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Cina: crescita economica, progresso e trasformazioni sociali. Gli effetti e le politiche di gestione del Covid.

di Andrea Vento

La tempestosa crescita cinese

La struttura economica cinese ha registrato, dalla sua fondazione ad oggi, un eccezionale sviluppo con una crescita del Pil che l’Istituto Nazionale di Statistica della Repubblica Popolare, a luglio 20191, ha quantificato, per il periodo compreso fra il 1949 e il 2018, ad un tasso medio annuo addirittura dell’8,1%.

A seguito dell’approvazione delle “Linee di riforma e apertura economica” che hanno avviato la transizione del sistema economico, a partire dal 1979 e per i due decenni successivi (grafico 1), la Cina ha vissuto una rapida, ma non sempre regolare, crescita con percentuali variabili tra il 4 e 14% annuo. Dopo il rallentamento del biennio 1998-99, a seguito della crisi finanziaria dei Paesi de sud-est asiatico, il tasso di crescita ha iniziato ad aumentare di nuovo sino ad un massimo del 14% nel 2007 alle soglie della crisi globale, per poi gradualmente ridursi sino a stabilizzarsi dopo il 2012 su valori di poco inferiori all‘8% e assestarsi nel quinquennio 2015-19 su incrementi compresi fra il 6 e il 7% (tabella 21).

Da uno sguardo sinottico sui primi 40 anni della fase post-maoista, emerge come, a seguito delle riforme, l’economia cinese sia cresciuta ad una media del 9,4% all’anno, un tasso superiore di oltre 3 volte rispetto al del 2,9% della media mondiale.

Grafico 1: anni 1984-2013. Diagramma lineare: variazione annua del pil in percentuale. Istogramma: crescita entità totale del Pil in reminmbi (o Yuan, con cui si identifica l’unità monetaria di base)

Una straordinaria espansione dell’economia certificata dalla crescita del Pil, il quale, sempre secondo il solito rapporto dell’Istituto Nazionale di Statistica cinese, dai soli 67,9 miliardi di yuan del 1952 ha raggiunto i 90.030 miliardi di yuan (circa 13.140 miliardi di dollari) nel 2018 (con un incremento di ben 1.325 volte), un valore pari al 16% del totale dell’economia mondiale; mentre il Pil pro capite nel 2019 ha superato per la prima volta 10.000, facendo attestare la Cina fra i paesi a sviluppo intermedio3.

Tabella 1: tassi di crescita annuali 2015-2019 rilevati in base a la “Nuova normalità”. Fonte: Banca Mondiale

Tassi di crescita dell’economia cinese 2015-2019
annovariazione %
20156,9
20166,7
20176,8
20186,6
20196,1

Il forte surplus commerciale degli ultimi 15 anni (grafico 2), nonostante sia sotto attacco a seguito della guerra commerciale innescata da Trump, ha consentito alla Cina, ormai prima potenza commerciale mondiale dal 2013, di aver accumulato, sino al 2018 nelle proprie casse, ben 3.070 miliardi di dollari di riserve valutarie, segnando per il tredicesimo anno consecutivo il più alto valore a livello mondiale. La Cina è divenuto il primo partner commerciale, scalzando gli Usa, di Giappone (2004) India (2008) e Brasile (2009)

Grafico 2: andamento import-export Repubblica Popolare Cinese anni 1995 – 2017. Dati in miliardi di dollari provenienti da “THE OBSERVATORY OF ECONOMIC COMPLEXITY”

La “Nuova normalità”

Il delicato passaggio del rallentamento della crescita al di sotto del 10% degli ultimi quindici anni è stato accuratamente pianificato e gestito dalla dirigenza cinese attraverso una specifica politica economica, che approvata nel marzo 2015 dall’Assemblea Nazionale, ha assunto la denominazione di “Nuova normalità”. Quest’ultima prevede non solo la riduzione e l’assestamento dei tassi di crescita per gli anni successivi intorno al 7%, ma come annunciato dallo stesso Primo Ministro Li Keqiang, la Cina «deve con­ser­vare un equi­li­brio tra la neces­sità di assi­cu­rare una cre­scita costante e quella di pro­muo­vere aggiu­sta­menti strutturali». «Met­te­remo in atto la stra­te­gia “Made in China 2025″ -ha proseguito Li Keqiang- cer­cando uno svi­luppo basato sull’innovazione, per­se­guendo lo svi­luppo verde e rad­dop­piando i nostri sforzi per miglio­rare la Cina, facen­dola diven­tare da un pro­dut­tore di quan­tità, uno di qua­lità».

Gli obiettivi individuati dal governo mirano:

  • alla trasformazione dell’apparato produttivo tramite l’espansione del settore Hi-Tech con il conseguente ridimensionamento del manifatturiero a basso costo e basso valore aggiunto,
  • alla diminuzione dell’inquinamento
  • all’innalzamento dei redditi dei ceti inferiori al fine di ridurre le disuguaglianze sociali,
  • ad incrementare la domanda interna per compensare il rallentamento di quella internazionale.

La Cina ha cercato, quindi, di porre rimedio all’andamento incerto, e tendenzialmente in fase di rallentamento, dell’economia mondiale (tabella 2) cercando di aumen­tare i con­sumi nazionali e di creare un «mer­cato interno capace di essere volano dell’economia, per i pros­simi anni a venire», come ha con­cluso il primo ministro Li.

Inizio 2020: il Covid 19 deflagra dall’epicentro di Wuhan

L’esplosione della pandemia ad inizio 2020 nella provincia centrale dell’Hubei e la successiva propagazione all’interno del Paese hanno inevitabilmente generato, a seguito delle stringenti misure adottate dal governo, immediati effetti negativi sull’economia cinese spingendola in recessione nel trimestre iniziale dell’anno (-9,7%); il primo da quando viene effettuata la rilevazione trimestrale dell’andamento economico dal 1992 (grafico 3).

L’efficacia delle politiche governative volte al contenimento della diffusione del virus ha, tuttavia, permesso all’economia cinese, la prima a livello mondiale a subirne gli effetti e a scivolare in pesante recessione nel primo trimestre dell’anno, di riprendere la sua traiettoria di crescita sin dal secondo, mentre le economie europee, nello stesso periodo, scivolavano in profondo rosso.

Il corposo rimbalzo del secondo trimestre (+11,6%) ha consentito all’economia cinese l’immediato recupero del terreno perso nel primo e, nella seconda metà dell’anno, di ritornare a livelli di crescita addirittura superiori a quelli antecedenti l’esplosione della pandemia.

In pratica, ad un solo mese di distanza dalla dichiarazione dello stato di pandemia mondiale da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità avvenuta l’11 marzo 2020, mentre i Paesi sviluppati iniziavano a sprofondare nel baratro della recessione, le autorità cinesi l’8 aprile già procedevano alla rimozione del durissimo lockdown introdotto il 23 gennaio a Wuhan e nell’intera provincia dell’Hubei.

Straordinario risultato senza dubbio riconducibile in primis alle misure di gestione della pandemia da parte delle autorità cinesi che l’articolo “China’s success full control of Covide-194, pubblicato dalla prestigiosa rivista medica The Lancet – Infectious Diseases (grafico 3), individua in:

  • un sistema centralizzato di gestione delle epidemie
  • misure restrittive particolarmente stringenti
  • un sistema nazionale di tracciamento dei contatti
  • capacità di adattare l’apparato industriale all’impennata della domanda di dispositivi di protezione individuale (dpi) come mascherine, camici e di altro materiale medico come i ventilatori polmonari
  • la collaborazione attiva della popolazione nel rispettare le misure adottate dal governo
  • sistematico controllo della trasmissione del virus sui territori e dei flussi di persone dall’estero
  • scarsa presenza, solo il 3% del totale, di popolazione anziana in strutture di riposo.

Grafico 3: andamento dei contagi nella Rep. Popolare Cinese nei primi 11 mesi del 2020.

Conferma in tal senso arriva anche dal dr Gregory Poland, direttore del Vaccine Research Group della Mayo Clinic of Rochester (Usa), i quale ha individuato nella rapidità di risposta l’arma più efficace adottata dal governo, specificando che “In Cina hai una combinazione tra una popolazione che prende sul serio le infezioni respiratorie ed è disposta ad adottare interventi non farmaceutiche, con un governo che può imporre forti limitazioni alla libertà individuale che non sarebbe considerate accettabili nella maggior parte dei Paesi occidentali. L’impegno per il bene superore è radicato nella loro cultura; non c’è l’iperindividualismo che caratterizza gli Stati Uniti e che ha guidato gran parte della resistenza alle contromisure contro il Covid”.

Risultati eccezionali non solo per la gestione della prima fase pandemica ma soprattutto perché ha evitato le varie ondate successive che invece hanno investito la quasi totalità dei Paesi.

Grafico 4: variazione percentuale trimestrale del Pil della Repubblica Popolare Cinese (2018-2021)

2020: la pandemia si abbatte sull’economia mondiale

L’impatto della pandemia ha, invece, prodotto effetti devastanti sull’economia globale, spingendola a fine 2020, secondo la Banca Mondiale, in una delle peggiori recessioni dal 1870. L’eccezionalità della crisi innescata dalla pandemia viene confermata anche dal capo economista dell’Ocse, Laurence Boone, durante la presentazione dell’Outlook sull’economia mondiale il 16 settembre 2020 a Parigi: “il mondo sta scontando il più drammatico rallentamento dai tempi della Seconda Guerra Mondiale”5, indicando una riduzione del 5,5%, di poco superiore al 4,8% previsto dal Wto il 6 ottobre dello stesso anno (tab. 2). Recessione che in era di globalizzazione è stata inevitabilmente accompagnata da una riduzione ancor più brusca del commercio internazionale di beni, addirittura, stimata di entità doppia (-9,2%) rispetto al calo del prodotto lordo mondiale. Ciò a seguito anche della riorganizzazione delle catene globali del valore (Global Value Chains – GVC) improvvisamente rivelatesi fonte di fragilità e dipendenza dall’estero per le economie sviluppate. A seguito di ciò, le potenze industriali europee e, soprattutto, gli Stati Uniti, hanno cercato di riacquisire parziale “Autonomia strategica” (Fonte: Ocse 2020), quanto meno nei settori sensibili, imprimendo un nuovo impulso alle politiche di reshoring, che seppur restando fenomeno di dimensioni ridotte, hanno l’obiettivo strategico di mettere in sicurezza quanto meno le produzioni essenziali per l’interesse nazionale6.

Tabella 2: variazione annua % Pil e commercio di beni mondiale 2015-2021. Fonte: Wto – 6 ottobre 20207


Periodo

2015

2016

2017

2018

2019

2020
previsioni

2021
previsioni
Prodotto Lordo Mondiale
2,8

2,4

3,1

2,9

2,2

-4,8

4,9
Commercio Mondiale di beni
2,3

1,6

4,6

3,0

-0,1

-9,2

7,2

Previsioni macroeconomiche indubbiamente drammatiche quelle delle due istituzioni internazionali, solo lievemente attenuate dai dati definitivi rilevati e diffusi dal Fmi per lo scorso anno, a seguito della sensibile ripresa dell’economia mondiale dell’ultima parte dell’anno. Il prodotto lordo mondiale subisce, infatti, un contraccolpo del – 4,6%, con i Paesi europei, i primi ad essere investiti dal Covid-19 dopo quelli asiatici, che registrano le situazioni più gravi: Regno Unito -9,9%, Italia -8,9%, Francia -8,3%, mentre la Germania si ferma ad un solo -4,8%. Tutti valori superiori sia alla media mondiale, sia al dato degli Stati Uniti (-3,5%) che confermano come l’Europa, e in particolare l’area dell’euro (-6,5%), abbia subito le ripercussioni economiche più gravi su scala globale (tab 3).

Nel contesto di questo panorama mondiale recessivo, spicca in senso inverso la situazione della Cina che registra nel 2020, sempre secondo il Fmi, un’espansione dell’economia pari al 2,3%, tasso che pur risultando il più basso degli ultimi 40 anni (grafico 1) consente, tuttavia, al gigante asiatico, da un lato, di annoverarsi come unico paese in crescita fra le principali 20 economie mondiali (G20) e, dall’altro, di alleviare la gravità della recessione globale. Una performance inferiore solo a quella del Vietnam, Paese con modello politico-economico simile a quello cinese, del Bangladesh (+3,8%) già in fase di forte crescita prima della pandemia e dell’Etiopia, uno degli stati africani più dinamici, che registra un eccezionale +6,1%.

L’immediata ripresa dell’economia cinese, oltre alle rigide ed efficaci misure di contenimento della pandemia adottate dal governo, è frutto dell’implementazione di incisive politiche economiche basate su tre linee di intervento: un cospicuo aumento della spesa pubblica corrente (+10,5%), l’eccezionale ripresa dell’export (+30%) e un sensibile incremento degli investimenti pubblici produttivi e infrastrutturali (+14,9%) che ha compensato la diminuzione degli investimenti privati8. In sintesi il governo ha attuato un aumento del disavanzo pubblico imponendo agli istituti bancari di rifinanziare le linee di credito e di posticipare le scadenze e alle imprese pubbliche di aumentare gli investimenti con immediate ricadute positive sia sulla diminuzione dei consumi familiari, fermatisi a -5,8%, che sulla ripresa economica.

Tabella 3: variazione % Pil 2020 e previsioni 2021

AnnoEconomia mondialeCinaRegno UnitoItaliaFraGerUsaArea euroEcon Svil
2020 Dati definitivi
-4,6

2,2

-9,9

-8,9

-8,3

-4,8

-3,5

-6,5

-4,6
2021 previsioni di luglio
6,0

8,1

7,0

4,9

5,8

3,6

7,0

4,6

4,4
Fonte: Wto – luglio 2021 https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2021/07/27/world-economic-outlook-update-july-2021

L’opposto andamento dell’economia cinese rispetto a quella mondiale e dei principali competitors, registrato nel 2020, ha inevitabilmente avuto riflessi sulla geoeconomia globale, nel cui contesto Pechino ha ampliato il proprio ruolo e il proprio peso aumentando dell’1% la quota di prodotto lordo mondiale, salendo al 18,3%, al cospetto degli Usa che restano stabili e dell’Ue che dal 15,4% del 2019 è sceso al 14,9%, un declino peraltro in atto da tempo, con il nostro Paese in prima fila sceso in solo anno da poco meno il 2% all’1,87%9.

Divergenti dinamiche di recupero post pandemico che hanno, inevitabilmente, avuto riflessi sulle traiettorie di crescita delle due economie che secondo il report del Centre for Economics and Business Research (Cebr)10 del 26 dicembre 2020, si incroceranno ben 5 anni prima rispetto alle previsioni pre Covid. In sostanza, nel caso le previsioni dell’autorevole centro di ricerca si riveleranno centrate, già nel 2028 la Repubblica Popolare Cinese si ergerà ai vertici della graduatoria delle potenze economiche mondiali, scalzando gli Stati Uniti.

Alla luce di tali dinamiche geoeconomiche che vanno interpretati alcuni recenti provvedimenti dell’amministrazione Biden tesi a ridimensionare la presenza militare Usa nello scenario Mediorientale, Afghanistan compreso, per aumentarla nello scacchiere Asia-Pacifico, rivitalizzando la politica obamiana del “Pivot to Asia” finalizzata al contenimento dell’espansione cinese nell’area.

Sviluppo economico e progresso sociale

La tumultuosa crescita cinese ha prodotto, per il Paese nel suo complesso, eccezionali progressi in campo economico, come abbiamo appena analizzato, con significativi riflessi positivi anche a livello sociale. Secondo la Banca Mondiale, da quando a fine 1978 Deng Xiao Ping ha fatto approvare “Linee di riforma e apertura economica”, circa 850 milioni di cinesi sarebbero usciti dalla povertà estrema, dei quali 770.000 residenti nelle aree rurali. Un’opera ciclopica mai realizzata prima nella storia dell’umanità che rappresenta il 70% del totale delle persone uscite dalla povertà nel periodo considerato a livello mondiale e che corrisponde alla popolazione dell’Ue a 27 (469 milioni) e degli Stati Uniti (329 milioni)11 messi insieme.

Risultati in linea con il recente progetto di “vitalizzazione delle campagne”, lanciato dal governo il 4 febbraio 2018, tramite il quale è stato prefissato l’obiettivo di far crescere l’economia delle aree rurali e ridurre, entro il 2034, lo squilibrio città/campagna, con lo scopo intermedio di eliminare completamente la povertà nel 2020, come previsto dall’ultimo ciclo di lotta alla povertà inaugurato nel 2012, quando i cinesi in povertà assoluta ammontavano a 98,99 milioni.

Eccezionali progressi che, nonostante la crisi recessione da Covid-19 del primo trimestre 2020, hanno consentito al presidente cinese Xi Jimping, in una cerimonia ufficiale a Pechino, di dichiarare, il 25 febbraio 2021, “vittoria totale” nella lotta alla povertà, a seguito dell’uscita dalla miseria degli ultimi milioni di persone ancora presenti nelle aree rurali12  

Specifichiamo tuttavia che in condizione di povertà estrema attualmente in Cina si trova una persona con un reddito annuo inferiore ai 3.218 yuan, corrispondenti al cambio attuale a circa 1 euro e 10 centesimi al giorno13, un parametro, quindi, meno stringente rispetto alla soglia fissata dalla Banca Mondiale di 1.90 dollari al giorno (1,61 euro)14.

Le trasformazioni del corpo sociale cinese: i nuovi ricchi

La struttura sociale cinese, come abbiamo già accennato, dopo l’egualitarismo dell’era maoista, ha subito profonde trasformazioni con la formazione di una corposa classe media composta attualmente da 430 milioni di persone15 che, concentrate in prevalenza nelle aree urbane, insieme all’elite socio-economica composta dai nuovi ricchi, rappresentano i ceti economicamente in fase di espansione. Infatti, se la prima si è in pratica formata nel breve arco di 2 decenni, anche i secondi, i più facoltosi, sono in rapida crescita come testimoniato dal Billionaires Report 2018, dal quale emerge come miliardari, non i soli componenti di questa classe sociale, in Cina siano passati dai 16 del 2006 ai ben 373 nel 2017 e con un trend in accelerazione visto che proprio in quell’anno se ne sono registrati 89 di nuovi, esattamente il triplo rispetto agli Usa. I miliardari cinesi, circa un quinto del totale mondiale, hanno, inoltre, incrementato il loro patrimonio del 39% rispetto al 2016, facendolo salire a 1.120 miliardi di dollari16.

L’immediata ripresa economica post pandemica hanno innescato un’ulteriore accelerazione al trend sopra analizzato, come testimoniato dal report della Hurun Rich List 2020, l’equivalente cinese della rivista Forbes, del 21 ottobre 2020, il quale ha rilevato una sensibile crescita, rispetto all’anno precedente, del numero di miliardari cinesi e delle loro ricchezze. I miliardari, in un solo anno, aumentano, infatti, di 257 unità facendo salire il numero totale a 878 consentendo di superare addirittura quelli statunitensi (788) con i loro patrimoni che incrementano di ben 1.500 miliardi di $ facendo salire il valore dei loro asset a ben 4.000 miliardi di $. Il solo Jack Ma, cofondatore di Alibaba, incrementa il suo patrimonio di ben il 45%, confermandosi per il terzo anno consecutivo in testa alla graduatoria con un patrimonio di 59 miliardi di $.17

La classe media emergente

 La classe media cinese emergente è contraddistinta da un’educazione di alto livello, è informata, abituata a viaggiare, orientata all’acquisto di prodotti tecnologici, all’utilizzo dei social network e allo shopping online e apprezza i prodotti occidentali e, in particolare, il made in Italy, pertanto rappresenta, soprattutto per la sua entità numerica, il ceto su cui il governo fa leva per l’espansione dei consumi interni. Il rapporto di McKinsey 2013, che fissava il reddito della classe media cinese tra i 9 mila e 34 mila dollari all’anno, aveva previsto che nel 2022 il 75% dei consumatori urbani della Repubblica popolare sarebbe appartenuto a tale fascia, confermando sia la sua crescita numerica, sia la sua concentrazione nelle aree urbane dell’area costiera, a più alto tasso di urbanizzazione e maggiormente progredita dal punto di vista economico.

Un ceto sociale, al pari dei nuovi ricchi, strettamente legato al Partito Comunista in quanto il processo di espansione dell’economia è stato, e resta tutt’ora, subordinato al successo delle politiche implementate dal governo. A smentire le previsioni di alcuni politici e analisti occidentali, in particolare statunitensi, in base alle quali la classe media una volta raggiunta la prosperità economica avrebbe iniziato ad avanzare richieste di riforme politiche in modo da arrivare a scardinare l’egemonia del Partito Comunista dall’interno, è stato lo stesso Quotidiano del popolo. L’organo ufficiale di stampa del Pcc, nel 2017 ha, infatti, affermato, che l’ascesa della classe media non rappresenta una sfida all’autorità del Partito, anzi è fondamentale per sostenerne la legittimità. L’articolo, andava oltre, specificando addirittura che la classe media era diventata una forza trainante nel mantenimento della stabilità interna e che i paesi che ne risultano sprovvisti, come quelli mediorientali e latinoamericani, affrontano crisi politiche e turbolenze sociali cicliche. 

A conferma delle strette interrelazioni presenti fra la leadership politica e il ceto imprenditoriale cinese rileviamo le donazioni spontanee effettuate da alcuni dei nuovi ricchi a seguito del lancio della politica della “Prosperità condivisa” il 17 agosto u.s. tesa a ridurre gli squilibri e ad aumentare il tenore di vita dei ceti più bassi, chiamando a contribuire i soggetti che grazie allo sviluppo economico promosso dal Partito Comunista Cinese sono riusciti ad arricchirsi enormemente negli ultimi 2 decenni. A seguito delle dichiarazioni del presidente Xi Jimping rispetto alla finalità di “aggiustare i redditi eccessivamente alti” e di “rettificare la loro distribuzione” e promuovere la “prosperità condivisa”, invece che una levata di scudi da parte dei nuovi ricchi come sarebbe successo nella quasi totalità dei Paesi, si sono registrate una serie di corpose donazioni da parte dei nuovi ricchi a beneficio delle casse statali da impiegare nelle politiche reddituali perequative a favore dei meno abbienti. Attento alle sollecitazioni governative Jack Ma, i primi di settembre, ha tempestivamente annunciato una donazione spontanea al fondo perequativo di 15,5 miliardi di $ dando la stura a comportamenti analoghi da parte dei suoi pari gradi.

Conclusioni

Arricchirsi è glorioso, sosteneva Deng Xiaoping all’indomani dell’approvazione delle Riforme a fine 1978. Oggi con Xi Jimping le politiche stanno cambiando e forse non è casuale che il ritorno di centralità del pensiero di Mao, al quale il presidente in carica dichiara di volersi ispirare, venga accompagnato da significativi correttivi alle linee di politica economica: non è certo un ritorno all’egualitarismo dell’economia socialista e collettivista. Tuttavia, le ultime politiche economiche cinesi, tendenti alla prosperità di tutto il popolo, all’equità e alla pace sociale, rappresentano nuovi paradigmi che potrebbero aprire spazi di riflessione anche in Occidente.

Andrea Vento – 9 Ottobre 2021

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

NOTE

1 http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2019/07/02/in-70-anni-pil-cina-cresciuto-dell81-medio-lanno_816fb340-4d29-4a64-a499-4269d2b13351.html

2 https://www.ilsole24ore.com/art/cina-crescita-mai-cosi-bassa-1990-2019-solo-61percento-AC7hvcCB?refresh_ce=1

3 https://www.ilsole24ore.com/art/cina-crescita-mai-cosi-bassa-1990-2019-solo-61percento-AC7hvcCB

4 https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30800-8/fulltext

5 https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Coronavirus-Ocse-Peggiore-crisi-dal-dopoguerra-Pil-Italia-10-5-2020-5-4-2021-9187bd81-ba9a-4e88-bc70-b22accaf0915.html

6 https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2021/06/01/reshoring-globalizzazione-pandemia/

7 https://www.wto.org/english/news_e/pres20_e/pr862_e.htm

8 https://aspeniaonline.it/la-via-cinese-alla-ripresa-post-covid/

9https://www.bancafucino.it/sito-istituzionale/sala-stampa/fucino-social/la-pandemia-ha-accelerato-lavvicinamento-dei-paesi

10 https://cebr.com/

11

12 https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/notiziario_xinhua/2021/02/25/xi-dichiara-vittoria-totale-cinese-sulla-poverta_7dd927ff-ca18-4ea1-a881-415cf4515f30.html

13 https://www.internazionale.it/reportage/gabriele-battaglia/2020/08/10/cina-poverta

14 https://aspeniaonline.it/articolo_aspenia/quanto-pesa-e-cosa-vuole-la-classe-media-in-cina/

15 http://www.limesonline.com/rubrica/la-cina-inizia-anno-del-cane-con-la-lotta-alla-poverta

16 https://cinainitalia.com/2019/03/12/miliardari-cinesi/

17 https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/lusso/2020/10/21/in-cina-i-miliardari-battono-il-covid-piu-ricchi-che-mai_82f4648e-cfef-4284-9d12-3622f538bac6.html

La transizione egemonica mondiale

di Alfonso Gianni

Sintesi dell’intervento di Frattocchie, 3 settembre

Il tempo previsto per gli interventi è contenuto, come è anche giusto che sia e quindi mi limito ad alcune considerazioni sull’onda della bella, approfondita e articolata relazione di Sergio Bellucci e del dibattito che fino a qui è seguito. Il mio accordo in particolare con le cose dette prima di me da Roberto Finelli, mi possono aiutare in questo sforzo – al quale non sono naturalmente vocato – di brevità.

Comincerei col dire che non c’è transizione senza il maturare e il verificarsi di una crisi. Mentre non è vero l’opposto, cioè può benissimo manifestarsi una crisi senza che si avvii una transizione e che le cose possano addirittura indirizzarsi al peggio.

È esattamente il rischio che stiamo correndo in questo frangente. La crisi pandemico-economica ha aperto una voragine, per giunta sovrapponendosi agli effetti negativi della precedente crisi economico finanziaria cominciata nel 2008. Ma di per sé le ingenti risorse di cui disponiamo grazie alle decisioni europee non garantiscono di per sé una transizione verso una società migliore.

Anzi si affacciano, nel caso italiano e non solo, i fantasmi del passato. Si pensi alle “uscite” del ministro Cingolani sul nucleare, alla spinta della Francia in questa direzione per capire che un domani potremmo trovarci in una situazione addirittura peggiore, che, nel nostro paese, tradirebbe gli esiti di ben due referendum popolari sul tema.

Oppure: Giorgio Benvenuto dava, nel suo intervento di poco fa, una visione ottimistica dell’Europa. Certamente si sono fatti passi in avanti con il varo del Recovery Fund, con il progetto di un bilancio europeo opportunamente dotato, con l’emissione di titoli a livello europeo (più o meno i famosi Eurobonds di cui si parlava da tempo e che in molti fino a poco fa ritenevano impossibili). È stato sospeso il Patto di stabilità e crescita. Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, in un webinar che ho condotto quest’estate ha ribadito che le vecchie regole del patto vanno riviste. Con maggiore timidezza così si è espresso anche il Commissario Paolo Gentiloni, seppure precisando che la regola del 60% nel rapporto fra debito e Pil va mantenuta, mentre vanno cambiate modalità e tempi del rientro- Le stesse parole di Mattarella sono state interpretate come un auspicio alla modifica degli stessi Trattati di Maastricht. Ma non possiamo e non dobbiamo dare tutto ciò per acquisito. I falchi non hanno smesso di volare basso. Molto dipenderà dall’andamento dell’inflazione (su cui varrebbe la pena aprire un capitolo apposito cosa che qui non possiamo fare), ma soprattutto moltissimo è legato agli esiti di alcuni importanti appuntamenti europei prossimi venturi, come le elezioni federali tedesche del 26 settembre e quelle francesi di qualche mese dopo nel 2022. La battaglia per una transizione verso un’Europa democratica, sociale e federale è del tutto aperta.

Nello stesso tempo non può neanche profilarsi una transizione senza che avvenga la crisi dello stato di cose precedente. Il problema è come indirizzare i cambiamenti che tutti, seppure con diversa intensità, ritengono necessari in una crisi affinché prenda corpo un’alternativa di società. Obiettivo ambizioso come si può ben capire.

Intanto è sotto i nostri occhi, da tempo, una transizione egemonica mondiale. Da Ovest verso Est. Il declino della supremazia americana è stato impietosamente evidenziato e accelerato dalla sconfitta in Afghanistan. Oggi gli Usa sono sostanzialmente fuori dall’Asia e dall’Oceano indiano. Lo confermano le stesse parole pronunciate dalla rappresentante Usa in una importante conferenza internazionale l’altro giorno a Taipei, con le quali ribadiva il sostegno statunitense a Taiwan contro i disegni annessionistici cinesi, ma avvertiva i taiwanesi che devono fare come Israele: armarsi di tutto punto perché nessuno li potrà salvare in vece loro. Gli Usa confermano in sostanza che possono scatenare guerre, ma non riescono a vincerle in breve tempo e quindi a sostenerle in termini di costi economici e umani (si intende i loro).

Ancora una volta si avvera nella storia mondiale quel passaggio di consegne egemoniche che Fernand Braudel e la sua scuola, fino al nostro Giovanni Arrighi, dalle città marinare italiane, ai Paesi bassi nel seicento, alla Impero britannico nel secolo successivo, fino al secolo americano giunto al suo non breve tramonto, mentre si rafforza la potenza cinese. Gli stessi andamenti demografici, che qui non posso descrivere per brevità, accompagnano e sono un fattore di questo cambiamento epocale.

Credo che questo sia un processo irreversibile, a meno che non sia fermato, insieme alla distruzione del pianeta, da un conflitto nucleare generalizzato e non solo dalla guerra a pezzetti già in atto, di cui ci parla Papa Francesco. Il compito per tutti e di tutti è che questa transizione avvenga in modo sostanzialmente pacifico. Se l’Europa fosse un soggetto politico federale democratico e non semplicemente uno spazio economico regolato a vantaggio del capitale finanziario, potrebbe giocare un grande ruolo a livello internazionale per la causa della pace. Il che però presuppone che la Ue abbandoni la scelta di un rinnovato atlantismo fuori dal tempo, rinunci a pensare ad un esercito europeo e invece costruisca una struttura in grado di potere intervenire nelle crisi belliche locali come forza di interposizione e partecipi alla ricostruzione dei paesi colpiti da calamità, devastazioni e pandemie che vedono la loro prima causa nel sistema capitalistico globalizzato.

Come si vede siamo molto lontani da un simile esito. Tra le cose che mancano è la costruzione di una soggettività politica che in Europa si ponga un simile compito.

Qui ci tornano utili le riflessioni che stiamo svolgendo in questo convegno. Non bastano la quantità enormi di dati se essi non passano attraverso un’interpretazione – come diceva Finelli – che dia loro un senso. E quest’ultimo è costituito da un insieme di cose: la necessità di emancipazione delle classi subalterne, le idee, i progetti, i programmi, i sentimenti, le esperienze legati a questo rovesciamento del potere e dei poteri nella società che è un processo di conquista egemonica.

Abbiamo bisogno della (ri)costruzione di un pensiero politico forte che per quanto necessariamente aperto e in una continua tensione dialettica con i dati della realtà, i progetti e le aspirazioni dei movimenti e sommovimenti sociali, non si limiti alla registrazione dello stato d’animo e degli orientamenti attualmente presenti, ma si proponga di entrare in rapporto xon essi sulla base di un solido impianto valoriale.

È quello che chiamo una nuova soggettività politica di sinistra. Attualmente nel nostro paese non c’è. L’esistenza del Partito della Sinistra europea è importante, soprattutto se non si limitasse ad essere un contenitore. Ma anche questo è un obiettivo da conquistare. Quello che c’è fatica o meglio non riesce a mettersi insieme, forse anche perché si comincia dalla parte sbagliata: la costruzione di coalizioni elettorali invece che da quella della propria identità. Per essere conosciuti e riconosciuti dagli altri bisogna innanzitutto riconoscere e conoscere se stessi. Ma anche se quello che c’è si unisse non sarebbe sufficiente. Servirebbe un processo costituente capace di attuare una transizione verso una nuova soggettività politica di sinistra, nel quale ognuno mette in gioco la propria identità e la propria storia in una ricerca e in una lotta culturale e politica.

FONTE: https://transform-italia.it/la-transizione-egemonica-mondiale/

Una transizione per l’Europa, l’Europa per la transizione

di Andrea Amato

Transizione come attraversamento di una crisi sistemica del capitalismo verso una società “oltre-capitalista”, che non significa superamento (magari in senso socialista) del capitalismo ma una evoluzione/mutazione del capitalismo che conosciamo, capace di produrre una società “basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente”. “La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.” Questa, in estrema sintesi, la base analitica su cui poggia la proposta politica contenuta nella relazione introduttiva di Sergio Bellucci all’incontro “Transizione come Variante” (Frattocchie, 3-4 settembre 2021).

L’ economia relazionale, le lotte, il ruolo dello Stato

Diversi i fronti di lotta, appunto per il potere, conseguenti a questa premessa. Innanzi tutto, l’auto-organizzazione dal basso, favorita oggi dalle tecnologie digitali” di forme solidali di produzione sganciate dal perseguimento del profitto, ma anche forme di consumo e servizi “al di fuori degli schemi mercantili sperimentati finora”. Insomma, la costruzione di quella che viene chiamata “economia (e welfare) relazionale”.

Una proposta che condivido pienamente ma che implica una prima notazione. Poiché, come lo stesso Bellucci avverte, la transizione, per definizione, non è il passaggio immediato da una fase all’altra, le forme di sfruttamento attuali, benché destinate a diventare residuali, continueranno a esistere per un tempo non brevissimo. Analogamente, anche se si sarà capaci di costruire un’economia relazionale, ciò non potrà avvenire che gradualmente. Ci troveremo quindi ad operare su due fronti: quello dell’alternativa e quello antico della lotta contro lo sfruttamento e per il trasferimento di quote di potere dal capitale alle classi subalterne. Uno sfruttamento perpetrato in forme diverse e mutevoli, da quelle più raffinate della “società di controllo” ed evolute della produzione di senso, a quelle ottocentesche da capitalismo rapace.

Certamente, su questo fronte bisogna abbandonare prassi “difensive” e “routinarie”, se non altro perché da cinquant’anni le classi subalterne non registrano avanzamenti ma solo arretramenti. E, certamente, passare a nuove forme di attacco deve significare tre cose. In primo luogo, non solo tener conto ma immergersi nella transizione; secondariamente, cogliere tutte le opportunità che, insieme a rischi e condizionamenti, ci offre la rivoluzione digitale (o meglio la digital disruption); in terzo luogo i due fronti, quello dell’alternativa e quello della lotta secolare al capitalismo, non possono semplicemente essere condotte in parallelo, ma debbono continuamente comunicare e sorreggersi a vicenda.

Un’altra questione da approfondire è quella delle condizioni che permettano/favoriscano la costruzione dell’economia relazionale. Nella relazione introduttiva si parla dell’”utilizzo di risorse pubbliche per supportare” l’economia relazionale e il “welfare delle relazioni”. C’è anche un’importante indicazione operativa, quella di coinvolgere i territori e le “strutture di democrazia locale”. Ma, a parte l’accenno all’esigenza di “nuove forme istituzionali e politiche”, manca un chiaro riferimento al ruolo dello Stato, all’idea dello Stato come luogo privilegiato in cui la politica possa “mettere le briglie” (come ha detto nel suo intervento Gigi Agostini) alle derive centralizzatrici, manipolatorie e autoritaristiche dei nuovi poteri che si affermano nella transizione. Ruolo dello Stato, che va appropriatamente considerato per quanto riguarda proprio il sostegno all’economia relazionale.

A questo proposito, ho riportato, nel mio intervento, un’esperienza personale. Nel decennio che ha preceduto le cosiddette primavere arabe, ho coordinato diversi programmi di sviluppo sociale e di rafforzamento delle società civili nei Paesi del Sud e dell’Est del Mediterraneo. Oltre alla salvaguardia dei diritti fondamentali e dei diritti di cittadinanza, la disoccupazione era il problema principale in questi Paesi. Oggi, la situazione non solo non è migliorata, ma alla disoccupazione si sono sommate le rovinose conseguenze delle guerre e dei conflitti ancora in corso. La linea direttrice di questa attività si basava sulla costatazione che il gigantesco numero di posti di lavoro che si sarebbero dovuti creare, soltanto per portare la disoccupazione a livelli europei, era un obiettivo impossibile per le politiche economiche ortodosse operanti in questi Paesi, basate, soprattutto dopo l’avvento del Partenariato Euro-Mediterraneo, sui consueti modelli occidentali: produttività, competitività, produzione ed economia export-led.

Propugnavamo, quindi, una politica economica eterodossa, che mettesse al primo posto l’occupazione invece che la crescita, e, soprattutto, con al centro la creazione di una economia relazionale, favorita anche dall’enorme presenza della cosiddetta “economia informale”. Lo sviluppo di una tale politica si rivelava però impossibile, prima ancora che per cause di natura macroeconomica, per ragioni squisitamente politiche, dovute non solo agli interessi spiccioli dei regimi autoritari al potere, ma, soprattutto alla loro indisponibilità a sottrarsi all’assoggettamento dei poteri internazionali, garanzia per la loro permanenza al potere.

Un caso esemplare è quello della Tunisia, un Paese con uno dei tassi disoccupazione più alti al mondo. Dopo la rivoluzione del 2011, cacciato via Ben Ali, c’erano tutte le condizioni interne per affermare una volontà politica che andasse nella direzione dell’economia relazionale. Ciò che è mancata è la disponibilità di risorse per sostenerla. I cosiddetti “vincoli esterni” non sono finiti con l’avvento della, ancorché fragile, democrazia tunisina: drenaggio di risorse a causa del deficit commerciale e dell’insostenibile servizio del debito estero, i diktat dell’”approfondimento” dell’Area di Libero Scambio con l’Unione Europea, le condizionalità imposte dal Fondo Monetario Internazionale, e così via. Vincoli esterni che ancora oggi – grazie alla colpevole ignavia dell’Unione Europea, con l’Italia in primo luogo, preoccupata solo dei flussi migratori – stanno minando alla base la sopravvivenza di questo Paese e distruggendo la sua speranza di democrazia.

Certo, per capire il ruolo dei vincoli esterni nel condizionare il grado di libertà delle politiche economiche, non ci sarebbe bisogno di andare in Tunisia; basterebbe ripercorrere la storia dell’Italia negli ultimi cinquant’anni. Ma il caso della Tunisia è significativo perché lì l’economia relazionale era a portata di mano, se solo una scelta politica di questo genere si fosse potuta compiere a livello di governo. Insomma, se è vera l’importanza del ruolo dello Stato per incidere sulla transizione e per costruire l’alternativa, questo Stato non può essere lo Stato nazionale. Come è stato detto, gli Stati nazionali sono ormai ridotti a meri amministratori locali di poteri globali.

L’Europa unita nella transizione

Dobbiamo, quindi, rivolgerci a uno Stato sovranazionale; che, però, non può essere l’attuale Unione Europea. Per due motivi. Innanzi tutto, perché l’Unione Europea è la più immediata fonte di vincoli esterni che mortificano la possibilità degli Stati membri di mettere in atto politiche economiche alternative. In secondo luogo, perché è essa stessa condizionata dai vincoli esterni provenienti dai vecchi e nuovi poteri globali.

Occorre valutare appieno le novità post-pandemiche provenienti dall’UE. Sia quelle relative ai vincoli finanziari – viste, a mio avviso, con eccessivo ottimismo nell’intervento di Giorgio Benvenuto, tenendo anche conto che, come ha ribattuto Alfonso Gianni, si tratta di misure temporanee sulle quali lo scontro con i falchi dell’ordoliberismo è di nuovo in atto – sia quelle – a cui ha fatto riferimento Lucia Di Giambattista – che riguardano la nuova strategia dell’Unione nel digitale (bussola, decennio, autonomia digitali). Si tratta di vere svolte strategiche? O, come in molti pensiamo, un necessario aggiustamento del capitalismo europeo per adeguarsi alla crisi globale? Il punto vero è che, sia per eliminare i vincoli posti agli Stati membri che per contrastare quelli imposti dai poteri globali, è indispensabile un’Europa unita che giochi un ruolo da attore politico globale.

In passato – di fronte alla episodicità e alla sostanziale inefficacia, in termini di risultati, delle lotte dei movimenti “No global” o “altermondisti”, fino a quelle di “Occupy  Wall Street” – ho sostenuto la tesi della “via regionale” contro la globalizzazione, intesa come costruzione di una “regione mondiale”, comprendente l’Europa occidentale, i Paesi dell’ex Unione Sovietica, il Medio Oriente e l’Africa, capace di contrapporsi o, quanto meno, riequilibrare il ruolo di quella che, fino a qualche tempo fa, era la potenza unipolare americana. Oggi, di fronte alla dilapidazione, perpetrata dall’Unione Europea, delle opportunità storiche di coinvolgere la Russia in un progetto comune di grande respiro, e alle macerie in cui sono ridotti tanti Paesi di quella “regione mondiale”, non c’è molto spazio, almeno nell’immediato, per una “via regionale” alla transizione. Allora, l’obiettivo minimale e, al tempo stesso, l’imperativo categorico è quello di un ruolo politico riequilibratore, che solo l’Europa unita potrebbe giocare. Non solo nell’arena della nuova economia ereditata dalla globalizzazione, ma anche in quella, strettamente connessa, della politica internazionale e della competizione geostrategica.

Autorevoli commentatori americani hanno messo in parallelo il ritiro dell’URSS dall’Afghanistan, che segnò la fine dell’impero sovietico, e l’attuale abbandono americano che sancirebbe la fine dell’imperialismo (o impero) americano. Certamente, sarebbe la conferma della fine, da tempo appalesatasi, di trent’anni di potenza unipolare statunitense. A quale approdo questo ci porterà, non è ancora sufficientemente chiaro. Per il peso combinato della potenza economica con quella tecnologica, nonché con quella militare, benché allo stato nascente – e senza entrare nel merito della dialettica tra concetti diversi, quali “potere”, “egemonia” e “colonizzazione”, a cui ha fatto riferimento Alfonso Gianni – la previsione che sia la potenza cinese a prevalere, ancorché in termini di egemonia, non sembra del tutto azzardata. La prospettiva, insomma, che noi europei – e noi italiani, in primo luogo – dopo essere stati per 80 anni egemonizzati/colonizzati dagli Stati Uniti passeremo a un destino analogo ad opera della Cina.

Meno probabile, mi sembra la previsione di una dislocazione pacifica delle due egemonie. Non foss’altro che per la loro differente natura. L’egemonia/colonizzazione cinese si basa sull’occupazione dell’economia e l’acquisizione della ricchezza dei Paesi target, con mezzi pacifici. Quella americana, però, non si basa sulla pacificazione del pianeta. Non può essere interpretata in questo modo la drastica riduzione della presenza americana nei territori in conflitto. Quando gli USA dicono a Taiwan “dovete fare come Israele: armatevi” (naturalmente con armi da loro fornite) significa che hanno fatto una scelta più comoda, quella di continuare a perseguire, se non intensificare, la cosiddetta “strategia del caos”, puntando sempre di più sulle “guerre per procura”, che hanno dimostrato di portare agli interessi americani più benefici di quanti non ne abbiano procurato le guerre condotte in prima persona. Questa differenza di approcci e di interessi non può risolversi in una convivenza pacifica e, anche se non si arriverà alla catastrofe del confronto bellico, essa darà sicuramente la stura a continui conflitti tra le due potenze. Questo significherà, da un lato, che esse entreranno in pieno nella cosiddetta “guerra con altri mezzi”, dall’atro, che in molte aree del pianeta continueranno le guerre, le distruzioni, le catastrofi umanitarie.

L’Europa è destinata a fare le spese di questo confronto, in ambedue gli scenari delineati. Nel primo, perché l’Europa, in primo luogo nella sua area mediterranea, sarà una delle prede più ambite dell’egemonia/colonizzazione cinese. Nel secondo scenario, perché essa sarà sempre più accerchiata da aree in cui le conseguenze del caos e dei conflitti, non potranno che riversarsi sulla sua economia e sulla sua società. L’Europa unita può evitare i rischi di questi due scenari? Non è detto che questo avvenga, ma in questa difficile transizione, è la sola carta di cui disponiamo; non solo per la nostra salvezza ma anche per quella del mondo in cui viviamo.

C’è ancora un’altra dimensione in cui il ruolo politico dell’Europa deve essere determinante: quella della trasformazione dell’ecosfera, ovvero della salvezza del pianeta. Non se n’è parlato molto nell’incontro, ma è una questione in cui la transizione ha, e avrà sempre di più, un peso determinante. Non solo per le connessioni con le altre due dimensioni, quella dell’economia globale e quella geostrategica, ma anche per l’impatto che su di essa, sempre più, avrà la rivoluzione digitale. Dobbiamo, per prima cosa, moltiplicare i nostri sforzi d’indagine e affinare le nostre analisi sugli incroci, in atto e in potenza, tra il digitale e le questioni del cambiamento climatico, dei destini dell’energia e dell’agricoltura, della salvaguardia dell’ambiente; e, non per ultimo, sul ruolo di chi distribuirà le carte del digitale nelle vicende del clima e dell’ambiente.

La democrazia europea, terreno di lotta della transizione

Cosa potrà garantire che i nostri obiettivi sulla transizione – ai vari livelli: nazionale, continentale, globale – così come gli sbocchi operativi delle nostre lotte, possano diventare conseguenti politiche dell’Europa unita? La risposta è una sola: la democrazia. Il che significa: una istituzione capace di far arrivare – attraverso efficaci percorsi di rappresentanza e di partecipazione democratica – le istanze di tutti i cittadini europei nelle sedi decisionali. Nadia Urbinati, nel suo intervento, ha detto che, di fronte a una crisi della democrazia rappresentativa, ormai sotto gli occhi di tutti, dovremmo pensare a una democrazia, sempre rappresentativa, ma con spazi aperti alla “partecipazione diretta”. Sono d’accordo, a patto che si chiarisca cosa voglia dire “diretta”. Sarei decisamente contrario se questo significasse la messa in atto di dispositivi simili alla Piattaforma creata dall’Unione Europea per “raccogliere” i desiderata dei cittadini europei nell’ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Una via di mezzo tra Facebook e la Piattaforma Rousseau. Si potrebbero, al contrario, sperimentare forme di partecipazione “diretta” della società civile organizzata – che non significa solo le Organizzazioni formalmente costituite.

Intanto, però, dovremmo occuparci della democrazia rappresentativa (al meglio delle nostre conoscenze e possibilità) nella costruzione dell’Europa unita. Ho già detto che questa non può coincidere con l’attuale Unione Europea. Il motivo è la sua intergovernatività. Non solo perché questa rappresenta un tappo al percorso di rappresentanza democratica, quel vulnus che ha sollevato alti lai per il “deficit democratico” dell’Unione, da parte di tante belle anime che si sono ben guardate da porvi rimedio seriamente. Il sistema intergovernativo deve essere superato, soprattutto, per un motivo politico legato alla transizione e alle possibilità/probabilità di lotte per l’alternativa. Un’Europa, in cui le decisioni sono, sostanzialmente, prese dai Governi nazionali, non potrà mai, non solo contrastare ma nemmeno confrontarsi con i poteri globali, vecchi o nuovi essi siano. Se, come è stato detto, gli Stati nazionali sono solo gli amministratori locali di questi poteri, i Governi non ne sono altro che i mandatari – i lacchè si sarebbe detto una volta.

Una piena rappresentanza democratica, in un’Europa unita e democratica, significa molto semplicemente, che le decisioni debbono essere prese principalmente da un Parlamento eletto a suffragio universale da tutti i cittadini degli Stati che la compongono. Questa è la sostanza del problema; poi potremo discutere della forma di rappresentanza complementare degli Stati membri, delle competenze e dei poteri da attribuire all’istituzione sovranazionale, alla forma federativa; insomma, di come si realizza la cessione di sovranità.

Sono, pertanto, d’accordo con l’indicazione, contenuta nella relazione introduttiva, di individuare nella democrazia uno dei terreni prioritari di lavoro e di sperimentazione della transizione. Una democrazia che, però, non si fermi al livello dei territori né dello Stato nazionale, ma che affronti con coraggio la questione della democrazia europea.

FONTE: https://transform-italia.it/una-transizione-per-leuropa-leuropa-per-la-transizione/

“Chiarezza sui Vaccini” Marxismo e metodo scientifico nella nuova fase pandemica

Riceviamo e pubblichiamo il documento fondativo del Comitato Nazionale “Chiarezza sui Vaccini” – Marxismo e metodo scientifico nella nuova fase pandemica.

MARXISMO E METODO SCIENTIFICO: LOTTA IDEOLOGICA E POLITICA NELLA NUOVA FASE PANDEMICA

Riportare al centro gli interessi di classe e la difesa della salute collettiva per uscire dall’emergenza e aprire nuove prospettive

Un anno e mezzo di pandemia ha messo a nudo la crisi del sistema capitalistico.

L’evidente fallimento delle misure di contenimento – sempre parziali e tardive – attuate dai paesi capitalistici europei, nordamericani ed in generale dalla stragrande maggioranza dei paesi OCSE che seguono le dottrine neoliberiste e le crescenti conseguenze della tattica delle mezze misure prolungate sulle attività economico-sociali maggiormente colpite, hanno provocato disastrosi effetti in termini di salute pubblica, in un clima altalenante di sfiducia ed incertezza.

INFODEMIA

Nel quadro del lento massacro culturale del sistema di educazione pubblica e nel disorientamento ideologico di molti, si sono fatte strada le più fantasiose teorie. In tale clima – mentre infezioni, ricoveri e decessi crescevano – si è diffusa una infodemia incontrollata di “notizie” spesso esaltate, decontestualizzate nonché manipolate (e difficilmente verificabili dai più). Le pseudo-informazioni si sono moltiplicate attraverso un pullulare di blog acchiappa-click ed una informazione mainstream confusionaria e spesso calibrata sulle esigenze economiche immediate di alcuni gruppi dominanti. In questo contesto, hanno avuto gioco facile le attività di nuove sette e altri gruppi reazionari, spesso orientati da campagne abilmente costruite e veicolate trasversalmente in differenti ambiti culturali, sociali, economici e politici e si sono fatte strada le più svariate e fantasiose teorie cospiranoiche circa la reale esistenza o la genesi dell’epidemia da SARS-CoV-2 o in relazione alla natura e alla presunta pericolosità dei vaccini.

UNA GESTIONE FALLIMENTARE NEI PAESI CAPITALISTICI

Da un anno e mezzo denunciamo e condanniamo la gestione della pandemia, nel mondo capitalistico occidentale in generale ed in Italia in particolare, spesso contraddittoria e costellata da errori clamorosi, a partire dalla mancata zona rossa di Alzano e Nembro (Bergamo) e dall’imperdonabile ritardo nella strategia di tracciamento nel 2020, fino alle complicazioni della prima fase della vaccinazione di massa con le case farmaceutiche inadempienti, senza alcuna seria risposta a livello europeo, proseguita con la sclerotica e confusionaria gestione della vicenda Astrazeneca. Tale pessima e contraddittoria gestione, tuttavia, non è la prova di complotti e cospirazioni, come credono taluni, ma la risultante dell’incapacità delle istituzioni borghesi a garantire il “bene comune”. I governi dei paesi capitalistici, stretti dalle lobby industriali che hanno imposto di non fermare la produzione dopo il primo parziale lockdown del governo Conte e che hanno ritardato in modo criminale ogni iniziativa di contenimento, proprio nelle fasi di crescita esponenziale dei contagi (si pensi alla seconda ondata dello scorso ottobre), hanno scelto la strada della cosiddetta “convivenza con il virus”, privilegiando la difesa di interessi particolari anziché la salute pubblica. Si tratta dell’incapacità a sostenere gli interessi generali che Marx stesso aveva compreso fin dagli scritti giovanili e che purtroppo non è chiara a molti militanti ed intere organizzazioni. In tutta evidenza, queste ultime, nonostante si definiscano comuniste, non sono ancora in grado di conquistare la sufficiente e necessaria autonomia ed indipendenza ideologica e politica dall’influenza delle classi dominanti, rendendo decisamente sterili e velleitari i loro stessi proclami rivoluzionari.

Le istituzioni politiche, sempre più screditate a causa della loro incapacità di gestione, incapacità propria di una classe politica di arruffoni e navigatori a vista, più che di una classe dirigente, non sono in grado di fornire una comunicazione efficace, alimentando scetticismo ed assenza di fiducia che pervadono una fascia di popolazione certamente più ampia rispetto a quella degli “anti-vaccinisti ideologici”: la pandemia sempre più colpisce questi ultimi, tra i quali troviamo molti pazienti delle terapie intensive nell’ultimo periodo, ma anche strati di popolazione non protetta, soprattutto a causa della disinformazione e dell’incapacità dei governi borghesi oltre che per la presa di una propaganda reazionaria che ha fatto breccia o disseminato dubbi anche in ambienti tradizionalmente distanti dalla destra più estrema.

IL DISEGNO REAZIONARIO DEI NEOCONS E LO SBANDAMENTO DELLA SINISTRA DI CLASSE

In differenti paesi, dall’America latina all’Europa dell’est, fino in Italia, con le cronache degli ultimi giorni, assistiamo al diffondersi di ideologie e posizioni anti-scientifiche ed irrazionali, alla base di mobilitazioni di matrice chiaramente reazionaria. Purtroppo queste tendenze sono diffuse non solo tra le organizzazioni di natura conservatrice, se non dichiaratamente neofascista, e nei settori di piccola-media borghesia (in molti casi le piccole attività) particolarmente colpiti dalle mezze misure prolungate, ma anche negli ambiti del “pensiero critico” e di un certo attivismo sociale; mentre tra le larghe masse della popolazione – nonostante l’inettitudine delle classi dominanti – ha prevalso in Italia una netta adesione alla campagna di vaccinazione che al momento tocca circa il 73% della popolazione (con l’impressionante numero di quasi 44 milioni di persone che ad oggi hanno aderito alla campagna di vaccinazione in Italia). L’orientamento e le tendenze in vario modo anti scientifiche – sia pur minoritario ed apparentemente residuale – sta attraversando in forma trasversale ogni formazione politica ed ogni ambito sociale organizzato, interessando la maggior parte delle organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe, sia nella base militante sia nei gruppi dirigenti. Questa situazione spiega l’ambiguità nelle posizioni e indicazioni politiche, mostrando un perverso meccanismo di ricerca del consenso, o una errata interpretazione della linea di massa, piuttosto che la costruzione di una direzione politica basata sulla chiarezza e su una visione scientifica della realtà: in questo senso la scarsa comprensione della realtà concreta è indice di una forte debolezza e subalternità ideologica. Non è un caso che dietro ad una certa propaganda si nascondano soggetti ambigui legati ai locali circuiti della setta nordamericana “QAnon” e dell’estrema destra. Si tratta di una dinamica operante non solo in Italia e nell’Unione Europea, ma anche in Russia, nel Brasile di Bolsonaro, in Argentina ed in altri paesi: una campagna che abbiamo osservato attentamente e visto crescere sin dall’inizio, e che ha preso avvio negli USA all’ombra della precedente amministrazione Trump. Chi condivide piazze e parole d’ordine con questi soggetti deve prendere consapevolezza che si sta assumendo la responsabilità di favorire il loro disegno apertamente reazionario.

Si sta diffondendo un approccio limaccioso, che mescola frammenti di pensiero (apparentemente) critico con atteggiamenti anti-scientifici e irrazionalistici, in un mix che alimenta in maniera indistinta la sfiducia nel potere costituito a prescindere dal suo carattere (borghese conservatore, riformista, o socialista), diffidenza e scetticismo nei riguardi di ogni dato ufficiale o informazione scientificamente fondata, arrivando persino alla aperta avversione verso i medici e gli stessi lavoratori della sanità. Questo fenomeno sta producendo una crescita del pensiero anti-progressista che, anziché dirigere le più ampie masse verso la prospettiva di un’alternativa di sistema in chiave anticapitalista e comunista, affonda nel ribellismo senza prospettive o nel ripiegamento familistico e comunitaristico, nell’individualismo soggettivista e antisociale, o nella polarizzazione esasperata da social network. 

Le forze che si dichiarano apertamente neofasciste stanno tentando di cavalcare e orientare queste inquietudini, finora con esiti piuttosto scarsi, ma con sempre maggiore visibilità e con l’obiettivo di alimentare confusione e diversione dalla lotta di classe, una dinamica favorita dai riflettori mediatici, deviando l’attenzione su una polarizzazione in realtà sterile ed utile alle classi oggi ancora dominanti ma sempre meno dirigenti.

LA NECESSITÀ DI FARE CHIAREZZA SUI VACCINI

È giunto il momento di fare chiarezza su alcuni aspetti, centrali per chi non ha abbandonato una visione del mondo dialettica e storico-materialistica, una visione scientifica della realtà, nonché della necessità e possibilità della sua trasformazione, e che non ha intenzione di sostituirla con un vuoto ribellismo velleitario.

Nelle prime fasi dello scorso anno, 2020, immediatamente a ridosso del primo lockdown, era già necessario rivendicare l’attuazione di misure nette di contenimento, test massivi e gratuiti e misure anticipate all’inizio della seconda ondata di ottobre, seguendo l’esperienza cinese “covid zero” (anziché quella “convivenza con il virus” dei paesi OCSE con poche eccezioni), iniziative tali da evitare il disastro sanitario e un periodo interminabile di mezze misure, invece che legittimare – come hanno fatto alcuni – mobilitazioni contrarie ad ogni pur tardiva ed insufficiente misura di contenimento. Allo stesso modo chi oggi insegue le mobilitazioni anti-vacciniste o variamente riduzioniste non fa che aggiungere confusione invece che fare chiarezza, diversione anziché direzione rispetto ai movimenti spontanei.

Basta con le ambiguità, le banalizzazioni e i luoghi comuni: sui vaccini occorre fare chiarezza!

In merito alla campagna vaccinale, ed alla pandemia in generale, occorre osservare con attenzione i dati, i numeri, i risultati di iniziative di contenimento e di diffusione della vaccinazione nei differenti paesi. Un dato ormai evidente è la protezione dalle forme più gravi di infezione della popolazione vaccinata, consolidato negli ultimi mesi ed in relazione all’uso di tutti i vaccini in circolazione, siano essi di produzione occidentale capitalistica o meno. Ottimi i dati in Uruguay, ad esempio, con una copertura altissima della popolazione, raggiunta in breve tempo con la vaccinazione di massa, in larga parte immunizzata con il vaccino cinese Sinovac (crollo verticale di casi positivi, casi gravi e decessi).

Se il dato sulla protezione a livello clinico in ogni paese deve essere osservato nel tempo, l’aspetto e la ricaduta della vaccinazione sul piano epidemiologico richiede una attenta valutazione là dove la vaccinazione ha raggiunto percentuali elevate della popolazione. Si tratta di considerare molte variabili, sapendo che i vaccini non sono bacchette magiche miracolose, ma potenti strumenti da affiancare ad una vigilanza sanitaria puntuale, con test massivi a disposizione di tutti e tracciamento, con lo sviluppo di un sistema sanitario pubblico e con la messa a punto di cure specifiche per questo tipo di patologie. Chi si illude di risolvere il problema con le sole cure precoci mostra di non comprendere cosa sia una epidemia di questo tipo e le sue conseguenze senza misure di contenimento e mitigazione degli effetti, altrimenti disastrosi e tali da travolgere qualsiasi sistema sanitario, anche il più evoluto.

Non dobbiamo mai stancarci di ripeterlo e sottolinearlo:

1. il vaccino, qui ed ora, è indispensabile ed imprescindibile ma non va contrapposto alle altre misure. Le altre misure di profilassi generale non sono in alternativa alla vaccinazione di massa ma sono complementari ad essa. Il “consenso informato” non è una liberatoria e consente comunque la richiesta di risarcimento per i rarissimi casi di conseguenze da reazioni avverse, come confermato da sentenza della Corte Costituzionale, che equipara i vaccini obbligatori a quelli consigliati dalle istituzioni statali e regionali.

2. la sanità pubblica e il suo rafforzamento, in prospettiva, non devono essere considerati “spesa” da tagliare, bensì pubblico investimento, anch’esso indispensabile ed imprescindibile, per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

Riguardo all’adozione di questo o quel vaccino da parte dei differenti enti regolatori (EMA, FDA, ecc.) ogni paese opera proprie scelte, ma occorre denunciare la differenza tra la validazione di questo o quel vaccino da parte degli enti regolatori, dal riconoscimento di ogni vaccino sviluppato seguendo i protocolli codificati di sperimentazione clinica e quantomeno dal riconoscimento doveroso di ogni vaccino considerato valido dall’OMS (si pensi ai vaccini cinesi). Il mancato riconoscimento da parte di Italia e UE (ma non da parte di altri paesi membri) dei vaccini non di produzione occidentale non ha motivazioni sanitarie ma solo geopolitiche.

Il non riconoscimento di questi vaccini, usati in decine di paesi, ha conseguenze negative nelle relazioni economiche, sociali e culturali tra i popoli, oltre che conseguenze negative per le comunità italiane all’estero (ad esempio in America latina dove prevalente è l’uso dei vaccini di produzione cinese o russa) e per i lavoratori stranieri residenti in Italia. Lo stesso dicasi per il riconoscimento dei vaccini cubani attorno ai quali c’è grande attenzione da parte della comunità scientifica mondiale e di molti governi. In queste ore si registra grande interesse per il vaccino cubano Soberana II che assieme ai cinesi Sinovac e Sinopharm è sviluppato per la vaccinazione già in età pediatrica.

Assodato dunque che il vaccino non fa miracoli, non siamo certi che questa verità elementare che con un minimo di conoscenza storica dell’argomento dovrebbe essere evidente, sia chiara ai governi della borghesia. Soprattutto nei paesi capitalistici dell’area OCSE, infatti, i governi hanno prodotto una comunicazione esageratamente ottimistica sull’imminente uscita dalla pandemia una volta portata a termine la campagna vaccinale, che forse rientra nel libro dei sogni della borghesia e dei propri comitati d’affari per consentire un immediato ritorno alla situazione economica pre COVID-19.

LE CONTRADDIZIONI IN SENO AL GOVERNO DEL CAPITALE

Il capitalismo ogni giorno deve fare i conti con le contraddizioni che egli stesso ha creato ed anche in questo caso non riesce ad uscirne. I governi borghesi, stretti da un lato dalla difesa degli interessi privati come quelli delle case farmaceutiche, dall’altro lato dall’impossibilità di uscire dalla pandemia con questo quadro d’insieme, stanno iniziando a rendersi conto della necessità di permettere la vaccinazione anche agli abitanti dei paesi più poveri, naturalmente non per ragioni etiche ma nell’interesse degli stessi paesi imperialisti. Perfino Biden ha accennato mesi fa alla necessità di una temporanea sospensione dei brevetti, dimostrandoci ancora una volta come la realtà sia dialettica e il capitalismo sia costretto ad avventurarsi in terreni completamente al di fuori dal proprio recinto per cercare soluzioni a problemi altrimenti insormontabili. Ma, per ora, il capitalismo ha soltanto contribuito ad esasperare e rendere più evidente la differenza fra poveri e ricchi, tra oppressi ed oppressori, anche su questo aspetto vitale, e non possiamo dimenticare il criminale bloqueo e le sanzioni contro il popolo cubano, contro la Siria, l’Iran e troppi altri paesi ai quali in piena pandemia viene impedito perfino l’acquisto dei medicinali. Se i dati dei primi di settembre 2021 ci parlano di oltre il 40% della popolazione mondiale che ha ricevuto almeno una dose di vaccino, con oltre 5,5 miliardi di dosi somministrate, l’atrocità della sperequazione si riassume nel dato analogo per i paesi oppressi dall’imperialismo: meno del 2%. Contro il 65% dell’UE e il 54% del Nord America; prodighi di dichiarazioni di principio e avidi nei fatti ad accaparrarsi i vaccini sul “mercato”.

UNA STRATEGIA INTEGRATA CONTRO LA COVID-19

Misure come la sospensione delle licenze dei brevetti sarebbero dunque fondamentali per un’uscita quanto più veloce possibile dalla pandemia, così come lo diventano in prospettiva la ricerca ed il potenziamento della sanità pubblica, che consentirebbe agli stati di non dipendere dalle multinazionali del farmaco e che si profila come aspetto strategico necessario alla stessa infrastruttura economico-produttiva. Da questo punto di vista, Cuba, che è un paese piccolo ma socialista – differenza qualitativa non trascurabile – sotto embargo e continuamente boicottato dal blocco imperialista statunitense, ci dimostra come una soluzione del genere sia non solo possibile ma di gran lunga più efficace, data la capacità che ha avuto di brevettare, produrre e distribuire almeno sul proprio territorio vaccini integralmente pubblici e di promuovere la collaborazione per la produzione di vaccini in altri paesi. Anche questo a dimostrazione della superiorità strategica dei paesi con persistenti elementi di socialismo nell’affrontare le minacce pandemiche. Tutto ciò conferma e rafforza in noi la granitica certezza che l’umanità ha un futuro solo nell’organizzazione socialista della società.

I vaccini rappresentano dunque, sotto l’aspetto sanitario, l’architrave di una strategia integrata che coniuga medicina territoriale (che a differenza dell’ideologia anti-vaccinista, non contrappone ad essa la vaccinazione di massa), tracciamento, prevenzione e ricerca pubblica.

Sul fronte del tracciamento, diventa indispensabile la gratuità dei tamponi, degli esami degli anticorpi e di tutte le analisi finalizzate al contrasto della COVID-19.

IL “GREEN PASS” E L’OBBLIGO DI LEGGE

In una situazione di isteria collettiva, una misura contingente e temporanea come il “Green Pass” diventa l’immaginaria linea gotica che divide due schieramenti contrapposti. La polarizzazione che ne consegue configura nella sostanza un’ennesima arma di distrazione di massa.

Si tratta di un provvedimento contraddittorio che rientra perfettamente nel quadro delle mezze misure, dove le forze politiche non hanno il coraggio di imporre l’obbligo vaccinale. Dunque, ci troviamo davanti ad una politica che non decide ma scarica le proprie responsabilità sulla popolazione aprendo una frattura tra i lavoratori. Benché la vaccinazione stia riscuotendo una larghissima adesione, vi sono settori con un numero significativo di lavoratori ancora scettici, che rischiano di pagare il prezzo più alto in termini sia di salute sia di provvedimenti conseguenti alla mancata vaccinazione.

Le conseguenze pratiche di questa (non) scelta sono ambivalenti: se da un lato questo strumento incentiva la vaccinazione di massa, dall’altro crea la pericolosissima illusione di isole “Covid-free”, che purtroppo nella realtà ancora non possono esistere.

La soluzione più avanzata sarebbe quella di convincere la parte ancora disorientata della popolazione a vaccinarsi attraverso una comunicazione seria ed efficace: al momento riscontriamo come questa prospettiva sia molto lontana e che la scelta del governo sia orientata ad una estensione di un obbligo di fatto ma non giuridico.

SCIOPERO GENERALE DELL’11 OTTOBRE 2021

Riteniamo fondamentale questo appuntamento, che deve mantenere come aspetto centrale la lotta contro i licenziamenti e non quella contro il “Green Pass”, che certamente Confindustria sta cercando di utilizzare a proprio vantaggio, esattamente come la borghesia ed i suoi governi hanno sempre fatto per ogni evento della storia umana e per ogni suo provvedimento consequenziale. Tuttavia, ribadiamo come il tema centrale dello scontro tra capitale e lavoro in questa fase sia quello dei licenziamenti, che dopo il pesantissimo assaggio di questi mesi (come mostrano i casi della Whirlpool e della GKN su tutti), verrà fuori in tutta la sua drammaticità una volta concluso il periodo di cassa integrazione.

Oltre alla lotta contro lo sblocco dei licenziamenti, è fondamentale un impegno massiccio delle organizzazioni sindacali per garantire le condizioni di sicurezza sul posto di lavoro, con il rispetto rigoroso dei protocolli anti-Covid-19 e nei trasporti pubblici, fondamentali per il raggiungimento del posto di lavoro e di studio e che necessariamente devono essere potenziati, oltre all’investimento nella sicurezza e sulle condizioni di lavoro nel settore pubblico (in particolare sanità, scuola e università) e nella ricerca. Non possiamo dimenticare i 621 lavoratori contagiati sul posto di lavoro, morti causa Covid nei primi mesi del 2021, ovvero morti per infortunio sul lavoro, come da relativa richiesta agli enti previdenziali.

IN CONCLUSIONE

Consideriamo che la pandemia da Covid-19 ha messo definitivamente a nudo la crisi del capitalismo e l’incapacità della borghesia di governare il mondo; evidenza che emerge con forza ancora maggiore in presenza di eventi avversi come la pandemia (che alcuni preferiscono definire come ‘sindemia’, sottolineando la sovrapposizione di aspetti naturali ad altri di tipo sistemico).

– Denunciamo gli effetti tossici di un’informazione interessata solo ai click e non alla salute pubblica.

– Condanniamo la gestione disastrosa della pandemia da parte di una classe politica per niente autorevole ed incapace di indirizzare una comunicazione chiara ed efficace.

– Esprimiamo tutta la nostra preoccupazione per il disegno reazionario della componente maggioritaria degli anti-vaccinisti per principio ideologico ed il nostro disappunto e disaccordo con quelle componenti progressiste e comuniste che aderiscono e si accodano alle loro campagne, condividendo piazze e parole d’ordine con neocons e neofascisti dichiarati.

– Rivendichiamo a gran voce la necessità della vaccinazione di massa in tempi rapidi nei paesi oppressi dall’imperialismo, il riconoscimento di tutti i vaccini smarcandosi dai giochi geopolitici, la sospensione delle licenze brevettuali, la gratuità dei tamponi e di tutti gli esami utili per il contrasto alla Covid-19, nonché il massiccio finanziamento alla ricerca pubblica valutando le possibilità della produzione di vaccini pubblici seguendo l’esempio di Cuba.

– Riteniamo che il “Green Pass” sia una mezza misura che scarica le responsabilità sui cittadini, incentiva la vaccinazione ma crea la pericolosissima illusione di luoghi “Covid-free”. Ogni cosa sotto il cielo ha la sua ora ed è giunto il momento del superamento delle fin troppo spesso ipocrite “mezze misure”.

– Chiamiamo le lavoratrici e i lavoratori allo sciopero generale dell’11 Ottobre 2021, contro lo sblocco dei licenziamenti, per adeguate misure di contrasto alla Covid-19 nei luoghi di lavoro, nelle scuole e sui mezzi di trasporto pubblici.

– Facciamo appello alle compagne ed ai compagni, oggi presenti come noi in differenti ambiti o gruppi organizzati, a sostenere apertamente una battaglia di chiarezza oggi necessaria al fine di uscire dall’emergenza e dalle nebbie della polarizzazione controllata, ricostruire una autonomia politica ed ideologica e aprire nuove prospettive di trasformazione rivoluzionaria.

Comitato Nazionale “Chiarezza sui Vaccini”
Marxismo e metodo scientifico nella nuova fase pandemica

8 settembre 2021

Fonte: https://albainformazione.wordpress.com/2021/09/09/24358/

LA TRANSIZIONE COME VARIANTE

di Sergio Bellucci (Relazione introduttiva al seminario di Frattocchie dell’Associazione Transizione)

Ci sono momenti della Storia che sembrano squassare i tempi.

Se agli accadimenti umani, pensiamo alle decisioni e agli scontri su come affrontare la prima Pandemia dell’era globale o le vicende geopolitiche e umane legate al dramma odierno dell’Afghanistan, delle sue bombe e dei suoi morti o a quello della Palestina, della Siria, della Libia, delle decine di teatri di guerra in Africa e nel resto del mondo, di cui poco si sa e meno si vuole sapere; oppure se pensiamo alla fine di un modello economico, troppo forte per collassare in un sol colpo e troppo debole per continuare ad illudere l’umanità che sia capace di regalare l’autorealizzazione umana; oppure agli impatti della tecnoscienza sulle società in termini di stravolgimento della produzione, delle forme del lavoro, di quelle delle relazioni individuali e sociali fina alla possibilità di intervento sulla stessa forma di vita e la modifica del DNA umano.

Se a questi accadimenti umani sommiamo le notizie del superamento della soglia di non ritorno del disastro climatico e ambientale, il senso di impotenza e di collasso può prendere corpo e, nel nostro Occidente benestante, svilupparsi una richiesta di massa del “ripristino” di ciò che c’era e che non ci sarà più.

L’impressione che si ricava da questo intreccio è quella di una crisi concentrica in cui i problemi “gestionali” dei singoli paesi (quelli della cosiddetta “politica” che, in realtà, è la mera gestione amministrativistica del presente e dello status quo) si sommano a quelli della crisi della vecchia forma e logica economica e l’esplosione di quella geopolitica.

Le eventuali soluzioni a questi fronti, inoltre, sono ormai vincolate al limite di questo modello di sviluppo, delle sue forme di produzione, delle sue merci, sia sotto i meccanismi distributivi e ridistributivi ma soprattutto dell’impatto che essi hanno sul pianeta, sulle sue risorse, sui cicli vitali e su quelli ambientali.

Questi fenomeni, ormai, sono intrecciati e formano una struttura “complessa” e piena di collegamenti connessi e interagenti. La politica di questo secolo, la politica di nuova generazione in grado di indirizzare l’umanità verso un nuovo approdo, non può più non tenere conto di questo quadro complesso.

Non c’è più un prima e un dopo, non solo sul piano sociale – come abbiamo sostenuto per anni – e non solo sul piano quantitativo e redistributivo. Abbiamo bisogno di una bussola che ci accompagni in ogni tipo di scelta e di comprendere, al meglio, non solo le sue implicazioni quantitative (sul piano della produttività e del livello occupazionale) ma il suo impatto “complesso” sulla realtà.

Ed è di questa bussola che dobbiamo parlare.

Non possiamo dividerci tra chi ipotizza un ripristino di una fase “industriale” classica (con la redistribuzione salariata della ricchezza prodotta) e chi, prendendo atto delle trasformazioni profonde e irreversibili del quadro, si rintana nella mera ricerca della “sopravvivenza”, rivendicando un reddito checchessia.

Ad una “crisi sistemica” e che noi definiamo come una Transizione, infatti, si risponde con una politica sistemica di qualità “altra” e con logiche di intervento di nuova generazione che, viste dalla tradizione, possono sembrare “aliene”. Una politica che deve riscoprire la radice del suo fare “di parte” ricercando le forme per il superamento della suddivisione del lavoro e quella tra i generi e, con essa, il costituirsi di una “comunità reale” –  volontaria e consapevolmente umana – capace di superare i limiti delle attuali forme di comunità, più apparenti e illusorie che materialmente tali, una società di individui “veramente umani” in quanto “onnilaterali” e, quindi, di individui la cui libertà personale è reale, se libertà è sinonimo di razionalità, universalità, condivisione, cooperazione, equità. Una comunità dell’umano che sappia ri-costruire il rapporto con la sfera della vita sul pianeta e con gli equilibri ambientali, diventando conscio del proprio fare.

A questa rottura “sistemica”, inoltre, si sommano accadimenti individuali che ci fanno sentire più soli, più incapaci, più muti.

Penso alla morte di Gino Strada.

Al dolore della perdita di una persona che era diventato un simbolo proprio perché “alieno” per il suo fare concreto, per l’aiuto umano profuso e anche per la sua intransigenza morale e politica. La sua vita è stata la concreta e materiale conferma che la guerra è non solo una scelta sbagliata e inutile – una scelta eredità  di quella preistoria umana da cui abbiamo ancora difficoltà ad affrancarci – ma che dimostra sempre più la sua incapacità a produrre gli esiti che a parole vorrebbe generare. Una guerra ancor più disumana con i suoi nuovi terreni di battaglia digitale che impongono nuove forme di conflitto e nuove armi. Penso alla potenza dei cyberattacchi come alla robotizzazione delle armi che divengono sempre più autonome e indipendenti e affidate all’Intelligenza artificiale.

Oggi l’Occidente deve chiedersi: è ancora possibile imporre con le armi forme di governi e regimi al solo scopo di produrre una concentrazione di ricchezza che non si era mai prodotta nella Storia umana che, solo come sottoprodotto, ha la possibilità di garantire ai propri cittadini un livello di consumi che divide l’umanità verticalmente in due parti e non è sostenibile ambientalmente?

Abbiamo bisogno di molto coraggio per affrontare alla radice vecchie questioni in un quadro quasi del tutto nuovo e in veloce trasformazione.

Ognuno di noi viene da percorsi di vita, politici e culturali, diversi e, talvolta, anche contrastanti. Spesso abbiamo pensato che le posizioni altrui erano errate, controproducenti, dannose, portatrici di idee di mondo e di speranze “non condivisibili”. Ci siamo scontrati politicamente e ci siamo anche combattuti.

Perché allora oggi siamo qui?

Non certo per misurarci a vicenda una “purezza” ideologica o, molto più semplicemente, una coerenza soggettiva o collettiva dei nostri percorsi. Credo che noi siamo qui perché percepiamo due cose: l’incapacità delle vecchie strade di farci avanzare verso un orizzonte di liberazione e l’urgenza dei tempi.

Per questo, in questo incontro, abbiamo bisogno di mettere un avverbio al centro delle nostre riflessioni: Oltre.

Ne abbiamo bisogno per molte ragioni.

Sul piano politico, infatti, una Transizione pone sempre questioni che hanno lo spessore della Storia.

Per la lettura che abbiamo portato avanti in questi anni dentro Net Left, il momento che viviamo va oltre la categoria della “crisi” ma è quello del passaggio da una formazione economica ad un’altra.

La Storia ha già vissuto epoche analoghe e sono le fasi che riempiono i libri di avvenimenti e fatti che, visti con il senno del poi, assumono una certa “linearità”. Così non è per chi li vive.

Gli anni delle transizioni sono anni aperti a molti esiti contrastanti, pieni di slanci di liberazione e di restaurazioni tremende di ordini sociali ed economici non disposti a lasciare il posto al nuovo che avanzava. E il nuovo che avanza non contiene solo nuovi e diversi “gradi di libertà” – incarnate dalle nuove classi che rivendicano il loro potere – ma anche nuove e, spesso, più efficaci forme di sfruttamento, di asservimento.

Gli anni di Transizione sono anni di interrogativi, di orizzonti che si dischiudono e di strade che si interrompono. Sono gli anni in cui i processi economici divengono “ibridi”. Le nuove forme di produzione del valore, dei beni – materiali o immateriali che siano -, si stratificano su quelle consolidate, quelle che la vecchia società percepiva come “eterne” e, a poco a poco, divengono egemoni sulle vecchie forme.

Spesso, sono processi quasi intellegibili per chi li vive. Il Marx della prefazione del ’59, ammoniva: “Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa”.

Collettivamente, oggi, dobbiamo essere all’altezza di questa consapevolezza.

Le culture entrano nel frullatore. Le connessioni tra gli umani si moltiplicano, gli scambi e le relazioni divengono di un ordine di grandezza più alto. Nuove consapevolezze, sociali e individuali, si affacciano. Emergono percezioni del se e immagini della forma sociale completamente nuove, inaspettate. I linguaggi si contaminano e le parole cambiano il loro senso; le tecnologie per la loro produzione e il loro scambio si moltiplicano e si trasformano, inondando i corpi sociali di nuove forme di relazione e di conoscenza del mondo.

Abbiamo bisogno, oggi, di quell’avverbio, Oltre, per discutere tra noi, per parlare con quelli che ci stanno ascoltando e per quelli con cui parleremo d’ora in avanti.

È quasi un problema di ecologia della mente e dei pensieri e, quindi, della relazione tra noi.

Ogni persona viene da un percorso individuale, da una esperienza con la quale ha attraversato, conosciuto e indagato il mondo. Molti di noi lo hanno fatto a partire dal punto più alto della storia umana della fase storica precedente. Sono stati anni meravigliosi di conquiste e possibilità. Anni di lotte e di vittorie, di aspirazioni di un mondo nuovo che, in realtà, ognuno di noi pensava, in cuor suo, in un modo ma sentiva di condividere quella esperienza con vere e proprie “moltitudini” di donne e uomini che erano in marcia per la loro emancipazione. In quel percorso abbiamo condiviso linguaggi e parole, ci siamo dati priorità ed obiettivi. Era, o sembrava, facile “parlarsi”.

Avevamo un linguaggio condiviso e partivamo da una condivisione, almeno teorica, dell’orizzonte verso cui muoverci.

Tutto questo è finito e non basta rievocarlo per renderlo nuovamente concreto.

È finito anche per errori e nostre incapacità (teoriche, politiche, sociali, comunicative, relazionali). Abbiamo disperso il senso di una comunità in marcia. Ma non è tutta colpa nostra e non è solo un tema legato al “revanscismo” soggettivo delle classi dominanti per le nostre conquiste degli anni ’60 (qui in Occidente e, in particolare, nel nostro paese).

Ne parleremo oggi e in futuro e, credo, troveremo molte “lontananze” nelle nostre letture. Ma, per noi, non è questo il punto.

Vorrei chiedere di andare “oltre” nella nostra capacità di dialogo, di comprensione delle nostre parole (sempre meno condivise nei significati che ognuno gli attribuisce). Di andare “oltre” le nostre “Storie” personali e collettive senza dover recidere le radici ma chiedendo a noi stessi e a tutti noi collettivamente, lo sforzo di comprensione delle ragioni che spesso sono “velate” dalle nostre parole.

Andare “Oltre” in termini di lettura della fase, con curiosità e la capacità di comprendere il nuovo e non per rinfilarlo a fatica nelle vecchie scaffalature delle nostre case ormai diroccate ma mettendo le nostre radici e tutta la nostra intelligenza per comprendere come il nuovo, che è in divenire, possa e debba diventare una opportunità per dare un senso nuovo alle nostre stesse radici.

Se siamo qui è perché ci stiamo interrogando, alcuni collettivamente altri individualmente, su ciò che sta investendo la storia umana. Una Transizione che arriva nelle profondità estreme del fare che solo pochi decenni or sono neanche immaginavamo. Una Transizione che richiede grandi capacità di comprensione per l’agire politico, che ci consegna un territorio complesso su cui va dispiegata una strategia politica complessa.

Per questo chiedo a me stesso, chiedo a tutti voi, a tutti noi, di “ascoltarci”, di domandarci il senso profondo delle parole che ascolteremo e ci diremo, di fare uno sforzo “oltre” le etichette e “oltre” le vecchie appartenenze. “Oltre” le nostre personali storie. Credo che sia possibile farlo mantenendo solo una motivazione politica originaria, quella che ha generato le radici di noi tutti: non solo difendere gli interessi “immediati” del “campo sociale dei subalterni” ma aprire il campo di lotta per candidarli alla costruzione di un modello sociale, economico e politico che sia la loro diretta espressione.

Non c’è momento migliore che una Transizione per mettere in campo tale forza, tale intelligenza politica.

Credo che siano queste le motivazioni di fondo per le quali ci ritroviamo in una unica sala. Veniamo da letture e pratiche diverse ma oggi sentiamo che l’urgenza della fase non può farci rintanare nelle vecchie stanze ove abbiamo attraversato questi decenni.

Molti di noi hanno dato per scontato che la parola Transizione avrebbe indicato il passaggio dalla società capitalistica alla società socialista.  La storia, in realtà, si sta prendendo la briga di mostrarci la possibilità di una Transizione che produca una società oltre-capitalistica basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente.

La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.

Ed è questo lo spazio di nuova teoria politica e di nuova prassi che dobbiamo poter osare.

Gli elementi di crisi e di sviluppo

Come in ogni fase di Transizione esistono fattori di crisi e fattori di sviluppo.

Da un lato, infatti, le vecchie forme di produzione (e le loro istituzioni) arrancano di fronte ai loro limiti e al nuovo che avanza. Le nuove forze produttive, invece, sono sempre più strette all’interno dei vecchi limiti imposti dal modo di produzione precedente. La rivoluzione delle tecnologie digitali, la loro ubiquità, la loro qualità, non solo pervasiva ma nuova nella sua essenza tecnica, ha ormai superato la fase adolescenziale e sta entrando nella sua fase adulta. Per decenni non abbiamo voluto affrontare il punto di rottura che rappresentava una tecnologia che non si limitava – come fecero quelle meccaniche – a moltiplicare il poter fare della mano umana ma si applicava direttamente alla possibilità di amplificare il saper fare del cervello, delle attività legate alla gestione delle informazioni.

Paul Romer, premio Nobel del 2018, indicò già sul finire degli anni ’80 ciò che si stava determinando nei processi produttivi. La gestione delle informazioni come “il miglioramento delle istruzioni per mescolare le materie prime “, ammoniva Romer, non può più essere ignorato nelle equazioni economiche. Romer affermò per primo che “le istruzioni per lavorare con le materie prime sono intrinsecamente diverse dagli altri beni economici”.

L’informazione, infatti, è un bene diverso da qualunque altro bene economico. Sulla sua natura, però, la ricerca economica e politica segnano il passo. La sua gestione digitale, il suo accumulo, la sua ibridazione e distribuzione, fino alla esplosione dei Big Data, dell’industria 4.0, – con i suoi “gemelli digitali” che vanno dalla singola macchina produttiva all’intera fabbrica, dai singoli prodotti ai modelli di vendita e di acquisto, dal consumo allo scarto del prodotto – ne hanno esponenzialmente rafforzato la potenza.

Oggi, la gestione dei comportamenti individuali nella vita e nel consumo, la risposta sociale alle singole scelte individuali fino alla sfera della politica, per arrivare ad ambiti impensabili fino a ieri come la riproduzione di un singolo organo umano prima di un intervento chirurgico in sala operatoria o alla riproduzione digitale del funzionamento di un DNA o all’interazione di una proteina con il suo ambiente, si sommano alla potenza dell’Intelligenza Artificiale distribuita a sciami che incrementa parallelamente le proprie acquisizioni, alla Robotica militare o a quella di compagnia, comporta una modifica “strutturale” del processi produttivi, non solo in termini di modifica dei profili professionali e degli aspetti “quantitativi” sull’occupazione. Parliamo, infatti, della rottura del sistema con conseguenze dirette non solo sul lavoro e la produzione ma direttamente sulla struttura delle forme del welfare.

Il cambiamento comporta una progressiva messa in crisi dell’aspetto centrale del capitalismo industriale e della sua forma manifatturiera. Le tecnologie digitali, infatti, basano il loro sviluppo e la loro produzione sulla logica del copia-incolla. Queste apparentemente frivole procedure rappresentano l’essenza di una forma in divenire che dispiega la sua capacità egemonica in grado di mettere in discussione assiomi millenari come il concetto di proprietà la cui difesa avviene sempre più in termini di definizione legale e sempre meno in termini di uso sociale.

Nel suo libro Post-capitalismo Paul Mason scrive: <<se puoi copia-incollare un blocco di testo, puoi farlo con una traccia musicale, un film, il progetto di un motore a reazione e il modellino digitale della fabbrica che lo costruirà. Quando puoi copia-incollare qualcosa puoi riprodurlo gratis. In gergo economico ha un costo marginale zero”. Il risvolto è che se la produzione ha un costo marginale vicino allo zero, anche il valore del lavoro sarà marginalmente zero. E l’intero meccanismo della definizione dei prezzi sta subendo contraccolpi giganteschi>>.

In termini sintetici potremmo dire che l’avvento delle tecnologie digitali ha aperto ad una stagione completamente nuova del processo di produzione del valore che sta imponendo la propria centralità, facendo declinare le vecchie forme. Ai classici schemi di produzione, quelli legati alla produzione di denaro per mezzo di merci (D-M-D) sostenuta in maniera fortissima dallo schema finanziario del denaro che produce denaro per mezzo di denaro (D-D-D), si è affacciata sulla scena della Storia la produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) alludendo anche a nuove forme che, implicitamente, vengono abilitate da questa novità. L’accumulo di informazione, infatti, non gioca il ruolo sul solo piano economico e, in seconda battuta, sul piano del potere (politico e sociale) ma interviene direttamente sulla sfera del controllo e sulla conoscenza dei singoli e della società che apre a forme di gestione non solo commerciale delle informazioni. È un ibrido che estende la sua capacità egemonica direttamente ai meccanismi di scambio che, fino ad oggi, erano regolamentati dalle monete emesse da un potere centrale.

Ci sono diverse faglie che stanno aprendo squarci sul Titanic delle società capitalistiche (sia quelle di “mercato” sia quelle “di stato”).

Proviamo ad elencarne solo alcune per sommi capi.

A livello economico potremmo elencarne molte. Il superamento di una soglia critica di sostenibilità finanziaria del sistema esplicita, ormai, dalla crisi del 2008. L’avvento dei cicli immateriali che vedono al centro le varie forme della merce informazione e la produzione di nuova merce nel momento del suo consumo. Quello che nei cicli immateriali prendeva la forma del rifiuto, qui, diviene nuova materia prima. L’aumento esponenziale, quindi, della merce informazione. In pochi giorni, oggi, si produce l’intera somma delle informazioni prodotte dall’inizio della Storia ad oggi.  L’avvento del taylorismo digitale per i nuovi processi di produttivi, la nascita del lavoro implicito , quello svolto in maniera obbligata da tutte le persone che ormai vivono nei paesi raggiunti dalle strutture digitali (cellulari, pc, telecamere di sicurezza, ecc..) e l’emersione delle prime forme di lavoro operoso. L’impatto della robotica autonoma (di derivazione militare ma prestissimo nelle nostre città) e l’ubiquità dell’Intelligenza Artificiale negli apparati e presto negli oggetti e in grado di modificare la geografia delle professioni e il numero dei salariati in maniera determinante e in un tempo storicamente nullo. Il salto verso le tecnologie quantistiche (calcolo e trasmissione) che rappresentano un salto di diversi ordini di grandezza nella capacità di simulazione dei sistemi complessi. L’ormai consolidata estrazione di valore dalle forme relazionali delle principali aziende capitalizzate nel mondo e che estraggono valore dal lavoro implicito. Consideriamo che il PIL italiano vale il 23% di quello di Facebook, Alphabet e Amazon messi insieme. L’avvento della produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) e la sua smaterializzazione del processo tramite la Blockchain che abilitano, al limite, processi di “baratto digitale”. Lo sviluppo social della vecchia forma dell’“Industria di Senso”, l’industria che lavora (e fa profitti) nella costruzione del senso della vita quotidiana che costruisce il consenso politico come substrato del suo sviluppo sistemico. Un’industria che compete direttamente con religioni e ideologie generandone una di fondo sul quale vive il nostro sistema. La forma stessa della democrazia si infrange sulla potenza della creazione di consenso di questa industria del consumo e mette in crisi i suoi stessi principi e presupposti. La stessa forma settecentesca della democrazia liberale, basata su una divisione e una autonomia, mai completamente realizzata in nessuna parte, di tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) mostra la corda sotto le dinamiche delle nuove forze produttive, delle loro esigenze di modelli e schemi decisionali e dei loro interessi. D’altronde, la crisi della democrazia liberale poggia su un vulnus centrale: la rinuncia della costituzionalizzazione del vero potere economico del capitalismo: la generazione della moneta. Inoltre, la trasformazione della percezione del se e delle forme relazionali abilitate dalla rivoluzione digitale spingono alla realizzazione concreta di nuove forme di partecipazione e di decisione collettiva. Forme che fanno emergere, insieme alle necessità giuridiche istituzionali delle nuove forze produttive del digitale, i limiti delle strutture istituzionali nazionali figlie della rivoluzione borghese ottocentesca. La stessa forma del politico è investita da questa potenza ristrutturatrice. Stiamo sperimentando il fatto che gli eventi e flusso comunicativo marciano in sincrono. “Quando la velocità degli eventi raggiunge quella del flusso comunicativo, le forme della politica tendono a coincidere con quella della struttura di comunicazione”. Le assemblee elettive si svuotano di capacità decisionale verso l’alto e strutture a-democratiche e i leader a cortocircuitare le forme organizzate delle loro strutture e gli elettori a chiedere al leader la soluzione al loro problema di diritto al consumo. E tutto questo, in un ambiente sempre più affidato alla potenza dell’Intelligenza Artificiale, e Big Data, come da Cambridge Analytica abbiamo scoperto. In quei giorni, inoltre, avemmo conferma che lo stesso impianto della scienza galileiana era passato, da qualche decennio, alla forma della tecnoscienza basata sulla simulazione e, oggi, ai nuovi paradigmi conoscitivi basati sui Big Data. Una potenza del conoscere e fare legato, che ci ha portato all’intervento sui codici della vita e a intervenire sulle linee di sviluppo dell’evoluzione che non ha precedenti per quantità e qualità.

Questi cambiamenti rafforzano le conseguenze del passaggio, in ambito comunicativo, dal testo all’ipertesto. Una rottura, questa, della consequenzialità su cui si basa lo scambio umano dai primordi e che apre all’avvento di struttura cognitiva umana di nuovo tipo. Stephen Hawking ci ammoniva che questo sarebbe stato il secolo in cui l’umano avrebbe determinato le condizioni del suo stesso superamento nella linea evolutiva.

A questo parziale e limitatissimo, soprattutto nelle spiegazioni e nelle conseguenze dobbiamo sommare la qualità nuova dei processi di innovazione che sono ibridi ed esponenziali. Le forme si contagiano e si moltiplicano aprendo ad accelerazioni inattese e, come dicono in America, “disruptive”.

Pensiamo che questo Titanic  dell’umanità, inoltre, si sta indirizzando velocemente contro l’iceberg della sostenibilità del proprio fare su questo pianeta.

Pensiamo che la zattera della Rivoluzione Industriale poggiò le sue rotte e determinò quei cambiamenti che conosciamo, contando su poche copie dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, il Vapore e un mondo completamente analfabeta e contadino.

Questi sono i sommovimenti, tellurici che spingono alla crisi le forme delle istituzioni politiche, monetarie ed economiche che la storia ci aveva consegnato. Ignorarli o derubricarli sarebbe inutile e dannoso. Di fronte a questo quadro, le forme della vecchia rappresentanza politica e sociale si sgretolano e le nuove stentano ad affermarsi. L’inerzia di analisi e pratiche capaci di dare dimensione politica al tanto che si genera, autonomamente, nei corpi sociali impedisce la costruzione di rappresentanze nuove. Genetica, Robotica, Intelligenza Artificiale, Nanotecnologie, infatti, si offrono o come nuove forme del dominio totale o come modalità di riorganizzazione del fare umano e della sua sostenibilità. Dipende dalla qualità del nostro fare e questo dipende dalle nostre analisi che dipendono dal contributo di conoscenze che utilizziamo per fare politica.

Siamo in presenza di novità che necessitano, perciò, di forme istituzionali e politiche che devono andare necessariamente oltre i confini del dibattito e delle soluzioni settecentesche della divisione dei poteri così come le abbiamo conosciute e determinate tra l’Ottocento e il Novecento. Oltre le vecchie divisioni delle sinistre. Forse per generarne delle nuove, ma di altra qualità e complessità.

Diritti e gradi di libertà, nell’era digitale, vanno ridefiniti ma necessariamente in avanti. Le forme dei poteri ridefinite verso il basso, interrompendo i processi di concentrazione di ricchezza e di potere.

Le vecchie forme di libertà, tutelate con nuovi strumenti; i gradi di libertà, potenzialmente aperti dalla rivoluzione digitale, definiti con strumenti, logiche e confini all’altezza delle potenze in atto.

La Transizione, infatti, è un processo ambiguo, aperto a una molteplicità di esiti. Nessun percorso è scontato, anche se ne esistono di privilegiati. Un processo caotico nel quale emergono alcune regole e prassi, assetti e modelli di organizzazione, grumi di interessi e gruppi sociali che tendono a trasformarsi in nuove classi sociali, in nuove forme del politico.

Se non si comprende questo “senso” dei processi in atto, nessun intervento, anche quelli “difensivi” – in continuità con il nostro passato, in totale buonafede e con prassi routinarie –  può essere considerato utile.  Velocità, profondità e qualità dei cambiamenti stanno introducendo dinamiche (negative e positive) che aprono nuove faglie nelle strutture sociali, economiche, istituzionali e, al contempo, ri-descrivono forme e qualità di quelle vecchie.

Molti, non solo da noi ma nell’establishment mondiale, si illudono di poter “stabilizzare” questi movimenti tellurici che scuotono dalle fondamenta lo stesso pianeta, riproducendo “equilibri” (che equilibri poi non erano) e illudendosi di poter riportare la situazione al quadro ex-ante.

La scelta di usare (potenza del marketing) la parola “magica” resilienza la dice lunga sull’ideologia sottostante.

Molte delle proposte politiche che vanno in questo senso, inoltre, incontrano il largo consenso delle masse popolari sempre più disorientate, sradicate e impaurite da cambiamenti – che subiscono e la paura di quelli che potrebbero subire -. Pochi hanno il coraggio di raccontare il salto quantitativo e qualitativo delle trasformazioni in atto. Spesso per vera e propria non conoscenza di un quadro dei cambiamenti in divenire velocissimo e profondissimo. Una divergenza crescente tra quello che la tecnologia e la scienza rendono possibile all’agire umano e praticano nel loro divenire, e quello che la mente umana e la società umana è in grado di immaginare, una divergenza che richiama la Filosofia della Discrepanza di Gunter Anders.

Dobbiamo saper dire la verità senza trasmettere la paura, perché portatori di un esito diverso da quello intravedibile dalla propria condizione.

È sulla “Paura del possibile”, infatti, che le vecchie classi dirigenti stanno indirizzando lo scontro nel grande agone della Transizione.

Ed è sulla scommessa di arginare e indirizzare il “Probabile” che dobbiamo agire noi.

Oggi le persone sono spaventate dal futuro e noi dobbiamo saper indicare un nuovo sentiero.

Come si configura, allora, Il compito della politica di sinistra nella Transizione?

Definisco politica di sinistra in termini chiari. Nella Storia la sinistra ha rappresentato lo schieramento che rivendicava il potere per le classi subalterne. La Destra difendeva o produceva il potere per le classi dominanti. Poi sono esistite vari sfumature (forse più delle famose 50…), ma tutte interne ai periodi di gestione di una formazione economico-sociale stabile. Nelle Transizioni la politica torna a declinarsi sul terreno della lotta per la forma del potere. Questo è il livello di oggi.

Non abbiamo bisogno di pure forme di ribellismo che lasciano intatto il territorio del conflitto per il potere. Dobbiamo passare dalla mera critica e rivendicazione di spazi e condizioni (sia nelle prassi sociali sia nella sfera politica istituzionali) alla capacità diretta di autorganizzazione di processi che contengano una “alterità di logica”.

In altre parole, traslare e portare alle estreme conseguenze – proprio perché la merce e la produzione di informazione divengono sempre più centrali e generativi di assetti di nuovo tipo – le intuizioni e le pratiche che portarono, alla fine dell’Ottocento, il movimento operaio a ipotizzare la produzione cooperativa.

La sinistra di questa fase, infatti, non può che essere sempre più direttamente “generativa”, costruendo la coscienza di se attraverso pratiche e forme di conflitto “ibride”, “complesse” e che superino la fase meramente “contrappositiva e rivendicativa”.

Dobbiamo e possiamo farci società oltre il modo di produzione del valore imperante. Le tecnologie aprono questa possibilità diretta.

La transizione come passaggio politico

Il passaggio attuale, quindi, è legato alla “crescita esponenziale” del “‘saper fare” inglobato nel sistema macchinico e noi dobbiamo portarlo sul terreno della potenza riorganizzatrice sociale orientando in maniera diversa produzione e consumi.

Il punto di rottura, infatti, non è rintracciabile all’interno dello schema redistributivo legato o alla salariabilità del lavoro vivo – in grado di sostenere la domanda necessaria al ciclo – né con politiche di redditualità sostitutive. Certo bisogna agire anche su questi punti nell’immediato, ma non è lì la soluzione strategica per questo secolo.

Questo collasso non è affrontabile con “immissioni di liquidità” sempre più gigantesche per agevolare talvolta la produttività, talvolta il reddito, talvolta gli interventi pubblici o del welfare.

Le nostre società sono diventate dei veri e propri “Sistema Ponzi” con il potere sempre più concentrato sulla a-democratica decisione di emissione di denaro.

I territori si trasformano, progressivamente e velocemente, in luoghi di estrazione di informazioni, di dati, da parte di grandi multinazionali che riorganizzano la vita delle città e delle relazioni senza alcuna volontà di “contrattazione” e senza la discussione democratica sul nuovo modello.

I processi aperti dalla pandemia, inoltre e forse non casualmente, stanno premendo sull’acceleratore dei cambiamenti delle forme di produzione industriali, sul lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, spingono verso la modifica della forma delle merci e accelerano verso la centralità di un nuovo schema di valorizzazione del capitale con il passaggio ad una nuova fase della storia della accumulazione e della forma del potere. Inoltre, le forme innovative nelle catene di comando delle decisioni sanitarie trovano non solo contrasti sociali ma, spesso, anche dubbi e limiti costituzionali, ponendo questioni relative alla stessa natura e legittimità delle forme sociali.

Certo, questo passaggio non sarà né istantaneo, né cancellerà totalmente le forme precedenti. La storia non funziona come gli interruttori della luce on/off. Ma quando è in campo un processo egemonico esso si rafforzano e si estende progressivamente e tutti gli elementi che ci fanno comprendere che una rottura si è generata sono sotto gli occhi di tutti.

Occorre aprire una nuova fase, a partire dalle possibilità aperte nelle strutture di democrazia locale per incidere sulle forme di estrazione digitale delle informazioni da parte delle multinazionali e per dotare i territori e i cittadini di strumentazioni, piattaforme pubbliche condivise che svolgano funzioni di servizio e di scambio del valore d’uso producibile sul territorio in forma autogestita. Che sappiano valorizzare le forme di economie capaci di convertire il vecchio modello produttivo, salvaguardare la bio-diversità e le risorse come un bene comune.

Per questo risulta allarmante la crisi delle forme tradizionali della politica in Occidente e, in particolare, nel nostro paese. I partiti rappresentano, ormai, delle strutture comunicative in “franchising del leader” di turno. Si parla solo per delega ricevuta.

Il dibattito interno si accende ed è caratterizzato, quasi esclusivamente, dalle lotte per la rappresentanza istituzionale e poco si comprende dalle finalità reali se non la capacità di cavalcare le pance dei rispettivi target sociali o, nel caso in particolare del PD, di offrire una immagine interclassista come se l’intero paese condividesse condizioni sociali, ambientali e culturali. Una eredità neo-democristiana a cui l’ex-gruppo dirigente di matrice comunista pare si sia rapidamente adeguato assorbendo la logica veltroniana del “ma anche”.

La crisi verticale di questi partiti e in particolare di quelli del centro orientato a sinistra, ricercano alterità, ormai, sempre più spesso solo sul terreno dei diritti civili, abbandonando quello dei diritti sociali se non attraverso rivendicazioni generiche e asfittiche.

Nulla, mai nulla, sui grandi processi di accumulazione e di cambiamento delle forme di produzione.

La perdita di contatto con il reale non solo non riesce a produrre forme di conflitto nei nuovi territori ma rende sterili e inconcludenti le forme di difesa delle vecchie forme di sfruttamento salariato.

Per questo, di fronte a questo quadro appena accennato, non serve e non basta una nuova etichetta fatta con la sommatoria di pezzetti e pezzettini di rappresentanza politica o sociale, utile per essere spesa nel grande calderone della politica politicante per coprire la rappresentanza di un dissenso e reinserirlo nel gioco delle alleanze istituzionali.

Per questo siamo qui a costruire un terreno di ricerca e pratica politica di nuova generazione.

La grande opportunità: Il Welfare delle Relazioni

Le tecnologie digitali, oggi, ci forniscono l’opportunità e la possibilità di realizzare forme di produzione, di consumo, di merci, servizi e relazioni, al di fuori degli schemi mercantili sperimentati fino ad ora. Tale prospettiva offre la possibilità di ridurre, progressivamente, la necessità di poter soddisfare e selezionare nuove qualità di bisogni, restando dentro lo schema di valorizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli.

Si apre per l’umanità la chance di una nuova economia basata più sulle relazioni che sulla ‘fisicità e proprietà individuale’ di una merce.

Questo schema può basarsi su tre grandi gambe:

  • una nuova consapevolezza nel processo del consumo da parte delle persone, capace di rompere lo schema a spirale del consumo crescente;
  • l’autorganizzazione e l’autoproduzione di pezzi crescenti dei bisogni umani, esaltando i bisogni relazionali e immateriali, le economie circolari, quelle del riuso, della sostenibilità, ecc.. abilitate dalle tecnologie digitali;
  • la coerenza dell’utilizzo delle risorse pubbliche per supportare tali scelte rompendo lo schema di una spesa pubblica puramente di sostegno, trasformandola in una capacità generativa di nuove forme del fare.

Soluzioni “aliene”? certo. Rispetto al fare consolidato, sì. Ma tutte concretamente già presenti nel corpo vivo della società.

Queste scelte, inoltre, non solo ridurrebbero progressivamente le risorse finanziarie necessarie per il sostegno del ciclo, ma diventeranno fondamentali nella riprogettazione sia degli apparati di produzione e del consumo, sia della stessa forma sociale della vita.

Questi interventi di natura ‘settoriale’ dovranno essere sorretti dall’applicazione di una griglia di ‘valori ispiratori’, basata sui principi di Consapevolezza, Condivisione e Equità, una sorta di ‘linee guida’ che dovranno aiutare a valutare e indirizzare le singole scelte, il giorno per giorno, in maniera trasparente e verificabile. La griglia che noi chiamiamo Welfare delle Relazioni.

Per far cambiare passo alla politica, serve avere il coraggio di proporre di passare dal ‘sapere come’ al ‘sapere perché’ si fa e si sostiene una scelta e indirizzare le risorse non solo nella semplice riduzione dell’impatto ambientale e sociale, ma nella riprogettazione delle relazioni sociali connesse.

Nel secondo ‘900 ci siamo concentrati sui meccanismi che consentivano di poter ‘far funzionare la macchina’ a prescindere da ciò che avrebbe prodotto e come lo avrebbe fatto.

Oggi, non è più compatibile pensare di ‘fare delle buche e poi riempirle’ in cambio di un salario utile più al ciclo economico che alla propria autorealizzazione.

La nuova economia relazionale deve marciare in sintonia con le esigenze di una nuova forma sociale e con le compatibilità dei cicli di vita della terra.

Se una attività non è in sintonia con un assetto sostenibile della vita va cancellata e sostituita. Abbiamo tanto bisogno di lavori di cura, di attenzione, di ‘produzione di senso’ che ci rimane solo l’imbarazzo della scelta.

La scelta dei criteri sui quali basare lo schema del Welfare delle Relazioni sarà la dimensione politica del nostro secolo.

Forse, all’inizio, ognuno di noi arriverà con diverse modalità di approccio e priorità, ma il passaggio al nuovo schema risulta obbligato.

Per questo serve uno scarto, serve andare “Oltre”. E Frattocchie vuole essere solo l’inizio di questa ricerca.

La “crisi” non è nel sistema ma è del sistema. Siamo in una Transizione.

Se questo assunto viene condiviso, la successiva affermazione coerente è che non esista una ‘soluzione interna’. Questo, a prescindere dalle volontà soggettive e dagli sforzi che vengono profusi. È il ‘motore’ interno che è rotto e il suo blocco rischia di portare con se tutto l’impianto delle società del welfare che, faticosamente, si erano conquistate nel ‘900. E la fase che stiamo vivendo rappresenta l’ultimo tentativo di costruire un passaggio, una Transizione governata, prima di una vera e propria implosione sistemica o, peggio ancora (se un peggio può esistere…), lo scoppio di una guerra guerreggiata.

Di fronte a tali scenari appare chiaro che la soluzione possibile non è ricercabile né in nuovi meccanismi di immissione di liquidità nel sistema a favore del “capitale”, né in una mera distribuzione “più equa” delle risorse in grado di “far aumentare i consumi per far riprendere il ciclo”.

Queste due opzioni possono essere utili se e solo se sono utilizzate per spingere verso una organizzazione diversa’ del fare umano, della sua produzione, della sua logica di funzionamento. Per questo la fase che stiamo vivendo è fondamentale: dobbiamo utilizzare questa immensa leva finanziaria, generata dalla rottura delle politiche monetariste fin qui seguite, per cambiare il motore, non per mettere inutile benzina a quello che si è inceppato.

Un esempio si è palesato, in maniera plastica durante i giorni dell’emergenza dei centri di rianimazione. La necessità di respiratori non avrebbe potuto essere soddisfatta dai meccanismi produttivi industriali classici. Troppo tempo per innescare il meccanismo di domanda/offerta, anche in presenza di un sostegno pubblico. Produrre quelle valvole serviva a salvare delle vite, ma il sistema, dentro il suo quadro di funzionamento, non avrebbe assolto a questa necessità. Le persone sarebbero morte.

E qui, la logica nuova di produzione diretta di valore d’uso della nuova ‘economia’ – che potenzialmente è già presente dentro la società umana – è emersa in tutta la sua dirompente ‘potenza’ logico-produttiva. È stato sufficiente che un ingegnere rendesse disponibili i ‘suoi’ disegni tecnici e quella ‘conoscenza’ umana, fruibile con la rete, consentì di produrre, in ogni angolo del mondo, i respiratori necessari.

Il famoso copia-incolla.

Le stampanti 3D iniziarono a sfornare, ove ce n’era bisogno e in tutto il mondo, le valvole necessarie a salvare le vite e a farlo in maniera sostanzialmente gratuita. Ecco, qui c’è la forma nuova del soddisfacimento dei bisogni, anche quelli vitali, soddisfatti non attraverso la logica capitalistica della produzione di merci e con lo sfruttamento alienato della capacità umana, trasformata in merce-lavoro da retribuire attraverso un salario.

È sotto i nostri occhi il possibile inizio della fase storica dell’umanità in cui la conoscenza accumulata diventa direttamente produttrice. Serve, però, una politica che sappia indirizzare le risorse pubbliche verso tale nuovo esito sociale e non per il sostegno del vecchio modo di produzione e di alienazione umana.

La stessa proposta/provocazione di Biden sulla “sospensione” dei brevetti sui vaccini, indica che i vecchi schemi di fronte alle accelerazioni della fase, sono incapaci di dare soluzioni.

La Transizione rappresenta la più grande rottura di processi sociali, relazionali, economici, lavorativi, produttivi che l’umanità abbia mai sperimentato.

E’ necessario migrare dal “valore di scambio” al “valore d’uso” inteso sia come fuoriuscita dal modello capitalistico mercantile, sia come possibilità di ripensare la produzione finalizzandola al consumo gestendo in autonomia la distribuzione.

Serve una conversione nella forma della vita umana.

La transizione come passaggio organizzativo

Per queste ragioni abbiamo voluto Frattocchie.

Abbiamo bisogno di una operazione che non sarà certo semplice e che non potremo fare da soli ma a cui, partendo da oggi, vogliamo dare sia una cornice del “senso di marcia” che vogliamo intraprendere, sia una chiara indicazione che oggi sia il primo passo in questa nuova direzione.

Abbiamo bisogno di una “estrazione di intelligenza organizzativa” che parta dalle nuove forme dischiuse dalla potenza tecnologica e che sappia costruire connessioni politiche ai molti “fare” già presenti nei corpi sociali, nelle esperienze concrete dei territori. Non possiamo costruzione solo una semplice trincea di mere pratiche di conflitto contro le scelte operate dai processi di ristrutturazione ma serve la messa in campo di una generazione di pratiche e di conflitti “generativi” di un nuovo fare, di un nuovo essere, pratiche che poggiano sulla capacità di autorganizzazione che la potenza delle tecnologie consente oggi abilita.

È il dispiegamento, per me, di quello che il Marx dei Grundisse chiamava il General Intellect.

Produzione diretta di valore d’uso che va oltre la forma del lavoro salariato, non per negare o derubricare la dimensione quantitativa e qualitativa di quella forma e dei conflitti tra capitale e lavoro che essa genera, ma per organizzare, progressivamente, la sua marginalizzazione nella storia, attraverso processi di autogestione produttiva basati sulla potenza sociale e tecnologica già ampiamente sviluppata dal modello della produzione open source.

Molto del futuro è già qui solo che non lo abbiamo compreso.

Per far questo vi proponiamo la costruzione di una forma organizzativa a rete delle organizzazioni e delle persone che si predispongono a questo lavoro politico di nuova qualità. Una forma ibrida, basata su la cooperazione che le tecnologie digitali consentono, anche in forma deliberativa, ma anche la nascita di strutture “umane” che coordinino il lavoro. Una forma che consenta di essere inclusivi perché basata non sulla misurazione del tasso di fedeltà ad un leader o ad un impianto “ideologico” puro e duro, ma che abilità la ricerca sul terreno della Transizione degli elementi di battaglia politica che siano coerenti con la scelta di poter indicare, nello scontro sull’egemonia del processo, l’orizzonte di marcia delle nostre scelte.

La politica, quindi, che torna ad essere uno “stare da una parte” dei processi e, quindi, un “partito”. Non con la “p” maiuscola come l’abbiamo vissuto nel ‘900 ma con l’ambizione di porre la questione del potere e non della semplice amministrazione del presente. Nei nostri incontri di questo periodo lo abbiamo anche definito in modo curioso: Un “partito momentaneo”, che riconnette e ricontratta costantemente lo stare insieme.

Nessuno dovrà “perdere” la propria autonomia, la propria immagine ma mettere a disposizione, di una “comunità di scopo” politica, una parte del suo poter fare, per costruire un luogo comune di sperimentazione di un nuovo essere e fare collettivo.

E vi propongo il nome di Transizione proprio per introdurre una “variante” all’interno del dialogo politico.

Le forme le decideremo insieme a partire da domani.

I limiti che ci daremo rispetteranno le coscienze e la voglia di fare di ognuno.

“Eretico Futuro: Per una storia di una sinistra che verrà”- Un libro di Valentino Filippetti

E’ stato presentato ieri a Roma, il libro di Valentino Filippetti “Eretico Futuro, per una storia della sinistra che verrà”. Proponiamo di seguito la prefazione al volume, di Gianfranco Nappi, la premessa dell’autore e l’indice del libro che può essere acquistato on line al seguente link: https://www.bordeauxedizioni.it/prodotto/eretico-futuro/

Prefazione, di Gianfranco Nappi

Debbo un ringraziamento a Valentino Filippetti. In primo luogo per il quadro che emerge da questa “raccolta di materiali” che attraversano un tempo lungo, dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso a oggi, e attraversano anche, esistenzialmente, il cammino stesso del progressivo fallimento di tutte le diverse risposte che dalla fine dell’89 sono state date alla crisi della sinistra.

La cosa che emerge intanto è la voglia del curatore-autore di non fermarsi nella ricerca, di andare sempre avanti, nei modi e nelle forme in cui le circostanze e i processi hanno consentito di farlo; di provare a non smettere di cercare.

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Ecco, Valentino è un “cercatore permanente”, curioso e aperto al nuovo.

E qui c’è il secondo tratto di questa sua esperienza: ovunque collocato, in qualunque partito o movimento attraversato, Valentino ha provato sempre a far incontrare le ragioni della sinistra e del suo farsi con le contraddizioni più forti e nuove aperte nel cammino della società e del suo sviluppo: non l’assunzione del “nuovo” come terreno di subalternità ma come, invece, ineludibile e prioritaria sfida per qualunque pensiero che voglia continuare a dirsi “critico”, che non faccia risalire all’89 una sorta di fine della storia e di impossibilità per nuove e grandi narrazioni e, dunque, all’introiezione della realtà data come immodificabile con il suo capitalismo contemporaneo (finanziario; o delle piattaforme; o cognitivo; o della sorveglianza; o a buon mercato… per come lo si voglia definire), diventato “Ragione del Mondo” per dirla con due acuti studiosi francesi.

Mi viene subito qui da dire, guardando a due delle più grandi sfide aperte in questo tumultuoso e incerto tempo nostro, pandemia e cambiamenti climatici: come ti ci misuri senza il coraggio di una grande e nuova visione di insieme?

Senza nutrire il tuo agire di un nuovo senso?

È vero esattamente il contrario di quel che si dice oggi e che si è detto come segno prevalente della deriva della sinistra: e cioè, se vuoi attraversare questo tempo da attore e non da spettatore passivo, è di un nuovo orizzonte di senso che hai bisogno.

A una nuova visione critica, capace di nutrirsi anche di nuove forme del proprio agire sociale e politico capaci di rompere ogni centralismo burocratico e di assumere come costitutivo proprio il valore straordinario delle differenze, delle diversità, sono dischiuse oggi possibilità, sembra un paradosso, che mai prima d’ora si presentavano come possibili.

Nella sua traiettoria di sviluppo il capitalismo della rete ha “dovuto” mettere in contatto individui ed esperienze, su scala globale: questo era necessario per sussumere, tendenzialmente, tutte le vite in un meccanismo di estrazione di valore ma, per fare questo, esso ha dovuto abbattere barriere prima inimmaginabili, ha dovuto sollecitare l’intelligenza e la cultura di ogni singolo individuo e deve pagare lo scotto che individui posti in relazione tra di loro maturino nuovi bisogni e nuove esigenze di socialità.

Immaginare un individuo cooperante (per dirla con il saggio di Valentino e Alessandro Genovesi), o l’affermarsi di un lavoro operoso (sempre qui Sergio Bellucci).

Qui c’è la contraddizione che in uno degli ultimi contributi di Valentino viene descritta in modo netto: «Il paradosso fondamentale dei nostri tempi è che proprio la forza dirompente della modernità – il capitalismo – sta diventando la forza che trattiene».

Classico terreno marxiano di analisi questo: lo sviluppo delle forze produttive ha raggiunto un punto tale che negli attuali assetti dei rapporti di produzione, esse non riescono più ad espandersi e, per farlo, si richiede che appunto quei rapporti di produzione vengano messi in discussione.

Le possibilità di affrontare e risolvere problemi antichi dell’umanità; di mettere a frutto le innovazioni e la inusitata capacità di calcolo per costruire società più giuste; per programmare e pianificare le scelte della società in modo partecipato e oculato; per assicurare universalmente la salute; per immaginare una idea dello sviluppo che smetta di divorare il Pianeta e la sua vita ecco, queste possibilità non sono mai state tanto ampie quanto oggi.

Ma per affermarsi richiedono appunto che si forzino limiti e vincoli attuali della gabbia mercantile.

E del resto, a ben vedere, sia sul piano di tante esperienze di movimento come su quello dell’organizzazione della vita sociale, come nel campo dell’autoproduzione o del consumo critico così come in quello del volontariato e dell’esperienza del “dono” o in quello di nuclei di studio, di approfondimento, di diffusione di saperi e conoscenze interconnessi, le esperienze sottratte al dominio mercantile sono tante e in crescita.

Ma mentre matura tutto questo poi non ritrovi una sinistra capace di agire su questa grande contraddizione, di far diventare una nuova visione pratica quotidiana capace di costruire nuovi livelli di senso comune e di protagonismo diffuso nella società.

Il tema è globale ovviamente, come globale è la sfida.

Ma senza costruire risposte nuove a questa contraddizione politica e sociale al tempo stesso, è immaginabile certo 9che dalla crisi attuale del capitalismo, dal suo punto limite raggiunto, si esca con esiti generalmente regressivi.

E anche qui da Valentino viene una domanda centrale, urgente oggi più di ieri, in un altro degli articoli recenti qui ripubblicati: “ciò che manca è l’organizzazione di una risposta politica adeguata che vada a toccare il punto più alto dello sviluppo della nostra società”.

Qui si aprirebbe tutto un altro discorso, parte non di questo lavoro e di sicuro non di questa introduzione.

E qui siamo al nostro de te fabula narratur e ho qui un ultimo motivo per ringraziare Valentino.

Questo lavoro di “raccolta di materiali” mi ha spinto a ripercorrere quell’itinerario politico e umano che lui ci propone e che in larga misura, almeno fino al 2000, ho condiviso.

Non è che avessimo visto giusto su tutto o avessimo elaborato soluzioni organiche ai problemi sul tappeto.

Certo è che avevamo lavorato su una delle frontiere più avanzate per ogni ipotesi di politica di trasformazione, avevamo individuato per questa via alcuni nodi di fondo che imponevano/consentivano uno scarto, una rottura di analisi e di scelte per cogliere i cambiamenti e per far vivere una tensione critica innovata.

Abbiamo provato a coltivare una attitudine oltreché ad elaborare proposte – di analisi, programmatiche o legislative – con una densità che davvero impressiona.

L’attitudine è quella di non rinunciare a osare e a cercare un punto di vista autonomo e critico.

Forse dalla crisi della sinistra, in tutte le varianti politiche organizzate che essa è venuta assumendo, si potrà uscire prima e meglio proprio se si saprà coltivare attitudini simili.

E questo è un dato della nostra esperienza che rimane.


Premessa

Da dove viene la sconfitta del movimento operaio

di Valentino Filippetti

Spesso ci chiediamo dove la sinistra abbia sbagliato o quanto meno quando abbia perso i contatti con la realtà.

Ma forse dovremmo chiederci perché la destra sia arrivata prima a capire e ad interpretare quello che stava succedendo.

Ovvero le questioni della conoscenza, della classe dirigente, delle esperienze.

Nella mia navigazione ci sono stati alcuni incontri con persone e pubblicazioni che hanno contribuito a maturare una visione della società e dell’impegno politico profondamente diversi da quelli vissuti in gioventù. Sicuramente l’esperienza più proficua è stata con il gruppo che si formò attorno al Dipartimento comunicazione di Rifondazione comunista del quale facevano parte Gianfranco Nappi, Roberto Di Matteo, Michele Mezza (con i quali la collaborazione continuò nei Comunisti unitari in MediaEvo e NetWork).

La prima citazione riguarda i lavori dell’Ufficio di Ricerca Scientifica e di Sviluppo del Governo degli Stati Uniti d’America diretto da Vannuvar Bush che operò a metà degli anni Quaranta del secolo scorso.

A mio avviso lì si gettarono le basi che hanno permesso agli Americani di vincere la sfida che si stava profilando alla fine della seconda guerra mondiale con il nuovo protagonista della scena mondiale: l’Unione Sovietica.

Questo gruppo di intellettuali e tecnici capì che si doveva trovare una soluzione alla forza del movimento operaio.

Una forza che contava perché era parte fondamentale della produzione industriale di stampo taylorista e grazie al movimento socialista era diventata potenza.

Quaranta anni di studi e ricerche che hanno creato le premesse per rendere inoffensivo politicamente il ruolo dei lavoratori della grande industria.

Qui pubblichiamo una lettera di Vannuvar al presidente Roosevelt che segnala l’avvio di questo lavoro.

L’epilogo di questa vicenda ce la racconta un’intervista di Michele Mezza a Nikolaj Ivanovič Ryžkov, Primo Ministro dell’URSS dal 1985 al 1987. Ryžkov racconta che Andropov appena nominato Segretario Generale del PCUS riunisce nel 1982 un gruppo di giovani dirigenti sovietici (Ryžkov,

Licaciev, Aliev, Agambengyan, e Gorbaciov) e gli racconta che nel 1975 aveva fatto un rapporto a Breznev dicendo che in America “aveva preso avvio un nuovo modello di sviluppo economico basato su una forte automazione delle attività cognitive, grazie alla diffusione del computer individuale”.

Andropov guardando il calendario fece notare che erano passati sette anni e che quindi ormai la battaglia era persa. Si trattava di trasformare la sconfitta in una ritirata strategica.

Come sappiamo non fu una ritirata ma vero e proprio rompete le righe.

La rottura dei vecchi equilibri unita alla forza delle nuove tecnologie ci ha dato un mondo “globalizzato” dove è cresciuto a dismisura il peso e l’influenza di pochi gruppi economici e di potere che hanno abbandonato qualsiasi cautela e riserva pur di ottenere quello che volevano, fino ad organizzare colpi di Stato e alimentare guerre in tutto il pianeta.

Questo processo ha avuto un’accelerazione enorme dalla rivoluzione informatica e digitale.

Abbiamo conosciuto cosi la globalizzazione, animata e sostenuta dall’idea che tutti potevano fare tutto: viaggiare, arricchirsi, dominare la natura e alterare la vita stessa.

La sinistra in gran parte è stata risucchiata in questo gorgo o ha risposto con un armamentario ideologico e pratiche politiche ormai superate.

Le poche occasioni in cui si sono squarciate le nubi come con il convegno di Rinascita del 1962 sulle Nuove Tendenze del Capitalismo, o dalle esplosioni del 1977 o al G8 di Genova sono state censurate o represse.

Altro incontro importante è quello con Christian Marazzi un economista che con il suo al posto dei calzini è tra i primi a metà degli anni Settanta a cogliere il cambiamento profondo in atto.

Con Sergio Bellucci ho scoperto la portata del digitale e soprattutto come è cambiato il lavoro nella situazione attuale. Il suo concetto di lavoro implicito ha introdotto un approccio completamente diverso creando le premesse per uscire dalle secche in cui è arenato il movimento sindacale.

E per finire un intervento di Luca Cangeni che immagina un nuovo blocco politico militare come emerge dal documento Asymetric Competition: A Strategy for China & Tecnology Actionable Isights for American Leadership.

Questi “incontri” sono avvenuti mentre mi sono trovato a lavorare in diversi partiti di sinistra o centro sinistra, da Rifondazione comunista ai Comunisti Unitari, dai Democratici di Sinistra al Pd e per finire a Patria e Costituzione.

Pubblico documenti e incontri a cui ho partecipato direttamente e che per me hanno rappresentato una serie di occasioni mancate.

Non si può dire che nessuno avesse capito cosa stava accadendo, come cambiava la società e la politica. Le due vicende più eclatanti sono state l’abbandono di Bertinotti e del Manifesto del progetto di tv digitale e satellitare per realizzare il quale fu costituita la società Compagnia Multimediale spa e la liquidazione dell’associazione Tematica e Telematica dei Ds NETWORK che nei contenuti e nel modo di funzionare anticipava di venti anni il fenomeno Cinque Stelle.

Proprio oggi che siamo a un tornante decisivo dove avanza una transizione e il vecchio potere è messo in discussione, ma senza che si delinei il nuovo ponte di comando, può essere utile ripercorrere queste esperienze.


Indice del libro:

Prefazione di Gianfranco Nappi

Premessa: Da dove viene la sconfitta del movimento operaio, di Valentino Filippetti

Le letture

Lettera di Vannuvar a Roosevelt

Intervista di Mezza a Ryzkov

Le azioni del linguaggio, di Christian Marazzi

Digitale e lavoro: taylorismo digitale, lavoro implicito e lavoro operoso, di Sergio Bellucci

Un blocco imperialista digitale? di Luca Cangemi

Gli scritti

Il futuro non va inseguito, va immaginato. di Valentino Filippetti

Una “rete sociale”. di Valentino Filippetti

L’individuo cooperante. di Alessandro Genovesi e Valentino Filippetti

Il futuro del lavoro nel tempo della metrica giapponese, di Valentino Filippetti

Pecunia viro, no vir Pecunia, di Valentino Filippetti

Il mondo in transizione, di Valentino Filippetti

Le esperienze

Partito della Rifondazione comunista

Per stare “in linea” con il partito

Festa Nazionale di Liberazione sulla informazione e sulla comunicazione

Un progetto per i mezzi di comunicazione di massa del Prc

BBS per un giorno

No Fun BBS

Sulle spalle di Gulliver

1° Conferenza Nazionale sulle Comunicazioni Multimediali

Apocalypse Now?

CMM Compagnia Multimediale

Comunisti Unitari

Comunicato stampa

La Rete Democratica

La sinistra nella rete, di Pietro Ingrao

MediAterraneo

Media Evo

Democratici di Sinistra

Più megabit per tutti

Innovazione, di Cesare Massarenti

Quelli di NetWork e le loro proposte per una nuova sinistra, di Valentino Filippetti

Più sapere per tutti, di Valentino Filippetti

Il “netWork” di approfondimento sulla “internet-economy”, di Valentino Filippetti

Nasce l’Osservatorio per l’innovazione

Il futuro non va inseguito, va progettato

Il contratto c’è, ma non per tutti

Analisi delle realtà e delle tendenze dell’informazione regionale digitale

Partito democratico

Un Sincronizzatore Comunicativo per il Partito Duttile, di Valentino Filippetti

All’Eremito Digital De Tox, di Valentino Filippetti

iOlive, un’app per scoprire l’olio, di Valentino Filippetti

Da Radio Galena a Fab Lab Radio, di Valentino Filippetti

X10 Pathology per l’analisi del sangue, di Valentino Filippetti

Showroom 2.0: la concessionaria del futuro, di Valentino Filippetti

L’innovativa app per il corteo storico di Orvieto, di Valentino Filippetti

OLO sbanca con il crowdfunding, di Valentino Filippetti

Vetrya debutta in borsa a Milano. un caso di scuola per la collaborazione pubblico-privato.

To Be srl, alla velocità della luce, di Valentino Filippetti

Social FabLab

Acceleriamo il futuro

Istituto Istruzione superiore e Scientifico tecnico

Eretico Futuro

Eretici nel segno dello sviluppo

Creatività produttiva e pensiero digitale: Orvieto è la capitale, di Davide Pompei

XVII Congresso Nazionale Lega delle Autonomie

Transizione possibile

Patria e Costituzione

Assemblea Nazionale di Patria e Costituzione – 2019

Assemblea Nazionale di Patria e Costituzione – 2020, intervento di Valentino Filippetti

II Edizione della scuola estiva di formazione politica. Seminario II “Il nuovo disordine globale”

Ali Umbria propone il webinar “Immuni, un’App di cittadinanza”, di Andrea Crisanti e Michele Mezza

Le occasioni perdute

Soviet e diffidenza. La retrotopia malattia digitale della sinistra, di Michele Mezza

L’occasione perduta dell’associazione NetWork, di Valentino Filippetti

Il tempo di Galileo Galilei

Il tempo di Alì Rashid

Per una carta della civiltà e del benessere tecnologico, di Valentino Filippetti

Il libro è acquistabile on line al link: https://www.bordeauxedizioni.it/prodotto/eretico-futuro/

Viva la vaccinazione. Cuba è l’unico paese in America Latina ad aver sviluppato i propri vaccini Covid che sono altamente efficaci.

Tuttavia, la produzione è in ritardo.

di Bert Hoffmann (da IPG-Journal Newsletter)

Sono tempi duri a Cuba. La situazione dei rifornimenti è peggiorata drammaticamente, anche i generi alimentari di base scarseggiano, la moneta sta perdendo valore, e ora i numeri dei contagi da covid sono alle stelle. In soli dieci giorni, il numero giornaliero di casi è raddoppiato. Con più di 3.000 infezioni al giorno (in una popolazione di undici milioni), il sistema sanitario sta raggiungendo i suoi limiti. Ma allo stesso tempo, è proprio la lotta al covid che porta la più grande speranza. I vaccini sviluppati sull’isola stessa mostrano un’efficacia molto alta – non solo negli studi clinici, ma anche nella pratica.

Il governo dell’Avana ha rischiato molto quando ha deciso nel maggio 2020 di non importare alcun vaccino – né dalla Russia né dalla Cina, e nemmeno attraverso la partecipazione alla piattaforma di vaccini COVAX. Invece, ha fatto affidamento solo sullo sviluppo dei propri vaccini. Molti erano scettici: perché un’isola di undici milioni di abitanti nei Caraibi dovrebbe essere in grado di fare ciò che le aziende farmaceutiche da miliardi di dollari non sono riuscite a fare?

La spiegazione è il settore delle biotecnologie che è stato sistematicamente costruito dagli anni 80 – un’isola di efficienza nell’economia socialista del paese. Fin dall’inizio, c’è stata una particolare attenzione allo sviluppo di vaccini – non solo per il consumo interno, ma anche per l’esportazione verso i paesi del Sud globale. È grazie a questa struttura di ricerca e produzione consolidata che Cuba ha potuto portare due vaccini alla maturità applicativa in un tempo molto breve.

Entrambi – “Abdala” e “Soberana-2” – usano il metodo dei vaccini a base di proteine che è stato usato per decenni per la polio, il tetano & co. A differenza dei nuovi vaccini mRNA di Biontech e Moderna, questa è una tecnologia “vecchia scuola”. Ma ha il vantaggio che i vaccini Covid possono essere prodotti nelle fabbriche esistenti, gli effetti collaterali sono facili da valutare, non è necessario un raffreddamento estremo e la somministrazione non è complicata.

E sono molto efficaci. Nel frattempo, gli scienziati cubani hanno anche pubblicato i risultati degli studi di fase III. Secondo questi, Abdala raggiunge un’efficacia del 92% dopo tre dosi. Per Soberana-2, c’è un risultato intermedio: dopo due delle tre dosi di vaccino, questo è del 62% – ancora ben al di sopra del 50% che l’OMS specifica come soglia per i vaccini. Quando viene valutato dopo le tre dosi complete, è probabile che anche qui ci si aspetti un valore superiore all’80% o addirittura intorno al 90%.

I critici hanno messo in dubbio queste cifre e hanno sottolineato la mancanza di trasparenza e di documentazione nelle riviste scientifiche. In pratica, questi valori possono effettivamente essere adattati in una certa misura, soprattutto perché la variante delta è stata introdotta anche a Cuba nel frattempo. Anche la durata della protezione immunitaria è una questione aperta.

Ma la pratica della campagna di vaccinazione parla un linguaggio chiaro. Quando il personale medico del paese è stato vaccinato all’inizio di marzo, il numero di infezioni tra gli operatori sanitari è stato immediatamente ridotto. Questo si sta ripetendo da quando la campagna di vaccinazione di massa è iniziata a maggio.

Quasi sei milioni di dosi sono state somministrate, la maggior parte a L’Avana, originariamente l’epicentro dell’infezione. In tutte le altre province, l’incidenza è attualmente in forte aumento. Nella capitale, tuttavia, dove circa la metà della popolazione è stata vaccinata, sono in costante calo da settimane. Nel frattempo, sono a metà del loro picco.

Un trial di fase III del vaccino Soberana-2 con 24.000 partecipanti è stato condotto anche in Iran. Come risultato dei buoni risultati e dei bassi effetti collaterali, il vaccino cubano ha già ricevuto un’approvazione d’emergenza. Questo è ancora in sospeso a Cuba. L’autorità di regolamentazione cubana, si può presumere, concederà l’approvazione formale solo quando i dati disponibili soddisfaranno tutte le specifiche e i protocolli dell’OMS.

Perché oltre a superare la pandemia nel proprio paese, Cuba spera anche di esportare i suoi vaccini. Ma qui Cuba sta attualmente affrontando alti ostacoli nell’espandere la sua produzione di vaccini. I 100 milioni di dosi di vaccino che all’inizio erano stati promessi per essere prodotti quest’anno rimarranno probabilmente solo una possibilità teorica. I materiali necessari sono diventati estremamente scarsi in tutto il mondo, dato che altri paesi si concentrano sempre più sullo sviluppo di vaccini a base di proteine – da Novavax negli Stati Uniti all’alleanza di Sanofi con GlaxoSmithKline in Europa fino a Anhui in Cina.

Anche se Cuba è “sovrana” nello sviluppo del proprio vaccino, come indica il nome del vaccino “Soberana”, non lo è affatto nelle attrezzature da importare e negli ingredienti necessari. Inoltre, come per tutto a Cuba, c’è il pesante fardello dell’embargo statunitense. Non solo limita la capacità di acquistare macchinari e altri mezzi di produzione, ma le minacce di Washington alle banche internazionali rendono le transazioni finanziarie con l’isola manovre complesse e costose.

Di conseguenza, Cuba si concentrerà inizialmente sulla produzione di vaccini sufficienti per inoculare la propria popolazione a livello nazionale. Certamente, una prima spedizione di 30.000 dosi di “Abdala” è andata come gesto di solidarietà al Venezuela, le cui forniture di petrolio a Cuba sono diminuite ma sono ancora essenziali per l’approvvigionamento dell’isola. Altri dodici milioni sono stati promessi, ma non è chiaro quando saranno consegnate.

Saranno anche negoziate ulteriori opportunità di esportazione, preferibilmente con un finanziamento anticipato per l’acquisto dei materiali di produzione. Sono concepibili anche accordi di licenza con paesi come l’Argentina o il Vietnam, che hanno capacità di produzione proprie. In passato, l’OMS ha acquistato vaccini cubani per le campagne di vaccinazione nei paesi del Sud del mondo e potrebbe farlo di nuovo nell’attuale pandemia. A medio termine, i vaccini a base di proteine, come quelli cubani, sono anche adatti per le vaccinazioni di richiamo.

Per quanto importanti possano essere queste prospettive, i vaccini cubani possono affrontare la crisi sanitaria del paese, ma non quella economica. Questo rimane il compito di un’agenda di riforme che dovrebbe mirare a rilanciare l’intera economia, non solo a rendere il settore delle biotecnologie una lussureggiante e spumeggiante mucca da mungere.

La lotta contro la pandemia a Cuba, come altrove, è una corsa contro il tempo. Tra il ritmo della vaccinazione da un lato, e la diffusione del virus e delle sue varianti dall’altro. Se va bene, la campagna di vaccinazione può salvare gli ospedali di Cuba dal collasso, portare gradualmente il paese fuori dall’isolamento e permettergli di riaprire al turismo internazionale in tempo per l’importantissima stagione invernale. Il turismo era l’industria cruciale dell’isola fino all’inizio della pandemia ed è assolutamente essenziale come fonte di valuta estera nell’attuale crisi di offerta.

Ma i vaccini cubani dovrebbero dare spunti di riflessione anche al di fuori dell’isola. In tempi di catene di approvvigionamento globali, qualsiasi idea di “autosufficienza” è rapidamente vista come antiquata. Nella pandemia, tuttavia, le nazioni occidentali industrializzate hanno dovuto imparare che non si può fare affidamento sulla globalizzazione nei momenti di bisogno. Che si tratti di maschere o di vaccini, quando si arriva al dunque, non c’è solo “l’America First”, ma ogni altro paese prova a fare lo stesso.

Il fatto che il settore biotecnologico di Cuba sia riuscito in modo così convincente a sviluppare i propri vaccini con le risorse molto limitate del paese è quantomeno sensazionale. Anche se Cuba deve affrontare mesi di tensione, visto il rapido aumento del numero di infezioni nelle ultime settimane: C’è molto per presumere che, verso l’autunno o l’inverno, il paese sarà tra i primi in America Latina a raggiungere i “tempi post-Covid” con una diffusa immunizzazione della popolazione.

Tratto da:

Viva la Impfung Als einziges Land Lateinamerikas hat Kuba eigene Covid-Impfstoffe entwickelt – und diese sind hochwirksam. Jedoch ruckelt es bei der Produktion.

Traduzione: Cambiailmondo.org

PERCHE’ IL LABORATORIO DI FORT DETRICK DOVREBBE ESSERE INVESTIGATO PER TRACCIARE LE ORIGINI GLOBALI DI COVID-19

PERCHE’ E’ NECESSARIO INVESTIGARE I LABORATORI USA PER LE ORIGINI GLOBALI DI COVID-19

di Fan Lingzhi, Huang Lanlan, Zhang Hui (dal Global Times)

Fonte Articolo originale in inglese del 28 giugno 2021: https://www.globaltimes.cn/page/202106/1227219.shtml

La teoria del lab-leak, secondo la quale il COVID-19 sarebbe fuoriuscito da un laboratorio, ha nuovamente suscitato clamore dall’inizio di quest’anno, mesi dopo che l’argomento era stato gettato nel cestino delle teorie della cospirazione da un numero schiacciante di scienziati.

Gli osservatori hanno scoperto che le cose si complicano solo quando l’origine del coronavirus – una questione scientifica già difficile – è impigliata in trucchi di manipolazione politica. Passando al setaccio più di 8.000 notizie relative alla teoria della fuga dal laboratorio, il Global Times ha scoperto che ben il 60% della copertura proveniva dai soli Stati Uniti.

Vale la pena notare che molti media del mondo occidentale guidato dagli Stati Uniti, che hanno pubblicizzato la teoria della fuga dai laboratori, sono disposti a concentrarsi solo sui laboratori cinesi, anche se sono stati accuratamente indagati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), mentre chiudono un occhio sulle istituzioni americane di ricerca biologica più sospette, come il famigerato US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID) a Fort Detrick, Maryland.

L’USAMRIID è stato temporaneamente chiuso nel 2019 dopo un’ispezione del Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Anche se questo misterioso laboratorio ha riportato la ragione della chiusura come “problemi infrastrutturali in corso con la decontaminazione delle acque reflue”, la spiegazione non era abbastanza persuasiva. Il Global Times ha scoperto che il fallimento del laboratorio nel controllare le tossine sembra aver allarmato le istituzioni legate al contrasto delle armi di distruzione di massa negli Stati Uniti.

Ricomparsa della teoria della fuga dal laboratorio

Uno studio congiunto sulle origini del COVID-19 da parte di esperti cinesi e dell’OMS a marzo ha respinto la teoria del complotto “lab-leak”. Più prove indicavano il fatto che il virus era probabilmente passato dai pipistrelli agli esseri umani attraverso un altro animale intermediario, ed era “estremamente improbabile” che fosse trapelato da un laboratorio, diceva il rapporto dello studio.

Ciononostante, la teoria della fuga dal laboratorio non è scomparsa; invece, soprattutto dall’inizio di maggio, è stata ampiamente promossa da alcuni politici e media statunitensi come una “scienza plausibile”. In un articolo pubblicato sul Bulletin of the Atomic Scientists il 5 maggio, senza alcuna prova, lo scrittore scientifico Nicholas Wade ha sostenuto che “i sostenitori della fuga dal laboratorio possono spiegare tutti i fatti disponibili sulla SARS2 considerevolmente più facilmente di quelli che favoriscono l’emergenza naturale.”

Giorni dopo, il Wall Street Journal ha riferito il 23 maggio che tre ricercatori del Wuhan Institute of Virology (WIV) “si sono ammalati abbastanza nel novembre 2019 da richiedere cure ospedaliere”, e avevano “sintomi coerenti sia con il Covid-19 che con le comuni malattie stagionali”. Il rapporto del WSJ ha citato un “rapporto dell’intelligence statunitense precedentemente non divulgato”.

Il 26 maggio, il presidente Biden ha dichiarato di aver ordinato alla comunità di intelligence degli Stati Uniti di “raddoppiare” i suoi sforzi per indagare sulle origini del COVID-19. Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan ha persino affermato il 20 giugno che la Cina dovrà affrontare “l’isolamento nella comunità internazionale” se non collabora con un’ulteriore indagine sull’origine della pandemia COVID-19, ha riportato Bloomberg quel giorno.

La pressione dei politici e dei media sembra aver colpito alcuni autorevoli scienziati medici negli Stati Uniti, tra cui il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) statunitense, Anthony Fauci. L’11 maggio, dopo che Rand Paul, un repubblicano al Senato, ha accusato Fauci di aver aiutato il laboratorio di Wuhan a “creare” il virus, Fauci ha negato con forza l’accusa ma ha detto di essere “pienamente a favore di qualsiasi ulteriore indagine su ciò che è successo in Cina.”

Questo improvviso cambiamento di atteggiamento di alcuni esperti statunitensi è dovuto alla pressione politica che hanno ricevuto, ha detto un virologo cinese al Global Times. “Ai media occidentali piace fare agli esperti domande fuorvianti, come “è (la fuga di notizie del laboratorio) assolutamente impossibile?”” ha detto il virologo che ha chiesto l’anonimato.

È molto difficile per gli esperti rispondere a una domanda del genere, poiché la possibilità, anche se molto piccola, esiste ancora, ha detto il virologo. “Tutto quello che possono dire è “è possibile””, ha detto al Global Times. In realtà, la maggior parte degli esperti di solito aggiunge “ma è altamente improbabile” dopo “è possibile”, ma i media presentano solo la parte che conferma i loro pregiudizi, ha detto.

I grandi dati mostrano che gli Stati Uniti stanno spingendo la narrazione della teoria della fuga di laboratorio COVID-19. Tra gli 8.594 pezzi di notizie relative alla “fuga di laboratorio” che il database GDELT ha raccolto dal 2020, 5.079 erano dagli Stati Uniti, pari al 59 per cento. Dopo gli Stati Uniti c’erano il Regno Unito (611 pezzi) e l’Australia (597 pezzi). Quasi tutta la copertura ha preso di mira il laboratorio WIV.

Mentre gli Stati Uniti si concentrano esclusivamente sui laboratori cinesi, raramente prestano attenzione ai difetti dei propri laboratori nazionali, alcuni dei quali hanno anche innescato incidenti legati ai virus in passato. Secondo un articolo dell’agosto 2020 di ProPublica, una redazione indipendente che produce giornalismo investigativo, l’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill ha segnalato 28 incidenti di laboratorio che coinvolgono organismi geneticamente modificati ai funzionari della sicurezza del National Institutes of Health tra gennaio 2015 e giugno 2020. “Sei degli incidenti hanno coinvolto vari tipi di coronavirus creati in laboratorio”, ha detto ProPublica nell’articolo. “Molti sono stati ingegnerizzati per consentire lo studio del virus nei topi”.

Stranamente, pochissimi media mainstream statunitensi hanno sollevato la questione se esiste la possibilità che il COVID-19 sia trapelato dai laboratori statunitensi, ha detto il virologo cinese. “Non osano chiederlo”, ha detto.

In un articolo pubblicato sul blog politico indipendente Moon of Alabama il 27 maggio, l’autore ha sottolineato che l’ipnosi di alcuni occidentali sulla cospirazione della fuga di Wuhan è simile al trucco che gli Stati Uniti hanno giocato per spingere la guerra in Iraq nel 2002 – gli Stati Uniti hanno affermato che “Saddam Hussein avrà presto un’arma nucleare”, che era “un’evidente sciocchezza”, ha detto l’autore.

“La teoria della ‘fuga di laboratorio’ è simile alla rivendicazione delle armi di distruzione di massa – una speculazione senza prove promossa a lungo da un’amministrazione di orientamento neoconservatore che era estremamente ostile al paese ‘colpevole’ in questione”, ha detto l’autore.

La teoria della fuga dal laboratorio, quindi, “non è solo una storia implausibile e senza prove di una fuga dal laboratorio della SARS-CoV-2”, ha notato l’autore. “È una campagna lanciata per dipingere la Cina come un nemico del genere umano”.

Preoccupazioni internazionali sui laboratori biologici statunitensi

Gli Stati Uniti hanno molti laboratori biologici in 25 paesi e regioni in Medio Oriente, Africa, Sud-Est asiatico e negli stati dell’ex Unione Sovietica, con 16 solo in Ucraina. Alcuni di questi laboratori hanno visto epidemie su larga scala di morbillo e altre pericolose malattie infettive, secondo i rapporti dei media.

La comunità internazionale ha spesso espresso preoccupazione per le attività di militarizzazione biologica degli Stati Uniti in altri paesi.

Nell’ottobre 2020, il vice presidente del Consiglio di sicurezza della Russia, Dmitry Medvedev, ha detto che le attività di ricerca degli Stati Uniti nei laboratori biologici nei membri della Comunità degli Stati indipendenti hanno causato grave preoccupazione. Gli Stati Uniti non solo costruiscono laboratori biologici in questi paesi, ma cercano di farlo anche in altri luoghi del mondo. Tuttavia, la loro ricerca manca di trasparenza e va contro le regole della comunità internazionale e delle organizzazioni internazionali.

Anatoly Tsyganok, membro corrispondente dell’Accademia Russa di Scienze Militari e professore associato della Facoltà di Politica Mondiale all’Università Statale Lomonosov di Mosca, ha detto al Global Times che i test di armi biologiche e batteriologiche sul territorio degli Stati Uniti sono vietati dal Congresso degli Stati Uniti. Ha detto che l’esercito statunitense ha effettuato e sta ancora effettuando test di armi biologiche e batteriologiche in Georgia.

Questo viene fatto con il pretesto di fornire ai malati vari vaccini terapeutici condotti dall’esercito statunitense e da appaltatori privati americani presso il Richard Lugar Center for Public Health Research, ha detto Tsyganok. I test correlati sono stati esposti da vari media.

Nel dicembre 2015, 30 pazienti del centro di ricerca che erano in trattamento per l’epatite C sono morti. Ventiquattro di loro sono morti lo stesso giorno, e la loro causa di morte è stata elencata come “sconosciuta”, secondo Tsyganok e Russia news outlet.

I residenti dei quartieri intorno a questi laboratori lamentano spesso problemi di salute.

La giornalista bulgara Dilyana Gaytandzhieva ha pubblicato una storia sul centro Lugar all’inizio del 2018. Nelle sue interviste per il rapporto, la maggior parte dei residenti che vivevano vicino ai laboratori si lamentavano di mal di testa, nausea e pressione alta. Hanno anche detto che c’era del fumo nero proveniente dal laboratorio.

USA Today ha riferito che dal 2003, centinaia di incidenti che coinvolgono il contatto accidentale con agenti patogeni mortali si sono verificati nei bio-laboratori statunitensi in patria e all’estero. Questo può causare l’infezione dei contatti diretti, che possono poi diffondere il virus nelle comunità e iniziare un’epidemia.

Un membro dell’Accademia Russa delle Scienze, Armais Kamalov ha detto in un’intervista alla TASS all’inizio di giugno che lo sviluppo di virus geneticamente modificati come armi biologiche dovrebbe essere soggetto allo stesso divieto mondiale come il test di armi nucleari. Ha citato i laboratori statunitensi in Georgia e Armenia come riferimento.

“Ci sono molti laboratori, che oggi sono finanziati dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Non è un segreto che sono in Georgia, Armenia e altre repubbliche. È sorprendente che l’accesso a questi laboratori sia off-limits, e non capiamo cosa stiano facendo lì”, ha detto.

Cosa era successo nel luglio 2019?

I terribili record di sicurezza dei laboratori biologici americani nel mondo mostrano una possibilità di fuga di un virus da un laboratorio americano. Molti indicano la chiusura del laboratorio di Fort Detrick nel luglio 2019.

Nel luglio 2019, sei mesi prima che gli Stati Uniti riportassero il primo caso COVID-19, il laboratorio dell’esercito a Fort Detrick che studia materiale infettivo mortale come Ebola e vaiolo è stato chiuso dopo che i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno emesso un ordine di cessazione. I funzionari del CDC hanno rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni dopo aver citato “ragioni di sicurezza nazionale”.

L’USAMRIID di Fort Detrick ha detto nell’agosto 2019 che lo spegnimento era perché il centro non aveva “sistemi sufficienti in atto per decontaminare le acque reflue” dai suoi laboratori di massima sicurezza, ha riportato il New York Times.

Cosa è successo esattamente a Fort Detrick nell’estate del 2019? Alcuni media statunitensi si sono rivolti in precedenza al CDC per ottenere risposte, ma molti contenuti chiave nel rapporto erano stati redatti.

All’inizio di giugno, un utente di Twitter con sede in Virginia ha ottenuto i documenti del CDC sull’ispezione di Fort Detrick sotto il Freedom of Information Act (FOIA). Global Times ha scoperto che la maggior parte dei documenti erano e-mail tra i funzionari del CDC in vari dipartimenti e USAMRIID dal 2018 al 2019. Anche se alcune delle e-mail sono state coperte da una stazione televisiva affiliata alla ABC a Washington, il rapporto non ha catturato molta attenzione.

Le e-mail hanno rivelato diverse violazioni al laboratorio di Fort Detrick durante le ispezioni del CDC nel 2019. Quattro delle quali sono state etichettate come violazioni gravi.

Una di queste gravi violazioni, ha detto il CDC, era un ispettore che è entrato più volte in una stanza senza la protezione respiratoria richiesta mentre altre persone in quella stanza stavano eseguendo procedure con un primate non umano su un tavolo da necroscopia.

Questa deviazione dalle procedure di entità ha portato a un’esposizione respiratoria professionale ad aerosol di agenti selezionati, ha detto il CDC.

In un’altra grave violazione, il CDC ha detto che l’USAMRIID aveva “sistematicamente fallito nel garantire l’attuazione di procedure di biosicurezza e contenimento commisurate ai rischi associati al lavoro con agenti selezionati e tossine”.

Altre violazioni includono la mancanza di una corretta gestione dei rifiuti, dove i rifiuti non sono stati trasportati in un contenitore durevole a prova di perdite, che crea il potenziale per fuoriuscite o perdite.

I documenti del CDC mostrano che ha inviato una lettera di preoccupazione a USAMRIID, che ha portato a una chiusura temporanea del laboratorio di Fort Detrick nel 2019.

In una e-mail del 12 luglio 2019, il CDC ha detto che l’USAMRIID ha segnalato due violazioni del contenimento il 1 luglio e l’11 luglio 2019, e questo ha dimostrato un “fallimento di USAMRIID nell’implementare e mantenere procedure di contenimento sufficienti a contenere agenti selezionati o tossine generate da operazioni di laboratorio BSL-3 e BSL-4.”

“Con effetto immediato, USAMRIID deve cessare tutti i lavori che coinvolgono agenti selezionati e tossine nelle aree di laboratorio registrate fino a quando l’indagine sulle cause principali non è stata condotta per ogni incidente e i risultati sono stati presentati al FSAP per la revisione”, ha detto il CDC.

Il FSAP (Federal Select Agent Program) è composto congiuntamente dalla divisione dei Centers for Disease Control and Prevention di agenti e tossine selezionati e dalla divisione di agenti e tossine selezionati agricoli dell’Animal and Plant Health Inspection Service. Il programma supervisiona il possesso, l’uso e il trasferimento di agenti biologici selezionati e tossine, che hanno il potenziale di causare una grave minaccia alla salute pubblica, animale o vegetale o ai prodotti animali o vegetali. Esempi comuni di agenti e tossine selezionati includono gli organismi che causano antrace, vaiolo e peste bubbonica.

Tre giorni dopo, il Fort Detrick ha risposto all’e-mail dicendo che aveva presentato messaggi in risposta all’azione immediata, ma i messaggi sono stati deliberatamente oscurati.

Il messaggio è stato presentato da un direttore di Studi Strategici (Contro le armi di distruzione di massa) presso l’USAMRIID, il cui nome è stato anch’esso cancellato.

La dichiarazione pubblica di Fort Detrick rilasciata nell’agosto 2019 diceva che l’arresto era dovuto a problemi di decontaminazione delle acque reflue. Ma non è chiaro se la dichiarazione fosse coerente con i risultati dell’ispezione del CDC.

La gestione di tali laboratori di alto livello in generale deve essere molto rigorosa con ispezioni regolari. Diversi sistemi dovrebbero essere in grado di garantire che nessun rischio potenziale possa verificarsi, e il fallimento delle attrezzature e le perdite di acque reflue certamente non dovrebbero verificarsi, ha detto al Global Times uno scienziato cinese del team di tracciamento delle origini del virus OMS-Cina che ha richiesto l’anonimato.

I problemi delle acque reflue hanno rivelato grandi lacune nella gestione del laboratorio di Fort Detrick, e c’è da chiedersi cos’altro è trapelato con le acque reflue mal gestite.

“Alcuni agenti patogeni altamente patogeni nel laboratorio sono stati probabilmente rilasciati. E l’esercito americano non ha mai detto al pubblico quello che stava facendo”, ha detto lo scienziato.

È molto probabile che i ricercatori di Fort Detrick possano essere stati infettati accidentalmente ma non hanno mostrato sintomi evidenti. In questo modo potrebbero aver portato il virus al mondo esterno, ha detto lo scienziato.

“In assenza di sintomi evidenti, 9 dei 10 individui potrebbero non aver saputo di essere stati infettati ed è possibile che più del 90% delle vie di trasmissione fossero state perse quando il virus è stato finalmente rilevato. Questo è anche il motivo per cui il tracciamento delle origini del virus è difficile da condurre”, ha detto, notando che solo l’indagine sierologica su larga scala potrebbe trovare alcune delle prime infezioni.

Perché non aprire il laboratorio di Fort Detrick

Diversi virologi e analisti intervistati dal Global Times hanno esortato il laboratorio di Fort Detrick ad aprire le sue porte per un’indagine internazionale, poiché esperti internazionali hanno già visitato l’Istituto di virologia di Wuhan.

Molti politici e media occidentali hanno dato la colpa della pandemia a Wuhan, dicendo che Wuhan è stato il luogo in cui il virus è stato rilevato per la prima volta e da dove il virus è venuto, nonostante le prove crescenti che non è il caso.

In un recente esempio a giugno, uno studio di ricerca gestito dal National Institutes of Health’s All of Us Research Program ha trovato prove di infezioni da COVID-19 negli Stati Uniti già nel dicembre 2019, settimane prima della prima infezione documentata nel paese.

Wuhan ha registrato i primi sintomi di COVID-19 da un paziente l’8 dicembre 2019.

Quando gli è stato chiesto di fornire maggiori dettagli sullo studio, una persona dei media con il programma di ricerca All of Us ha detto al Global Times che il programma “non ha nulla da aggiungere” dalle informazioni che aveva già rilasciato.

Per quanto riguarda il motivo per cui il virus è stato rilevato per la prima volta a Wuhan, lo scienziato anonimo ha detto che il virus è difficile da rilevare in una fase iniziale, soprattutto in autunno e in inverno con più casi di raffreddore. E non avrebbe attirato l’attenzione finché un gran numero di persone non fosse stato infettato. Questo è quello che è successo nella densamente popolata Wuhan, ha detto lo scienziato.

Il sistema sanitario pubblico cinese è molto sensibile soprattutto dopo l’epidemia di SARS nel 2003, ma questo non è sempre il caso all’estero, soprattutto quando la densità della popolazione è bassa e il virus non si diffonde così velocemente, ha detto l’esperto.

“Il nuovo coronavirus è stato scoperto da tre società cinesi nello stesso momento. È molto semplice rilevare queste cose, e la Cina ha un sacco di tali aziende terze con una forte capacità di rilevamento medico”, ha detto.

Senza tornare ai campioni di siero precedenti altrove ora, sarà difficile trovare la fonte del virus. Gli studi retrospettivi che sono stati fatti in Cina non hanno trovato alcuna prova. È importante che il mondo lavori insieme ora per ordinare le prove e fare le prime indagini sierologiche dove necessario, ha detto.

Zeng Guang, ex capo epidemiologo del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha detto al Global Times che la fuga dal laboratorio è facile da identificare, poiché le infezioni sono destinate a mostrare segni, sia che si tratti di un problema operativo o di un’infezione del personale di laboratorio.

Gli esperti dell’OMS hanno valutato l’ipotesi della fuga dal laboratorio quando hanno visitato Wuhan e non hanno trovato prove, e la speculazione sulla sua possibilità in un laboratorio di Wuhan dovrebbe essere già finita. Nel frattempo, dovremmo mettere un punto interrogativo su altre ipotesi, come altri laboratori nel mondo, ha detto Zeng.

Zeng ha detto che gli Stati Uniti hanno paura dell’ispezione dell’OMS nello stesso modo in cui è stata fatta in Cina, ha detto Zeng.

Gli Stati Uniti, l’unico paese che ostacola la creazione di un meccanismo di verifica della Convenzione sulle armi biologiche (BWC), ha problemi sistematici, ha detto Zeng, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno paura che l’indagine sui suoi laboratori porterebbe a scavare più del suo sporco.

Xia Wenxin ha contribuito a questo articolo

(Traduzione automatica effettuata con Deep-Translator)

Articolo originale in inglese:

https://www.globaltimes.cn/page/202106/1227219.shtml

Trump, Fort Detrick e il Covid 19: Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Tutta una serie di variegate informazioni e di fatti concreti, combinati strettamente tra loro a partire da alcune clamorose anomalie, provano e attestano oltre ogni dubbio che:

1. Il coronavirus ha iniziato a contagiare e devastare il mondo trovando il suo luogo di origine e di propagazione nella base militare e nel laboratorio batteriologico di Fort Detrick, collocato nello stato del Maryland degli Stati Uniti, fin dal luglio del 2019 e quindi più di tre mesi in anticipo rispetto ai casi riportati a Wuhan e in Cina;

2. Il governo Trump, gli apparati statali americani e l’amministrazione Biden in carica dal gennaio del 2021, hanno via via cercato, coscientemente e costantemente, di coprire e nascondere tale gravissimo evento di contaminazione durante il periodo compreso tra il luglio del 2019 e il presente, ossia per due lunghi e sanguinosi anni: una menzogna permanente e perfettamente consapevole di Washington che ha direttamente causato e prodotto il dilagare della paurosa strage di più di tre milioni di esseri umani, insanguinando dall’estate del 2019 quasi tutto il nostro pianeta e provocando circa 600.000 vittime innocenti nella stessa America.

Fin dal 1943 e senza soluzione di continuità uno dei principali siti militari statunitensi per la guerra batteriologica, Fort Detrick, registrò al suo interno una prima e innegabile “fuga” verso il mondo esterno del batterio che causa l’antrace (una gravissima infezione, con sintomi molto simili a quelli creati dalla polmonite) già il 18 settembre 2001, ossia solo una settimana dopo gli attentati dell’11 settembre.1

Dopo questo pessimo precedente, è sicuro e attestato senza ombra di dubbio persino da un articolo dell’insospettabile NewYorkTimesdel 5 agosto 2019 che durante la seconda metà di luglio del 2019 l’attività di ricerca batteriologica di Fort Detrick venne chiusa: quest’ultima serrò dunque i battenti nel luglio del 2019 in modo improvviso, rimanendo non operativa per molti mesi e riavviando completamente la sua attività solo a fine marzo 2020.2

Al di là delle spiegazioni ufficiali del Pentagono rispetto a tale prolungata serrata, relative a un problema delle acque reflue, si registra dunque un’anomalia made in USA, allo stesso tempo clamorosa e incontrovertibile, fuori discussione e inattaccabile: ma qual era la vera ragione della singolare, eclatante e improvvisa chiusura delle ricerche batteriologiche a Fort Detrick?

Un’embrionale risposta venne fornita quasi subito da un lucido articolo dell’insospettabile e anticomunista quotidiano inglese Indipendent, il quale già il 6 agosto del 2019 notò che

«al principale laboratorio di guerra batteriologica dell‘America era allora stato ordinato di interrompere tutte le ricerche sui più letali virus e agenti patogeni per il timore che le scorie tossiche potessero uscire dalla struttura. Sin dall’inizio della Guerra Fredda, Fort Detrick in Maryland è stato l’epicentro della ricerca di armi batteriologiche dell’Esercito USA. Il mese scorso [ossia il luglio 2019, ndr] il Centro per il Controllo e la Prevenzione di malattie (l’organismo governativo di salute pubblica) ha privato il laboratorio della sua licenza per gestire “agenti patogeni selezionati” altamente riservati che includono ebola, vaiolo e antrace. L’inusuale mossa è seguita ad una ispezione del CDC a Fort Detrick che ha scoperto gravi problemi nelle nuove procedure utilizzate per decontaminare gli scarti liquidi. Per anni la struttura ha fatto uso di un impianto di sterilizzazione a vapore per trattare l’acqua contaminata, ma lo scorso anno, in seguito a una tempesta che ha allagato e distrutto il macchinario, Fort Detrick ha iniziato a utilizzare un sistema chimico di decontaminazione. Nonostante ciò, gli ispettori del CDC hanno trovato che le nuove procedure non erano sufficienti e che entrambi i guasti meccanici fossero causa di perdite e che i ricercatori avrebbero fallito a seguire propriamente il regolamento. Come risultato l’organizzazione ha mandato un provvedimento di sospensione ordinando a Fort Detrick di sospendere tutte le ricerche sugli agenti selezionati».3

Il mistero della sostanziale chiusura della base di Fort Detrick è stato in ogni caso risolto in modo indiscutibile da una seconda e sicura anomalia, sempre avvenuta in terra statunitense e verificatasi guarda caso a ridosso della serrata estiva della base militare del Maryland: ossia la “misteriosa” epidemia di polmonite acuta che colpì gli Stati Uniti, a partire proprio dal luglio del 2019. Su Internet si poteva tranquillamente leggere, fin dall’inizio di settembre del 2019, pertanto almeno due mesi prima dei primordi dell’epidemia di coronavirus a Wuhan e in Cina, tutta una serie di articoli e notizie eclatanti come quelle che seguono e che riguardavano proprio l’America:

«Da quest’estate [del 2019, ndr] oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Agli esami i polmoni appaiono come colpiti da un‘infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa. Gli Stati Uniti registrano altre due vittime (il totale sale così a tre) di una ancora misteriosa patologia polmonare legata allo svapo. Il secondo decesso – riferisce il New York Times – è avvenuto a luglio, un mese prima della persona che ha perso la vita in Illinois per lo stesso problema. Ma solo giovedì Ann Thomas, funzionario per la sanità dell‘Oregon e pediatra, ha reso nota la notizia. Thomas non ha voluto rivelare né il nome, né l‘età e il sesso della vittima, ma ha assicurato che la morte è stata causata dalla crisi respiratoria innescata dalla patologia legata allo svapo. “Appena arrivata in ospedale, la persona è stata ricoverata e attaccata al respiratore”. Dopo qualche settimana, i dottori hanno costatato che l‘infezione polmonare era arrivata a livelli irreversibili. La vittima aveva acquistato un prodotto per le sigarette elettroniche in un marjuana shop. Il terzo decesso è stato confermato in data 5 settembre dai funzionari sanitari dell’Indiana. Si tratta di “una persona di età superiore ai 18 anni”, ha dichiarato il Dipartimento della Salute dello Stato in una nota. Nello Stato, in particolare, sono in esame 30 casi di gravi lesioni polmonari legate allo svapo [l’inalazione tramite sigarette elettroniche, ndr]. Da quest’estate oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Tutti sono svapatori. Vengono ricoverati per fiato corto, crisi respiratoria, diarrea, vertigini, vomito. Agli esami tomografici i polmoni appaiono come colpiti da un‘infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa».4

Dopo aver notato di sfuggita come agli inizi di settembre del 2019 proprio il Maryland, ossia lo stato federale nel quale è collocato Fort Detrick, stesse valutando se prendere delle misure per frenare l’uso delle peraltro inoffensive (in assenza di Covid-19) sigarette elettroniche, ritenute allora la causa della misteriosa “polmonite” iniziata negli USA nell’estate del 2019, va sottolineato che i sintomi della suddetta epidemia che colpì allora l’America, in concomitanza con la quasi simultanea chiusura della “biologica” Fort Detrick, furono identici alla malattia che in seguito venne identificata, e non certo da Washington, come coronavirus: del resto lo stesso Robert Redfield, in qualità di direttore del centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie, in seguito e all’inizio del 2020 ammise parzialmente che alcuni casi di Covid-19 si erano verificati all’interno degli Stati Uniti già nel corso del 2019, ma vennero diagnosticati come “influenza”, come riferì anche il giornale TheGuardian.5

Dopo la chiusura di Fort Detrick a fine luglio del 2019 e l’epidemia misteriosa di “polmonite” nella stessa estate, emerse comunque una terza singolarità in terra statunitense sempre in quel periodo: infatti le autorità governative e sanitarie del paese per alcuni mesi attribuirono, in modo illogico, le morti per le strane polmoniti che si stavano verificando negli Stati Uniti nell’estate del 2019 all’innocuo e ormai decennale consumo di sigarette elettroniche (innocuo, ovviamente, in assenza di coronavirus), creando una colossale e governativa fake news. Si trattò di un’assurdità incredibile visto che per dodici anni, dal lontano 2007, le sigarette elettroniche erano state utilizzate su larga scala da milioni e milioni di cittadini degli Stati Uniti: durante i lunghi mesi che separano il 2007 dal luglio del 2019 tale consumo non ha creato alcun problema sanitario serio, né soprattutto polmoniti gravi, mentre risultava chiaro che il presunto effetto nocivo delle sigarette elettroniche era, in modo incredibile, limitato e circoscritto solo agli USA e non coinvolgeva in alcun modo il resto del mondo, dove pure il fumo elettrico era diffuso da un decennio. Fin dal settembre del 2019 alcuni studi medici hanno mano a mano dimostrato l’assenza di qualunque collegamento diretto tra “svapare”, cioè inalare da sigarette elettroniche, e le “polmoniti” del 2019: ma se il governo Trump e le autorità statunitensi non parlarono in alcun modo di quello che era successo a Fort Detrick, viceversa esse fino all’ottobre 2019 lasciarono tranquillamente che per alcuni mesi si propagassero le false informazioni sull’inesistente legame tra la nuova e “misteriosa” (misteriosa, ma non certo a Fort Detrick) malattia polmonare e le sigarette elettroniche.6

Siamo in presenza di fatti eclatanti e innegabili, che a questo punto vanno collegati con un’ennesima anomalia avente per oggetto questa volta il mistero dei giochi militari di Wuhan: a tal proposito l’insospettabile, filoamericano e anticomunista quotidiano Il Messaggero ha pubblicato nel 2020 un articolo intitolato Primi casiai giochimondialimilitari diWuhan2019:

«Vuoi vedere che il coronavirus era nell‟aria di Wuhan già in ottobre, un mese in anticipo rispetto al primo caso ufficiale riscontrato sul suolo cinese e datato 17 novembre? Verso questa possibile conclusione potrebbero condurre alcune testimonianze di atleti recatasi nella località cinese, per prendere parte ai Giochi Mondiali militari, i quali sia in Cina sia al ritorno in patria hanno manifestato i sintomi di quella malattia, che alcuni mesi dopo, avrebbe scombussolato il mondo intero. Alla rassegna degli sportivi in divisa, celebratasi nel capoluogo della provincia di Hubei dal 18 al 27 ottobre, hanno preso parte 10mila atleti provenienti da un centinaio di paesi. Tra di loro c‘erano anche due pentatleti francesi, Valentin Belaud e Elodie Clouvel, che al quotidiano l‟Equipe, hanno raccontato di essersi ammalati ed essere stati costretti a saltare gli allenamenti in Cina, accusando problemi mai avuti in precedenza. In più la coppia, nel momento in cui ha comunicato il problema allo staff medico, ha appreso che anche altri membri della delegazione transalpina si erano ammalati. Pure sul fronte italiano, i racconti degli azzurri presenti in Cina condurrebbero alla stessa conclusione. Tra gli altri lo spadista Matteo Tagliariol, olimpionico a Pechino 2008, che a Wuhan ha gareggiato nella prova a squadre insieme a Paolo Pizzo e Lorenzo Buzzi, ha ricordato di essere stato malato per diversi giorni, soffrendo soprattutto di una fastidiosissima tosse, e che nel centro medico del villaggio le aspirine erano esaurite, a causa dell‘elevato numero di malati. Poi al rientro in Italia, il 37enne Tagliariol ha avuto la febbre e dopo la sua guarigione si sono ammalati pure la compagna, la fiorettista Martina Batini, e il figlio di due anni. “Ai mondiali militari di Wuhan ci siamo ammalati tutti, 6 su 6 nell’appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine”, ha detto Tagliariol».7

Sappiamo con assoluta certezza che i giochi militari mondiali di Wuhan, collegati ovviamente con l’arrivo in Cina di migliaia di militari occidentali e di centinaia di atleti USA, non avvennero nel giugno 2019, ma a partire dal 18 ottobre 2019: dunque a tre mesi di distanza e circa cento giorni dopo i primi casi negli Stati Uniti, verificatisi a partire dal luglio 2019, e tra l’altro sessanta giorni dopo i primi casi di coronavirus a Milano e in Lombardia. Vista la presenza innegabile del Covid-19 negli USA già durante l’estate del 2019, quindi, furono gli atleti statunitensi a esportare involontariamente il coronavirus in Cina a Wuhan, non il contrario, senza comunque che il governo degli Stati Uniti avvertisse in alcun modo le autorità cinesi dell’epidemia di “polmonite” in corso nella nazione americana. Di fronte a questo quadro risulta perfettamente chiaro perché i ricercatori dell’autorevole Organizzazione Mondiale della Sanità, un ente dell’ONU, al termine di una serie di ispezioni effettuate all’inizio del 2021 a Wuhan, abbiano definito chiaramente e senza mezzi termini “altamente improbabile” che il coronavirus sia fuoriuscito dal laboratorio di ricerche di Wuhan.8

La quinta anomalia ha per oggetto la particolare, inquietante e maligna “simulazione di scenario” pubblicato nell’ottobre del 2019 dal John Hopkins Center for Health Security assieme ad altre due organizzazioni statunitensi, relativa allo scoppio di una pandemia di “coronavirus immaginario”, originatasi in un ipotetico allevamento di maiali del Brasile: una simulazione a tavolino che stranamente si stava già trasformando in realtà, in terra statunitense.

«Eric Toner è uno scienziato americano del John Hopkins Center for Health Security, e a ottobre scorso aveva simulato una pandemia di coronavirus. Tre mesi fa, infatti, il centro di ricerca di New York ha condotto un esperimento insieme al World Economic Forum e la Bill and Melinda Gates Foundation, per dimostrare l‘importanza della partnership tra istituzioni pubbliche e enti privati nel far fronte a pandemie globali. Lo studio ha simulato una pandemia di coronavirus immaginario originato negli allevamenti di suini del Brasile e un‘espansione in quasi tutti i Paesi del mondo nell‘arco di 6 mesi. Secondo l‘impressionante simulazione, nell‘arco di 18 mesi 65 milioni di persone sarebbero morte. Come ha precisato il John Hopkins Center, l‘esperimento e i risultati relativi al numero di vittime non corrispondevano in nessun modo a previsione, ma a una semplice simulazione».9

Questa “semplice simulazione” venne pubblicata guarda caso nell’ottobre del 2019: ossia proprio dopo che negli USA era stata chiusa da circa tre mesi la base militare di Fort Detrick, dopo lo scoppio dell’epidemia di polmoniti e dopo l’allarme per il presunto effetto nocivo delle innocue sigarette elettroniche in terra americana. Un’ultima anomalia, che rafforza ancora di più la “teoria Fort Detrick”, ha per oggetto invece l’enorme numero di vittime purtroppo avvenute sempre negli Stati Uniti a causa dell‘“influenza” che colpì il paese dal novembre 2019 (quando a Wuhan stavano iniziando solo i primi sporadici casi…) fino al febbraio 2020, determinando la cifra impressionante di quasi ventimila morti.

Non a caso già nel febbraio 2020, in modo responsabile e onesto,

«il Prof. Edward Livingston ed i suoi colleghi, in questa infografica pubblicata il 26 Febbraio su JAMA, sottolineano come, sebbene vi sia una grande attenzione all‟epidemia della malattia di coronavirus 2019 (COVID-19), tuttavia questa condizione costituisce un problema rilevante in un‟area della Cina e sembra avere ramificazioni cliniche limitate al di fuori di quella regione. Sta di fatto che gli Stati Uniti stanno vivendo una grave stagione influenzale che ha già provocato più di 16.000 morti. L‘infografica pubblicata su JAMA mette a confronto i tassi di incidenza e mortalità per le 2 malattie virali delle vie respiratorie. Nel periodo sino al 24 Febbraio 2020, negli Stati Uniti, relativamente al COVID- 19, sono stati registrati 14 casi diagnosticati dal sistema sanitario statunitense, 39 casi tra i cittadini statunitensi rimpatriati. Non sono stati segnalati morti, né pazienti critici e non ci sono evidenze di trasmissione, negli Stati Uniti, in una ampia comunità. Analizzando parallelamente i dati sull‘influenza, negli Stati Uniti, al 15 Febbraio 2020, i CDC stimano che si siano ammalate almeno 29 milioni di persone, che siano state effettuate almeno 13 milioni di visite mediche, almeno 280.000 ospedalizzazioni e che i morti siano stati almeno 16.000, da sottolineare le 105 morti pediatriche correlate all‘influenza. Pertanto gli Autori ritengono che, sulla base di questi dati, da un punto di vista della sanità pubblica le persone dovrebbero focalizzare la loro attenzione sull‘influenza ed adottare le misure preventive che includono, nel caso dell‘influenza, anche la possibilità del vaccino, oltre a quelle più volte ricordate per tutti i virus respiratori».10

Ma non si trattava certo solo di “influenza”, come ha dimostrato la prima “pistola fumante” in questo particolare intrigo e giallo di portata planetaria: si tratta della scrupolosa attività dell’insospettabile Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che ha attestato e dimostrato nell’ottobre del 2020 come il coronavirus fosse senza alcun dubbio presente in Lombardia e alcune altre regioni di Italia fin dal settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima dell’inizio dell’epidemia a Wuhan e in Cina.

«Il virus SarsCov2 circolava in Italia già a settembre 2019, dunque ben prima di quanto si è pensato finora. La conferma arriva da uno studio dell’Istituto dei tumori di Milano e dell’università di Siena, che ha come primo firmatario il direttore scientifico Giovanni Apolone, pubblicato sulla rivista Tumori Journal. Analizzando i campioni di 959 persone, tutte asintomatiche, che avevano partecipato agli screening per il tumore al polmone tra settembre 2019 e marzo 2020, l’11,6% (111 su 959) di queste persone aveva gli anticorpi al coronavirus, di cui il 14% già a settembre, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020, e il maggior numero (53,2%) in Lombardia».11

Si tratta di una notizia clamorosa, oltre che indiscutibile e sicura: essa dimostra che l’allora “misteriosa” epidemia polmonare, sviluppatasi negli Stati Uniti dal luglio del 2019, si era estesa sicuramente dall’America all’Italia trasferendosi di luogo e nazione all’interno del mondo occidentale, e non certo in quello asiatico…

A questo punto va fatta emergere una seconda superprova: uno studio accurato dell’insospettabile ente statunitense denominato “Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie” (CDC), pubblicato purtroppo molto in ritardo (solo alla fine del 2020), ha rilevato come ben 39 campioni di sangue, presi tra il 13 e il 16 dicembre del 2019 in California, Oregon e Washington, fossero risultati positivi agli anticorpi del coronavirus: dimostrando quindi in modo indiscutibile che la quarantina di persone coinvolte era stata infettata dal Covid-19 già nelle settimane precedenti allo scoppio su vasta scala dell’epidemia di Wuhan.12

Si può inoltre congiungere tale elemento indiscutibile a una terza e formidabile superprova, che fa luce definitivamente sul caso in oggetto. Infatti ormai è sicura l’identità del “paziente zero”, anzi dei numerosi pazienti zero del Covid di natura civile: gli sfortunati pensionati di una casa di riposo di Green Spring, in Virginia e nella contea di Fairfax, collocata per loro sfortuna vicino a Fort Belvoir, un ospedale destinato ai militari statunitensi che assiste anche i ricoverandi in arrivo da Fort Detrick.13

La sera dell’11 luglio del 2019, infatti, più di tre mesi prima dei giochi militari di Wuhan, l’insospettabile e anticomunista rete televisiva “ABC” raccontò che in quei giorni, almeno quattro mesi prima dei casi iniziali a Wuhan,

«“[…] una malattia mortale in Virginia ha portato due morti e dozzine di residenti infettati di una malattia respiratoria qui nella comunità di pensionamento di Green Spring. Negli ultimi 11 giorni, 54 persone si sono ammalate con sintomi che vanno da una brutta tosse alla polmonite, senza indizi chiave su come sia scoppiata la malattia improvvisa”. Passano due giorni e la strana epidemia compare anche in un‟altra casa di riposo li vicino. È sempre il tg [statunitense dell’ABC, ndr] a raccontarlo: “Un misterioso virus respiratorio ha colpito una seconda casa di riposo nella contea di Fairfax”. L‟unica cosa chiara al momento è che, due giorni dopo la seconda epidemia a poche decine di miglia di distanza, con un ordine del Cdc, il laboratorio di sicurezza biologica livello 4 di Usamriid, a Fort Detrick nel Maryland, viene chiuso per un incidente di biocontenimento. È sempre il tg a raccontare le paure degli abitanti di quella zona: “Gli abitanti che vivono vicino a Fort Detrick vogliono sapere perché il laboratorio top di Army Germ, uno dei più noti, è stato chiuso così velocemente”».

Era ed è tuttora un’ottima domanda, un eccellente interrogativo.

«A Fort Detrick infatti gli scienziati Usa gestiscono alcuni degli agenti biologici più sensibili e conducono ricerche mediche all‘interno di esso. Ricerche anche su cellule virali molto pericolose, come Ebola e Antrace. […] E allora non possiamo che porci una domanda: c‘è forse una correlazione tra la fuga di biocontenimento di Fort Detrick e le epidemie anomale dentro le due case di riposo di Green Spring? È sufficiente osservare la mappa per vedere che vicinissima alle due case di riposo c‘è Fort Belvoir, un ospedale per i militari che tra gli altri assiste anche quelli di Fort Detrick. Ma come sarebbe arrivato il contagio da Fort Belvoir alle due case di riposo? Il fatto è che proprio questo ospedale assiste anche i veterani di guerra delle forze armate americane, che vivono anche dentro le due case di riposo. Vi mostriamo alcune immagini, nelle quali si vedono i marines festeggiare nella casa di riposo di Burke i numerosi veterani della seconda guerra mondiale per l‘anniversario di fondazione del loro corpo. Può dunque esistere un filo che lega l‘incidente di biocontenimento di Fort Detrick, l‘ospedale militare di Fort Belvoir e le case di riposo in cui si manifesta l‘anomala epidemia di luglio?»14

Tra l’altro proprio il sito della contea virginiana di Fairfax, in data 26 luglio 2019, sottolineò che ben 63 residenti della casa di riposo di Green Spring erano stati sottoposti in loco a «numerosiesami», ma anche dopo di essi «nessun specifico agente patogeno era stato identificato come causadell‟epidemia».15 Se si considerano le altre due “pistole fumanti” e le sopracitate anomalie (le “pericolosissime” sigarette elettroniche made in USA, ecc.), il “filo” che lega Fort Detrick e il Covid è indiscutibile.

Tiriamo le conclusioni.

Tutti i fatti riportati escludono, in modo sicuro e categorico, che l’epidemia di coronavirus si sia sviluppata a partire dalla Cina e da Wuhan, dalla fine di ottobre del 2019; essa invece era virulenta e attiva in Virginia e negli Stati Uniti fin dal luglio del 2019, quindi almeno tre mesi prima dell’inizio della pandemia in Cina.

Come andarono realmente le cose, per la genesi della tragedia del Covid?

Fase uno: verso la fine di giugno del 2019 e a Fort Detrick, si verifica una contaminazione di personale militare statunitense attraverso il coronavirus contenuto nei laboratori della base.

Fase due: una parte del personale infettato viene portato all’ospedale militare di Fort Belvoir, in Virginia.

Fase tre: attorno al 4 luglio 2019, festa nazionale degli USA, involontariamente alcuni marines di Fort Belvoir contagiati dal Covid-19 portano e distribuiscono a piene mani la malattia nella casa di riposo di Green Spring, oltre che in giro per il Maryland e la Virginia.

Fase quattro: dopo un’incubazione di una settimana, scoppia purtroppo una prima epidemia nella casa di riposo di Green Spring con i suoi 263 residenti: due muoiono, i primi caduti dei futuri tre milioni di morti per la pandemia di coronavirus, mentre il Covid-19 raggiunge con la sua marcia mortale un’altra casa di riposo vicino a Green Spring.

Fase cinque: dopo alcuni giorni il Pentagono inizia a preoccuparsi, ordinando la chiusura di tutte le attività di ricerca batteriologica a Fort Detrick, a metà luglio.

Fase sei: dalla metà di luglio all’inizio di ottobre del 2019 l’epidemia via via si espande sia negli Stati Uniti che all’estero, arrivando sicuramente a Milano e in Lombardia all’inizio di settembre del 2019, come provato dall’Istituto dei Tumori di Milano.

Fase sette: le olimpiadi militari mondiali di Wuhan. A tal proposito l’insospettabile e anticomunista sito intitolato Le Iene ha riportato che

«le autorità cinesi hanno più volte sostenuto che l‘epidemia sarebbe arrivata a Wuhan con i militari dell‘esercito americano che partecipavano alle gare del “World Military Games 2019”, in programma dal 12 al 28 ottobre. Noi ovviamente non lo sappiamo, ma dal periodico delle forze armate americane scopriamo che alcuni militari di Fort Belvoir hanno partecipato a quei Giochi. Tra questi il sergente di prima classe Maatje Benassi e il capitano dell’esercito Justine Stremick, che serve come medico di medicina di emergenza dell’esercito a Fort Belvoir in Virginia. Quindi almeno due atleti dell‟ospedale militare situato vicino alle case di riposo dove c‟è stata l‟epidemia sospetta di luglio sarebbero andati a Wuhan per le olimpiadi di ottobre 2019».16

La “fase otto”, che seguì l’inizio di novembre del 2019 e che arriva fino a oggi, risulta purtroppo fin troppo ben conosciuta a livello mondiale…

Le conseguenze della tesi in oggetto dimostrata da numerosi fatti testardi sono fin troppo chiare. Chiediamo innanzitutto all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente dell’ONU che del resto ha già effettuato un’ispezione accurata a Wuhan in Cina verso l’inizio del 2021, di compiere celermente un’analoga e altrettanto approfondita inchiesta anche rispetto a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo di Green Spring in Virginia, al fine di far luce finalmente sulla reale origine dell’epidemia di coronavirus a partire dall’estate del 2019. Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce.

Può sembrare strano ma anche la precedente e famigerata epidemia di “spagnola”, una gravissima forma di influenza che uccise come minimo cinquanta milioni di persone tra il 1918 e il 1920, non nacque e non si sviluppò certo in Spagna, ma viceversa negli Stati Uniti e in Kansas all’inizio del 1918. Non solo: la cosiddetta epidemia “spagnola” inizialmente venne alla luce e si propagò da una base militare statunitense, anche se quella volta non si trattò di Fort Detrick bensì di Fort Reiley, collocato per l’appunto nel Kansas. Anche in quel caso le menzogne furono molte.

È stato notato, in modo lucido e veritiero, che «ogni epidemia ha la sua infodemia, un alone tossico di panzane e disinformazione. Sentite cosa scriveva il quotidiano americano The Washington Times il 6 ottobre 1918: “Anzitutto bisogna dire che il termine ‘influenza spagnola’ è chiaramente un errore, e che il nome dovrebbe essere ‘influenza tedesca’, perché l‘indagine prova che la malattia ha avuto inizio nelle trincee germaniche. Dopodiché ha compiuto un giro dell‘intero mondo civilizzato, nel corso del quale è esplosa con particolare virulenza in Spagna, a causa di certe condizioni locali”. Sono i giorni di picco dell‘infezione che farà 50, forse 100 milioni di morti in tutto il mondo, un numero cinque o dieci volte superiore alle vittime della Grande Guerra che sta per finire, e l‘anonimo articolista ha ragione a dire che la Spagna non c‘entra. Ma è altrettanto ingiusto buttare la croce addosso agli odiati crucchi. I primi casi, in primavera, non si sono registrati nelle trincee del Kaiser, ma proprio in America, per l‘esattezza a Fort Riley nel Kansas, in un campo militare di quasi centomila metri quadri, dove più di mille reclute sono rimaste contagiate. Da quando, nell‟aprile del 1917, gli Stati Uniti sono scesi in guerra, il loro esercito è salito di colpo da 190 mila uomini a più di due milioni. E in maggioranza sono ragazzi alle prime armi, come il soldatino Charlot di Shoulder Arms. Molti di loro vengono da zone rurali dove vivevano in stretto contatto con polli o maiali: niente di più facile che il virus sia arrivato da lì, e che abbia fatto il salto dagli animali all‘uomo proprio in qualche fattoria del Kansas. Non influenza spagnola, dunque, e nemmeno tedesca: semmai americana. Ma non contento di dare in pasto al pubblico questa fake news, il Washington Times ne lancia anche un‘altra, e ben più colossale: “Che i germi dell‘influenza siano stati segretamente disseminati in questo Paese da sommergibili tedeschi è un‘accusa difficile da provare, ma i loro attacchi coi gas contro gli equipaggi dei nostri fari e navi-faro sono validi indizi contro di loro”. L‘epidemia, insomma, non ha nulla di naturale. All‘origine di tutto ci sarebbe un complotto criminale, la guerra biologica ordita dai servizi segreti di Guglielmo II ai danni degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. È curioso che a propagare questa bufala sia una testata con lo stesso nome (The Washington Times) di quella che un secolo dopo, allo scoppio del Coronavirus Covid-19, ha messo in giro la leggenda del microrganismo ingegnerizzato uscito da un laboratorio militare di Wuhan. Ieri gli elmetti chiodati, oggi gli untori cinesi. Nel 1918 non c‘erano Facebook e Whatsapp, e neppure il TgCom24 di Paolo Liguori, pronto a dare per certa la notizia, “confermata da fonte attendibilissima”. In compenso c‘era un conflitto mondiale, quel mostruoso mattatoio che abbiamo visto nel film di Sam Mendes, una corsa forsennata all‟annientamento reciproco dove tutto sembra ammesso, compreso il cloro per gasare le trincee opposte, ma anche una macchina dell‘odio che fabbrica a ciclo continuo le dicerie più assurde, ingigantite dalla cappa di censura sui mezzi di informazione. Un mese prima dell‘articolo sul Washington Times era stata un‟autorità come il colonnello Philip Doane, responsabile della sezione sanitaria della marina mercantile Usa, ad accreditare le tesi cospirazioniste: “Sarebbe molto facile per uno di questi agenti del Kaiser rilasciare germi dell‟influenza in un teatro o in qualche altro posto dove si radunano grandi assembramenti di persone. I tedeschi hanno iniziato le epidemie in Europa, e non c‘è motivo per cui debbano essere particolarmente gentili con l‘America”». 17

A volte la storia si ripete e a una vecchia tragedia se ne aggiunge una nuova, anche se accompagnata da menzogne abbastanza simili a quelle di un secolo fa.

* * * *

PETIZIONE ALL’OMS PER INDAGARE SULL’ORIGINE DEL CORONAVIRUS

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

Petizione popolare per chiedere all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di aprire un’indagine su Fort Detrick (USA) riguardo l’origine del coronavirus.

Alla luce della ricostruzione complessiva svolta nell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Ilcolpevolesilenzio degliStati Unitisulla vera originedel coronavirus;

viste le informazioni ormai acquisite su un’epidemia di polmonite verificatasi all’inizio di luglio 2019 in una casa di riposo di Green Spring, Virginia (USA);

vista l’anomala chiusura dei laboratori batteriologici di Fort Detrick (USA), proprio nella seconda metà di luglio del 2019 e durata per alcuni mesi;

visto il ritrovamento del coronavirus in Italia, in Lombardia e in altre regioni, fin dall’inizio di settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima della genesi dell’epidemia di Covid-19 a Wuhan in Cina;

visto il ritrovamento innegabile del coronavirus anche in un centinaio di cittadini statunitensi già all’inizio di dicembre del 2019;

chiediamo all’Organizzazione Mondiale della Sanità di compiere un’accurata indagine, come quella del resto già avviata a Wuhan all’inizio del 2021, riguardo a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo Green Spring, con l’obiettivo di appurare se il coronavirus possa essere stato originato nel territorio degli Stati Uniti d’America.

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

Primi Firmatari

Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli, studiosi di politica internazionale, estensori dell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla veraoriginedel coronavirus

Nunzia Augeri, saggista, Milano

Laura Baldelli, docente di Letteratura e Storia, Ancona

Alessandro Belfiore, Comitato No Guerra NO Nato

Maurizio Belligoni, già Direttore Generale Agenzia Sanitaria Regione Marche; primario di psichiatra

Fulvio Bellini, ricercatore politico, Milano

Ascanio Bernardeschi, redazione del giornale comunista on-line “LaCittàFutura

Giambattista Cadoppi, saggista, specialista di politica internazionale

Domenico Carofiglio, operaio, attivista FIOM Wirlphool Fabriano

Bruno Casati, Presidente Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano

Luigi Cavalli, regista cinematografico (ultimo film, 2019, “Mon cochon et moi”, protagonista Gerard Depardieu)

Geraldina Colotti, giornalista, corrispondente in Europa di Resumen LatinoAmericano

Marcello Concialdi, docente ed editore, Torino

Luigi Curcetti, Esecutivo Regionale Marche Unità Sindacale di Base (USB)

Manlio Dinucci, geografo e saggista

Salvatore Distefano, docente di Filosofia e storico del movimento operaio, Catania

Lorenzo Fascì, avvocato, Reggio Calabria;

Salvatore Fedele, chirurgo e già responsabile dipartimento Emergenze ospedale Acqui Terme, Alessandria

Carlo Formenti, giornalista e saggista, già caporedattore di “Alfabeta” e ricercatore presso l’Università di Lecce

Federico Fioranelli, docente di Economia e Diritto

Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”

Fosco Giannini, già Senatore della Repubblica, direttore di “Cumpanis”

Alberto Lombardo, professore ordinario di Statistica Università di Palermo e direttore de “La Riscossa”

Mario Marcucci, docente a contratto di Tecnica Farmaceutica all’Università “La Sapienza di Roma”; già primario di Farmacia

Vladimiro Merlin, delegato RSU FLC- CGIL; già Consigliere Comunale Milano

Alfredo Novarini, già amministratore del P.C.I; membro del Centro Culturale Concetto Marchesi.

Alessandro Pascale, insegnante, saggista e direttore di Storiauniversale.it

Fabio Pasquinelli, avvocato, Osimo (Ancona)

Marco Pondrelli, direttore di “Marx21”

Giorgio Racchicini, docente di Letteratura e Storia, Fermo

Nicola Romana, docente di Diritto Dip. Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche all’Università di Palermo

Onofrio Romano, professore associato di sociologia generale all’Università di Bari

Marino Severini, “voce” e chitarra de La Gang;

Alberto Sgalla, docente di Diritto e scrittore;

Luca Stocchi, Presidente Centro Culturale “Cumpanis” Genova

Alessandro Testa, musicista e studioso di estetica musicale

Roberto Vallepiano, scrittore

Fabrizio Verde, direttore de “L’AntiDiplomatico”

Alessandro Visalli, architetto e dottore di ricerca in pianificazione territoriale, esperto scienze del territorio e ambiente

Alessandro Volponi, docente di filosofia, Fermo

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Come Cuba resiste al Covid e al bloqueo? Angelo Baracca su medicina e scienza, vaccini e comunicazione scientifica.

Questo testo è tratto da una trasmissione su Radio Mir: https://www.spreaker.com/user/radiomir/baracca-su-cuba-alto-volume

La versione integrale del testo si può trovare qui: https://archive.org/details/cuba-covid-baracca-integrale-4aprile2021

– Abbiamo il piacere di avere qui con noi il professore Angelo Baracca, già professore all’Università di Firenze, nonché attivista e saggista prolifico per campagne ambientaliste, per il disarmo nucleare e contro le guerre. Con la dottoressa Rossella Franconi, ha scritto il libro “Cuba: medicina, scienza e rivoluzione, 1959-2014”. Come la società cubana sta affrontando la pandemia da Covid? Anche in relazione ad altri paesi centro-nord-sudamericani?

Cuba ha una lunga esperienza di epidemie perché sin dai primi anni 1980 affrontò una brutta epidemia di dengue, un’infezione trasmessa da una zanzara. I cubani intervennero proprio con il primo ritrovato della ricerca e dell’industria biotecnologica: l’interferone. Spinti anche dall’intuizione di Fidel Castro, un gruppo di 6 medici cubani si recarono in Finlandia per una settimana e furono ospitati nel laboratorio di Kari Cantell, che aveva realizzato il primo procedimento al mondo per la produzione in quantità considerevoli di interferone umano. Ritornati a Cuba, in 3 mesi realizzarono questo processo piuttosto complesso, con tutti i preparativi, attrezzature moderne e annesse difficoltà a reperirli, perché già allora c’era il bloqueo. Lo stesso Cantell si stupì molto di come i cubani riuscirono a riprodurre il suo procedimento in così poco tempo.

Per combattere l’epidemia di dengue i cubani utilizzarono direttamente l’interferone, riuscirono a metterla sotto controllo e a vincerla. L’applicazione dell’interferone contro la dengue ha caratterizzato l’atteggiamento dei cubani anche oggi di fronte alla pandemia da Covid: i cubani hanno sempre elaborato medicinali, rimedi o vaccini, per utilizzarli proprio sul campo con tutte le precauzioni. Non è che i cubani saltino i requisiti scientifici, medici, i dovuti test e verifiche, però questa prontezza a utilizzare preparati medici di avanguardia ha nettamente caratterizzato tutta quanta la storia della medicina e della scienza cubana dopo il 1959.

L’11 marzo 2020 furono 3 turisti italiani che portarono il contagio a Cuba (!…) . Quando si verificarono questi primi casi di contagio da Covid-19, i cubani erano già pronti a tracciare i contatti e a isolare i contagi; avevano preparato immediatamente un ospedale Covid, evitando la contaminazione di ospedali e pronto soccorso come abbiamo visto in Italia. Hanno saputo isolare e incanalare nel modo corretto l’infezione.

Quindi c’è stata proprio una preparazione capillare, estesa al territorio, che ha coinvolto in prima persona la popolazione, non come in Italia dove la gente non sapeva più cosa fare, dove molte persone per paura hanno smesso di andare ai pronto soccorso. Con queste misure Cuba ha tenuto sotto controllo la pandemia, a differenza di tutti gli altri paesi delle Tre Americhe, nord, centro e sud – dove sappiamo che la pandemia ha invece infuriato in maniera incontrollata, cento volte inferiore ai numeri in Italia ma anche in Europa in generale, anche negli Stati Uniti, in Brasile, per non parlare del Messico e così via.

In questo momento i cubani non sono riusciti ad “abbassare la curva”, però c’è il primo vaccino che sta concludendo la fase 3 dei test clinici. I vaccini messi a punto a Cuba sono cinque (fra cui uno da una collaborazione sino-cubana). Due di questi vaccini sono in fase 3 – “Soberana 2” la sta concludendo – e quindi Cuba sicuramente farà fronte in modo definitivo alla pandemia utilizzando il vaccino. Ma, attenzione! Mentre in Italia il vaccino è una risorsa da ultima spiaggia perché non siamo stati capaci di tenere sotto controllo la pandemia, a Cuba prima la pandemia è stata tenuta sotto controllo – malgrado questa recrudescenza con un’origine precisa dopo le festività di Natale – e poi, con la pandemia sotto controllo, si avvierà progressivamente, in tempi relativamente brevi, la vaccinazione di tutta la popolazione. Credo sia molto importante sottolineare questa differenza con l’Italia.

– Ci ha ricordato il bloqueo. Vale la pena ricordare anche che il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha recentemente approvato una risoluzione su come le sanzioni unilaterali impattino negativamente sul godimento dei diritti umani nei paesi oggetto di sanzione. Di quali limitazioni soffre un paese come Cuba, che da 69 anni è sotto bloqueo statunitense, nel combattere una pandemia?

Questa storia delle sanzioni è una cosa immorale in generale. Pensa che ci sono circa 2 miliardi di persone, quasi un terzo della popolazione mondiale, che sono sotto sanzioni unilaterali degli Stati Uniti, i quali si arrogano il diritto di giudicare chi violi i diritti umani. Queste sanzioni pesano su due miliardi di persone! Perché la narrazione che le sanzioni sono fatte per indebolire i governi  ormai sappiamo che è un’invenzione: nessun governo mi risulta sia caduto in tutta la storia dell’umanità a causa delle sanzioni. Il governo semmai inasprisce le condizioni delle popolazioni.

Sottolineo “sanzioni unilaterali”, e per giunta dalla maggiore potenza mondiale. Che la maggiore potenza mondiale si arroghi il diritto di giudicare chi viola i diritti umani escludendo se stessa, è proprio una cosa che non ha termini possibili per essere definita. Se le Nazioni Unite decidessero delle sanzioni approvate dall’Assemblea Generale – e non dal Consiglio di Sicurezza – allora la cosa sarebbe diversa. Lo scopo sarebbe molto chiaro di una comunità internazionale che adotta queste misure, e non uno scopo contro la politica o l’impostazione politica della dirigenza di un paese soltanto perché agli Stati Uniti non va bene.

All’ONU in questo Consiglio per i Diritti Umani si stavano valutando proprio le sanzioni degli Stati Uniti. Intanto è immorale che l’Italia abbia votato contro la risoluzione perché secondo me è una scelta di principio votare a favore di sanzioni unilaterali di un paese contro 2 miliardi di abitanti del pianeta. Nel caso di Cuba poi – non solo di Cuba: del Venezuela, dell’Iran – è chiaro che in un momento come questo in piena pandemia, queste sanzioni sono proprio di una… come chiamarla?… di una crudeltà inumana, perché rende estremamente difficili proprio le misure sanitarie, mediche, per la popolazione, quelle che devono assolutamente essere prese e che sono fra l’altro non solo un vantaggio necessario per il Paese che viene sanzionato ma per tutti.

Il fatto che l’Italia in particolare abbia votato contro la risoluzione, confermando il suo servilismo all’imperialismo americano, è una cosa veramente vergognosa, tanto più vergognosa e immorale quando abbiamo visto come negli Stati Uniti la cosiddetta “democrazia”, i diritti umani vengono violati. È proprio un momento in cui un Paese, ma tutti i Paesi europei – i quali hanno votato contro alla risoluzione – dovrebbero proprio sottrarsi intenzionalmente, apertamente agli imperativi degli Stati Uniti. Ma poi, in Italia, dopo aver avuto due brigate mediche cubane che sono venute in nostro soccorso, richieste dalle regioni ma attraverso il ministro della sanità italiano, proprio è stata una cosa vergognosa.

Per fortuna, già negli anni Ottanta a Cuba sono stati fondati i primi centri di ricerca biotecnologica con le apparecchiature più moderne, senza le quali non avrebbe raggiunto livelli di eccellenza mondiale in questo campo. Per ottenere tutte queste apparecchiature, i reagenti, le materie prime, chiaramente ha dovuto aggirare le restrizioni del bloqueo e quindi tutte queste cose sono state molto più difficili da ottenere e sono diventate molto più care. Fin dall’inizio degli anni Ottanta, la sua industria biotecnologica le ha permesso di produrre medicinali e anche vaccini, ma le sanzioni rendono molto più difficili le forniture per mantenere in vita questa industria e per portare avanti questi processi e le ricerche necessarie. Penso che questo chiarisca a tutti la gravità assoluta, l’assoluta immoralità di queste sanzioni.

– Potrebbe sorprendere che Cuba sia comunque in grado di progettare, sviluppare, sperimentare, produrre, distribuire 4 vaccini – si parla addirittura di un quinto vaccino anti-Covid, lo apprendo durante questa chiamata. È una filiera molto complessa, nonostante appunto più di 200 sanzioni targate USA. Com’è questo possibile?

In realtà il campo medico e biotecnologico lo conosco molto superficialmente. Io sono un fisico, ho collaborato soprattutto con la facoltà di fisica de L’Avana dal 1995. Chiaramente non sono addentro ai meccanismi economici, organizzativi, dello stato cubano, della ricerca, dell’università. Non conosco i meccanismi specifici. Più che altro vedo gli effetti e l’impostazione che ha tutta la ricerca cubana.

Un primo punto che mi sembra molto importante chiarire è che non si tratta solo di un fatto organizzativo dello stato. Fidel Castro nel famoso discorso del 1960 dichiarò che il futuro di Cuba non può che essere un futuro di uomini di scienza. Tutta l’intelligencja, la comunità tecnica, scientifica, intellettuale, studentesca, docente del paese è stata mobilitata su questo progetto in maniera compatta, con lo spirito di cooperazione.

Tutto questo coordinamento, e anche quello che dicevo per affrontare la pandemia, è possibile perché lo stato controlla tutti i settori. Poi ci saranno disfunzioni, delle storture, perché poi insomma tutto il mondo è paese, non è che i cubani sono perfetti! Con Franconi lo diciamo sempre, i cubani non sono dei superuomini o superbuoni, sono persone normali. Ma la loro potenzialità è aumentata da questo spirito di cooperazione e di collegamento fra tutti.

– Riprendendo da questo discorso, sicuramente la pandemia ha evidenziato un cortocircuito forte fra le comunità scientifiche dei paesi post-industriali e le logiche del profitto. Nel discorso pubblico i caratteri classisti della comunicazione scientifica di medici e scienziati sono stati evidenti: da una parte i c.d. “esperti” si spendono a sfoggiare la propria sapienza contro la popolazione; dall’altra, sedicenti “eroi” in solitaria che hanno contrabbandato l’aneddotica clinica e studi osservazionali per scienza. Alla popolazione viene restituita solo una gran confusione. Sembra invece che a Cuba intercorra un rapporto diverso fra le comunità scientifico-mediche e la popolazione dell’Isola.

In Italia assistiamo a questi spettacoli proprio indegni degli specialisti che litigano in televisione. A Cuba, intanto, non c’è una persona che dubiti che questo coronavirus sia reale e che questa malattia sia reale e che non sia prontissima a vaccinarsi. Non siamo come da noi, dove ci sono i negazionisti del virus, i negazionisti della pandemia, i no-vax o comunque gli scettici. A Cuba è radicalmente diverso. Queste cose non esistono. La televisione statale trasmette regolarmente nel secondo pomeriggio le “mesas redondas”, cioè delle tavole rotonde e ce ne sono state varie registrate e seguibili su internet. Ce ne sono anche varie con argomento la pandemia, i vaccini. Ne ho sentita una a cui parteciparono i direttori dei principali centri cubani che hanno realizzato i vaccini. Ho assistito a una discussione in un’armonia completa, con uno spirito costruttivo di spiegare alla popolazione che cosa sono questi vaccini, come sono fatti, come funzionano, le differenze fra vaccini, le differenze con quelli di altri paesi, come andrà avanti la sperimentazione. La stampa cubana ne parla continuamente, ci sono quotidianamente articoli che aggiornano su queste cose. Questo mi sembra che dia una chiara idea che ci sia un clima generale – e anche specifico – radicalmente diverso da quello proprio avvilente e contraddittorio, molto spesso negativo, che noi conosciamo in un paese come il nostro.

FONTE: https://emigrazione-notizie.org/?p=35546

Franco Fracassi: “I misteri di Wuhan”

Il laboratorio militare di Fort Detrick nel Maryland e quello di Wuhan in Cina avevano programmi paralleli, e lavoravano praticamente in simbiosi su esperimenti GOF (guadagno di funzione dei virus). Inoltre, il laboratorio di Wuhan è finanziato ufficialmente dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato USA. Il collegamento di tutto ciò è Anthony Fauci. Queste sono solo alcune delle “sorprese” che vi aspettano in questa intervista a Franco Fracassi.

FONTE: https://www.luogocomune.net/21-medicina-salute/5778-franco-fracassi-i-misteri-di-wuhan

I detriti del razzo cinese cadono sulla Terra come “accuratamente previsto

La maggior parte delle parti è bruciata durante il rientro, “pratica comune” delle potenze spaziali
di Fan Anqi e Cao Siqi (dal Global Time)

L’autorità spaziale cinese ha annunciato domenica che i resti del razzo vettore cinese Long March-5B Y2 sono rientrati nell’atmosfera terrestre, la maggior parte bruciando all’ingresso, con alcuni resti che cadono nel Mar Arabico.

Nel mezzo di un intenso confronto Cina-USA e di una concorrenza sempre più feroce nella tecnologia tra le due grandi potenze, alcuni americani si sono scervellati e hanno colto ogni occasione per esaltare la teoria della “minaccia cinese”, con l’ultimo episodio in cui hanno accusato la Cina di essere “irresponsabile” per aver lasciato i detriti dei razzi “senza controllo, causando minacce agli oggetti sulla Terra”, nonostante il fatto che è un modo comune globale per gestire i detriti dei razzi, praticato da tutte le potenze spaziali compresi gli stessi Stati Uniti.

Gli esperti aerospaziali cinesi hanno notato che si sentono “sorpresi” che alcune persone accettino una logica così assurda, dato che è senso comune nel campo della scienza. Gli analisti degli affari esteri hanno sottolineato che ciò riflette i doppi standard dell’Occidente nel tentativo di sabotare il piano di costruzione della stazione spaziale cinese, facendo emergere le loro intenzioni militari di tracciare l’hardware spaziale della Cina.

Completamente normale

I detriti del razzo vettore cinese Long March-5B Y2 sono rientrati nell’atmosfera terrestre alle 10:24 del mattino, ora di Pechino, domenica, con la maggior parte delle parti che si sono bruciate durante il processo, ha detto la China Manned Space Agency (CMSA). La posizione del rientro è 72,47 gradi di longitudine est e 2,65 gradi di latitudine nord, indicando il punto di impatto nel Mar Arabico a ovest delle Maldive.

Nonostante il chiarimento da parte degli addetti dell’industria spaziale cinese e del Ministero degli Esteri che la probabilità che i resti del razzo causassero danni era estremamente bassa, un certo numero di media occidentali, tra cui CNN e New York Times, così come il Pentagono e la NASA degli Stati Uniti, hanno affermato che i detriti stavano tornando sulla Terra in modo “incontrollato” e hanno criticato la Cina di essere “irresponsabile” per l’atterraggio nell’oceano.

“Le accuse erano false, senza fondamento”, ha detto Song Zhongping, un esperto aerospaziale e commentatore televisivo. “La cosiddetta traiettoria ‘incontrollata’ si riferisce alla perdita di propulsione, ma non significa affatto che la Cina abbia perso la traccia della sua traiettoria di volo e della sua posizione in tempo reale.”

Ogni movimento dei frammenti del razzo viene osservato da vicino dalla rete di monitoraggio spaziale della Cina, e le previsioni accurate sul suo sito di atterraggio sono state fatte di conseguenza e la rotta di volo avrebbe evitato aree densamente abitate, ha detto Song al Global Times di domenica.

Wang Ya’nan, redattore capo della rivista Aerospace Knowledge, ha detto che è “completamente normale” che i detriti del razzo tornino sulla Terra, ed è una pratica comune effettuata da tutti i partecipanti globali nel campo aerospaziale, compresi gli Stati Uniti.

“La caduta del relitto è all’interno della gamma normale secondo gli standard ampiamente accettati, con la maggior parte delle parti bruciate durante il rientro e alcune sono state bruciate in modo insufficiente a causa delle differenze nell’ambiente atmosferico”, ha detto Wang.

“Fatta eccezione per i razzi riutilizzabili SpaceX, tutti i resti del primo e del secondo stadio dei veicoli di lancio tradizionali ritornano sulla Terra in modo incontrollato. E tutti i paesi che conducono tale pratica tracciano i pezzi che cadono e calcolano le loro traiettorie come fa la Cina”, ha notato Wang.

La consegna in orbita del modulo centrale della stazione spaziale Tianhe ha dimostrato l’affidabilità e la controllabilità del razzo Long March 5B, ha aggiunto Wang.

Dopo il successo del lancio del razzo Long March-5B Y2, che ha mandato in orbita la prima sezione della stazione spaziale cinese – la cabina del modulo centrale Tianhe – la Cina ha dato il via a un’intensa fase di costruzione del progetto della prima stazione spaziale del paese, dove un fitto calendario di altri 10 lanci è stato fissato per i prossimi due anni. La stazione spaziale dovrebbe essere operativa entro il 2022.

Stimata essere l’unica stazione spaziale operativa in orbita che sarà aperta a partner stranieri dopo il pensionamento della Stazione Spaziale Internazionale previsto nel 2024, alcuni paesi occidentali, soprattutto gli Stati Uniti, sono gelosi di quanto rapidamente la Cina stia crescendo nella tecnologia aerospaziale. “Pertanto, qualsiasi progresso nel settore aerospaziale toccherà un nervo scoperto nella comunità strategica degli Stati Uniti”, ha detto domenica al Global Times Li Haidong, professore presso l’Istituto di Relazioni Internazionali della China Foreign Affairs University.

Gli Stati Uniti hanno continuato a pressare la Cina nel campo della scienza e della tecnologia dopo che il presidente americano Joe Biden è entrato in carica. Ha cercato di usare la questione dei detriti del razzo per macchiare l’immagine della Cina nel mondo, accusando il paese di danneggiare la pace mondiale, e d’altra parte, ha tentato di giocare la teoria della “minaccia cinese” dal momento che non tutti i paesi possono sviluppare razzi Long March, ha detto Li.

I detriti spaziali sono un problema affrontato da tutti i paesi nel processo di sviluppo dello spazio. Lo spazio ha bisogno della protezione di tutti i paesi, proprio come la Terra. Tuttavia, è una questione scientifica e tecnologica e non dovrebbe essere politicizzata, ha sottolineato Li.

Diversi addetti ai lavori dell’industria spaziale cinese, raggiunti dal Global Times di domenica, hanno rivelato che la Cina ha fatto i suoi compiti durante la fase iniziale di progettazione del razzo sulla posizione di decollo, la pianificazione della traiettoria e i relativi preparativi tecnici, che hanno tutti preso in considerazione la caduta dei detriti del razzo.

Intenzioni militari

Prima che i detriti rientrassero nell’atmosfera terrestre, l’esercito degli Stati Uniti e alcune agenzie dell’UE hanno seguito da vicino i detriti e hanno previsto il tempo e la posizione di atterraggio. Gli esperti hanno notato che l’analisi predittiva occidentale del relitto dello stadio finale del razzo vettore Long March-5B Y2 è una sorta di allenamento anti-missile.

“Anche se lo stadio superiore di questo razzo non è un vero missile, la previsione della sua traiettoria di volo e i parametri delle prestazioni di rientro possono essere utilizzati come esercizio per prevedere i parametri di rientro di una vera testata missilistica. È un riferimento per le loro future operazioni anti-missile”, ha detto Huang Zhicheng, un esperto dell’industria spaziale.

Huang ha notato che il trattamento dei detriti dei razzi in tutto il mondo è fondamentalmente allo stesso livello. Il problema principale è che i detriti dello stadio superiore del razzo possono causare una piccola quantità di detriti, ma la probabilità di causare danni è molto piccola. Tuttavia, questo problema non è stato risolto definitivamente da nessun paese.

‘Cometa’ o ‘grave minaccia’?

In netto contrasto con i rapporti dei media sui detriti del razzo cinese, i resti in fiamme del secondo stadio del razzo statunitense SpaceX Falcon 9, che si è schiantato in una fattoria nello stato di Washington a marzo, sono stati descritti da media come Associated Press come “lasciando scie simili a comete” mentre il vascello attraversava il cielo del nord-ovest del Pacifico.

Le diverse descrizioni dei due razzi riflettono i doppi standard adottati da alcune forze occidentali nel modo in cui viene trattata la Cina, ha detto Song, in quanto “non sono davvero preoccupati di causare danni alle persone, ma dal momento che si tratta di un razzo cinese, hanno politicizzato la questione, mettendo un’etichetta su di esso e poi pubblicizzando l’evento.”

Xing Jianwei, vice capo progettista del razzo vettore Long March 2C, ha detto ai media che la Cina sta sviluppando la capacità di controllare la carenatura del razzo (quando il cono anteriore che protegge il carico utile viene gettato nello spazio) dopo la separazione in modo che l’atteggiamento del suo rientro sulla Terra possa essere controllato.

Durante i quasi 60 anni di attività spaziale, non sono stati riportati casi di detriti di razzi che abbiano causato vittime umane. I rischi per tutti i detriti di razzi sono abbastanza simili, quindi, è davvero poco onesto intellettualmente sostenere che i razzi cinesi hanno un rischio particolarmente elevato, hanno detto gli analisti.

“Ora dubito davvero del senso comune della scienza nella società occidentale, dal momento che assumono tale logica”, ha notato Wang Yanan.

Traduzione: Cambiailmondo

FONTE: https://www.globaltimes.cn/page/202105/1222935.shtml

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Pubblichiamo due interventi, il primo di Luciano Neri e il secondo di  Mario Capanna, a sostegno della campagna per l’ istituzione del Parlamento Mondiale, lanciato dal Laboratorio istituito in collaborazione dalle Università della Calabria (Rende-Cosenza) e dall’Università dell’Insubria (Varese) .

“Il Laboratorio per l’istituzione del Parlamento Mondiale nasce dalla collaborazione tra il Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria e il Dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate dell’Università dell’Insubria di Varese, e vede impegnati studiosi di diversa formazione (filosofi, storici, scienziati della politica, sociologi, analisti internazionali, economisti, diplomatici, educatori…), non esclusivamente accademici. Inoltre si avvale della collaborazione decisiva di studenti universitari e medi-superiori, attivisti e persone interessate alle possibili risposte politiche, istituzionali e di pensiero che siamo oggi obbligati a ricercare e promuovere di fronte alle criticità che investono l’intero pianeta, alla crisi delle democrazie e al venir meno dell’Onu, dell’impianto istituzionale e di diritto internazionale costruito nella fase immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale.

Il Laboratorio è al tempo stesso il proseguimento del lavoro svolto per un decennio in seno all’Università della Calabria e portato avanti, tra gli altri, con un questionario che è stato inviato a studenti universitari di 41 Paesi di ogni continente.

Il progetto ha come obbiettivo quello di costituire entro il 2021 il Centro Interuniversitario per l’Istituzione del Parlamento Mondiale del quale possono entrare a far parte a pieno titolo altre sedi universitarie, istituzioni internazionali, associazioni e Centri Studi culturali e politici, oltre a singoli soggetti studiosi e/o attivisti interessati alla costituzione di un Consesso planetario e alla elaborazione di un nuovo pensiero che lo sorregga.

La crisi ambientale su scala planetaria, le sperequazioni sociali ed economiche, la finanza transazionale che divora le istituzioni e la politica, l’indigenza, i conflitti bellici, la corsa agli armamenti convenzionali e nucleari, le migrazioni, il rispetto e la tutela dei diritti in conformità alle Dichiarazioni universali, l’istruzione, lo sviluppo tecnologico etc., sono temi che evidenziano la crisi irreversibile dei modelli e delle istituzioni internazionali precedenti, la crisi delle stesse democrazie, il collasso di un mondo che muore mentre quello nuovo stenta a nascere. L’umanità di oggi si trova in questo interregno nel quale possono concretizzarsi pericoli enormi: dalle guerre su larga scala a degenerazioni climatiche e ambientali irreversibili. Non può esistere, né resistere nel tempo, un potere che mantiene e aumenta la forza coercitiva dopo aver perso legittimità e consenso.

È questo orizzonte dei problemi (abbiamo bisogno di “mondiologhi” diceva lo scrittore Ernesto Sabàto), queste criticità e queste urgenze che motivano la costituzione del Laboratorio per il Parlamento Mondiale, che spingono all’analisi, alla riflessione, allo studio, alla ricerca, alla relazione per far emergere su scala globale istituzioni nuove (come il Parlamento Mondiale), sorrette da un nuovo pensiero. Una proposta che parte dal dato di fatto che nessuna potenza oggi è in grado di costruire e rappresentare il nuovo centro dell’ordine mondiale. Una proposta che vuole avere il rigore e il coraggio di cimentarsi con la complessità di un mondo che, se vogliamo affrontare le sfide che abbiamo di fronte, inevitabilmente potrà essere solo multilaterale e policentrico.

Da gennaio a maggio 2021 il Laboratorio realizzerà un nuovo sondaggio in sedi universitarie di almeno 100 Paesi del pianeta, ricorrendo alla disponibilità e alla collaborazione di istituzioni pubbliche e private di varia natura: dai Ministeri degli Esteri alle Ambasciate, dai Consolati agli Istituti di Cultura, dalle Università ad Associazioni educative, culturali, sociali e politiche.”

Prof. Romolo Perrotta


 

Per partecipare all’iniziativa sono stati predisposti dei questionari on line in diverse lingue che possono essere compilati ai seguenti indirizzi:

ITALIANO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScPi34g7mz4n7EUby6p3KVbTJEJqeGuDhElKUTS3fOqa7VRbw/viewform?usp=sf_link

SPAGNOLO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSc1htERhbF01rUELuUHj7yajy4cIFP9W4wDunoWIlMbpEO6JA/viewform?usp=sf_link

INGLESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSefvIqBiK4ZAtr3hq8CqPgdqEjVMLKK-A0R0b3VLOcEGQlUnw/viewform?usp=sf_link

FRANCESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScZ-2SeJIXFuWlMho1XBXXJ94gXXqqh7SnLIxwv4AbJxxVlMg/viewform?usp=sf_link

TEDESCO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeYkccfHyIOFR7qoudEOiOKxyo9q6U-sb6ugOaeOK5Mii02CA/viewform?usp=sf_link

Per contatti:

Luciano Neri, presidente@cenri.it – Romolo Perrotta, perrottaromolo@gmail.com


 

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Abbiamo bisogno dei mondiologhi

Ernesto Sabato

Da anni oramai, nei diversi continenti e a tutti i livelli, si è sviluppato un dibattito sul tema dell’evaporazione del diritto internazionale e degli organismi deputati a farlo rispettare. Alcuni hanno avanzato la proposta dii un Parlamento Mondiale come risposta possibile ai pericoli che minacciano la Terra. Le emergenze climatiche e ambientali, le guerre in corso e quelle che rischiano di esplodere, il rischio nucleare, la crisi delle democrazie, il collasso dell’Onu, le violazioni sistematiche delle norme del diritto internazionale, il potere incontrollato delle grandi trasnazionali, rendono oggi quella proposta non solo necessaria ma anche più urgente. Una proposta che, comunque la si pensi, è all’altezza della sfida imposta dalle trasformazioni profonde, regressive, con tratti neofeudali, introdotte in questi decenni nel sistema politico, istituzionale, economico e giuridico internazionale. Decenni nei quali sono deflagrati, o maturati nelle loro forme più tragiche e impunite, conflitti devastanti e guerre in quasi tutti i continenti, dalla Libia all’Iraq, dall’Ucraina alla Siria, dallo Yemen alla Somalia, dalla Nigeria all’intero centro Africa. Non ci sono state transizioni democratiche ma decine di colpi di stato, o di tentati: dall’Egitto alla Bolivia, dall’Honduras alla Thailandia, dal Paraguay alla Turchia, dall’Ucraina alla Birmania. Oltre 20 nel solo continente africano. Tutte le crisi, economica, sociale, climatica, sanitaria, migratoria, alimentare, della democrazia e belliche si stanno sommando rischiando di portare la condizione esistenziali degli umani ad un inedito livello di criticità. Gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF (Intermedie – Range Nuclear Forces) con la Russia firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov per mettere al bando i missili a raggio intermedio. Così come si sono ritirati dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato nel 2015 dai Paesi del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania. Come risposta Teheran ha aumentato al 20% l’arricchimento dell’uranio dichiarando contestualmente di essere in condizione di raggiungere “facilmente” il 90% di arricchimento, soglia che consente la produzione dell’atomica. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna soprattutto, e per reazione anche le altre potenze, hanno approvato miliardari piani di potenziamento delle armi atomiche. Il Comitato per le minacce ad alto rischio dell’Onu, assieme ai più qualificati studiosi di strategie nucleari, come ad esempio l’ex segretario della Difesa degli Stati Uniti, William Perry, considerano “la probabilità di una catastrofe nucleare più elevata oggi che non negli anni della guerra fredda”, quando la catastrofe fu più volte sfiorata ed evitata per un nulla.

La proposta del Parlamento Mondiale è importante perché impone una riflessione sui cambiamenti strutturali a livello globale intervenuti negli ultimi trenta anni. Viviamo in un tempo nel quale, come diceva Gramsci, il passato non c’è più e il nuovo stenta a nascere. Un limbo nel quale possono prendere corpo gli accadimenti più pericolosi. Il vecchio sistema capitalistico, fondato sulla produzione di beni da parte di lavoratori compensata con un salario da parte dei padroni delle imprese, si è in questi ultimi decenni involuto in un neoliberismo finanziario incontrollato e incontrollabile, fondato sulla speculazione a discapito della produzione, per poi degenerare nel sistema neofeudale – liberista nel quale siamo immersi oggi. Un sistema nel quale, assieme all’uso degli strumenti di controllo e di comando più sofisticati, emergono diffusamente pratiche e figure di feudatari e di servi della gleba, nella società e nella rete, ambito nel quale sono più evidenti i processi di feudalizzazione in corso, con pochi sovrani (ricchissimi) e tanti servi della gleba (sempre più poveri, di pane, di lavoro, di diritti, di conoscenza). Il dominio dei pochi che hanno tutto viene esercitato esclusivamente attraverso la forza, usata o minacciata contro nemici o per riallineare amici dubbiosi. Lo storico equilibrio tra apparato produttivo, apparato finanziario e politica è saltato. L’apparato finanziario è cresciuto a dismisura, si è ipertrofizzato ed ha mangiato sia l’apparato produttivo che la politica. Oggi sono le multinazionali, le grandi trasnazionali bancarie e finanziarie a dettare le priorità alla politica, a nominare i governi, ad eleggere i Parlamenti, i Presidenti dello Stato e dei consigli di amministrazione. Mai come oggi, per usare una frase di John Dewey, la politica è l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici. Gli effetti perversi determinati dal neofeudalesimo – liberista sono in tutta evidenza rappresentati dal dato delle borse che, nella prima fase, in piena pandemia, sono cresciute mediamente del 9 – 12%, mentre il Pil europeo precipitava dell’8 – 10%. La traduzione è che con la crisi economica, con la disoccupazione, con la sofferenza sociale e umana, il sistema neofeudale, le multinazionali, i grandi gruppi bancari transazionali e le società del settore finanziario speculativo ci guadagnano. La sofferenza delle persone e il crollo dell’economia reale costituiscono per questi settori un investimento, la principale fonte di arricchimento. Delle migliaia di miliardi di dollari movimentati in tempo reale ogni giorno per via telematica, il 95% – (il 95%) – è finalizzato alla speculazione, nel perverso gioco degli arbitraggi e dei differenti tassi di interesse. Solo il 5% – (il 5%) – è il prodotto di transazioni economiche reali per l’acquisto, ad esempio, di materie prime, derrate alimentari, medicinali, macchinari agricoli ecc. (fonte Onu). Nel loro insieme Amazon, Facebook, Apple, Google, Microsoft, valgono (esclusi Stati Uniti, Cina, Germania e Giappone) più di tutti i Paesi del mondo messi insieme. Una condizione, quella dell’epoca contemporanea, del tutto simile a quella descritta da Marx con la metafora sul ruolo del mulino nel passaggio all’era industriale. I contadini erano costretti a macinare il grano nel mulino del loro signore, servizio per il quale dovevano pagare. Non solo dunque lavoravano terre che non possedevano, ma vivevano in condizioni nelle quali il feudatario era, come afferma Marx, “signore e padrone del processo di produzione e dell’intera vita sociale”. Nel neofeudalesimo contemporaneo le piattaforme digitali sono i nuovi mulini, i loro proprietari miliardari sono i nuovi signori feudali, le migliaia di lavoratori e i miliardi di utenti i nuovi servi della gleba. E’ questa la grande differenza tra il capitalista, il cui profitto è il risultato del valore aggiunto generato dai lavoratori salariati con la produzione di beni, dal signore feudale che trae profitto dal monopolio, dalla coercizione e dalle concessioni. Una nuova articolazione del potere a livello globale caratterizzata dalla sudditanza totale dei governi a queste poche e immense aziende alle quali tutto viene concesso, persino il diritto di non pagare le tasse. Un livello inedito di concentrazione di poteri e di ricchezze tali minare alla radice le regole, i principi ed i valori dei sistemi liberaldemocratici. Il neofeudalesimo liberista è oggi il nemico principale della democrazia liberale.

La proposta del Parlamento Mondiale trova naturale legittimazione anche nella crisi strutturale dell’Onu e del sistema di norme internazionali costruito nel periodo post bellico dalle potenze vincitrici. Crisi che è conseguenza di un processo di cannibalizzazione, di delegittimazione e di smantellamento del “sistema Onu” da parte dei propri creatori. Una costante degli ultimi decenni, una pratica indispensabile per un sistema di potere che si nutre di forza, non di diritto. Ormai è un coro quasi unanime a ripetere che l’Onu non è più lo strumento adeguato per garantire la sua stessa mission fondativa: mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Se mai lo è stato. Le finalità che ispirarono la fondazione dell’Onu non erano quelle di costruire pace e sicurezza attraverso un sistema di norme e di leggi giuste e organismi preposti a farle rispettare. La vera e comprensibile finalità, esplicitata nel preambolo della Carta stessa, era quella di tenere il mondo lontano dalla guerra che i firmatari avevano conosciuto con i due conflitti precedenti. Ma lo fecero con un impianto organizzativo esclusivamente funzionale al potere delle Nazioni vincitrici, e con un impianto normativo finalizzato ad impedire qualsiasi ruolo decisionale a tutte le altre Nazioni aderenti. L’Assemblea Generale dell’Onu come organismo autorevole e decisionale non è mai esistito. I suoi poteri sono nulli. Le uniche funzioni attribuite si limitano allo studio, alla raccomandazione e al suggerimento (Cap. IV, art.li 9/22 della Carta). Tutti i poteri sono attribuiti ai cinque membri del Consiglio di Sicurezza (art. 24 della Carta) che tutto possono decidere e su tutto possono mettere il veto. E d’altra parte, come potrebbero i cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza essere i soggetti che salvaguardano la pace e la sicurezza di un mondo nel quale non c’è guerra della quale essi stessi non siano responsabili o nella quale non siano coinvolti ? Come può il Consiglio di Sicurezza dell’Onu tutelare la pace e la sicurezza se i suoi stessi componenti sono i principali fabbricanti e venditori di armi del mondo? A certificare l’inconsistenza dell’Onu, ormai, sono gli stessi protagonisti, senza neppure nasconderlo. “ Le Nazioni Unite non esistono – afferma l’ex ambasciatore all’Onu di Bush ed ex Consigliere per la Sicurezza di Trump, John Bolton – gli Stati Uniti decidono e le Nazioni Unite devono seguire; se agire secondo gli indirizzi dell’Onu risponde ai nostri interessi, lo faremo, altrimenti no”.

La proposta del Parlamento Mondiale ci costringe ad abbandonare il pensiero menomato e antropocentrico occidentale, il mito della conquista della natura e quello dello sviluppo umano da realizzare attraverso lo sfruttamento del pianeta e delle persone. Il progetto del Parlamento Mondiale non è solo una necessaria proposta di istituzione globale, è anche una rivoluzione del pensiero. Ci costringe a fare i conti con le illusioni, con la nostra idea sottosviluppata di sviluppo, con quel falso infinito nel quale ci siamo buttati chiamandolo progresso, ignorando che è il sottosviluppo etico e intellettuale degli sviluppati, il nostro, a produrre lo sviluppo dei sottosviluppati. Cosa c’è di progressista, di logico, di intelligente nel pensare e praticare un progetto infinito in un pianeta finito? E’ il nostro pensiero menomato, la nostra razionalità illusoria che ci porta all’arroganza di non considerare i mondi “altri”, ad ignorare le virtù, i saperi e le ricchezze di popoli e culture millenarie che hanno inscritto nel loro sviluppo antropologico e nelle loro filosofie naturalistiche e panteiste i codici più civilizzati, fondati sulla considerazione della Madre Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e uniti in un destino comune. Un pensiero menomato e delirante che pensa possibile la continuità di un mondo nel quale l’1% possiede il 99% della ricchezza. A tal punto menomato da arrivare a riconoscere scientificamente solo qualche anno fa ciò che nel pensiero e nelle pratiche di tanti popoli è codificato e applicato da migliaia di anni. Come noto, in occidente il termine “antropocene”, come definizione dell’era geologica caratterizzata dal riconoscimento che le criticità del pianeta sono determinate dal comportamento umano, è entrato ufficialmente nel dibattito scientifico solo nel 2000, grazie al chimico premio nobel Paul Crutzen. Una teoria che per le indagini dalle quali parte e per le conclusioni alle quali arriva mette in discussione il nostro modo di pensare, di produrre e di consumare. Il nostro modo di vivere con e nella Madre Terra. Ma la riflessione sui movimenti tellurici che venivano prodotti dal comportamento umano sull’ambiente in realtà si era sviluppato molto prima, per tutta la seconda metà dell’800, ma quel termine, “antropocene”, non era mai stato riconosciuto e utilizzato, era stato cancellato per lasciare il posto al termine anestetizzato, del tutto inefficace, di Olocene. Ultima era del quaternario. Perché avvenne questa menomazione concettuale e scientifica? Perche l’Ordine Internazionale dei Geologi e i tecnici del tempo erano già al servizio della nascente industria estrattiva del petrolio e del carbone. L’asservimento ai poteri, lo stravolgimento dei saperi e il mercenariato delle cosiddette èlite tecnoscientifiche non è una caratteristica esclusiva dell’oggi. I processi di analfabetizzazione pianificata in questi trenta anni dal neoliberismo feudale stanno costringendo le popolazioni zombie dei Paesi occidentali a guardare la realtà dal buco della serratura, con un riduzionismo cognitivo e analitico fondato sulla cancellazione del resto del mondo. Del quale nulla sappiamo. E del quale non ci occupiamo né ci preoccupiamo. Non vediamo che una rivoluzione antropologica del pensiero su questi temi, un cambio di paradigma e un impegno conseguente lo stanno portando avanti in molti, risultato di consapevolezza e responsabilità. I popoli indigeni originari innanzitutto. E’ la Pachamama dei popoli indigeni dell’America Latina, è lo Shan dei nativi europei, è lo spiritualismo panteista dei nativi americani. Cambiano i nomi ma il significato resta lo stesso: la Madre Terra come essere vivente, che ha generato tutto ciò che esiste nel pianeta, che se ne prende cura e del quale noi umani a nostra volta dovremmo prenderci cura. So bene che questo concetto, apparentemente così semplice, è impossibile da comprendere se si concepisce il mondo sulla base del patologismo antropocentrico che pone l’uomo al centro del’universo, in un rapporto conflittuale con il pianeta e con il diritto di sfruttare tutto ciò che ha intorno, dalle risorse naturali agli animali. Ma il concetto di pianeta vivente, di Terra Madre della cosmologia indigena, di corpo vivo e complementare a tutti gli esseri, non è forse lo stesso che, magari partendo da punti di osservazione diversi e con articolazioni analitiche complementari, è stato sviluppato oggi da alcuni degli scienziati, degli economisti e degli intellettuali contemporanei più prestigiosi dell’occidente? Da Fritjof Capra a Ilya Prigogine, da Edgar Morin a Stéphane Hessel, da Zygmunt Bauman a Noam Chomsky, da Thomas Piketty a Joseph Stiglitz. Fino a leader religiosi come Papa Francesco e il Dalay Lama. Non è forse la filosofia indigena della Madre Terra quella che ritroviamo nell’eretica e meravigliosa enciclica “laudato si” di papa Francesco? Una riflessione talmente radicale e necessaria che interroga tutti, laici e religiosi, chiamandoli alla riflessione e, soprattutto, alla lotta. Partendo dal Cantico delle Creature, Bergoglio arriva alla Madre Terra, entità viva, titolare di diritti, riconoscendola come “…sorella con la quale condividiamo l’esistenza, madre bella che ci accoglie tra le sue braccia” (n. 1 – Laudato si). Partendo dal principio che tutto è connesso (n.138), Francesco condanna “l’antropocentrismo dispotico che non si interessa delle altre creature” (n.68). Un documento positivamente contaminato dalle culture indigeniste latinoamericane, rappresentate da leader nativi che Bergoglio, nell’indignazione dei settori confessionalmente arcaici e dogmaticamente clericali, ha voluto con sé in Vaticano in occasione del sinodo sull’Amazzonia. “Querida Amazzonia” rappresenta l’attualizzazione di un pensiero e il superamento, attraverso il rapporto con la laicità e con il naturalismo indigenista, dell’arcaicità antistorica della Genesi (“Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili” – Genesi 26). E ancora, quale è la differenza tra la millenaria filosofia indigena della Madre Terra viva, indivisibile e autoregolata con la analoga teoria di Gaia, che lo scienziato britannico James Lovelock elaborò e diffuse nel 1979 ? La teoria di Gaia, così la battezzò Lovelock, dandole lo stesso nome che i Greci avevano dato alla “Madre Terra”. Una teoria che considera il pianeta Terra un organismo biologico, un essere vivente capace di autoregolarsi e di mantenere le condizioni materiali necessarie per la vita sua e degli esseri che la abitano.

Se quello occidentale resta un modello di pensiero e di potere ristretto, nazionalistico, patriarcale e “patriottico”, quello indigenista ha un carattere universale (in quanto rivolto a tutto il pianeta e a tutti gli esseri) è “matriottico”, al femminile, consapevole della propria origine e rispettoso della Madre Terra genitrice, generosa e saggia. Un pensiero che non è rimasto confinato al filosofico o, come erroneamente pensano molti occidentali, al livello testimoniale di popoli marginali e in via di estinzione. Quel pensiero è stato ed è protagonista dei cambiamenti politici, culturali, istituzionali e costituzionali più innovativi degli ultimi decenni. Specialmente in America Latina. Le comunità indigene, che sono maggioranza o rappresentano larghe minoranze in molti Paesi, hanno recuperato la loro storia millenaria e sono diventati protagonisti di lotte, di governi e di un altro mondo possibile dopo il fallimento dei partiti progressisti e sviluppisti, a partire dal Pt di Lula in Brasile e dal Partito Socialista in Cile. Particolarmente significativa in questo senso è l’esperienza indigenista in Bolivia, un Paese storicamente segnato dai colpi di stato della minoranza (15%) bianca, ricca ed europea contro la maggioranza indigena (60%) rappresentata dalle 32 nazionalità originarie, tra le quali le due maggioritarie, Aymara e Quechua. Milioni di persone per 500 anni sono state tenute in condizioni di schiavitù e private dei diritti basici, dello stesso diritto di esistere come esseri umani. Fino a quando, nel 2006, dopo mesi di lotte i movimenti sociali e indigeni non hanno sconfitto i militari, imposto libere elezioni e conquistato il Parlamento e il governo. Evo Morales, Aymara della provincia del Chaparè, è stato il primo presidente indigeno boliviano ad essere eletto capo di stato in quell’area geografica a oltre 500 anni dalla conquista. E’ da quel momento che inizia l’altra storia, la primavera dei diritti e dell’emancipazione degli umili nel paese più militarizzato e povero dell’America latina. I saperi ancestrali non recuperano solo una storia identitaria che si riconosce con le lotte per l’indipendenza del XVIII° secolo e con icone rivoluzionarie anticoloniali come Tupak Katari e Tupak Amaru. Quei saperi, la filosofia della Pachamama, del “vivir bien” diventano la base politica e culturale delle conquiste civili, sociali, economiche e costituzionali che seguiranno. Negli anni successivi la Bolivia nazionalizza le risorse naturali ed energetiche, promuove programmi di sviluppo per i settori più umili fino ad allora esclusi, sconfigge la povertà estrema e l’analfabetismo, diventando il Paese dell’America Latina con la crescita annuale più alta e con il più alto indice di redistribuzione della ricchezza prodotta. Distribuisce le terre, bandisce gli organismi geneticamente modificati in agricoltura e avvia la realizzazione di banche del germoplasma per salvaguardare i semi originari. Ma il riconoscimento più forte dei diritti delle nazioni indigene arriva nel 2009 con l’approvazione della nuova Costituzione che consacra e istituisce lo “Stato Plurinazionale di Bolivia”, ampliando la nozione del diritto di cittadinanza con il riconoscimento delle “nazioni e popoli indigeni originari e contadini”. Viene ufficializzata la doppia bandiera, quella storica e la Whipala, la bandiera multicolore delle nazionalità indigene. Un processo che chiede allo Stato di adattarsi alla pluralità dei soggetti e delle esperienze storiche della sua gente. E’ stato un processo originale certamente difficile, non privo di difficoltà e contraddizioni, come comprensibile in un Paese nel quale non era mai esistita alcuna forma di organizzazione o rappresentanza politica effettiva, nessuna istituzione democratica, storicamente segnato da una oppressione brutale e da una povertà estrema. Ma la piccola Bolivia è diventata un esempio per tutta l’America Latina, e non solo. Nel 2010 Evo Morales ha presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra. Una sfida culturale coraggiosa che partendo dal riconoscimento della Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e correlati, ne riconosce i diritti e ne raccomanda il rispetto e la tutela. E se la Dichiarazione è ancora in discussione all’Onu, qualche effetto è riuscita a produrlo. E’ stata approvata da diverse città in America Latina e nel mondo, sta suscitando riflessioni, stimolando dibattito e creando coscienza. L’esempio della piccola Bolivia ci dice che immaginare e costruire realtà nuove è possibile anche nei contesti più difficili, e che pensare diversamente è una condizione vitale che accompagna i cambiamenti irrimandabili. Una rivoluzione paradigmatica e mentale più importante della rivoluzione copernicana. Se vogliamo uscire dall’età del ferro planetario nel quale siamo ancora immersi. Se vogliamo costruire una nuova umanità solidale che condivide un destino comune con la Terra e con tutti gli esseri che la abitano.

Luciano Neri


 

L’ASSISE DEI POPOLI

I problemi non possono essere risolti allo stesso

livello di pensiero che li ha generati.

(A. Einstein)

“Da millenni l’umanità non è esistita in quanto tale”, rifletteva tristemente l’uomo, e domandò: “Che pensi, potrà sopravvivere?”

La donna rispose: “Sì, se acquisirà quella coscienza di specie, per cui si riconosce come famiglia umana”…

“Altrimenti?”, chiese l’uomo.

“In caso contrario si estinguerà, e la natura ne sarà felice, risorgendo dopo le interminabili ferite subite”.

Attesa invano una replica, la donna proseguì: “Che iattura sarebbe, dato che noi siamo, fino a prova contraria, l’unica coscienza dell’universo!”

E aggiunse, prendendo per mano l’uomo: “Mettiamoci al lavoro!… Adesso, perché il tempo stringe”…

Un’Assise mondiale rappresentativa di tutti i popoli della Terra: è ciò che l’umanità non si è mai data nella sua travagliata storia millenaria. E i risultati sono di un’evidenza dirompente.

Il mondo sta bruciando.

Per i mutamenti climatici, per la ripresa compulsiva della corsa agli armamenti sia convenzionali che nucleari, per le guerre in atto – “la terza guerra mondiale a pezzi”, che è in corso, secondo le pertinenti parole di Papa Francesco – per le guerre commerciali quasi devastanti come quelle degli eserciti, per il predominio del profitto capitalistico che ci ha portato alla società dell’1 per cento: l’1 per cento dell’umanità possiede ricchezze e beni che superano quello del 99 per cento! Mai si era visto un accaparramento di risorse così concentrato.

Per l’insieme di questi fattori gli scienziati e i premi Nobel, che sovrintendono al Doomsday Clock – “l’Orologio dell’Apocalisse” – all’inizio del 2020, prima della pandemia del Coronavirus, hanno spostato le lancette a 100 secondi dalla mezzanotte, che simboleggia la fine del mondo.

Si tratta dell’orario più vicino al “giorno del giudizio” dal 1953 (anno dello sviluppo della bomba all’idrogeno da parte di Usa e Urss).

L’uomo contemporaneo è portato a non pensare a questo preoccupante orizzonte, imprigionato com’è in quel materialismo quotidiano da cui si lascia pervadere, alimentato da una sapiente (insipiente?) propaganda parcellizzata, che spezza, e frantuma di continuo, il quadro d’insieme del mondo.

Così i 7 miliardi e mezzo di donne e uomini, che compongono oggi l’umanità, sono indotti a non rendersi conto che, per continuare a vivere ai ritmi attuali, avrebbero bisogno di due pianeti, anziché dell’unico che abbiamo.

Si è giunti a questo punto – vicini al non ritorno – per lontane ragioni storiche e culturali.

Dalla fondazione delle prime città, all’incirca 5 mila anni fa, dapprima con le città-stato, poi con le nazioni e quindi con gli imperi, l’umanità si è concepita basata principalmente sulla divisione: divisione-separazione per etnie, per localismi, per interessi economici, per visioni religiose.

Una continua lotta per l’egemonia sfociata quasi sempre nella guerra, fino a quelle mondiali.

Non si pone sufficiente attenzione sul fatto che è con le prime città che nascono gli eserciti, le burocrazie, la guerra. Ma 5 mila anni sono un battito di ciglia nella storia.

E’ consolante rilevare che, per più del 90 per cento del tempo in cui l’uomo ha camminato eretto, il concetto di guerra era sconosciuto, come mostrano gli studi di etnologia comparata.

Dunque le attuali condizioni del mondo non sono il risultato di una presunta natura umana votata irreversibilmente all’autodistruzione.

Quella che definiamo “natura umana” è il risultato di una costruzione storica, che dunque può essere superata da un’altra costruzione storica, basata su una diversa visione del mondo.

Perciò Einstein ha scritto a buon diritto: “L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi”.

Il punto è proprio questo: saremo in grado di costruire una “sorte” diversa da quella che ci si sta profilando?

I mutamenti climatici sono il nuovo paradigma che sta mettendo a repentaglio il mondo.

L’avvelenamento dell’atmosfera, prodotto dalle attività umane subordinate al profitto capitalistico, ha raggiunto traguardi crescenti di allarme.

Nell’ultimo secolo abbiamo bruciato immense quantità di carbone e petrolio, al ritmo di 70 milioni di tonnellate di CO2 immesse nell’atmosfera ogni 24 ore.

La conseguenza è stata che le concentrazioni di anidride carbonica – che in più di un milione di anni non erano mai giunte a 300 parti per milione – all’inizio del terzo millennio sono salite a 338 ppm.

La Conferenza di Parigi sul clima (dicembre 2015), presentata come un accordo storico fra i 195 paesi firmatari, prevedeva di contenere al di sotto dei 2 gradi il riscaldamento globale entro il 2020: proposito che si è rivelato di gran lunga insufficiente.

Infatti: alla fine del 2016 l’agenzia meteorologica dell’Onu informava il mondo che, nel 2015, la concentrazione di anidride carbonica aveva superato le 400 ppm, infrangendo quella che era considerata la soglia-simbolo.

Non solo: l’osservatorio di Mauna Loa, nelle Hawaii, la più antica stazione di rilevamento di CO2 al mondo, registrava, il 18 aprile 2017, il superamento della soglia di 410 ppm.

Lo stesso osservatorio ha registrato, il 2 giugno 2020, ben 417,9 ppm.

Continuando così, avvertono i climatologi, rischiamo di avere causato, in meno di 50 anni, un cambiamento climatico mai verificatosi in 50 milioni di anni.

Con il termine “antropocene” – coniato dal chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen – viene indicata l’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, è fortemente condizionato su scala locale e globale dagli effetti dell’azione umana.

Per avere un’idea concreta dell’impatto delle attività umane sul – nel – mondo basti considerare che abbiamo reso artificiale la Terra, nel senso preciso per cui ci sono ormai più oggetti che esseri viventi.

Secondo lo studio dell’istituto israeliano Weizman, pubblicato su Nature, solo la plastica, con i suoi 8 miliardi di tonnellate, sovrasta del doppio il peso degli animali, fermi a 4 miliardi di tonnellate.

Se a ciò aggiungiamo il peso delle metropoli, delle città, delle strade , delle automobili ecc., raggiungiamo cifre stratosferiche.

Lo studio afferma che l’umanità, che in termini di peso rappresenta lo 0,01 per cento degli esseri viventi, grava il pianeta, ogni settimana, del peso di se stessa.

Il risultato è che le nostre fabbriche riversano sulla Terra 30 miliardi di tonnellate ogni anno.

A questo ritmo la nostra bulimia tecnologica potrebbe portarci, nel 2040, a produrre 30 mila miliardi di tonnellate di massa artificiale.

Non è folle pensare di andare avanti così? Fino a quando il mondo potrà reggere gli effetti di questa crescente invasione antropica?

L’impetuoso sviluppo delle conoscenze scientifico-tecnologiche, usate così come oggi avviene – per aumentare il potere di quell’1 per cento che domina la società umana- dà all’uomo contemporaneo un potere mai conosciuto prima.

La questione, per più di un aspetto drammatica, che si pone è: o l’apparato scientifico-tecnologico viene ricondotto sotto il controllo umano e finalizzato a soddisfare i bisogni reali – non quelli indotti – dell’umanità, in equilibrio con l’ecosistema, oppure diventerà il nodo scorsoio destinato a stringersi sempre più intorno al collo degli esseri umani, come già sta avvenendo (i mutamenti climatici ne sono l’avvisaglia più evidente e minacciosa).

Non bisogna essere tecnofobici. Ma si tratta di capire che niente al mondo è neutro, nemmeno il concetto che afferma che niente è neutro, e tantomeno lo sono le scienze e le tecniche.

Se non le indirizziamo a costruire il bene comune – degli uomini e della Terra – esse finiranno con l’assoggettare a se stesse sia gli uomini sia la Terra, in un crescendo destinato a divenire incontrollabile.

In presenza di uno stato di cose così preoccupante, il mondo è “governato” dall’unica entità sovranazionale esistente: l’Onu.

Le Nazioni Unite, come il nome stesso indica, rappresenta l’insieme delle entità nazionali e degli stati cui esse hanno dato vita.

Sotto questo profilo esse sono l’evoluzione e la proiezione moderna delle… città-stato: l’umanità non viene rappresentata in quanto tale, come specie e dunque come entità globale, bensì nel suo essere frazionata nelle diverse particolarità nazionali e statuali, che hanno interessi differenti e, spesso, contrastanti, quando non antagonistici.

Di conseguenza i rapporti in seno all’Onu non sono bilanciati in vista dell’interesse umano comune, ma fondati sugli stati di serie A, di serie B e C…

La governance dell’Onu risiede nel Consiglio di Sicurezza, dominato dagli stati di serie A, ovvero i suoi cinque membri permanenti: Usa, Cina, Russi, Francia, Inghilterra (non a caso tutte potenze nucleari).

Ognuno dei cinque, come è noto, si è arrogato il diritto di veto: sicché qualsiasi decisione, che non vada a genio ai cinque stati – o anche a uno solo di loro – è bloccata e resa vana dal veto.

L’Assemblea generale può prendere sì decisioni, ma le sue deliberazioni non hanno valore vincolante per le nazioni del mondo.

Ecco le ragioni di fondo per cui l’Onu, nata in un preciso momento storico dopo la seconda guerra mondiale, si rivela sempre più obsoleta e del tutto incapace di regolare i destini della Terra: ad attestarlo è il marasma attuale del mondo.

E’ evidente che il Consiglio di Sicurezza è il ferro vecchio più arrugginito. Più che decidere, per i meccanismi che lo regolano, il suo scopo è permettere di non decidere.

I cinque membri permanenti rappresentano, insieme, poco più di 2 miliardi di persone: una netta minoranza della popolazione mondiale. Perché gli altri quasi 6 miliardi di cittadini dovrebbero sottostare alle loro decisioni (e non-decisioni)? Tanto più che non li ha eletti nessuno, si sono… autoeletti…

Da che l’Onu esiste, si è sviluppato, soprattutto negli ultimi tempi, un dibattito a intermittenza circa la necessità-possibilità della sua riforma.

Inutile dire che il dibattito non ha mai portato a nulla, sia perché manca la sede decisionale su cui il dibattito stesso possa poggiarsi sia perché i cinque membri permanenti non vogliono saperne di allargare il cerchio e, poi, perché i candidati (autocandidati?) a entrare nel giro sarebbero molti, per di più in lizza fra di loro

Sicché la situazione risulta bloccata ed è destinata a restare tale. Controprova: chi dovrebbe diventare paese di serie A? L’India, con la sua popolazione di 1 miliardo e 370 milioni di abitanti? L’Indonesia (269 milioni)? Il Pakistan (220 milioni)? Il Brasile (212 milioni)? Il Giappone (125 milioni)? La Germania (82 milioni)? E devono essere potenze nucleari, come l’India e il Pakistan, oppure no? Chi lo decide?

In questo aggrovigliato contesto è Papa Francesco a mettere in rilievo (v. Enciclica Fratelli tutti) la necessità di “prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”. Senza tuttavia spingersi a indicare quali dovrebbero essere quelle organizzazioni.

Una organizzazione mondiale più efficace, “dotata di autorità per assicurare il bene comune mondiale”, può sorgere solo se l’umanità nel suo insieme, comprendendosi come specie – ovvero come grande famiglia di persone coinvolta(e) in un unico destino su un pianeta ridotto allo stremo – deciderà di costruirla.

Costituire l’Assise dei popoli del mondo, per l’autogestione dell’umanità: ecco ciò che è necessario e urgente.

IL Parlamento Mondiale (d’ora in poi PM), eletto da tutti i popoli secondo il criterio della democrazia rappresentativa – una testa, un voto – può e deve diventare la sede tramite la quale l’umanità, per la prima volta nella sua storia, si autodetermina, uscendo finalmente da quello stato di minorità su cui si è finora schiacciata, frazionandosi per particolarismi nazionali.

Significa che l’umanità matura e assume la coscienza di sé come specie, nessuna frazione esclusa, e decide lo sviluppo (la sopravvivenza?) del suo presente e del suo futuro, in rapporto a tutti gli altri esseri, con cui è in relazione ineliminabile.

Significa elevare al massimo grado la propria intelligenza collettiva, divenendo capace di inter-legere e intus-legere (“leggere fra” e “leggere dentro”) nella complessa realtà dell’esistenza comune del mondo.

Il PM può essere composto da mille membri – un eletto ogni 7 milioni e mezzo di abitanti della Terra (poco più dei deputati attuali del Parlamento europeo).

Un’assemblea perfettamente gestibile e operativa, dove tutti i popoli vengono rappresentati con pari dignità, senza che ci siano quelli di serie A, B, C…

Oltre le riunioni plenarie, dove si prendono le decisioni fondamentali riguardanti tutto il mondo, si struttura per commissioni di lavoro sui temi di maggiore importanza.

Il PM dura in carica 5 anni ed elegge il suo presidente, che diviene il Presidente del Mondo. Si può immaginare la sua autorevolezza se paragonata a quella del segretario dell’Onu…

Lasciando agli stati la gestione dei problemi interni di ogni singola nazione, il PM delibera sulle questioni basilari dell’umanità: la pace – la guerra deve diventare un tabù – il disarmo a partire da quello nucleare, la salvaguardia dell’ecosistema terrestre, i diritti e i doveri fondamentali, lo sradicamento della fame, le produzioni eque e solidali e l’introduzione dell’onesto guadagno – al posto del profitto onnivoro – la giusta distribuzione delle risorse, le migrazioni, la difesa e l’incremento di tutti i beni comuni.

Dal punto di vista tecnico, l’elezione del PM non presenta affatto ostacoli insormontabili: seguendo i fusi orari, in un giorno di vota dappertutto e l’indomani si conoscono i risultati.

E’ evidente che il problema è prettamente culturale e politico: lasciare la vecchia strada per la nuova.

E però ormai vediamo che proseguire sulla vecchia e non imboccare la nuova può comportare conseguenze irreparabili.

Ho avuto la fortuna di sperimentare, insieme a milioni di altri, la democrazia diretta e, poi, quella rappresentativa, sia nel Parlamento europeo sia in quello italiano, e dunque ho avuto modo di conoscere direttamente i limiti della democrazia delegata.

Se dico che la democrazia rappresentativa, pur con tutti i suoi difetti, è tuttavia migliore dell’attuale oligarchia che pesa sul mondo, credo di indicare una conclusione accettabile.

Oggi gli stati sono troppo grandi per i problemi piccoli (e infatti decentrano taluni poteri agli enti locali) e troppo piccoli per affrontare le questioni grandi.

In più prevale generalmente, al loro interno, un processo di verticalizzazione delle decisioni, con governi che tendono in misura crescente all’autocrazia, esautorando spesso, progressivamente, i rispettivi parlamenti.

Così la stessa democrazia rappresentativa va restringendosi, fino a rattrappirsi in mera “democrazia formale”.

L’eclissi della democrazia, provocata e insieme utilizzata dal capitalismo finanziario globale, riduce sempre più la politica al predominio dei rapporti di forza e la prepotenza diviene la sua stella polare.

L’assalto al Campidoglio di Washington, il 6 gennaio 2021, da parte di manipoli del presidente Trump sconfitto alle elezioni, da lui apertamente e direttamente istigati, codifica, sebbene debellato, l’alto grado di disfacimento della democrazia istituzionale in quanto piegata a privatizzazione di scopi e interessi.

La politica, di fatto, non c’è più: è sostituita dalla propaganda – di chi ha il potere di farla – e viene a coincidere con la finzione e la simulazione. La propaganda è a sua volta una merce:viene fabbricata – venduta e… comprata – alla stessa stregua delle armi, dei telefoni cellulari, delle auto e dei computer.

Ecco perché la “politica”, oggi prevalente, è ridotta ad un ruolo ancillare: segue ed e-segue i diktat dei poteri dominanti.

In questo contesto l’elezione del PM ridà linfa alla democrazia, inverando il principio “ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti”.

Le persone e i popoli vengono a parlare in prima persona e l’umanità si erge a determinare il proprio destino e quello della Terra. Una netta, e salutare, inversione di tendenza, rispetto ai silenzi e alla passività delle moltitudini.

I 2500 scienziati, che hanno elaborato nel 2007, per conto dell’Onu, il rapporto sui mutamenti climatici, in modo unanime consegnavano all’umanità un messaggio inequivocabile: rilevato che “il 90 per cento dei mutamenti atmosferici è causato dall’uomo”, essi ammonivano: “Si avvicina il giorno in cui il riscaldamento del clima sfuggirà a ogni controllo. Siamo alle soglie dell’irreversibile”.

Per scongiurare il superamento del punto di non ritorno, gli scienziati ci raccomandavano di tenere presente che “non è più il tempo delle mezze misure” (come quelle adottate nella Conferenza di Parigi) e ci affidavano tre indicazioni imperative: “E’ il tempo della rivoluzione delle coscienze, della rivoluzione dell’economia, della rivoluzione dell’azione politica” (corsivi miei).

Il PM è sia la conseguenza – il risultato – di quelle tre rivoluzioni sia il mezzo per realizzarle compiutamente.

E’ la sede attraverso cui possiamo e dobbiamo gestire in comune il bene comune più prezioso che abbiamo: la nostra vita – e quella di tutti gli altri esseri.

L’umanità e il mondo sono inscindibilmente interdipendenti: a dircelo è la stessa fisica quantistica, secondo cui ogni cosa non è realmente comprensibile se non vista in relazione con tutte le altre. Separata da quei nessi, non esiste se non come astrazione.

Comprendere appieno questo è l’obiettivo più alto che l’umanità può e deve raggiungere.

La coscienza di specie si dilata fino a divenire coscienza globale: la comprensione che la parte è collegata al tutto e il tutto è più delle singole parti che lo compongono.

La pandemia di Covid 19, che dal 2020 ha colpito l’umanità ovunque, ci ha fatto toccare con mano, in modo bruciante, questa interconnessione fra le persone – e fra loro e la natura. Ci ha mostrato come nessuno può salvarsi da solo, e che la salvezza richiede necessariamente una solidarietà, individuale e collettiva, di autoprotezione, per ridurre la contagiosità del virus, anche a costo di rinunciare ad alcune libertà fondamentali. Una lezione drammatica alla hybris antropocentrica.

Va da sé che non si arriverà al PM senza quella rivoluzione delle coscienze che gli scienziati, non a caso, hanno indicato per prima – e come condizione necessaria per realizzare la rivoluzione dell’economia e quella dell’azione politica.

E’ necessario costruire – entro ciascuno di noi e in noi tutti – quella che i greci chiamavano metànoia: “correzione di pensiero”, “mutamento di parere”.

(In altre parti del libro viene indicato il lavoro incominciato verso questo percorso).

Il PM sarà il risultato del mutamento di pensiero necessario e, insieme, il volano di sviluppo per realizzarlo compiutamente.

Costituisce il passaggio dell’umanità dal confine all’orizzonte.

Per salvarsi. E per salvare il mondo.

Mario Capanna

Scandalo: Pubblicato in Brasile il contratto sottoscritto con Pfizer per l’acquisto del vaccino

Il Ministero della Salute brasiliano ha pubblicato sul suo sito web il contratto con il laboratorio Pfizer per l’acquisto di vaccini contro il Covid-19, nonostante la clausola di riservatezza. Avvertito, il Ministero ha rimosso il file dalla pagina. Per legge, lo Stato brasiliano a tutti i livelli deve pubblicare i contratti che firma. Il contratto afferma che il vaccino non ha ancora superato la fase 3, che Pfizer non sa quando lo consegnerà, che non può essere penalizzato se non rispetta le scadenze annunciate, che non sarà responsabile di eventuali effetti negativi dei vaccini sui pazienti, che qualsiasi controversia legale deve essere risolta nei tribunali di New York e che per questo lo Stato deve rinunciare all’immunità sovrana di tutte le sue agenzie, compresa la Banca Centrale, nel caso in cui abbia una sentenza di condanna.

Mercoledì 7 aprile, Folha de São Paulo ha riferito che il Ministero della Salute ha violato la clausola di riservatezza del contratto firmato il 18 marzo 2021 tra lo Stato brasiliano e Pfizer. Il Ministero ha ritirato la pubblicazione, ma il contratto è stato pubblicato da Apolinário Passos, uno sviluppatore che ha creato una piattaforma virtuale dove è possibile seguire la quantità di vaccini applicati, disponibili, in produzione, contratto, in negoziazione e dosi promesse. Come riportato dalla giornalista Monica Bergamo, Folha ha avuto accesso a una e-mail inviata da Pfizer a Passos per scaricare una copia del contratto dal suo sito web. Il contratto è ancora disponibile su Internet.

Consegna di vaccini che non sappiamo se e chissà quando funzioneranno

Nel contratto firmato dallo Stato brasiliano e Pfizer, il laboratorio assume che farà “sforzi commercialmente ragionevoli” per consegnare i vaccini. Secondo il contratto stesso, questo tipo di sforzi sono fatti per raggiungere “un obiettivo simile al suo interesse commerciale in circostanze simili e considerando i relativi rischi, incertezze, limiti e sfide dello sviluppo, produzione, commercializzazione e distribuzione di un nuovo prodotto vaccinale di Covdi-19, considerando i seguenti fattori: problemi di sicurezza ed efficacia reali e potenziali, novità, profilo del prodotto, posizione di esclusività, l’attuale (in quel momento) ambiente competitivo per tale prodotto, l’ambiente normativo e stato del prodotto”, tra gli altri, così come la capacità di produrlo e ottenere i prodotti necessari per esso. Questo significa che Pfizer non sa quando consegnerà nella situazione attuale e che una variabile da considerare al momento della consegna è se hanno l’esclusività del prodotto sul mercato.

Inoltre, Pfizer ha chiesto che lo Stato brasiliano riconosca e sia d’accordo con gli sforzi del laboratorio per sviluppare e produrre il vaccino, così come che al momento della firma del contratto “le parti riconoscano che il prodotto ha concluso gli studi clinici di fase 2b/3 e che, nonostante gli sforzi di Pfizer nella ricerca, sviluppo e produzione, il prodotto potrebbe non avere successo a causa di sfide o fallimenti tecnici e clinici”. Il contratto è stato firmato nel marzo 2021 e Pfizer riconosce che non aveva superato la fase 3, mentre vari media nel mondo hanno riportato il contrario dal novembre dello scorso anno.

Di fronte alla tragedia che il mondo sta vivendo, la Pfizer ha chiesto a un paese in cui sono già morte più persone per il coronavirus che le 349.784 persone morte per l’HIV in 40 anni di serie storica, di non poter perseguire il laboratorio o nessuno dei suoi partner per qualsiasi fallimento o effetto avverso che il vaccino possa causare.

Ordini di acquisto

Il contratto che il governo brasiliano ha firmato con Pfizer stabilisce che cinque giorni dopo la firma dell’accordo, lo Stato doveva effettuare un ordine irrevocabile di acquisto per 100.001.070 dosi, al valore di 10 dollari ciascuna. Il Brasile ha dovuto versare un anticipo del 20% per 200.002.140 dollari dieci giorni dopo la firma del contratto. Il contratto totale è di 1.000.010.700 dollari. Pfizer dichiara che emetterà una fattura 60 giorni prima della data di consegna prevista, che potrebbe non essere soddisfatta. Il Brasile deve pagare dieci giorni prima della consegna del lotto il totale da ricevere o 30 giorni dopo l’emissione della fattura, quello che viene prima. In altre parole, un grande affare finanziario. “In nessuna circostanza la Pfizer sarà soggetta o responsabile di alcuna penale per il ritardo nella consegna”, afferma il contratto.

Su registrazioni e regolamenti legali

“Prima della consegna la Pfizer si conformerà a tutte le condizioni (entro i termini previsti) definite nell’autorizzazione; Tuttavia, l’acquirente dovrà concedere, o ottenere per conto di Pfizer, tutte le deroghe, esenzioni, eccezioni e rinunce ai requisiti specifici del paese per il prodotto concessi o consentiti dall’autorità governativa (compresi, tra l’altro, la serializzazione, i test di qualità o di laboratorio applicabili e/o la presentazione di informazioni sulla commercializzazione e il modulo di approvazione), requisiti che, in assenza di esenzione, eccezione o rinuncia, impediranno a Pfizer di consegnare e rilasciare il prodotto in Brasile (…). Pfizer sarà pienamente responsabile della definizione dei siti di produzione e di test e condurrà i test in conformità con l’autorizzazione. Pfizer non accetterà richieste di test locali o richieste di protocolli di rilascio dei lotti o ordini di campioni di record in questo contratto”. Citiamo un ampio paragrafo del contratto per mostrare come la Pfizer non permette nemmeno alcun tipo di valutazione del prodotto da parte delle autorità locali, anche se il Brasile produce vaccini come il Coronavac.

Indennizzo e rinuncia all’immunità sovrana

Al punto 8 del contratto, che si riferisce alle indennità, Pfizer richiede all’acquirente di liberarlo, così come BioNTech e ciascuna delle parti, dal dover pagare qualsiasi tipo di indennità per qualsiasi questione che coinvolga la ricerca, lo sviluppo, la produzione, la distribuzione o l’applicazione del vaccino. Pfizer presume di stipulare un’assicurazione solo per coprire il normale funzionamento della sua attività, ma che in nessun caso il laboratorio sarà responsabile di eventuali conseguenze dell’applicazione del vaccino.

Nel caso in cui sorga una qualsiasi controversia tra Pfizer e lo Stato controparte, in questo caso lo Stato brasiliano, Pfizer chiede che le controversie legali siano risolte nei tribunali di New York e che lo “Stato brasiliano rinunci espressamente e irrevocabilmente a qualsiasi diritto di immunità che esso o i suoi beni possano avere o acquisire in futuro (a titolo di immunità sovrana o qualsiasi altra forma di immunità), compresi i beni controllati da qualsiasi agenzia, autarchia, Banca centrale o autorità monetaria del Brasile, in relazione a qualsiasi arbitrato o qualsiasi altro procedimento giudiziario istituito per approvare o applicare qualsiasi decisione arbitrale, lodo o sentenza, o qualsiasi composizione in relazione a qualsiasi arbitrato, sia in Brasile che in qualsiasi altra giurisdizione straniera, compresa, senza limitazione, l’immunità dalla citazione in giudizio, l’immunità dalla giurisdizione, o l’immunità dalla sentenza resa da una corte o tribunale, l’immunità dall’esecuzione e l’immunità dal sequestro di qualsiasi dei suoi beni”.

Traduzione in Italiano: Emi-News

FONTE: https://infobaires24.com.ar/escandalo-se-conocio-el-contrato-que-pfizer-firmo-con-brasil/


Testo originale dell’articolo:

Escándalo – Se conoció el contrato que Pfizer firmó con Brasil

El Ministerio de Salud de Brasil publicó en su sitio web el contrato con el laboratorio Pfizer para la compra de vacunas contra el Covid-19, a pesar de la cláusula de confidencialidad. Advertido, la cartera bajó el archivo de la página. Por ley, el Estado brasileño en todos sus niveles debe publicar los contratos que firma. El contrato establece que la vacuna aún no pasó la fase 3, que Pfizer no sabe cuándo va a entregar, que no puede ser penalizada si no cumple con plazos anunciados, que no se hará responsable por cualquier efecto adverso en los pacientes por las vacunas, que cualquier diferencia jurídica deberá resolverse en los tribunales de Nueva York y que para eso el Estado debe renunciar a la inmunidad soberana de todos sus organismos, incluso del Banco Central, en caso de que tenga una sentencia condenatoria.

El miércoles 7 de abril, el medio Folha de São Paulo informó que el Ministerio de Salud violó la cláusula de confidencialidad del contrato firmado el día 18 de marzo de 2021 entre el Estado brasileño y Pfizer. El Ministerio bajó la publicación pero el contrato fue publicado por Apolinário Passos, un desarrollador que creó una plataforma virtual en el que se puede acompañar la cantidad de vacunas aplicadas, disponibles, en producción, contratadas, en negociación y dosis prometidas. Conforme informó la periodista Mónica Bergamo, Folha tuvo acceso a un correo electrónico que le envió Pfizer a Passos para que baje la copia del contrato de su portal. El contrato aún está disponible en internet.

Entrega de vacunas que no sabemos si funcionan y quién sabe cuándo

En el contrato que firmaron el Estado brasileño y Pfizer, el laboratorio asume que hará “Esfuerzos Comercialmente Razonables” para la entrega de vacunas. Según el propio contrato este tipo de esfuerzos son realizados para alcanzar “un objetivo semejante a su interés comercial bajo circunstancias semejantes y considerando los riesgos relevantes, incertidumbre, límites y desafíos del desarrollo, fabricación, comercialización y distribución de un nuevo producto de vacuna de Covdi-19, considerando los siguientes factores: cuestiones reales y potenciales de seguridad y eficacia, novedad, perfil del producto, la posición de exclusividad, el entonces actual ambiente competitivo para tal producto, el ambiente regulador y situación del producto”, entre otros, así como la capacidad para producirlo y obtener los productos necesario para ello. Esto quiere decir que Pfizer no sabe cuándo entregará conforme la situación actual y que una variable a ser considerada al momento de la entrega es si tienen la exclusividad del producto en el mercado.

Además, Pfizer le exigió al Estado brasileño que reconozca y concuerde con los esfuerzos del propio laboratorio para desarrollar y fabricar la vacuna, así como también que al momento de la firma del contrato “las partes reconocen que el producto concluyó la Fase 2b/3 de ensayos clínicos y que, a pesar de los esfuerzos de Pfizer en investigación, desarrollo y fabricación, el producto puede no ser bien sucedido en virtud de desafíos o fallas técnicas, clínicas”. El contrato se firmó en marzo de 2021 y Pfizer reconoce que no había superado la fase 3, mientras diversos medios de comunicación en el mundo informaron lo contrario desde noviembre del año pasado.

Delante de la tragedia que vive el mundo, Pfizer le exigió a un país en el que ya murieron más personas por coronavírus que las 349.784 que fallecieron por HIV en cuarenta años que tiene la serie histórica, que no podrán procesar al laboratorio ni a ninguno de sus asociados por cualquier falla o efecto adverso que la vacuna pueda causar.

Pedidos de compra

El contrato que el gobierno de Brasil firmó con Pfizer establece que a los cinco días de firmado el acuerdo el Estado debía hacer un pedido de compra irrevocable de 100.001.070 dosis, por un valor de US$10 cada una. Brasil debió hacer un pago anticipado del 20% por US$ 200.002.140 a los diez días de firmado el contrato. El contrato total es por US$1.000.010.700. Pfizer establece que emitirá una factura 60 días antes de la fecha prevista de la entrega, que puede no cumplirse. Brasil debe pagar diez días antes de la entrega del lote el total a recibir o 30 días después de la emisión de la factura, lo que suceda primero. Es decir, un gran negocio financiero. “En circunstancia alguna Pfizer estará sujeta o será responsable por cualquier penalidad por atraso en la entrega”, establece el contrato.

Sobre registros legales y regulaciones

“Antes de la entrega Pfizer cumplirá todas las condiciones (en los plazos relevantes) definidas en la autorización; sin embargo, el comprador concederá, u obtendrá en nombre de Pfizer, todas las insenciones, exenciones, excepciones y renuncias de exigencias específicas del país apara el producto concedidas o permitidas por la Autoridad Gubernamental (incluyendo, entre otros, serialización, test de calidad o de laboratorio aplicable y/o sumisión a formulario de informaciones de comercialización y aprobación), exigencias estas que, ausente de exención, excepción o renuncia, impedirán a Pfizer de entregar y liberar el producto en Brasil (…). Pfizer será integralmente responsable por definir los locales de fabricación y test y conducirá los test de acuerdo con la Autorización. Pfizer no concordará con solicitaciones de tes locales o solicitaciones de protocolos de liberación de lotes o pedidos de muestras de registros en este contrato”. Citamos un párrafo extenso del contrato para mostrar como Pfizer no permite siquiera cualquier tipo de evaluación de producto a las autoridades locales, siendo que Brasil produce vacunas como la Coronavac.

Indemnización y renuncia a la inmunidad soberana

En el punto 8 del contrato, que refiere a indemnizaciones, Pfizer exige del comprador que la libere, así como a BioNTech y cada una de las partes, de tener que pagar cualquier tipo de indemnización por cualquier cuestión que involucre la investigación, desarrollo, fabricación, distribución o aplicación de la vacuna. Pfizer asume que contratará un seguro pero simplemente para cubrir el normal funcionamiento de su actividad, pero que bajo ningún aspecto el laboratorio se hará responsable de cualquier consecuencia por la aplicación de la vacuna.

Ante cualquier litigio que surgiere entre Pfizer y el Estado parte, en este caso el brasileño, Pfizer exige que las diferencias legales se resuelvan en los tribunales de Nueva York y que el “Estado brasilero expresa e irrevocablemente renuncia a cualquier derecho de inmunidad que este o sus activos puedan tener o adquirir en el futuro (a título de inmunidad de soberanía o cualquier otra forma de inmunidad), incluyendo cualquier activo controlado por cualquier agencia, autarquía, Banco Central o autoridad monetaria de Brasil, en relación a cualquier arbitraje o cualquier otro proceso judicial instruido para homologar o ejecutar cualquier decisión, despacho o sentencia arbitral, o cualquier composición en conexión con cualquier arbitraje, sea en Brasil o en cualquier otra jurisdicción extranjera, incluyendo, entre otros, inmunidad contra citación, inmunidad de jurisdicción, o inmunidad contra juzgamiento proferido por una corte o tribunal, inmunidad contra decisión ejecutoria e inmunidad contra aprensión cautelar de cualquiera de sus activos”.

FONTE: https://infobaires24.com.ar/escandalo-se-conocio-el-contrato-que-pfizer-firmo-con-brasil/

Klaus Schawb e Thierry Malleret, “Covid 19: The great reset”

Il prof Schwab è un ingegnere che ha anche un dottorato in economia alla famosa Università di Friburgo, in pratica la patria dell’ordoliberalesimo, con un master in Public Administration ad Harvard, fondatore del Word Economic Forum[1] ed autore di un libro di grande successo come “The Fourth Industrial Revolution” nel 2016. Si tratta, insomma, di una persona con un curriculum accademico indiscutibile, apprezzabilmente interdisciplinare, e di certissima derivazione ideologica-culturale. Uno dei papi del capitalismo contemporaneo, insomma.

Thierri Malleret è più giovane, sulle sue spalle sarà caduta la redazione di gran parte del libro. Si occupa di analisi predittiva (una remunerante specializzazione) e di Global Risk al Forum. Educato alla Sorbona in scienze sociali e specializzato ad Oxford in storia dell’economia (master) ed economia (dottorato). Si è mosso tra banche d’affari, think thank, impegni accademici e servizio presso il primo ministro francese.

Questo libro fa parte di una proliferante letteratura. Un tipo di letteratura divulgativa ed esortativa, molto generica e contemporaneamente molto larga nella visione, fatta per tradursi in presentazioni da convegno attraenti e stimolanti, dirette ad un pubblico di manager e imprenditori che hanno bisogno di sentirsi consapevoli, aggiornati e progressisti con poco sforzo. Una lettura da weekend sul bordo della piscina. Continua a leggere

Draghi, il Principe all’inizio degli anni ’20

di Rodolfo Ricci

Le élites, non sono necessariamente di destra o di sinistra. L’importante è che stiano sopra. Stando in alto possono mediamente osservare con imparzialità ideologica da che parte conviene pendere. La funzione delle élites è quella di riprodurre se stesse, cioè di riconfermare la dimensione sintetica dell’Alto e quella del Basso. E di proiettarla in avanti nel tempo con strumenti di diversa natura, nonché variabili rispetto ai mutevoli contesti; per questa proiezione sono preferibili strumenti egemonici, fondati su qualità riconosciute o riconoscibili, per esempio sull’autorevolezza, piuttosto che quelli quantitativi (forza, denaro, ecc.) o normativi o prescrittivi, che costituiscono sempre possibilità di ultima istanza.

L’ egemonia della scolastica capitalistica è stata fondamentalmente il denaro e il suo gioco infinito di accumulazione inteso come grazia che designa i suoi possessori e interpreti; non è detto che esso debba continuare ad essere il mezzo preferibile in un contesto oscillante e declinante di sistema. Alla fine, ciò che le élites debbono preservare è la dimensione di potere e di dominio, non lo strumento che ad esse serve per raggiungerlo.

Un concetto più interessante, da questo punto di vista, perché ancora più neutro e naturale, è quello della “competenza”, che rimanda all’antica qualità sciamanica di intercettare le forze superiori. Nella sua versione laica, legata alla scienza e alla sua manipolazione, si tratta di un concetto scalabile, a prima vista, non legato per forza alla finanza, né all’appartenenza a uno specifico settore sociale o confraternita, quindi non appare attaccabile, se non in seconda istanza, come “di parte”. Continua a leggere

“RIFLESSIONI CORSARE” su pandemia, natura, umanità (VIDEO)

di Aldo Piroso

Un progetto collettivo, a più voci, per sintonizzarsi con il sentire profondo di una molteplicità numerosa di soggetti, accomunati dalla critica ferma e ragionata a un sistema economico e sociale fallimentare, obsoleto, che antepone il profitto a tutto ciò che può rendere migliore la nostra vita: la salvaguardia dell’ambiente, la salute delle persone, i loro diritti, la loro piena realizzazione.
Questo coro polifonico di voci è lungimirante, attento a cogliere ogni possibile segno di cambiamento, ogni mutazione del “virus della trasformazione”.
La novità è che nessuno degli intervenuti conosce gli altri, tranne in un caso. Nessuna riunione di redazione è stata mai effettuata. Le risposte a un input iniziale sono state libere, diversificate, autonome. La sintonia tra le voci è tuttavia elevata.
Lo scenario è la pandemia. L’occasione è da non perdere. Il “dopo” potrebbe non esistere.

 

Memoria/Paolo Cinanni: “L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE” (Gennaio 1980)

L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE

Col passaggio dalla meccanizzazione all’automazione del processo produttivo muta il carattere dell’emigrazione. La battaglia per la conquista dei diritti.

di Paolo Cinanni

Nel corso della storia dell’umanità, il fenomeno migratorio rappresenta sempre un fattore di progresso per i paesi d’immigrazione, che si adegua man mano alle esigenze dello sviluppo delle forze produttive.

Dalla primitiva emigrazione coloniale, si passa alle ferme caratteristiche dell’emigrazione operaia più recente, sino ai nostri giorni, in cui l’immigrazione viene man mano adeguandosi al nuovo processo di decentramento produttivo, assumendo anch’essa forme nuove.

La primitiva emigrazione di coloni era diretta verso paesi e regioni scarsamente popolate, per la messa in coltura di nuove terre e per la trasformazione progressiva delle colture estensive in colture intensive specializzate, con la promozione di un nuovo mercato, che crea le premesse medesime per lo sviluppo dei primi processi d’industrializzazione.

A cominciare dal Nord-America, negli ultimi decenni del secolo scorso, la primitiva immigrazione viene perciò stesso trasformandosi: grandi masse di forza-lavoro, e fra queste i lavoratori immigrati, vengono concentrati nei grandi agglomerati urbani ove si sviluppa la grande produzione industriale. L’immigrato si trasforma, quindi, da contadino in operaio, concorrendo – col suo contributo aggiuntivo di lavoro produttivo – allo sviluppo accelerato dell’economia del paese ospite, fornendo al capitale stesso un supervalore crescente, che ne accelera la riproduzione e l’espansione del suo potere sui mercati mondiali.

Questa supremazia economica e finanziaria del capitale dei paesi industrializzati sui mercati mondiali si trasforma presto in potere politico e dominio imperialistico sugli altri paesi del mondo. Continua a leggere

Il giallo del pipistrello. E non solo. Le “non-conclusioni” della missione scientifica a Wuhan.

di Marinella Correggia

Un’unica certezza: non è stato il maggiordomo. E se colpevole (senza colpa) fosse stato il pipistrello, non avrebbe agito da solo. Continua il giallo delle origini virali. Il Sars-CoV-2, imputato per la pandemia di Covid-19, come e perché ha fatto il salto di specie dall’ospite animale? E il teatro del crimine – il luogo della trasmissione alla popolazione umana -, è stato davvero, nel dicembre 2019, l’ormai tristemente famoso mercato ittico di Huanan a Wuhan, la città primo epicentro al mondo? E ci sono altre ipotesi?

Non è arrivato a una conclusione nemmeno il team di esperti internazionali dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) che ha lavorato per un mese in Cina insieme a 17 colleghi locali, rivedendo studi, conducendo interviste, effettuando sopralluoghi. Insomma, cerchiamo ancora, è stata la promessa ripetuta nella conferenza stampa del 9 febbraio, a Wuhan. Finora è stata esclusa una sola delle ipotesi in campo. E il panorama delle indagini si è allargato al mondo intero.

Quattro ipotesi da studiare meglio; anzi tre (esclusa la fuga dal laboratorio). Obiettivi della missione erano da un lato verificare il luogo e la data di partenza dell’epidemia – e secondo varie ricerche cliniche condotte dai cinesi, non ci sarebbe evidenza di una trasmissione comunitaria nella città prima del dicembre 2019. Dall’altro di trattava di capire con quali modalità il virus si sia introdotto nella popolazione umana e abbia potuto circolare e in quali luoghi – considerando che nel dicembre 2019 il mercato di Huanan non è stato l’unico focolaio a Wuhan e che allo stato delle informazioni, e che la via esatta della diffusione del virus nel mercato non è stata individuata.

Il capo della missione dell’Oms a Wuhan, il danese Peter Ben Embarek ha spiegato in conferenza stampa: «Il lavoro sul campo non ha stravolto le percezioni che avevamo ma ci ha dato molti elementi. Abbiamo lavorato su quattro ipotesi chiave circa l’introduzione del virus Sars-CoV-2 nella popolazione umana e per ciascuna abbiamo valutato sistematicamente i pro e contro in modo razionale per futuri studi. Primo: salto di specie diretto da un serbatoio animale alla popolazione umana. Secondo: introduzione del virus mediante un’altra specie, ospite intermedia, potenzialmente più vicina agli umani, nella quale il virus si sarebbe meglio adattato e avrebbe potuto circolare per poi saltare agli umani. Terzo: la catena alimentare, in particolare prodotti alimentari congelati che agivano come superficie per la trasmissione agli umani e tutte le trasmissioni legate al cibo. Quarto: la possibilità di un rilascio accidentale da un laboratorio». Ha proseguito Ben Embarek: «La seconda ipotesi è la più probabile e sarà la pista per future ricerche, in collegamento con l’ipotesi della trasmissione attraverso le catene del freddo».

Invece l’ultima ipotesi di introduzione nella popolazione umana l’incidente della fuoriuscita da un laboratorio virologico non sarà più studiata: è ritenuta «altamente improbabile» in quanto «benché gli incidenti possano accadere, un simile virus non era stato oggetto di nessuna pubblicazione da parte di ricercatori; e i vari laboratori visitati, incluso quello di virologia, sono molto sicuri».

Comunque «tutto il lavoro compiuto continua a ritenere le popolazioni di pipistrelli il serbatoio naturale di questo virus e di virus simili. Ma la città di Wuhan non è vicina ad ambienti ricchi di pipistrelli, quindi la prima ipotesi, il salto diretto, è improbabile. Occorre trovare quale altra specie animale possa aver introdotto il virus, particolarmente nel mercato di Huanan».

Per Lian Wannian, capo del team cinese che ha collaborato con la missione, «coronavirus geneticamente collegati al Sars-CoV-2 sono stati identificati in diversi animali, fra cui pipistrelli detti “ferro di cavallo” e pangolini. Tuttavia campioni prelevati nello Hubei non hanno trovato evidenze di virus relativi al Sars-CoV-2 e campioni su animali selvatici in diverse parti della Cina finora non hanno trovato la presenza di Sars CoV-2». Come conseguenza dell’ipotesi, comunque (e per fortuna), il povero mammifero con le scaglie, in precedenza commercializzato seppure in modo illegale, è stato promosso al livello di protezione del panda.

Sempre per Lian Wannian, inoltre, «visoni, mustelidi, felidi e altre specie sono altamente suscettibili all’infezione e questo suggerisce che potrebbero essere un serbatoio ma non ci sono abbastanza dati». Milioni di visoni allevati soprattutto in Danimarca sono stati macellati – nelle tipiche scene infernali che accompagnano spesso le epidemie zoonotiche – perché negli allevamenti si è scoperta una trasmissione del virus da lavoratori ad animali e viceversa. Tanto che il sito ecologista Reporterre ha dedicato un’inchiesta https://reporterre.net/Les-elevages-de-visons-en-Chine-a-l-origine-du-Covid-19-Les-indices-s-accumulent alla possibilità che il salto del virus Sars-CoV-2 dal pipistrello, suo serbatoio naturale, all’umano, sia passato per quegli animali da pelliccia – e non per il pangolino.

Entrami i capi delegazione hanno ribadito che «grandi quantità di test relativi al Sars-Cov-2 sono stati condotti su molte specie animali, domestiche e selvatiche, anche nel resto del paese, ma non si è riusciti a trovare una specie animale potenziale serbatoio. Quindi non sembra che ci fosse ampia circolazione, nel 2019 e oggi, del virus in specie animali».

Giallo anche sull’ipotesi tre. Gli stand del mercato vendevano (prima della chiusura) soprattutto animali congelati, in particolare ittici, ma anche prodotti – e animali vivi – provenienti da allevamenti di specie di origine selvatica. Sono stati identificati venditori, fornitori e fattorie da diverse aree della Cina e anche dall’estero. Si continuerà su questa pista, ha spiegato il capo delegazione, compresa quella della catena di approvvigionamento di prodotti animali congelati.

Anche per Lian Wannian «nel mercato di Huanan, prima della chiusura, è stata rilevata la presenza di superfici altamente contaminate, compatibili con la presenza di persone infette o prodotti animali contaminati della catena del freddo». La possibilità di sopravvivenza del virus anche in condizioni di refrigerazione è da verificare. L’ipotesi di una importazione del virus da altri paesi, con la catena del freddo, è stata evocata già mesi fa da Pechino.

E adesso indagini a tutto campo anche nel resto del mondo

Fra le raccomandazioni del team, c’è quella di valutare se il virus fosse già presente in altri luoghi e paesi. La prospettiva è dunque di una ricerca internazionale. Alla domanda se il virus possa essere arrivato da altri paesi a Wuhan per esempio con viaggiatori asintomatici, Marion Koopmans, virologa olandese membro del team, ha citato la ricerca in Italia

(https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/cs-n%25C2%25B039-2020-studio-iss-su-acque-di-scarico-a-milano-e-torino-sars-cov-2-presente-gi%25C3%25A0-a-dicembre), indicando però che occorrono conferme. Sia Ben Embarek che Lian Wannian hanno precisato che adesso le ricerche devono continuare in tutto il mondo. Il danese ha precisato: «»In ogni caso occorre un approccio senza frontiere. Sulle popolazioni di pipistrelli, la Cina ha già testato molto ma nella sub regione si è fatto molto meno. Inoltre il passaggio alle persone può aver coinvolto viaggi e passaggio di frontiere fino a Wuhan. Occorre dunque verificare se in quella fase temporale ci fossero individui infetti anche in altri paesi.

Nel mistero fitto, il Centro cinese per il controllo delle malattie e la prevenzione ha dichiarato agli inizi del 2021 che «potrebbe servire molto tempo per trovare il virus. Potrebbe anche sparire prima che venga individuata l’origine».

In ogni caso, è tempo di cambiare radicalmente i rapporti fra il mondo umano e quello animale. Selvatico e allevato.

Nessun profitto sulla pandemia. Vaccino per tutti, in tutto il mondo

di Stefano Cecconi

“La povertà è la più funesta delle malattie”. La dichiarazione, che non lascia spazio a dubbi, è dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Salute. Si riferisce ai molteplici danni prodotti dalla povertà dovuti ai cosiddetti determinanti sociali ed economici di salute: scarsa istruzione, redditi bassi, disoccupazione o lavoro povero e precario, abitazioni e ambienti insalubri, contesti sociali difficili; e quindi denutrizione, malnutrizione, stili e condizioni di vita nocivi per la salute (che ricordiamo, riguarda la sfera fisica, psichica e sociale di un individuo).

I poveri si ammalano di più, i poveri vivono di meno: è storia nota, raccontata mirabilmente da Dickens, Zola, e descritta, qui in Italia alla fine degli anni sessanta, dagli scenari epidemiologici di Giulio Alberto Maccacaro e di Giovanni Berlinguer. La povertà è patogena non solo per ciò che provoca ma anche per ciò che impedisce: ad esempio ostacola l’accesso a cure sanitarie essenziali, come i farmaci e i vaccini. Cure e vaccini che possono salvare, o condannare, milioni di vite umane.

È il caso, oggi, della pandemia da Covid-19, per combattere la quale, in tutto il mondo, si è scatenata (e meno male!) una formidabile gara tra le imprese farmaceutiche per la produzione e la distribuzione di vaccini.

In Italia, e nei Paesi più ricchi, è persino iniziata una campagna di vaccinazione di massa che, seppure tra non pochi ritardi, dubbi sull’effettiva efficacia e contraddizioni sulle modalità di attuazione del piano vaccini, se non altro apre alla speranza di superare prima possibile questa emergenza. Ma, a proposito di povertà e salute, sappiamo che milioni di donne e uomini, adulti e bambini, nei Paesi poveri, rischiano di essere esclusi dalla possibilità di vaccinarsi. Quindi rischiano di ammalarsi e di morire perché a casa loro l’acquisto e quindi l’accesso al vaccino è più difficile, se non impossibile. Si tratta di una situazione inaccettabile che nega un diritto fondamentale.

Ecco perché la Cgil ha deciso di promuovere e sostenere l’Ice con la Petizione Europea “Tutti hanno diritto alla protezione da Covid19: nessun profitto sulla pandemia” che vuole raccogliere un milione di firme (in Italia l’obiettivo è 180mila) per essere sicuri che la Commissione europea faccia tutto quanto in suo potere per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte. Per fare in modo che ricerca e tecnologie siano condivise in tutto il mondo. Per evitare che un’azienda privata possa decidere chi ha accesso a vaccini o a farmaci e a quale prezzo. Per impedire che sui brevetti per i farmaci essenziali vi sia il controllo monopolistico delle grandi aziende farmaceutiche. Per impedire che vengano privatizzate tecnologie sanitarie fondamentali, tanto più spesso finanziate con risorse pubbliche. Insomma, le grandi aziende farmaceutiche non devono avere profitti sfruttando questa pandemia a scapito della salute delle persone.

Fin qui abbiamo parlato di affermare un diritto negato: quello di ogni essere umano di poter accedere liberamente al vaccino. Ma, paradossalmente, dove il vaccino è già disponibile, la discussione è se renderlo un obbligo.

La vaccinazione può, e deve, essere resa obbligatoria? Non è cosa facile, perché la nostra Costituzione (art. 32 secondo comma) vieta il Trattamento Sanitario Obbligatorio: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Il Tso si è dovuto disciplinare con la legge 180 nel 1978, che ha chiuso i manicomi, limitandone rigorosamente la possibilità e disciplinando le garanzie per i cittadini.

Forse questa discussione si spegnerà, perché l’adesione al vaccino sarà alta, rispondente a quel senso di responsabilità che anche la Cgil ha indicato nel suo Appello “Vaccinarsi è un atto di responsabilità”. Ci auguriamo quindi che l’adesione alla vaccinazione, e il suo effetto, sarà sufficiente a produrre il tasso di immunità atteso. Ma stiamo parlando dell’Italia: in altre parti del mondo rischia di succedere il contrario, semplicemente perché il vaccino non è considerato un diritto, ma una merce.

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

Ruolo pubblico, energie rinnovabili, economia circolare

di Maurizio Brotini

La crisi di governo non deve mettere in secondo piano questioni cruciali come la transizione energetica, e un nuovo ruolo pubblico nell’economia.

La crisi di governo – mentre scriviamo non ne conosciamo ancora sviluppi ed esiti – non deve mettere in secondo piano questioni cruciali come la transizione energetica e un nuovo, rinnovato ruolo pubblico nell’economia, a partire dai servizi pubblici locali, i monopoli naturali, e le reti e infrastrutture come le autostrade, per arrivare alla fibra digitale.

I monopoli naturali privatizzati favoriscono le rendite parassitarie, oltre a non essere messi al servizio degli interessi generali, come ogni manuale di macroeconomia mainstream recita.

La transizione energetica – con il superamento delle energie fossili a favore delle rinnovabili – è una necessità sul piano ambientale e uno stimolo alle aziende, in gran parte a partecipazione pubblica, che insistono sul settore a investire anche nel nostro Paese in energia rinnovabile.

Destinare – oggi – troppe risorse ad investimenti sul gas pregiudica oggettivamente la possibilità di una reale ed effettiva decarbonizzazione, così come il ricorso all’idrogeno blu anziché verde è una contraddizione in termini. Il piano energetico europeo non è adeguato alla crisi climatica, il piano italiano è ancor più arretrato, e c’è chi propone e sostiene che bisognerebbe rallentare nella transizione, perché il nostro sistema non sarebbe “pronto”. Sarà pronto se verrà spronato, non se detterà i tempi ed i modi della transizione.

La causa del cattivo stato di quella che è comunque la seconda (forse la terza) potenza industriale e manifatturiera europea non risiede in primo luogo nel costo dell’energia, ma nel peso della rendita immobiliare e finanziaria, e nell’abbandono di politiche industriali a favore di una terziarizzazione povera nei settori del turismo, della ristorazione e del commercio. Dalla svendita del patrimonio industriale delle partecipazioni statali, dall’apologia del Mercato contro lo Stato.

Non bisogna essere accomodanti sui tempi proposti in maniera allungata dai settori energivori, ma spingere per costringere all’innovazione non solo di processo ma soprattutto di prodotto. Lo sosteneva già lo stesso Palmiro Togliatti nel suo “Ceti medi ed Emilia rossa” che è il conflitto il motore dello sviluppo.

Occorre dunque ri-orientare le produzioni non alle sole esportazioni ma a favore del mercato interno, ampliarlo attraverso la crescita del perimetro pubblico che garantisce competenze tecnico-gestionali e stabilizza i consumi, assieme alla rivalutazione delle pensioni ed aumenti salariali. Contestualmente a ricreare lo spazio per politiche industriali autocentrante occorre sviluppare la presenza dello Stato e del sistema delle autonomie locali nei settori strategici, a partire dai servizi pubblici locali. E’ inaccettabile e in contrasto con politiche economiche keynesian-programmatorie l’ulteriore ampliamento del ruolo delle quotazioni in borsa di questi ultimi, sul modello delle esistenti multiutility, oltre al mancato rispetto dell’esito del referendum sulla ripubblicizzazione del servizio idrico.

Gli investimenti in energie rinnovabili, dunque, non sono in contrasto con un sistema industriale e manifatturiero di qualità, anzi. Sono intrecciate nella costruzione di un ormai non più rinviabile modello di sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile. E per evitare che il conflitto capitale-lavoro-ambiente si scarichi tutto sul fattore lavoro, è necessario prevedere un super ammortizzatore sociale per la transizione green.

Bisogna poi come Cgil cogliere e stare dentro lo spirito del tempo, che vede le questioni ambientali, per la pesantezza della crisi climatica, al centro della discussione pubblica e terreno di feconda mobilitazione delle giovani generazioni. Oltre che questioni più complessive di ridisegno del quadro politico che questa crisi di governo ci consegnerà, bisogna tenere ben dritta la barra come Cgil con la necessità di risposte nette e radicali che il quadro sociale e ambientale impone.

Siamo chiamati ad una nuova stagione dove misurare autonomia dal quadro politico, radicalità inclusiva della proposta e necessità di mobilitazione. Al netto delle necessarie ed opportune accortezze, al commissariamento della politica che è sotteso alla discussione sul possibile governo “dei migliori” non può accompagnarsi una fase di rassegnata apatia sociale. Mai come oggi radicalità delle proposte, a partire dalle scelte di politica energetica e di una riconversione circolare e green dell’economia, deve andare di pari passo con il protagonismo dei lavoratori e dei movimenti.

 

 

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

The Great Reset: una nuova rivoluzione passiva

di Germinello Preterossi (da http://www.lafionda.org)

Da un po’ di tempo si sente parlare di Great Reset. Che non si tratti di un’invenzione di complottisti, da liquidare con autocompiacimento, lo testimonia il fatto che al tema è stato dedicato di recente un libro, di cui è autore, insieme a Thierry Malleret, Klaus Schwab, non proprio l’ultimo scappato di casa, visto che ha fondato il World Economic Forum di Davos (di cui è attualmente direttore esecutivo), cioè il “club” che raccoglie i più ricchi e potenti del mondo. “Great Reset” è, non a caso, il tema del convegno annuale di Davos appena concluso (svoltosi quest’anno rigorosamente da remoto). Al progetto, il Time ha dedicato qualche mese fa la sua copertina. Ma cosa si intende, precisamente, con questa parola d’ordine? Se leggiamo il libro di Schwab e Malleret, nonché i contributi da tempo presenti sul tema, sul sito del Forum e altrove, possiamo farcene qualche idea, non proprio rassicurante.

L’impressione è che si tratti di una grande operazione di controffensiva egemonica, rispetto ai movimenti di protesta anti-establishment cresciuti nell’ultimo decennio, per effetto del crollo finanziario del 2008, e alla crisi di consenso che ha investito il finanzcapitalismo e la globalizzazione, producendo un disallineamento tra masse e rappresentanza politica. Per certi aspetti, è un’operazione ideologica preventiva, volta cioè a evitare che dalla pandemia sorgano ricette e sensibilità che recuperino sul serio la centralità dello Stato e della politica nella loro autonomia, rimettendo in campo il conflitto sociale e politiche di programmazione in grado non solo di redistribuire, limando i profitti, ma anche di orientare a fini pubblici, collettivi, l’economia, all’insegna ad esempio dei principi del costituzionalismo sociale e democratico. Se di un riorientamento c’è bisogno, per gli oligarchi di Davos questo dovrà essere realizzato dal capitalismo stesso, cioè da coloro che hanno prodotto il disastro. Con una sorta di illusionistico falso movimento, mettendosi quasi all’opposizione dell’esistente, si tratta di sfruttare l’occasione della pandemia per immunizzare il potere assolutistico del capitale da qualsiasi reale cambiamento che provenga dal basso e rappresenti un’alternativa organizzata: per far questo, però, occorre mutare narrativa, fingere di liquidare il neoliberismo, per salvare e rilanciare il capitalismo (il cui nucleo di potere neoliberale resta però intatto), potenziandone le possibilità di dominio. Quel dominio delle menti, annunciato dallo slogan thatcheriano sulle anime come posta in gioco della politica (neoliberale), si spinge fino al progetto smisurato di un controllo totale, algoritmico, sulle vite, il cui residuo di differenza e autonomia deve essere azzerato o perlomeno neutralizzato con modalità automatiche. Si può anche, trasformisticamente, fingere di andare incontro a dei bisogni di inclusione (personali, si badi, non in quanto sfida politica collettiva), all’esigenza di una maggiore salvaguardia dell’ambiente, perché nulla cambi. Anzi, perché l’idea stessa di un’eccedenza politico-antropologica sia scongiurata per sempre, attraverso la codificazione algoritmica, ingegneristica della passivizzazione. Mai più conflitto. Socialità ridotta al minimo. Distruzione delle piccole e medie imprese, delle tradizioni storiche, delle differenze. Fine dell’autonomia (politica, economica, culturale) dell’umano. Cioè della libertà. La sinistra “uguaglianza” che ne deriverebbe non avrebbe nulla a che fare con l’uguale libertà della Rivoluzione francese, con la “pari dignità sociale” sancita dalla nostra Costituzione, ma con l’omologazione intuita da Pasolini e il feroce conformismo coatto immaginato da Orwell. Il tutto condito, non a caso, da una retorica fatua del bene comune, del green, dell’inclusione (la neolingua esenta dalla coerenza e può mistificare qualsiasi situazione, facendola apparire come il contrario di quella che effettivamente è). Un classico schema da rivoluzione passiva, spinto all’eccesso grazie ai mezzi tecnologici oggi disponibili: raccogliere alcune istanze prospettate da una crisi sistemica (in questo caso, di protezione sociale e sanitaria), distorcerle in vista degli interessi dominanti, costruire una narrazione ideologica che supporti tale operazione in modo da imporre una nuova egemonia culturale, un orizzonte di impensabilità di alternative, che giustifichi anche i prezzi umani e sociali del Reset. Cogliere l’opportunità della crisi, liberandosi dalle proprie responsabilità, occultandole (il neoliberismo sembra diventato il figlio di nessuno), rimanere alla plancia di comando e da lì scaricare sui più una nuova feroce ristrutturazione del capitalismo, spacciandola per “Grande Cambiamento”. Stavolta la posta in gioco è antropologica. Perché l’obiettivo è l’anti-società del post-umano. Che questo comporti lo sgretolamento delle premesse stesse della libertà, e della lotta per essa, agli architetti della finanza globalista e post-politica pare irrilevante. Che le mosche cocchiere si annidino soprattutto nel progressismo liberal fa tristezza, ma è rivelativo. Al posto del sol dell’avvenire, l’euro e il covid 19. E i giganti del web, i social perbenisti e l’e-commerce, con il carico di disillusione orizzontalista e nuovo autoritarismo privatistico, quietismo acritico e potere indiretto senza controllo e irresponsabile che questo inedito “blocco storico” gassoso comporta. Alle origini della modernità, le potestates indirectae che fomentavano le guerre di religione furono sconfitte: dallo Stato moderno, che rivendicò l’autonomia del “politico”. Oggi come possiamo contrastare il potere distruttivo e nichilistico di questi giganti, non con generici appelli a un ineffettuale e opaco globalismo giuridico, ma con un’azione culturale e politica consapevole, critica, realistica? Nell’aprile del 2018 la rivista francese Le Nouveau Magazine Littéraire denunciava la delirante distopia della “dottrina gafa” (cioè dei giganti del web): distruggere lo Stato, abolire la vita privata, negare la morte. La sacralizzazione della tecnologia digitale apre la strada al più insidioso nichilismo. Solo con un “grande risveglio” delle coscienze possiamo nutrire la speranza di contrastarlo.

Capiamo dunque meglio in cosa consista questo Reset, e i rischi incalcolabili che serba. Come riconoscono gli stessi fautori, non è l’invenzione di qualcosa di totalmente nuovo, ma l’accelerazione di processi e tendenze già in atto, rispetto alle cui conseguenze sociali, però, la larga maggioranza delle persone avrebbe fatto resistenza. Il covid 19 è stata l’occasione per fiaccare questa resistenza imponendo un adattamento (resilienza). Anzi, l’accelerazione in nome dell’emergenza è stata tale che ha impedito un serio dibattito e una reazione organizzata. Quali sono le conseguenze sociali? Si starebbe affermando una “nuova normalità”, che se capitalizzata può essere la nuova configurazione rituale del culto del capitale (l’ultima stazione del “capitalismo come religione” teorizzato da Benjamin?). Una “normalità” fatta di distanziamento sociale (molte persone desidereranno avere rapporti sociali ridotti al minimo, vivendo murati, “al sicuro” nella propria casa, purché “connessi”, secondo i profeti di Davos); lavoro in smart working, che per i più non sarà per nulla smart, ma  decreterà la fine del lavoro come fatto sociale collettivo, il controllo algoritmico e l’assoluta fungibilità del lavoratore, uno sfruttamento talmente intenso, capillare e automatico da non essere neppure contrastabile in una dialettica sociale regolata dal diritto del lavoro (che di fatto ne risulterebbe abolito). Il tutto condito con l’elogio della resilienza, come ideologia dell’adattamento subalterno, contro il conflitto e la resistenza. L’importante è che non ci si ponga mai una domanda sull’augurabilità, la giustizia di questi cambiamenti, e su chi ne trae vantaggi (i giganti dell’e-commerce e della tecnologia digitale, con i loro tentacoli finanziari). Né tanto meno sulle conseguenze per la vita sociale e la stessa democrazia. Finiranno tante attività economiche, artistiche, culturali, ci sarà un impoverimento aberrante, materiale e spirituale? È il prezzo del cambiamento, bellezza! Non c’è alternativa, appunto. La compensazione moralistica della distopia di Davos sarà assicurata da una bella dose di “politicamente corretto”, senza mai citare, ovviamente, né mettere in questione le cause strutturali dei problemi ambientali e dell’esclusione sociale, dei disastri sanitari (ormai anche in Occidente) e dell’abbandono dell’Africa a logiche di puro sfruttamento intensivo, dell’ingovernabilità globale e dell’esplodere delle disuguaglianze. Il capolavoro del Great Reset sarà cioè l’occultamento maniacale delle logiche estrattive del capitalismo finanziario e degli effetti della demolizione dello Stato sociale democratico che proprio i guru di Davos hanno predicato, e imposto grazie ai loro accoliti politici e mediatici, per decenni. Un delitto perfetto.

Dal punto di vista antropologico, la digitalizzazione delle relazioni umane, che viene presentata come una straordinaria opportunità, è l’apice del delirio anti-umanistico dei “guardiani” del nichilismo in atto. Possibile che la Chiesa, che pure dovrebbe ben conoscere la necessità del “freno”, e la cultura laica che ha riflettuto sul tema del katéchon, non colga – tranne rare eccezioni – il pericolo esiziale cui siamo esposti? Nella mia esperienza, sono i semplici, le persone impegnate in attività concrete, che vivono una vita reale, ad essere più consapevoli della distruzione in atto, forse perché avvertono che uno dei fini della grande trasformazione è proprio quello di spazzarli via, e perché ancora non hanno perso consapevolezza della vita incarnata. Gli intellettuali, in particolare quelli che si autodefiniscono “progressisti”, o sono ciechi o già conquistati al dominio dell’iniquità. Naturalmente, lo ribadisco, esistono preziose eccezioni: semi di pensiero critico e resistenza, da coltivare con cura.

Ribadiamolo, fissiamolo bene in mente, per non cadere nella trappola: in concreto, Great Reset significa ulteriore inferiorizzazione e privatizzazione integrale del lavoro, diffusione sistematica e capillare dell’e-commerce che distruggerà economie vitali, lavoro autonomo e culture materiali, cospicua riduzione delle relazioni amicali e comunitarie, sostanziale tramonto delle attività culturali e artistiche dal vivo, in presenza (cioè vere). Siamo ancora in tempo per chiederci quale sia il senso ultimo di tutto ciò, e se lo vogliamo davvero. Per chiarire quale sia la reale posta in gioco, in termini di rapporti di potere e di possibilità di riconoscerci ancora nella vita che viviamo. ll totalitarismo pandemico dal volto mellifluo in stile Davos e Silicon Valley non è niente altro che la risposta del neoliberismo, incattivato, alla sua crisi di legittimazione, effetto dei disastri che esso stesso ha prodotto. La speranza è che schiacciare le forme di vita incarnate non sia così facile, che ci sia, ancora, una refrattarietà alla normalizzazione dell’anti-socialità, alla pretesa di ingegnerizzare la negazione dell’umano. La vita è altrove. Certamente non a Davos. Prepariamoci a custodirla, con la coscienza affilata, come monaci, o partigiani.

 

FONTE: https://www.lafionda.org/2021/02/01/the-great-reset-una-nuova-rivoluzione-passiva/

Ilaria Agostini: riacquisire il potere collettivo di gestione del territorio sottraendolo alla rendita immobiliare e finanziaria

Il Coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, riceve dall’amica e collaboratrice, Prof.ssa Ilaria Agostini, docente di Urbanistica all’Università di Bologna, questo interessante contributo, riportato di seguito, in merito alle politiche di gestione del territorio, argomento oggetto della sua ultima pubblicazione “Tra territorio e politica: l’urbanistica. Argomenti per una sua reinvenzione” edita da Deriveapprodi.

Nel saggio, la prof.ssa Agostini, denunciando l’assoggettamento della pianificazione territoriali agli interessi della lobby degli immobiliaristi e dei gruppi finanziari che vi investono a scopi speculativi e di estrazione di rendita (anche in questo caso si può definire estrattivismo), analizza la mutazione genetica della Scienza Urbanistica da disciplina al servizio dei bisogni e delle aspettative della popolazione, in strumento delle strategie di profitto da parte delle imprese di costruzioni e del grande capitale, sempre più in veste finanziaria.

Il ruolo della disciplina, elemento di congiunzione fra territorio e politica, viene analizzato nei suoi aspetti “degenerativi” attraverso 6 distinti ambiti di riflessione che conducono il lettore alla riflessione finale sulle strategie da perseguire affinché i ceti popolari possano riappropriarsi dell’effettivo potere di pianificazione del territorio e degli spazi urbani, sottraendolo agli appetiti del profitto e della rendita. Continua a leggere

DAVOS-2021: La fase riflessiva del capitalismo. L’intervento di Vladimir Putin (VIDEO)

https://zen.yandex.ru/media/id/5ed8714a27fb6c647cd4e4dc/intervento-di-putin-a-davos-6011a0e08b595f6198c00879

(Traduzione in Italiano di Mark Bernardini – post su Facebook)

DAVOS-2021: La fase riflessiva del capitalismo. L’intervento di Emanuel Macron

Traduzione di Gianfranco Causapruna della trascrizione dell’intervento del presidente della repubblica francese, Emanuel Macron, al forum economico di Davos, come pubblicato sul sito dell’Eliseo.

 

Emanuel Macron:
Buongiorno professor SCHWAB, anch’io sono molto felice di rivederla in tale occasione, anzi grazie per aver organizzato queste riunioni che, credo, sono ancora più importanti in questo periodo.

Vorrei esaminare i rapporti tra il mondo che conosciamo oggi e il mondo che verrà. Primo, perché in tutti i nostri paesi le società stanno cambiando a causa delle prove che stiamo vivendo. E penso che abbiamo alcune lezioni da imparare da quello che abbiamo vissuto tutti insieme da poco più di un anno, e che continuerà, lo sappiamo, per altri mesi o, alcuni così ci dicono, per anni. In ogni caso, con la presenza più o meno importante di questo virus. Continua a leggere

DOPO COVID-19

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