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“Come affrontare la pandemia con poche risorse e visioni altre”

Dossier a cura del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati propone questo breve dossier, realizzato dall’amico Aldo Zanchetta, sulla gestione della pandemia nei paesi del sud del mondo e nelle comunità indigene del Chiapas. A quest’ultimo proposito segnaliamo la interessantissima intervista al medico italiano Cippi Martinelli impegnato da 24 anni nei servizi sanitari autogestiti delle comunità indigene.

Invitiamo, infine, seguendo le indicazioni finali di Aldo Zanchetta, a sostenere anche con piccole donazioni, il progetto di realizzazione di un sistema sanitario autonomo legato ai principi di medicina tradizionale e autogestito dalle comunità stesse, soprattutto in questa fase di emergenza pandemica.

Il nostro folgorante incontro con Cippi

Ricordo bene quel caldo pomeriggio di fine estate di un paio d’anni fa a casa di Aldo Zanchetta in Lucchesia. L’ombra del secolare tiglio, il buon cibo genuino preparato da mani amiche e l’ottima compagnia. Tutti seduti in una specie di cerchio ad ascoltare lui, uomo e medico dallo straordinario carisma: Cippi Martinelli.

Cippi in poco meno di due ore con semplicità e naturalezza ci raccontò la sua esperienza più che ventennale di “medico napoletano in Chapas” espressione impiegata come sottotitolo del suo libro Eternamente straniero, la cui lettura è fortemente consigliata. Un incontro indimenticabile con una persona speciale, dalle grandi doti comunicative e con una visione grande di società.

Serena Campani 28 dicembre 2020

per il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

 

 

LA PANDEMIA IN MONDI ALTRI

Il nostro sguardo relativo alla pandemia, orientato dalla nostra cultura eurocentrica, salvo rare eccezioni si dirige automaticamente sul nostro mondo. Ma altri mondi esistono e sul modo di affrontare questa emergenza hanno qualcosa da insegnarci. Non parlo della Cina & dintorni, di cui si parla già assai, e per il modo di affrontarla rientrano nel novero dei paesi tecnologicamente avanzati, seppur con diverse tradizioni culturali.

Queste brevi note intendono offrire un rapido sguardo su questi paesi, e si dividono in due parti. Un primo sguardo alle politiche e strategie governative e un secondo alle politiche sviluppate dal basso. Queste ultime più interessanti da un punto di vista culturale e stimolo per riflettere. Quelle governative si diversificano più operativamente che concettualmente circa le tecnologie adottate e questo sia per vincoli materiali concreti (minor disponibilità finanziaria e di attrezzature tecnologiche) sia perché in qualche misura conservano ancora riferimenti culturali diversi. Quelle dal basso (comunità indigene o contadine e quelle delle periferie delle grandi metropoli) oltre ad avere vincoli materiali ancor più stringenti, rispecchiano, ovviamente in misura diversa, vincoli culturali con ì territori dove vivono e le povere risorse di cui dispongono. In molte di esse, specie quelle rurali, sono ancora vivi i saperi ancestrali, particolarmente in campo medico, saperi che dopo un lungo periodo di disprezzo da parte della scienza occidentale, stanno ricevendo maggiore attenzione anche se purtroppo nel quadro di politiche di rapina proprie della tradizione colonialista (leggi bio-pirateria).

 

Politiche governative alternative

In un recente articolo1  si legge:

A nove mesi dall’inizio della pandemia, l’Europa rimane una delle regioni più colpite dal Covid-19. Dieci dei 20 Paesi con il più alto numero di morti per milione di persone sono europei. Gli altri dieci sono nelle Americhe. […] La maggior parte dell’Africa e dell’Asia, al contrario, sembra ancora risparmiata. Tra i Paesi in cui sono stati segnalati decessi correlati a Covid, i dieci con il numero di morti per milione più basso si trovano in queste parti del mondo.2 Ma mentre errori e valutazioni errate hanno alimentato critiche sostenute sulla gestione della pandemia da parte del Regno Unito3, il successo di gran parte del mondo in via di sviluppo rimane ignorato.

Naturalmente, una serie di fattori può spiegare livelli più bassi di malattia nel mondo in via di sviluppo: diversi approcci alla registrazione dei decessi, il profilo demografico dei giovani africani, un maggiore uso di spazi esterni o forse anche alti livelli di anticorpi potenzialmente protettivi ottenuti da altre infezioni. Ma l’incertezza statistica e la biologia favorevole non sono la storia completa. 

L’articolo è tutto da leggere, non senza tuttavia un po’ di spirito critico, però mi soffermerei in particolare sul paragrafo titolato Fare di più con meno, perché è innegabile che nel mondo occidentale, malgrado i forti tagli di questi ultimi anni al settore sanitario connessi all’ideologia neoliberista, esistono sprechi di fronte a carenze, per una errata distribuzione delle risorse disponibili. Difficile negare nei paesi ricchi un’organizzazione verticalista e centralista della sanità che ha privilegiato le grandi strutture ospedaliere e penalizzando la medicina territoriale di base, con i guai che ciò ha provocato fino ad oggi. Ivan Illich aveva scritto già più di 40 anni or sono che una competenza medica generale di base era più importante della moltiplicazione dei tecnici di alto livello, e che di fatto le due cose erano inversamente proporzionali. Aveva usato un’espressione che fece storcere la bocca a molti: <<deprofessionalizzare la medicina>>, ma che significa proprio questa proporzionalità inversa.

L’articolo, riferendosi soprattutto all’Africa, nota inoltre come la collaborazione intergovernativa sia stata più praticata di quanto non lo sia stata in occidente. Il tema è vasto e necessiterebbe approfondimenti e alcuni distinguo, che però non rientrano negli obbiettivi di questo rapido excursus.

Un tempo la gente aveva maggiori nozioni pratiche sulla propria salute, espressa magari in detti o proverbi popolari, oggi svalutati come credenze nefaste. Una intervista molto significativa riportata poco chiarisce l’importanza di questa coscientizzazione di base relativa ai problemi della salute.

Riprendiamo la lettura:

Si dice che la necessità sia la madre di tutte le invenzioni: dove il denaro scarseggia, l’ingegnosità abbonda. Questo è stato vero durante Covid-19 come in qualsiasi altro momento, ed è un’altra lezione che il mondo sviluppato farebbe bene a prendere in considerazione.

All’inizio della pandemia, il Senegal ha iniziato a sviluppare un test Covid-19 della durata di dieci minuti che costa meno di 1 dollaro USA e non necessita di sofisticate apparecchiature di laboratorio. Allo stesso modo, gli scienziati in Ruanda hanno sviluppato un algoritmo intelligente che ha permesso loro di testare molti campioni contemporaneamente unendoli insieme. Ciò ha ridotto i costi e i tempi di consegna, portando infine a più persone sottoposte a test e a costruire un quadro migliore della malattia nel Paese. […]

Il Cile ha creato un test per il coronavirus a basso costo e non brevettato, consentendo ad altri Paesi con poche risorse di beneficiare della tecnologia. […] La capacità di affrontare problemi complessi in condizioni di risorse limitate è un punto di forza che può essere utile per tutti, in particolare considerando l’impatto strabiliante della pandemia sulle economie ad alto reddito.4

Parlando delle politiche sanitarie dei governi dei paesi meno avanzati5, restiamo però nel campo concettuale della medicina occidentale impiegata con minore intensità tecnologica e finanziaria, anche se alcuni esempi molto particolari offerti ad es. dal Madagascar6 o dalla Tanzania7 meriterebbero una certa attenzione.

Vorrei riferire una esperienza personale che ritengo significativa sul come in campo medico il virus tecnologico (mentale questa volta) sia entrato in occidente anche all’interno di un certo progressismo. Nel 2002 fui richiesto da una delle più prestigiose organizzazioni mediche di base italiane di procurare un incontro col vescovo Samuel Ruiz, già mediatore in Chiapas del conflitto fra Governo messicano ed Esercito Zapatista insorto. L’incontro avvenne in Toscana in occasione di una visita in Italia di don Samuel. La proposta dell’organizzazione era di realizzare appunto in Chiapas una clinica chirurgica di alto livello per problemi cardiaci. La cifra della costruzione era ovviamente consistente e la detta organizzazione aveva fretta di concludere per non perdere il finanziamento ricevuto. L’obiettivo, benché nobile, rivelava la completa ignoranza della realtà del luogo e avrebbe ovviamente avuto come beneficiaria una ristretta fascia sociale, prevalentemente elitaria. Ruiz contropropose invece di impiegare il denaro per creare una rete sanitaria di base per prevenire le numerose morti per mali abbastanza comuni. La cosa non parve interessante ai rappresentanti dell’organizzazione italiana che ritirarono l’offerta seduta stante. Una intervista che riporto poco oltre chiarisce significativamente le ragioni della posizione di Ruiz.

 

Covid-19 e medicina dal basso

Un amico peruviano, un cattedratico ma lottatore sociale sul campo, cioè con “maniche rimboccate”, al quale a marzo del 2020 avevo rivolto via mail la domanda di come venisse affrontata la pandemia sulle Ande, mi rispose sostanzialmente così: <<La gente si sta riunendo nelle proprie chacra per affrontarla comunitariamente>>. La risposta può essere compresa solo a metà da chi non conosca cosa è la chacra andina, per cui vale la pena cercare di spiegarla anche se in modo un po’ formale. Secondo la definizione che ne ha dato questo stesso amico in un libro:

La chacra è la porzione di terra dove il contadino nutre e circonda di cure le piante, il terreno, l’acqua, i microclimi, e alleva gli animali. In senso lato, il termine chacra indica tutto ciò che è nutrito, allevato, coltivato; i contadini dicono che il lama è la loro chacra ambulante, su cui raccolgono la lana. Noi stessi siamo la chacra delle huacas o divinità che vegliano su di noi, ci istruiscono e ci accompagnano>> (Julio Valladolid)8.

“Nella chacra vive l’ayllu, che è una comunità formata da un gruppo di persone legate da rapporti di parentela. A questa comunità appartengono non solo gli esseri umani, ma anche gli elementi naturali del luogo e le divinità locali”.9

In definitiva chacra e ayllu sono realtà intimamente fuse e sono la cellula base della società. Raccontare che in alcuni villaggi al rapporto di parentela appartengono anche le patate vecchie in attesa di semina, quelle della specie che si è meglio integrata nella chakra10, tanto da essere definite “suocere” in alcuni villaggi, qui da noi si può venire presi per ritardati mentali. Questa è la sabiduria (Saggezza, nota del Giga) in una delle prime regioni del mondo dove fra 8 e 10 mila anni or sono nacque l’agricoltura.

Una raccolta interessante di testimonianze del giornalista Raúl Zibechi su come la pandemia sia stata accolta da comunità di base latinoamericane è reperibile sul sito comune-info.net.

Per concludere questa breve carrellata segue una significativa intervista che lo scrivente ha fatto al dott. Cippi Martinelli che da 26 anni esercita la sua professione nelle comunità indigene del territorio degli Altos de Chiapas.

 

INTERVISTA AL DOTT. CIPPI MARTINELLI, IN CHIAPAS DAL 1996

In Nemesi Medica Illich ha scritto che ogni cultura ha il proprio concetto di salute, di malattia e di cura. Se questo è vero, come sono configurati questi concetti nella regione maya in cui operi? E come si sposano con la tua visione di medico occidentale, proveniente da un diverso mondo culturale nel quale il rapporto personale fra medico e malato è stato sostituito da un intervento più ‘tecnico’ e spersonalizzato ed il paziente, da soggetto che ‘si aiuta a guarire’ è trasformato in oggetto il cui corpo è da ‘riparare’, come una macchina?

I concetti di «salute» e di «malattia» sono, qui su queste montagne de Los Altos de Chiapas, assolutamente difficilissimi da esprimere e da configurare. Ricordo un momento di molti anni fa’ quando ci venne chiesto da parte delle allora «Autorità Indigene della Salute Autonoma» di esprimere in un documento cosa si dovesse intendere per «salute». Anche per loro era difficile capire cosa significasse «stare in buona salute»!

Passammo più di tre giorni, io e alcuni promotores de salud (lavoratori della salute comunitaria, nota del Giga) più esperti, a cercare di mettere giù questo concetto, e, alla fine… non ci riuscimmo. Sì, perché è certo che nelle comunità indigene lo star bene o lo star male non si riferisce mai solo alla presenza o meno di uno stato patologico legato ad una malattia. Comprende tutta una gamma di situazioni personali e collettive, sempre collegate tra di loro. Racconto, nel mio Eternamente Straniero, di questa donna molto anziana che per rispondere alla mia semplice (per me!) domanda circa la sua età, cominciò a raccontarmi tutta la sua vita… per lei era impossibile spiegarmi quanti anni avesse… con un numero! E questo riguarda anche le malattie. Quindi capite bene che noialtri, «operatori della salute», non dobbiamo mai, per fare una diagnosi corretta e scegliere quindi una terapia, limitare lo studio della persona solo verificando i suoi sintomi e i valori dei «segni vitali», o i dati di laboratorio. È assolutamente indispensabile dover fare tutta un’indagine conoscitiva, non solo sulla stretta infermità che presenta, ma su tutta la persona, sull’ambiente in cui vive, sui dolori che prova in seno alla sua famiglia e anche all’intera comunità da cui proviene. Credo sia chiaro, insomma, quanto sia totalmente differente per la nostra cultura occidentale approcciarci allo stato di «salute» di una persona.

Pochi giorni fa ho visitato un uomo per una vistosa ernia inguinale e gli ho proposto l’intervento chirurgico programmandolo per questa settimana. «No doc, mi ha risposto, siamo in luna calante, e la chirurgia non riuscirebbe, la ferita non cicatrizzerebbe bene…».

Scusa se insisto su Illich, ma sto lavorando a un libro in cui vari cultori del suo pensiero tentano di applicare la sua analisi per una «transizione» ragionevole attraverso questa pandemia. Egli auspicava una certa «de-professio­naliz­za­zio­ne della medicina» nel senso di aumentare la cultura medica di base anziché puntare freneticamente sulle specializzazioni. Se non sbaglio potenziare questa cultura di base è la scelta strategica che voi avete privilegiato. Puoi confermare e specificare meglio?

Certamente! Però, intanto devo districarmi nei meandri della espressione «de-professionalizzazione della medicina». Vedi, devo prima di tutto spiegare, o almeno cercare di spiegare la mia posizione circa il «professionalismo della medicina», e non è facile. Non è facile perché fin dai tempi in cui lavoravo in un Policlinico Universitario, quello di Napoli, dell’Università Federico II, ho sempre avuto problemi con questa espressione… «professionalità». Poi, quando arrivai in queste terre, a poco a poco misi a fuoco i miei dubbi e le mie perplessità. A Napoli, camminando per le tortuosità della carriera universitaria, incontravo problemi sempre più grossi nel riconoscermi nelle dinamiche relative alle differenze tra «fare il medico» e «incoronarmi del titolo di ‘medico’». Sicché, poco a poco, mi circondai di giovani studenti ancora immuni, la maggior parte, da appetiti di «professionalità» future e dalla voglia di raggiungere obbiettivi sociali ed economici che potessero diventare il frutto più concreto del loro lavoro di apprendimento. Certo, non fu facile, perché la nostra piccola comunità di medico ricercatore e di giovani studenti non era certo ben vista, anzi, era guardata con sospetto, da parte dei medici del mio Dipartimento e dalle autorità accademiche della Facoltà. Però fu con loro che raggiungemmo dei bellissimi traguardi assistenziali e di ricerca. Sì, mi rendo conto e chiedo venia se sto cadendo ‘violentemente’ nel personale, ma questo mi aiuta a rispondere con più chiarezza alla domanda.

Quando arrivai qui in Chiapas, fui subito accolto da forti manifestazioni di riconoscenza, fui subito vezzeggiato da tutti. Arrivava il medico! Uno straniero che veniva ad aiutarci! Uno che sapeva molto!

Inizialmente il mio sforzo più grande fu quello di… ‘smitizzarmi’ e dimostrare non a parole, ma con i fatti, che volevo… fare il medico finalmente! E la mia gioia più grande fu quando finalmente riuscii a farmi capire, a far capire cioè che il mio lavoro sarebbe stato fruttuoso per la gente solo se fossi riuscito a lavorare, nell’as­si­stenza e nella didattica, insieme ai giovani promotores de salud, e alle persone più esperte di cura delle malattie che erano presenti in tutte le comunità. Loro pensavano di saperne molto meno di me. Io mi accorsi subito che ne sapevo molto meno di loro. E fu così che nacque un meraviglioso lavoro di costruzione e di apprendimento reciproco. Partendo dal basso, e riuscendo con convinzione profonda a riconoscere la vera Professionalità, per esempio nel guaritore el Huesero11, lui che riusciva a ricomporre una frattura con apparentemente semplici e leggeri movimenti delle mani, senza avere mai avuto la ‘opportunità’ di leggere e studiare concetti di anatomia…

Quali sono le malattie più comuni e che risultato avete ottenuto grazie alle vostre scelte?

Bene, anche qui devo fare un distinguo, perché negli anni ci sono state molte variazioni sul tema. Inizialmente (ti parlo degli ultimissimi anni del passato millennio e dei primi dell’attuale) le principali malattie e, spesso, le cause di morte, erano legate ad infezioni gastrointestinali per parassiti. L’acqua che si beve nelle comunità viene direttamente dalla fonte naturale, el Manantial, però nel suo cammino verso le zone abitate si mescola con canali di acqua «nera» che provengono dai numerosi quartieri militari del­l’e­sercito messicano, e comunque da tutte le comunità che attraversa, dove non esiste nessun sistema di fognature. Poi malattie respiratorie, specialmente nelle donne, perché in ogni abitazione, per lo più ultrafatiscente, fatta di pareti di tavole di legno con un incerto tetto di lamiera, la maggior parte del tempo si passa intorno a un focolare centrale, all’interno della ‘casa’, a cucinare un poco di fagioli e a fare tortillas. E, sempre in tema di malattie delle donne, problemi ostetrici, infezioni e mortalità post partum, e una grossa mortalità neonatale. Poi la malaria, e la T.B.C., queste le cause di malattia e morte in quegli anni.

Con il passar del tempo, grazie alla creazione, organizzazione e sviluppo di un Sistema Autonomo di salute le cose stavano andando migliorando, grazie anche agli infiniti corsi di formazione dei promotores de salud, alle riunioni organizzate perennemente in ogni comunità sulla prevenzione delle malattie (tecniche semplici di disinfezione dell’acqua, lavoro di affiancamento alle levatrici delle comunità, las parteras, ecc.).

Ma negli anni a venire le cose tornarono a complicarsi con un altro tipo di malattie. Grazie allo sviluppo della Rivoluzione Zapatista, e cioè allo sviluppo dell’Autono­mia, le condizioni economiche all’interno delle comunità andavano migliorando, però questo favoriva anche un cambiamento, che io definisco nefasto, delle abitudini alimentari della gente. I piccoli negozietti di vendita varia (las tiendas) crescevano di numero in ogni comunità, e il sistema capitalista, basato sul consumismo di sostanze molto economiche ma anche molto dannose, non perse l’oc­casione di gettarsi a pesce su questo affarone. Così entrarono rapidamente nell’uso quotidiano delle famiglie alimenti chimici e adulterati, cibi in scatola di pessima qualità, buste di schifezze varie, e soprattutto la Coca Cola, oltre a una gamma sterminata di bibite artificiali spesso di indubbia provenienza, ma comunque ricche di zucchero, coloranti e sapori artificiali, che ben presto sostituirono, almeno in parte, la povera, poverissima, ma sana alimentazione della gente delle comunità.

Poi ci invase l’era dei telefonini, e le grosse imprese messicane di telefonia non si fecero pregare ad inchiodare dappertutto le loro grosse antenne di trasmissione. Quindi son cominciate ad apparire, in forma sempre più presente, altre malattie come diabete, leucemia e altre moltissime forme di cancro, prima assolutamente assenti.

Come le curiamo? Con le stesse forme di sempre, dando molto spazio alla medicina naturale, lavorando in collaborazione con i curanderos (guaritori, nota del Giga), e continuando nei limiti del possibile alla formazione di giovani generazioni di promotores de salud, che restano la nostra più grande risorsa.

Ricordo come a Lucca parlasti con entusiasmo delle e dei giovanissimi che operano come promotrici e promotori di salute, della loro capacità di acquisire la professionalità necessaria e del loro spirito di ‘servizio’ alle loro comunità. Vuoi ricordarlo qui?

Con piacere! Questi ragazzi e ragazze che entrano nel lavoro della salute sono la vera essenza dei progressi che si sono attuati in tutti questi anni. Sono giovani, a volte giovanissimi, ma tutti motivati fortemente. In genere vengono nominati dalle comunità da cui provengono, a volte è una loro scelta specifica e personale. La gran parte di loro proviene da famiglie di militanti della rivoluzione zapatista, e son cresciuti ascoltando i discorsi dei loro genitori o fratelli maggiori, per cui hanno, molto più chiaro di quel che possa sembrare, un’idea precisa dell’importanza che il loro lavoro sia di grande valenza e importanza per la propria gente, e per la lotta del popolo. Certo, arrivando tra noi, si scontrano con tutte le difficoltà relative a questo lavoro, di fatto abbandonano la loro famiglia in età adolescenziale. I nostri ritmi di lavoro non concedono pause, tutta la giornata è articolata in vari turni, a parte le ore di lezione tutti sono occupati al lavoro nelle varie aree. Dalle visite mediche negli ‘ambulatori’, alla farmacia, alla pulizia, alla cucina, ecc.

Un lavoro duro, a volte massacrante, e ‘a tempo pieno’, come diremmo noi. Nel senso che una volta entrati nel Sistema di Salute, vivranno nella clinica o nei centri di salute definitivamente. Solo di tanto in tanto, se possibile, potranno godere di un permesso di pochi giorni per rientrare in famiglia. La loro vita diventa completamente dedita a curare la gente. Hanno tutti una grandissima voglia di imparare, e dimostrano una grandissima capacità di apprendimento, anche se molti di loro non hanno superato la terza elementare. Per questo il nostro sistema d’insegnamento è soprattutto ‘pratico’ e la teoria viene dopo. Ma soprattutto insistiamo tenacemente nei tentativi di sviluppare la «medicina di base», che comunque sia è quella che ci permette di raggiungere i maggiori risultati.

Abbiamo avuto modo nei mesi scorsi di scambiare informazioni via mail sui gravi problemi posti dall’attuale pandemia alle comunità indigene. Hai parlato di positivi protocolli «scalzi» (se posso usare questa parola) che hanno avuto un certo successo e ho anche letto su qualche pubblicazione di «manuali» su come affrontare la malattia elaborati in alcune comunità, come ad esempio la Colectividad Nichim Otanil. Cosa sai dirmi di questa autodifesa organizzata dal basso ricorrendo alle risorse biologiche del territorio?

Allora, qui dovrei aprire una larghissima parentesi, cominciando anzitutto a continuare a cercare di spiegare il concetto di «malattia» per questa gente, o almeno il modo in cui si affrontano le «malattie». C’è sempre, alla base, un atteggiamento che noi occidentali definiremmo semplicemente «fatalismo», e questa espressione è molto, molto riduttiva. In queste terre, l’ammalarsi di qualcosa è assolutamente parte della vita, un evento che fa parte del «normale». Devo citare ancora una volta il fatto che ai bambini al di sotto dei tre anni circa non si dà nome… perché si è abituati al fatto che molti di loro muoiono prima di quest’età. E per scendere a problemi più… ‘semplici’, una persona con diarrea non viene quasi mai a chiedere una visita, nella clinica o nel piccolo centro di salute della comunità. La diarrea è parte della loro vita, così come una difficoltà a respirare, o, tanto per fare esempi, una situazione di stanchezza, ecc…

Non ricordo chi abbia detto che «la vita è una lunga malattia che finisce con la morte», una frase che, a noi che non abbiamo la pelle color della terra, suona tremendamente negativa; però qui è proprio così!

E allora, tornando alla tua domanda circa le difese, biologiche e non, messe in campo in questa pandemia, non è stato per niente facile, anzi difficilissimo, sensibilizzare la gente di fronte a questo nuovo pericolo. Una grossa mano ci è stata data dal Comando Generale dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), che ha immediatamente preso una grossa iniziativa, quella di dichiarare in allarme rosso tutte le zone sotto il suo controllo. Nessuno poteva uscire o entrare nelle comunità (una specie di lock-down), ma specialmente chi rientrava nella propria comunità da zone turistiche era obbligato a osservare un periodo di quarantena prima di raggiungere la propria famiglia. (Sai bene che molti giovani ‘emigrano’ nelle grosse zone turistiche come Cancun, Playa del Carmen, ecc., per vendere prodotti d’artigianato e quant’altro).

Ma quello che ha salvato la maggior parte delle persone è stato, anche in quest’occasione, il lavoro dei promotores de salud. Abbiamo capito subito che l’unico sistema era quello di andare casa per casa, dove ci fossero segnali di malattia per Covid. Certo un lavoro difficile e pesante, perché, come ti dicevo, qui in ogni famiglia c’è sempre, tutti i giorni, qualcuno che ha un problema respiratorio, una bronchitella, un raffreddore con febbre… però siamo riusciti ad organizzarci. Abbiamo costruito un protocollo «scalzo», come dici tu, e siamo riusciti a dotare ogni gruppo di promotores di un «oximetro» (grazie anche agli aiuti ricevuti dall’Italia), cioè di quel piccolo apparecchietto che permette di valutare la presenza di ossigeno nel sangue, e quindi di far diagnosi… perché tutte le diagnosi sospette per coronavirus le abbiamo fatte e continuiamo a farle su base clinica, cioè sullo studio dei sintomi… e basta. In Chiapas effettuare un «tampone» è solo possibile a chi ha le possibilità economiche di viaggiare fino a Tuxtla Gutierrez, la capitale dello Stato, dove in un laboratorio privato ti fanno pagare una somma esorbitante, quindi capisci bene che questo non era e non è assolutamente alla portata della gente delle comunità indigene. Quindi, e comunque, fatta la diagnosi i promotores tornavano a visitare il paziente almeno due volte al giorno e a controllare l’andamento della malattia. In caso di peggioramento, e quindi di necessità di collegarlo a una bombola di ossigeno, insomma di trasferirlo nell’ospedale più vicino, San Cristóbal, Tuxtla o Tapachula, incontravamo enormi problemi. La persona, e tutto il suo ambito familiare, rifiutavano fortemente il trasferimento in un ospedale «del governo», rifugiandosi in quello che noi definiremmo molto limitatamente «fatalismo». Isolare il malato? Attuare tutte le misure di riduzione del contagio? Impensabile! Nelle abitudini della comunità è impossibile pensare di lasciar sola la persona che soffre. Si innesca ‘automaticamentei un meccanismo di intervento del guaritore, della persona che conosce l’uso di piante medicinali, di preghiere e veglie che comunque hanno sempre affiancato, e mai ostacolato, il lavoro nostro e dei promotores de salud. Intanto abbiamo messo a punto e utilizzato con successo un protocollo di cura, utilizzando farmaci di facile reperibilità e di costo accessibile… e insomma… finora ce l’abbiamo fatta…

Per concludere hai qualcosa da dire ai tuoi amici italiani immersi in una caotica ‘comunicazione’ dall’alto e sconcertati di fronte a una campagna di paure? ​

No, in verità non mi sento di poter dare nessun aiuto alla gente d’Italia in questo durissimo momento di guerra, di assalto alla vita delle persone, di stravolgimento delle abitudini di ‘vita’ e di lunghi e pesanti momenti di paura causati dall’ennesimo virus di passaggio. Un virus più violento di tanti altri, che ha potuto magnificare la sua violenza grazie alla impreparazione della gente di fronte a un imprevisto cataclismatico, ma che in effetti era molto più prevedibile di quello che sembra. Non voglio entrare in discorsi contro quella che considero la vera causa di questa disfatta che continua e continuerà ancora a fare vittime, riconoscendo nel sistema capitalista il vero colpevole di questa strage planetaria. No, non tocca a me farlo. Però, per non deluderti, riesco solo a dirti che se le persone, in Italia e in molte altre parti del mondo, riuscissero a trovare nel fondo delle proprie coscienze, per la maggior parte obnubilate, la forza per ‘riumanizzarsi’ e ritrovare la voglia di vivere le proprie vite, e di collettivizzare i problemi legati a questa pandemia (nel caso specifico) e di tutti i VERI problemi dell’e­si­stenza, beh, questo sarebbe il cammino giusto.

Non mi dispiacerebbe se qualche persona di buona volontà, alla fine di questa lettura, volesse fare una piccola donazione, anche solo di 10 E (il costo presumibile di una dose di cura contro il Covid-19) sul ccp di Cippi qui in Italia:

Giuseppe Martinelli, Banco Posta n. 27879782 , Iban IT19U0760103400000027879782.

Aldo Zanchetta

 

NOTE:

1 Autori dell’articolo Maru Mormina*, Ifeanyi M Nsofor** sul giornale telematico The Conversation (* Senior Researcher and Global Development Ethics Advisor, Università di Oxford;** Senior Atlantic Fellow in Health Equity, George Washington University.) Per leggere l’originale vai qui.

2 N.d.T.: Così ad es. a Timor Est, in Buthan, in Laos e in Cambogia ad oggi, a fronte di pochi casi di infezione, non si è registrato alcun morto per Covid-19.

3 N.d.T.: Paese in cui i due autori, dai nomi presumibilmente africani, presumibilmente vivono e lavorano.

4

5 Mi scuso di questa espressione ma ormai il nostro linguaggio non ha più modo di parlare correntemente di realtà diverse se non con linguaggio comparativo dove le scale di confronto sono il livello tecnologico o quello monetario. Anche definirli meno ricchi è mistificatorio perché non sono meno ricchi ma vengono sistematicamente defraudati delle loro ricchezze.

6 Covid-19 à Madagascar: le gouvernement refuse les vaccins et préfère les remèdes locaux,

http://www.agenceecofin.com › sante

7 Covid-19: la Tanzania è benedetta da Dio o bugiarda? By Leopoldo Salmaso

8 Pratec, Cosmovisioni. Occidente e mondo andino, Mutus Liber, Riola (BO), 2015.

9 Cosa possono insegnare i Paesi in via di sviluppo ai Paesi Ricchi su come affrontare una pandemiait.businessinsider.com › paesi-in-via-di-sviluppo-insegnare

10 In Perù esistono oltre tremila tipi di patate, diverse per sapore, forma, colore, adattabilità per tipo di terreno, di conservazione, modalità di cucina etc.

11 Huesero, il ‘riparatore’ di ossa (huesos).

Dall’Antropocene al Capitalocene: l’evoluzione dei paradigmi interpretativi della crisi climatico-ambientale

L’inesorabile incedere della crisi climatico-ambientale degli ultimi decenni ha indotto la comunità accademica internazionale ad ampliare e approfondire il campo di studi al fine di comprenderne cause, portata e sviluppi futuri.

Il lemma Antropocene, proposto per la prima volta negli anni ’80 dal biologo Eugene F. Stoermer, ha iniziato a diffondersi, travalicando i confini disciplinari ed accademici, ad opera del premio Nobel per la chimica, Paul Crutzen, per rimarcare l’intensità e la pervasività che l’attività umana aveva assunto nei confronti del processi biologici terrestri (Crutzen, 2005).

Una corrente accademica di pensiero e alcuni contesti scientifici sostengono che la crisi climatico-ambientale in atto sia, invece, il frutto del sistema economico dominante a livello mondiale, nel cui ambito la volontà di una parte nettamente minoritaria di popolazione mondiale di perpetrare lo sfruttamento delle risorse nell’intento di salvaguardare il proprio, ormai insostenibile, livello di consumi1, si concretizza in un forte deficit ecologico che, sotto varie forme, finisce per impattare soprattutto nelle aree geografiche economicamente e socialmente meno sviluppate.

Tale paradigma interpretativo sembra essere confermato dal rapportoDisuguaglianza da CO2″, pubblicato da Oxfam2, in collaborazione con lo Stockholm Environment Institute, il 21 settembre 2020 alla vigilia dell’annuale Assemblea Generale della Nazioni Unite nell’intento di indurre la leadership politica mondiale a varare ed implementare efficaci misure di contrasto alla crisi in atto.

Il concetto di Capitalocene, risulta particolarmente funzionale a focalizzare le dinamiche in atto in quanto riesce ad individuare gli aspetti degenerativi della struttura capitalistica che, in modo sempre più “classista”, polarizza le vulnerabilità non solo intergenerazionali, in ottica futura, ma, soprattutto quelle odierne all’interno e fra società diverse (Amato, 2019).

Il sistema economico globalizzato, neoliberista e sviluppista, funziona da garanzia per il capitale transnazionale nell’ambito di un modello di sviluppo lineare fondato sul ciclo estrazione-produzione-consumo, sulla concentrazione di immensi profitti e la socializzazione dei costi ambientali.

La questione del superamento delle strutture economiche e sociali del Capitalocene, con i suoi insostenibili modelli di produzione, di consumo e di ripartizione della ricchezza, si propone, alla luce della crisi ambientale sull’orlo del punto del non ritorno e delle disuguaglianze sociali, sempre più marcate, in modo ancor più pressante, a causa dei suoi crescenti effetti degenerativi, arrivati, ormai, a mettere a repentaglio il futuro del Pianeta e, soprattutto, dell’intera umanità.

 

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

NOTE:

1Come certificano i dati dell’impronta ecologica L’impronta ecologica media pro capite mondiale sostenibile è 1,8 ha mente quella effettiva è invece di 2,7 ha. Fra i singoli paesi: Qatar (11,68) Kuwait (9,72) Eau (8,44) Usa (8,1)

2 https://www.adnkronos.com/sostenibilita/risorse/2020/09/21/disuguaglianza-piu-ricco-del-pianeta-inquina-piu-miliardi-poveri_hVANEvcMqa693vnRu0GeUI.html

3 Oxfam 20 gennaio 2020. Davos 2020: la terra delle disuguaglianze: a metà 2019 l’1% della popolazione più ricca è arrivata a detenere più del doppio della ricchezza posseduta da 6,9 miliardi di persone.

Vaccini per il Covid: chi prende l’iniziativa

di Michael Roberts

Prima che la pandemia di Covid-19 travolgesse il mondo, le grande aziende farmaceutiche avevano investito ben poco sui vaccini per la malattie e i virus a livello globale. Semplicemente, la cosa non era redditizia. Di quelle che erano le 18 maggiori aziende farmaceutiche, 15 di loro avevano abbandonato completamente il settore. I leader nel profitto, erano i farmaci per il cuore, i tranquillanti che creano dipendenza e i trattamenti per l’impotenza maschile, e non le difese contro le infezioni ospedaliere o i farmaci per le malattie emergenti e i tradizionali tropical killers. Per decenni, un vaccino universale per l’influenza – vale a dire, quello che sarebbe un vaccino che prende di mira le parti immutabili delle proteine di superficie del virus – è stato una possibilità, senza che venisse mai ritenuto abbastanza redditizio da indurre a farlo diventare una priorità. Pertanto, ogni anno otteniamo dei vaccini che sono efficienti solo al 50%.

Ma la pandemia di Covid-19 ha cambiato l’atteggiamento da parte di Big Pharma. Ora si possono fare miliardi vendendo vaccini efficaci ai governi e ai sistemi sanitari.

E in pochissimo tempo, è venuta fuori una partita di vaccini apparentemente efficaci, con la concreta possibilità di renderli disponibili per le persone nel giro dei prossimi 3-6 mesi; un risultato record.

L’autorizzazione per l’Europa ed il Regno Unito, per il vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna dovrebbe esserci entro la fine dell’anno, con una produzione iniziale che metterebbe fin da subito a disposizione per la fine dell’anno, 10-20 milioni di dosi di ciascun vaccino (5-10 milioni di trattamenti). Una vaccinazione diffusa e generalizzata contro il Covid-19 – al di là di quelli che sono i gruppi ad alto rischio – verrà attuata probabilmente entro la prossima primavera, ed avremo entro la fine dell’estate una quota di popolazione europea vaccinata sufficientemente ampia. Il vaccino Pfizer-BioNTech contro il Covid-19, è stato dichiarato efficace per oltre il 90%. Moderna ha dichiarato che il suo vaccino riduce il rischio di infezione da Covid-19 di oltre il 94,5%. Tra quelli che sono gli altri principali sviluppatori di vaccini, AstraZeneca dovrebbe rilasciare i risultati delle prove da qui a Natale, mentre molti altri si trovano già in fase avanzata per quanto riguarda i test. Entro la fine dell’anno, l’Unione Europea e il Regno Unito dovrebbero avere ciascuno dosi a sufficienza per circa 5 milioni di persone (con un unico trattamento che prevede due dosi). E ce ne sono altri: Gamaleya, Novavax, Johnson & Johnson, Sanofi-GSK; oltre allo Sputnik, il vaccino russo e quello cinese.

Come è stato possibile tutto questo così rapidamente? Beh, di certo non è stato grazie alle grandi aziende farmaceutiche che ci sono arrivate a partire dalla ricerca scientifica. È dovuto piuttosto grazie ad alcuni scienziati specializzati che lavorano nelle università e negli organismi governativi alla ricerca di una formula per il vaccino. E tutto questo è stato reso possibile dal fatto che il governo cinese ha fornito rapidamente le sequenze di DNA necessarie all’analisi del virus. Insomma, sono stati i soldi statali e i fondi pubblici a fornire la soluzione medica.

La ricerca di base per i vaccini statunitensi è stata fatta dai National Institutes of Health (NIH), dal Defense Department, e dai laboratori accademici finanziati a livello federale. I vaccini realizzati da Pfizer e da Moderna si basano fondamentalmente su due scoperte emerse grazie alla ricerca finanziata a livello federale: la proteina virale sviluppata dal NIH; ed il concetto di modifica del RNA, sviluppato per la prima volta all’Università della Pennsylvania. Infatti, i fondatori di Moderna, nel 2010 hanno dato il nome all’azienda proprio a partire da questo concetto: “Modified” + “RNA” = MODERNA.

Pertanto, il vaccino di Moderna non è sbucato dal nulla. Moderna ha lavorato per anni sui vaccini mRNA insieme al National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) [Istituto Nazionale delle Allergie e delle Malattie Infettive], che è una parte del NIH. L’accordo per la collaborazione consisteva in un certo livello di finanziamento al NIH da parte di Moderna, insieme ad una tabella di marcia per far sì che i ricercatori del NIAID e di Moderna collaborassero alla ricerca di base sui vaccini mRNA, ed eventualmente sviluppassero un tale vaccino. Il governo degli Stati Uniti ha versato altri 10,5 miliardi di dollari che sono andati nella casse di diverse aziende produttrici di vaccini, da quando la pandemia ha cominciato ad accelerare ed aumentare la domanda di un tale prodotto. Il vaccino Moderna è nato direttamente da una cooperazione tra Moderna e il laboratorio del NIH. Il governo degli Stati Uniti – e quelle che sono due agenzie in particolare, il NIH e la Biomedical Advanced Research and Development Authority (BARDA) – ha parecchio investito nello sviluppo del vaccino. BARDA è un ramo del Department of Health and Human Services [Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani] – formatosi nel 2006 come risposta al fatto che ci si aspettava l’epidemia di SARS-Covid-1 (insieme ad altre minacce per la salute) – il quale fornisce direttamente alle imprese investimenti in tecnologia, ma che si impegna anche in cooperazioni pubblico-privato (PPP) e coordina le agenzie. Una parte specifica della missione di BARDA è quella di fare attraversare alle tecnologie la cosiddetta «valle della morte» [quella zona esistente tra la creazione e la commercializzazione].

Il governo tedesco ha stanziato fondi per 375 milioni di € a favore di BioNTech, ed altri 252 milioni sono stati stanziati per sostenere lo sviluppo di un vaccino da parte di Curevac. La Germania ha inoltre aumentato di 140 milioni di € quello che è il suo contributo alla Epidemic Preparedness Innovations (CEPI) e ha previsto altri 90 milioni per il prossimo anno. La CEPI era stata creata a Davos, in Svizzera, nel 2017 come una cooperazione globale e innovativa tra pubblico e privato, oltre che tra filantropico e organizzazioni della società civile al fine di sviluppare vaccini per contrastare le epidemie, e la Germania si era impegnata a sostenere l’iniziativa con 10 milioni di € l’anno per un periodo di quattro anni. CureVac è uno di quelli che sono nove tra istituti e compagnie incaricate da CEPI di condurre ricerche su un vaccino per il Covid-19. Uno dei suoi azionisti è la banca statale Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW).

Ma a sviluppare il vaccino a partire dal lavoro scientifico degli istituti pubblici è Big Pharma. Sono loro a decidere di prendere l’iniziativa. Le aziende farmaceutiche fanno i test clinici globali, e poi producono e commercializzano il risultato. Quindi vendono i vaccini ai governi, facendo enormi profitti. È questo il modo in cui si faceva prima che ci fosse la pandemia; e si fa così anche ora che c’è. Negli Stati Uniti, nel decennio tra il 1988 ed il 1997, la spesa pubblica per l’acquisto di vaccini è raddoppiata da 100 a 200 $ per ogni bambino fino a 6 anni di età. Il costo cumulativo del settore pubblico, in meno di 5 anni, tra il 1997 ed il 2001 è nuovamente raddoppiato, da 200$ a quasi 400 per ogni bambino.

Si sa ancora assai poco circa i termini dei contratti per il vaccino Covid che l’Unione Europea ha firmato con i gruppi farmaceutici, inclusi AstraZeneca, Pfizer-BioNTech, Sanofi-GlaxoSmithKline e CureVac. Ma una volta che sarà svelato il segreto, quella che vedremo sarà una massiccia privatizzazione dei miliardi di dollari dei fondi governativi. Si calcola che AstraZeneca abbia venduto ai governi il suo vaccino a circa 3 o 4 & a dose, mentre il richiamo Johnson & Johnson ed il vaccino che sono stati sviluppati unitamente da Sanofi e GSK verranno venduti a circa 10€ a dose. AstraZeneca ha promesso che non trarrà alcun profitto dalla sua cura durante la pandemia, ma ha dichiarato anche che ciò verrà applicato solo fino al mese di luglio del 2021. Dopo di allora, potranno procedere all’incasso. La statunitense Moderna farà pagare 37$ a dose, oppure tra i 50 e i 60$ per tutto il trattamento a due colpi.

Probabilmente, i vaccini per il coronavirus per l’industria farmaceutica varranno miliardi, se si dimostreranno sicuri ed efficaci. Saranno necessari ben 14 miliardi di vaccini per immunizzare tutti quanti nel mondo contro il coronavirus. Se, come è stato previsto da molti scienziati, l’immunità data dal vaccino dovesse diminuire, negli anni a venire potrebbero essere vendute altre 22 miliardi di dosi in più, come richiamo. E la tecnologia e i laboratori di produzione che sono stati impiantati grazie alla generosità dei governi potrebbero dare origine ad altri vaccini e ad altri redditizi farmaci.

Così, mentre gran parte del lavoro pioneristico sui vaccini mRNA è già stato fatto con i soldi governativi, i produttori privati di farmaci ne potranno trarre enormi profitti, mentre i governi pagheranno per avere quei vaccini che essi hanno aiutato a trovare contribuendo in primo luogo a finanziarne lo sviluppo!

La lezione data dalla risposta del vaccino per il coronavirus, è che qualche miliardo di dollari all’anno spesi in addizionali ricerche di base potrebbero prevenire mille volte quelle che sono state le perdite in morti, malattie e distruzione economica. Nel corso di una conferenza stampa, Anthony Fauci, consulente sanitario statunitense, ha sottolineato il lavoro di picco svolto dalla proteina. «Non dovremmo sottovalutare il valore della ricerca biologica di base», ha detto Fauci. Esattamente. Ma come hanno dimostrato molti esperti, come Mariana Mazzucato, i finanziamenti statali e la ricerca sono stati vitali ai fini dello sviluppo di tali prodotti.

Quale migliore lezione possiamo imparare dall’esperienza del vaccino per il Covid se non che le compagnie multinazionali farmaceutiche dovrebbero essere di proprietà pubblica, in modo che la ricerca e lo sviluppo possano essere dirette a soddisfare le esigenze sanitarie e mediche delle persone, e non il profitto di queste aziende. E inoltre, i vaccini necessari potrebbero arrivare ai miliardi che vivono nei paesi più poveri, anziché solo a quei paesi e a quelle persone che possono permettersi di pagare i prezzi stabiliti da queste aziende.

«Questo è il vaccino del popolo», ha detto il critico aziendale Peter Maybarduk, direttore del programma di Public Citizen’s Access to Medicines . «Gli scienziati federali hanno contribuito ad inventarlo e i contribuenti ne stanno finanziando lo sviluppo… Dovrebbe appartenere all’umanità».

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Pubblicato il 25/11/2020 su Michael Roberts blog – Blogging from a Marxist economist

FONTE: https://sinistrainrete.info/articoli-brevi/19228-michael-roberts-vaccini-per-il-covid-chi-prende-l-iniziativa.html


COVID vaccines: calling the shots

Before the COVID-19 pandemic engulfed the world, the big pharmaceutical companies did little investment in vaccines for global diseases and viruses.  It was just not profitable. Of the 18 largest US pharmaceutical companies, 15 had totally abandoned the field.  Heart medicines, addictive tranquilizers and treatments for male impotence were profit leaders, not defences against hospital infections, emergent diseases and traditional tropical killers.  A universal vaccine for influenza—that is to say, a vaccine that targets the immutable parts of the virus’s surface proteins—has been a possibility for decades, but never deemed profitable enough to be a priority.  So, every year, we get vaccines that are only 50% efficient.

But the COVID-19 pandemic has changed the attitude of big pharma.  Now there are billions to be made in selling effective vaccines to governments and health systems.  And in double-quick time, a batch of apparently effective vaccines has emerged with every prospect of them being available for people within the next three to six months – a record result.

There should be authorisation of the Pfizer-BioNTech and Moderna vaccines by year-end in the EU and the UK, with the deployment of an initial 10-20 million doses each (5-10 million treatments) underway through the turn of the year. Widespread vaccination from COVID-19 beyond high-risk groups is likely to be underway across Europe by the spring, with a sufficiently large share of European populations vaccinated by the end of the summer.

The Pfizer-BioNTech vaccine against COVID-19 was reported to have over 90% efficacy. Moderna reported that its vaccine reduced the risk of COVID-19 infection by 94.5%.  Among other leading vaccine developers, AstraZeneca is expected to release Phase III trial results by Christmas, with a number of others currently also conducting late-stage trials. By year-end, the EU and the UK should have enough doses to treat around 5 million people each (with a single treatment involving two doses).  And there are others: Gamaleya, Novavax, Johnson & Johnson, Sanofi-GSK; as well as the Sputnik vaccine from Russia and China’s own.

How was this possible so quickly?  Well, it was not due to big pharma coming up with the scientific research solutions.  It was down to some dedicated scientists working in universities and government institutes to come up with the vaccine formulas.  And that was made possible because the Chinese government quickly provided the necessary DNA sequences to analyse the virus.  In sum, it was government money and public funds that delivered the medical solution.

Basic research for US vaccines is done by the National Institutes of Health (NIH), Defense Department and federally funded academic laboratories. The vaccines made by Pfizer and Moderna rely heavily on two fundamental discoveries that emerged from federally funded research: the viral protein designed by the NIH; and the concept of RNA modification first developed at the University of Pennsylvania. In fact, Moderna’s founders in 2010 named the company after this concept: “Modified” + “RNA” = Moderna.

So Moderna’s vaccine has not come out of nowhere. Moderna had been working on mRNA vaccines for years with the National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), a part of the NIH. The agreement consisted of some level of funding from Moderna to the NIH, along with a roadmap for NIAID and Moderna investigators to collaborate on basic research into mRNA vaccines and eventually development of such a vaccine.

The US government has poured an additional $10.5 billion into various vaccine companies since the pandemic began to accelerate the delivery of their products. The Moderna vaccine emerged directly out of a partnership between Moderna and the NIH laboratory.

The US government—and two agencies in particular, the NIH and Biomedical Advanced Research and Development Authority (BARDA)—has invested, heavily, in the vaccine’s development. BARDA is an arm of the Department of Health and Human Services formed in 2006 in response to—wait for it—SARS-CoV-1 (and other health threats). It provides direct investment in technologies to firms, but also engages in public-private partnerships (PPPs) and coordinates between agencies. A specific part of BARDA’s mission is taking technologies through the “valley of death” between creation and commercialization.

The German government ploughed funds into BioNTech to the tune of €375 million, with another €252 million has been made to support development by CureVac.  Germany also raised its contribution to the Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI) by €140 million and plans to provide an additional €90 million next year.  CEPI was launched in Davos, Switzerland, in 2017 as an innovative global partnership between public, private, philanthropic and civil society organisations to develop vaccines to counter epidemics, and Germany pledged an annual €10 million over a four-year period to support the initiative. CureVac is one of nine institutes and companies commissioned by CEPI to conduct research into a COVID-19 vaccine. One of its shareholders is the government-owned Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) bank.

But it is big pharma that develops the vaccine from the scientific work of public institutes.  They call the shots. The drugs companies do the global clinical trials, then produce and market the result.  Then they sell the vaccines to governments at huge profits.  This is the way things were done before the pandemic – and now. In the US, in the 10-year period between 1988 and 1997, public-sector expenditures for vaccine purchases doubled from $100 to $200 per child through age 6. The cumulative public-sector cost doubled again in less than 5 years between 1997 and 2001, from $200 to almost $400 per child.

Very little is still known about the terms of the COVID vaccine contracts that EU governments have signed with pharma groups including AstraZeneca, Pfizer-BioNTech, Sanofi-GlaxoSmithKline and CureVac. But once the secrecy is peeled away, what we will see is a massive privatisation of billions of dollars of government funds.  It is reckoned that the AstraZeneca has sold its jab to governments at about $3 to $4 a dose, while the Johnson & Johnson shot and the vaccine jointly developed by Sanofi and GSK were priced at about $10 a dose. AstraZeneca has promised not to profit from its jab during the pandemic, but that applies only until July 2021.  After that, they can cash in.  US biotech Moderna is going to charge $37 a dose, or $50 to $60 for the two-shot course.

Coronavirus vaccines are likely to be worth billions to the drug industry if they prove safe and effective. As many as 14 billion vaccines would be required to immunize everyone in the world against COVID-19. If, as many scientists anticipate, vaccine-produced immunity wanes, billions more doses could be sold as booster shots in years to come. And the technology and production laboratories seeded with the help of all this government largesse could give rise to other profitable vaccines and drugs.

So while much of the pioneering work on mRNA vaccines was done with government money, the privately owned drugmakers will walk away with big profits, while governments pay for vaccines they helped to fund the development of in the first place!

The lesson of the coronavirus vaccine response is that a few billion dollars a year spent on additional basic research could prevent a thousand times as much loss in death, illness and economic destruction. At a news conference US health adviser, Anthony Fauci, highlighted the spike protein work. “We shouldn’t underestimate the value of basic biology research,” Fauci said.  Exactly. But as many authors, such as Mariana Mazzacuto have shown, state funding and research has been vital to development of such products.

What better lesson can we learn from the COVID vaccine experience than that the multi-national pharma companies should be publicly owned so that research and development can be directed to meet the health and medical needs of people not the profits of these companies.  And moreover, then the necessary vaccines can get to the billions in the poorest countries and circumstances rather than to just those countries and people who can afford to pay the prices set by these companies.

“This is the people’s vaccine,” said corporate critic Peter Maybarduk, director of Public Citizen’s Access to Medicines program. “Federal scientists helped invent it and taxpayers are funding its development. … It should belong to humanity.”


Quando gli ambientalisti erano pionieri. Una storia italiana da conoscere: Michele Boato, “Arcipelago Verde. Dal ‘68 all’ecologia… il passo è breve”

Quando gli ambientalisti erano pionieri. Una storia italiana da conoscere

Michele Boato, Arcipelago Verde.Dal ‘68 all’ecologia… il passo è breve, Gaia edizioni 2020, 10 euro, pag. 250

di Marinella Correggia

Un’epopea. Vista da questo distopico 2020, la storia delle lotte ambientali e antimilitariste in Italia nei due cruciali decenni 1970 e 1980 suscita stupore: tutta quella roba riuscirono a fare, i pionieri! E senza nemmeno Internet. O magari un po’ anche per quello: erano costretti alla realtà.

I quasi cento episodi che Michele Boato racconta con precisione ma con passo da romanzo sono visti da dentro, da chi ne è stato partecipe o anche iniziatore, L’antimilitarismo nonviolento. I Proletari in divisa, sentinelle anti-golpe. L’ostinata opposizione alle fabbriche velenifere. Le proposte di riconversione produttiva. Il vittorioso movimento antinucleare. I comitati anti-infortunistici con gli operai. L’opposizione alle basi militari. La scienza e la medicina contro gli inferni chimici. La Valle Bormida. Seveso. La nascita delle università verdi e delle eco-riviste. L’incontro-scontro a livello locale con alleanze inedite. Gli scioperi studenteschi e il volontariato ambientale. La costruzione del movimento dei consumatori. Le marce infinite. I ricorsi legali. La tutela attiva dei parchi. Il biologico, i rifiuti zero, le tecnologie appropriate. Naturalmente la bicicletta in tutte le sue declinazioni, personali e politiche. E poi…il dissenso cattolico contro la “chiesa del miliardo”, le vicende dei gruppi di sinistra. Le vittorie di quel tempo, locali o nazionali, spesso hanno lasciato il segno, chiudendo per sempre pagine nere.

Su tutto svettavano due stelle polari, come le chiama l’autore: Giorgio Nebbia, lo scienziato delle merci, e Laura Conti, medico. Entrambi generosissimi del loro tempo e del loro sapere. Come tanti altri, debitamente citati.

Strategie, tattiche, obiettivi e alleati. Molto da imparare. Viene da dire che se i pionieri fossero stati ascoltati di più, se le utopie concrete che andavano sviluppando in parallelo alle lotte si fossero moltiplicate, forse l’Italia e – per contaminazione l’Occidente – sarebbero oggi meno responsabili di una crisi climatica mondiale che troppo tardi si pretende di affrontare con mega-piani verdi, mentre già, ci avverte Greenpeace, per l’Africa il fenomeno è irreversibile e non per colpa sua.

Arcipelago verde prosegue il racconto del cammino nell’ambientalismo italiano che Michele Boato ha avviato con il libro La lotta continua (dal secondo dopoguerra, passando per il dissenso cattolico, il ’68 studentesco e il ’69 operaio, fino alle Tre giornate di Marghera nel 1970). Le Liste verdi nate alla metà degli anni 1980 saranno le protagoniste del terzo libro (2021) di questa ricostruzione storica dell’ambientalismo italiano.

Riteniamo utile allegare l’indice, per dare l’idea dell’ampiezza dell’opera.

LEGGI O SCARICA L’INDICE DEL LIBRO

 

PANDEMIA: L’esperimento europeo e atlantico verso la debacle

di Gabriele Giorgi

Tra prima ondata e seconda ondata e relativa gestione, mi sono fatto questa idea. Grazie soprattutto alle testimonianze che arrivano da altri paesi europei.

Nella prima fase noi, l’Italia, abbiamo fatto la chiusura cercando di emulare Cina e Corea. Che allora erano gli unici esempi si riferimento. Dovevamo farlo perché eravamo i primi in occidente ad essere aggrediti con “virulenza” e dunque quelli messi peggio. La scelta era, per forza di cose nostra, una scelta nazionale, obbligata.

La cosa ha funzionato abbastanza bene.

La Cina, l’estremo oriente in generale, inclusi Giappone, Vietnam, ecc., ma anche (a conferma che non tutto l’occidente è uguale) l’Australia e la Nuova Zelanda, ha tenuto duro sul quel modello di contenimento anche dopo la fine della prima ondata, intervenendo duramente in ogni occasione di recrudescenza della diffusione del virus. Per loro anche la scelta era ed è obbligata, poiché sono o isole o isolate dal contesto territoriale della grande comunità occidentale. E forse anche perché hanno un concetto di modernità differente da quello, totalmente ideologico, delle raffinate classi dirigenti di tramontana. Continua a leggere

La Colombia al collasso sanitario chiede aiuto a Cuba per combattere il Covid-19

L’America Latina è diventata l’epicentro mondiale dell’epidemia causata dal nuovo coronavirus Covid-19. I più colpiti, manco a dirlo, sono i paesi a regime neoliberista. Dal Brasile alla Colombia, passando per Ecuador e la Bolivia del governo golpista, il virus è stato libero di infettare le popolazioni locali e colpire i più vulnerabili.

Dalla Colombia arriva l’ammissione del fallimento totale.

Infatti, con 257.101 casi e 8.777 morti, la Colombia è uno dei paesi dell’America Latina più colpiti dalla covid-19. La gestione che il governo di Iván Duque ha dato alla pandemia ha lasciato la popolazione completamente indifesa.

Per questo motivo la Colombia si è vista costretta ad ammettere il collasso del proprio sistema sanitario e chiedere a Cuba un aiuto per combattere il Covid-19.

Medellín è una delle città più colpite, quindi il suo sindaco, Daniel Quintero, ha richiesto un aiuto internazionale per combattere il nuovo coronavirus in città. Tramite una lettera inviata all’ambasciatore cubano in Colombia, José Luis Ponce, Quintero richiede la presenza di personale medico cubano, ammettendo al contempo che il sistema sanitario è collassato.

Il Sindaco riconosce che le unità di terapia intensiva in città erano già al collasso “anche prima dell’inizio della pandemia”; e ha sottolineato che ha solo “118 specialisti in terapia intensiva, un numero insufficiente per garantire l’assistenza ai pazienti più gravi”.

Il governo Duque non ha però gradito la mossa di Quintero e sostiene che il sindaco abbia violato i canali regolari per tale richiesta e che il governo di Duque sta lavorando per aumentare il numero di operatori sanitari che si occupano di pazienti con Covid-19. Il collasso sanitario è imminente, vaticina Redradiove.

In risposta all’esecutivo nazionale il sindaco di Medellín ha esortato a mettere al primo posto la vita delle persone e no gli interessi politici, “oltre i confini, le razze e le ideologie, in quanto esseri umani abbiamo tutti bisogno l’uno dell’altro. Chiediamo al Regno Unito e persino agli Stati Uniti i vaccini, test agli Emirati, a Cuba e Spagna personale sanitario”.

Nella richiesta d’aiuto il sindaco della città colombiana non è solo. Il governatore del dipartimento colombiano di Magdalena, Carlos Caicedo, ha aderito alla richiesta indirizzata all’ambasciata cubana per ricevere l’assistenza dei suoi medici.

Caicedo ha assicurato che dallo scorso marzo aveva richiesto al ministero degli Esteri colombiano la sua richiesta di facilitare il collegamento con i medici cubani; tuttavia, ha evidenziato di non aver ricevuto risposta.

Per questo motivo, ha spiegato Caicedo, ora fa “una seconda richiesta inviata direttamente all’ambasciata cubana; dove chiede di far parte del programma ‘médico en tu casa’, in modo che i servizi sanitari raggiungano i più bisognosi”.

 

 

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/

LA DIETA VEGETALE RISPETTO ALLE ZOONOSI E AL COVID-19. Intervista alla geriatra e nutrizionista Luciana Baroni, della Società scientifica di nutrizione vegetariana (Ssnv)

di Marinella Correggia

La dieta vegetale rispetto alle infezioni. Intervista a Luciana Baroni, nutrizionista

Che le epidemie siano zoonosi dovrebbe essere una motivazione sufficiente rivoluzionare il nostro rapporto con gli animali selvatici e allevati, e a dirottare scelte e risorse verso una dieta vegetale sana, anche per uscire dal macello globale degli allevamenti intensivi e su grande scala, indispensabili quando il consumo di prodotti animali è elevato. Si aggiunga il nesso diretto fra circolazione del virus e situazione ambientali e lavorative problematiche come i macelli e le industrie di trasformazione della carne (un grande problema anche sanitario fin dai tempi di The Jungle, il libro denuncia sui mattatoi di Chicago scritto da Upton Sinclair oltre cento anni fa). Continua a leggere

Pubblico batte privato. E’ ora di cambiare “sistema”

Il “senso comune” che attraversa questo Paese da tempi immemorabili è fatto di piccoli pilastri che pretendono di essere verità inconfutabili, autentiche “tavole della legge”. Anche se la realtà empirica che vorrebbero descrivere ci mostra costantemente il contrario.

Possiamo prendere le parole quotidianamente sparate dal presidente di Confindustria o dall’ultimo fantaccino di redazione di quasiasi giornalone mainstream, non fa molta differenza. Si tratta sempre di frasette fatte, affermazioni “autoevidenti”, senza mai uno straccio di argomentazione e men che mai di dimstrazione.

Solo le imprese creano lavoro” è forse la più frequente. Così come “la produttività del lavoro italiano è troppo bassa”, o anche “il privato è più efficiente del pubblico”. Per non dire dell’eterno “le tasse sono troppe e troppo alte”, che giustificherebbero così l’immensa evasione fiscale che solo le imprese o comunque i possidenti possono permettersi (impossibile non pagare le tasse con la sola busta paga…). Continua a leggere

Alberto Fernandez e Lula Da Silva: Pensare l’America Latina dopo la pandemia Covid-19 – (Videoconferenza Uni B.Aires)

Un interessantissima discussione tra il Presidente argentino Alberto Fernandez e l’ex Presidente del Brasile, Lula, insieme ad altri importanti esponenti istituzionali, sindacali e politici dei due paesi, tra cui Perez Esquivel. Emerge la specifica prospettiva delle forze di progresso latino-americane che dovrebbe avere molto più spazio di conoscenza in Italia e in Europa.

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Riemersione della vita. Verso una nuova città del sole

di Rodolfo Ricci

Riemersione della vita

Cosa riemerge, cosa torna a galla, con una evidenza indiscutibile, da questi mesi di pandemia e di morte ?

Cosa torna a galla sul piano sociale, politico, economico, e cosa torna a galla nell’ambito della coscienza delle persone, cosa cambia nella psicologia sociale?

Si tratta di questioni fondamentali che potrebbero riconfigurare completamente l’immaginario collettivo e resettare il software che ha diretto il movimento della macchina sistemica degli ultimi 40 anni, il software T.I.N.A., per intenderci, e forse ben oltre.

Le evidenze che tornano a galla sono potenzialmente in grado di costituire elementi basilari della riprogettazione delle società, in particolare negli spazi centrali del sistema, i cosiddetti paesi avanzati. E da questo punto di vista, costituiscono molecole di nuove organicità non soltanto possibili, ma necessarie, indispensabili. Non è solo un auspicio, ma è anche una evidenza, appunto.

Ciò che segue è un provvisorio elenco di ciò che è riemerso e che è ampiamente visibile; bisogna solo fare un piccolo sforzo per registrarne la visione; per memorizzarla stabilmente e organizzarla, per diffonderla, per farla germogliare. Ma soprattutto bisogna evitare di lasciarsi irretire nella narrazione mediatica del potere di propaganda che mira a relegarle (le percezioni tornate a galla) nel regno dell’onirico, a inquinarle in modo che esse vengano autocancellate, a spostare l’attenzione nel campo del complotto, o a mobilitare la gente nel recupero di un’età dell’oro che non è mai esistita e non esisteva prima della pandemia, ma anche, forse, nella riproduzione di conflitti inquadrati nel precedente scenario: tutta la propaganda è orientata ad un ritorno indietro, a quando si era liberi da mascherine e guanti, liberi di viaggiare inquinando, liberi di consumare inutilmente e di produrre istericamente: se riescono a convincerci che la guerra da combattere è questa, è la reazione a vincere. Continua a leggere

Covid-19: come ha fatto il Kerala (INDIA). Prevenzione, controlli intelligenti e cura sociale

di Marinella Correggia

Il tasso di mortalità indica i decessi per una determinata malattia in rapporto al numero di abitanti. Come hanno fatto i paesi o gli Stati che hanno avuto una bassissima mortalità da pandemia Covid-19 e spesso senza costosi mezzi a disposizione?

Certo, nella classifica mondiale dei decessi le variabili in gioco sono diverse. Oltre a fattori imprescindibili quali il livello di salute della popolazione (non solo il dato anagrafico, che forse non è tutto, come conferma il caso Giappone – il paese più vecchio del mondo che ha avuto meno di mille morti su 126 milioni di abitanti), il funzionamento del sistema sanitario e l’organizzazione sociale (tre fattori imprescindibili), c’è altro: per esempio il tasso di letalità, ovvero di decessi per Covid-19 rispetto al numero di infettati da virus Sars-CoV-2 (ma il numero ufficiale di infettati a sua volta dipende dalla quantità di test e dalla loro attendibilità), e le modalità di conteggio dei decessi (come è spiegato qui per alcuni paesi (1). Continua a leggere

Covid-19: «rivelazioni» e conferme di giugno

di Marinella Correggia

Intorno al Covid-19 si susseguono da mesi colpi di scena, rivelazioni e successive rettifiche. Grande è la confusione sotto il cielo. Ma non siamo ai tempi di Mao e quindi la situazione non è affatto eccellente. Cerchiamo di collegare alcuni puntini.

1. Oms: «Il contagio da parte di asintomatici è molto raro»…anzi «non sappiamo». Maria Van Kerkhove, direttrice del team tecnico dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per la risposta al coronavirus (1), lunedì 8 giugno osa affermare: «Ci sono casi di persone infettate che sono asintomatiche, ma i paesi che stanno monitorando in modo dettagliato i contatti non stanno trovando da questi casi una trasmissione secondaria». Gli «esperti di salute pubblica» insorgono, capitanati dall’Harvard Global Health Institute. E così l’Oms aggiusta il tiro il giorno dopo: «La maggioranza dei casi di trasmissione che conosciamo si verifica, con le droplets, da parte di chi ha sintomi. Ma ci sono persone che non sviluppano sintomi, e non abbiamo ancora risposta sulla questione di quanti infettati non abbiano sintomi». Alcune ricerche stimano la probabilità di infezioni da asintomatici (e più spesso pre-sintomatici) con modelli probabilistici, senza documentare direttamente la trasmissione. Comunque la frase rivelatrice dell’esperta dell’Oms è: «Per ogni risposta che troviamo alle domande, ne sorgono altre dieci». La risposta è sempre: dipende (dalle circostanze): un luogo chiuso affollato e in una zona ad alta carica virale è un caso specifico, non generalizzabile (vedi ai punti 10 e 12). Continua a leggere

Covid-19: CLOROCHINA O VACCINI ?

CHE DIO CE LA MANDI BUONA E CON POCO VENTO (SENZA NON SEMBRA ORMAI POSSIBILE)

di Aldo Zanchetta

In un mondo globalizzato truffe globalizzate. Oggi è tempo di pensare in grande, no? Anche nelle truffe, no? Sulla storia dei vaccini come unico, necessario e urgente rimedio a un virus che ancora non conosciamo bene (lo dicono scienziati credibili) sento odore di bruciato. Sulla necessità assoluta dei vaccini si sta costruendo una narrazione sospetta. Continua a leggere

Cooperativismo in Uruguay: una possibile risposta al post Covid-19

di Alejandro Francomano (Montevideo)

 

– Martin Fernández è l’attuale presidente di INACOOP. Ha studiato nelle aree delle relazioni internazionali e delle scienze sociali. È stato sindaco del dipartimento di Montevideo e deputato nazionale. Alla Camera dei Rappresentanti ha integrato la Commissione speciale per il cooperativismo nel periodo in cui è stata analizzata e approvata la legge generale sulle cooperative del 2008.
– Danilo Gutiérrez Fiori, notaio, è il direttore esecutivo di INACOOP. È un professionista nell’area legale, ha conseguito un diploma post-laurea in Gestione delle organizzazioni di sviluppo e ha ricoperto la presidenza della Confederazione uruguaiana di entità cooperative ed è stato componente del Dipartimento di gestione della Cooperativa nazionale di risparmio e credito, nonché di una cooperativa assicurativa. È coautore di due libri di diritto cooperativo e ha pubblicato numerosi articoli su libri e riviste del settore.
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India: il lavoro e la produzione dopo le misure anti-Covid, a partire dai migranti (interni), in un’analisi di Down To Earth

di Marinella Correggia

«Il collasso economico dovuto alle misure anti-Covid ha reso visibili gli invisibili. Adesso diamo valore al loro lavoro, mal pagato, sempre considerato fungibile»: un’affermazione che si adatta benissimo al contesto dell’Italia. Quelli che stavano a casa si sono accorti di dipendere da figure professionali prima neglette: agricoltori, commesse, fattorini – oltre che dal personale sanitario a tutti i livelli. E soprattutto, si è capito quanto siano essenziali le braccia straniere per la raccolta dell’ortofrutta, componente fondamentale della nutrizione. Non per niente oggi 21 maggio è il giorno dello sciopero dei braccianti stranieri (anche in nome degli italiani) https://twitter.com/aboubakar_soum/status/1263445146705825792?ref_src=twsrc%5Egoogle%7Ctwcamp%5Eserp%7Ctwgr%5Etweet Continua a leggere

Covid-19, APPELLO INTERNAZIONALE: Tre proposte per il lavoro

Democratizing Work. Questo importante appello di oltre 3.000 ricercatori di tutto il mondo esce oggi in simultanea su 37 giornali, tra cui El Comercio, Boston Globe, Guardian, Gazeta Wyborcza, La Folha de São Paulo, The Wire, Cumhuriyet, Le Soir, Le Monde, Die Zeit, Publico, El Diario, Le Temps. In Italia gli autori hanno scelto il manifesto

Questo appello, Democratizing Work, esce oggi in simultanea in 25 lingue su 39 testate internazionali, tra cui El Comercio, Boston Globe, Guardian, Gazeta Wyborcza, La Folha de São Paulo, The Wire, Cumhuriyet, Le Soir, Le Monde, Die Zeit, Publico, El Diario, Le Temps. In Italia gli autori hanno scelto il manifesto. Continua a leggere

Edgar Morin: sull’epidemia

“Questa crisi dovrebbe aprire le nostre menti a lungo confinate sull’im­mediato”. Per il sociologo e filosofo francese, 99 anni, la corsa alla redditività e le carenze nel nostro modo di pensare sono responsabili di innumerevoli catastrofi umane causate dalla pandemia di Covid-19. Nato nel 1921, ex combattente della resistenza, sociologo e filosofo, pensatore interdisciplinare e indisciplinato, dottore honoris causa di 34 università in tutto il mondo, Edgar Morin dal 17 marzo è confinato nel suo appartamento a Montpellier con sua moglie, la sociologa Sabah Abouessalam. È da rue Jean-Jacques-Rousseau, dove risiede, che l’autore di La Voie (2011) e Terre-Patrie (1993), e che ha recentemente pubblicato Les Souvenirs viennent à ma rencontre (Fayard, 2019), un’opera di oltre 700 pagine in cui l’intellettuale ricorda in profondità le storie e gli incontri più forti della sua esistenza, ridefinisce un nuovo contratto sociale, si impegna in alcune confessioni e analizza una crisi globale che – dice – lo “stimola enormemente”. Continua a leggere

La madre di tutte le pandemie. Quando l’apocalisse bussa alla nostra porta

L’articolo. Quando l’apocalisse bussa alla nostra porta

di Ignacio Ramonet

Nato da appena cento giorni in una lontana città sconosciuta, un nuovo virus ha già percorso tutto il pianeta, e ha obbligato a chiudersi in casa miliardi di persone. Qualcosa immaginabile solo nei film post-apocalittici… L’umanità sta vivendo una esperienza del tutto nuova. Verificando che la teoria della “fine della storia” è una menzogna, scoprendo che la storia, in realtà, è imprevedibile.

Ci troviamo di fronte a una situazione enigmatica. Senza precedenti. Nessuno sa interpretare e chiarire questo strano momento di profonda opacità, quando le nostre società continuano a vacillare sui loro pilastri come scosse da un cataclisma cosmico. E non esistono segnali che ci aiutino a orientarci. Un mondo crolla. Quando tutto sarà terminato, la vita non sarà più la stessa.

Solo qualche settimana fa, decine di proteste si erano diffuse a scala planetaria, da Hong Kong a Santiago del Cile. Il nuovo coronavirus le ha spente una a una estendendosi, rapido e furioso, nel mondo. Alle scene di masse in festa che occupavano strade, si sostituiscono le immagini di viali vuoti, muti, spettrali. Emblemi silenziosi che segneranno per sempre il ricordo di questo strano momento.

Stiamo subendo nella nostra stessa esistenza il famoso “effetto farfalla”: qualcuno, dall’altro lato del pianeta, mangia uno strano animale, e tre mesi dopo metà dell’umanità è in quarantena. Afflitti, i cittadini voltano gli occhi verso la scienza e gli scienziati – come un tempo verso la religione – implorando la scoperta di un vaccino salvatore, la cui scoperta richiederà lunghi mesi. Continua a leggere

Una delle ultime interviste di Giulietto Chiesa: a colloquio con Sergio Bellucci sulla “transizione”

COVID-19: Quella “immagine distorta” che la Germania ha dell’Italia. “Un gioco sul quale da decenni la Germania costruisce il proprio benessere”

Questo articolo comparso ieri sul più diffuso settimanale tedesco è molto importante.

Non solo per ciò che riconosce nei nostri confronti, ma perché la lucida analisi che fa ci dovrebbe indurre tutti a recuperare il rigore dell’analisi politica: i cosiddetti sovranismi e i pericolosi personaggi che li rappresentano sono solo un sottoprodotto delle guerre imperialiste (per ora ancora sul piano economico e commerciale).

Ma quando nasce un movimento sovranista nasce quasi sempre come elemento di difesa da sovranismi ben più scaltri o potenti. E a cascata i sovranismi meno potenti tentano di sottomettere altre aree o paesi meno in grado di difendere la propria sovranità. Chi sostiene questi movimenti ?

Le rispettive borghesie sotto la pressione di quelle più potenti. Quindi bisogna sempre avere l’occhio attento alla configurazione dei poteri nella loro dislocazione e nella loro specifica ideologia che, a parole, può anche essere apparentemente aperta e potabile…finché non viene messa in seriamente in discussione.

Bisogna anche ricordare che i movimenti nazionalistici non sono stati necessariamente regressivi, nel corso della storia. Se vuoi difendere la tua comunità da attacchi predatori, devi contemplare l’unità nazionale come un momento decisivo della tua battaglia, non puoi ignorarlo perché ti sembra inelegante…

Ciò che è decisiva è la prospettiva e chi la guida: non è che il nazionalismo mi può riportare in una condizione di peggiore sfruttamento di quello garantito dalle elites di sangue più o meno blu. Questo giochetto provino a giocarselo da sole le borghesie nazionali non ammesse alla mensa superiore.

Neanche dobbiamo lasciarci fregare dall’argomento dell’accentuata competitività con cui abbiamo già a che fare nello scenario post-covid. E’ fondamentale trasformare la guerra imperialista…in Fine dello sfruttamento di paesi su altri paesi e di uomini su altri uomini. Cioè fine del profitto come guida della storia.

Siamo maturi per altri scenari di cooperazione. Bisogna smetterla di farci dettare l’agenda dall’antique regime nelle sue varie declinazioni.

Il loro mondo è strutturalmente tramontato. Bisogna avere fiducia. Non bisogna giocare solo di rimessa. E bisogna giocare insieme agli altri popoli, facendo emergere le contraddizioni evidenti che riguardano tutti gli spazi nazionali.

La questione infine, come credo sia evidente, non riguarda solo lo spazio europeo. Questo è uno degli spazi, per quanto importante. Ve ne sono altri da aprire: quelli con altri paesi, sia del nord, ma soprattutto del sud del mondo, con le rispettive borghesie colluse e “compradore” o con quelle fasciste (che in realtà sono i diversi vestiti con cui si vestono al cambiar di stagione).

Bisogna tornare al futuro. Che può essere ostacolato e rallentato, ma non sconfitto. (red)

Secondo lo Spiegel, è sbagliato pensare al Belpaese spendaccione e indebitato. Thomas Fricke, autore di un lungo editoriale, non esita a parlare di “tutta questa arroganza tedesca che – non solo adesso, ma soprattutto adesso – è particolarmente tragica”. “In Italia come in Francia arriveranno al potere delle persone che, come adesso già fanno Donald Trump o Boris Johnson, non hanno nessuna voglia di stare al gioco: quel gioco sul quale la Germania da decenni costruisce il proprio benessere”.

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COVID-19: Ripartenza, è il momento della verità

È questa una fase di scelte importanti legate all’evolversi della pandemia. Adesso, dovranno essere prese decisioni che contemperino la priorità salute con la ripresa produttiva e sociale

di Fulvio Fammoni (*)

È questa una fase di scelte importanti legate all’evolversi della pandemia. La curva dei contagi pare si vada stabilizzando quindi, i meccanismi di separazione hanno prodotto effetti, seppur ancora parziali. Adesso, dovranno essere prese decisioni che contemperino la priorità salute con la ripresa produttiva e sociale. Consapevoli di proiezioni molto gravi per il futuro della nostra economia (per ultimi i dati del FMI e di BdI) ma evitando la falsa notizia che il virus è sconfitto (magari) e tutto può riprendere come prima. Continua a leggere

Breve storia delle missioni mediche cubane nel mondo (dal 1960 a 0ggi)

Un team di medici cubani ha fatto la sua comparsa all’aeroporto di Malpensa nel pieno di una tragedia sanitaria. L’episodio che può sembrare estemporaneo, affonda le sue radici nella storia tormentata e appassionante del sistema sanitario cubano

di Marinella Correggia

All’inizio della primavera silenziosa 2020 una missione medica di Cuba è volata per la prima volta in un paese occidentale, membro ben armato della Nato e indifeso davanti a un virus. E’ solo l’ultimo atto di un internazionalismo sanitario esercitato da sessant’anni giusti in America Latina, Africa e Asia e che conta attualmente oltre 30mila operatori (medici, infermieri, tecnici) in 67 paesi. Le ultime missioni – non solo in Italia – partecipano alla campagna mondiale contro la pandemia del Covid-19. Perché «la patria è l’intera umanità». Continua a leggere

COVID-19: DOPO LA “GUERRA SANITARIA”.

di Pierre Assante

Qualunque siano le difficoltà per superare la crisi sanitaria, vi è e vi sarà la necessità di rilanciare la produzione e lo scambio dei beni necessari per la nostra vita.

La crisi sanitaria ha accelerato e aggravato la crisi economica e finanziaria (1) che era in atto già prima dell’arrivo della pandemia. La crescita e l’accumulazione di capitale fisso e costante, l’alto livello tecnologico, industriale e digitale e l’ipercrescita del capitale finanziario che vanno di pari passo, hanno portato, nel sistema, negli ultimi anni, a un’esplosione della tendenza al ribasso del saggio di profitto e a una svalutazione eccessiva del capitale che inducono la difficoltà di reinvestire al tasso sufficiente per esso, per una sua più ampia riproduzione e diffusione (2).

L’aumento dello sfruttamento del lavoro, una maggiore estrazione di plusvalore e l’aumento della sua intensità non saranno sufficienti a rispondere a questa tendenza al ribasso del tasso di profitto ed è improbabile che vengano accettati senza battere ciglio da dipendenti e popolazioni che ne subiranno le conseguenze.

È quindi attraverso profonde riforme delle strutture del capitale e del sistema che si può raggiungere l’obiettivo di rilanciare la macchina sociale e la soddisfazione dei bisogni sociali. Questo implica che una quota maggiore del valore aggiunto prodotto (valore dei beni prodotti e salari) si a destinata agli investimenti. Ciò significa passare gradualmente e radicalmente e il più rapidamente possibile dal criterio di gestione dal tasso P / C (profitto sul capitale) al criterio di gestione VA / CMF (valore aggiunto sul capitale materiale e finanziario) (3).

La rivalutazione del capitale mediante la distruzione del capitale costante (come avvenuto nell’ultima guerra mondiale) non può avvenire nelle stesse proporzioni e con lo stesso effetto rispetto ad una crisi sanitaria che aggrava ulteriormente la crisi finanziaria e produttiva (4).

La svalutazione del capitale continuerà (5).

D’altra parte, essere in grado di investire una quota maggiore di valore aggiunto aumenterebbe la capacità produttiva, l’efficienza del lavoro aumentando i redditi, rispetto al livello generico di “ripresa economica” possibile in base all’attuale crisi; e ciò, considerando lo stato avanzato della tecnologia, della scienza e della formazione, del potenziale delle forze produttive, il cui livello già acquisito è una cosa che non evaporerà in pochi mesi.

L’alto livello di abilità di competenze e attrezzature resta un vantaggio per i paesi ad economia avanzata del capitalismo digitale globalizzato, finanziario e digitale. Inoltre, il rifiuto sistemico del capitale di superare il criterio P / C  è una decisione di natura politica globale degli stati nazionali e del sistema mondiale dominante. Non ci si deve attendere che il capitale rinunci alla sua guerra economica di profitto e al potere di accumulazione contro i lavoratori dipendenti e nel conflitto tra le stesse multinazionali.

La crisi economica che seguirà immediatamente quella sanitaria sarà un momento di lotte avanzate in cui si debbono fornire agli attori di un grande movimento popolare, di lavoratori, di impiegati, di tecnici di produzione e di gestione, della formazione e dei dirigenti della ricerca, i mezzi intellettuali e materiali per uscire da una crisi sistemica e costruire e rilanciare sulla base di criteri di progresso e organizzazione nella salute del lavoro, incluso un diritto alla sicurezza del lavoro e alla formazione che è alla base del lavoro e delle capacità produttive umane.


Pierre Assante. 02/04/2020


Note per approfondire l’osservazione e la sintesi di base:

(1) L’eccesso di accumulo e la crescita esponenziale della finanziarizzazione si alimentano a vicenda.

(2) Già in agosto “La Repubblica” notava in diverse pagine il segnale di avvertimento che il tasso di remunerazione sulle obbligazioni USA a 10 anni era inferiore a quello a due anni. Tassi di prestito negativi della BCE per aumentare ulteriormente il calo del tasso di profitto della produzione, diminuendo la produttività del capitale, sono stati un altro elemento a dimostrazione dell’aggravarsi della crisi(Jackson Hole). La guerra economica USA-Cina, sostenuta da Trump e dal suo “sviluppo nazionale” contro la cooperazione internazionale è un effetto della crisi economica e delle difficoltà del capitale a remunerarsi, più che una causa.

(3) Il valore aggiunto è la nuova ricchezza prodotta, compresi i salari.

Lo stipendio, il valore della forza lavoro è infatti un prodotto del lavoro in e attraverso la trasformazione di una ricchezza primaria, naturale o già prodotta. Il valore dei salari e il valore del nuovo prodotto più il valore di tutto ciò che contribuisce a questa produzione formano il valore aggiunto.

(4) La composizione organica del capitale durante lo storico compromesso delle conquiste sociali del 1945-47 e quella di oggi non sono comparabili. Il capitale delle industrie del lavoro meccanico e di massa non aveva gli stessi bisogni di sviluppo del capitale attuale dopo la rivoluzione scientifica e tecnica digitale del 21 ° secolo.

(5) Recupero keynesiano

 

FONTE: http://pierre.assante.over-blog.com/2020/04/apres-la-guerre-sanitaire.html

 


 

APRÈS LA « GUERRE SANITAIRE ».

Quelles que soient les difficultés à surmonter la crise sanitaire, le besoin de relancer la production et l’échange des biens nécessaires à notre vie se pose et se posera.

La crise sanitaire a précipité et aggravé la crise financière et économique (1). La croissance et l’accumulation du capital constant, fixe, le haut niveau technologique, industriel et numérique, et l’hyper croissance du capital financier qui vont de pair, ont conduit, dans le système, ces dernières années, à une explosion de la baisse tendancielle du taux de profit, et une suraccumulation-dévalorisation du capital induisant la difficulté de se réinvestir au taux suffisant pour lui, pour sa circulation élargie (2).

L’augmentation de l’exploitation du travail, une extraction plus grande de plus-value et l’augmentation de son taux ne suffira pas pour répondre à cette baisse tendancielle du taux de profit et a peu de chance d’être acceptée sans broncher par les salariés et les populations qui en subiront les conséquences par contrecoup. C’est donc bien par des réformes de structures du capital et du système qu’il s’agit de relancer la machine sociale et la satisfaction des besoins sociaux. Il s’agit de prélever une plus grande part de la valeur ajoutée produite (valeur des marchandises produites et des salaires) pour la réinvestir. Cela veut dire passer progressivement et radicalement et le plus rapidement possible du critère de gestion à partir du taux P/C (profit sur capital) au critère de gestion VA/CMF (Valeur ajoutée sur Capital matériel et financier) (3).

La revalorisation du capital par la destruction de capital constant par la dernière guerre mondiale ne peut avoir lieu dans les mêmes proportions et avec le même effet dans la crise sanitaire qui aggrave la crise financière et de production (4).

La dévalorisation du capital continuera (5).

Par contre le fait de pouvoir investir une plus grande part de la valeur ajoutée permettrait d’augmenter la capacité productive, l’efficacité du travail tout en faisant progresser les revenus, relativement au niveau de « redémarrage économique » possible d’après la crise actuelle, et dans l’état avancé des techniques et des sciences et de la formation, du potentiel des forces productives dont la qualité acquise ne va pas s’évaporer en quelques mois.

Le haut niveau de compétence et d’équipement reste un acquis dans les pays d’économie avancée du capitalisme mondialisé, financiarisé, numérisé. Et d’ailleurs le refus systémique du capital de dépasser le critère P/C est une décision politique mondiale des états nationaux et de l’Etat mondial dominant. Il ne faut pas attendre que le capital renonce de lui-même à sa guerre économique de profit et de pouvoir d’accumulation contre le salariat et entre firmes multinationales elles-mêmes.

L’après immédiat et relatif de sortie de crise économique et sanitaire ce sera un moment de luttes développées dans lesquelles donner aux acteurs d’un mouvement populaire, ouvriers, salariés, cadres de production, de gestion, de formation et de recherche, les moyens intellectuels et matériels de sortie de crise systémique, et de construction et de relance sur la base de critères de progrès, et d’organisation en santé du travail, parmi lesquels un droit de sécurité d’emploi et de formation qui est la base du travail et des capacités productrices humaines.

Pierre Assante. 02/04/2020

 

Notes pour aller au-delà du constat et de l’explication de base :

(1) Suraccumulation et croissante exponetielle de la finaciarisation s’limentent mutuellement.

(2) En août déjà « La Repubblica » notait sur plusieurs pages le signe annonciateur qu’est le taux des Bonds US à 10 ans inférieur à ceux à deux ans. Les taux négatifs de prêts la BCE pour relancer encore dès la rentrée le taux de profit de production, la productivité du capital, en chute était un autre élément prouvant l’aggravation de la crise (Réunion des banques centrale à du 24 au 26 août 2020 à Jackson Hole). La guerre économique USA-Chine, soutenue par Trump et son « national-développement » contre une coopération internationale est un effet de la crise économique et des difficultés du capital pour se revaloriser, plus qu’une cause.

(3) La valeur ajoutée c’est les richesses nouvelles produites, salaire compris.

Le salaire, la valeur de la force de travail est bien un produit du travail dans et par la transformation d’une richesse première, naturelle ou déjà produite. Valeur du salaire et valeur du nouveau produit plus la valeur de tout ce qui contribue à cette production forment la Valeur Ajoutée.

(4) La composition organique du capital lors du compromis historique des conquêtes sociales de 1945-47 et celle d’aujourd’hui ne sont pas comparables. Le capital des industries mécaniques et de main d’œuvre massive n’avaient pas les mêmes besoins pour se valoriser que le capital de la révolution scientifique et technique numérique du XXIème siècle.

(5) La relance keynésienne des 30 Glorieuses, après une période de sous consommation et de sur-épargne, n’est plus possible. Nous sommes de nouveau structurellement aujourd’hui en période de sur-épargne et sous consommation relatives (pour le moment) de longue durée liée à la composition organique élevée du capital et non de cycle décennal.

 

FONTE: http://pierre.assante.over-blog.com/2020/04/apres-la-guerre-sanitaire.html

COVID-19: Cosa potrebbe cambiare in peggio dopo il coronavirus

di Vincenzo Comito

Cosa non siamo e cosa non vogliamo. Meglio sarebbe chiarire fin da subito il peggioramento che non vorremmo vedere una volta finita l’epidemia: dalla cementificazione delle grandi opere ad un approfondimento delle diseguaglianze, ad un più ampio digital divide.

In queste settimane moltissimi commentatori si ingegnano a prevedere come e perché, dopo l’esperienza del coronavirus, le cose dovrebbero cambiare in meglio; e questo in molti campi, da un rinnovato intervento dello Stato nell’economia, a maggiori stanziamenti nel nostro paese per la sanità, la scuola, la ricerca, dopo decenni di tagli, ad una più forte solidarietà internazionale e così via. Alcuni arrivano sino ad affermare che il virus cambierà il mondo in maniera permanente e che il populismo e il sovranismo saranno sconfitti.

C’è anche chi non si limita a prevedere, ma chiede esplicitamente che le cose cambino in meglio e indica magari le mosse attraverso le quali questo dovrebbe succedere, a livello nazionale come a quello europeo e mondiale, come si riscontra ad esempio in diversi tra i contributi pubblicati di recente su questo stesso sito.

C’è, infine, chi, semplicemente e più modestamente, auspica soltanto che le cose cambino; così, ad esempio, George Monbiot (Monbiot, 2020), che intanto ci ricorda che è scoppiata una bolla, quella dei Paesi ricchi che vivevano in un’atmosfera compiaciuta e piena di confort e che credevano di potere ormai ignorare il mondo materiale, ponendo uno schermo tra loro e la realtà e non facendo niente per anticipare la catastrofe in atto. L’autore sottolinea come il virus sia alla fine un segnale di auspicabile sveglia per una civiltà che appare troppo compiaciuta di se stessa. Continua a leggere

Il pianeta sopravviverà, ora dobbiamo salvare gli esseri umani da loro stessi

di Paolo Barcella

Non sappiamo e non possiamo intendere, fino in fondo, quello che sta accadendo, perché, nel mondo euroamericano, stiamo attraversando la più pesante, inattesa, spiazzante crisi dal secondo dopoguerra: una crisi della salute pubblica, con conseguenze imprevedibili sull’economia, sulla politica, sulla società.

Chi può trovare qualcosa di paragonabile nella sua memoria d’infanzia, oggi, ha più di ottant’anni. La nostra incapacità di comprendere trova risconto nell’incapacità di descrivere gli eventi con parole appropriate, con un linguaggio idoneo. Ovunque trionfano le metafore, in prevalenza militari, quasi tutte fuori luogo. Continua a leggere

DOPO COVID-19

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