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PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Pubblichiamo due interventi, il primo di Luciano Neri e il secondo di  Mario Capanna, a sostegno della campagna per l’ istituzione del Parlamento Mondiale, lanciato dal Laboratorio istituito in collaborazione dalle Università della Calabria (Rende-Cosenza) e dall’Università dell’Insubria (Varese) .

“Il Laboratorio per l’istituzione del Parlamento Mondiale nasce dalla collaborazione tra il Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria e il Dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate dell’Università dell’Insubria di Varese, e vede impegnati studiosi di diversa formazione (filosofi, storici, scienziati della politica, sociologi, analisti internazionali, economisti, diplomatici, educatori…), non esclusivamente accademici. Inoltre si avvale della collaborazione decisiva di studenti universitari e medi-superiori, attivisti e persone interessate alle possibili risposte politiche, istituzionali e di pensiero che siamo oggi obbligati a ricercare e promuovere di fronte alle criticità che investono l’intero pianeta, alla crisi delle democrazie e al venir meno dell’Onu, dell’impianto istituzionale e di diritto internazionale costruito nella fase immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale.

Il Laboratorio è al tempo stesso il proseguimento del lavoro svolto per un decennio in seno all’Università della Calabria e portato avanti, tra gli altri, con un questionario che è stato inviato a studenti universitari di 41 Paesi di ogni continente.

Il progetto ha come obbiettivo quello di costituire entro il 2021 il Centro Interuniversitario per l’Istituzione del Parlamento Mondiale del quale possono entrare a far parte a pieno titolo altre sedi universitarie, istituzioni internazionali, associazioni e Centri Studi culturali e politici, oltre a singoli soggetti studiosi e/o attivisti interessati alla costituzione di un Consesso planetario e alla elaborazione di un nuovo pensiero che lo sorregga.

La crisi ambientale su scala planetaria, le sperequazioni sociali ed economiche, la finanza transazionale che divora le istituzioni e la politica, l’indigenza, i conflitti bellici, la corsa agli armamenti convenzionali e nucleari, le migrazioni, il rispetto e la tutela dei diritti in conformità alle Dichiarazioni universali, l’istruzione, lo sviluppo tecnologico etc., sono temi che evidenziano la crisi irreversibile dei modelli e delle istituzioni internazionali precedenti, la crisi delle stesse democrazie, il collasso di un mondo che muore mentre quello nuovo stenta a nascere. L’umanità di oggi si trova in questo interregno nel quale possono concretizzarsi pericoli enormi: dalle guerre su larga scala a degenerazioni climatiche e ambientali irreversibili. Non può esistere, né resistere nel tempo, un potere che mantiene e aumenta la forza coercitiva dopo aver perso legittimità e consenso.

È questo orizzonte dei problemi (abbiamo bisogno di “mondiologhi” diceva lo scrittore Ernesto Sabàto), queste criticità e queste urgenze che motivano la costituzione del Laboratorio per il Parlamento Mondiale, che spingono all’analisi, alla riflessione, allo studio, alla ricerca, alla relazione per far emergere su scala globale istituzioni nuove (come il Parlamento Mondiale), sorrette da un nuovo pensiero. Una proposta che parte dal dato di fatto che nessuna potenza oggi è in grado di costruire e rappresentare il nuovo centro dell’ordine mondiale. Una proposta che vuole avere il rigore e il coraggio di cimentarsi con la complessità di un mondo che, se vogliamo affrontare le sfide che abbiamo di fronte, inevitabilmente potrà essere solo multilaterale e policentrico.

Da gennaio a maggio 2021 il Laboratorio realizzerà un nuovo sondaggio in sedi universitarie di almeno 100 Paesi del pianeta, ricorrendo alla disponibilità e alla collaborazione di istituzioni pubbliche e private di varia natura: dai Ministeri degli Esteri alle Ambasciate, dai Consolati agli Istituti di Cultura, dalle Università ad Associazioni educative, culturali, sociali e politiche.”

Prof. Romolo Perrotta


 

Per partecipare all’iniziativa sono stati predisposti dei questionari on line in diverse lingue che possono essere compilati ai seguenti indirizzi:

ITALIANO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScPi34g7mz4n7EUby6p3KVbTJEJqeGuDhElKUTS3fOqa7VRbw/viewform?usp=sf_link

SPAGNOLO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSc1htERhbF01rUELuUHj7yajy4cIFP9W4wDunoWIlMbpEO6JA/viewform?usp=sf_link

INGLESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSefvIqBiK4ZAtr3hq8CqPgdqEjVMLKK-A0R0b3VLOcEGQlUnw/viewform?usp=sf_link

FRANCESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScZ-2SeJIXFuWlMho1XBXXJ94gXXqqh7SnLIxwv4AbJxxVlMg/viewform?usp=sf_link

TEDESCO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeYkccfHyIOFR7qoudEOiOKxyo9q6U-sb6ugOaeOK5Mii02CA/viewform?usp=sf_link

Per contatti:

Luciano Neri, presidente@cenri.it – Romolo Perrotta, perrottaromolo@gmail.com


 

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Abbiamo bisogno dei mondiologhi

Ernesto Sabato

Da anni oramai, nei diversi continenti e a tutti i livelli, si è sviluppato un dibattito sul tema dell’evaporazione del diritto internazionale e degli organismi deputati a farlo rispettare. Alcuni hanno avanzato la proposta dii un Parlamento Mondiale come risposta possibile ai pericoli che minacciano la Terra. Le emergenze climatiche e ambientali, le guerre in corso e quelle che rischiano di esplodere, il rischio nucleare, la crisi delle democrazie, il collasso dell’Onu, le violazioni sistematiche delle norme del diritto internazionale, il potere incontrollato delle grandi trasnazionali, rendono oggi quella proposta non solo necessaria ma anche più urgente. Una proposta che, comunque la si pensi, è all’altezza della sfida imposta dalle trasformazioni profonde, regressive, con tratti neofeudali, introdotte in questi decenni nel sistema politico, istituzionale, economico e giuridico internazionale. Decenni nei quali sono deflagrati, o maturati nelle loro forme più tragiche e impunite, conflitti devastanti e guerre in quasi tutti i continenti, dalla Libia all’Iraq, dall’Ucraina alla Siria, dallo Yemen alla Somalia, dalla Nigeria all’intero centro Africa. Non ci sono state transizioni democratiche ma decine di colpi di stato, o di tentati: dall’Egitto alla Bolivia, dall’Honduras alla Thailandia, dal Paraguay alla Turchia, dall’Ucraina alla Birmania. Oltre 20 nel solo continente africano. Tutte le crisi, economica, sociale, climatica, sanitaria, migratoria, alimentare, della democrazia e belliche si stanno sommando rischiando di portare la condizione esistenziali degli umani ad un inedito livello di criticità. Gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF (Intermedie – Range Nuclear Forces) con la Russia firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov per mettere al bando i missili a raggio intermedio. Così come si sono ritirati dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato nel 2015 dai Paesi del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania. Come risposta Teheran ha aumentato al 20% l’arricchimento dell’uranio dichiarando contestualmente di essere in condizione di raggiungere “facilmente” il 90% di arricchimento, soglia che consente la produzione dell’atomica. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna soprattutto, e per reazione anche le altre potenze, hanno approvato miliardari piani di potenziamento delle armi atomiche. Il Comitato per le minacce ad alto rischio dell’Onu, assieme ai più qualificati studiosi di strategie nucleari, come ad esempio l’ex segretario della Difesa degli Stati Uniti, William Perry, considerano “la probabilità di una catastrofe nucleare più elevata oggi che non negli anni della guerra fredda”, quando la catastrofe fu più volte sfiorata ed evitata per un nulla.

La proposta del Parlamento Mondiale è importante perché impone una riflessione sui cambiamenti strutturali a livello globale intervenuti negli ultimi trenta anni. Viviamo in un tempo nel quale, come diceva Gramsci, il passato non c’è più e il nuovo stenta a nascere. Un limbo nel quale possono prendere corpo gli accadimenti più pericolosi. Il vecchio sistema capitalistico, fondato sulla produzione di beni da parte di lavoratori compensata con un salario da parte dei padroni delle imprese, si è in questi ultimi decenni involuto in un neoliberismo finanziario incontrollato e incontrollabile, fondato sulla speculazione a discapito della produzione, per poi degenerare nel sistema neofeudale – liberista nel quale siamo immersi oggi. Un sistema nel quale, assieme all’uso degli strumenti di controllo e di comando più sofisticati, emergono diffusamente pratiche e figure di feudatari e di servi della gleba, nella società e nella rete, ambito nel quale sono più evidenti i processi di feudalizzazione in corso, con pochi sovrani (ricchissimi) e tanti servi della gleba (sempre più poveri, di pane, di lavoro, di diritti, di conoscenza). Il dominio dei pochi che hanno tutto viene esercitato esclusivamente attraverso la forza, usata o minacciata contro nemici o per riallineare amici dubbiosi. Lo storico equilibrio tra apparato produttivo, apparato finanziario e politica è saltato. L’apparato finanziario è cresciuto a dismisura, si è ipertrofizzato ed ha mangiato sia l’apparato produttivo che la politica. Oggi sono le multinazionali, le grandi trasnazionali bancarie e finanziarie a dettare le priorità alla politica, a nominare i governi, ad eleggere i Parlamenti, i Presidenti dello Stato e dei consigli di amministrazione. Mai come oggi, per usare una frase di John Dewey, la politica è l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici. Gli effetti perversi determinati dal neofeudalesimo – liberista sono in tutta evidenza rappresentati dal dato delle borse che, nella prima fase, in piena pandemia, sono cresciute mediamente del 9 – 12%, mentre il Pil europeo precipitava dell’8 – 10%. La traduzione è che con la crisi economica, con la disoccupazione, con la sofferenza sociale e umana, il sistema neofeudale, le multinazionali, i grandi gruppi bancari transazionali e le società del settore finanziario speculativo ci guadagnano. La sofferenza delle persone e il crollo dell’economia reale costituiscono per questi settori un investimento, la principale fonte di arricchimento. Delle migliaia di miliardi di dollari movimentati in tempo reale ogni giorno per via telematica, il 95% – (il 95%) – è finalizzato alla speculazione, nel perverso gioco degli arbitraggi e dei differenti tassi di interesse. Solo il 5% – (il 5%) – è il prodotto di transazioni economiche reali per l’acquisto, ad esempio, di materie prime, derrate alimentari, medicinali, macchinari agricoli ecc. (fonte Onu). Nel loro insieme Amazon, Facebook, Apple, Google, Microsoft, valgono (esclusi Stati Uniti, Cina, Germania e Giappone) più di tutti i Paesi del mondo messi insieme. Una condizione, quella dell’epoca contemporanea, del tutto simile a quella descritta da Marx con la metafora sul ruolo del mulino nel passaggio all’era industriale. I contadini erano costretti a macinare il grano nel mulino del loro signore, servizio per il quale dovevano pagare. Non solo dunque lavoravano terre che non possedevano, ma vivevano in condizioni nelle quali il feudatario era, come afferma Marx, “signore e padrone del processo di produzione e dell’intera vita sociale”. Nel neofeudalesimo contemporaneo le piattaforme digitali sono i nuovi mulini, i loro proprietari miliardari sono i nuovi signori feudali, le migliaia di lavoratori e i miliardi di utenti i nuovi servi della gleba. E’ questa la grande differenza tra il capitalista, il cui profitto è il risultato del valore aggiunto generato dai lavoratori salariati con la produzione di beni, dal signore feudale che trae profitto dal monopolio, dalla coercizione e dalle concessioni. Una nuova articolazione del potere a livello globale caratterizzata dalla sudditanza totale dei governi a queste poche e immense aziende alle quali tutto viene concesso, persino il diritto di non pagare le tasse. Un livello inedito di concentrazione di poteri e di ricchezze tali minare alla radice le regole, i principi ed i valori dei sistemi liberaldemocratici. Il neofeudalesimo liberista è oggi il nemico principale della democrazia liberale.

La proposta del Parlamento Mondiale trova naturale legittimazione anche nella crisi strutturale dell’Onu e del sistema di norme internazionali costruito nel periodo post bellico dalle potenze vincitrici. Crisi che è conseguenza di un processo di cannibalizzazione, di delegittimazione e di smantellamento del “sistema Onu” da parte dei propri creatori. Una costante degli ultimi decenni, una pratica indispensabile per un sistema di potere che si nutre di forza, non di diritto. Ormai è un coro quasi unanime a ripetere che l’Onu non è più lo strumento adeguato per garantire la sua stessa mission fondativa: mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Se mai lo è stato. Le finalità che ispirarono la fondazione dell’Onu non erano quelle di costruire pace e sicurezza attraverso un sistema di norme e di leggi giuste e organismi preposti a farle rispettare. La vera e comprensibile finalità, esplicitata nel preambolo della Carta stessa, era quella di tenere il mondo lontano dalla guerra che i firmatari avevano conosciuto con i due conflitti precedenti. Ma lo fecero con un impianto organizzativo esclusivamente funzionale al potere delle Nazioni vincitrici, e con un impianto normativo finalizzato ad impedire qualsiasi ruolo decisionale a tutte le altre Nazioni aderenti. L’Assemblea Generale dell’Onu come organismo autorevole e decisionale non è mai esistito. I suoi poteri sono nulli. Le uniche funzioni attribuite si limitano allo studio, alla raccomandazione e al suggerimento (Cap. IV, art.li 9/22 della Carta). Tutti i poteri sono attribuiti ai cinque membri del Consiglio di Sicurezza (art. 24 della Carta) che tutto possono decidere e su tutto possono mettere il veto. E d’altra parte, come potrebbero i cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza essere i soggetti che salvaguardano la pace e la sicurezza di un mondo nel quale non c’è guerra della quale essi stessi non siano responsabili o nella quale non siano coinvolti ? Come può il Consiglio di Sicurezza dell’Onu tutelare la pace e la sicurezza se i suoi stessi componenti sono i principali fabbricanti e venditori di armi del mondo? A certificare l’inconsistenza dell’Onu, ormai, sono gli stessi protagonisti, senza neppure nasconderlo. “ Le Nazioni Unite non esistono – afferma l’ex ambasciatore all’Onu di Bush ed ex Consigliere per la Sicurezza di Trump, John Bolton – gli Stati Uniti decidono e le Nazioni Unite devono seguire; se agire secondo gli indirizzi dell’Onu risponde ai nostri interessi, lo faremo, altrimenti no”.

La proposta del Parlamento Mondiale ci costringe ad abbandonare il pensiero menomato e antropocentrico occidentale, il mito della conquista della natura e quello dello sviluppo umano da realizzare attraverso lo sfruttamento del pianeta e delle persone. Il progetto del Parlamento Mondiale non è solo una necessaria proposta di istituzione globale, è anche una rivoluzione del pensiero. Ci costringe a fare i conti con le illusioni, con la nostra idea sottosviluppata di sviluppo, con quel falso infinito nel quale ci siamo buttati chiamandolo progresso, ignorando che è il sottosviluppo etico e intellettuale degli sviluppati, il nostro, a produrre lo sviluppo dei sottosviluppati. Cosa c’è di progressista, di logico, di intelligente nel pensare e praticare un progetto infinito in un pianeta finito? E’ il nostro pensiero menomato, la nostra razionalità illusoria che ci porta all’arroganza di non considerare i mondi “altri”, ad ignorare le virtù, i saperi e le ricchezze di popoli e culture millenarie che hanno inscritto nel loro sviluppo antropologico e nelle loro filosofie naturalistiche e panteiste i codici più civilizzati, fondati sulla considerazione della Madre Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e uniti in un destino comune. Un pensiero menomato e delirante che pensa possibile la continuità di un mondo nel quale l’1% possiede il 99% della ricchezza. A tal punto menomato da arrivare a riconoscere scientificamente solo qualche anno fa ciò che nel pensiero e nelle pratiche di tanti popoli è codificato e applicato da migliaia di anni. Come noto, in occidente il termine “antropocene”, come definizione dell’era geologica caratterizzata dal riconoscimento che le criticità del pianeta sono determinate dal comportamento umano, è entrato ufficialmente nel dibattito scientifico solo nel 2000, grazie al chimico premio nobel Paul Crutzen. Una teoria che per le indagini dalle quali parte e per le conclusioni alle quali arriva mette in discussione il nostro modo di pensare, di produrre e di consumare. Il nostro modo di vivere con e nella Madre Terra. Ma la riflessione sui movimenti tellurici che venivano prodotti dal comportamento umano sull’ambiente in realtà si era sviluppato molto prima, per tutta la seconda metà dell’800, ma quel termine, “antropocene”, non era mai stato riconosciuto e utilizzato, era stato cancellato per lasciare il posto al termine anestetizzato, del tutto inefficace, di Olocene. Ultima era del quaternario. Perché avvenne questa menomazione concettuale e scientifica? Perche l’Ordine Internazionale dei Geologi e i tecnici del tempo erano già al servizio della nascente industria estrattiva del petrolio e del carbone. L’asservimento ai poteri, lo stravolgimento dei saperi e il mercenariato delle cosiddette èlite tecnoscientifiche non è una caratteristica esclusiva dell’oggi. I processi di analfabetizzazione pianificata in questi trenta anni dal neoliberismo feudale stanno costringendo le popolazioni zombie dei Paesi occidentali a guardare la realtà dal buco della serratura, con un riduzionismo cognitivo e analitico fondato sulla cancellazione del resto del mondo. Del quale nulla sappiamo. E del quale non ci occupiamo né ci preoccupiamo. Non vediamo che una rivoluzione antropologica del pensiero su questi temi, un cambio di paradigma e un impegno conseguente lo stanno portando avanti in molti, risultato di consapevolezza e responsabilità. I popoli indigeni originari innanzitutto. E’ la Pachamama dei popoli indigeni dell’America Latina, è lo Shan dei nativi europei, è lo spiritualismo panteista dei nativi americani. Cambiano i nomi ma il significato resta lo stesso: la Madre Terra come essere vivente, che ha generato tutto ciò che esiste nel pianeta, che se ne prende cura e del quale noi umani a nostra volta dovremmo prenderci cura. So bene che questo concetto, apparentemente così semplice, è impossibile da comprendere se si concepisce il mondo sulla base del patologismo antropocentrico che pone l’uomo al centro del’universo, in un rapporto conflittuale con il pianeta e con il diritto di sfruttare tutto ciò che ha intorno, dalle risorse naturali agli animali. Ma il concetto di pianeta vivente, di Terra Madre della cosmologia indigena, di corpo vivo e complementare a tutti gli esseri, non è forse lo stesso che, magari partendo da punti di osservazione diversi e con articolazioni analitiche complementari, è stato sviluppato oggi da alcuni degli scienziati, degli economisti e degli intellettuali contemporanei più prestigiosi dell’occidente? Da Fritjof Capra a Ilya Prigogine, da Edgar Morin a Stéphane Hessel, da Zygmunt Bauman a Noam Chomsky, da Thomas Piketty a Joseph Stiglitz. Fino a leader religiosi come Papa Francesco e il Dalay Lama. Non è forse la filosofia indigena della Madre Terra quella che ritroviamo nell’eretica e meravigliosa enciclica “laudato si” di papa Francesco? Una riflessione talmente radicale e necessaria che interroga tutti, laici e religiosi, chiamandoli alla riflessione e, soprattutto, alla lotta. Partendo dal Cantico delle Creature, Bergoglio arriva alla Madre Terra, entità viva, titolare di diritti, riconoscendola come “…sorella con la quale condividiamo l’esistenza, madre bella che ci accoglie tra le sue braccia” (n. 1 – Laudato si). Partendo dal principio che tutto è connesso (n.138), Francesco condanna “l’antropocentrismo dispotico che non si interessa delle altre creature” (n.68). Un documento positivamente contaminato dalle culture indigeniste latinoamericane, rappresentate da leader nativi che Bergoglio, nell’indignazione dei settori confessionalmente arcaici e dogmaticamente clericali, ha voluto con sé in Vaticano in occasione del sinodo sull’Amazzonia. “Querida Amazzonia” rappresenta l’attualizzazione di un pensiero e il superamento, attraverso il rapporto con la laicità e con il naturalismo indigenista, dell’arcaicità antistorica della Genesi (“Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili” – Genesi 26). E ancora, quale è la differenza tra la millenaria filosofia indigena della Madre Terra viva, indivisibile e autoregolata con la analoga teoria di Gaia, che lo scienziato britannico James Lovelock elaborò e diffuse nel 1979 ? La teoria di Gaia, così la battezzò Lovelock, dandole lo stesso nome che i Greci avevano dato alla “Madre Terra”. Una teoria che considera il pianeta Terra un organismo biologico, un essere vivente capace di autoregolarsi e di mantenere le condizioni materiali necessarie per la vita sua e degli esseri che la abitano.

Se quello occidentale resta un modello di pensiero e di potere ristretto, nazionalistico, patriarcale e “patriottico”, quello indigenista ha un carattere universale (in quanto rivolto a tutto il pianeta e a tutti gli esseri) è “matriottico”, al femminile, consapevole della propria origine e rispettoso della Madre Terra genitrice, generosa e saggia. Un pensiero che non è rimasto confinato al filosofico o, come erroneamente pensano molti occidentali, al livello testimoniale di popoli marginali e in via di estinzione. Quel pensiero è stato ed è protagonista dei cambiamenti politici, culturali, istituzionali e costituzionali più innovativi degli ultimi decenni. Specialmente in America Latina. Le comunità indigene, che sono maggioranza o rappresentano larghe minoranze in molti Paesi, hanno recuperato la loro storia millenaria e sono diventati protagonisti di lotte, di governi e di un altro mondo possibile dopo il fallimento dei partiti progressisti e sviluppisti, a partire dal Pt di Lula in Brasile e dal Partito Socialista in Cile. Particolarmente significativa in questo senso è l’esperienza indigenista in Bolivia, un Paese storicamente segnato dai colpi di stato della minoranza (15%) bianca, ricca ed europea contro la maggioranza indigena (60%) rappresentata dalle 32 nazionalità originarie, tra le quali le due maggioritarie, Aymara e Quechua. Milioni di persone per 500 anni sono state tenute in condizioni di schiavitù e private dei diritti basici, dello stesso diritto di esistere come esseri umani. Fino a quando, nel 2006, dopo mesi di lotte i movimenti sociali e indigeni non hanno sconfitto i militari, imposto libere elezioni e conquistato il Parlamento e il governo. Evo Morales, Aymara della provincia del Chaparè, è stato il primo presidente indigeno boliviano ad essere eletto capo di stato in quell’area geografica a oltre 500 anni dalla conquista. E’ da quel momento che inizia l’altra storia, la primavera dei diritti e dell’emancipazione degli umili nel paese più militarizzato e povero dell’America latina. I saperi ancestrali non recuperano solo una storia identitaria che si riconosce con le lotte per l’indipendenza del XVIII° secolo e con icone rivoluzionarie anticoloniali come Tupak Katari e Tupak Amaru. Quei saperi, la filosofia della Pachamama, del “vivir bien” diventano la base politica e culturale delle conquiste civili, sociali, economiche e costituzionali che seguiranno. Negli anni successivi la Bolivia nazionalizza le risorse naturali ed energetiche, promuove programmi di sviluppo per i settori più umili fino ad allora esclusi, sconfigge la povertà estrema e l’analfabetismo, diventando il Paese dell’America Latina con la crescita annuale più alta e con il più alto indice di redistribuzione della ricchezza prodotta. Distribuisce le terre, bandisce gli organismi geneticamente modificati in agricoltura e avvia la realizzazione di banche del germoplasma per salvaguardare i semi originari. Ma il riconoscimento più forte dei diritti delle nazioni indigene arriva nel 2009 con l’approvazione della nuova Costituzione che consacra e istituisce lo “Stato Plurinazionale di Bolivia”, ampliando la nozione del diritto di cittadinanza con il riconoscimento delle “nazioni e popoli indigeni originari e contadini”. Viene ufficializzata la doppia bandiera, quella storica e la Whipala, la bandiera multicolore delle nazionalità indigene. Un processo che chiede allo Stato di adattarsi alla pluralità dei soggetti e delle esperienze storiche della sua gente. E’ stato un processo originale certamente difficile, non privo di difficoltà e contraddizioni, come comprensibile in un Paese nel quale non era mai esistita alcuna forma di organizzazione o rappresentanza politica effettiva, nessuna istituzione democratica, storicamente segnato da una oppressione brutale e da una povertà estrema. Ma la piccola Bolivia è diventata un esempio per tutta l’America Latina, e non solo. Nel 2010 Evo Morales ha presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra. Una sfida culturale coraggiosa che partendo dal riconoscimento della Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e correlati, ne riconosce i diritti e ne raccomanda il rispetto e la tutela. E se la Dichiarazione è ancora in discussione all’Onu, qualche effetto è riuscita a produrlo. E’ stata approvata da diverse città in America Latina e nel mondo, sta suscitando riflessioni, stimolando dibattito e creando coscienza. L’esempio della piccola Bolivia ci dice che immaginare e costruire realtà nuove è possibile anche nei contesti più difficili, e che pensare diversamente è una condizione vitale che accompagna i cambiamenti irrimandabili. Una rivoluzione paradigmatica e mentale più importante della rivoluzione copernicana. Se vogliamo uscire dall’età del ferro planetario nel quale siamo ancora immersi. Se vogliamo costruire una nuova umanità solidale che condivide un destino comune con la Terra e con tutti gli esseri che la abitano.

Luciano Neri


 

L’ASSISE DEI POPOLI

I problemi non possono essere risolti allo stesso

livello di pensiero che li ha generati.

(A. Einstein)

“Da millenni l’umanità non è esistita in quanto tale”, rifletteva tristemente l’uomo, e domandò: “Che pensi, potrà sopravvivere?”

La donna rispose: “Sì, se acquisirà quella coscienza di specie, per cui si riconosce come famiglia umana”…

“Altrimenti?”, chiese l’uomo.

“In caso contrario si estinguerà, e la natura ne sarà felice, risorgendo dopo le interminabili ferite subite”.

Attesa invano una replica, la donna proseguì: “Che iattura sarebbe, dato che noi siamo, fino a prova contraria, l’unica coscienza dell’universo!”

E aggiunse, prendendo per mano l’uomo: “Mettiamoci al lavoro!… Adesso, perché il tempo stringe”…

Un’Assise mondiale rappresentativa di tutti i popoli della Terra: è ciò che l’umanità non si è mai data nella sua travagliata storia millenaria. E i risultati sono di un’evidenza dirompente.

Il mondo sta bruciando.

Per i mutamenti climatici, per la ripresa compulsiva della corsa agli armamenti sia convenzionali che nucleari, per le guerre in atto – “la terza guerra mondiale a pezzi”, che è in corso, secondo le pertinenti parole di Papa Francesco – per le guerre commerciali quasi devastanti come quelle degli eserciti, per il predominio del profitto capitalistico che ci ha portato alla società dell’1 per cento: l’1 per cento dell’umanità possiede ricchezze e beni che superano quello del 99 per cento! Mai si era visto un accaparramento di risorse così concentrato.

Per l’insieme di questi fattori gli scienziati e i premi Nobel, che sovrintendono al Doomsday Clock – “l’Orologio dell’Apocalisse” – all’inizio del 2020, prima della pandemia del Coronavirus, hanno spostato le lancette a 100 secondi dalla mezzanotte, che simboleggia la fine del mondo.

Si tratta dell’orario più vicino al “giorno del giudizio” dal 1953 (anno dello sviluppo della bomba all’idrogeno da parte di Usa e Urss).

L’uomo contemporaneo è portato a non pensare a questo preoccupante orizzonte, imprigionato com’è in quel materialismo quotidiano da cui si lascia pervadere, alimentato da una sapiente (insipiente?) propaganda parcellizzata, che spezza, e frantuma di continuo, il quadro d’insieme del mondo.

Così i 7 miliardi e mezzo di donne e uomini, che compongono oggi l’umanità, sono indotti a non rendersi conto che, per continuare a vivere ai ritmi attuali, avrebbero bisogno di due pianeti, anziché dell’unico che abbiamo.

Si è giunti a questo punto – vicini al non ritorno – per lontane ragioni storiche e culturali.

Dalla fondazione delle prime città, all’incirca 5 mila anni fa, dapprima con le città-stato, poi con le nazioni e quindi con gli imperi, l’umanità si è concepita basata principalmente sulla divisione: divisione-separazione per etnie, per localismi, per interessi economici, per visioni religiose.

Una continua lotta per l’egemonia sfociata quasi sempre nella guerra, fino a quelle mondiali.

Non si pone sufficiente attenzione sul fatto che è con le prime città che nascono gli eserciti, le burocrazie, la guerra. Ma 5 mila anni sono un battito di ciglia nella storia.

E’ consolante rilevare che, per più del 90 per cento del tempo in cui l’uomo ha camminato eretto, il concetto di guerra era sconosciuto, come mostrano gli studi di etnologia comparata.

Dunque le attuali condizioni del mondo non sono il risultato di una presunta natura umana votata irreversibilmente all’autodistruzione.

Quella che definiamo “natura umana” è il risultato di una costruzione storica, che dunque può essere superata da un’altra costruzione storica, basata su una diversa visione del mondo.

Perciò Einstein ha scritto a buon diritto: “L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi”.

Il punto è proprio questo: saremo in grado di costruire una “sorte” diversa da quella che ci si sta profilando?

I mutamenti climatici sono il nuovo paradigma che sta mettendo a repentaglio il mondo.

L’avvelenamento dell’atmosfera, prodotto dalle attività umane subordinate al profitto capitalistico, ha raggiunto traguardi crescenti di allarme.

Nell’ultimo secolo abbiamo bruciato immense quantità di carbone e petrolio, al ritmo di 70 milioni di tonnellate di CO2 immesse nell’atmosfera ogni 24 ore.

La conseguenza è stata che le concentrazioni di anidride carbonica – che in più di un milione di anni non erano mai giunte a 300 parti per milione – all’inizio del terzo millennio sono salite a 338 ppm.

La Conferenza di Parigi sul clima (dicembre 2015), presentata come un accordo storico fra i 195 paesi firmatari, prevedeva di contenere al di sotto dei 2 gradi il riscaldamento globale entro il 2020: proposito che si è rivelato di gran lunga insufficiente.

Infatti: alla fine del 2016 l’agenzia meteorologica dell’Onu informava il mondo che, nel 2015, la concentrazione di anidride carbonica aveva superato le 400 ppm, infrangendo quella che era considerata la soglia-simbolo.

Non solo: l’osservatorio di Mauna Loa, nelle Hawaii, la più antica stazione di rilevamento di CO2 al mondo, registrava, il 18 aprile 2017, il superamento della soglia di 410 ppm.

Lo stesso osservatorio ha registrato, il 2 giugno 2020, ben 417,9 ppm.

Continuando così, avvertono i climatologi, rischiamo di avere causato, in meno di 50 anni, un cambiamento climatico mai verificatosi in 50 milioni di anni.

Con il termine “antropocene” – coniato dal chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen – viene indicata l’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, è fortemente condizionato su scala locale e globale dagli effetti dell’azione umana.

Per avere un’idea concreta dell’impatto delle attività umane sul – nel – mondo basti considerare che abbiamo reso artificiale la Terra, nel senso preciso per cui ci sono ormai più oggetti che esseri viventi.

Secondo lo studio dell’istituto israeliano Weizman, pubblicato su Nature, solo la plastica, con i suoi 8 miliardi di tonnellate, sovrasta del doppio il peso degli animali, fermi a 4 miliardi di tonnellate.

Se a ciò aggiungiamo il peso delle metropoli, delle città, delle strade , delle automobili ecc., raggiungiamo cifre stratosferiche.

Lo studio afferma che l’umanità, che in termini di peso rappresenta lo 0,01 per cento degli esseri viventi, grava il pianeta, ogni settimana, del peso di se stessa.

Il risultato è che le nostre fabbriche riversano sulla Terra 30 miliardi di tonnellate ogni anno.

A questo ritmo la nostra bulimia tecnologica potrebbe portarci, nel 2040, a produrre 30 mila miliardi di tonnellate di massa artificiale.

Non è folle pensare di andare avanti così? Fino a quando il mondo potrà reggere gli effetti di questa crescente invasione antropica?

L’impetuoso sviluppo delle conoscenze scientifico-tecnologiche, usate così come oggi avviene – per aumentare il potere di quell’1 per cento che domina la società umana- dà all’uomo contemporaneo un potere mai conosciuto prima.

La questione, per più di un aspetto drammatica, che si pone è: o l’apparato scientifico-tecnologico viene ricondotto sotto il controllo umano e finalizzato a soddisfare i bisogni reali – non quelli indotti – dell’umanità, in equilibrio con l’ecosistema, oppure diventerà il nodo scorsoio destinato a stringersi sempre più intorno al collo degli esseri umani, come già sta avvenendo (i mutamenti climatici ne sono l’avvisaglia più evidente e minacciosa).

Non bisogna essere tecnofobici. Ma si tratta di capire che niente al mondo è neutro, nemmeno il concetto che afferma che niente è neutro, e tantomeno lo sono le scienze e le tecniche.

Se non le indirizziamo a costruire il bene comune – degli uomini e della Terra – esse finiranno con l’assoggettare a se stesse sia gli uomini sia la Terra, in un crescendo destinato a divenire incontrollabile.

In presenza di uno stato di cose così preoccupante, il mondo è “governato” dall’unica entità sovranazionale esistente: l’Onu.

Le Nazioni Unite, come il nome stesso indica, rappresenta l’insieme delle entità nazionali e degli stati cui esse hanno dato vita.

Sotto questo profilo esse sono l’evoluzione e la proiezione moderna delle… città-stato: l’umanità non viene rappresentata in quanto tale, come specie e dunque come entità globale, bensì nel suo essere frazionata nelle diverse particolarità nazionali e statuali, che hanno interessi differenti e, spesso, contrastanti, quando non antagonistici.

Di conseguenza i rapporti in seno all’Onu non sono bilanciati in vista dell’interesse umano comune, ma fondati sugli stati di serie A, di serie B e C…

La governance dell’Onu risiede nel Consiglio di Sicurezza, dominato dagli stati di serie A, ovvero i suoi cinque membri permanenti: Usa, Cina, Russi, Francia, Inghilterra (non a caso tutte potenze nucleari).

Ognuno dei cinque, come è noto, si è arrogato il diritto di veto: sicché qualsiasi decisione, che non vada a genio ai cinque stati – o anche a uno solo di loro – è bloccata e resa vana dal veto.

L’Assemblea generale può prendere sì decisioni, ma le sue deliberazioni non hanno valore vincolante per le nazioni del mondo.

Ecco le ragioni di fondo per cui l’Onu, nata in un preciso momento storico dopo la seconda guerra mondiale, si rivela sempre più obsoleta e del tutto incapace di regolare i destini della Terra: ad attestarlo è il marasma attuale del mondo.

E’ evidente che il Consiglio di Sicurezza è il ferro vecchio più arrugginito. Più che decidere, per i meccanismi che lo regolano, il suo scopo è permettere di non decidere.

I cinque membri permanenti rappresentano, insieme, poco più di 2 miliardi di persone: una netta minoranza della popolazione mondiale. Perché gli altri quasi 6 miliardi di cittadini dovrebbero sottostare alle loro decisioni (e non-decisioni)? Tanto più che non li ha eletti nessuno, si sono… autoeletti…

Da che l’Onu esiste, si è sviluppato, soprattutto negli ultimi tempi, un dibattito a intermittenza circa la necessità-possibilità della sua riforma.

Inutile dire che il dibattito non ha mai portato a nulla, sia perché manca la sede decisionale su cui il dibattito stesso possa poggiarsi sia perché i cinque membri permanenti non vogliono saperne di allargare il cerchio e, poi, perché i candidati (autocandidati?) a entrare nel giro sarebbero molti, per di più in lizza fra di loro

Sicché la situazione risulta bloccata ed è destinata a restare tale. Controprova: chi dovrebbe diventare paese di serie A? L’India, con la sua popolazione di 1 miliardo e 370 milioni di abitanti? L’Indonesia (269 milioni)? Il Pakistan (220 milioni)? Il Brasile (212 milioni)? Il Giappone (125 milioni)? La Germania (82 milioni)? E devono essere potenze nucleari, come l’India e il Pakistan, oppure no? Chi lo decide?

In questo aggrovigliato contesto è Papa Francesco a mettere in rilievo (v. Enciclica Fratelli tutti) la necessità di “prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”. Senza tuttavia spingersi a indicare quali dovrebbero essere quelle organizzazioni.

Una organizzazione mondiale più efficace, “dotata di autorità per assicurare il bene comune mondiale”, può sorgere solo se l’umanità nel suo insieme, comprendendosi come specie – ovvero come grande famiglia di persone coinvolta(e) in un unico destino su un pianeta ridotto allo stremo – deciderà di costruirla.

Costituire l’Assise dei popoli del mondo, per l’autogestione dell’umanità: ecco ciò che è necessario e urgente.

IL Parlamento Mondiale (d’ora in poi PM), eletto da tutti i popoli secondo il criterio della democrazia rappresentativa – una testa, un voto – può e deve diventare la sede tramite la quale l’umanità, per la prima volta nella sua storia, si autodetermina, uscendo finalmente da quello stato di minorità su cui si è finora schiacciata, frazionandosi per particolarismi nazionali.

Significa che l’umanità matura e assume la coscienza di sé come specie, nessuna frazione esclusa, e decide lo sviluppo (la sopravvivenza?) del suo presente e del suo futuro, in rapporto a tutti gli altri esseri, con cui è in relazione ineliminabile.

Significa elevare al massimo grado la propria intelligenza collettiva, divenendo capace di inter-legere e intus-legere (“leggere fra” e “leggere dentro”) nella complessa realtà dell’esistenza comune del mondo.

Il PM può essere composto da mille membri – un eletto ogni 7 milioni e mezzo di abitanti della Terra (poco più dei deputati attuali del Parlamento europeo).

Un’assemblea perfettamente gestibile e operativa, dove tutti i popoli vengono rappresentati con pari dignità, senza che ci siano quelli di serie A, B, C…

Oltre le riunioni plenarie, dove si prendono le decisioni fondamentali riguardanti tutto il mondo, si struttura per commissioni di lavoro sui temi di maggiore importanza.

Il PM dura in carica 5 anni ed elegge il suo presidente, che diviene il Presidente del Mondo. Si può immaginare la sua autorevolezza se paragonata a quella del segretario dell’Onu…

Lasciando agli stati la gestione dei problemi interni di ogni singola nazione, il PM delibera sulle questioni basilari dell’umanità: la pace – la guerra deve diventare un tabù – il disarmo a partire da quello nucleare, la salvaguardia dell’ecosistema terrestre, i diritti e i doveri fondamentali, lo sradicamento della fame, le produzioni eque e solidali e l’introduzione dell’onesto guadagno – al posto del profitto onnivoro – la giusta distribuzione delle risorse, le migrazioni, la difesa e l’incremento di tutti i beni comuni.

Dal punto di vista tecnico, l’elezione del PM non presenta affatto ostacoli insormontabili: seguendo i fusi orari, in un giorno di vota dappertutto e l’indomani si conoscono i risultati.

E’ evidente che il problema è prettamente culturale e politico: lasciare la vecchia strada per la nuova.

E però ormai vediamo che proseguire sulla vecchia e non imboccare la nuova può comportare conseguenze irreparabili.

Ho avuto la fortuna di sperimentare, insieme a milioni di altri, la democrazia diretta e, poi, quella rappresentativa, sia nel Parlamento europeo sia in quello italiano, e dunque ho avuto modo di conoscere direttamente i limiti della democrazia delegata.

Se dico che la democrazia rappresentativa, pur con tutti i suoi difetti, è tuttavia migliore dell’attuale oligarchia che pesa sul mondo, credo di indicare una conclusione accettabile.

Oggi gli stati sono troppo grandi per i problemi piccoli (e infatti decentrano taluni poteri agli enti locali) e troppo piccoli per affrontare le questioni grandi.

In più prevale generalmente, al loro interno, un processo di verticalizzazione delle decisioni, con governi che tendono in misura crescente all’autocrazia, esautorando spesso, progressivamente, i rispettivi parlamenti.

Così la stessa democrazia rappresentativa va restringendosi, fino a rattrappirsi in mera “democrazia formale”.

L’eclissi della democrazia, provocata e insieme utilizzata dal capitalismo finanziario globale, riduce sempre più la politica al predominio dei rapporti di forza e la prepotenza diviene la sua stella polare.

L’assalto al Campidoglio di Washington, il 6 gennaio 2021, da parte di manipoli del presidente Trump sconfitto alle elezioni, da lui apertamente e direttamente istigati, codifica, sebbene debellato, l’alto grado di disfacimento della democrazia istituzionale in quanto piegata a privatizzazione di scopi e interessi.

La politica, di fatto, non c’è più: è sostituita dalla propaganda – di chi ha il potere di farla – e viene a coincidere con la finzione e la simulazione. La propaganda è a sua volta una merce:viene fabbricata – venduta e… comprata – alla stessa stregua delle armi, dei telefoni cellulari, delle auto e dei computer.

Ecco perché la “politica”, oggi prevalente, è ridotta ad un ruolo ancillare: segue ed e-segue i diktat dei poteri dominanti.

In questo contesto l’elezione del PM ridà linfa alla democrazia, inverando il principio “ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti”.

Le persone e i popoli vengono a parlare in prima persona e l’umanità si erge a determinare il proprio destino e quello della Terra. Una netta, e salutare, inversione di tendenza, rispetto ai silenzi e alla passività delle moltitudini.

I 2500 scienziati, che hanno elaborato nel 2007, per conto dell’Onu, il rapporto sui mutamenti climatici, in modo unanime consegnavano all’umanità un messaggio inequivocabile: rilevato che “il 90 per cento dei mutamenti atmosferici è causato dall’uomo”, essi ammonivano: “Si avvicina il giorno in cui il riscaldamento del clima sfuggirà a ogni controllo. Siamo alle soglie dell’irreversibile”.

Per scongiurare il superamento del punto di non ritorno, gli scienziati ci raccomandavano di tenere presente che “non è più il tempo delle mezze misure” (come quelle adottate nella Conferenza di Parigi) e ci affidavano tre indicazioni imperative: “E’ il tempo della rivoluzione delle coscienze, della rivoluzione dell’economia, della rivoluzione dell’azione politica” (corsivi miei).

Il PM è sia la conseguenza – il risultato – di quelle tre rivoluzioni sia il mezzo per realizzarle compiutamente.

E’ la sede attraverso cui possiamo e dobbiamo gestire in comune il bene comune più prezioso che abbiamo: la nostra vita – e quella di tutti gli altri esseri.

L’umanità e il mondo sono inscindibilmente interdipendenti: a dircelo è la stessa fisica quantistica, secondo cui ogni cosa non è realmente comprensibile se non vista in relazione con tutte le altre. Separata da quei nessi, non esiste se non come astrazione.

Comprendere appieno questo è l’obiettivo più alto che l’umanità può e deve raggiungere.

La coscienza di specie si dilata fino a divenire coscienza globale: la comprensione che la parte è collegata al tutto e il tutto è più delle singole parti che lo compongono.

La pandemia di Covid 19, che dal 2020 ha colpito l’umanità ovunque, ci ha fatto toccare con mano, in modo bruciante, questa interconnessione fra le persone – e fra loro e la natura. Ci ha mostrato come nessuno può salvarsi da solo, e che la salvezza richiede necessariamente una solidarietà, individuale e collettiva, di autoprotezione, per ridurre la contagiosità del virus, anche a costo di rinunciare ad alcune libertà fondamentali. Una lezione drammatica alla hybris antropocentrica.

Va da sé che non si arriverà al PM senza quella rivoluzione delle coscienze che gli scienziati, non a caso, hanno indicato per prima – e come condizione necessaria per realizzare la rivoluzione dell’economia e quella dell’azione politica.

E’ necessario costruire – entro ciascuno di noi e in noi tutti – quella che i greci chiamavano metànoia: “correzione di pensiero”, “mutamento di parere”.

(In altre parti del libro viene indicato il lavoro incominciato verso questo percorso).

Il PM sarà il risultato del mutamento di pensiero necessario e, insieme, il volano di sviluppo per realizzarlo compiutamente.

Costituisce il passaggio dell’umanità dal confine all’orizzonte.

Per salvarsi. E per salvare il mondo.

Mario Capanna

Scandalo: Pubblicato in Brasile il contratto sottoscritto con Pfizer per l’acquisto del vaccino

Il Ministero della Salute brasiliano ha pubblicato sul suo sito web il contratto con il laboratorio Pfizer per l’acquisto di vaccini contro il Covid-19, nonostante la clausola di riservatezza. Avvertito, il Ministero ha rimosso il file dalla pagina. Per legge, lo Stato brasiliano a tutti i livelli deve pubblicare i contratti che firma. Il contratto afferma che il vaccino non ha ancora superato la fase 3, che Pfizer non sa quando lo consegnerà, che non può essere penalizzato se non rispetta le scadenze annunciate, che non sarà responsabile di eventuali effetti negativi dei vaccini sui pazienti, che qualsiasi controversia legale deve essere risolta nei tribunali di New York e che per questo lo Stato deve rinunciare all’immunità sovrana di tutte le sue agenzie, compresa la Banca Centrale, nel caso in cui abbia una sentenza di condanna.

Mercoledì 7 aprile, Folha de São Paulo ha riferito che il Ministero della Salute ha violato la clausola di riservatezza del contratto firmato il 18 marzo 2021 tra lo Stato brasiliano e Pfizer. Il Ministero ha ritirato la pubblicazione, ma il contratto è stato pubblicato da Apolinário Passos, uno sviluppatore che ha creato una piattaforma virtuale dove è possibile seguire la quantità di vaccini applicati, disponibili, in produzione, contratto, in negoziazione e dosi promesse. Come riportato dalla giornalista Monica Bergamo, Folha ha avuto accesso a una e-mail inviata da Pfizer a Passos per scaricare una copia del contratto dal suo sito web. Il contratto è ancora disponibile su Internet.

Consegna di vaccini che non sappiamo se e chissà quando funzioneranno

Nel contratto firmato dallo Stato brasiliano e Pfizer, il laboratorio assume che farà “sforzi commercialmente ragionevoli” per consegnare i vaccini. Secondo il contratto stesso, questo tipo di sforzi sono fatti per raggiungere “un obiettivo simile al suo interesse commerciale in circostanze simili e considerando i relativi rischi, incertezze, limiti e sfide dello sviluppo, produzione, commercializzazione e distribuzione di un nuovo prodotto vaccinale di Covdi-19, considerando i seguenti fattori: problemi di sicurezza ed efficacia reali e potenziali, novità, profilo del prodotto, posizione di esclusività, l’attuale (in quel momento) ambiente competitivo per tale prodotto, l’ambiente normativo e stato del prodotto”, tra gli altri, così come la capacità di produrlo e ottenere i prodotti necessari per esso. Questo significa che Pfizer non sa quando consegnerà nella situazione attuale e che una variabile da considerare al momento della consegna è se hanno l’esclusività del prodotto sul mercato.

Inoltre, Pfizer ha chiesto che lo Stato brasiliano riconosca e sia d’accordo con gli sforzi del laboratorio per sviluppare e produrre il vaccino, così come che al momento della firma del contratto “le parti riconoscano che il prodotto ha concluso gli studi clinici di fase 2b/3 e che, nonostante gli sforzi di Pfizer nella ricerca, sviluppo e produzione, il prodotto potrebbe non avere successo a causa di sfide o fallimenti tecnici e clinici”. Il contratto è stato firmato nel marzo 2021 e Pfizer riconosce che non aveva superato la fase 3, mentre vari media nel mondo hanno riportato il contrario dal novembre dello scorso anno.

Di fronte alla tragedia che il mondo sta vivendo, la Pfizer ha chiesto a un paese in cui sono già morte più persone per il coronavirus che le 349.784 persone morte per l’HIV in 40 anni di serie storica, di non poter perseguire il laboratorio o nessuno dei suoi partner per qualsiasi fallimento o effetto avverso che il vaccino possa causare.

Ordini di acquisto

Il contratto che il governo brasiliano ha firmato con Pfizer stabilisce che cinque giorni dopo la firma dell’accordo, lo Stato doveva effettuare un ordine irrevocabile di acquisto per 100.001.070 dosi, al valore di 10 dollari ciascuna. Il Brasile ha dovuto versare un anticipo del 20% per 200.002.140 dollari dieci giorni dopo la firma del contratto. Il contratto totale è di 1.000.010.700 dollari. Pfizer dichiara che emetterà una fattura 60 giorni prima della data di consegna prevista, che potrebbe non essere soddisfatta. Il Brasile deve pagare dieci giorni prima della consegna del lotto il totale da ricevere o 30 giorni dopo l’emissione della fattura, quello che viene prima. In altre parole, un grande affare finanziario. “In nessuna circostanza la Pfizer sarà soggetta o responsabile di alcuna penale per il ritardo nella consegna”, afferma il contratto.

Su registrazioni e regolamenti legali

“Prima della consegna la Pfizer si conformerà a tutte le condizioni (entro i termini previsti) definite nell’autorizzazione; Tuttavia, l’acquirente dovrà concedere, o ottenere per conto di Pfizer, tutte le deroghe, esenzioni, eccezioni e rinunce ai requisiti specifici del paese per il prodotto concessi o consentiti dall’autorità governativa (compresi, tra l’altro, la serializzazione, i test di qualità o di laboratorio applicabili e/o la presentazione di informazioni sulla commercializzazione e il modulo di approvazione), requisiti che, in assenza di esenzione, eccezione o rinuncia, impediranno a Pfizer di consegnare e rilasciare il prodotto in Brasile (…). Pfizer sarà pienamente responsabile della definizione dei siti di produzione e di test e condurrà i test in conformità con l’autorizzazione. Pfizer non accetterà richieste di test locali o richieste di protocolli di rilascio dei lotti o ordini di campioni di record in questo contratto”. Citiamo un ampio paragrafo del contratto per mostrare come la Pfizer non permette nemmeno alcun tipo di valutazione del prodotto da parte delle autorità locali, anche se il Brasile produce vaccini come il Coronavac.

Indennizzo e rinuncia all’immunità sovrana

Al punto 8 del contratto, che si riferisce alle indennità, Pfizer richiede all’acquirente di liberarlo, così come BioNTech e ciascuna delle parti, dal dover pagare qualsiasi tipo di indennità per qualsiasi questione che coinvolga la ricerca, lo sviluppo, la produzione, la distribuzione o l’applicazione del vaccino. Pfizer presume di stipulare un’assicurazione solo per coprire il normale funzionamento della sua attività, ma che in nessun caso il laboratorio sarà responsabile di eventuali conseguenze dell’applicazione del vaccino.

Nel caso in cui sorga una qualsiasi controversia tra Pfizer e lo Stato controparte, in questo caso lo Stato brasiliano, Pfizer chiede che le controversie legali siano risolte nei tribunali di New York e che lo “Stato brasiliano rinunci espressamente e irrevocabilmente a qualsiasi diritto di immunità che esso o i suoi beni possano avere o acquisire in futuro (a titolo di immunità sovrana o qualsiasi altra forma di immunità), compresi i beni controllati da qualsiasi agenzia, autarchia, Banca centrale o autorità monetaria del Brasile, in relazione a qualsiasi arbitrato o qualsiasi altro procedimento giudiziario istituito per approvare o applicare qualsiasi decisione arbitrale, lodo o sentenza, o qualsiasi composizione in relazione a qualsiasi arbitrato, sia in Brasile che in qualsiasi altra giurisdizione straniera, compresa, senza limitazione, l’immunità dalla citazione in giudizio, l’immunità dalla giurisdizione, o l’immunità dalla sentenza resa da una corte o tribunale, l’immunità dall’esecuzione e l’immunità dal sequestro di qualsiasi dei suoi beni”.

Traduzione in Italiano: Emi-News

FONTE: https://infobaires24.com.ar/escandalo-se-conocio-el-contrato-que-pfizer-firmo-con-brasil/


Testo originale dell’articolo:

Escándalo – Se conoció el contrato que Pfizer firmó con Brasil

El Ministerio de Salud de Brasil publicó en su sitio web el contrato con el laboratorio Pfizer para la compra de vacunas contra el Covid-19, a pesar de la cláusula de confidencialidad. Advertido, la cartera bajó el archivo de la página. Por ley, el Estado brasileño en todos sus niveles debe publicar los contratos que firma. El contrato establece que la vacuna aún no pasó la fase 3, que Pfizer no sabe cuándo va a entregar, que no puede ser penalizada si no cumple con plazos anunciados, que no se hará responsable por cualquier efecto adverso en los pacientes por las vacunas, que cualquier diferencia jurídica deberá resolverse en los tribunales de Nueva York y que para eso el Estado debe renunciar a la inmunidad soberana de todos sus organismos, incluso del Banco Central, en caso de que tenga una sentencia condenatoria.

El miércoles 7 de abril, el medio Folha de São Paulo informó que el Ministerio de Salud violó la cláusula de confidencialidad del contrato firmado el día 18 de marzo de 2021 entre el Estado brasileño y Pfizer. El Ministerio bajó la publicación pero el contrato fue publicado por Apolinário Passos, un desarrollador que creó una plataforma virtual en el que se puede acompañar la cantidad de vacunas aplicadas, disponibles, en producción, contratadas, en negociación y dosis prometidas. Conforme informó la periodista Mónica Bergamo, Folha tuvo acceso a un correo electrónico que le envió Pfizer a Passos para que baje la copia del contrato de su portal. El contrato aún está disponible en internet.

Entrega de vacunas que no sabemos si funcionan y quién sabe cuándo

En el contrato que firmaron el Estado brasileño y Pfizer, el laboratorio asume que hará “Esfuerzos Comercialmente Razonables” para la entrega de vacunas. Según el propio contrato este tipo de esfuerzos son realizados para alcanzar “un objetivo semejante a su interés comercial bajo circunstancias semejantes y considerando los riesgos relevantes, incertidumbre, límites y desafíos del desarrollo, fabricación, comercialización y distribución de un nuevo producto de vacuna de Covdi-19, considerando los siguientes factores: cuestiones reales y potenciales de seguridad y eficacia, novedad, perfil del producto, la posición de exclusividad, el entonces actual ambiente competitivo para tal producto, el ambiente regulador y situación del producto”, entre otros, así como la capacidad para producirlo y obtener los productos necesario para ello. Esto quiere decir que Pfizer no sabe cuándo entregará conforme la situación actual y que una variable a ser considerada al momento de la entrega es si tienen la exclusividad del producto en el mercado.

Además, Pfizer le exigió al Estado brasileño que reconozca y concuerde con los esfuerzos del propio laboratorio para desarrollar y fabricar la vacuna, así como también que al momento de la firma del contrato “las partes reconocen que el producto concluyó la Fase 2b/3 de ensayos clínicos y que, a pesar de los esfuerzos de Pfizer en investigación, desarrollo y fabricación, el producto puede no ser bien sucedido en virtud de desafíos o fallas técnicas, clínicas”. El contrato se firmó en marzo de 2021 y Pfizer reconoce que no había superado la fase 3, mientras diversos medios de comunicación en el mundo informaron lo contrario desde noviembre del año pasado.

Delante de la tragedia que vive el mundo, Pfizer le exigió a un país en el que ya murieron más personas por coronavírus que las 349.784 que fallecieron por HIV en cuarenta años que tiene la serie histórica, que no podrán procesar al laboratorio ni a ninguno de sus asociados por cualquier falla o efecto adverso que la vacuna pueda causar.

Pedidos de compra

El contrato que el gobierno de Brasil firmó con Pfizer establece que a los cinco días de firmado el acuerdo el Estado debía hacer un pedido de compra irrevocable de 100.001.070 dosis, por un valor de US$10 cada una. Brasil debió hacer un pago anticipado del 20% por US$ 200.002.140 a los diez días de firmado el contrato. El contrato total es por US$1.000.010.700. Pfizer establece que emitirá una factura 60 días antes de la fecha prevista de la entrega, que puede no cumplirse. Brasil debe pagar diez días antes de la entrega del lote el total a recibir o 30 días después de la emisión de la factura, lo que suceda primero. Es decir, un gran negocio financiero. “En circunstancia alguna Pfizer estará sujeta o será responsable por cualquier penalidad por atraso en la entrega”, establece el contrato.

Sobre registros legales y regulaciones

“Antes de la entrega Pfizer cumplirá todas las condiciones (en los plazos relevantes) definidas en la autorización; sin embargo, el comprador concederá, u obtendrá en nombre de Pfizer, todas las insenciones, exenciones, excepciones y renuncias de exigencias específicas del país apara el producto concedidas o permitidas por la Autoridad Gubernamental (incluyendo, entre otros, serialización, test de calidad o de laboratorio aplicable y/o sumisión a formulario de informaciones de comercialización y aprobación), exigencias estas que, ausente de exención, excepción o renuncia, impedirán a Pfizer de entregar y liberar el producto en Brasil (…). Pfizer será integralmente responsable por definir los locales de fabricación y test y conducirá los test de acuerdo con la Autorización. Pfizer no concordará con solicitaciones de tes locales o solicitaciones de protocolos de liberación de lotes o pedidos de muestras de registros en este contrato”. Citamos un párrafo extenso del contrato para mostrar como Pfizer no permite siquiera cualquier tipo de evaluación de producto a las autoridades locales, siendo que Brasil produce vacunas como la Coronavac.

Indemnización y renuncia a la inmunidad soberana

En el punto 8 del contrato, que refiere a indemnizaciones, Pfizer exige del comprador que la libere, así como a BioNTech y cada una de las partes, de tener que pagar cualquier tipo de indemnización por cualquier cuestión que involucre la investigación, desarrollo, fabricación, distribución o aplicación de la vacuna. Pfizer asume que contratará un seguro pero simplemente para cubrir el normal funcionamiento de su actividad, pero que bajo ningún aspecto el laboratorio se hará responsable de cualquier consecuencia por la aplicación de la vacuna.

Ante cualquier litigio que surgiere entre Pfizer y el Estado parte, en este caso el brasileño, Pfizer exige que las diferencias legales se resuelvan en los tribunales de Nueva York y que el “Estado brasilero expresa e irrevocablemente renuncia a cualquier derecho de inmunidad que este o sus activos puedan tener o adquirir en el futuro (a título de inmunidad de soberanía o cualquier otra forma de inmunidad), incluyendo cualquier activo controlado por cualquier agencia, autarquía, Banco Central o autoridad monetaria de Brasil, en relación a cualquier arbitraje o cualquier otro proceso judicial instruido para homologar o ejecutar cualquier decisión, despacho o sentencia arbitral, o cualquier composición en conexión con cualquier arbitraje, sea en Brasil o en cualquier otra jurisdicción extranjera, incluyendo, entre otros, inmunidad contra citación, inmunidad de jurisdicción, o inmunidad contra juzgamiento proferido por una corte o tribunal, inmunidad contra decisión ejecutoria e inmunidad contra aprensión cautelar de cualquiera de sus activos”.

FONTE: https://infobaires24.com.ar/escandalo-se-conocio-el-contrato-que-pfizer-firmo-con-brasil/

Klaus Schawb e Thierry Malleret, “Covid 19: The great reset”

Il prof Schwab è un ingegnere che ha anche un dottorato in economia alla famosa Università di Friburgo, in pratica la patria dell’ordoliberalesimo, con un master in Public Administration ad Harvard, fondatore del Word Economic Forum[1] ed autore di un libro di grande successo come “The Fourth Industrial Revolution” nel 2016. Si tratta, insomma, di una persona con un curriculum accademico indiscutibile, apprezzabilmente interdisciplinare, e di certissima derivazione ideologica-culturale. Uno dei papi del capitalismo contemporaneo, insomma.

Thierri Malleret è più giovane, sulle sue spalle sarà caduta la redazione di gran parte del libro. Si occupa di analisi predittiva (una remunerante specializzazione) e di Global Risk al Forum. Educato alla Sorbona in scienze sociali e specializzato ad Oxford in storia dell’economia (master) ed economia (dottorato). Si è mosso tra banche d’affari, think thank, impegni accademici e servizio presso il primo ministro francese.

Questo libro fa parte di una proliferante letteratura. Un tipo di letteratura divulgativa ed esortativa, molto generica e contemporaneamente molto larga nella visione, fatta per tradursi in presentazioni da convegno attraenti e stimolanti, dirette ad un pubblico di manager e imprenditori che hanno bisogno di sentirsi consapevoli, aggiornati e progressisti con poco sforzo. Una lettura da weekend sul bordo della piscina. Continua a leggere

Draghi, il Principe all’inizio degli anni ’20

di Rodolfo Ricci

Le élites, non sono necessariamente di destra o di sinistra. L’importante è che stiano sopra. Stando in alto possono mediamente osservare con imparzialità ideologica da che parte conviene pendere. La funzione delle élites è quella di riprodurre se stesse, cioè di riconfermare la dimensione sintetica dell’Alto e quella del Basso. E di proiettarla in avanti nel tempo con strumenti di diversa natura, nonché variabili rispetto ai mutevoli contesti; per questa proiezione sono preferibili strumenti egemonici, fondati su qualità riconosciute o riconoscibili, per esempio sull’autorevolezza, piuttosto che quelli quantitativi (forza, denaro, ecc.) o normativi o prescrittivi, che costituiscono sempre possibilità di ultima istanza.

L’ egemonia della scolastica capitalistica è stata fondamentalmente il denaro e il suo gioco infinito di accumulazione inteso come grazia che designa i suoi possessori e interpreti; non è detto che esso debba continuare ad essere il mezzo preferibile in un contesto oscillante e declinante di sistema. Alla fine, ciò che le élites debbono preservare è la dimensione di potere e di dominio, non lo strumento che ad esse serve per raggiungerlo.

Un concetto più interessante, da questo punto di vista, perché ancora più neutro e naturale, è quello della “competenza”, che rimanda all’antica qualità sciamanica di intercettare le forze superiori. Nella sua versione laica, legata alla scienza e alla sua manipolazione, si tratta di un concetto scalabile, a prima vista, non legato per forza alla finanza, né all’appartenenza a uno specifico settore sociale o confraternita, quindi non appare attaccabile, se non in seconda istanza, come “di parte”. Continua a leggere

“RIFLESSIONI CORSARE” su pandemia, natura, umanità (VIDEO)

di Aldo Piroso

Un progetto collettivo, a più voci, per sintonizzarsi con il sentire profondo di una molteplicità numerosa di soggetti, accomunati dalla critica ferma e ragionata a un sistema economico e sociale fallimentare, obsoleto, che antepone il profitto a tutto ciò che può rendere migliore la nostra vita: la salvaguardia dell’ambiente, la salute delle persone, i loro diritti, la loro piena realizzazione.
Questo coro polifonico di voci è lungimirante, attento a cogliere ogni possibile segno di cambiamento, ogni mutazione del “virus della trasformazione”.
La novità è che nessuno degli intervenuti conosce gli altri, tranne in un caso. Nessuna riunione di redazione è stata mai effettuata. Le risposte a un input iniziale sono state libere, diversificate, autonome. La sintonia tra le voci è tuttavia elevata.
Lo scenario è la pandemia. L’occasione è da non perdere. Il “dopo” potrebbe non esistere.

 

Memoria/Paolo Cinanni: “L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE” (Gennaio 1980)

L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE

Col passaggio dalla meccanizzazione all’automazione del processo produttivo muta il carattere dell’emigrazione. La battaglia per la conquista dei diritti.

di Paolo Cinanni

 

Nel corso della storia dell’umanità, il fenomeno migratorio rappresenta sempre un fattore di progresso per i paesi d’immigrazione, che si adegua man mano alle esigenze dello sviluppo delle forze produttive.

Dalla primitiva emigrazione coloniale, si passa alle ferme caratteristiche dell’emigrazione operaia più recente, sino ai nostri giorni, in cui l’immigrazione viene man mano adeguandosi al nuovo processo di decentramento produttivo, assumendo anch’essa forme nuove.

La primitiva emigrazione di coloni era diretta verso paesi e regioni scarsamente popolate, per la messa in coltura di nuove terre e per la trasformazione progressiva delle colture estensive in colture intensive specializzate, con la promozione di un nuovo mercato, che crea le premesse medesime per lo sviluppo dei primi processi d’industrializzazione.

A cominciare dal Nord-America, negli ultimi decenni del secolo scorso, la primitiva immigrazione viene perciò stesso trasformandosi: grandi masse di forza-lavoro, e fra queste i lavoratori immigrati, vengono concentrati nei grandi agglomerati urbani ove si sviluppa la grande produzione industriale. L’immigrato si trasforma, quindi, da contadino in operaio, concorrendo – col suo contributo aggiuntivo di lavoro produttivo – allo sviluppo accelerato dell’economia del paese ospite, fornendo al capitale stesso un supervalore crescente, che ne accelera la riproduzione e l’espansione del suo potere sui mercati mondiali.

Questa supremazia economica e finanziaria del capitale dei paesi industrializzati sui mercati mondiali si trasforma presto in potere politico e dominio imperialistico sugli altri paesi del mondo. Continua a leggere

Il giallo del pipistrello. E non solo. Le “non-conclusioni” della missione scientifica a Wuhan.

di Marinella Correggia

Un’unica certezza: non è stato il maggiordomo. E se colpevole (senza colpa) fosse stato il pipistrello, non avrebbe agito da solo. Continua il giallo delle origini virali. Il Sars-CoV-2, imputato per la pandemia di Covid-19, come e perché ha fatto il salto di specie dall’ospite animale? E il teatro del crimine – il luogo della trasmissione alla popolazione umana -, è stato davvero, nel dicembre 2019, l’ormai tristemente famoso mercato ittico di Huanan a Wuhan, la città primo epicentro al mondo? E ci sono altre ipotesi?

Non è arrivato a una conclusione nemmeno il team di esperti internazionali dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) che ha lavorato per un mese in Cina insieme a 17 colleghi locali, rivedendo studi, conducendo interviste, effettuando sopralluoghi. Insomma, cerchiamo ancora, è stata la promessa ripetuta nella conferenza stampa del 9 febbraio, a Wuhan. Finora è stata esclusa una sola delle ipotesi in campo. E il panorama delle indagini si è allargato al mondo intero.

Quattro ipotesi da studiare meglio; anzi tre (esclusa la fuga dal laboratorio). Obiettivi della missione erano da un lato verificare il luogo e la data di partenza dell’epidemia – e secondo varie ricerche cliniche condotte dai cinesi, non ci sarebbe evidenza di una trasmissione comunitaria nella città prima del dicembre 2019. Dall’altro di trattava di capire con quali modalità il virus si sia introdotto nella popolazione umana e abbia potuto circolare e in quali luoghi – considerando che nel dicembre 2019 il mercato di Huanan non è stato l’unico focolaio a Wuhan e che allo stato delle informazioni, e che la via esatta della diffusione del virus nel mercato non è stata individuata.

Il capo della missione dell’Oms a Wuhan, il danese Peter Ben Embarek ha spiegato in conferenza stampa: «Il lavoro sul campo non ha stravolto le percezioni che avevamo ma ci ha dato molti elementi. Abbiamo lavorato su quattro ipotesi chiave circa l’introduzione del virus Sars-CoV-2 nella popolazione umana e per ciascuna abbiamo valutato sistematicamente i pro e contro in modo razionale per futuri studi. Primo: salto di specie diretto da un serbatoio animale alla popolazione umana. Secondo: introduzione del virus mediante un’altra specie, ospite intermedia, potenzialmente più vicina agli umani, nella quale il virus si sarebbe meglio adattato e avrebbe potuto circolare per poi saltare agli umani. Terzo: la catena alimentare, in particolare prodotti alimentari congelati che agivano come superficie per la trasmissione agli umani e tutte le trasmissioni legate al cibo. Quarto: la possibilità di un rilascio accidentale da un laboratorio». Ha proseguito Ben Embarek: «La seconda ipotesi è la più probabile e sarà la pista per future ricerche, in collegamento con l’ipotesi della trasmissione attraverso le catene del freddo».

Invece l’ultima ipotesi di introduzione nella popolazione umana l’incidente della fuoriuscita da un laboratorio virologico non sarà più studiata: è ritenuta «altamente improbabile» in quanto «benché gli incidenti possano accadere, un simile virus non era stato oggetto di nessuna pubblicazione da parte di ricercatori; e i vari laboratori visitati, incluso quello di virologia, sono molto sicuri».

Comunque «tutto il lavoro compiuto continua a ritenere le popolazioni di pipistrelli il serbatoio naturale di questo virus e di virus simili. Ma la città di Wuhan non è vicina ad ambienti ricchi di pipistrelli, quindi la prima ipotesi, il salto diretto, è improbabile. Occorre trovare quale altra specie animale possa aver introdotto il virus, particolarmente nel mercato di Huanan».

Per Lian Wannian, capo del team cinese che ha collaborato con la missione, «coronavirus geneticamente collegati al Sars-CoV-2 sono stati identificati in diversi animali, fra cui pipistrelli detti “ferro di cavallo” e pangolini. Tuttavia campioni prelevati nello Hubei non hanno trovato evidenze di virus relativi al Sars-CoV-2 e campioni su animali selvatici in diverse parti della Cina finora non hanno trovato la presenza di Sars CoV-2». Come conseguenza dell’ipotesi, comunque (e per fortuna), il povero mammifero con le scaglie, in precedenza commercializzato seppure in modo illegale, è stato promosso al livello di protezione del panda.

Sempre per Lian Wannian, inoltre, «visoni, mustelidi, felidi e altre specie sono altamente suscettibili all’infezione e questo suggerisce che potrebbero essere un serbatoio ma non ci sono abbastanza dati». Milioni di visoni allevati soprattutto in Danimarca sono stati macellati – nelle tipiche scene infernali che accompagnano spesso le epidemie zoonotiche – perché negli allevamenti si è scoperta una trasmissione del virus da lavoratori ad animali e viceversa. Tanto che il sito ecologista Reporterre ha dedicato un’inchiesta https://reporterre.net/Les-elevages-de-visons-en-Chine-a-l-origine-du-Covid-19-Les-indices-s-accumulent alla possibilità che il salto del virus Sars-CoV-2 dal pipistrello, suo serbatoio naturale, all’umano, sia passato per quegli animali da pelliccia – e non per il pangolino.

Entrami i capi delegazione hanno ribadito che «grandi quantità di test relativi al Sars-Cov-2 sono stati condotti su molte specie animali, domestiche e selvatiche, anche nel resto del paese, ma non si è riusciti a trovare una specie animale potenziale serbatoio. Quindi non sembra che ci fosse ampia circolazione, nel 2019 e oggi, del virus in specie animali».

Giallo anche sull’ipotesi tre. Gli stand del mercato vendevano (prima della chiusura) soprattutto animali congelati, in particolare ittici, ma anche prodotti – e animali vivi – provenienti da allevamenti di specie di origine selvatica. Sono stati identificati venditori, fornitori e fattorie da diverse aree della Cina e anche dall’estero. Si continuerà su questa pista, ha spiegato il capo delegazione, compresa quella della catena di approvvigionamento di prodotti animali congelati.

Anche per Lian Wannian «nel mercato di Huanan, prima della chiusura, è stata rilevata la presenza di superfici altamente contaminate, compatibili con la presenza di persone infette o prodotti animali contaminati della catena del freddo». La possibilità di sopravvivenza del virus anche in condizioni di refrigerazione è da verificare. L’ipotesi di una importazione del virus da altri paesi, con la catena del freddo, è stata evocata già mesi fa da Pechino.

E adesso indagini a tutto campo anche nel resto del mondo

Fra le raccomandazioni del team, c’è quella di valutare se il virus fosse già presente in altri luoghi e paesi. La prospettiva è dunque di una ricerca internazionale. Alla domanda se il virus possa essere arrivato da altri paesi a Wuhan per esempio con viaggiatori asintomatici, Marion Koopmans, virologa olandese membro del team, ha citato la ricerca in Italia

(https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/cs-n%25C2%25B039-2020-studio-iss-su-acque-di-scarico-a-milano-e-torino-sars-cov-2-presente-gi%25C3%25A0-a-dicembre), indicando però che occorrono conferme. Sia Ben Embarek che Lian Wannian hanno precisato che adesso le ricerche devono continuare in tutto il mondo. Il danese ha precisato: «»In ogni caso occorre un approccio senza frontiere. Sulle popolazioni di pipistrelli, la Cina ha già testato molto ma nella sub regione si è fatto molto meno. Inoltre il passaggio alle persone può aver coinvolto viaggi e passaggio di frontiere fino a Wuhan. Occorre dunque verificare se in quella fase temporale ci fossero individui infetti anche in altri paesi.

Nel mistero fitto, il Centro cinese per il controllo delle malattie e la prevenzione ha dichiarato agli inizi del 2021 che «potrebbe servire molto tempo per trovare il virus. Potrebbe anche sparire prima che venga individuata l’origine».

In ogni caso, è tempo di cambiare radicalmente i rapporti fra il mondo umano e quello animale. Selvatico e allevato.

Nessun profitto sulla pandemia. Vaccino per tutti, in tutto il mondo

di Stefano Cecconi

“La povertà è la più funesta delle malattie”. La dichiarazione, che non lascia spazio a dubbi, è dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Salute. Si riferisce ai molteplici danni prodotti dalla povertà dovuti ai cosiddetti determinanti sociali ed economici di salute: scarsa istruzione, redditi bassi, disoccupazione o lavoro povero e precario, abitazioni e ambienti insalubri, contesti sociali difficili; e quindi denutrizione, malnutrizione, stili e condizioni di vita nocivi per la salute (che ricordiamo, riguarda la sfera fisica, psichica e sociale di un individuo).

I poveri si ammalano di più, i poveri vivono di meno: è storia nota, raccontata mirabilmente da Dickens, Zola, e descritta, qui in Italia alla fine degli anni sessanta, dagli scenari epidemiologici di Giulio Alberto Maccacaro e di Giovanni Berlinguer. La povertà è patogena non solo per ciò che provoca ma anche per ciò che impedisce: ad esempio ostacola l’accesso a cure sanitarie essenziali, come i farmaci e i vaccini. Cure e vaccini che possono salvare, o condannare, milioni di vite umane.

È il caso, oggi, della pandemia da Covid-19, per combattere la quale, in tutto il mondo, si è scatenata (e meno male!) una formidabile gara tra le imprese farmaceutiche per la produzione e la distribuzione di vaccini.

In Italia, e nei Paesi più ricchi, è persino iniziata una campagna di vaccinazione di massa che, seppure tra non pochi ritardi, dubbi sull’effettiva efficacia e contraddizioni sulle modalità di attuazione del piano vaccini, se non altro apre alla speranza di superare prima possibile questa emergenza. Ma, a proposito di povertà e salute, sappiamo che milioni di donne e uomini, adulti e bambini, nei Paesi poveri, rischiano di essere esclusi dalla possibilità di vaccinarsi. Quindi rischiano di ammalarsi e di morire perché a casa loro l’acquisto e quindi l’accesso al vaccino è più difficile, se non impossibile. Si tratta di una situazione inaccettabile che nega un diritto fondamentale.

Ecco perché la Cgil ha deciso di promuovere e sostenere l’Ice con la Petizione Europea “Tutti hanno diritto alla protezione da Covid19: nessun profitto sulla pandemia” che vuole raccogliere un milione di firme (in Italia l’obiettivo è 180mila) per essere sicuri che la Commissione europea faccia tutto quanto in suo potere per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte. Per fare in modo che ricerca e tecnologie siano condivise in tutto il mondo. Per evitare che un’azienda privata possa decidere chi ha accesso a vaccini o a farmaci e a quale prezzo. Per impedire che sui brevetti per i farmaci essenziali vi sia il controllo monopolistico delle grandi aziende farmaceutiche. Per impedire che vengano privatizzate tecnologie sanitarie fondamentali, tanto più spesso finanziate con risorse pubbliche. Insomma, le grandi aziende farmaceutiche non devono avere profitti sfruttando questa pandemia a scapito della salute delle persone.

Fin qui abbiamo parlato di affermare un diritto negato: quello di ogni essere umano di poter accedere liberamente al vaccino. Ma, paradossalmente, dove il vaccino è già disponibile, la discussione è se renderlo un obbligo.

La vaccinazione può, e deve, essere resa obbligatoria? Non è cosa facile, perché la nostra Costituzione (art. 32 secondo comma) vieta il Trattamento Sanitario Obbligatorio: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Il Tso si è dovuto disciplinare con la legge 180 nel 1978, che ha chiuso i manicomi, limitandone rigorosamente la possibilità e disciplinando le garanzie per i cittadini.

Forse questa discussione si spegnerà, perché l’adesione al vaccino sarà alta, rispondente a quel senso di responsabilità che anche la Cgil ha indicato nel suo Appello “Vaccinarsi è un atto di responsabilità”. Ci auguriamo quindi che l’adesione alla vaccinazione, e il suo effetto, sarà sufficiente a produrre il tasso di immunità atteso. Ma stiamo parlando dell’Italia: in altre parti del mondo rischia di succedere il contrario, semplicemente perché il vaccino non è considerato un diritto, ma una merce.

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

Ruolo pubblico, energie rinnovabili, economia circolare

di Maurizio Brotini

La crisi di governo non deve mettere in secondo piano questioni cruciali come la transizione energetica, e un nuovo ruolo pubblico nell’economia.

La crisi di governo – mentre scriviamo non ne conosciamo ancora sviluppi ed esiti – non deve mettere in secondo piano questioni cruciali come la transizione energetica e un nuovo, rinnovato ruolo pubblico nell’economia, a partire dai servizi pubblici locali, i monopoli naturali, e le reti e infrastrutture come le autostrade, per arrivare alla fibra digitale.

I monopoli naturali privatizzati favoriscono le rendite parassitarie, oltre a non essere messi al servizio degli interessi generali, come ogni manuale di macroeconomia mainstream recita.

La transizione energetica – con il superamento delle energie fossili a favore delle rinnovabili – è una necessità sul piano ambientale e uno stimolo alle aziende, in gran parte a partecipazione pubblica, che insistono sul settore a investire anche nel nostro Paese in energia rinnovabile.

Destinare – oggi – troppe risorse ad investimenti sul gas pregiudica oggettivamente la possibilità di una reale ed effettiva decarbonizzazione, così come il ricorso all’idrogeno blu anziché verde è una contraddizione in termini. Il piano energetico europeo non è adeguato alla crisi climatica, il piano italiano è ancor più arretrato, e c’è chi propone e sostiene che bisognerebbe rallentare nella transizione, perché il nostro sistema non sarebbe “pronto”. Sarà pronto se verrà spronato, non se detterà i tempi ed i modi della transizione.

La causa del cattivo stato di quella che è comunque la seconda (forse la terza) potenza industriale e manifatturiera europea non risiede in primo luogo nel costo dell’energia, ma nel peso della rendita immobiliare e finanziaria, e nell’abbandono di politiche industriali a favore di una terziarizzazione povera nei settori del turismo, della ristorazione e del commercio. Dalla svendita del patrimonio industriale delle partecipazioni statali, dall’apologia del Mercato contro lo Stato.

Non bisogna essere accomodanti sui tempi proposti in maniera allungata dai settori energivori, ma spingere per costringere all’innovazione non solo di processo ma soprattutto di prodotto. Lo sosteneva già lo stesso Palmiro Togliatti nel suo “Ceti medi ed Emilia rossa” che è il conflitto il motore dello sviluppo.

Occorre dunque ri-orientare le produzioni non alle sole esportazioni ma a favore del mercato interno, ampliarlo attraverso la crescita del perimetro pubblico che garantisce competenze tecnico-gestionali e stabilizza i consumi, assieme alla rivalutazione delle pensioni ed aumenti salariali. Contestualmente a ricreare lo spazio per politiche industriali autocentrante occorre sviluppare la presenza dello Stato e del sistema delle autonomie locali nei settori strategici, a partire dai servizi pubblici locali. E’ inaccettabile e in contrasto con politiche economiche keynesian-programmatorie l’ulteriore ampliamento del ruolo delle quotazioni in borsa di questi ultimi, sul modello delle esistenti multiutility, oltre al mancato rispetto dell’esito del referendum sulla ripubblicizzazione del servizio idrico.

Gli investimenti in energie rinnovabili, dunque, non sono in contrasto con un sistema industriale e manifatturiero di qualità, anzi. Sono intrecciate nella costruzione di un ormai non più rinviabile modello di sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile. E per evitare che il conflitto capitale-lavoro-ambiente si scarichi tutto sul fattore lavoro, è necessario prevedere un super ammortizzatore sociale per la transizione green.

Bisogna poi come Cgil cogliere e stare dentro lo spirito del tempo, che vede le questioni ambientali, per la pesantezza della crisi climatica, al centro della discussione pubblica e terreno di feconda mobilitazione delle giovani generazioni. Oltre che questioni più complessive di ridisegno del quadro politico che questa crisi di governo ci consegnerà, bisogna tenere ben dritta la barra come Cgil con la necessità di risposte nette e radicali che il quadro sociale e ambientale impone.

Siamo chiamati ad una nuova stagione dove misurare autonomia dal quadro politico, radicalità inclusiva della proposta e necessità di mobilitazione. Al netto delle necessarie ed opportune accortezze, al commissariamento della politica che è sotteso alla discussione sul possibile governo “dei migliori” non può accompagnarsi una fase di rassegnata apatia sociale. Mai come oggi radicalità delle proposte, a partire dalle scelte di politica energetica e di una riconversione circolare e green dell’economia, deve andare di pari passo con il protagonismo dei lavoratori e dei movimenti.

 

 

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

The Great Reset: una nuova rivoluzione passiva

di Germinello Preterossi (da http://www.lafionda.org)

Da un po’ di tempo si sente parlare di Great Reset. Che non si tratti di un’invenzione di complottisti, da liquidare con autocompiacimento, lo testimonia il fatto che al tema è stato dedicato di recente un libro, di cui è autore, insieme a Thierry Malleret, Klaus Schwab, non proprio l’ultimo scappato di casa, visto che ha fondato il World Economic Forum di Davos (di cui è attualmente direttore esecutivo), cioè il “club” che raccoglie i più ricchi e potenti del mondo. “Great Reset” è, non a caso, il tema del convegno annuale di Davos appena concluso (svoltosi quest’anno rigorosamente da remoto). Al progetto, il Time ha dedicato qualche mese fa la sua copertina. Ma cosa si intende, precisamente, con questa parola d’ordine? Se leggiamo il libro di Schwab e Malleret, nonché i contributi da tempo presenti sul tema, sul sito del Forum e altrove, possiamo farcene qualche idea, non proprio rassicurante.

L’impressione è che si tratti di una grande operazione di controffensiva egemonica, rispetto ai movimenti di protesta anti-establishment cresciuti nell’ultimo decennio, per effetto del crollo finanziario del 2008, e alla crisi di consenso che ha investito il finanzcapitalismo e la globalizzazione, producendo un disallineamento tra masse e rappresentanza politica. Per certi aspetti, è un’operazione ideologica preventiva, volta cioè a evitare che dalla pandemia sorgano ricette e sensibilità che recuperino sul serio la centralità dello Stato e della politica nella loro autonomia, rimettendo in campo il conflitto sociale e politiche di programmazione in grado non solo di redistribuire, limando i profitti, ma anche di orientare a fini pubblici, collettivi, l’economia, all’insegna ad esempio dei principi del costituzionalismo sociale e democratico. Se di un riorientamento c’è bisogno, per gli oligarchi di Davos questo dovrà essere realizzato dal capitalismo stesso, cioè da coloro che hanno prodotto il disastro. Con una sorta di illusionistico falso movimento, mettendosi quasi all’opposizione dell’esistente, si tratta di sfruttare l’occasione della pandemia per immunizzare il potere assolutistico del capitale da qualsiasi reale cambiamento che provenga dal basso e rappresenti un’alternativa organizzata: per far questo, però, occorre mutare narrativa, fingere di liquidare il neoliberismo, per salvare e rilanciare il capitalismo (il cui nucleo di potere neoliberale resta però intatto), potenziandone le possibilità di dominio. Quel dominio delle menti, annunciato dallo slogan thatcheriano sulle anime come posta in gioco della politica (neoliberale), si spinge fino al progetto smisurato di un controllo totale, algoritmico, sulle vite, il cui residuo di differenza e autonomia deve essere azzerato o perlomeno neutralizzato con modalità automatiche. Si può anche, trasformisticamente, fingere di andare incontro a dei bisogni di inclusione (personali, si badi, non in quanto sfida politica collettiva), all’esigenza di una maggiore salvaguardia dell’ambiente, perché nulla cambi. Anzi, perché l’idea stessa di un’eccedenza politico-antropologica sia scongiurata per sempre, attraverso la codificazione algoritmica, ingegneristica della passivizzazione. Mai più conflitto. Socialità ridotta al minimo. Distruzione delle piccole e medie imprese, delle tradizioni storiche, delle differenze. Fine dell’autonomia (politica, economica, culturale) dell’umano. Cioè della libertà. La sinistra “uguaglianza” che ne deriverebbe non avrebbe nulla a che fare con l’uguale libertà della Rivoluzione francese, con la “pari dignità sociale” sancita dalla nostra Costituzione, ma con l’omologazione intuita da Pasolini e il feroce conformismo coatto immaginato da Orwell. Il tutto condito, non a caso, da una retorica fatua del bene comune, del green, dell’inclusione (la neolingua esenta dalla coerenza e può mistificare qualsiasi situazione, facendola apparire come il contrario di quella che effettivamente è). Un classico schema da rivoluzione passiva, spinto all’eccesso grazie ai mezzi tecnologici oggi disponibili: raccogliere alcune istanze prospettate da una crisi sistemica (in questo caso, di protezione sociale e sanitaria), distorcerle in vista degli interessi dominanti, costruire una narrazione ideologica che supporti tale operazione in modo da imporre una nuova egemonia culturale, un orizzonte di impensabilità di alternative, che giustifichi anche i prezzi umani e sociali del Reset. Cogliere l’opportunità della crisi, liberandosi dalle proprie responsabilità, occultandole (il neoliberismo sembra diventato il figlio di nessuno), rimanere alla plancia di comando e da lì scaricare sui più una nuova feroce ristrutturazione del capitalismo, spacciandola per “Grande Cambiamento”. Stavolta la posta in gioco è antropologica. Perché l’obiettivo è l’anti-società del post-umano. Che questo comporti lo sgretolamento delle premesse stesse della libertà, e della lotta per essa, agli architetti della finanza globalista e post-politica pare irrilevante. Che le mosche cocchiere si annidino soprattutto nel progressismo liberal fa tristezza, ma è rivelativo. Al posto del sol dell’avvenire, l’euro e il covid 19. E i giganti del web, i social perbenisti e l’e-commerce, con il carico di disillusione orizzontalista e nuovo autoritarismo privatistico, quietismo acritico e potere indiretto senza controllo e irresponsabile che questo inedito “blocco storico” gassoso comporta. Alle origini della modernità, le potestates indirectae che fomentavano le guerre di religione furono sconfitte: dallo Stato moderno, che rivendicò l’autonomia del “politico”. Oggi come possiamo contrastare il potere distruttivo e nichilistico di questi giganti, non con generici appelli a un ineffettuale e opaco globalismo giuridico, ma con un’azione culturale e politica consapevole, critica, realistica? Nell’aprile del 2018 la rivista francese Le Nouveau Magazine Littéraire denunciava la delirante distopia della “dottrina gafa” (cioè dei giganti del web): distruggere lo Stato, abolire la vita privata, negare la morte. La sacralizzazione della tecnologia digitale apre la strada al più insidioso nichilismo. Solo con un “grande risveglio” delle coscienze possiamo nutrire la speranza di contrastarlo.

Capiamo dunque meglio in cosa consista questo Reset, e i rischi incalcolabili che serba. Come riconoscono gli stessi fautori, non è l’invenzione di qualcosa di totalmente nuovo, ma l’accelerazione di processi e tendenze già in atto, rispetto alle cui conseguenze sociali, però, la larga maggioranza delle persone avrebbe fatto resistenza. Il covid 19 è stata l’occasione per fiaccare questa resistenza imponendo un adattamento (resilienza). Anzi, l’accelerazione in nome dell’emergenza è stata tale che ha impedito un serio dibattito e una reazione organizzata. Quali sono le conseguenze sociali? Si starebbe affermando una “nuova normalità”, che se capitalizzata può essere la nuova configurazione rituale del culto del capitale (l’ultima stazione del “capitalismo come religione” teorizzato da Benjamin?). Una “normalità” fatta di distanziamento sociale (molte persone desidereranno avere rapporti sociali ridotti al minimo, vivendo murati, “al sicuro” nella propria casa, purché “connessi”, secondo i profeti di Davos); lavoro in smart working, che per i più non sarà per nulla smart, ma  decreterà la fine del lavoro come fatto sociale collettivo, il controllo algoritmico e l’assoluta fungibilità del lavoratore, uno sfruttamento talmente intenso, capillare e automatico da non essere neppure contrastabile in una dialettica sociale regolata dal diritto del lavoro (che di fatto ne risulterebbe abolito). Il tutto condito con l’elogio della resilienza, come ideologia dell’adattamento subalterno, contro il conflitto e la resistenza. L’importante è che non ci si ponga mai una domanda sull’augurabilità, la giustizia di questi cambiamenti, e su chi ne trae vantaggi (i giganti dell’e-commerce e della tecnologia digitale, con i loro tentacoli finanziari). Né tanto meno sulle conseguenze per la vita sociale e la stessa democrazia. Finiranno tante attività economiche, artistiche, culturali, ci sarà un impoverimento aberrante, materiale e spirituale? È il prezzo del cambiamento, bellezza! Non c’è alternativa, appunto. La compensazione moralistica della distopia di Davos sarà assicurata da una bella dose di “politicamente corretto”, senza mai citare, ovviamente, né mettere in questione le cause strutturali dei problemi ambientali e dell’esclusione sociale, dei disastri sanitari (ormai anche in Occidente) e dell’abbandono dell’Africa a logiche di puro sfruttamento intensivo, dell’ingovernabilità globale e dell’esplodere delle disuguaglianze. Il capolavoro del Great Reset sarà cioè l’occultamento maniacale delle logiche estrattive del capitalismo finanziario e degli effetti della demolizione dello Stato sociale democratico che proprio i guru di Davos hanno predicato, e imposto grazie ai loro accoliti politici e mediatici, per decenni. Un delitto perfetto.

Dal punto di vista antropologico, la digitalizzazione delle relazioni umane, che viene presentata come una straordinaria opportunità, è l’apice del delirio anti-umanistico dei “guardiani” del nichilismo in atto. Possibile che la Chiesa, che pure dovrebbe ben conoscere la necessità del “freno”, e la cultura laica che ha riflettuto sul tema del katéchon, non colga – tranne rare eccezioni – il pericolo esiziale cui siamo esposti? Nella mia esperienza, sono i semplici, le persone impegnate in attività concrete, che vivono una vita reale, ad essere più consapevoli della distruzione in atto, forse perché avvertono che uno dei fini della grande trasformazione è proprio quello di spazzarli via, e perché ancora non hanno perso consapevolezza della vita incarnata. Gli intellettuali, in particolare quelli che si autodefiniscono “progressisti”, o sono ciechi o già conquistati al dominio dell’iniquità. Naturalmente, lo ribadisco, esistono preziose eccezioni: semi di pensiero critico e resistenza, da coltivare con cura.

Ribadiamolo, fissiamolo bene in mente, per non cadere nella trappola: in concreto, Great Reset significa ulteriore inferiorizzazione e privatizzazione integrale del lavoro, diffusione sistematica e capillare dell’e-commerce che distruggerà economie vitali, lavoro autonomo e culture materiali, cospicua riduzione delle relazioni amicali e comunitarie, sostanziale tramonto delle attività culturali e artistiche dal vivo, in presenza (cioè vere). Siamo ancora in tempo per chiederci quale sia il senso ultimo di tutto ciò, e se lo vogliamo davvero. Per chiarire quale sia la reale posta in gioco, in termini di rapporti di potere e di possibilità di riconoscerci ancora nella vita che viviamo. ll totalitarismo pandemico dal volto mellifluo in stile Davos e Silicon Valley non è niente altro che la risposta del neoliberismo, incattivato, alla sua crisi di legittimazione, effetto dei disastri che esso stesso ha prodotto. La speranza è che schiacciare le forme di vita incarnate non sia così facile, che ci sia, ancora, una refrattarietà alla normalizzazione dell’anti-socialità, alla pretesa di ingegnerizzare la negazione dell’umano. La vita è altrove. Certamente non a Davos. Prepariamoci a custodirla, con la coscienza affilata, come monaci, o partigiani.

 

FONTE: https://www.lafionda.org/2021/02/01/the-great-reset-una-nuova-rivoluzione-passiva/

Ilaria Agostini: riacquisire il potere collettivo di gestione del territorio sottraendolo alla rendita immobiliare e finanziaria

Il Coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, riceve dall’amica e collaboratrice, Prof.ssa Ilaria Agostini, docente di Urbanistica all’Università di Bologna, questo interessante contributo, riportato di seguito, in merito alle politiche di gestione del territorio, argomento oggetto della sua ultima pubblicazione “Tra territorio e politica: l’urbanistica. Argomenti per una sua reinvenzione” edita da Deriveapprodi.

Nel saggio, la prof.ssa Agostini, denunciando l’assoggettamento della pianificazione territoriali agli interessi della lobby degli immobiliaristi e dei gruppi finanziari che vi investono a scopi speculativi e di estrazione di rendita (anche in questo caso si può definire estrattivismo), analizza la mutazione genetica della Scienza Urbanistica da disciplina al servizio dei bisogni e delle aspettative della popolazione, in strumento delle strategie di profitto da parte delle imprese di costruzioni e del grande capitale, sempre più in veste finanziaria.

Il ruolo della disciplina, elemento di congiunzione fra territorio e politica, viene analizzato nei suoi aspetti “degenerativi” attraverso 6 distinti ambiti di riflessione che conducono il lettore alla riflessione finale sulle strategie da perseguire affinché i ceti popolari possano riappropriarsi dell’effettivo potere di pianificazione del territorio e degli spazi urbani, sottraendolo agli appetiti del profitto e della rendita. Continua a leggere

DAVOS-2021: La fase riflessiva del capitalismo. L’intervento di Vladimir Putin (VIDEO)

https://zen.yandex.ru/media/id/5ed8714a27fb6c647cd4e4dc/intervento-di-putin-a-davos-6011a0e08b595f6198c00879

(Traduzione in Italiano di Mark Bernardini – post su Facebook)

DAVOS-2021: La fase riflessiva del capitalismo. L’intervento di Emanuel Macron

Traduzione di Gianfranco Causapruna della trascrizione dell’intervento del presidente della repubblica francese, Emanuel Macron, al forum economico di Davos, come pubblicato sul sito dell’Eliseo.

 

Emanuel Macron:
Buongiorno professor SCHWAB, anch’io sono molto felice di rivederla in tale occasione, anzi grazie per aver organizzato queste riunioni che, credo, sono ancora più importanti in questo periodo.

Vorrei esaminare i rapporti tra il mondo che conosciamo oggi e il mondo che verrà. Primo, perché in tutti i nostri paesi le società stanno cambiando a causa delle prove che stiamo vivendo. E penso che abbiamo alcune lezioni da imparare da quello che abbiamo vissuto tutti insieme da poco più di un anno, e che continuerà, lo sappiamo, per altri mesi o, alcuni così ci dicono, per anni. In ogni caso, con la presenza più o meno importante di questo virus. Continua a leggere

20 anni fa il 1° Forum sociale mondiale di Porto Alegre. Il video-documentario che realizzò la FILEF

Porto Alegre Social Forum” è l’unico film documentario sul primo storico Forum Sociale svoltosi a Porto Alegre (Rio Grande do Sul – Brasile) nel 2001.

Realizzato dalla FILEF (filef.info) per la regia di Roberto Torelli (autore tra l’altro di “Bella Ciao” e “Maledetto G-8”, sugli eventi del Forum Sociale Europeo svoltosi a Genova nel luglio dello stesso anno), si avvalse della collaborazione di Paulo Cesar Saraceni, di Antonio Tabucchi e Sergio Vecchio (dialoghi).

Il film documenta, oltre al Forum, anche le lotte del Movimento dei Sem Terra brasiliani e attraverso interviste ad importanti personaggi pubblici latino-americani (Joao Pedro Stedile, Ebe de Bonafini, Perez Esquivel, Emir Sader, ecc.) , l’evoluzione sociale e politica del continente che irrompe sulla scena mondiale portando un’anelito di speranza e di cambiamento per tutti. Continua a leggere

“Come affrontare la pandemia con poche risorse e visioni altre”

Dossier a cura del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati propone questo breve dossier, realizzato dall’amico Aldo Zanchetta, sulla gestione della pandemia nei paesi del sud del mondo e nelle comunità indigene del Chiapas. A quest’ultimo proposito segnaliamo la interessantissima intervista al medico italiano Cippi Martinelli impegnato da 24 anni nei servizi sanitari autogestiti delle comunità indigene.

Invitiamo, infine, seguendo le indicazioni finali di Aldo Zanchetta, a sostenere anche con piccole donazioni, il progetto di realizzazione di un sistema sanitario autonomo legato ai principi di medicina tradizionale e autogestito dalle comunità stesse, soprattutto in questa fase di emergenza pandemica.

Il nostro folgorante incontro con Cippi

Ricordo bene quel caldo pomeriggio di fine estate di un paio d’anni fa a casa di Aldo Zanchetta in Lucchesia. L’ombra del secolare tiglio, il buon cibo genuino preparato da mani amiche e l’ottima compagnia. Tutti seduti in una specie di cerchio ad ascoltare lui, uomo e medico dallo straordinario carisma: Cippi Martinelli.

Cippi in poco meno di due ore con semplicità e naturalezza ci raccontò la sua esperienza più che ventennale di “medico napoletano in Chapas” espressione impiegata come sottotitolo del suo libro Eternamente straniero, la cui lettura è fortemente consigliata. Un incontro indimenticabile con una persona speciale, dalle grandi doti comunicative e con una visione grande di società.

Serena Campani 28 dicembre 2020

per il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

 

 

LA PANDEMIA IN MONDI ALTRI

Il nostro sguardo relativo alla pandemia, orientato dalla nostra cultura eurocentrica, salvo rare eccezioni si dirige automaticamente sul nostro mondo. Ma altri mondi esistono e sul modo di affrontare questa emergenza hanno qualcosa da insegnarci. Non parlo della Cina & dintorni, di cui si parla già assai, e per il modo di affrontarla rientrano nel novero dei paesi tecnologicamente avanzati, seppur con diverse tradizioni culturali.

Queste brevi note intendono offrire un rapido sguardo su questi paesi, e si dividono in due parti. Un primo sguardo alle politiche e strategie governative e un secondo alle politiche sviluppate dal basso. Queste ultime più interessanti da un punto di vista culturale e stimolo per riflettere. Quelle governative si diversificano più operativamente che concettualmente circa le tecnologie adottate e questo sia per vincoli materiali concreti (minor disponibilità finanziaria e di attrezzature tecnologiche) sia perché in qualche misura conservano ancora riferimenti culturali diversi. Quelle dal basso (comunità indigene o contadine e quelle delle periferie delle grandi metropoli) oltre ad avere vincoli materiali ancor più stringenti, rispecchiano, ovviamente in misura diversa, vincoli culturali con ì territori dove vivono e le povere risorse di cui dispongono. In molte di esse, specie quelle rurali, sono ancora vivi i saperi ancestrali, particolarmente in campo medico, saperi che dopo un lungo periodo di disprezzo da parte della scienza occidentale, stanno ricevendo maggiore attenzione anche se purtroppo nel quadro di politiche di rapina proprie della tradizione colonialista (leggi bio-pirateria).

 

Politiche governative alternative

In un recente articolo1  si legge:

A nove mesi dall’inizio della pandemia, l’Europa rimane una delle regioni più colpite dal Covid-19. Dieci dei 20 Paesi con il più alto numero di morti per milione di persone sono europei. Gli altri dieci sono nelle Americhe. […] La maggior parte dell’Africa e dell’Asia, al contrario, sembra ancora risparmiata. Tra i Paesi in cui sono stati segnalati decessi correlati a Covid, i dieci con il numero di morti per milione più basso si trovano in queste parti del mondo.2 Ma mentre errori e valutazioni errate hanno alimentato critiche sostenute sulla gestione della pandemia da parte del Regno Unito3, il successo di gran parte del mondo in via di sviluppo rimane ignorato.

Naturalmente, una serie di fattori può spiegare livelli più bassi di malattia nel mondo in via di sviluppo: diversi approcci alla registrazione dei decessi, il profilo demografico dei giovani africani, un maggiore uso di spazi esterni o forse anche alti livelli di anticorpi potenzialmente protettivi ottenuti da altre infezioni. Ma l’incertezza statistica e la biologia favorevole non sono la storia completa. 

L’articolo è tutto da leggere, non senza tuttavia un po’ di spirito critico, però mi soffermerei in particolare sul paragrafo titolato Fare di più con meno, perché è innegabile che nel mondo occidentale, malgrado i forti tagli di questi ultimi anni al settore sanitario connessi all’ideologia neoliberista, esistono sprechi di fronte a carenze, per una errata distribuzione delle risorse disponibili. Difficile negare nei paesi ricchi un’organizzazione verticalista e centralista della sanità che ha privilegiato le grandi strutture ospedaliere e penalizzando la medicina territoriale di base, con i guai che ciò ha provocato fino ad oggi. Ivan Illich aveva scritto già più di 40 anni or sono che una competenza medica generale di base era più importante della moltiplicazione dei tecnici di alto livello, e che di fatto le due cose erano inversamente proporzionali. Aveva usato un’espressione che fece storcere la bocca a molti: <<deprofessionalizzare la medicina>>, ma che significa proprio questa proporzionalità inversa.

L’articolo, riferendosi soprattutto all’Africa, nota inoltre come la collaborazione intergovernativa sia stata più praticata di quanto non lo sia stata in occidente. Il tema è vasto e necessiterebbe approfondimenti e alcuni distinguo, che però non rientrano negli obbiettivi di questo rapido excursus.

Un tempo la gente aveva maggiori nozioni pratiche sulla propria salute, espressa magari in detti o proverbi popolari, oggi svalutati come credenze nefaste. Una intervista molto significativa riportata poco chiarisce l’importanza di questa coscientizzazione di base relativa ai problemi della salute.

Riprendiamo la lettura:

Si dice che la necessità sia la madre di tutte le invenzioni: dove il denaro scarseggia, l’ingegnosità abbonda. Questo è stato vero durante Covid-19 come in qualsiasi altro momento, ed è un’altra lezione che il mondo sviluppato farebbe bene a prendere in considerazione.

All’inizio della pandemia, il Senegal ha iniziato a sviluppare un test Covid-19 della durata di dieci minuti che costa meno di 1 dollaro USA e non necessita di sofisticate apparecchiature di laboratorio. Allo stesso modo, gli scienziati in Ruanda hanno sviluppato un algoritmo intelligente che ha permesso loro di testare molti campioni contemporaneamente unendoli insieme. Ciò ha ridotto i costi e i tempi di consegna, portando infine a più persone sottoposte a test e a costruire un quadro migliore della malattia nel Paese. […]

Il Cile ha creato un test per il coronavirus a basso costo e non brevettato, consentendo ad altri Paesi con poche risorse di beneficiare della tecnologia. […] La capacità di affrontare problemi complessi in condizioni di risorse limitate è un punto di forza che può essere utile per tutti, in particolare considerando l’impatto strabiliante della pandemia sulle economie ad alto reddito.4

Parlando delle politiche sanitarie dei governi dei paesi meno avanzati5, restiamo però nel campo concettuale della medicina occidentale impiegata con minore intensità tecnologica e finanziaria, anche se alcuni esempi molto particolari offerti ad es. dal Madagascar6 o dalla Tanzania7 meriterebbero una certa attenzione.

Vorrei riferire una esperienza personale che ritengo significativa sul come in campo medico il virus tecnologico (mentale questa volta) sia entrato in occidente anche all’interno di un certo progressismo. Nel 2002 fui richiesto da una delle più prestigiose organizzazioni mediche di base italiane di procurare un incontro col vescovo Samuel Ruiz, già mediatore in Chiapas del conflitto fra Governo messicano ed Esercito Zapatista insorto. L’incontro avvenne in Toscana in occasione di una visita in Italia di don Samuel. La proposta dell’organizzazione era di realizzare appunto in Chiapas una clinica chirurgica di alto livello per problemi cardiaci. La cifra della costruzione era ovviamente consistente e la detta organizzazione aveva fretta di concludere per non perdere il finanziamento ricevuto. L’obiettivo, benché nobile, rivelava la completa ignoranza della realtà del luogo e avrebbe ovviamente avuto come beneficiaria una ristretta fascia sociale, prevalentemente elitaria. Ruiz contropropose invece di impiegare il denaro per creare una rete sanitaria di base per prevenire le numerose morti per mali abbastanza comuni. La cosa non parve interessante ai rappresentanti dell’organizzazione italiana che ritirarono l’offerta seduta stante. Una intervista che riporto poco oltre chiarisce significativamente le ragioni della posizione di Ruiz.

 

Covid-19 e medicina dal basso

Un amico peruviano, un cattedratico ma lottatore sociale sul campo, cioè con “maniche rimboccate”, al quale a marzo del 2020 avevo rivolto via mail la domanda di come venisse affrontata la pandemia sulle Ande, mi rispose sostanzialmente così: <<La gente si sta riunendo nelle proprie chacra per affrontarla comunitariamente>>. La risposta può essere compresa solo a metà da chi non conosca cosa è la chacra andina, per cui vale la pena cercare di spiegarla anche se in modo un po’ formale. Secondo la definizione che ne ha dato questo stesso amico in un libro:

La chacra è la porzione di terra dove il contadino nutre e circonda di cure le piante, il terreno, l’acqua, i microclimi, e alleva gli animali. In senso lato, il termine chacra indica tutto ciò che è nutrito, allevato, coltivato; i contadini dicono che il lama è la loro chacra ambulante, su cui raccolgono la lana. Noi stessi siamo la chacra delle huacas o divinità che vegliano su di noi, ci istruiscono e ci accompagnano>> (Julio Valladolid)8.

“Nella chacra vive l’ayllu, che è una comunità formata da un gruppo di persone legate da rapporti di parentela. A questa comunità appartengono non solo gli esseri umani, ma anche gli elementi naturali del luogo e le divinità locali”.9

In definitiva chacra e ayllu sono realtà intimamente fuse e sono la cellula base della società. Raccontare che in alcuni villaggi al rapporto di parentela appartengono anche le patate vecchie in attesa di semina, quelle della specie che si è meglio integrata nella chakra10, tanto da essere definite “suocere” in alcuni villaggi, qui da noi si può venire presi per ritardati mentali. Questa è la sabiduria (Saggezza, nota del Giga) in una delle prime regioni del mondo dove fra 8 e 10 mila anni or sono nacque l’agricoltura.

Una raccolta interessante di testimonianze del giornalista Raúl Zibechi su come la pandemia sia stata accolta da comunità di base latinoamericane è reperibile sul sito comune-info.net.

Per concludere questa breve carrellata segue una significativa intervista che lo scrivente ha fatto al dott. Cippi Martinelli che da 26 anni esercita la sua professione nelle comunità indigene del territorio degli Altos de Chiapas.

 

INTERVISTA AL DOTT. CIPPI MARTINELLI, IN CHIAPAS DAL 1996

In Nemesi Medica Illich ha scritto che ogni cultura ha il proprio concetto di salute, di malattia e di cura. Se questo è vero, come sono configurati questi concetti nella regione maya in cui operi? E come si sposano con la tua visione di medico occidentale, proveniente da un diverso mondo culturale nel quale il rapporto personale fra medico e malato è stato sostituito da un intervento più ‘tecnico’ e spersonalizzato ed il paziente, da soggetto che ‘si aiuta a guarire’ è trasformato in oggetto il cui corpo è da ‘riparare’, come una macchina?

I concetti di «salute» e di «malattia» sono, qui su queste montagne de Los Altos de Chiapas, assolutamente difficilissimi da esprimere e da configurare. Ricordo un momento di molti anni fa’ quando ci venne chiesto da parte delle allora «Autorità Indigene della Salute Autonoma» di esprimere in un documento cosa si dovesse intendere per «salute». Anche per loro era difficile capire cosa significasse «stare in buona salute»!

Passammo più di tre giorni, io e alcuni promotores de salud (lavoratori della salute comunitaria, nota del Giga) più esperti, a cercare di mettere giù questo concetto, e, alla fine… non ci riuscimmo. Sì, perché è certo che nelle comunità indigene lo star bene o lo star male non si riferisce mai solo alla presenza o meno di uno stato patologico legato ad una malattia. Comprende tutta una gamma di situazioni personali e collettive, sempre collegate tra di loro. Racconto, nel mio Eternamente Straniero, di questa donna molto anziana che per rispondere alla mia semplice (per me!) domanda circa la sua età, cominciò a raccontarmi tutta la sua vita… per lei era impossibile spiegarmi quanti anni avesse… con un numero! E questo riguarda anche le malattie. Quindi capite bene che noialtri, «operatori della salute», non dobbiamo mai, per fare una diagnosi corretta e scegliere quindi una terapia, limitare lo studio della persona solo verificando i suoi sintomi e i valori dei «segni vitali», o i dati di laboratorio. È assolutamente indispensabile dover fare tutta un’indagine conoscitiva, non solo sulla stretta infermità che presenta, ma su tutta la persona, sull’ambiente in cui vive, sui dolori che prova in seno alla sua famiglia e anche all’intera comunità da cui proviene. Credo sia chiaro, insomma, quanto sia totalmente differente per la nostra cultura occidentale approcciarci allo stato di «salute» di una persona.

Pochi giorni fa ho visitato un uomo per una vistosa ernia inguinale e gli ho proposto l’intervento chirurgico programmandolo per questa settimana. «No doc, mi ha risposto, siamo in luna calante, e la chirurgia non riuscirebbe, la ferita non cicatrizzerebbe bene…».

Scusa se insisto su Illich, ma sto lavorando a un libro in cui vari cultori del suo pensiero tentano di applicare la sua analisi per una «transizione» ragionevole attraverso questa pandemia. Egli auspicava una certa «de-professio­naliz­za­zio­ne della medicina» nel senso di aumentare la cultura medica di base anziché puntare freneticamente sulle specializzazioni. Se non sbaglio potenziare questa cultura di base è la scelta strategica che voi avete privilegiato. Puoi confermare e specificare meglio?

Certamente! Però, intanto devo districarmi nei meandri della espressione «de-professionalizzazione della medicina». Vedi, devo prima di tutto spiegare, o almeno cercare di spiegare la mia posizione circa il «professionalismo della medicina», e non è facile. Non è facile perché fin dai tempi in cui lavoravo in un Policlinico Universitario, quello di Napoli, dell’Università Federico II, ho sempre avuto problemi con questa espressione… «professionalità». Poi, quando arrivai in queste terre, a poco a poco misi a fuoco i miei dubbi e le mie perplessità. A Napoli, camminando per le tortuosità della carriera universitaria, incontravo problemi sempre più grossi nel riconoscermi nelle dinamiche relative alle differenze tra «fare il medico» e «incoronarmi del titolo di ‘medico’». Sicché, poco a poco, mi circondai di giovani studenti ancora immuni, la maggior parte, da appetiti di «professionalità» future e dalla voglia di raggiungere obbiettivi sociali ed economici che potessero diventare il frutto più concreto del loro lavoro di apprendimento. Certo, non fu facile, perché la nostra piccola comunità di medico ricercatore e di giovani studenti non era certo ben vista, anzi, era guardata con sospetto, da parte dei medici del mio Dipartimento e dalle autorità accademiche della Facoltà. Però fu con loro che raggiungemmo dei bellissimi traguardi assistenziali e di ricerca. Sì, mi rendo conto e chiedo venia se sto cadendo ‘violentemente’ nel personale, ma questo mi aiuta a rispondere con più chiarezza alla domanda.

Quando arrivai qui in Chiapas, fui subito accolto da forti manifestazioni di riconoscenza, fui subito vezzeggiato da tutti. Arrivava il medico! Uno straniero che veniva ad aiutarci! Uno che sapeva molto!

Inizialmente il mio sforzo più grande fu quello di… ‘smitizzarmi’ e dimostrare non a parole, ma con i fatti, che volevo… fare il medico finalmente! E la mia gioia più grande fu quando finalmente riuscii a farmi capire, a far capire cioè che il mio lavoro sarebbe stato fruttuoso per la gente solo se fossi riuscito a lavorare, nell’as­si­stenza e nella didattica, insieme ai giovani promotores de salud, e alle persone più esperte di cura delle malattie che erano presenti in tutte le comunità. Loro pensavano di saperne molto meno di me. Io mi accorsi subito che ne sapevo molto meno di loro. E fu così che nacque un meraviglioso lavoro di costruzione e di apprendimento reciproco. Partendo dal basso, e riuscendo con convinzione profonda a riconoscere la vera Professionalità, per esempio nel guaritore el Huesero11, lui che riusciva a ricomporre una frattura con apparentemente semplici e leggeri movimenti delle mani, senza avere mai avuto la ‘opportunità’ di leggere e studiare concetti di anatomia…

Quali sono le malattie più comuni e che risultato avete ottenuto grazie alle vostre scelte?

Bene, anche qui devo fare un distinguo, perché negli anni ci sono state molte variazioni sul tema. Inizialmente (ti parlo degli ultimissimi anni del passato millennio e dei primi dell’attuale) le principali malattie e, spesso, le cause di morte, erano legate ad infezioni gastrointestinali per parassiti. L’acqua che si beve nelle comunità viene direttamente dalla fonte naturale, el Manantial, però nel suo cammino verso le zone abitate si mescola con canali di acqua «nera» che provengono dai numerosi quartieri militari del­l’e­sercito messicano, e comunque da tutte le comunità che attraversa, dove non esiste nessun sistema di fognature. Poi malattie respiratorie, specialmente nelle donne, perché in ogni abitazione, per lo più ultrafatiscente, fatta di pareti di tavole di legno con un incerto tetto di lamiera, la maggior parte del tempo si passa intorno a un focolare centrale, all’interno della ‘casa’, a cucinare un poco di fagioli e a fare tortillas. E, sempre in tema di malattie delle donne, problemi ostetrici, infezioni e mortalità post partum, e una grossa mortalità neonatale. Poi la malaria, e la T.B.C., queste le cause di malattia e morte in quegli anni.

Con il passar del tempo, grazie alla creazione, organizzazione e sviluppo di un Sistema Autonomo di salute le cose stavano andando migliorando, grazie anche agli infiniti corsi di formazione dei promotores de salud, alle riunioni organizzate perennemente in ogni comunità sulla prevenzione delle malattie (tecniche semplici di disinfezione dell’acqua, lavoro di affiancamento alle levatrici delle comunità, las parteras, ecc.).

Ma negli anni a venire le cose tornarono a complicarsi con un altro tipo di malattie. Grazie allo sviluppo della Rivoluzione Zapatista, e cioè allo sviluppo dell’Autono­mia, le condizioni economiche all’interno delle comunità andavano migliorando, però questo favoriva anche un cambiamento, che io definisco nefasto, delle abitudini alimentari della gente. I piccoli negozietti di vendita varia (las tiendas) crescevano di numero in ogni comunità, e il sistema capitalista, basato sul consumismo di sostanze molto economiche ma anche molto dannose, non perse l’oc­casione di gettarsi a pesce su questo affarone. Così entrarono rapidamente nell’uso quotidiano delle famiglie alimenti chimici e adulterati, cibi in scatola di pessima qualità, buste di schifezze varie, e soprattutto la Coca Cola, oltre a una gamma sterminata di bibite artificiali spesso di indubbia provenienza, ma comunque ricche di zucchero, coloranti e sapori artificiali, che ben presto sostituirono, almeno in parte, la povera, poverissima, ma sana alimentazione della gente delle comunità.

Poi ci invase l’era dei telefonini, e le grosse imprese messicane di telefonia non si fecero pregare ad inchiodare dappertutto le loro grosse antenne di trasmissione. Quindi son cominciate ad apparire, in forma sempre più presente, altre malattie come diabete, leucemia e altre moltissime forme di cancro, prima assolutamente assenti.

Come le curiamo? Con le stesse forme di sempre, dando molto spazio alla medicina naturale, lavorando in collaborazione con i curanderos (guaritori, nota del Giga), e continuando nei limiti del possibile alla formazione di giovani generazioni di promotores de salud, che restano la nostra più grande risorsa.

Ricordo come a Lucca parlasti con entusiasmo delle e dei giovanissimi che operano come promotrici e promotori di salute, della loro capacità di acquisire la professionalità necessaria e del loro spirito di ‘servizio’ alle loro comunità. Vuoi ricordarlo qui?

Con piacere! Questi ragazzi e ragazze che entrano nel lavoro della salute sono la vera essenza dei progressi che si sono attuati in tutti questi anni. Sono giovani, a volte giovanissimi, ma tutti motivati fortemente. In genere vengono nominati dalle comunità da cui provengono, a volte è una loro scelta specifica e personale. La gran parte di loro proviene da famiglie di militanti della rivoluzione zapatista, e son cresciuti ascoltando i discorsi dei loro genitori o fratelli maggiori, per cui hanno, molto più chiaro di quel che possa sembrare, un’idea precisa dell’importanza che il loro lavoro sia di grande valenza e importanza per la propria gente, e per la lotta del popolo. Certo, arrivando tra noi, si scontrano con tutte le difficoltà relative a questo lavoro, di fatto abbandonano la loro famiglia in età adolescenziale. I nostri ritmi di lavoro non concedono pause, tutta la giornata è articolata in vari turni, a parte le ore di lezione tutti sono occupati al lavoro nelle varie aree. Dalle visite mediche negli ‘ambulatori’, alla farmacia, alla pulizia, alla cucina, ecc.

Un lavoro duro, a volte massacrante, e ‘a tempo pieno’, come diremmo noi. Nel senso che una volta entrati nel Sistema di Salute, vivranno nella clinica o nei centri di salute definitivamente. Solo di tanto in tanto, se possibile, potranno godere di un permesso di pochi giorni per rientrare in famiglia. La loro vita diventa completamente dedita a curare la gente. Hanno tutti una grandissima voglia di imparare, e dimostrano una grandissima capacità di apprendimento, anche se molti di loro non hanno superato la terza elementare. Per questo il nostro sistema d’insegnamento è soprattutto ‘pratico’ e la teoria viene dopo. Ma soprattutto insistiamo tenacemente nei tentativi di sviluppare la «medicina di base», che comunque sia è quella che ci permette di raggiungere i maggiori risultati.

Abbiamo avuto modo nei mesi scorsi di scambiare informazioni via mail sui gravi problemi posti dall’attuale pandemia alle comunità indigene. Hai parlato di positivi protocolli «scalzi» (se posso usare questa parola) che hanno avuto un certo successo e ho anche letto su qualche pubblicazione di «manuali» su come affrontare la malattia elaborati in alcune comunità, come ad esempio la Colectividad Nichim Otanil. Cosa sai dirmi di questa autodifesa organizzata dal basso ricorrendo alle risorse biologiche del territorio?

Allora, qui dovrei aprire una larghissima parentesi, cominciando anzitutto a continuare a cercare di spiegare il concetto di «malattia» per questa gente, o almeno il modo in cui si affrontano le «malattie». C’è sempre, alla base, un atteggiamento che noi occidentali definiremmo semplicemente «fatalismo», e questa espressione è molto, molto riduttiva. In queste terre, l’ammalarsi di qualcosa è assolutamente parte della vita, un evento che fa parte del «normale». Devo citare ancora una volta il fatto che ai bambini al di sotto dei tre anni circa non si dà nome… perché si è abituati al fatto che molti di loro muoiono prima di quest’età. E per scendere a problemi più… ‘semplici’, una persona con diarrea non viene quasi mai a chiedere una visita, nella clinica o nel piccolo centro di salute della comunità. La diarrea è parte della loro vita, così come una difficoltà a respirare, o, tanto per fare esempi, una situazione di stanchezza, ecc…

Non ricordo chi abbia detto che «la vita è una lunga malattia che finisce con la morte», una frase che, a noi che non abbiamo la pelle color della terra, suona tremendamente negativa; però qui è proprio così!

E allora, tornando alla tua domanda circa le difese, biologiche e non, messe in campo in questa pandemia, non è stato per niente facile, anzi difficilissimo, sensibilizzare la gente di fronte a questo nuovo pericolo. Una grossa mano ci è stata data dal Comando Generale dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), che ha immediatamente preso una grossa iniziativa, quella di dichiarare in allarme rosso tutte le zone sotto il suo controllo. Nessuno poteva uscire o entrare nelle comunità (una specie di lock-down), ma specialmente chi rientrava nella propria comunità da zone turistiche era obbligato a osservare un periodo di quarantena prima di raggiungere la propria famiglia. (Sai bene che molti giovani ‘emigrano’ nelle grosse zone turistiche come Cancun, Playa del Carmen, ecc., per vendere prodotti d’artigianato e quant’altro).

Ma quello che ha salvato la maggior parte delle persone è stato, anche in quest’occasione, il lavoro dei promotores de salud. Abbiamo capito subito che l’unico sistema era quello di andare casa per casa, dove ci fossero segnali di malattia per Covid. Certo un lavoro difficile e pesante, perché, come ti dicevo, qui in ogni famiglia c’è sempre, tutti i giorni, qualcuno che ha un problema respiratorio, una bronchitella, un raffreddore con febbre… però siamo riusciti ad organizzarci. Abbiamo costruito un protocollo «scalzo», come dici tu, e siamo riusciti a dotare ogni gruppo di promotores di un «oximetro» (grazie anche agli aiuti ricevuti dall’Italia), cioè di quel piccolo apparecchietto che permette di valutare la presenza di ossigeno nel sangue, e quindi di far diagnosi… perché tutte le diagnosi sospette per coronavirus le abbiamo fatte e continuiamo a farle su base clinica, cioè sullo studio dei sintomi… e basta. In Chiapas effettuare un «tampone» è solo possibile a chi ha le possibilità economiche di viaggiare fino a Tuxtla Gutierrez, la capitale dello Stato, dove in un laboratorio privato ti fanno pagare una somma esorbitante, quindi capisci bene che questo non era e non è assolutamente alla portata della gente delle comunità indigene. Quindi, e comunque, fatta la diagnosi i promotores tornavano a visitare il paziente almeno due volte al giorno e a controllare l’andamento della malattia. In caso di peggioramento, e quindi di necessità di collegarlo a una bombola di ossigeno, insomma di trasferirlo nell’ospedale più vicino, San Cristóbal, Tuxtla o Tapachula, incontravamo enormi problemi. La persona, e tutto il suo ambito familiare, rifiutavano fortemente il trasferimento in un ospedale «del governo», rifugiandosi in quello che noi definiremmo molto limitatamente «fatalismo». Isolare il malato? Attuare tutte le misure di riduzione del contagio? Impensabile! Nelle abitudini della comunità è impossibile pensare di lasciar sola la persona che soffre. Si innesca ‘automaticamentei un meccanismo di intervento del guaritore, della persona che conosce l’uso di piante medicinali, di preghiere e veglie che comunque hanno sempre affiancato, e mai ostacolato, il lavoro nostro e dei promotores de salud. Intanto abbiamo messo a punto e utilizzato con successo un protocollo di cura, utilizzando farmaci di facile reperibilità e di costo accessibile… e insomma… finora ce l’abbiamo fatta…

Per concludere hai qualcosa da dire ai tuoi amici italiani immersi in una caotica ‘comunicazione’ dall’alto e sconcertati di fronte a una campagna di paure? ​

No, in verità non mi sento di poter dare nessun aiuto alla gente d’Italia in questo durissimo momento di guerra, di assalto alla vita delle persone, di stravolgimento delle abitudini di ‘vita’ e di lunghi e pesanti momenti di paura causati dall’ennesimo virus di passaggio. Un virus più violento di tanti altri, che ha potuto magnificare la sua violenza grazie alla impreparazione della gente di fronte a un imprevisto cataclismatico, ma che in effetti era molto più prevedibile di quello che sembra. Non voglio entrare in discorsi contro quella che considero la vera causa di questa disfatta che continua e continuerà ancora a fare vittime, riconoscendo nel sistema capitalista il vero colpevole di questa strage planetaria. No, non tocca a me farlo. Però, per non deluderti, riesco solo a dirti che se le persone, in Italia e in molte altre parti del mondo, riuscissero a trovare nel fondo delle proprie coscienze, per la maggior parte obnubilate, la forza per ‘riumanizzarsi’ e ritrovare la voglia di vivere le proprie vite, e di collettivizzare i problemi legati a questa pandemia (nel caso specifico) e di tutti i VERI problemi dell’e­si­stenza, beh, questo sarebbe il cammino giusto.

Non mi dispiacerebbe se qualche persona di buona volontà, alla fine di questa lettura, volesse fare una piccola donazione, anche solo di 10 E (il costo presumibile di una dose di cura contro il Covid-19) sul ccp di Cippi qui in Italia:

Giuseppe Martinelli, Banco Posta n. 27879782 , Iban IT19U0760103400000027879782.

Aldo Zanchetta

 

NOTE:

1 Autori dell’articolo Maru Mormina*, Ifeanyi M Nsofor** sul giornale telematico The Conversation (* Senior Researcher and Global Development Ethics Advisor, Università di Oxford;** Senior Atlantic Fellow in Health Equity, George Washington University.) Per leggere l’originale vai qui.

2 N.d.T.: Così ad es. a Timor Est, in Buthan, in Laos e in Cambogia ad oggi, a fronte di pochi casi di infezione, non si è registrato alcun morto per Covid-19.

3 N.d.T.: Paese in cui i due autori, dai nomi presumibilmente africani, presumibilmente vivono e lavorano.

4

5 Mi scuso di questa espressione ma ormai il nostro linguaggio non ha più modo di parlare correntemente di realtà diverse se non con linguaggio comparativo dove le scale di confronto sono il livello tecnologico o quello monetario. Anche definirli meno ricchi è mistificatorio perché non sono meno ricchi ma vengono sistematicamente defraudati delle loro ricchezze.

6 Covid-19 à Madagascar: le gouvernement refuse les vaccins et préfère les remèdes locaux,

http://www.agenceecofin.com › sante

7 Covid-19: la Tanzania è benedetta da Dio o bugiarda? By Leopoldo Salmaso

8 Pratec, Cosmovisioni. Occidente e mondo andino, Mutus Liber, Riola (BO), 2015.

9 Cosa possono insegnare i Paesi in via di sviluppo ai Paesi Ricchi su come affrontare una pandemiait.businessinsider.com › paesi-in-via-di-sviluppo-insegnare

10 In Perù esistono oltre tremila tipi di patate, diverse per sapore, forma, colore, adattabilità per tipo di terreno, di conservazione, modalità di cucina etc.

11 Huesero, il ‘riparatore’ di ossa (huesos).

Dall’Antropocene al Capitalocene: l’evoluzione dei paradigmi interpretativi della crisi climatico-ambientale

L’inesorabile incedere della crisi climatico-ambientale degli ultimi decenni ha indotto la comunità accademica internazionale ad ampliare e approfondire il campo di studi al fine di comprenderne cause, portata e sviluppi futuri.

Il lemma Antropocene, proposto per la prima volta negli anni ’80 dal biologo Eugene F. Stoermer, ha iniziato a diffondersi, travalicando i confini disciplinari ed accademici, ad opera del premio Nobel per la chimica, Paul Crutzen, per rimarcare l’intensità e la pervasività che l’attività umana aveva assunto nei confronti del processi biologici terrestri (Crutzen, 2005).

Una corrente accademica di pensiero e alcuni contesti scientifici sostengono che la crisi climatico-ambientale in atto sia, invece, il frutto del sistema economico dominante a livello mondiale, nel cui ambito la volontà di una parte nettamente minoritaria di popolazione mondiale di perpetrare lo sfruttamento delle risorse nell’intento di salvaguardare il proprio, ormai insostenibile, livello di consumi1, si concretizza in un forte deficit ecologico che, sotto varie forme, finisce per impattare soprattutto nelle aree geografiche economicamente e socialmente meno sviluppate.

Tale paradigma interpretativo sembra essere confermato dal rapportoDisuguaglianza da CO2″, pubblicato da Oxfam2, in collaborazione con lo Stockholm Environment Institute, il 21 settembre 2020 alla vigilia dell’annuale Assemblea Generale della Nazioni Unite nell’intento di indurre la leadership politica mondiale a varare ed implementare efficaci misure di contrasto alla crisi in atto.

Il concetto di Capitalocene, risulta particolarmente funzionale a focalizzare le dinamiche in atto in quanto riesce ad individuare gli aspetti degenerativi della struttura capitalistica che, in modo sempre più “classista”, polarizza le vulnerabilità non solo intergenerazionali, in ottica futura, ma, soprattutto quelle odierne all’interno e fra società diverse (Amato, 2019).

Il sistema economico globalizzato, neoliberista e sviluppista, funziona da garanzia per il capitale transnazionale nell’ambito di un modello di sviluppo lineare fondato sul ciclo estrazione-produzione-consumo, sulla concentrazione di immensi profitti e la socializzazione dei costi ambientali.

La questione del superamento delle strutture economiche e sociali del Capitalocene, con i suoi insostenibili modelli di produzione, di consumo e di ripartizione della ricchezza, si propone, alla luce della crisi ambientale sull’orlo del punto del non ritorno e delle disuguaglianze sociali, sempre più marcate, in modo ancor più pressante, a causa dei suoi crescenti effetti degenerativi, arrivati, ormai, a mettere a repentaglio il futuro del Pianeta e, soprattutto, dell’intera umanità.

 

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

NOTE:

1Come certificano i dati dell’impronta ecologica L’impronta ecologica media pro capite mondiale sostenibile è 1,8 ha mente quella effettiva è invece di 2,7 ha. Fra i singoli paesi: Qatar (11,68) Kuwait (9,72) Eau (8,44) Usa (8,1)

2 https://www.adnkronos.com/sostenibilita/risorse/2020/09/21/disuguaglianza-piu-ricco-del-pianeta-inquina-piu-miliardi-poveri_hVANEvcMqa693vnRu0GeUI.html

3 Oxfam 20 gennaio 2020. Davos 2020: la terra delle disuguaglianze: a metà 2019 l’1% della popolazione più ricca è arrivata a detenere più del doppio della ricchezza posseduta da 6,9 miliardi di persone.

Vaccini per il Covid: chi prende l’iniziativa

di Michael Roberts

Prima che la pandemia di Covid-19 travolgesse il mondo, le grande aziende farmaceutiche avevano investito ben poco sui vaccini per la malattie e i virus a livello globale. Semplicemente, la cosa non era redditizia. Di quelle che erano le 18 maggiori aziende farmaceutiche, 15 di loro avevano abbandonato completamente il settore. I leader nel profitto, erano i farmaci per il cuore, i tranquillanti che creano dipendenza e i trattamenti per l’impotenza maschile, e non le difese contro le infezioni ospedaliere o i farmaci per le malattie emergenti e i tradizionali tropical killers. Per decenni, un vaccino universale per l’influenza – vale a dire, quello che sarebbe un vaccino che prende di mira le parti immutabili delle proteine di superficie del virus – è stato una possibilità, senza che venisse mai ritenuto abbastanza redditizio da indurre a farlo diventare una priorità. Pertanto, ogni anno otteniamo dei vaccini che sono efficienti solo al 50%.

Ma la pandemia di Covid-19 ha cambiato l’atteggiamento da parte di Big Pharma. Ora si possono fare miliardi vendendo vaccini efficaci ai governi e ai sistemi sanitari.

E in pochissimo tempo, è venuta fuori una partita di vaccini apparentemente efficaci, con la concreta possibilità di renderli disponibili per le persone nel giro dei prossimi 3-6 mesi; un risultato record.

L’autorizzazione per l’Europa ed il Regno Unito, per il vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna dovrebbe esserci entro la fine dell’anno, con una produzione iniziale che metterebbe fin da subito a disposizione per la fine dell’anno, 10-20 milioni di dosi di ciascun vaccino (5-10 milioni di trattamenti). Una vaccinazione diffusa e generalizzata contro il Covid-19 – al di là di quelli che sono i gruppi ad alto rischio – verrà attuata probabilmente entro la prossima primavera, ed avremo entro la fine dell’estate una quota di popolazione europea vaccinata sufficientemente ampia. Il vaccino Pfizer-BioNTech contro il Covid-19, è stato dichiarato efficace per oltre il 90%. Moderna ha dichiarato che il suo vaccino riduce il rischio di infezione da Covid-19 di oltre il 94,5%. Tra quelli che sono gli altri principali sviluppatori di vaccini, AstraZeneca dovrebbe rilasciare i risultati delle prove da qui a Natale, mentre molti altri si trovano già in fase avanzata per quanto riguarda i test. Entro la fine dell’anno, l’Unione Europea e il Regno Unito dovrebbero avere ciascuno dosi a sufficienza per circa 5 milioni di persone (con un unico trattamento che prevede due dosi). E ce ne sono altri: Gamaleya, Novavax, Johnson & Johnson, Sanofi-GSK; oltre allo Sputnik, il vaccino russo e quello cinese.

Come è stato possibile tutto questo così rapidamente? Beh, di certo non è stato grazie alle grandi aziende farmaceutiche che ci sono arrivate a partire dalla ricerca scientifica. È dovuto piuttosto grazie ad alcuni scienziati specializzati che lavorano nelle università e negli organismi governativi alla ricerca di una formula per il vaccino. E tutto questo è stato reso possibile dal fatto che il governo cinese ha fornito rapidamente le sequenze di DNA necessarie all’analisi del virus. Insomma, sono stati i soldi statali e i fondi pubblici a fornire la soluzione medica.

La ricerca di base per i vaccini statunitensi è stata fatta dai National Institutes of Health (NIH), dal Defense Department, e dai laboratori accademici finanziati a livello federale. I vaccini realizzati da Pfizer e da Moderna si basano fondamentalmente su due scoperte emerse grazie alla ricerca finanziata a livello federale: la proteina virale sviluppata dal NIH; ed il concetto di modifica del RNA, sviluppato per la prima volta all’Università della Pennsylvania. Infatti, i fondatori di Moderna, nel 2010 hanno dato il nome all’azienda proprio a partire da questo concetto: “Modified” + “RNA” = MODERNA.

Pertanto, il vaccino di Moderna non è sbucato dal nulla. Moderna ha lavorato per anni sui vaccini mRNA insieme al National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) [Istituto Nazionale delle Allergie e delle Malattie Infettive], che è una parte del NIH. L’accordo per la collaborazione consisteva in un certo livello di finanziamento al NIH da parte di Moderna, insieme ad una tabella di marcia per far sì che i ricercatori del NIAID e di Moderna collaborassero alla ricerca di base sui vaccini mRNA, ed eventualmente sviluppassero un tale vaccino. Il governo degli Stati Uniti ha versato altri 10,5 miliardi di dollari che sono andati nella casse di diverse aziende produttrici di vaccini, da quando la pandemia ha cominciato ad accelerare ed aumentare la domanda di un tale prodotto. Il vaccino Moderna è nato direttamente da una cooperazione tra Moderna e il laboratorio del NIH. Il governo degli Stati Uniti – e quelle che sono due agenzie in particolare, il NIH e la Biomedical Advanced Research and Development Authority (BARDA) – ha parecchio investito nello sviluppo del vaccino. BARDA è un ramo del Department of Health and Human Services [Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani] – formatosi nel 2006 come risposta al fatto che ci si aspettava l’epidemia di SARS-Covid-1 (insieme ad altre minacce per la salute) – il quale fornisce direttamente alle imprese investimenti in tecnologia, ma che si impegna anche in cooperazioni pubblico-privato (PPP) e coordina le agenzie. Una parte specifica della missione di BARDA è quella di fare attraversare alle tecnologie la cosiddetta «valle della morte» [quella zona esistente tra la creazione e la commercializzazione].

Il governo tedesco ha stanziato fondi per 375 milioni di € a favore di BioNTech, ed altri 252 milioni sono stati stanziati per sostenere lo sviluppo di un vaccino da parte di Curevac. La Germania ha inoltre aumentato di 140 milioni di € quello che è il suo contributo alla Epidemic Preparedness Innovations (CEPI) e ha previsto altri 90 milioni per il prossimo anno. La CEPI era stata creata a Davos, in Svizzera, nel 2017 come una cooperazione globale e innovativa tra pubblico e privato, oltre che tra filantropico e organizzazioni della società civile al fine di sviluppare vaccini per contrastare le epidemie, e la Germania si era impegnata a sostenere l’iniziativa con 10 milioni di € l’anno per un periodo di quattro anni. CureVac è uno di quelli che sono nove tra istituti e compagnie incaricate da CEPI di condurre ricerche su un vaccino per il Covid-19. Uno dei suoi azionisti è la banca statale Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW).

Ma a sviluppare il vaccino a partire dal lavoro scientifico degli istituti pubblici è Big Pharma. Sono loro a decidere di prendere l’iniziativa. Le aziende farmaceutiche fanno i test clinici globali, e poi producono e commercializzano il risultato. Quindi vendono i vaccini ai governi, facendo enormi profitti. È questo il modo in cui si faceva prima che ci fosse la pandemia; e si fa così anche ora che c’è. Negli Stati Uniti, nel decennio tra il 1988 ed il 1997, la spesa pubblica per l’acquisto di vaccini è raddoppiata da 100 a 200 $ per ogni bambino fino a 6 anni di età. Il costo cumulativo del settore pubblico, in meno di 5 anni, tra il 1997 ed il 2001 è nuovamente raddoppiato, da 200$ a quasi 400 per ogni bambino.

Si sa ancora assai poco circa i termini dei contratti per il vaccino Covid che l’Unione Europea ha firmato con i gruppi farmaceutici, inclusi AstraZeneca, Pfizer-BioNTech, Sanofi-GlaxoSmithKline e CureVac. Ma una volta che sarà svelato il segreto, quella che vedremo sarà una massiccia privatizzazione dei miliardi di dollari dei fondi governativi. Si calcola che AstraZeneca abbia venduto ai governi il suo vaccino a circa 3 o 4 & a dose, mentre il richiamo Johnson & Johnson ed il vaccino che sono stati sviluppati unitamente da Sanofi e GSK verranno venduti a circa 10€ a dose. AstraZeneca ha promesso che non trarrà alcun profitto dalla sua cura durante la pandemia, ma ha dichiarato anche che ciò verrà applicato solo fino al mese di luglio del 2021. Dopo di allora, potranno procedere all’incasso. La statunitense Moderna farà pagare 37$ a dose, oppure tra i 50 e i 60$ per tutto il trattamento a due colpi.

Probabilmente, i vaccini per il coronavirus per l’industria farmaceutica varranno miliardi, se si dimostreranno sicuri ed efficaci. Saranno necessari ben 14 miliardi di vaccini per immunizzare tutti quanti nel mondo contro il coronavirus. Se, come è stato previsto da molti scienziati, l’immunità data dal vaccino dovesse diminuire, negli anni a venire potrebbero essere vendute altre 22 miliardi di dosi in più, come richiamo. E la tecnologia e i laboratori di produzione che sono stati impiantati grazie alla generosità dei governi potrebbero dare origine ad altri vaccini e ad altri redditizi farmaci.

Così, mentre gran parte del lavoro pioneristico sui vaccini mRNA è già stato fatto con i soldi governativi, i produttori privati di farmaci ne potranno trarre enormi profitti, mentre i governi pagheranno per avere quei vaccini che essi hanno aiutato a trovare contribuendo in primo luogo a finanziarne lo sviluppo!

La lezione data dalla risposta del vaccino per il coronavirus, è che qualche miliardo di dollari all’anno spesi in addizionali ricerche di base potrebbero prevenire mille volte quelle che sono state le perdite in morti, malattie e distruzione economica. Nel corso di una conferenza stampa, Anthony Fauci, consulente sanitario statunitense, ha sottolineato il lavoro di picco svolto dalla proteina. «Non dovremmo sottovalutare il valore della ricerca biologica di base», ha detto Fauci. Esattamente. Ma come hanno dimostrato molti esperti, come Mariana Mazzucato, i finanziamenti statali e la ricerca sono stati vitali ai fini dello sviluppo di tali prodotti.

Quale migliore lezione possiamo imparare dall’esperienza del vaccino per il Covid se non che le compagnie multinazionali farmaceutiche dovrebbero essere di proprietà pubblica, in modo che la ricerca e lo sviluppo possano essere dirette a soddisfare le esigenze sanitarie e mediche delle persone, e non il profitto di queste aziende. E inoltre, i vaccini necessari potrebbero arrivare ai miliardi che vivono nei paesi più poveri, anziché solo a quei paesi e a quelle persone che possono permettersi di pagare i prezzi stabiliti da queste aziende.

«Questo è il vaccino del popolo», ha detto il critico aziendale Peter Maybarduk, direttore del programma di Public Citizen’s Access to Medicines . «Gli scienziati federali hanno contribuito ad inventarlo e i contribuenti ne stanno finanziando lo sviluppo… Dovrebbe appartenere all’umanità».

vaccinesrid

Pubblicato il 25/11/2020 su Michael Roberts blog – Blogging from a Marxist economist

FONTE: https://sinistrainrete.info/articoli-brevi/19228-michael-roberts-vaccini-per-il-covid-chi-prende-l-iniziativa.html


COVID vaccines: calling the shots

Before the COVID-19 pandemic engulfed the world, the big pharmaceutical companies did little investment in vaccines for global diseases and viruses.  It was just not profitable. Of the 18 largest US pharmaceutical companies, 15 had totally abandoned the field.  Heart medicines, addictive tranquilizers and treatments for male impotence were profit leaders, not defences against hospital infections, emergent diseases and traditional tropical killers.  A universal vaccine for influenza—that is to say, a vaccine that targets the immutable parts of the virus’s surface proteins—has been a possibility for decades, but never deemed profitable enough to be a priority.  So, every year, we get vaccines that are only 50% efficient.

But the COVID-19 pandemic has changed the attitude of big pharma.  Now there are billions to be made in selling effective vaccines to governments and health systems.  And in double-quick time, a batch of apparently effective vaccines has emerged with every prospect of them being available for people within the next three to six months – a record result.

There should be authorisation of the Pfizer-BioNTech and Moderna vaccines by year-end in the EU and the UK, with the deployment of an initial 10-20 million doses each (5-10 million treatments) underway through the turn of the year. Widespread vaccination from COVID-19 beyond high-risk groups is likely to be underway across Europe by the spring, with a sufficiently large share of European populations vaccinated by the end of the summer.

The Pfizer-BioNTech vaccine against COVID-19 was reported to have over 90% efficacy. Moderna reported that its vaccine reduced the risk of COVID-19 infection by 94.5%.  Among other leading vaccine developers, AstraZeneca is expected to release Phase III trial results by Christmas, with a number of others currently also conducting late-stage trials. By year-end, the EU and the UK should have enough doses to treat around 5 million people each (with a single treatment involving two doses).  And there are others: Gamaleya, Novavax, Johnson & Johnson, Sanofi-GSK; as well as the Sputnik vaccine from Russia and China’s own.

How was this possible so quickly?  Well, it was not due to big pharma coming up with the scientific research solutions.  It was down to some dedicated scientists working in universities and government institutes to come up with the vaccine formulas.  And that was made possible because the Chinese government quickly provided the necessary DNA sequences to analyse the virus.  In sum, it was government money and public funds that delivered the medical solution.

Basic research for US vaccines is done by the National Institutes of Health (NIH), Defense Department and federally funded academic laboratories. The vaccines made by Pfizer and Moderna rely heavily on two fundamental discoveries that emerged from federally funded research: the viral protein designed by the NIH; and the concept of RNA modification first developed at the University of Pennsylvania. In fact, Moderna’s founders in 2010 named the company after this concept: “Modified” + “RNA” = Moderna.

So Moderna’s vaccine has not come out of nowhere. Moderna had been working on mRNA vaccines for years with the National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), a part of the NIH. The agreement consisted of some level of funding from Moderna to the NIH, along with a roadmap for NIAID and Moderna investigators to collaborate on basic research into mRNA vaccines and eventually development of such a vaccine.

The US government has poured an additional $10.5 billion into various vaccine companies since the pandemic began to accelerate the delivery of their products. The Moderna vaccine emerged directly out of a partnership between Moderna and the NIH laboratory.

The US government—and two agencies in particular, the NIH and Biomedical Advanced Research and Development Authority (BARDA)—has invested, heavily, in the vaccine’s development. BARDA is an arm of the Department of Health and Human Services formed in 2006 in response to—wait for it—SARS-CoV-1 (and other health threats). It provides direct investment in technologies to firms, but also engages in public-private partnerships (PPPs) and coordinates between agencies. A specific part of BARDA’s mission is taking technologies through the “valley of death” between creation and commercialization.

The German government ploughed funds into BioNTech to the tune of €375 million, with another €252 million has been made to support development by CureVac.  Germany also raised its contribution to the Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI) by €140 million and plans to provide an additional €90 million next year.  CEPI was launched in Davos, Switzerland, in 2017 as an innovative global partnership between public, private, philanthropic and civil society organisations to develop vaccines to counter epidemics, and Germany pledged an annual €10 million over a four-year period to support the initiative. CureVac is one of nine institutes and companies commissioned by CEPI to conduct research into a COVID-19 vaccine. One of its shareholders is the government-owned Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) bank.

But it is big pharma that develops the vaccine from the scientific work of public institutes.  They call the shots. The drugs companies do the global clinical trials, then produce and market the result.  Then they sell the vaccines to governments at huge profits.  This is the way things were done before the pandemic – and now. In the US, in the 10-year period between 1988 and 1997, public-sector expenditures for vaccine purchases doubled from $100 to $200 per child through age 6. The cumulative public-sector cost doubled again in less than 5 years between 1997 and 2001, from $200 to almost $400 per child.

Very little is still known about the terms of the COVID vaccine contracts that EU governments have signed with pharma groups including AstraZeneca, Pfizer-BioNTech, Sanofi-GlaxoSmithKline and CureVac. But once the secrecy is peeled away, what we will see is a massive privatisation of billions of dollars of government funds.  It is reckoned that the AstraZeneca has sold its jab to governments at about $3 to $4 a dose, while the Johnson & Johnson shot and the vaccine jointly developed by Sanofi and GSK were priced at about $10 a dose. AstraZeneca has promised not to profit from its jab during the pandemic, but that applies only until July 2021.  After that, they can cash in.  US biotech Moderna is going to charge $37 a dose, or $50 to $60 for the two-shot course.

Coronavirus vaccines are likely to be worth billions to the drug industry if they prove safe and effective. As many as 14 billion vaccines would be required to immunize everyone in the world against COVID-19. If, as many scientists anticipate, vaccine-produced immunity wanes, billions more doses could be sold as booster shots in years to come. And the technology and production laboratories seeded with the help of all this government largesse could give rise to other profitable vaccines and drugs.

So while much of the pioneering work on mRNA vaccines was done with government money, the privately owned drugmakers will walk away with big profits, while governments pay for vaccines they helped to fund the development of in the first place!

The lesson of the coronavirus vaccine response is that a few billion dollars a year spent on additional basic research could prevent a thousand times as much loss in death, illness and economic destruction. At a news conference US health adviser, Anthony Fauci, highlighted the spike protein work. “We shouldn’t underestimate the value of basic biology research,” Fauci said.  Exactly. But as many authors, such as Mariana Mazzacuto have shown, state funding and research has been vital to development of such products.

What better lesson can we learn from the COVID vaccine experience than that the multi-national pharma companies should be publicly owned so that research and development can be directed to meet the health and medical needs of people not the profits of these companies.  And moreover, then the necessary vaccines can get to the billions in the poorest countries and circumstances rather than to just those countries and people who can afford to pay the prices set by these companies.

“This is the people’s vaccine,” said corporate critic Peter Maybarduk, director of Public Citizen’s Access to Medicines program. “Federal scientists helped invent it and taxpayers are funding its development. … It should belong to humanity.”


Quando gli ambientalisti erano pionieri. Una storia italiana da conoscere: Michele Boato, “Arcipelago Verde. Dal ‘68 all’ecologia… il passo è breve”

Quando gli ambientalisti erano pionieri. Una storia italiana da conoscere

Michele Boato, Arcipelago Verde.Dal ‘68 all’ecologia… il passo è breve, Gaia edizioni 2020, 10 euro, pag. 250

di Marinella Correggia

Un’epopea. Vista da questo distopico 2020, la storia delle lotte ambientali e antimilitariste in Italia nei due cruciali decenni 1970 e 1980 suscita stupore: tutta quella roba riuscirono a fare, i pionieri! E senza nemmeno Internet. O magari un po’ anche per quello: erano costretti alla realtà.

I quasi cento episodi che Michele Boato racconta con precisione ma con passo da romanzo sono visti da dentro, da chi ne è stato partecipe o anche iniziatore, L’antimilitarismo nonviolento. I Proletari in divisa, sentinelle anti-golpe. L’ostinata opposizione alle fabbriche velenifere. Le proposte di riconversione produttiva. Il vittorioso movimento antinucleare. I comitati anti-infortunistici con gli operai. L’opposizione alle basi militari. La scienza e la medicina contro gli inferni chimici. La Valle Bormida. Seveso. La nascita delle università verdi e delle eco-riviste. L’incontro-scontro a livello locale con alleanze inedite. Gli scioperi studenteschi e il volontariato ambientale. La costruzione del movimento dei consumatori. Le marce infinite. I ricorsi legali. La tutela attiva dei parchi. Il biologico, i rifiuti zero, le tecnologie appropriate. Naturalmente la bicicletta in tutte le sue declinazioni, personali e politiche. E poi…il dissenso cattolico contro la “chiesa del miliardo”, le vicende dei gruppi di sinistra. Le vittorie di quel tempo, locali o nazionali, spesso hanno lasciato il segno, chiudendo per sempre pagine nere.

Su tutto svettavano due stelle polari, come le chiama l’autore: Giorgio Nebbia, lo scienziato delle merci, e Laura Conti, medico. Entrambi generosissimi del loro tempo e del loro sapere. Come tanti altri, debitamente citati.

Strategie, tattiche, obiettivi e alleati. Molto da imparare. Viene da dire che se i pionieri fossero stati ascoltati di più, se le utopie concrete che andavano sviluppando in parallelo alle lotte si fossero moltiplicate, forse l’Italia e – per contaminazione l’Occidente – sarebbero oggi meno responsabili di una crisi climatica mondiale che troppo tardi si pretende di affrontare con mega-piani verdi, mentre già, ci avverte Greenpeace, per l’Africa il fenomeno è irreversibile e non per colpa sua.

Arcipelago verde prosegue il racconto del cammino nell’ambientalismo italiano che Michele Boato ha avviato con il libro La lotta continua (dal secondo dopoguerra, passando per il dissenso cattolico, il ’68 studentesco e il ’69 operaio, fino alle Tre giornate di Marghera nel 1970). Le Liste verdi nate alla metà degli anni 1980 saranno le protagoniste del terzo libro (2021) di questa ricostruzione storica dell’ambientalismo italiano.

Riteniamo utile allegare l’indice, per dare l’idea dell’ampiezza dell’opera.

LEGGI O SCARICA L’INDICE DEL LIBRO

 

PANDEMIA: L’esperimento europeo e atlantico verso la debacle

di Gabriele Giorgi

Tra prima ondata e seconda ondata e relativa gestione, mi sono fatto questa idea. Grazie soprattutto alle testimonianze che arrivano da altri paesi europei.

Nella prima fase noi, l’Italia, abbiamo fatto la chiusura cercando di emulare Cina e Corea. Che allora erano gli unici esempi si riferimento. Dovevamo farlo perché eravamo i primi in occidente ad essere aggrediti con “virulenza” e dunque quelli messi peggio. La scelta era, per forza di cose nostra, una scelta nazionale, obbligata.

La cosa ha funzionato abbastanza bene.

La Cina, l’estremo oriente in generale, inclusi Giappone, Vietnam, ecc., ma anche (a conferma che non tutto l’occidente è uguale) l’Australia e la Nuova Zelanda, ha tenuto duro sul quel modello di contenimento anche dopo la fine della prima ondata, intervenendo duramente in ogni occasione di recrudescenza della diffusione del virus. Per loro anche la scelta era ed è obbligata, poiché sono o isole o isolate dal contesto territoriale della grande comunità occidentale. E forse anche perché hanno un concetto di modernità differente da quello, totalmente ideologico, delle raffinate classi dirigenti di tramontana. Continua a leggere

La Colombia al collasso sanitario chiede aiuto a Cuba per combattere il Covid-19

L’America Latina è diventata l’epicentro mondiale dell’epidemia causata dal nuovo coronavirus Covid-19. I più colpiti, manco a dirlo, sono i paesi a regime neoliberista. Dal Brasile alla Colombia, passando per Ecuador e la Bolivia del governo golpista, il virus è stato libero di infettare le popolazioni locali e colpire i più vulnerabili.

Dalla Colombia arriva l’ammissione del fallimento totale.

Infatti, con 257.101 casi e 8.777 morti, la Colombia è uno dei paesi dell’America Latina più colpiti dalla covid-19. La gestione che il governo di Iván Duque ha dato alla pandemia ha lasciato la popolazione completamente indifesa.

Per questo motivo la Colombia si è vista costretta ad ammettere il collasso del proprio sistema sanitario e chiedere a Cuba un aiuto per combattere il Covid-19.

Medellín è una delle città più colpite, quindi il suo sindaco, Daniel Quintero, ha richiesto un aiuto internazionale per combattere il nuovo coronavirus in città. Tramite una lettera inviata all’ambasciatore cubano in Colombia, José Luis Ponce, Quintero richiede la presenza di personale medico cubano, ammettendo al contempo che il sistema sanitario è collassato.

Il Sindaco riconosce che le unità di terapia intensiva in città erano già al collasso “anche prima dell’inizio della pandemia”; e ha sottolineato che ha solo “118 specialisti in terapia intensiva, un numero insufficiente per garantire l’assistenza ai pazienti più gravi”.

Il governo Duque non ha però gradito la mossa di Quintero e sostiene che il sindaco abbia violato i canali regolari per tale richiesta e che il governo di Duque sta lavorando per aumentare il numero di operatori sanitari che si occupano di pazienti con Covid-19. Il collasso sanitario è imminente, vaticina Redradiove.

In risposta all’esecutivo nazionale il sindaco di Medellín ha esortato a mettere al primo posto la vita delle persone e no gli interessi politici, “oltre i confini, le razze e le ideologie, in quanto esseri umani abbiamo tutti bisogno l’uno dell’altro. Chiediamo al Regno Unito e persino agli Stati Uniti i vaccini, test agli Emirati, a Cuba e Spagna personale sanitario”.

Nella richiesta d’aiuto il sindaco della città colombiana non è solo. Il governatore del dipartimento colombiano di Magdalena, Carlos Caicedo, ha aderito alla richiesta indirizzata all’ambasciata cubana per ricevere l’assistenza dei suoi medici.

Caicedo ha assicurato che dallo scorso marzo aveva richiesto al ministero degli Esteri colombiano la sua richiesta di facilitare il collegamento con i medici cubani; tuttavia, ha evidenziato di non aver ricevuto risposta.

Per questo motivo, ha spiegato Caicedo, ora fa “una seconda richiesta inviata direttamente all’ambasciata cubana; dove chiede di far parte del programma ‘médico en tu casa’, in modo che i servizi sanitari raggiungano i più bisognosi”.

 

 

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/

LA DIETA VEGETALE RISPETTO ALLE ZOONOSI E AL COVID-19. Intervista alla geriatra e nutrizionista Luciana Baroni, della Società scientifica di nutrizione vegetariana (Ssnv)

di Marinella Correggia

La dieta vegetale rispetto alle infezioni. Intervista a Luciana Baroni, nutrizionista

Che le epidemie siano zoonosi dovrebbe essere una motivazione sufficiente rivoluzionare il nostro rapporto con gli animali selvatici e allevati, e a dirottare scelte e risorse verso una dieta vegetale sana, anche per uscire dal macello globale degli allevamenti intensivi e su grande scala, indispensabili quando il consumo di prodotti animali è elevato. Si aggiunga il nesso diretto fra circolazione del virus e situazione ambientali e lavorative problematiche come i macelli e le industrie di trasformazione della carne (un grande problema anche sanitario fin dai tempi di The Jungle, il libro denuncia sui mattatoi di Chicago scritto da Upton Sinclair oltre cento anni fa). Continua a leggere

Pubblico batte privato. E’ ora di cambiare “sistema”

Il “senso comune” che attraversa questo Paese da tempi immemorabili è fatto di piccoli pilastri che pretendono di essere verità inconfutabili, autentiche “tavole della legge”. Anche se la realtà empirica che vorrebbero descrivere ci mostra costantemente il contrario.

Possiamo prendere le parole quotidianamente sparate dal presidente di Confindustria o dall’ultimo fantaccino di redazione di quasiasi giornalone mainstream, non fa molta differenza. Si tratta sempre di frasette fatte, affermazioni “autoevidenti”, senza mai uno straccio di argomentazione e men che mai di dimstrazione.

Solo le imprese creano lavoro” è forse la più frequente. Così come “la produttività del lavoro italiano è troppo bassa”, o anche “il privato è più efficiente del pubblico”. Per non dire dell’eterno “le tasse sono troppe e troppo alte”, che giustificherebbero così l’immensa evasione fiscale che solo le imprese o comunque i possidenti possono permettersi (impossibile non pagare le tasse con la sola busta paga…). Continua a leggere

Alberto Fernandez e Lula Da Silva: Pensare l’America Latina dopo la pandemia Covid-19 – (Videoconferenza Uni B.Aires)

Un interessantissima discussione tra il Presidente argentino Alberto Fernandez e l’ex Presidente del Brasile, Lula, insieme ad altri importanti esponenti istituzionali, sindacali e politici dei due paesi, tra cui Perez Esquivel. Emerge la specifica prospettiva delle forze di progresso latino-americane che dovrebbe avere molto più spazio di conoscenza in Italia e in Europa.

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Riemersione della vita. Verso una nuova città del sole

di Rodolfo Ricci

Riemersione della vita

Cosa riemerge, cosa torna a galla, con una evidenza indiscutibile, da questi mesi di pandemia e di morte ?

Cosa torna a galla sul piano sociale, politico, economico, e cosa torna a galla nell’ambito della coscienza delle persone, cosa cambia nella psicologia sociale?

Si tratta di questioni fondamentali che potrebbero riconfigurare completamente l’immaginario collettivo e resettare il software che ha diretto il movimento della macchina sistemica degli ultimi 40 anni, il software T.I.N.A., per intenderci, e forse ben oltre.

Le evidenze che tornano a galla sono potenzialmente in grado di costituire elementi basilari della riprogettazione delle società, in particolare negli spazi centrali del sistema, i cosiddetti paesi avanzati. E da questo punto di vista, costituiscono molecole di nuove organicità non soltanto possibili, ma necessarie, indispensabili. Non è solo un auspicio, ma è anche una evidenza, appunto.

Ciò che segue è un provvisorio elenco di ciò che è riemerso e che è ampiamente visibile; bisogna solo fare un piccolo sforzo per registrarne la visione; per memorizzarla stabilmente e organizzarla, per diffonderla, per farla germogliare. Ma soprattutto bisogna evitare di lasciarsi irretire nella narrazione mediatica del potere di propaganda che mira a relegarle (le percezioni tornate a galla) nel regno dell’onirico, a inquinarle in modo che esse vengano autocancellate, a spostare l’attenzione nel campo del complotto, o a mobilitare la gente nel recupero di un’età dell’oro che non è mai esistita e non esisteva prima della pandemia, ma anche, forse, nella riproduzione di conflitti inquadrati nel precedente scenario: tutta la propaganda è orientata ad un ritorno indietro, a quando si era liberi da mascherine e guanti, liberi di viaggiare inquinando, liberi di consumare inutilmente e di produrre istericamente: se riescono a convincerci che la guerra da combattere è questa, è la reazione a vincere. Continua a leggere

Covid-19: come ha fatto il Kerala (INDIA). Prevenzione, controlli intelligenti e cura sociale

di Marinella Correggia

Il tasso di mortalità indica i decessi per una determinata malattia in rapporto al numero di abitanti. Come hanno fatto i paesi o gli Stati che hanno avuto una bassissima mortalità da pandemia Covid-19 e spesso senza costosi mezzi a disposizione?

Certo, nella classifica mondiale dei decessi le variabili in gioco sono diverse. Oltre a fattori imprescindibili quali il livello di salute della popolazione (non solo il dato anagrafico, che forse non è tutto, come conferma il caso Giappone – il paese più vecchio del mondo che ha avuto meno di mille morti su 126 milioni di abitanti), il funzionamento del sistema sanitario e l’organizzazione sociale (tre fattori imprescindibili), c’è altro: per esempio il tasso di letalità, ovvero di decessi per Covid-19 rispetto al numero di infettati da virus Sars-CoV-2 (ma il numero ufficiale di infettati a sua volta dipende dalla quantità di test e dalla loro attendibilità), e le modalità di conteggio dei decessi (come è spiegato qui per alcuni paesi (1). Continua a leggere

DOPO COVID-19

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