Le midterm americane: il Congresso sfugge a Trump, cinque nuovi socialisti entrano alla Camera e il sostegno a Israele spacca i democratici. Fra le urne e il cambiamento, però, c’è ancora un abisso da colmare.

FONTE: OttolinaTv, (4/11/2026)

C’è un modo rassicurante di raccontare le elezioni americane di ieri: l’America si è pentita di Trump, i democratici hanno vinto e adesso Washington tornerà a comportarsi «responsabilmente». È una lettura seducente, soprattutto per chi crede che le catastrofi geopolitiche dell’ultimo decennio si possano spiegare con il carattere di un presidente. Ma rischia di farci perdere proprio ciò che le urne stanno raccontando.

Anzitutto, il risultato è enorme. L’Associated Press ha assegnato ai democratici il controllo del Senato, dopo una serie di sconfitte repubblicane in Stati che pochi mesi fa sembravano difficilmente contendibili. Reuters riferisce anche la proiezione della maggioranza democratica alla Camera. Attenzione, però: una proiezione non è la certificazione dei seggi e, nelle fonti consultate, AP non aveva ancora assegnato ufficialmente l’intera Camera al momento della sua ricostruzione. Il nuovo Congresso entrerà in funzione il 3 gennaio 2027; nel frattempo Trump rimane alla Casa Bianca, con gli stessi poteri esecutivi di prima.

Eppure questa è già una notizia politicamente sostanziale. Se il risultato della Camera sarà confermato, assisteremo a una frattura istituzionale fra un presidente repubblicano e due rami del Parlamento a maggioranza democratica. Per dirla nel modo meno diplomatico possibile: noi, di questa possibilità di ingovernabilità, non ci dispiacciamo affatto.

Non perché la paralisi sia una virtù in sé. Ma perché, nell’America che sta finanziando e combattendo guerre, moltiplicando le sanzioni e imponendo al resto del pianeta le conseguenze delle proprie scelte, rendere più complicato trasformare ogni decisione estrema in una legge, in uno stanziamento o in una nomina può aprire uno spazio politico. Non è una garanzia di pace: il presidente conserva ampi poteri in politica estera e militare, il diritto di veto, la possibilità di firmare ordini esecutivi. Il Congresso controlla tuttavia il bilancio, le commissioni d’inchiesta e una parte cruciale delle autorizzazioni, mentre il Senato decide sulle nomine. Può insomma aumentare i costi politici dell’escalation. E, paradossalmente, può complicare anche l’approvazione di eventuali scelte estreme promosse dalla nuova maggioranza. Il quadro dei poteri è ricostruito da Reuters e dal Congressional Research Service.

Ma la parte più importante della notte non è la geometria parlamentare. È quello che si muove sotto.

Non una semplice vittoria dei democratici: una rivolta contro il costo della vita

Partiamo dai numeri che spiegano il clima. Secondo l’indagine sugli elettori riportata dall’AP, circa tre quarti degli intervistati si dichiarano arrabbiati o insoddisfatti della direzione presa dal Paese. Tre quarti giudicano l’economia mediocre o cattiva; circa otto su dieci dicono che l’inflazione ha comportato difficoltà economiche moderate o gravi per le proprie famiglie. La corruzione del governo e il costo della vita figurano fra i problemi considerati più importanti. Sono risultati di una rilevazione sugli elettori, non una misura perfetta dell’intera popolazione americana. Ma sono un segnale inequivocabile di disagio.

Il dato più istruttivo arriva subito dopo: il Partito democratico non risulta particolarmente amato. Nella stessa rilevazione meno della metà degli elettori ne esprime un giudizio favorevole; i repubblicani fanno ancora peggio, ma la distanza non corrisponde affatto a un’investitura entusiastica dei democratici. È plausibile leggere una parte importante del voto come una bocciatura delle condizioni materiali e dell’amministrazione, non come adesione a un progetto politico coerente dell’opposizione.

Questo è lo sfondo sul quale bisogna guardare alle singole contese. Perché alcune raccontano la forza del rifiuto di Trump, altre l’emergere di una sinistra organizzata, altre ancora la capacità dell’apparato democratico di incassare il malcontento senza cambiare davvero rotta.

Texas, Iowa, Kansas, South Carolina: il voto rompe anche i vecchi confini

In Texas, James Talarico ha sconfitto Ken Paxton nella corsa al Senato. È un risultato che interrompe decenni di insuccessi democratici nelle elezioni statali texane e va letto accanto a un’altra sorpresa: Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore repubblicano Greg Abbott. Le loro piattaforme non sono identiche e non rappresentano una presa del potere dei DSA: hanno però trovato un terreno comune nella pressione dei prezzi e nel rifiuto degli interessi consolidati. Hinojosa ha messo al centro la vita quotidiana e i costi energetici, compresi quelli legati alla crescita dei data center. Per una volta, un tema normalmente relegato alle pagine economiche è entrato direttamente nella contesa sul potere.

In Iowa, il democratico Josh Turek ha sconfitto la repubblicana Ashley Hinson; in Kansas, Adam Hamilton ha battuto il senatore Roger Marshall; in South Carolina, Annie Andrews ha sconfitto Darline Graham. E ancora: Sherrod Brown ha prevalso in Ohio, Roy Cooper ha conquistato un seggio repubblicano in North Carolina, Jon Ossoff è stato rieletto in Georgia. Questi risultati, indicati da AP, non sono tutti equivalenti sul piano delle idee. Sono, però, segnali che la protesta ha travalicato i collegi abitualmente democratici.

La distinzione conta. Quando un democratico di centro conquista un seggio in uno Stato conservatore, non significa che quegli elettori abbiano abbracciato il socialismo. Significa che la coalizione repubblicana ha perso, almeno in questa occasione, la capacità di trasformare in consenso il disagio che avrebbe dovuto rappresentare. E che molti cittadini hanno cercato un’alternativa anche dove fino a ieri sembrava impossibile.

Nella Camera, intanto, l’AP ha documentato sconfitte repubblicane nel New Jersey, in Pennsylvania e in altri collegi decisivi. Ma la vera novità interna al campo democratico si vede guardando ai vincitori delle primarie e a chi, dentro la futura maggioranza, proverà a mettere in discussione il potere dei donatori e della leadership.

I cinque nuovi deputati DSA: pochi seggi, un fatto politico molto più grande

La notte ha portato almeno cinque nuovi candidati legati ai Democratic Socialists of America alla Camera: Chris Rabb in Pennsylvania, Donavan McKinney in Michigan, Melat Kiros in Colorado, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier a New York. Le chiamate sono state confermate in una ricostruzione di NPR. Con Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, le due figure DSA già presenti a Capitol Hill e riconfermate, il gruppo arriva così a sette deputati.

Non sono numeri tali da ribaltare il Partito democratico. E sarebbe un errore enorme presentare le vittorie come la prova che il socialismo abbia appena conquistato i collegi repubblicani: i cinque nuovi arrivati sono eletti in distretti fortemente democratici. In molti casi, la sfida vera non è stata ieri contro il candidato repubblicano, ma mesi fa nelle primarie contro un deputato uscente o il favorito dell’apparato. La ricerca di Brookings segnala peraltro che la crescita dei candidati DSA è molto concentrata a livello locale e nei territori progressisti. Non confondiamo, quindi, capacità di organizzazione con egemonia nazionale già conquistata.

Ma guardiamo come sono arrivate quelle vittorie.

  • Darializa Avila Chevalier, fra Manhattan e il Bronx, ha battuto alle primarie Adriano Espaillat, un veterano del Congresso. Organizzatrice di comunità e delle mobilitazioni studentesche per la Palestina, ha contestato un sistema politico a suo giudizio troppo vicino ai finanziatori e troppo lontano dai lavoratori.
  • Melat Kiros, a Denver, ha sconfitto Diana DeGette, deputata da circa trent’anni, con una campagna contro il potere degli oligarchi, per la sanità universale e contro la guerra a Gaza.
  • Donavan McKinney, nell’area di Detroit, ha battuto Shri Thanedar affrontando soprattutto il costo delle bollette, l’assistenza sanitaria e il peso del denaro sulle elezioni.
  • Chris Rabb, a Philadelphia, ha costruito una piattaforma centrata su lavoro, salari, servizi pubblici e rapporti fra grandi finanziatori e rappresentanza politica.
  • Claire Valdez, fra Brooklyn e Queens, ha sfidato il candidato sostenuto dall’establishment locale, collegando il tema dei prezzi, della casa e dei servizi alla rete di organizzazione che aveva sostenuto l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York.

Queste vicende sono ricostruite nei profili dell’Associated Press pubblicati da Spotlight PA e nella documentazione della Working Families Party.

Il dato da non smarrire è che non sono semplicemente cinque carriere individuali. Ci sono campagne porta a porta, organizzazioni sindacali e territoriali, militanti, raccolte fondi diffuse e piattaforme politiche riconoscibili. Sono strutture che possono sopravvivere al singolo voto. Resta da verificare quanto saranno capaci di trasformare le vittorie in rapporti di forza durevoli, anche fuori dalle roccaforti progressiste.

E se la maggioranza democratica alla Camera sarà stretta, la loro consistenza numerica potrebbe diventare politicamente sproporzionata: persino il voto sul prossimo speaker, verosimilmente Hakeem Jeffries, sarà un primo test di quanto la sinistra intenda contrattare e quanto invece sia disposta ad allinearsi. NPR riferisce che i nuovi eletti DSA non hanno ancora garantito il sostegno a Jeffries.

La seconda elezione dentro le elezioni: AIPAC, Gaza e il futuro del rapporto con Israele

La spaccatura più rivelatrice attraversa proprio il Partito democratico, e riguarda Israele. Non si tratta soltanto di dividere i candidati fra «sionisti» e «antisionisti» come se fossero due blocchi omogenei: ci sono sostenitori dell’alleanza militare senza condizioni, esponenti favorevoli a condizionare le forniture, e candidati che chiedono un embargo sulle armi e denunciano l’occupazione. Ci sono anche figure che si definiscono sioniste e criticano radicalmente la guerra contro i palestinesi. Confondere questi orientamenti oscurerebbe proprio la trasformazione in corso.

Il caso più esplosivo è il Michigan. Qui il democratico Abdul El-Sayed affronta il repubblicano Mike Rogers per il seggio lasciato libero da Gary Peters. La contesa, nelle ultime verifiche disponibili, non aveva ancora un vincitore assegnato: non vogliamo trasformare un testa a testa in un successo già acquisito. Ma il precedente è di quelli che contano. In agosto El-Sayed, sostenitore di Medicare for All e della fine degli aiuti militari a Israele, ha battuto nelle primarie la deputata Haley Stevens, sostenuta da settori dell’establishment e da grandi finanziamenti filoisraeliani. AP racconta una campagna condotta in 110 città, con oltre 500 appuntamenti e 12.000 volontari. Sono numeri dichiarati nella ricostruzione della campagna, non una misura verificata dell’efficacia di ogni singola iniziativa.

La reazione è stata clamorosa: Haley Stevens è arrivata a sostenere il repubblicano Rogers contro il candidato del suo stesso partito, scatenando una crisi fra i vertici democratici. È una rottura raccontata dall’Associated Press. Anche la potenza economica della contesa è istruttiva. Secondo il Washington Post, lo United Democracy Project, super PAC collegato ad AIPAC, aveva speso oltre 30 milioni di dollari nella primaria a favore di Stevens; a fine ottobre erano stati segnalati ulteriori finanziamenti verso il campo repubblicano. Il dettaglio degli importi e dei canali va controllato nei documenti FEC prima di trasformarlo in un totale definitivo. Un database ricavato dai depositi federali permette di seguire la distribuzione delle risorse, distinguendo contributi diretti, pubblicità indipendente e trasferimenti a PAC alleati.

Il Michigan condensa una contraddizione: quando un candidato mette in discussione l’alleanza militare con Israele, una parte dell’apparato democratico può considerarlo un problema più grave della vittoria repubblicana. Non è la posizione di tutti i democratici, naturalmente. Ed è anche la ragione per cui sarebbe ingenuo scambiare l’eventuale maggioranza del partito per una maggioranza automaticamente favorevole alla pace.

L’altra contesa emblematica si è giocata a New York, nel decimo distretto. Qui Brad Lander ha sconfitto Dan Goldman nelle primarie, ottenendo circa il 66% dei voti con oltre il 90% delle schede scrutinato nella rilevazione dell’epoca. Goldman incarnava una posizione di sostegno a Israele più tradizionale; Lander ha fatto della critica alla guerra e del rifiuto dei finanziamenti AIPAC elementi distintivi della campagna. Ieri Lander è stato eletto alla Camera, assieme a Claire Valdez e Avila Chevalier. La Jewish Telegraphic Agency ricostruisce il voto delle primarie; Al Jazeera spiega la coalizione politica.

E qui arriva una precisazione cruciale: Lander si definisce ancora un sionista liberale e non è oggi un esponente DSA. Si è allontanato dall’organizzazione dopo il 7 ottobre 2023. Eppure ha definito le politiche israeliane a Gaza genocide e l’occupazione apartheid, sostiene la fine dell’assistenza militare e ha partecipato ad azioni di solidarietà in Cisgiordania. Il caso dimostra che la frattura sul sostegno incondizionato allo Stato israeliano non coincide meccanicamente con l’identità religiosa o con l’autoidentificazione sionista. Anche per questo non bisogna mai confondere la lobby AIPAC con la comunità ebraica americana, che esprime posizioni molto differenti.

Il quadro resta contraddittorio: a New York hanno vinto anche parlamentari democratici assai più vicini alla linea filoisraeliana tradizionale, come Ritchie Torres, e il centrista Micah Lasher ha conquistato un seggio. Il quadro dei risultati newyorkesi è ricostruito da Gothamist. Il punto non è dunque che i candidati critici di Israele abbiano vinto dappertutto. È che posizioni fino a poco tempo fa marginalizzate possono oggi vincere primarie di peso e imporre un dibattito che l’establishment preferiva tenere chiuso.

Perfino gli analisti dell’Institute for National Security Studies israeliano descrivono tre grandi aree fra i democratici: una sinistra che chiede lo stop agli armamenti, un’area progressista che vorrebbe condizionarli e un establishment deciso a preservare l’alleanza. Il loro rapporto sottolinea una realtà che va tenuta insieme alle vittorie di ieri: la sinistra contraria a ogni fornitura militare rimane minoritaria, anche se la disponibilità a mettere in discussione gli aiuti è cresciuta nel partito. E Chatham House ricorda che il nuovo Congresso non potrà imporre da solo una politica estera completamente diversa a Trump.

Come se non bastasse, la questione è entrata direttamente nella tattica del presidente. Il 3 novembre Trump ha annunciato l’intenzione di interrompere i quasi quattro miliardi di dollari annui di aiuti a Israele a partire dal 2027, pur continuando la vendita di armamenti. Non equivale a un embargo; l’attuale accordo sugli aiuti arriva fino al 2028 e non è chiaro come l’annuncio possa essere attuato. Ma è un fatto rilevante: il costo politico del sostegno incondizionato a Israele è diventato un problema persino per la Casa Bianca. Non sappiamo ancora quanto sia una manovra elettorale, quanto un cambiamento di strategia e quanto una dichiarazione priva di effetti immediati.

Tifare per lo stallo non significa delegare la pace ai democratici

Torniamo all’ingovernabilità. Il possibile controllo democratico delle due Camere non farà sparire la guerra in Iran, le basi americane all’estero, le sanzioni, la competizione con la Cina, i bilanci militari o la rete di interessi che costruisce la politica estera di Washington. E se i democratici avessero davvero in mente un progetto di rottura generale con quella struttura, bisognerebbe dimostrarlo, non presumerlo dalla loro vittoria.

Il Congresso può imporre audizioni, rendere pubblici documenti, ostacolare stanziamenti e nomine, costringere la Casa Bianca a negoziare. Può anche cedere, approvare spese militari bipartisan o trasformare lo scontro istituzionale in un semplice spettacolo. Lo stallo può ridurre la capacità di accelerare verso decisioni estreme, ma non disinnesca automaticamente la macchina bellica. La differenza dipende dai voti reali, dagli emendamenti, dai finanziamenti, e soprattutto dalla pressione esercitata fuori dalle istituzioni.

È su questo punto che la nostra lettura differisce da quella di chi festeggia un generico ritorno alla normalità democratica. Non abbiamo nessuna ragione per innamorarci del Partito democratico in quanto tale. La stessa leadership che potrebbe dirigere il prossimo Congresso è stata a lungo un pilastro del consenso bipartisan sulle politiche imperiali americane. E il malcontento espresso alle urne è per sua natura ambiguo: può alimentare una politica sociale più avanzata, oppure nuove paure, chiusure, nazionalismi e guerre.

Ma il malcontento è anche la materia prima di un’altra possibilità politica. Lo dimostrano le campagne dei DSA quando si costruiscono nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle organizzazioni studentesche e sindacali; quando collegano bollette, salari, casa, sanità e opposizione alla guerra; quando trasformano la protesta in una struttura capace di mettere in difficoltà perfino i candidati meglio finanziati dell’apparato.

I risultati di ieri non dimostrano che quella struttura sia già abbastanza forte. Dimostrano qualcosa di più concreto e insieme più promettente: che può crescere, e che alcuni rapporti di forza considerati immutabili possono essere sfidati. È qui che vale la pena concentrare l’attenzione. Non sulla speranza che qualche dirigente democratico diventi improvvisamente pacifista; ma sulla possibilità che nuovi soggetti sociali costruiscano abbastanza forza da costringere anche le élite politiche a cambiare posizione.

Se Trump dovrà governare con un Congresso ostile, tanto meglio per tutti coloro che temono un’accelerazione delle scelte più pericolose. Ma se dalle urne emergono organizzazioni popolari più solide, questa è la notizia davvero capace di sopravvivere ai prossimi due anni.

Il cambiamento radicale che auspichiamo non arriverà di sicuro dal Centro Imperiale, ma solo dalla sconfitta del Centro Imperiale da parte del Nuovo Ordine Multipolare. Ma la Lotta di Classe all’interno del Centro Imperiale, contro lo strapotere delle Oligarchie Finanziarie che usano la potenza statuale degli USA, come d’altronde di ogni alleato/vassallo di Washington, per imporre la loro dittatura globale, potrebbe rivelarsi un ottimo alleato.

In breve, i mercati

Nelle prime rilevazioni della notte, Reuters ha registrato futures S&P 500 intorno a −1,2%, futures Nasdaq in calo di oltre il 2%, rendimento del Treasury decennale verso il 4,906% e dollaro in discesa. Sono prezzi istantanei dei contratti future, non le chiusure di mercoledì a Wall Street. Alcuni operatori leggono il possibile nuovo equilibrio istituzionale come un limite agli stimoli fiscali e alla libertà d’azione delle grandi imprese tecnologiche; altri ricordano che la correzione del settore AI era già iniziata prima del voto. Le opinioni raccolte da Reuters divergono esplicitamente sull’importanza della «blue wave» per le quotazioni. Per oggi, però, le Borse meritano l’appendice. Le urne stanno raccontando qualcosa di più importante.

FONTE: OttolinaTv, (4/11/2026)

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