei singoli e della società che apre a forme di gestione non solo commerciale delle informazioni. È un ibrido che estende la sua capacità egemonica direttamente ai meccanismi di scambio che, fino ad oggi, erano regolamentati dalle monete emesse da un potere centrale.

Ci sono diverse faglie che stanno aprendo squarci sul Titanic delle società capitalistiche (sia quelle di “mercato” sia quelle “di stato”).

Proviamo ad elencarne solo alcune per sommi capi.

A livello economico potremmo elencarne molte. Il superamento di una soglia critica di sostenibilità finanziaria del sistema esplicita, ormai, dalla crisi del 2008. L’avvento dei cicli immateriali che vedono al centro le varie forme della merce informazione e la produzione di nuova merce nel momento del suo consumo. Quello che nei cicli immateriali prendeva la forma del rifiuto, qui, diviene nuova materia prima. L’aumento esponenziale, quindi, della merce informazione. In pochi giorni, oggi, si produce l’intera somma delle informazioni prodotte dall’inizio della Storia ad oggi.  L’avvento del taylorismo digitale per i nuovi processi di produttivi, la nascita del lavoro implicito , quello svolto in maniera obbligata da tutte le persone che ormai vivono nei paesi raggiunti dalle strutture digitali (cellulari, pc, telecamere di sicurezza, ecc..) e l’emersione delle prime forme di lavoro operoso. L’impatto della robotica autonoma (di derivazione militare ma prestissimo nelle nostre città) e l’ubiquità dell’Intelligenza Artificiale negli apparati e presto negli oggetti e in grado di modificare la geografia delle professioni e il numero dei salariati in maniera determinante e in un tempo storicamente nullo. Il salto verso le tecnologie quantistiche (calcolo e trasmissione) che rappresentano un salto di diversi ordini di grandezza nella capacità di simulazione dei sistemi complessi. L’ormai consolidata estrazione di valore dalle forme relazionali delle principali aziende capitalizzate nel mondo e che estraggono valore dal lavoro implicito. Consideriamo che il PIL italiano vale il 23% di quello di Facebook, Alphabet e Amazon messi insieme. L’avvento della produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) e la sua smaterializzazione del processo tramite la Blockchain che abilitano, al limite, processi di “baratto digitale”. Lo sviluppo social della vecchia forma dell’“Industria di Senso”, l’industria che lavora (e fa profitti) nella costruzione del senso della vita quotidiana che costruisce il consenso politico come substrato del suo sviluppo sistemico. Un’industria che compete direttamente con religioni e ideologie generandone una di fondo sul quale vive il nostro sistema. La forma stessa della democrazia si infrange sulla potenza della creazione di consenso di questa industria del consumo e mette in crisi i suoi stessi principi e presupposti. La stessa forma settecentesca della democrazia liberale, basata su una divisione e una autonomia, mai completamente realizzata in nessuna parte, di tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) mostra la corda sotto le dinamiche delle nuove forze produttive, delle loro esigenze di modelli e schemi decisionali e dei loro interessi. D’altronde, la crisi della democrazia liberale poggia su un vulnus centrale: la rinuncia della costituzionalizzazione del vero potere economico del capitalismo: la generazione della moneta. Inoltre, la trasformazione della percezione del se e delle forme relazionali abilitate dalla rivoluzione digitale spingono alla realizzazione concreta di nuove forme di partecipazione e di decisione collettiva. Forme che fanno emergere, insieme alle necessità giuridiche istituzionali delle nuove forze produttive del digitale, i limiti delle strutture istituzionali nazionali figlie della rivoluzione borghese ottocentesca. La stessa forma del politico è investita da questa potenza ristrutturatrice. Stiamo sperimentando il fatto che gli eventi e flusso comunicativo marciano in sincrono. “Quando la velocità degli eventi raggiunge quella del flusso comunicativo, le forme della politica tendono a coincidere con quella della struttura di comunicazione”. Le assemblee elettive si svuotano di capacità decisionale verso l’alto e strutture a-democratiche e i leader a cortocircuitare le forme organizzate delle loro strutture e gli elettori a chiedere al leader la soluzione al loro problema di diritto al consumo. E tutto questo, in un ambiente sempre più affidato alla potenza dell’Intelligenza Artificiale, e Big Data, come da Cambridge Analytica abbiamo scoperto. In quei giorni, inoltre, avemmo conferma che lo stesso impianto della scienza galileiana era passato, da qualche decennio, alla forma della tecnoscienza basata sulla simulazione e, oggi, ai nuovi paradigmi conoscitivi basati sui Big Data. Una potenza del conoscere e fare legato, che ci ha portato all’intervento sui codici della vita e a intervenire sulle linee di sviluppo dell’evoluzione che non ha precedenti per quantità e qualità.

Questi cambiamenti rafforzano le conseguenze del passaggio, in ambito comunicativo, dal testo all’ipertesto. Una rottura, questa, della consequenzialità su cui si basa lo scambio umano dai primordi e che apre all’avvento di struttura cognitiva umana di nuovo tipo. Stephen Hawking ci ammoniva che questo sarebbe stato il secolo in cui l’umano avrebbe determinato le condizioni del suo stesso superamento nella linea evolutiva.

A questo parziale e limitatissimo, soprattutto nelle spiegazioni e nelle conseguenze dobbiamo sommare la qualità nuova dei processi di innovazione che sono ibridi ed esponenziali. Le forme si contagiano e si moltiplicano aprendo ad accelerazioni inattese e, come dicono in America, “disruptive”.

Pensiamo che questo Titanic  dell’umanità, inoltre, si sta indirizzando velocemente contro l’iceberg della sostenibilità del proprio fare su questo pianeta.

Pensiamo che la zattera della Rivoluzione Industriale poggiò le sue rotte e determinò quei cambiamenti che conosciamo, contando su poche copie dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, il Vapore e un mondo completamente analfabeta e contadino.

Questi sono i sommovimenti, tellurici che spingono alla crisi le forme delle istituzioni politiche, monetarie ed economiche che la storia ci aveva consegnato. Ignorarli o derubricarli sarebbe inutile e dannoso. Di fronte a questo quadro, le forme della vecchia rappresentanza politica e sociale si sgretolano e le nuove stentano ad affermarsi. L’inerzia di analisi e pratiche capaci di dare dimensione politica al tanto che si genera, autonomamente, nei corpi sociali impedisce la costruzione di rappresentanze nuove. Genetica, Robotica, Intelligenza Artificiale, Nanotecnologie, infatti, si offrono o come nuove forme del dominio totale o come modalità di riorganizzazione del fare umano e della sua sostenibilità. Dipende dalla qualità del nostro fare e questo dipende dalle nostre analisi che dipendono dal contributo di conoscenze che utilizziamo per fare politica.

Siamo in presenza di novità che necessitano, perciò, di forme istituzionali e politiche che devono andare necessariamente oltre i confini del dibattito e delle soluzioni settecentesche della divisione dei poteri così come le abbiamo conosciute e determinate tra l’Ottocento e il Novecento. Oltre le vecchie divisioni delle sinistre. Forse per generarne delle nuove, ma di altra qualità e complessità.

Diritti e gradi di libertà, nell’era digitale, vanno ridefiniti ma necessariamente in avanti. Le forme dei poteri ridefinite verso il basso, interrompendo i processi di concentrazione di ricchezza e di potere.

Le vecchie forme di libertà, tutelate con nuovi strumenti; i gradi di libertà, potenzialmente aperti dalla rivoluzione digitale, definiti con strumenti, logiche e confini all’altezza delle potenze in atto.

La Transizione, infatti, è un processo ambiguo, aperto a una molteplicità di esiti. Nessun percorso è scontato, anche se ne esistono di privilegiati. Un processo caotico nel quale emergono alcune regole e prassi, assetti e modelli di organizzazione, grumi di interessi e gruppi sociali che tendono a trasformarsi in nuove classi sociali, in nuove forme del politico.

Se non si comprende questo “senso” dei processi in atto, nessun intervento, anche quelli “difensivi” – in continuità con il nostro passato, in totale buonafede e con prassi routinarie –  può essere considerato utile.  Velocità, profondità e qualità dei cambiamenti stanno introducendo dinamiche (negative e positive) che aprono nuove faglie nelle strutture sociali, economiche, istituzionali e, al contempo, ri-descrivono forme e qualità di quelle vecchie.

Molti, non solo da noi ma nell’establishment mondiale, si illudono di poter “stabilizzare” questi movimenti tellurici che scuotono dalle fondamenta lo stesso pianeta, riproducendo “equilibri” (che equilibri poi non erano) e illudendosi di poter riportare la situazione al quadro ex-ante.

La scelta di usare (potenza del marketing) la parola “magica” resilienza la dice lunga sull’ideologia sottostante.

Molte delle proposte politiche che vanno in questo senso, inoltre, incontrano il largo consenso delle masse popolari sempre più disorientate, sradicate e impaurite da cambiamenti – che subiscono e la paura di quelli che potrebbero subire -. Pochi hanno il coraggio di raccontare il salto quantitativo e qualitativo delle trasformazioni in atto. Spesso per vera e propria non conoscenza di un quadro dei cambiamenti in divenire velocissimo e profondissimo. Una divergenza crescente tra quello che la tecnologia e la scienza rendono possibile all’agire umano e praticano nel loro divenire, e quello che la mente umana e la società umana è in grado di immaginare, una divergenza che richiama la Filosofia della Discrepanza di Gunter Anders.

Dobbiamo saper dire la verità senza trasmettere la paura, perché portatori di un esito diverso da quello intravedibile dalla propria condizione.

È sulla “Paura del possibile”, infatti, che le vecchie classi dirigenti stanno indirizzando lo scontro nel grande agone della Transizione.

Ed è sulla scommessa di arginare e indirizzare il “Probabile” che dobbiamo agire noi.

Oggi le persone sono spaventate dal futuro e noi dobbiamo saper indicare un nuovo sentiero.

Come si configura, allora, Il compito della politica di sinistra nella Transizione?

Definisco politica di sinistra in termini chiari. Nella Storia la sinistra ha rappresentato lo schieramento che rivendicava il potere per le classi subalterne. La Destra difendeva o produceva il potere per le classi dominanti. Poi sono esistite vari sfumature (forse più delle famose 50…), ma tutte interne ai periodi di gestione di una formazione economico-sociale stabile. Nelle Transizioni la politica torna a declinarsi sul terreno della lotta per la forma del potere. Questo è il livello di oggi.

Non abbiamo bisogno di pure forme di ribellismo che lasciano intatto il territorio del conflitto per il potere. Dobbiamo passare dalla mera critica e rivendicazione di spazi e condizioni (sia nelle prassi sociali sia nella sfera politica istituzionali) alla capacità diretta di autorganizzazione di processi che contengano una “alterità di logica”.

In altre parole, traslare e portare alle estreme conseguenze – proprio perché la merce e la produzione di informazione divengono sempre più centrali e generativi di assetti di nuovo tipo – le intuizioni e le pratiche che portarono, alla fine dell’Ottocento, il movimento operaio a ipotizzare la produzione cooperativa.

La sinistra di questa fase, infatti, non può che essere sempre più direttamente “generativa”, costruendo la coscienza di se attraverso pratiche e forme di conflitto “ibride”, “complesse” e che superino la fase meramente “contrappositiva e rivendicativa”.

Dobbiamo e possiamo farci società oltre il modo di produzione del valore imperante. Le tecnologie aprono questa possibilità diretta.

La transizione come passaggio politico

Il passaggio attuale, quindi, è legato alla “crescita esponenziale” del “‘saper fare” inglobato nel sistema macchinico e noi dobbiamo portarlo sul terreno della potenza riorganizzatrice sociale orientando in maniera diversa produzione e consumi.

Il punto di rottura, infatti, non è rintracciabile all’interno dello schema redistributivo legato o alla salariabilità del lavoro vivo – in grado di sostenere la domanda necessaria al ciclo – né con politiche di redditualità sostitutive. Certo bisogna agire anche su questi punti nell’immediato, ma non è lì la soluzione strategica per questo secolo.

Questo collasso non è affrontabile con “immissioni di liquidità” sempre più gigantesche per agevolare talvolta la produttività, talvolta il reddito, talvolta gli interventi pubblici o del welfare.

Le nostre società sono diventate dei veri e propri “Sistema Ponzi” con il potere sempre più concentrato sulla a-democratica decisione di emissione di denaro.

I territori si trasformano, progressivamente e velocemente, in luoghi di estrazione di informazioni, di dati, da parte di grandi multinazionali che riorganizzano la vita delle città e delle relazioni senza alcuna volontà di “contrattazione” e senza la discussione democratica sul nuovo modello.

I processi aperti dalla pandemia, inoltre e forse non casualmente, stanno premendo sull’acceleratore dei cambiamenti delle forme di produzione industriali, sul lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, spingono verso la modifica della forma delle merci e accelerano verso la centralità di un nuovo schema di valorizzazione del capitale con il passaggio ad una nuova fase della storia della accumulazione e della forma del potere. Inoltre, le forme innovative nelle catene di comando delle decisioni sanitarie trovano non solo contrasti sociali ma, spesso, anche dubbi e limiti costituzionali, ponendo questioni relative alla stessa natura e legittimità delle forme sociali.

Certo, questo passaggio non sarà né istantaneo, né cancellerà totalmente le forme precedenti. La storia non funziona come gli interruttori della luce on/off. Ma quando è in campo un processo egemonico esso si rafforzano e si estende progressivamente e tutti gli elementi che ci fanno comprendere che una rottura si è generata sono sotto gli occhi di tutti.

Occorre aprire una nuova fase, a partire dalle possibilità aperte nelle strutture di democrazia locale per incidere sulle forme di estrazione digitale delle informazioni da parte delle multinazionali e per dotare i territori e i cittadini di strumentazioni, piattaforme pubbliche condivise che svolgano funzioni di servizio e di scambio del valore d’uso producibile sul territorio in forma autogestita. Che sappiano valorizzare le forme di economie capaci di convertire il vecchio modello produttivo, salvaguardare la bio-diversità e le risorse come un bene comune.

Per questo risulta allarmante la crisi delle forme tradizionali della politica in Occidente e, in particolare, nel nostro paese. I partiti rappresentano, ormai, delle strutture comunicative in “franchising del leader” di turno. Si parla solo per delega ricevuta.

Il dibattito interno si accende ed è caratterizzato, quasi esclusivamente, dalle lotte per la rappresentanza istituzionale e poco si comprende dalle finalità reali se non la capacità di cavalcare le pance dei rispettivi target sociali o, nel caso in particolare del PD, di offrire una immagine interclassista come se l’intero paese condividesse condizioni sociali, ambientali e culturali. Una eredità neo-democristiana a cui l’ex-gruppo dirigente di matrice comunista pare si sia rapidamente adeguato assorbendo la logica veltroniana del “ma anche”.

La crisi verticale di questi partiti e in particolare di quelli del centro orientato a sinistra, ricercano alterità, ormai, sempre più spesso solo sul terreno dei diritti civili, abbandonando quello dei diritti sociali se non attraverso rivendicazioni generiche e asfittiche.

Nulla, mai nulla, sui grandi processi di accumulazione e di cambiamento delle forme di produzione.

La perdita di contatto con il reale non solo non riesce a produrre forme di conflitto nei nuovi territori ma rende sterili e inconcludenti le forme di difesa delle vecchie forme di sfruttamento salariato.

Per questo, di fronte a questo quadro appena accennato, non serve e non basta una nuova etichetta fatta con la sommatoria di pezzetti e pezzettini di rappresentanza politica o sociale, utile per essere spesa nel grande calderone della politica politicante per coprire la rappresentanza di un dissenso e reinserirlo nel gioco delle alleanze istituzionali.

Per questo siamo qui a costruire un terreno di ricerca e pratica politica di nuova generazione.

La grande opportunità: Il Welfare delle Relazioni

Le tecnologie digitali, oggi, ci forniscono l’opportunità e la possibilità di realizzare forme di produzione, di consumo, di merci, servizi e relazioni, al di fuori degli schemi mercantili sperimentati fino ad ora. Tale prospettiva offre la possibilità di ridurre, progressivamente, la necessità di poter soddisfare e selezionare nuove qualità di bisogni, restando dentro lo schema di valorizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli.

Si apre per l’umanità la chance di una nuova economia basata più sulle relazioni che sulla ‘fisicità e proprietà individuale’ di una merce.

Questo schema può basarsi su tre grandi gambe:

  • una nuova consapevolezza nel processo del consumo da parte delle persone, capace di rompere lo schema a spirale del consumo crescente;
  • l’autorganizzazione e l’autoproduzione di pezzi crescenti dei bisogni umani, esaltando i bisogni relazionali e immateriali, le economie circolari, quelle del riuso, della sostenibilità, ecc.. abilitate dalle tecnologie digitali;
  • la coerenza dell’utilizzo delle risorse pubbliche per supportare tali scelte rompendo lo schema di una spesa pubblica puramente di sostegno, trasformandola in una capacità generativa di nuove forme del fare.

Soluzioni “aliene”? certo. Rispetto al fare consolidato, sì. Ma tutte concretamente già presenti nel corpo vivo della società.

Queste scelte, inoltre, non solo ridurrebbero progressivamente le risorse finanziarie necessarie per il sostegno del ciclo, ma diventeranno fondamentali nella riprogettazione sia degli apparati di produzione e del consumo, sia della stessa forma sociale della vita.

Questi interventi di natura ‘settoriale’ dovranno essere sorretti dall’applicazione di una griglia di ‘valori ispiratori’, basata sui principi di Consapevolezza, Condivisione e Equità, una sorta di ‘linee guida’ che dovranno aiutare a valutare e indirizzare le singole scelte, il giorno per giorno, in maniera trasparente e verificabile. La griglia che noi chiamiamo Welfare delle Relazioni.

Per far cambiare passo alla politica, serve avere il coraggio di proporre di passare dal ‘sapere come’ al ‘sapere perché’ si fa e si sostiene una scelta e indirizzare le risorse non solo nella semplice riduzione dell’impatto ambientale e sociale, ma nella riprogettazione delle relazioni sociali connesse.

Nel secondo ‘900 ci siamo concentrati sui meccanismi che consentivano di poter ‘far funzionare la macchina’ a prescindere da ciò che avrebbe prodotto e come lo avrebbe fatto.

Oggi, non è più compatibile pensare di ‘fare delle buche e poi riempirle’ in cambio di un salario utile più al ciclo economico che alla propria autorealizzazione.

La nuova economia relazionale deve marciare in sintonia con le esigenze di una nuova forma sociale e con le compatibilità dei cicli di vita della terra.

Se una attività non è in sintonia con un assetto sostenibile della vita va cancellata e sostituita. Abbiamo tanto bisogno di lavori di cura, di attenzione, di ‘produzione di senso’ che ci rimane solo l’imbarazzo della scelta.

La scelta dei criteri sui quali basare lo schema del Welfare delle Relazioni sarà la dimensione politica del nostro secolo.

Forse, all’inizio, ognuno di noi arriverà con diverse modalità di approccio e priorità, ma il passaggio al nuovo schema risulta obbligato.

Per questo serve uno scarto, serve andare “Oltre”. E Frattocchie vuole essere solo l’inizio di questa ricerca.

La “crisi” non è nel sistema ma è del sistema. Siamo in una Transizione.

Se questo assunto viene condiviso, la successiva affermazione coerente è che non esista una ‘soluzione interna’. Questo, a prescindere dalle volontà soggettive e dagli sforzi che vengono profusi. È il ‘motore’ interno che è rotto e il suo blocco rischia di portare con se tutto l’impianto delle società del welfare che, faticosamente, si erano conquistate nel ‘900. E la fase che stiamo vivendo rappresenta l’ultimo tentativo di costruire un passaggio, una Transizione governata, prima di una vera e propria implosione sistemica o, peggio ancora (se un peggio può esistere…), lo scoppio di una guerra guerreggiata.

Di fronte a tali scenari appare chiaro che la soluzione possibile non è ricercabile né in nuovi meccanismi di immissione di liquidità nel sistema a favore del “capitale”, né in una mera distribuzione “più equa” delle risorse in grado di “far aumentare i consumi per far riprendere il ciclo”.

Queste due opzioni possono essere utili se e solo se sono utilizzate per spingere verso una organizzazione diversa’ del fare umano, della sua produzione, della sua logica di funzionamento. Per questo la fase che stiamo vivendo è fondamentale: dobbiamo utilizzare questa immensa leva finanziaria, generata dalla rottura delle politiche monetariste fin qui seguite, per cambiare il motore, non per mettere inutile benzina a quello che si è inceppato.

Un esempio si è palesato, in maniera plastica durante i giorni dell’emergenza dei centri di rianimazione. La necessità di respiratori non avrebbe potuto essere soddisfatta dai meccanismi produttivi industriali classici. Troppo tempo per innescare il meccanismo di domanda/offerta, anche in presenza di un sostegno pubblico. Produrre quelle valvole serviva a salvare delle vite, ma il sistema, dentro il suo quadro di funzionamento, non avrebbe assolto a questa necessità. Le persone sarebbero morte.

E qui, la logica nuova di produzione diretta di valore d’uso della nuova ‘economia’ – che potenzialmente è già presente dentro la società umana – è emersa in tutta la sua dirompente ‘potenza’ logico-produttiva. È stato sufficiente che un ingegnere rendesse disponibili i ‘suoi’ disegni tecnici e quella ‘conoscenza’ umana, fruibile con la rete, consentì di produrre, in ogni angolo del mondo, i respiratori necessari.

Il famoso copia-incolla.

Le stampanti 3D iniziarono a sfornare, ove ce n’era bisogno e in tutto il mondo, le valvole necessarie a salvare le vite e a farlo in maniera sostanzialmente gratuita. Ecco, qui c’è la forma nuova del soddisfacimento dei bisogni, anche quelli vitali, soddisfatti non attraverso la logica capitalistica della produzione di merci e con lo sfruttamento alienato della capacità umana, trasformata in merce-lavoro da retribuire attraverso un salario.

È sotto i nostri occhi il possibile inizio della fase storica dell’umanità in cui la conoscenza accumulata diventa direttamente produttrice. Serve, però, una politica che sappia indirizzare le risorse pubbliche verso tale nuovo esito sociale e non per il sostegno del vecchio modo di produzione e di alienazione umana.

La stessa proposta/provocazione di Biden sulla “sospensione” dei brevetti sui vaccini, indica che i vecchi schemi di fronte alle accelerazioni della fase, sono incapaci di dare soluzioni.

La Transizione rappresenta la più grande rottura di processi sociali, relazionali, economici, lavorativi, produttivi che l’umanità abbia mai sperimentato.

E’ necessario migrare dal “valore di scambio” al “valore d’uso” inteso sia come fuoriuscita dal modello capitalistico mercantile, sia come possibilità di ripensare la produzione finalizzandola al consumo gestendo in autonomia la distribuzione.

Serve una conversione nella forma della vita umana.

La transizione come passaggio organizzativo

Per queste ragioni abbiamo voluto Frattocchie.

Abbiamo bisogno di una operazione che non sarà certo semplice e che non potremo fare da soli ma a cui, partendo da oggi, vogliamo dare sia una cornice del “senso di marcia” che vogliamo intraprendere, sia una chiara indicazione che oggi sia il primo passo in questa nuova direzione.

Abbiamo bisogno di una “estrazione di intelligenza organizzativa” che parta dalle nuove forme dischiuse dalla potenza tecnologica e che sappia costruire connessioni politiche ai molti “fare” già presenti nei corpi sociali, nelle esperienze concrete dei territori. Non possiamo costruzione solo una semplice trincea di mere pratiche di conflitto contro le scelte operate dai processi di ristrutturazione ma serve la messa in campo di una generazione di pratiche e di conflitti “generativi” di un nuovo fare, di un nuovo essere, pratiche che poggiano sulla capacità di autorganizzazione che la potenza delle tecnologie consente oggi abilita.

È il dispiegamento, per me, di quello che il Marx dei Grundisse chiamava il General Intellect.

Produzione diretta di valore d’uso che va oltre la forma del lavoro salariato, non per negare o derubricare la dimensione quantitativa e qualitativa di quella forma e dei conflitti tra capitale e lavoro che essa genera, ma per organizzare, progressivamente, la sua marginalizzazione nella storia, attraverso processi di autogestione produttiva basati sulla potenza sociale e tecnologica già ampiamente sviluppata dal modello della produzione open source.

Molto del futuro è già qui solo che non lo abbiamo compreso.

Per far questo vi proponiamo la costruzione di una forma organizzativa a rete delle organizzazioni e delle persone che si predispongono a questo lavoro politico di nuova qualità. Una forma ibrida, basata su la cooperazione che le tecnologie digitali consentono, anche in forma deliberativa, ma anche la nascita di strutture “umane” che coordinino il lavoro. Una forma che consenta di essere inclusivi perché basata non sulla misurazione del tasso di fedeltà ad un leader o ad un impianto “ideologico” puro e duro, ma che abilità la ricerca sul terreno della Transizione degli elementi di battaglia politica che siano coerenti con la scelta di poter indicare, nello scontro sull’egemonia del processo, l’orizzonte di marcia delle nostre scelte.

La politica, quindi, che torna ad essere uno “stare da una parte” dei processi e, quindi, un “partito”. Non con la “p” maiuscola come l’abbiamo vissuto nel ‘900 ma con l’ambizione di porre la questione del potere e non della semplice amministrazione del presente. Nei nostri incontri di questo periodo lo abbiamo anche definito in modo curioso: Un “partito momentaneo”, che riconnette e ricontratta costantemente lo stare insieme.

Nessuno dovrà “perdere” la propria autonomia, la propria immagine ma mettere a disposizione, di una “comunità di scopo” politica, una parte del suo poter fare, per costruire un luogo comune di sperimentazione di un nuovo essere e fare collettivo.

E vi propongo il nome di Transizione proprio per introdurre una “variante” all’interno del dialogo politico.

Le forme le decideremo insieme a partire da domani.

I limiti che ci daremo rispetteranno le coscienze e la voglia di fare di ognuno.

Viva la vaccinazione. Cuba è l’unico paese in America Latina ad aver sviluppato i propri vaccini Covid che sono altamente efficaci.

Tuttavia, la produzione è in ritardo.

di Bert Hoffmann (da IPG-Journal Newsletter)

Sono tempi duri a Cuba. La situazione dei rifornimenti è peggiorata drammaticamente, anche i generi alimentari di base scarseggiano, la moneta sta perdendo valore, e ora i numeri dei contagi da covid sono alle stelle. In soli dieci giorni, il numero giornaliero di casi è raddoppiato. Con più di 3.000 infezioni al giorno (in una popolazione di undici milioni), il sistema sanitario sta raggiungendo i suoi limiti. Ma allo stesso tempo, è proprio la lotta al covid che porta la più grande speranza. I vaccini sviluppati sull’isola stessa mostrano un’efficacia molto alta – non solo negli studi clinici, ma anche nella pratica.

Il governo dell’Avana ha rischiato molto quando ha deciso nel maggio 2020 di non importare alcun vaccino – né dalla Russia né dalla Cina, e nemmeno attraverso la partecipazione alla piattaforma di vaccini COVAX. Invece, ha fatto affidamento solo sullo sviluppo dei propri vaccini. Molti erano scettici: perché un’isola di undici milioni di abitanti nei Caraibi dovrebbe essere in grado di fare ciò che le aziende farmaceutiche da miliardi di dollari non sono riuscite a fare?

La spiegazione è il settore delle biotecnologie che è stato sistematicamente costruito dagli anni 80 – un’isola di efficienza nell’economia socialista del paese. Fin dall’inizio, c’è stata una particolare attenzione allo sviluppo di vaccini – non solo per il consumo interno, ma anche per l’esportazione verso i paesi del Sud globale. È grazie a questa struttura di ricerca e produzione consolidata che Cuba ha potuto portare due vaccini alla maturità applicativa in un tempo molto breve.

Entrambi – “Abdala” e “Soberana-2” – usano il metodo dei vaccini a base di proteine che è stato usato per decenni per la polio, il tetano & co. A differenza dei nuovi vaccini mRNA di Biontech e Moderna, questa è una tecnologia “vecchia scuola”. Ma ha il vantaggio che i vaccini Covid possono essere prodotti nelle fabbriche esistenti, gli effetti collaterali sono facili da valutare, non è necessario un raffreddamento estremo e la somministrazione non è complicata.

E sono molto efficaci. Nel frattempo, gli scienziati cubani hanno anche pubblicato i risultati degli studi di fase III. Secondo questi, Abdala raggiunge un’efficacia del 92% dopo tre dosi. Per Soberana-2, c’è un risultato intermedio: dopo due delle tre dosi di vaccino, questo è del 62% – ancora ben al di sopra del 50% che l’OMS specifica come soglia per i vaccini. Quando viene valutato dopo le tre dosi complete, è probabile che anche qui ci si aspetti un valore superiore all’80% o addirittura intorno al 90%.

I critici hanno messo in dubbio queste cifre e hanno sottolineato la mancanza di trasparenza e di documentazione nelle riviste scientifiche. In pratica, questi valori possono effettivamente essere adattati in una certa misura, soprattutto perché la variante delta è stata introdotta anche a Cuba nel frattempo. Anche la durata della protezione immunitaria è una questione aperta.

Ma la pratica della campagna di vaccinazione parla un linguaggio chiaro. Quando il personale medico del paese è stato vaccinato all’inizio di marzo, il numero di infezioni tra gli operatori sanitari è stato immediatamente ridotto. Questo si sta ripetendo da quando la campagna di vaccinazione di massa è iniziata a maggio.

Quasi sei milioni di dosi sono state somministrate, la maggior parte a L’Avana, originariamente l’epicentro dell’infezione. In tutte le altre province, l’incidenza è attualmente in forte aumento. Nella capitale, tuttavia, dove circa la metà della popolazione è stata vaccinata, sono in costante calo da settimane. Nel frattempo, sono a metà del loro picco.

Un trial di fase III del vaccino Soberana-2 con 24.000 partecipanti è stato condotto anche in Iran. Come risultato dei buoni risultati e dei bassi effetti collaterali, il vaccino cubano ha già ricevuto un’approvazione d’emergenza. Questo è ancora in sospeso a Cuba. L’autorità di regolamentazione cubana, si può presumere, concederà l’approvazione formale solo quando i dati disponibili soddisfaranno tutte le specifiche e i protocolli dell’OMS.

Perché oltre a superare la pandemia nel proprio paese, Cuba spera anche di esportare i suoi vaccini. Ma qui Cuba sta attualmente affrontando alti ostacoli nell’espandere la sua produzione di vaccini. I 100 milioni di dosi di vaccino che all’inizio erano stati promessi per essere prodotti quest’anno rimarranno probabilmente solo una possibilità teorica. I materiali necessari sono diventati estremamente scarsi in tutto il mondo, dato che altri paesi si concentrano sempre più sullo sviluppo di vaccini a base di proteine – da Novavax negli Stati Uniti all’alleanza di Sanofi con GlaxoSmithKline in Europa fino a Anhui in Cina.

Anche se Cuba è “sovrana” nello sviluppo del proprio vaccino, come indica il nome del vaccino “Soberana”, non lo è affatto nelle attrezzature da importare e negli ingredienti necessari. Inoltre, come per tutto a Cuba, c’è il pesante fardello dell’embargo statunitense. Non solo limita la capacità di acquistare macchinari e altri mezzi di produzione, ma le minacce di Washington alle banche internazionali rendono le transazioni finanziarie con l’isola manovre complesse e costose.

Di conseguenza, Cuba si concentrerà inizialmente sulla produzione di vaccini sufficienti per inoculare la propria popolazione a livello nazionale. Certamente, una prima spedizione di 30.000 dosi di “Abdala” è andata come gesto di solidarietà al Venezuela, le cui forniture di petrolio a Cuba sono diminuite ma sono ancora essenziali per l’approvvigionamento dell’isola. Altri dodici milioni sono stati promessi, ma non è chiaro quando saranno consegnate.

Saranno anche negoziate ulteriori opportunità di esportazione, preferibilmente con un finanziamento anticipato per l’acquisto dei materiali di produzione. Sono concepibili anche accordi di licenza con paesi come l’Argentina o il Vietnam, che hanno capacità di produzione proprie. In passato, l’OMS ha acquistato vaccini cubani per le campagne di vaccinazione nei paesi del Sud del mondo e potrebbe farlo di nuovo nell’attuale pandemia. A medio termine, i vaccini a base di proteine, come quelli cubani, sono anche adatti per le vaccinazioni di richiamo.

Per quanto importanti possano essere queste prospettive, i vaccini cubani possono affrontare la crisi sanitaria del paese, ma non quella economica. Questo rimane il compito di un’agenda di riforme che dovrebbe mirare a rilanciare l’intera economia, non solo a rendere il settore delle biotecnologie una lussureggiante e spumeggiante mucca da mungere.

La lotta contro la pandemia a Cuba, come altrove, è una corsa contro il tempo. Tra il ritmo della vaccinazione da un lato, e la diffusione del virus e delle sue varianti dall’altro. Se va bene, la campagna di vaccinazione può salvare gli ospedali di Cuba dal collasso, portare gradualmente il paese fuori dall’isolamento e permettergli di riaprire al turismo internazionale in tempo per l’importantissima stagione invernale. Il turismo era l’industria cruciale dell’isola fino all’inizio della pandemia ed è assolutamente essenziale come fonte di valuta estera nell’attuale crisi di offerta.

Ma i vaccini cubani dovrebbero dare spunti di riflessione anche al di fuori dell’isola. In tempi di catene di approvvigionamento globali, qualsiasi idea di “autosufficienza” è rapidamente vista come antiquata. Nella pandemia, tuttavia, le nazioni occidentali industrializzate hanno dovuto imparare che non si può fare affidamento sulla globalizzazione nei momenti di bisogno. Che si tratti di maschere o di vaccini, quando si arriva al dunque, non c’è solo “l’America First”, ma ogni altro paese prova a fare lo stesso.

Il fatto che il settore biotecnologico di Cuba sia riuscito in modo così convincente a sviluppare i propri vaccini con le risorse molto limitate del paese è quantomeno sensazionale. Anche se Cuba deve affrontare mesi di tensione, visto il rapido aumento del numero di infezioni nelle ultime settimane: C’è molto per presumere che, verso l’autunno o l’inverno, il paese sarà tra i primi in America Latina a raggiungere i “tempi post-Covid” con una diffusa immunizzazione della popolazione.

Tratto da:

Viva la Impfung Als einziges Land Lateinamerikas hat Kuba eigene Covid-Impfstoffe entwickelt – und diese sind hochwirksam. Jedoch ruckelt es bei der Produktion.

Traduzione: Cambiailmondo.org

PERCHE’ IL LABORATORIO DI FORT DETRICK DOVREBBE ESSERE INVESTIGATO PER TRACCIARE LE ORIGINI GLOBALI DI COVID-19

PERCHE’ E’ NECESSARIO INVESTIGARE I LABORATORI USA PER LE ORIGINI GLOBALI DI COVID-19

di Fan Lingzhi, Huang Lanlan, Zhang Hui (dal Global Times)

Fonte Articolo originale in inglese del 28 giugno 2021: https://www.globaltimes.cn/page/202106/1227219.shtml

La teoria del lab-leak, secondo la quale il COVID-19 sarebbe fuoriuscito da un laboratorio, ha nuovamente suscitato clamore dall’inizio di quest’anno, mesi dopo che l’argomento era stato gettato nel cestino delle teorie della cospirazione da un numero schiacciante di scienziati.

Gli osservatori hanno scoperto che le cose si complicano solo quando l’origine del coronavirus – una questione scientifica già difficile – è impigliata in trucchi di manipolazione politica. Passando al setaccio più di 8.000 notizie relative alla teoria della fuga dal laboratorio, il Global Times ha scoperto che ben il 60% della copertura proveniva dai soli Stati Uniti.

Vale la pena notare che molti media del mondo occidentale guidato dagli Stati Uniti, che hanno pubblicizzato la teoria della fuga dai laboratori, sono disposti a concentrarsi solo sui laboratori cinesi, anche se sono stati accuratamente indagati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), mentre chiudono un occhio sulle istituzioni americane di ricerca biologica più sospette, come il famigerato US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID) a Fort Detrick, Maryland.

L’USAMRIID è stato temporaneamente chiuso nel 2019 dopo un’ispezione del Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Anche se questo misterioso laboratorio ha riportato la ragione della chiusura come “problemi infrastrutturali in corso con la decontaminazione delle acque reflue”, la spiegazione non era abbastanza persuasiva. Il Global Times ha scoperto che il fallimento del laboratorio nel controllare le tossine sembra aver allarmato le istituzioni legate al contrasto delle armi di distruzione di massa negli Stati Uniti.

Ricomparsa della teoria della fuga dal laboratorio

Uno studio congiunto sulle origini del COVID-19 da parte di esperti cinesi e dell’OMS a marzo ha respinto la teoria del complotto “lab-leak”. Più prove indicavano il fatto che il virus era probabilmente passato dai pipistrelli agli esseri umani attraverso un altro animale intermediario, ed era “estremamente improbabile” che fosse trapelato da un laboratorio, diceva il rapporto dello studio.

Ciononostante, la teoria della fuga dal laboratorio non è scomparsa; invece, soprattutto dall’inizio di maggio, è stata ampiamente promossa da alcuni politici e media statunitensi come una “scienza plausibile”. In un articolo pubblicato sul Bulletin of the Atomic Scientists il 5 maggio, senza alcuna prova, lo scrittore scientifico Nicholas Wade ha sostenuto che “i sostenitori della fuga dal laboratorio possono spiegare tutti i fatti disponibili sulla SARS2 considerevolmente più facilmente di quelli che favoriscono l’emergenza naturale.”

Giorni dopo, il Wall Street Journal ha riferito il 23 maggio che tre ricercatori del Wuhan Institute of Virology (WIV) “si sono ammalati abbastanza nel novembre 2019 da richiedere cure ospedaliere”, e avevano “sintomi coerenti sia con il Covid-19 che con le comuni malattie stagionali”. Il rapporto del WSJ ha citato un “rapporto dell’intelligence statunitense precedentemente non divulgato”.

Il 26 maggio, il presidente Biden ha dichiarato di aver ordinato alla comunità di intelligence degli Stati Uniti di “raddoppiare” i suoi sforzi per indagare sulle origini del COVID-19. Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan ha persino affermato il 20 giugno che la Cina dovrà affrontare “l’isolamento nella comunità internazionale” se non collabora con un’ulteriore indagine sull’origine della pandemia COVID-19, ha riportato Bloomberg quel giorno.

La pressione dei politici e dei media sembra aver colpito alcuni autorevoli scienziati medici negli Stati Uniti, tra cui il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) statunitense, Anthony Fauci. L’11 maggio, dopo che Rand Paul, un repubblicano al Senato, ha accusato Fauci di aver aiutato il laboratorio di Wuhan a “creare” il virus, Fauci ha negato con forza l’accusa ma ha detto di essere “pienamente a favore di qualsiasi ulteriore indagine su ciò che è successo in Cina.”

Questo improvviso cambiamento di atteggiamento di alcuni esperti statunitensi è dovuto alla pressione politica che hanno ricevuto, ha detto un virologo cinese al Global Times. “Ai media occidentali piace fare agli esperti domande fuorvianti, come “è (la fuga di notizie del laboratorio) assolutamente impossibile?”” ha detto il virologo che ha chiesto l’anonimato.

È molto difficile per gli esperti rispondere a una domanda del genere, poiché la possibilità, anche se molto piccola, esiste ancora, ha detto il virologo. “Tutto quello che possono dire è “è possibile””, ha detto al Global Times. In realtà, la maggior parte degli esperti di solito aggiunge “ma è altamente improbabile” dopo “è possibile”, ma i media presentano solo la parte che conferma i loro pregiudizi, ha detto.

I grandi dati mostrano che gli Stati Uniti stanno spingendo la narrazione della teoria della fuga di laboratorio COVID-19. Tra gli 8.594 pezzi di notizie relative alla “fuga di laboratorio” che il database GDELT ha raccolto dal 2020, 5.079 erano dagli Stati Uniti, pari al 59 per cento. Dopo gli Stati Uniti c’erano il Regno Unito (611 pezzi) e l’Australia (597 pezzi). Quasi tutta la copertura ha preso di mira il laboratorio WIV.

Mentre gli Stati Uniti si concentrano esclusivamente sui laboratori cinesi, raramente prestano attenzione ai difetti dei propri laboratori nazionali, alcuni dei quali hanno anche innescato incidenti legati ai virus in passato. Secondo un articolo dell’agosto 2020 di ProPublica, una redazione indipendente che produce giornalismo investigativo, l’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill ha segnalato 28 incidenti di laboratorio che coinvolgono organismi geneticamente modificati ai funzionari della sicurezza del National Institutes of Health tra gennaio 2015 e giugno 2020. “Sei degli incidenti hanno coinvolto vari tipi di coronavirus creati in laboratorio”, ha detto ProPublica nell’articolo. “Molti sono stati ingegnerizzati per consentire lo studio del virus nei topi”.

Stranamente, pochissimi media mainstream statunitensi hanno sollevato la questione se esiste la possibilità che il COVID-19 sia trapelato dai laboratori statunitensi, ha detto il virologo cinese. “Non osano chiederlo”, ha detto.

In un articolo pubblicato sul blog politico indipendente Moon of Alabama il 27 maggio, l’autore ha sottolineato che l’ipnosi di alcuni occidentali sulla cospirazione della fuga di Wuhan è simile al trucco che gli Stati Uniti hanno giocato per spingere la guerra in Iraq nel 2002 – gli Stati Uniti hanno affermato che “Saddam Hussein avrà presto un’arma nucleare”, che era “un’evidente sciocchezza”, ha detto l’autore.

“La teoria della ‘fuga di laboratorio’ è simile alla rivendicazione delle armi di distruzione di massa – una speculazione senza prove promossa a lungo da un’amministrazione di orientamento neoconservatore che era estremamente ostile al paese ‘colpevole’ in questione”, ha detto l’autore.

La teoria della fuga dal laboratorio, quindi, “non è solo una storia implausibile e senza prove di una fuga dal laboratorio della SARS-CoV-2”, ha notato l’autore. “È una campagna lanciata per dipingere la Cina come un nemico del genere umano”.

Preoccupazioni internazionali sui laboratori biologici statunitensi

Gli Stati Uniti hanno molti laboratori biologici in 25 paesi e regioni in Medio Oriente, Africa, Sud-Est asiatico e negli stati dell’ex Unione Sovietica, con 16 solo in Ucraina. Alcuni di questi laboratori hanno visto epidemie su larga scala di morbillo e altre pericolose malattie infettive, secondo i rapporti dei media.

La comunità internazionale ha spesso espresso preoccupazione per le attività di militarizzazione biologica degli Stati Uniti in altri paesi.

Nell’ottobre 2020, il vice presidente del Consiglio di sicurezza della Russia, Dmitry Medvedev, ha detto che le attività di ricerca degli Stati Uniti nei laboratori biologici nei membri della Comunità degli Stati indipendenti hanno causato grave preoccupazione. Gli Stati Uniti non solo costruiscono laboratori biologici in questi paesi, ma cercano di farlo anche in altri luoghi del mondo. Tuttavia, la loro ricerca manca di trasparenza e va contro le regole della comunità internazionale e delle organizzazioni internazionali.

Anatoly Tsyganok, membro corrispondente dell’Accademia Russa di Scienze Militari e professore associato della Facoltà di Politica Mondiale all’Università Statale Lomonosov di Mosca, ha detto al Global Times che i test di armi biologiche e batteriologiche sul territorio degli Stati Uniti sono vietati dal Congresso degli Stati Uniti. Ha detto che l’esercito statunitense ha effettuato e sta ancora effettuando test di armi biologiche e batteriologiche in Georgia.

Questo viene fatto con il pretesto di fornire ai malati vari vaccini terapeutici condotti dall’esercito statunitense e da appaltatori privati americani presso il Richard Lugar Center for Public Health Research, ha detto Tsyganok. I test correlati sono stati esposti da vari media.

Nel dicembre 2015, 30 pazienti del centro di ricerca che erano in trattamento per l’epatite C sono morti. Ventiquattro di loro sono morti lo stesso giorno, e la loro causa di morte è stata elencata come “sconosciuta”, secondo Tsyganok e Russia news outlet.

I residenti dei quartieri intorno a questi laboratori lamentano spesso problemi di salute.

La giornalista bulgara Dilyana Gaytandzhieva ha pubblicato una storia sul centro Lugar all’inizio del 2018. Nelle sue interviste per il rapporto, la maggior parte dei residenti che vivevano vicino ai laboratori si lamentavano di mal di testa, nausea e pressione alta. Hanno anche detto che c’era del fumo nero proveniente dal laboratorio.

USA Today ha riferito che dal 2003, centinaia di incidenti che coinvolgono il contatto accidentale con agenti patogeni mortali si sono verificati nei bio-laboratori statunitensi in patria e all’estero. Questo può causare l’infezione dei contatti diretti, che possono poi diffondere il virus nelle comunità e iniziare un’epidemia.

Un membro dell’Accademia Russa delle Scienze, Armais Kamalov ha detto in un’intervista alla TASS all’inizio di giugno che lo sviluppo di virus geneticamente modificati come armi biologiche dovrebbe essere soggetto allo stesso divieto mondiale come il test di armi nucleari. Ha citato i laboratori statunitensi in Georgia e Armenia come riferimento.

“Ci sono molti laboratori, che oggi sono finanziati dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Non è un segreto che sono in Georgia, Armenia e altre repubbliche. È sorprendente che l’accesso a questi laboratori sia off-limits, e non capiamo cosa stiano facendo lì”, ha detto.

Cosa era successo nel luglio 2019?

I terribili record di sicurezza dei laboratori biologici americani nel mondo mostrano una possibilità di fuga di un virus da un laboratorio americano. Molti indicano la chiusura del laboratorio di Fort Detrick nel luglio 2019.

Nel luglio 2019, sei mesi prima che gli Stati Uniti riportassero il primo caso COVID-19, il laboratorio dell’esercito a Fort Detrick che studia materiale infettivo mortale come Ebola e vaiolo è stato chiuso dopo che i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno emesso un ordine di cessazione. I funzionari del CDC hanno rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni dopo aver citato “ragioni di sicurezza nazionale”.

L’USAMRIID di Fort Detrick ha detto nell’agosto 2019 che lo spegnimento era perché il centro non aveva “sistemi sufficienti in atto per decontaminare le acque reflue” dai suoi laboratori di massima sicurezza, ha riportato il New York Times.

Cosa è successo esattamente a Fort Detrick nell’estate del 2019? Alcuni media statunitensi si sono rivolti in precedenza al CDC per ottenere risposte, ma molti contenuti chiave nel rapporto erano stati redatti.

All’inizio di giugno, un utente di Twitter con sede in Virginia ha ottenuto i documenti del CDC sull’ispezione di Fort Detrick sotto il Freedom of Information Act (FOIA). Global Times ha scoperto che la maggior parte dei documenti erano e-mail tra i funzionari del CDC in vari dipartimenti e USAMRIID dal 2018 al 2019. Anche se alcune delle e-mail sono state coperte da una stazione televisiva affiliata alla ABC a Washington, il rapporto non ha catturato molta attenzione.

Le e-mail hanno rivelato diverse violazioni al laboratorio di Fort Detrick durante le ispezioni del CDC nel 2019. Quattro delle quali sono state etichettate come violazioni gravi.

Una di queste gravi violazioni, ha detto il CDC, era un ispettore che è entrato più volte in una stanza senza la protezione respiratoria richiesta mentre altre persone in quella stanza stavano eseguendo procedure con un primate non umano su un tavolo da necroscopia.

Questa deviazione dalle procedure di entità ha portato a un’esposizione respiratoria professionale ad aerosol di agenti selezionati, ha detto il CDC.

In un’altra grave violazione, il CDC ha detto che l’USAMRIID aveva “sistematicamente fallito nel garantire l’attuazione di procedure di biosicurezza e contenimento commisurate ai rischi associati al lavoro con agenti selezionati e tossine”.

Altre violazioni includono la mancanza di una corretta gestione dei rifiuti, dove i rifiuti non sono stati trasportati in un contenitore durevole a prova di perdite, che crea il potenziale per fuoriuscite o perdite.

I documenti del CDC mostrano che ha inviato una lettera di preoccupazione a USAMRIID, che ha portato a una chiusura temporanea del laboratorio di Fort Detrick nel 2019.

In una e-mail del 12 luglio 2019, il CDC ha detto che l’USAMRIID ha segnalato due violazioni del contenimento il 1 luglio e l’11 luglio 2019, e questo ha dimostrato un “fallimento di USAMRIID nell’implementare e mantenere procedure di contenimento sufficienti a contenere agenti selezionati o tossine generate da operazioni di laboratorio BSL-3 e BSL-4.”

“Con effetto immediato, USAMRIID deve cessare tutti i lavori che coinvolgono agenti selezionati e tossine nelle aree di laboratorio registrate fino a quando l’indagine sulle cause principali non è stata condotta per ogni incidente e i risultati sono stati presentati al FSAP per la revisione”, ha detto il CDC.

Il FSAP (Federal Select Agent Program) è composto congiuntamente dalla divisione dei Centers for Disease Control and Prevention di agenti e tossine selezionati e dalla divisione di agenti e tossine selezionati agricoli dell’Animal and Plant Health Inspection Service. Il programma supervisiona il possesso, l’uso e il trasferimento di agenti biologici selezionati e tossine, che hanno il potenziale di causare una grave minaccia alla salute pubblica, animale o vegetale o ai prodotti animali o vegetali. Esempi comuni di agenti e tossine selezionati includono gli organismi che causano antrace, vaiolo e peste bubbonica.

Tre giorni dopo, il Fort Detrick ha risposto all’e-mail dicendo che aveva presentato messaggi in risposta all’azione immediata, ma i messaggi sono stati deliberatamente oscurati.

Il messaggio è stato presentato da un direttore di Studi Strategici (Contro le armi di distruzione di massa) presso l’USAMRIID, il cui nome è stato anch’esso cancellato.

La dichiarazione pubblica di Fort Detrick rilasciata nell’agosto 2019 diceva che l’arresto era dovuto a problemi di decontaminazione delle acque reflue. Ma non è chiaro se la dichiarazione fosse coerente con i risultati dell’ispezione del CDC.

La gestione di tali laboratori di alto livello in generale deve essere molto rigorosa con ispezioni regolari. Diversi sistemi dovrebbero essere in grado di garantire che nessun rischio potenziale possa verificarsi, e il fallimento delle attrezzature e le perdite di acque reflue certamente non dovrebbero verificarsi, ha detto al Global Times uno scienziato cinese del team di tracciamento delle origini del virus OMS-Cina che ha richiesto l’anonimato.

I problemi delle acque reflue hanno rivelato grandi lacune nella gestione del laboratorio di Fort Detrick, e c’è da chiedersi cos’altro è trapelato con le acque reflue mal gestite.

“Alcuni agenti patogeni altamente patogeni nel laboratorio sono stati probabilmente rilasciati. E l’esercito americano non ha mai detto al pubblico quello che stava facendo”, ha detto lo scienziato.

È molto probabile che i ricercatori di Fort Detrick possano essere stati infettati accidentalmente ma non hanno mostrato sintomi evidenti. In questo modo potrebbero aver portato il virus al mondo esterno, ha detto lo scienziato.

“In assenza di sintomi evidenti, 9 dei 10 individui potrebbero non aver saputo di essere stati infettati ed è possibile che più del 90% delle vie di trasmissione fossero state perse quando il virus è stato finalmente rilevato. Questo è anche il motivo per cui il tracciamento delle origini del virus è difficile da condurre”, ha detto, notando che solo l’indagine sierologica su larga scala potrebbe trovare alcune delle prime infezioni.

Perché non aprire il laboratorio di Fort Detrick

Diversi virologi e analisti intervistati dal Global Times hanno esortato il laboratorio di Fort Detrick ad aprire le sue porte per un’indagine internazionale, poiché esperti internazionali hanno già visitato l’Istituto di virologia di Wuhan.

Molti politici e media occidentali hanno dato la colpa della pandemia a Wuhan, dicendo che Wuhan è stato il luogo in cui il virus è stato rilevato per la prima volta e da dove il virus è venuto, nonostante le prove crescenti che non è il caso.

In un recente esempio a giugno, uno studio di ricerca gestito dal National Institutes of Health’s All of Us Research Program ha trovato prove di infezioni da COVID-19 negli Stati Uniti già nel dicembre 2019, settimane prima della prima infezione documentata nel paese.

Wuhan ha registrato i primi sintomi di COVID-19 da un paziente l’8 dicembre 2019.

Quando gli è stato chiesto di fornire maggiori dettagli sullo studio, una persona dei media con il programma di ricerca All of Us ha detto al Global Times che il programma “non ha nulla da aggiungere” dalle informazioni che aveva già rilasciato.

Per quanto riguarda il motivo per cui il virus è stato rilevato per la prima volta a Wuhan, lo scienziato anonimo ha detto che il virus è difficile da rilevare in una fase iniziale, soprattutto in autunno e in inverno con più casi di raffreddore. E non avrebbe attirato l’attenzione finché un gran numero di persone non fosse stato infettato. Questo è quello che è successo nella densamente popolata Wuhan, ha detto lo scienziato.

Il sistema sanitario pubblico cinese è molto sensibile soprattutto dopo l’epidemia di SARS nel 2003, ma questo non è sempre il caso all’estero, soprattutto quando la densità della popolazione è bassa e il virus non si diffonde così velocemente, ha detto l’esperto.

“Il nuovo coronavirus è stato scoperto da tre società cinesi nello stesso momento. È molto semplice rilevare queste cose, e la Cina ha un sacco di tali aziende terze con una forte capacità di rilevamento medico”, ha detto.

Senza tornare ai campioni di siero precedenti altrove ora, sarà difficile trovare la fonte del virus. Gli studi retrospettivi che sono stati fatti in Cina non hanno trovato alcuna prova. È importante che il mondo lavori insieme ora per ordinare le prove e fare le prime indagini sierologiche dove necessario, ha detto.

Zeng Guang, ex capo epidemiologo del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha detto al Global Times che la fuga dal laboratorio è facile da identificare, poiché le infezioni sono destinate a mostrare segni, sia che si tratti di un problema operativo o di un’infezione del personale di laboratorio.

Gli esperti dell’OMS hanno valutato l’ipotesi della fuga dal laboratorio quando hanno visitato Wuhan e non hanno trovato prove, e la speculazione sulla sua possibilità in un laboratorio di Wuhan dovrebbe essere già finita. Nel frattempo, dovremmo mettere un punto interrogativo su altre ipotesi, come altri laboratori nel mondo, ha detto Zeng.

Zeng ha detto che gli Stati Uniti hanno paura dell’ispezione dell’OMS nello stesso modo in cui è stata fatta in Cina, ha detto Zeng.

Gli Stati Uniti, l’unico paese che ostacola la creazione di un meccanismo di verifica della Convenzione sulle armi biologiche (BWC), ha problemi sistematici, ha detto Zeng, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno paura che l’indagine sui suoi laboratori porterebbe a scavare più del suo sporco.

Xia Wenxin ha contribuito a questo articolo

(Traduzione automatica effettuata con Deep-Translator)

Articolo originale in inglese:

https://www.globaltimes.cn/page/202106/1227219.shtml

In Perù, Garabombo non è più invisibile. La reazione delle oligarchie e le pressioni esterne dopo la vittoria di Castillo.

di Marco Consolo

Sono ore di alta tensione in Perù. Dal 6 giugno, data del secondo turno delle elezioni presidenziali sono passate più di 2 settimane e l’autorità elettorale peruviana non ha ancora dichiarato ufficialmente vincitore il maestro Pedro Castillo, candidato della formazione di sinistra “Perù libre”. In base al totale dei voti scrutinati, Castillo è in testa per circa 44.000 voti (50,12%), contro Keiko Fujimori, la “candidata della vergogna” e della mafia che si è fermata al 49,88 %. Il risultato consegna un Paese diviso in due come una mela, con una profonda crisi istituzionale, più di 190.000 decessi a causa della pandemia, una corruzione dilagante, un profondo classismo (in particolare conro i popoli originari) e le sequele di un estrattivismo selvaggio con morti, feriti e detenuti.

Ma non c’è 2 senza 3, ed è la terza volta consecutiva che Fujimori viene sconfitta, dopo il 2011 ed il 2016.

Come da copione latino americano (e di Trump), va in scena il sovversivismo delle classi dirigenti: l’oligarchia bianca, il fascismo peruviano e la destra internazionale  non si rassegnano alla sconfitta, gridano ai brogli e da tempo hanno attivato un piano per non riconoscere la volontà popolare. Già prima del ballottaggio, il blocco sociale composto da oligarchia, latifondi mediatici, settori delle FF.AA. e della magistratura, insieme alla Confindustria locale, ha lanciato una campagna di odio anti-comunista e di false accuse di fiancheggiamento al terrorismo contro Castillo ed il resto della sinistra.

La strategia golpista

Nelle settimane scorse, a Washington è cresciuto il nervosismo e, sotto suggerimento a stelle e a strisce,  la “signora K” aveva invitato inutilmente il terrorista venezuelano Leopoldo Lopez a dar manforte nella campagna elettorale contro il “castro-chavismo”. Non sono serviti gli appelli anti-comunisti di Vargas Llosa a favore della signora K, con una giravolta rispetto al passato degna di miglior causa.  Nè era stato utile l’appello di 23 ex-presidenti di destra ad ammettere le “denunce” (fuori tempo massimo) di K per “brogli” e non riconoscere la vittoria di Castillo. Sforzi che non sono serviti ad evitare la sconfitta nel “cortile di casa” statunitense, nell’ennesimo Paese latinoamericano che cerca di sfuggire al controllo imperiale.

Oggi la signora K, la “mafia fujimorista” (e Vargas Llosa), cercano di evitare che Castillo sia proclamato presidente il prossimo 28 luglio, con sfacciate manovre golpiste.  Ed altresì, risparmiare 30 anni di galera per corruzione a Keiko Fujimori, accusata in vari processi a suo carico.

Per far ciò, utilizzano una strategia di “guerra asimmetrica” diretta dal famigerato Vladimiro Montesinos (ex capo dei servizi segreti, oggi nel carcere dorato della base navale del Callo) e dalla CIA.

E’ una strategia che conta su diverse mosse, comprese quelle del puntuale e sanguinoso attacco contro la popolazione attribuito immediatamente a Sendero Luminoso (formazione praticamente scomparsa da anni) a pochi giorni dalle elezioni.

In un elenco non esaustivo, all’inizio hanno provato a ritardare il più possibile, e con qualsiasi mezzo, il conteggio dei voti per evitare la proclamazione di Castillo, cosa che non ha portato a nulla a causa della differenza dei suffragi, ammessa dalle stesse autorità elettorali.

Vista la mala parata, hanno iniziato a chiedere nuove elezioni “per brogli”, senza uno straccio di prova ed in totale disprezzo delle leggi e della Costituzione peruviana (promulgata dal padre di Keiko, Alberto Fujimori, golpista, corrotto e genocida attualmente in galera), cercando di fare pressioni di ogni genere sull’autorità elettorale. Per fare ciò, la signora K ha arruolato i più famosi avvocati, con compensi milionari.

In queste settimane, si è intensificata la campagna di odio, paura e false accuse di “terrorista” contro Castillo, con l’appoggio dei mezzi di disinformazione di massa, innaffiati da abbondanti flussi di denaro. Una campagna rivelatasi contro-producente visto che, viceversa, ha provocato il rifiuto di metà della popolazione, della poca stampa indipendente e non corrotta, degli osservatori internazionali (tra cui la stessa progolpista OEA, diretta da Almagro).

Parallelamente, si agita la piazza con i suoi sostenitori, i poveri ingannati e i ricchi convinti (che obbligano le loro lavoratrici domestiche a portarne i cartelli di protesta contro Castillo e il comunismo, con la minaccia di licenziamento): cercano lo scontro fisico con i “ronderos” contadini, e quanti si sono mobilitati a Lima da tutto il Paese, con l’obiettivo di provocare scontri, caos, morti e feriti,  e fare intervenire le forze dell’ordine. Ma nonostante le provocazioni, neanche questo ha finora prodotto risultati.

Per non farsi mancare nulla, cercano anche di dare un golpe istituzionale per poter annullare le elezioni, attraverso manovre parlamentari e la nomina di un nuovo Tribunale Costituzionale, in mano a  un parlamento il cui mandato scade fra un mese.

Tintinnio di sciabole

Dulcis in fundo, si agita il sovversivismo nelle FF.AA., spingendo militari in pensione (di cui molti avevano appoggiato Montesinos nel marzo del 1999, come l’Almirante Jorge Montoya) a pronunciarsi contro il “caos político”. Puntuale come un buon orologio, lo scorso 15 giugno, un comunicato di ex–militari di destra delle tre armi, faceva appello alla sollevazione militare contro Castillo. Dietro le quinte, la regia del generale in pensione Otto Guibovich, oggi deputato di Acción Popular, partito dell’altro golpista Manuel Merino, cacciato dalle mobilitazioni studentesche nel novembre 2020.  Il comunicato ha provocato la dura reazione dell’attuale presidente Francisco Sagasti, che ha chiesto alla magistratura di procedere contro i firmatari.

Non è da sottovalutare questo tintinnio di sciabole, possibile anticamera di un golpe del XXI° secolo, con l’avallo del Pentagono e della CIA, per rendere impossibile il governo del maestro Castillo, “comunista, terrorista, incapace e confiscatore della proprietà privata”. Una modalità da non scartare, nonostante le difficoltà interne ed internazionali.

Ma piaccia o no alle classi dominanti, Castillo dovrebbe essere  proclamato presidente il prossimo 28 luglio. A differenza di Garabombo,  personaggio del bellissimo romanzo dello scomparso Manuel Scorza, che diventava invisibile agli occhi dei potenti per meglio difendere i diritti della povera gente, oggi gli invisibili, si sono palesati nella candidatura di un maestro elementare delle Ande peruviane.  Sono gli esclusi di sempre, delle campagne e  delle periferie urbane, impoveriti dal modello capitalista, neo-liberale ed estrattivista, che hanno poco da perdere, perchè possiedono poco o nulla. Sono tra i principali protagonisti della rivolta contro i poteri forti, contro i mafiosi che hanno governato il Paese negli ultimi decenni con il “pilota automatico” della Costituzione varata nel 1993 dal golpista Fujimori.

Dietro le quinte, la Casabianca corteggia i falchi golpisti e cerca affannosamente nuove e più efficaci strategie. Lo fa oggi con il “volto nuovo” di Biden, lo strascico “politico-letterario” del pennivendolo Vargas Llosa, la mafia di Miami e i congressisti come Marco Rubio, da sempre in prima fila nell’attacco ai processi di trasformazione del continente, con la trita propaganda di “libertà vs comunismo”.

Le priorità del maestro Pedro Castillo

Se sarà finalmente proclamato presidente, Castillo propone di arrivare ad una nuova Costituzione, che restituisca protagonismo allo Stato, sia in quanto a politiche pubbliche incisive, che come regolatore del mercato, per passare da una “Economia Sociale di Mercato” (secondo la costituzione golpista) a quello che il suo programma definisce  “Economia popolare con mercati”. Si tratta di un cambio di modello che propone misure urgenti per i primi 100 giorni. Tra le priorità, combattere a fondo la pandemia; rilanciare l’occupazione e l’economia popolare; un processo progressivo verso la seconda riforma agraria; una giusta fiscalità verso le grandi imprese (che oggi evadono sfacciatamente); la convocazione di un referendum costituente con un grande dialogo nazionale e popolare. Detto in altri termini, le priorità  immediate del futuro governo di Pedro Castillo saranno la campagna di vaccinazioni, e la riattivazione económica,  con l’obiettivo di creare occupazione, soprattutto nelle campagne e per le piccole e medie imprese.

Lungi dall’essere un “libro dei sogni”, sono misure urgenti e necessarie per cambiare il destino del popolo peruviano.

Ma sono misure che dovranno essere approvate dal nuovo Parlamento (eletto al primo turno), nel quale le sinistre di Perù Libre e della coalizione Juntos por el Perù non hanno la maggioranza.    Su 130 deputati, possono solo contare con i 37 del primo e i 5 della seconda, più pochi altri che potrebbero allearsi, per arrivare forse a 50. Sarà quindi una battaglia durissima, soprattutto rispetto alla possibilità di redigere una nuova Costituzione, che si può solo vincere con una forte mobilitazione sociale, come quella del novembre 2020 e di questi ultimi giorni.

Nel frattempo, l’accompagnamento internazionale contro le manovre golpiste in atto può aiutare a fare la differenza.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/in-peru-garabombo-non-e-piu-invisibile/

Trump, Fort Detrick e il Covid 19: Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Tutta una serie di variegate informazioni e di fatti concreti, combinati strettamente tra loro a partire da alcune clamorose anomalie, provano e attestano oltre ogni dubbio che:

1. Il coronavirus ha iniziato a contagiare e devastare il mondo trovando il suo luogo di origine e di propagazione nella base militare e nel laboratorio batteriologico di Fort Detrick, collocato nello stato del Maryland degli Stati Uniti, fin dal luglio del 2019 e quindi più di tre mesi in anticipo rispetto ai casi riportati a Wuhan e in Cina;

2. Il governo Trump, gli apparati statali americani e l’amministrazione Biden in carica dal gennaio del 2021, hanno via via cercato, coscientemente e costantemente, di coprire e nascondere tale gravissimo evento di contaminazione durante il periodo compreso tra il luglio del 2019 e il presente, ossia per due lunghi e sanguinosi anni: una menzogna permanente e perfettamente consapevole di Washington che ha direttamente causato e prodotto il dilagare della paurosa strage di più di tre milioni di esseri umani, insanguinando dall’estate del 2019 quasi tutto il nostro pianeta e provocando circa 600.000 vittime innocenti nella stessa America.

Fin dal 1943 e senza soluzione di continuità uno dei principali siti militari statunitensi per la guerra batteriologica, Fort Detrick, registrò al suo interno una prima e innegabile “fuga” verso il mondo esterno del batterio che causa l’antrace (una gravissima infezione, con sintomi molto simili a quelli creati dalla polmonite) già il 18 settembre 2001, ossia solo una settimana dopo gli attentati dell’11 settembre.1

Dopo questo pessimo precedente, è sicuro e attestato senza ombra di dubbio persino da un articolo dell’insospettabile NewYorkTimesdel 5 agosto 2019 che durante la seconda metà di luglio del 2019 l’attività di ricerca batteriologica di Fort Detrick venne chiusa: quest’ultima serrò dunque i battenti nel luglio del 2019 in modo improvviso, rimanendo non operativa per molti mesi e riavviando completamente la sua attività solo a fine marzo 2020.2

Al di là delle spiegazioni ufficiali del Pentagono rispetto a tale prolungata serrata, relative a un problema delle acque reflue, si registra dunque un’anomalia made in USA, allo stesso tempo clamorosa e incontrovertibile, fuori discussione e inattaccabile: ma qual era la vera ragione della singolare, eclatante e improvvisa chiusura delle ricerche batteriologiche a Fort Detrick?

Un’embrionale risposta venne fornita quasi subito da un lucido articolo dell’insospettabile e anticomunista quotidiano inglese Indipendent, il quale già il 6 agosto del 2019 notò che

«al principale laboratorio di guerra batteriologica dell‘America era allora stato ordinato di interrompere tutte le ricerche sui più letali virus e agenti patogeni per il timore che le scorie tossiche potessero uscire dalla struttura. Sin dall’inizio della Guerra Fredda, Fort Detrick in Maryland è stato l’epicentro della ricerca di armi batteriologiche dell’Esercito USA. Il mese scorso [ossia il luglio 2019, ndr] il Centro per il Controllo e la Prevenzione di malattie (l’organismo governativo di salute pubblica) ha privato il laboratorio della sua licenza per gestire “agenti patogeni selezionati” altamente riservati che includono ebola, vaiolo e antrace. L’inusuale mossa è seguita ad una ispezione del CDC a Fort Detrick che ha scoperto gravi problemi nelle nuove procedure utilizzate per decontaminare gli scarti liquidi. Per anni la struttura ha fatto uso di un impianto di sterilizzazione a vapore per trattare l’acqua contaminata, ma lo scorso anno, in seguito a una tempesta che ha allagato e distrutto il macchinario, Fort Detrick ha iniziato a utilizzare un sistema chimico di decontaminazione. Nonostante ciò, gli ispettori del CDC hanno trovato che le nuove procedure non erano sufficienti e che entrambi i guasti meccanici fossero causa di perdite e che i ricercatori avrebbero fallito a seguire propriamente il regolamento. Come risultato l’organizzazione ha mandato un provvedimento di sospensione ordinando a Fort Detrick di sospendere tutte le ricerche sugli agenti selezionati».3

Il mistero della sostanziale chiusura della base di Fort Detrick è stato in ogni caso risolto in modo indiscutibile da una seconda e sicura anomalia, sempre avvenuta in terra statunitense e verificatasi guarda caso a ridosso della serrata estiva della base militare del Maryland: ossia la “misteriosa” epidemia di polmonite acuta che colpì gli Stati Uniti, a partire proprio dal luglio del 2019. Su Internet si poteva tranquillamente leggere, fin dall’inizio di settembre del 2019, pertanto almeno due mesi prima dei primordi dell’epidemia di coronavirus a Wuhan e in Cina, tutta una serie di articoli e notizie eclatanti come quelle che seguono e che riguardavano proprio l’America:

«Da quest’estate [del 2019, ndr] oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Agli esami i polmoni appaiono come colpiti da un‘infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa. Gli Stati Uniti registrano altre due vittime (il totale sale così a tre) di una ancora misteriosa patologia polmonare legata allo svapo. Il secondo decesso – riferisce il New York Times – è avvenuto a luglio, un mese prima della persona che ha perso la vita in Illinois per lo stesso problema. Ma solo giovedì Ann Thomas, funzionario per la sanità dell‘Oregon e pediatra, ha reso nota la notizia. Thomas non ha voluto rivelare né il nome, né l‘età e il sesso della vittima, ma ha assicurato che la morte è stata causata dalla crisi respiratoria innescata dalla patologia legata allo svapo. “Appena arrivata in ospedale, la persona è stata ricoverata e attaccata al respiratore”. Dopo qualche settimana, i dottori hanno costatato che l‘infezione polmonare era arrivata a livelli irreversibili. La vittima aveva acquistato un prodotto per le sigarette elettroniche in un marjuana shop. Il terzo decesso è stato confermato in data 5 settembre dai funzionari sanitari dell’Indiana. Si tratta di “una persona di età superiore ai 18 anni”, ha dichiarato il Dipartimento della Salute dello Stato in una nota. Nello Stato, in particolare, sono in esame 30 casi di gravi lesioni polmonari legate allo svapo [l’inalazione tramite sigarette elettroniche, ndr]. Da quest’estate oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Tutti sono svapatori. Vengono ricoverati per fiato corto, crisi respiratoria, diarrea, vertigini, vomito. Agli esami tomografici i polmoni appaiono come colpiti da un‘infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa».4

Dopo aver notato di sfuggita come agli inizi di settembre del 2019 proprio il Maryland, ossia lo stato federale nel quale è collocato Fort Detrick, stesse valutando se prendere delle misure per frenare l’uso delle peraltro inoffensive (in assenza di Covid-19) sigarette elettroniche, ritenute allora la causa della misteriosa “polmonite” iniziata negli USA nell’estate del 2019, va sottolineato che i sintomi della suddetta epidemia che colpì allora l’America, in concomitanza con la quasi simultanea chiusura della “biologica” Fort Detrick, furono identici alla malattia che in seguito venne identificata, e non certo da Washington, come coronavirus: del resto lo stesso Robert Redfield, in qualità di direttore del centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie, in seguito e all’inizio del 2020 ammise parzialmente che alcuni casi di Covid-19 si erano verificati all’interno degli Stati Uniti già nel corso del 2019, ma vennero diagnosticati come “influenza”, come riferì anche il giornale TheGuardian.5

Dopo la chiusura di Fort Detrick a fine luglio del 2019 e l’epidemia misteriosa di “polmonite” nella stessa estate, emerse comunque una terza singolarità in terra statunitense sempre in quel periodo: infatti le autorità governative e sanitarie del paese per alcuni mesi attribuirono, in modo illogico, le morti per le strane polmoniti che si stavano verificando negli Stati Uniti nell’estate del 2019 all’innocuo e ormai decennale consumo di sigarette elettroniche (innocuo, ovviamente, in assenza di coronavirus), creando una colossale e governativa fake news. Si trattò di un’assurdità incredibile visto che per dodici anni, dal lontano 2007, le sigarette elettroniche erano state utilizzate su larga scala da milioni e milioni di cittadini degli Stati Uniti: durante i lunghi mesi che separano il 2007 dal luglio del 2019 tale consumo non ha creato alcun problema sanitario serio, né soprattutto polmoniti gravi, mentre risultava chiaro che il presunto effetto nocivo delle sigarette elettroniche era, in modo incredibile, limitato e circoscritto solo agli USA e non coinvolgeva in alcun modo il resto del mondo, dove pure il fumo elettrico era diffuso da un decennio. Fin dal settembre del 2019 alcuni studi medici hanno mano a mano dimostrato l’assenza di qualunque collegamento diretto tra “svapare”, cioè inalare da sigarette elettroniche, e le “polmoniti” del 2019: ma se il governo Trump e le autorità statunitensi non parlarono in alcun modo di quello che era successo a Fort Detrick, viceversa esse fino all’ottobre 2019 lasciarono tranquillamente che per alcuni mesi si propagassero le false informazioni sull’inesistente legame tra la nuova e “misteriosa” (misteriosa, ma non certo a Fort Detrick) malattia polmonare e le sigarette elettroniche.6

Siamo in presenza di fatti eclatanti e innegabili, che a questo punto vanno collegati con un’ennesima anomalia avente per oggetto questa volta il mistero dei giochi militari di Wuhan: a tal proposito l’insospettabile, filoamericano e anticomunista quotidiano Il Messaggero ha pubblicato nel 2020 un articolo intitolato Primi casiai giochimondialimilitari diWuhan2019:

«Vuoi vedere che il coronavirus era nell‟aria di Wuhan già in ottobre, un mese in anticipo rispetto al primo caso ufficiale riscontrato sul suolo cinese e datato 17 novembre? Verso questa possibile conclusione potrebbero condurre alcune testimonianze di atleti recatasi nella località cinese, per prendere parte ai Giochi Mondiali militari, i quali sia in Cina sia al ritorno in patria hanno manifestato i sintomi di quella malattia, che alcuni mesi dopo, avrebbe scombussolato il mondo intero. Alla rassegna degli sportivi in divisa, celebratasi nel capoluogo della provincia di Hubei dal 18 al 27 ottobre, hanno preso parte 10mila atleti provenienti da un centinaio di paesi. Tra di loro c‘erano anche due pentatleti francesi, Valentin Belaud e Elodie Clouvel, che al quotidiano l‟Equipe, hanno raccontato di essersi ammalati ed essere stati costretti a saltare gli allenamenti in Cina, accusando problemi mai avuti in precedenza. In più la coppia, nel momento in cui ha comunicato il problema allo staff medico, ha appreso che anche altri membri della delegazione transalpina si erano ammalati. Pure sul fronte italiano, i racconti degli azzurri presenti in Cina condurrebbero alla stessa conclusione. Tra gli altri lo spadista Matteo Tagliariol, olimpionico a Pechino 2008, che a Wuhan ha gareggiato nella prova a squadre insieme a Paolo Pizzo e Lorenzo Buzzi, ha ricordato di essere stato malato per diversi giorni, soffrendo soprattutto di una fastidiosissima tosse, e che nel centro medico del villaggio le aspirine erano esaurite, a causa dell‘elevato numero di malati. Poi al rientro in Italia, il 37enne Tagliariol ha avuto la febbre e dopo la sua guarigione si sono ammalati pure la compagna, la fiorettista Martina Batini, e il figlio di due anni. “Ai mondiali militari di Wuhan ci siamo ammalati tutti, 6 su 6 nell’appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine”, ha detto Tagliariol».7

Sappiamo con assoluta certezza che i giochi militari mondiali di Wuhan, collegati ovviamente con l’arrivo in Cina di migliaia di militari occidentali e di centinaia di atleti USA, non avvennero nel giugno 2019, ma a partire dal 18 ottobre 2019: dunque a tre mesi di distanza e circa cento giorni dopo i primi casi negli Stati Uniti, verificatisi a partire dal luglio 2019, e tra l’altro sessanta giorni dopo i primi casi di coronavirus a Milano e in Lombardia. Vista la presenza innegabile del Covid-19 negli USA già durante l’estate del 2019, quindi, furono gli atleti statunitensi a esportare involontariamente il coronavirus in Cina a Wuhan, non il contrario, senza comunque che il governo degli Stati Uniti avvertisse in alcun modo le autorità cinesi dell’epidemia di “polmonite” in corso nella nazione americana. Di fronte a questo quadro risulta perfettamente chiaro perché i ricercatori dell’autorevole Organizzazione Mondiale della Sanità, un ente dell’ONU, al termine di una serie di ispezioni effettuate all’inizio del 2021 a Wuhan, abbiano definito chiaramente e senza mezzi termini “altamente improbabile” che il coronavirus sia fuoriuscito dal laboratorio di ricerche di Wuhan.8

La quinta anomalia ha per oggetto la particolare, inquietante e maligna “simulazione di scenario” pubblicato nell’ottobre del 2019 dal John Hopkins Center for Health Security assieme ad altre due organizzazioni statunitensi, relativa allo scoppio di una pandemia di “coronavirus immaginario”, originatasi in un ipotetico allevamento di maiali del Brasile: una simulazione a tavolino che stranamente si stava già trasformando in realtà, in terra statunitense.

«Eric Toner è uno scienziato americano del John Hopkins Center for Health Security, e a ottobre scorso aveva simulato una pandemia di coronavirus. Tre mesi fa, infatti, il centro di ricerca di New York ha condotto un esperimento insieme al World Economic Forum e la Bill and Melinda Gates Foundation, per dimostrare l‘importanza della partnership tra istituzioni pubbliche e enti privati nel far fronte a pandemie globali. Lo studio ha simulato una pandemia di coronavirus immaginario originato negli allevamenti di suini del Brasile e un‘espansione in quasi tutti i Paesi del mondo nell‘arco di 6 mesi. Secondo l‘impressionante simulazione, nell‘arco di 18 mesi 65 milioni di persone sarebbero morte. Come ha precisato il John Hopkins Center, l‘esperimento e i risultati relativi al numero di vittime non corrispondevano in nessun modo a previsione, ma a una semplice simulazione».9

Questa “semplice simulazione” venne pubblicata guarda caso nell’ottobre del 2019: ossia proprio dopo che negli USA era stata chiusa da circa tre mesi la base militare di Fort Detrick, dopo lo scoppio dell’epidemia di polmoniti e dopo l’allarme per il presunto effetto nocivo delle innocue sigarette elettroniche in terra americana. Un’ultima anomalia, che rafforza ancora di più la “teoria Fort Detrick”, ha per oggetto invece l’enorme numero di vittime purtroppo avvenute sempre negli Stati Uniti a causa dell‘“influenza” che colpì il paese dal novembre 2019 (quando a Wuhan stavano iniziando solo i primi sporadici casi…) fino al febbraio 2020, determinando la cifra impressionante di quasi ventimila morti.

Non a caso già nel febbraio 2020, in modo responsabile e onesto,

«il Prof. Edward Livingston ed i suoi colleghi, in questa infografica pubblicata il 26 Febbraio su JAMA, sottolineano come, sebbene vi sia una grande attenzione all‟epidemia della malattia di coronavirus 2019 (COVID-19), tuttavia questa condizione costituisce un problema rilevante in un‟area della Cina e sembra avere ramificazioni cliniche limitate al di fuori di quella regione. Sta di fatto che gli Stati Uniti stanno vivendo una grave stagione influenzale che ha già provocato più di 16.000 morti. L‘infografica pubblicata su JAMA mette a confronto i tassi di incidenza e mortalità per le 2 malattie virali delle vie respiratorie. Nel periodo sino al 24 Febbraio 2020, negli Stati Uniti, relativamente al COVID- 19, sono stati registrati 14 casi diagnosticati dal sistema sanitario statunitense, 39 casi tra i cittadini statunitensi rimpatriati. Non sono stati segnalati morti, né pazienti critici e non ci sono evidenze di trasmissione, negli Stati Uniti, in una ampia comunità. Analizzando parallelamente i dati sull‘influenza, negli Stati Uniti, al 15 Febbraio 2020, i CDC stimano che si siano ammalate almeno 29 milioni di persone, che siano state effettuate almeno 13 milioni di visite mediche, almeno 280.000 ospedalizzazioni e che i morti siano stati almeno 16.000, da sottolineare le 105 morti pediatriche correlate all‘influenza. Pertanto gli Autori ritengono che, sulla base di questi dati, da un punto di vista della sanità pubblica le persone dovrebbero focalizzare la loro attenzione sull‘influenza ed adottare le misure preventive che includono, nel caso dell‘influenza, anche la possibilità del vaccino, oltre a quelle più volte ricordate per tutti i virus respiratori».10

Ma non si trattava certo solo di “influenza”, come ha dimostrato la prima “pistola fumante” in questo particolare intrigo e giallo di portata planetaria: si tratta della scrupolosa attività dell’insospettabile Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che ha attestato e dimostrato nell’ottobre del 2020 come il coronavirus fosse senza alcun dubbio presente in Lombardia e alcune altre regioni di Italia fin dal settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima dell’inizio dell’epidemia a Wuhan e in Cina.

«Il virus SarsCov2 circolava in Italia già a settembre 2019, dunque ben prima di quanto si è pensato finora. La conferma arriva da uno studio dell’Istituto dei tumori di Milano e dell’università di Siena, che ha come primo firmatario il direttore scientifico Giovanni Apolone, pubblicato sulla rivista Tumori Journal. Analizzando i campioni di 959 persone, tutte asintomatiche, che avevano partecipato agli screening per il tumore al polmone tra settembre 2019 e marzo 2020, l’11,6% (111 su 959) di queste persone aveva gli anticorpi al coronavirus, di cui il 14% già a settembre, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020, e il maggior numero (53,2%) in Lombardia».11

Si tratta di una notizia clamorosa, oltre che indiscutibile e sicura: essa dimostra che l’allora “misteriosa” epidemia polmonare, sviluppatasi negli Stati Uniti dal luglio del 2019, si era estesa sicuramente dall’America all’Italia trasferendosi di luogo e nazione all’interno del mondo occidentale, e non certo in quello asiatico…

A questo punto va fatta emergere una seconda superprova: uno studio accurato dell’insospettabile ente statunitense denominato “Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie” (CDC), pubblicato purtroppo molto in ritardo (solo alla fine del 2020), ha rilevato come ben 39 campioni di sangue, presi tra il 13 e il 16 dicembre del 2019 in California, Oregon e Washington, fossero risultati positivi agli anticorpi del coronavirus: dimostrando quindi in modo indiscutibile che la quarantina di persone coinvolte era stata infettata dal Covid-19 già nelle settimane precedenti allo scoppio su vasta scala dell’epidemia di Wuhan.12

Si può inoltre congiungere tale elemento indiscutibile a una terza e formidabile superprova, che fa luce definitivamente sul caso in oggetto. Infatti ormai è sicura l’identità del “paziente zero”, anzi dei numerosi pazienti zero del Covid di natura civile: gli sfortunati pensionati di una casa di riposo di Green Spring, in Virginia e nella contea di Fairfax, collocata per loro sfortuna vicino a Fort Belvoir, un ospedale destinato ai militari statunitensi che assiste anche i ricoverandi in arrivo da Fort Detrick.13

La sera dell’11 luglio del 2019, infatti, più di tre mesi prima dei giochi militari di Wuhan, l’insospettabile e anticomunista rete televisiva “ABC” raccontò che in quei giorni, almeno quattro mesi prima dei casi iniziali a Wuhan,

«“[…] una malattia mortale in Virginia ha portato due morti e dozzine di residenti infettati di una malattia respiratoria qui nella comunità di pensionamento di Green Spring. Negli ultimi 11 giorni, 54 persone si sono ammalate con sintomi che vanno da una brutta tosse alla polmonite, senza indizi chiave su come sia scoppiata la malattia improvvisa”. Passano due giorni e la strana epidemia compare anche in un‟altra casa di riposo li vicino. È sempre il tg [statunitense dell’ABC, ndr] a raccontarlo: “Un misterioso virus respiratorio ha colpito una seconda casa di riposo nella contea di Fairfax”. L‟unica cosa chiara al momento è che, due giorni dopo la seconda epidemia a poche decine di miglia di distanza, con un ordine del Cdc, il laboratorio di sicurezza biologica livello 4 di Usamriid, a Fort Detrick nel Maryland, viene chiuso per un incidente di biocontenimento. È sempre il tg a raccontare le paure degli abitanti di quella zona: “Gli abitanti che vivono vicino a Fort Detrick vogliono sapere perché il laboratorio top di Army Germ, uno dei più noti, è stato chiuso così velocemente”».

Era ed è tuttora un’ottima domanda, un eccellente interrogativo.

«A Fort Detrick infatti gli scienziati Usa gestiscono alcuni degli agenti biologici più sensibili e conducono ricerche mediche all‘interno di esso. Ricerche anche su cellule virali molto pericolose, come Ebola e Antrace. […] E allora non possiamo che porci una domanda: c‘è forse una correlazione tra la fuga di biocontenimento di Fort Detrick e le epidemie anomale dentro le due case di riposo di Green Spring? È sufficiente osservare la mappa per vedere che vicinissima alle due case di riposo c‘è Fort Belvoir, un ospedale per i militari che tra gli altri assiste anche quelli di Fort Detrick. Ma come sarebbe arrivato il contagio da Fort Belvoir alle due case di riposo? Il fatto è che proprio questo ospedale assiste anche i veterani di guerra delle forze armate americane, che vivono anche dentro le due case di riposo. Vi mostriamo alcune immagini, nelle quali si vedono i marines festeggiare nella casa di riposo di Burke i numerosi veterani della seconda guerra mondiale per l‘anniversario di fondazione del loro corpo. Può dunque esistere un filo che lega l‘incidente di biocontenimento di Fort Detrick, l‘ospedale militare di Fort Belvoir e le case di riposo in cui si manifesta l‘anomala epidemia di luglio?»14

Tra l’altro proprio il sito della contea virginiana di Fairfax, in data 26 luglio 2019, sottolineò che ben 63 residenti della casa di riposo di Green Spring erano stati sottoposti in loco a «numerosiesami», ma anche dopo di essi «nessun specifico agente patogeno era stato identificato come causadell‟epidemia».15 Se si considerano le altre due “pistole fumanti” e le sopracitate anomalie (le “pericolosissime” sigarette elettroniche made in USA, ecc.), il “filo” che lega Fort Detrick e il Covid è indiscutibile.

Tiriamo le conclusioni.

Tutti i fatti riportati escludono, in modo sicuro e categorico, che l’epidemia di coronavirus si sia sviluppata a partire dalla Cina e da Wuhan, dalla fine di ottobre del 2019; essa invece era virulenta e attiva in Virginia e negli Stati Uniti fin dal luglio del 2019, quindi almeno tre mesi prima dell’inizio della pandemia in Cina.

Come andarono realmente le cose, per la genesi della tragedia del Covid?

Fase uno: verso la fine di giugno del 2019 e a Fort Detrick, si verifica una contaminazione di personale militare statunitense attraverso il coronavirus contenuto nei laboratori della base.

Fase due: una parte del personale infettato viene portato all’ospedale militare di Fort Belvoir, in Virginia.

Fase tre: attorno al 4 luglio 2019, festa nazionale degli USA, involontariamente alcuni marines di Fort Belvoir contagiati dal Covid-19 portano e distribuiscono a piene mani la malattia nella casa di riposo di Green Spring, oltre che in giro per il Maryland e la Virginia.

Fase quattro: dopo un’incubazione di una settimana, scoppia purtroppo una prima epidemia nella casa di riposo di Green Spring con i suoi 263 residenti: due muoiono, i primi caduti dei futuri tre milioni di morti per la pandemia di coronavirus, mentre il Covid-19 raggiunge con la sua marcia mortale un’altra casa di riposo vicino a Green Spring.

Fase cinque: dopo alcuni giorni il Pentagono inizia a preoccuparsi, ordinando la chiusura di tutte le attività di ricerca batteriologica a Fort Detrick, a metà luglio.

Fase sei: dalla metà di luglio all’inizio di ottobre del 2019 l’epidemia via via si espande sia negli Stati Uniti che all’estero, arrivando sicuramente a Milano e in Lombardia all’inizio di settembre del 2019, come provato dall’Istituto dei Tumori di Milano.

Fase sette: le olimpiadi militari mondiali di Wuhan. A tal proposito l’insospettabile e anticomunista sito intitolato Le Iene ha riportato che

«le autorità cinesi hanno più volte sostenuto che l‘epidemia sarebbe arrivata a Wuhan con i militari dell‘esercito americano che partecipavano alle gare del “World Military Games 2019”, in programma dal 12 al 28 ottobre. Noi ovviamente non lo sappiamo, ma dal periodico delle forze armate americane scopriamo che alcuni militari di Fort Belvoir hanno partecipato a quei Giochi. Tra questi il sergente di prima classe Maatje Benassi e il capitano dell’esercito Justine Stremick, che serve come medico di medicina di emergenza dell’esercito a Fort Belvoir in Virginia. Quindi almeno due atleti dell‟ospedale militare situato vicino alle case di riposo dove c‟è stata l‟epidemia sospetta di luglio sarebbero andati a Wuhan per le olimpiadi di ottobre 2019».16

La “fase otto”, che seguì l’inizio di novembre del 2019 e che arriva fino a oggi, risulta purtroppo fin troppo ben conosciuta a livello mondiale…

Le conseguenze della tesi in oggetto dimostrata da numerosi fatti testardi sono fin troppo chiare. Chiediamo innanzitutto all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente dell’ONU che del resto ha già effettuato un’ispezione accurata a Wuhan in Cina verso l’inizio del 2021, di compiere celermente un’analoga e altrettanto approfondita inchiesta anche rispetto a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo di Green Spring in Virginia, al fine di far luce finalmente sulla reale origine dell’epidemia di coronavirus a partire dall’estate del 2019. Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce.

Può sembrare strano ma anche la precedente e famigerata epidemia di “spagnola”, una gravissima forma di influenza che uccise come minimo cinquanta milioni di persone tra il 1918 e il 1920, non nacque e non si sviluppò certo in Spagna, ma viceversa negli Stati Uniti e in Kansas all’inizio del 1918. Non solo: la cosiddetta epidemia “spagnola” inizialmente venne alla luce e si propagò da una base militare statunitense, anche se quella volta non si trattò di Fort Detrick bensì di Fort Reiley, collocato per l’appunto nel Kansas. Anche in quel caso le menzogne furono molte.

È stato notato, in modo lucido e veritiero, che «ogni epidemia ha la sua infodemia, un alone tossico di panzane e disinformazione. Sentite cosa scriveva il quotidiano americano The Washington Times il 6 ottobre 1918: “Anzitutto bisogna dire che il termine ‘influenza spagnola’ è chiaramente un errore, e che il nome dovrebbe essere ‘influenza tedesca’, perché l‘indagine prova che la malattia ha avuto inizio nelle trincee germaniche. Dopodiché ha compiuto un giro dell‘intero mondo civilizzato, nel corso del quale è esplosa con particolare virulenza in Spagna, a causa di certe condizioni locali”. Sono i giorni di picco dell‘infezione che farà 50, forse 100 milioni di morti in tutto il mondo, un numero cinque o dieci volte superiore alle vittime della Grande Guerra che sta per finire, e l‘anonimo articolista ha ragione a dire che la Spagna non c‘entra. Ma è altrettanto ingiusto buttare la croce addosso agli odiati crucchi. I primi casi, in primavera, non si sono registrati nelle trincee del Kaiser, ma proprio in America, per l‘esattezza a Fort Riley nel Kansas, in un campo militare di quasi centomila metri quadri, dove più di mille reclute sono rimaste contagiate. Da quando, nell‟aprile del 1917, gli Stati Uniti sono scesi in guerra, il loro esercito è salito di colpo da 190 mila uomini a più di due milioni. E in maggioranza sono ragazzi alle prime armi, come il soldatino Charlot di Shoulder Arms. Molti di loro vengono da zone rurali dove vivevano in stretto contatto con polli o maiali: niente di più facile che il virus sia arrivato da lì, e che abbia fatto il salto dagli animali all‘uomo proprio in qualche fattoria del Kansas. Non influenza spagnola, dunque, e nemmeno tedesca: semmai americana. Ma non contento di dare in pasto al pubblico questa fake news, il Washington Times ne lancia anche un‘altra, e ben più colossale: “Che i germi dell‘influenza siano stati segretamente disseminati in questo Paese da sommergibili tedeschi è un‘accusa difficile da provare, ma i loro attacchi coi gas contro gli equipaggi dei nostri fari e navi-faro sono validi indizi contro di loro”. L‘epidemia, insomma, non ha nulla di naturale. All‘origine di tutto ci sarebbe un complotto criminale, la guerra biologica ordita dai servizi segreti di Guglielmo II ai danni degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. È curioso che a propagare questa bufala sia una testata con lo stesso nome (The Washington Times) di quella che un secolo dopo, allo scoppio del Coronavirus Covid-19, ha messo in giro la leggenda del microrganismo ingegnerizzato uscito da un laboratorio militare di Wuhan. Ieri gli elmetti chiodati, oggi gli untori cinesi. Nel 1918 non c‘erano Facebook e Whatsapp, e neppure il TgCom24 di Paolo Liguori, pronto a dare per certa la notizia, “confermata da fonte attendibilissima”. In compenso c‘era un conflitto mondiale, quel mostruoso mattatoio che abbiamo visto nel film di Sam Mendes, una corsa forsennata all‟annientamento reciproco dove tutto sembra ammesso, compreso il cloro per gasare le trincee opposte, ma anche una macchina dell‘odio che fabbrica a ciclo continuo le dicerie più assurde, ingigantite dalla cappa di censura sui mezzi di informazione. Un mese prima dell‘articolo sul Washington Times era stata un‟autorità come il colonnello Philip Doane, responsabile della sezione sanitaria della marina mercantile Usa, ad accreditare le tesi cospirazioniste: “Sarebbe molto facile per uno di questi agenti del Kaiser rilasciare germi dell‟influenza in un teatro o in qualche altro posto dove si radunano grandi assembramenti di persone. I tedeschi hanno iniziato le epidemie in Europa, e non c‘è motivo per cui debbano essere particolarmente gentili con l‘America”». 17

A volte la storia si ripete e a una vecchia tragedia se ne aggiunge una nuova, anche se accompagnata da menzogne abbastanza simili a quelle di un secolo fa.

* * * *

PETIZIONE ALL’OMS PER INDAGARE SULL’ORIGINE DEL CORONAVIRUS

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

Petizione popolare per chiedere all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di aprire un’indagine su Fort Detrick (USA) riguardo l’origine del coronavirus.

Alla luce della ricostruzione complessiva svolta nell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Ilcolpevolesilenzio degliStati Unitisulla vera originedel coronavirus;

viste le informazioni ormai acquisite su un’epidemia di polmonite verificatasi all’inizio di luglio 2019 in una casa di riposo di Green Spring, Virginia (USA);

vista l’anomala chiusura dei laboratori batteriologici di Fort Detrick (USA), proprio nella seconda metà di luglio del 2019 e durata per alcuni mesi;

visto il ritrovamento del coronavirus in Italia, in Lombardia e in altre regioni, fin dall’inizio di settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima della genesi dell’epidemia di Covid-19 a Wuhan in Cina;

visto il ritrovamento innegabile del coronavirus anche in un centinaio di cittadini statunitensi già all’inizio di dicembre del 2019;

chiediamo all’Organizzazione Mondiale della Sanità di compiere un’accurata indagine, come quella del resto già avviata a Wuhan all’inizio del 2021, riguardo a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo Green Spring, con l’obiettivo di appurare se il coronavirus possa essere stato originato nel territorio degli Stati Uniti d’America.

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

Primi Firmatari

Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli, studiosi di politica internazionale, estensori dell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla veraoriginedel coronavirus

Nunzia Augeri, saggista, Milano

Laura Baldelli, docente di Letteratura e Storia, Ancona

Alessandro Belfiore, Comitato No Guerra NO Nato

Maurizio Belligoni, già Direttore Generale Agenzia Sanitaria Regione Marche; primario di psichiatra

Fulvio Bellini, ricercatore politico, Milano

Ascanio Bernardeschi, redazione del giornale comunista on-line “LaCittàFutura

Giambattista Cadoppi, saggista, specialista di politica internazionale

Domenico Carofiglio, operaio, attivista FIOM Wirlphool Fabriano

Bruno Casati, Presidente Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano

Luigi Cavalli, regista cinematografico (ultimo film, 2019, “Mon cochon et moi”, protagonista Gerard Depardieu)

Geraldina Colotti, giornalista, corrispondente in Europa di Resumen LatinoAmericano

Marcello Concialdi, docente ed editore, Torino

Luigi Curcetti, Esecutivo Regionale Marche Unità Sindacale di Base (USB)

Manlio Dinucci, geografo e saggista

Salvatore Distefano, docente di Filosofia e storico del movimento operaio, Catania

Lorenzo Fascì, avvocato, Reggio Calabria;

Salvatore Fedele, chirurgo e già responsabile dipartimento Emergenze ospedale Acqui Terme, Alessandria

Carlo Formenti, giornalista e saggista, già caporedattore di “Alfabeta” e ricercatore presso l’Università di Lecce

Federico Fioranelli, docente di Economia e Diritto

Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”

Fosco Giannini, già Senatore della Repubblica, direttore di “Cumpanis”

Alberto Lombardo, professore ordinario di Statistica Università di Palermo e direttore de “La Riscossa”

Mario Marcucci, docente a contratto di Tecnica Farmaceutica all’Università “La Sapienza di Roma”; già primario di Farmacia

Vladimiro Merlin, delegato RSU FLC- CGIL; già Consigliere Comunale Milano

Alfredo Novarini, già amministratore del P.C.I; membro del Centro Culturale Concetto Marchesi.

Alessandro Pascale, insegnante, saggista e direttore di Storiauniversale.it

Fabio Pasquinelli, avvocato, Osimo (Ancona)

Marco Pondrelli, direttore di “Marx21”

Giorgio Racchicini, docente di Letteratura e Storia, Fermo

Nicola Romana, docente di Diritto Dip. Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche all’Università di Palermo

Onofrio Romano, professore associato di sociologia generale all’Università di Bari

Marino Severini, “voce” e chitarra de La Gang;

Alberto Sgalla, docente di Diritto e scrittore;

Luca Stocchi, Presidente Centro Culturale “Cumpanis” Genova

Alessandro Testa, musicista e studioso di estetica musicale

Roberto Vallepiano, scrittore

Fabrizio Verde, direttore de “L’AntiDiplomatico”

Alessandro Visalli, architetto e dottore di ricerca in pianificazione territoriale, esperto scienze del territorio e ambiente

Alessandro Volponi, docente di filosofia, Fermo

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Povero Rampini, ora che “Biden copia la Cina”

di Dante Barontini (da Contropiano)

Dopo Ernesto Galli Della Loggia, non poteva mancare il famoso traduttore Federico Rampini nella per ora breve lista degli opinionisti (fare informazione è un altro mestiere) che hanno ricevuto l’input “si cambia registro”.

Solo che non cerca di concettualizzare troppo, non si fida a toccare i “massimi sistemi”, e dunque si limita a fare il compitino anti-cinese. Purtroppo per lui – anche se finge di non accorgersene – così facendo si dà la zappa sui piedi e, soprattutto, rende un pessimo servizio ai suo datori di lavoro (il gruppo Gedi, parte della galassia Stellantis, che incorpora ora Fiat-Citroen-Peugeot-Chrysler; insomma una multinazionale davvero “euro-atlantica”).

Divertiamoci un po’.

Nella sua articolessa di oggi il buon Rampini deve segnalare che gli Usa stanno ripartendo alla grande, come e anzi più della Cina (che Pechino sia diventato ora il competitor principale è una decisione yankee, in perfetta continuità tra Triìum e Biden). E dunque comincia sparando su Xi Jinping, pur riconoscendo – sono dati ufficiali, addirittura un po’ più bassi delle previsioni degli analisti occident Joe Biden sta copiando Xi Jinping ali – l’enormità della crescita cinese nel primo trimestre 2021 (+18,3%).

Anche la ragione di questa fenomenale risalita non può essere ignorata: la gestione della pandemia è stata decisamente diversa tra Occidente ed Oriente. E i risultati si vedono a occhio nudo.

La “spiegazione” di Rampini è però esilarante. “Il ‘metodo Xi Jinping’ applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.

L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.

Se queste parole avessero un senso, bisognerebbe dire che “un regime autoritario” ha avuto paura della propria popolazione, mentre quelli “democratici” dell’Occidente se ne sono altamente fregati. Ma sistemi politici che “temono” la propria gente – qualunque cosa si intenda per “temere” – si mostrano decisamente più rispettosi di quelli che se ne fregano.

E non parliamo poi – e infatti Rampini tace su questo “piccolo dettaglio” – degli effetti di quella gestione in termini di vite umane: 567.000 morti negli Usa – con quasi 32 milioni di contagiati su una popolazione di 318 milioni di persone – contro i 4.845 morti e i 102.000 contagiati della Cina, che 1,4 miliardi abitanti. Oltre un milione di morti nell’Unione Europea, con 446 milioni di abitanti.

Tirando le somme: i regimi “democratici e liberali” hanno gestito le cose in modo da provocare strage dei propri cittadini, mentre il “regime autoritario” si è preoccupato – per “paura”, naturalmente – di minimizzare le perdite adottando le misure che ogni scienziato serio inutilmente predica dalle nostre parti. Eppure il primo dei diritti umani è proprio quello alla vita, no?

Dettaglio secondario: confinando l’epidemia a relativamente pochi casi, anche la capacità produttiva cinese ne ha tratto decisamente beneficio, anticipando di mesi la “ripresa” che qui è ancora al livello delle speranze.

Davvero vantaggiosa, insomma, la “democrazia liberale” per chi vive da queste parti.

Ma Rampini scrive l’articolo per far vedere che sa di economia, anche. E quindi deve girare i dati oggettivi in una torsione particolarmente ridicola: “Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori. Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.”

Il dato fornito da Rampini è in primo luogo sbagliato (49%, non 39), in secondo luogo parziale. Ogni redattore economico – ma anche chiunque faccia la spesa – sa che bisogna tener d’occhio non solo le uscite (esportazioni, in questo caso), ma anche le entrate, altrimenti non si capisce granché. Le importazioni cinesi nel primo trimestre sono a loro volta cresciute, e del 28%.

Dunque la ripresa cinese non è orientata solo dalle esportazioni (non lo era più già da qualche anno), ma complessiva. Certo, con l’Occidente inchiodato nei finti lockdown stop and go, si erano creati vuoti di mercato che sono stati immediatamente riempiti (e non solo di mascherine…).

Il discorso sarebbe lungo, i dati li abbiamo forniti molte vole e a quelli vi rimandiamo per non tediarvi.

Sorvoliamo anche su altre solenni sciocchezze (“Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali”, come se qui in Europa non fossimo schiacciati da 30 anni di deflazione salariale e modello “export oriented” di matrice teutonica).

La “notizia” che ci dà Rampini – un po’ in ritardo – è che “Joe Biden sta copiando Xi Jinping”, e che proprio per questo “L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.

Prima osservazione: se gli Usa ora copiano la Cina – sia pur limitatamente alla decisione di investimenti pubblici sostanziosi – vuol dire che il modello cinese non è poi così male; o comunque che il neoliberismo dominante fin dai tempi di Reagan sta tirando le cuoia, una crisi dopo l’altra.

Su questi altri “piccoli dettagli”… silenzio, naturalmente. I bilanci negativi si sposano male con il trionfalismo “amerikano” che Rampins deve promuovere.

Seconda osservazione: che “a crescita americana potrebbe superare quella cinese” è una previsione-speranza del Fmi, non un dato di fatto. Molto dipende sia dal via libero del Senato (al 50% trumpiano) al secondo piano di investimenti pubblici da 2.000 miliardi di dollari, oltre che dalla risposta del sistema economico ed industriale Usa, non proprio in buona salute negli ultimi tempi.

Terza osservazione: se “d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica”. Di più: spende in deficit cifre mostruose (altra inesattezza: i cinesi non ne hanno bisogno, perché sono pieni di liquidità), seppellendo il primo comandamento del neoliberismo stile Chicago Boys o BundesBank.

Silenzio di tomba su questo “contrordine!” che sta circolando nelle cancellerie occidentali…

Che gli Usa riprenderanno a crescere quest’anno, anche sul piano industriale, è certamente vero. La “botta” subita nel 2020 è stata forte, e la vaccinazione di massa – trattenendo negli Usa il grosso della produzione di Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson – rende a breve di nuovo possibile la riapertura di tutte le attività (qui si cerca di farlo senza le vaccinazioni, alla speraindio). Sull’Europa – e le illusioni che Rampini nutre – c’è poco da dire, visto che finora non un solo euro è stato stanziato davvero per avviare un qualsiasi tipo di Recovery.

Ma da un prestigioso e ultra-retribuito inviato internazionale ci si aspetterebbe un po’ più di precisione sui dati, qualche insulto gratuito e qualche panzana propagandistica in meno, un briciolo di riflessione sulle conseguenze di quel dice.

E parecchi silenzi in meno.

*****

Ripartono le locomotive

Federico Rampini – da La Repubblica

Per qualcuno la pandemia è un ricordo distante, un’immagine che rimpicciolisce nello specchietto retrovisore. La Cina ha cancellato tutti i danni, oggi è più ricca di quanto fosse nell’era pre Covid. La crescita dell’economia cinese nel primo trimestre di quest’anno, +18,3%, segna un record ventennale anche se in parte è dovuto al rimbalzo dopo la paralisi dei lockdown. La recessione del 2020 è stata brevissima in Cina.

Il “metodo Xi Jinping” applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.

L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.

Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori.

Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.

Nella formidabile performance del dragone cinese ci sono delle fragilità. La Repubblica Popolare si conferma troppo dipendente dalle esportazioni, in una fase in cui il protezionismo non è tramontato. Anzi, una delle rivelazioni della pandemia riguarda il pericolo di affidarsi a una logistica industriale troppo globale e dilatata, esposta a improvvise chiusure di frontiere (nei medicinali ma non solo)

Il mondo post Covid sì riorganizza con un’attenzione alla sicurezza delle catene produttive, che molti Stati cercano di riportare dentro i propri confini. Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali.

L’autogol nella diplomazia sanitaria, dopo la pasticciata (e poi smentita) ammissione che i vaccini made in China sono poco efficaci, rivela i limiti di un sistema allergico alla trasparenza.

Il vero successo della Cina però sì misura a Washington. L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.

Anche gli Stati Uniti hanno avuto una recessione più breve e meno cruenta del previsto; ora hanno la loro turbo-ripresa e finiranno per cancellare i danni sociali dei lockdown prima del previsto.

Ma in parte il boom americano ha una spiegazione sorprendente: Joe Biden sta copiando Xi Jinping. Già aveva cominciato Donald Trump, con un massiccio ricorso a manovre di spesa pubblica in deficit: l’anno scorso il deficit federale era balzato al 15% del Pil.

Biden continua sulla scia del suo predecessore, ha varato 1.900 miliardi di dollari di aiuti alle famiglie a cui vuol far seguire 2.000 miliardi di investimenti in infrastrutture. Pur in un anno di fortissima ripresa che vede risalire il gettito fiscale, il deficit pubblico sarà superiore al 10% del Pil.

È il modello che Pechino applicò nel 2008-2009: all’epoca dell’ultima crisi globale l’intervento statale consentì alla Cina di essere l’unica grande economia risparmiata dalla recessione.

L’altra lezione cinese che Biden sta copiando riguarda la politica industriale: d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica.

Nella gara tra le due superpotenze questa è la vera novità: l’America sta inseguendo un modello cinese, dopo averlo sottovalutato troppo a lungo.

L’Europa è in ritardo su tutti i fronti, ma le riprese gemelle delle due locomotive cinese e americana sono una buona notizia per tutti. Per scegliere un micro-esempio fra tanti: entro pochi anni i consumatori cinesi compreranno la metà di tutti i prodotti di lusso venduti nel mondo, saranno quindi un mercato sempre più trainante per il made in Italy.

Ma un monito viene dal recente infortunio di molte marche occidentali della moda che hanno osato boicottare il cotone dello Xinjiang per condannare gli abusi che Pechino infligge ai diritti umani in quella regione: è partita una massiccia campagna di rappresaglie.

Il nazionalismo cinese non perdona; usa il commercio estero come un’arma strategica di micidiale efficacia. Sempre più spesso, anche nella sfera economica l’Europa sarà messa di fronte a scelte difficili, dovrà decidere da che parte stare, e gli spazi per la neutralità si restringeranno perfino per chi pensa solo a vendere i propri prodotti.

FONTE: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/04/18/povero-rampini-ora-che-biden-copia-la-cina-0138182

Londra e Ankara: un’intesa commerciale e strategica

di Maurizio Vezzosi

Tra i numerosi accordi bilaterali e multilaterali sottoscritti dal Regno Unito sulla scorta dell’uscita dall’Unione Europea spicca quello firmato con la Turchia: un accordo di libero scambio tra le cui maglie traspare il rafforzamento della strategia antirussa, anti-iraniana e anticinese post-Brexit di Londra.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha descritto l’accordo come il «il più importante accordo commerciale» dopo quello firmato tra la Turchia e l’Unione Europea nel 1995. Dalla prospettiva turca esso incentiverà l’esportazione di prodotti alimentari, meccanici – specie per l’indotto automobilistico – chimici e tessili verso la Gran Bretagna. Per la Turchia Londra rappresenta infatti il secondo principale sbocco commerciale per le proprie esportazioni dopo la Germania. Stando alle stime inglesi, il volume d’affari tra Gran Bretagna e Turchia del 2019 ha superato il valore di 25 miliardi di sterline. Alcuni mesi fa, inoltre, Gran Bretagna e Turchia hanno svolto le prime esercitazioni aeree congiunte della loro storia e a distanza di poche settimane hanno reso operativa un’unione doganale.

Le pulsioni della Gran Bretagna post-Brexit sembrano ambire al rinnovamento del proprio protagonismo nello scenario internazionale e militare: così suggerisce, del resto, il cospicuo aumento della spesa militare voluto dal primo ministro Boris Johnson, pari a circa 20 miliardi di euro. Oltre a ciò, dalle prime mosse britanniche traspare chiaramente l’intento di realizzare un riposizionamento strategico a fianco di Washington. Certamente le turbolenze che stanno attraversando gli Stati Uniti potrebbero complicare la realizzazione di questo processo, ma paradossalmente potrebbero anche favorirlo.

Se l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca potrà avere un effetto ‒ almeno formale ‒ sui rapporti tra Stati Uniti e Turchia, la costruzione di un’intesa strategica tra Londra e Ankara crea i presupposti per surrogare il ‒ parziale ‒ ripiegamento strategico di Washington dal Vicino Oriente. Nella pratica, eventuali sanzioni ‒ simboliche – mosse dagli Stati Uniti nei confronti di Ankara o – altrettanto simboliche – sospensioni di forniture militari provenienti da Washington sarebbero ampiamente compensate dalle forniture britanniche, esistenti o futuribili.

Le sanzioni verso Turchia formalmente paventate dalla Gran Bretagna per le trivellazioni di Ankara in acque territoriali cipriote, d’altro canto, consistono per il momento in un pacato invito ad abbassare i toni. In questo quadro, dove sono almeno 3.500 i militari nelle basi militari britanniche di Akrotiri e Dhekelia (Cipro), la Turchia diviene uno degli assi portanti della strategia britannica nel Vicino Oriente: una strategia che in ogni caso dovrà avere cura di non compromettere l’asse con Atene.

Quello che l’atteggiamento della Gran Bretagna lascia per il momento presumere è l’embrione di una strategia volta a rinnovare il ruolo britannico nel Mediterraneo orientale e nel Vicino Oriente basata sulla mediazione dei contrasti di alcuni attori fondamentali dell’area ‒ come quelli greco-turchi e turco-egiziani – e sul contenimento di Teheran.

Londra ed Ankara hanno già in programma una “fase due” che prevede “un’area di libero scambio più comprensiva ed ambiziosa”. A chiarire il risvolto strategico dell’accordo di libero scambio tra Gran Bretagna e Turchia è stato lo stesso l’ambasciatore britannico ad Ankara Dominick Chilcott, il quale ha anche confermato la valenza anticinese dell’intesa turco-britannica: «Uno dei grandi problemi strategici dei nostri tempi riguarda la necessità di calibrare le relazioni con la Cina. La pandemia, nei suoi primi mesi, ha fatto emergere la vulnerabilità di essere dipendenti dalla manifattura cinese per alcuni prodotti chiave, come i dispositivi di protezione. La Gran Bretagna, come molti altri Paesi, ha bisogno di individuare altri Paesi da cui approvvigionarsi, e questo, insieme alla nuova area di libero scambio [con la Turchia] crea un’opportunità per la Turchia e per il commercio turco-britannico. Spero anche che nel settore della difesa la collaborazione tra aziende britanniche e turche possa crescere: si tratterebbe di un fatto naturale per due Paesi NATO, ed ovviamente con un significato strategico». A questo l’ambasciatore britannico ha aggiunto di considerare quella di Ankara «l’unica democrazia stabile del Vicino Oriente».

Dalla prospettiva britannica l’area di libero scambio con la Turchia permetterà di contenere la dipendenza di Londra dalle merci cinesi, che attualmente corrispondono a circa il 10% dell’intero valore annuale delle importazioni britanniche ‒ circa 60 miliardi di euro su un totale di quasi 600 – con un interscambio complessivo che nel 2020 ha superato gli 85 miliardi di euro ed una bilancia commerciale nettamente favorevole a Pechino. Pur risultando evidentemente incompatibile con la strategia anticinese adottata da Londra, nel passato recente l’idea di un’area di libero scambio commerciale tra Londra e Pechino godeva in Gran Bretagna di una certa attenzione. Nel 2018 era stato lo stesso ministro degli Esteri cinese Wang Yi a proporre al suo omologo britannico Jeremy Hunt l’idea di un’area di libero scambio tra Londra e Pechino: malgrado ciò, l’atteggiamento britannico del presente sembra non tollerare una Cina prospera e in forze.

Oltre che nel Vicino Oriente, l’intesa strategica tra Gran Bretagna e Turchia non mancherà di avere importanti risvolti anche in Africa, dove la tradizionale presenza britannica si trova a fare i conti con il protagonismo russo e cinese: un protagonismo che Londra punta evidentemente a contrastare facendo leva sulla presenza turca nel continente africano.

Rispetto a Mosca, infine, la “scommessa turca” della Gran Bretagna sembra volersi ispirare alla larga coalizione che affrontò l’Impero zarista nella guerra di Crimea combattuta tra il 1853 ed il 1856. Nel presente, del resto, Ankara e Londra si trovano spalla a spalla anche in Ucraina, fornendo da sette anni assistenza ‒ istruttori, mercenari, armi e droni ‒ all’esercito di Kiev contro gli insorti del Donbass sostenuti da Mosca. Malgrado tutte le azioni messe in campo e le ambizioni di Lord Johnson, la gloria di Lord Palmerston potrebbe di per sé non garantire i fasti del passato alla nuova Gran Bretagna post-Brexit.

FONTE: https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Londra_e_Ankara.html

Klaus Schawb e Thierry Malleret, “Covid 19: The great reset”

Il prof Schwab è un ingegnere che ha anche un dottorato in economia alla famosa Università di Friburgo, in pratica la patria dell’ordoliberalesimo, con un master in Public Administration ad Harvard, fondatore del Word Economic Forum[1] ed autore di un libro di grande successo come “The Fourth Industrial Revolution” nel 2016. Si tratta, insomma, di una persona con un curriculum accademico indiscutibile, apprezzabilmente interdisciplinare, e di certissima derivazione ideologica-culturale. Uno dei papi del capitalismo contemporaneo, insomma.

Thierri Malleret è più giovane, sulle sue spalle sarà caduta la redazione di gran parte del libro. Si occupa di analisi predittiva (una remunerante specializzazione) e di Global Risk al Forum. Educato alla Sorbona in scienze sociali e specializzato ad Oxford in storia dell’economia (master) ed economia (dottorato). Si è mosso tra banche d’affari, think thank, impegni accademici e servizio presso il primo ministro francese.

Questo libro fa parte di una proliferante letteratura. Un tipo di letteratura divulgativa ed esortativa, molto generica e contemporaneamente molto larga nella visione, fatta per tradursi in presentazioni da convegno attraenti e stimolanti, dirette ad un pubblico di manager e imprenditori che hanno bisogno di sentirsi consapevoli, aggiornati e progressisti con poco sforzo. Una lettura da weekend sul bordo della piscina. Continua a leggere

“DOMINIO”: La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi

“Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato.”

L’esito della rivoluzione neoliberale può essere perfettamente compreso alla luce di questa battuta di Gordon Gekko nel film “Wall street” di Oliver Stone. Un esito che nasce da una storia abilmente narrata con la spinta suggestiva di nuove idee e di parole d’ordine vecchie e nuove, con la capacità strategica di usare a proprio vantaggio le elaborazioni teoriche avversarie, con la capacità di camuffamento verbale e con la forza finanziaria e mediatica di plasmare un immaginario collettivo che, in preda all’amnesia permanente dell’evoluzione storica della democrazie occidentali, non possiede gli strumenti culturali per poter operare i paragoni tra le diverse fasi della storia del pensiero umano e dei poteri costituiti. Marco d’Eramo, nel suo ultimo lavoro, mette in evidenza la forza delle idee, la straordinaria macchina di egemonizzazione del pensiero globale, ovvero la forza necessaria di legittimazione dei poteri statuali che operano nella nostra contemporaneità che se da un lato, intonano le dolci note della liberaldemocrazia nelle sue forme istituzionali e nell’esaltazione dell’individualità dei singoli, dall’altro lavorano incessantemente per forgiare la mente e imbolsire il carico di vita gregaria dell’Homo consumericus di cui il genio acuminato di Frank Zappa tesseva le “lodi”: “Il nostro sistema scolastico cresce ragazzi ignoranti e lo fa con stile: ignorantoni funzionali. Non forniscono loro gli elementi per studiare la logica e non danno alcun criterio per giudicare la differenza tra il bene e il male in qualsiasi prodotto o situazione. Vengono preparati per funzionare come macchine acquirenti senza testa, a favore dei prodotti e dei concetti di un complesso multinazionale che per sopravvivere ha bisogno di un mondo di fessi.”

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La Pandemia da Covid-19 aggrava la già drammatica situazione economica e sociale dei Territori Palestinesi. Un movimento dal basso per rimuovere l’assedio a Gaza.

La Pandemia da Covid-19 aggrava la già drammatica situazione economica e sociale dei Territori Palestinesi. Un movimento dal basso per rimuovere l’assedio a Gaza.

La dinamica macroeconomica recente dei Territori Palestinesi

Accertate le considerevoli differenze che sussistono tra le due entità geografiche che li compongono, potrebbe fornire un quadro fuorviante procedere all’analisi economica e sociale dei Territori Palestinesi nel suo complesso; riteniamo pertanto più significativo procedere, sin dove la disponibilità dei dati lo consente, alla disamina della situazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in modo disaggregato. Continua a leggere

Venezuela: La relatrice speciale dell’ONU, Alena Douhan, sulla situazione dei diritti umani e gli effetti delle sanzioni coercitive e unilaterali sulla popolazione.

Diritti umani e misure coercitive unilaterali: La relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, la signora Alena Douhan, conclude la sua visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela

Risultati preliminari della visita Repubblica Bolivariana del Venezuela Caracas (12 febbraio 2021)

La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, Sig.ra Alena Douhan, in visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 1° al 12 febbraio 2021.

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Nessun profitto sulla pandemia. Vaccino per tutti, in tutto il mondo

di Stefano Cecconi

“La povertà è la più funesta delle malattie”. La dichiarazione, che non lascia spazio a dubbi, è dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Salute. Si riferisce ai molteplici danni prodotti dalla povertà dovuti ai cosiddetti determinanti sociali ed economici di salute: scarsa istruzione, redditi bassi, disoccupazione o lavoro povero e precario, abitazioni e ambienti insalubri, contesti sociali difficili; e quindi denutrizione, malnutrizione, stili e condizioni di vita nocivi per la salute (che ricordiamo, riguarda la sfera fisica, psichica e sociale di un individuo).

I poveri si ammalano di più, i poveri vivono di meno: è storia nota, raccontata mirabilmente da Dickens, Zola, e descritta, qui in Italia alla fine degli anni sessanta, dagli scenari epidemiologici di Giulio Alberto Maccacaro e di Giovanni Berlinguer. La povertà è patogena non solo per ciò che provoca ma anche per ciò che impedisce: ad esempio ostacola l’accesso a cure sanitarie essenziali, come i farmaci e i vaccini. Cure e vaccini che possono salvare, o condannare, milioni di vite umane.

È il caso, oggi, della pandemia da Covid-19, per combattere la quale, in tutto il mondo, si è scatenata (e meno male!) una formidabile gara tra le imprese farmaceutiche per la produzione e la distribuzione di vaccini.

In Italia, e nei Paesi più ricchi, è persino iniziata una campagna di vaccinazione di massa che, seppure tra non pochi ritardi, dubbi sull’effettiva efficacia e contraddizioni sulle modalità di attuazione del piano vaccini, se non altro apre alla speranza di superare prima possibile questa emergenza. Ma, a proposito di povertà e salute, sappiamo che milioni di donne e uomini, adulti e bambini, nei Paesi poveri, rischiano di essere esclusi dalla possibilità di vaccinarsi. Quindi rischiano di ammalarsi e di morire perché a casa loro l’acquisto e quindi l’accesso al vaccino è più difficile, se non impossibile. Si tratta di una situazione inaccettabile che nega un diritto fondamentale.

Ecco perché la Cgil ha deciso di promuovere e sostenere l’Ice con la Petizione Europea “Tutti hanno diritto alla protezione da Covid19: nessun profitto sulla pandemia” che vuole raccogliere un milione di firme (in Italia l’obiettivo è 180mila) per essere sicuri che la Commissione europea faccia tutto quanto in suo potere per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte. Per fare in modo che ricerca e tecnologie siano condivise in tutto il mondo. Per evitare che un’azienda privata possa decidere chi ha accesso a vaccini o a farmaci e a quale prezzo. Per impedire che sui brevetti per i farmaci essenziali vi sia il controllo monopolistico delle grandi aziende farmaceutiche. Per impedire che vengano privatizzate tecnologie sanitarie fondamentali, tanto più spesso finanziate con risorse pubbliche. Insomma, le grandi aziende farmaceutiche non devono avere profitti sfruttando questa pandemia a scapito della salute delle persone.

Fin qui abbiamo parlato di affermare un diritto negato: quello di ogni essere umano di poter accedere liberamente al vaccino. Ma, paradossalmente, dove il vaccino è già disponibile, la discussione è se renderlo un obbligo.

La vaccinazione può, e deve, essere resa obbligatoria? Non è cosa facile, perché la nostra Costituzione (art. 32 secondo comma) vieta il Trattamento Sanitario Obbligatorio: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Il Tso si è dovuto disciplinare con la legge 180 nel 1978, che ha chiuso i manicomi, limitandone rigorosamente la possibilità e disciplinando le garanzie per i cittadini.

Forse questa discussione si spegnerà, perché l’adesione al vaccino sarà alta, rispondente a quel senso di responsabilità che anche la Cgil ha indicato nel suo Appello “Vaccinarsi è un atto di responsabilità”. Ci auguriamo quindi che l’adesione alla vaccinazione, e il suo effetto, sarà sufficiente a produrre il tasso di immunità atteso. Ma stiamo parlando dell’Italia: in altre parti del mondo rischia di succedere il contrario, semplicemente perché il vaccino non è considerato un diritto, ma una merce.

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

La carovana dei migranti si infrange contro i muri delle polizie dei paesi centroamericani

di Vittorio Bonanni

Non ci sono segnali che l’amministrazione Biden modifichi le politiche antimigratorie nei confronti dell’America centromeridionale.

E’ bastato l’annuncio di un cambiamento di linea da parte della Casa Bianca nei confronti degli immigrati a scatenare il desiderio di 9mila uomini, donne e bambini, provenienti dall’inferno dell’Honduras, a sperare in una vita diversa. Esattamente come nell’autunno del 2018. Anche in quel caso migliaia di migranti fuggirono dalle proprie terre, come oggi aiutati solo dall’Unhcr, l’agenzia dell’Onu che si occupa appunto dei rifugiati, e che oggi inoltre ha potuto aiutare un centinaio di bambini honduregni trovati in uno stato di denutrizione. Continua a leggere

DOPO COVID-19

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