Riportiamo qui di seguito alcuni interventi comparsi sui social e su alcuni giornali tra quelli intercettati e che ci sembrano utili a non farsi infinocchiare dalla narrazione liberale che insiste dioturnamente nell’opera di inquinamento delle coscienze, soprattutto di quelle “di centro-sinistra” viste come l’ultimo argine al mantenimento del loro potere; a questo solo, nelle loro intenzioni, deve servire; lo sforzo che stanno compiendo, dentro il crollo della loro stagione (che ha causato tutto ciò che oggi abbiamo di fronte) è impressionante e immane. Continueranno a farlo finché avranno a disposizione forze e soldi per pagare le loro truppe ideologiche (alquanto malmesse), ma che resisteranno fino al crollo perché ovviamente la questione è, per tutti colori, davvero esistenziale.

La campagna neoliberale, come quella delle destre tecnofasciste, si dipana su tutti i territori dell’occidente da anni, dall’ascesa dei neocon in Usa con le loro guerre infinite e il loro Nuovo Secolo Americano, condito una volta dai Democrats e un’altra volta dai Republicans, passando per i Clinton, i Bush, gli Obama, il primo Trumpcon Bannon, poi per Biden e di nuovo con Trump/Musk/Thiel, ecc. e sta raggiungendo momenti parossistici.

La meta è il controllo dello spazio occidentale arrocato a riccio contro l’emergere dell’Asia e del sud del mondo. In primis, ovviamente la Cina, che giocando con le stessa carte proposte dal Washington Consensus, ha vinto. E un tentativo di accordo tecnico e provvisorio con la Russia che da una parte rilegittimi una storica spartizione tra aree di dominio, la distanzi dall’abbraccio cinese, per poi vedere se si può passare al suo spacchettamento in repubbliche indipendenti (sollecitando eventuali, quanto improbabili, autodeterminazioni dei popoli di quella terra che arriva a Vladivostok).

Altrettanto strategico il controllo del corridoio medio orientale con la guerra Usa-Sionista all’Iran, ultima tappa dell’aggressione a Iraq, Libia, Siria, Libano, passando per le gloriose primavere arabe di Obama e Hillary, ma anticipate dalla messa a terra delle truppe wahabite di Bin Laden in funzione anti URSS in Afganistan e del primo scontro (o accordo ?) interno alle cupole Usa e Sioniste che causò il crollo delle Twin Towers.

In questo progetto è ancora fondamentale tenere l’Europa occidentale saldamente in mano agli interessi Usa e provare a ricolonizzare l’America Latina e magari una parte dell’Africa occidentale, contando anche sugli storici avamposti dei grandi imperi coloniali europei, inglesi, olandesi, francesi, portoghesi; il delicato conflitto con la Spagna di Sanchez e con il Brasile (che saranno a breve messi alla prova) è legato anche alla loro specifica posizione e al loro ruolo sul subcontinente americano ed altre aree ex coloniali.

Ma è in Europa che adesso si sta aprendo il momento decisivo della danza finale. Soprattutto di chi è destinato a guidarla.

Qui, lo scontro tra le due impostazioni assume contorni forse più apprensivi perché non si tratta di re-inglobare territori ex coloniali, ma di acquisire un definitivo consenso sull’una o l’altra opzione: o il recupero del globalismo neoliberale, o uno neoliberalismo che conferisca definitivamente a bande private e coese, la funzione di gestione della fase di crisi dell’occidente. La compenetrazione storica, economica, finanziaria atlantica implica questa necessità inderogabile. Un impero in arrocco ha bisogno di una guida che superi definitivamente la dimensione nazionale ? Gli Stati hanno ancora una funzione direttiva e concordata oppure è sufficiente riaggragare le rispettive leaderschip e élite in un unico organigramma per la guerra (vera o narrata ?) che possa fare da contraltare alla grende capacità cinese di programmare con ampia autonomia uno sviluppo alternativo sottoposto alla direzione statuale del PCC?

Quindi l’Europa diventa il campo di battaglia. Un campo in cui ciò che sono state le sinistre e le masse popolari ad essa aderenti debbono schierarsi ed optare per uno dei due campi rinunciando ad una loro autonoma visione, progetti di paesi e di mondo.

Attenzione: l’Europa e le sue classi dirigenti conformate e aderenti al globalismo hanno già dato chiara dimostrazione della loro pessima natura, sia sul piano politico, con la tragedia Jugoslava, sia su quello economico, dopo la crisi del 2008 e l’aggressione riuscita alla Grecia, il centro ancestrale della sua presunta origine. E anche con l’Italia. E con le numerose interferenze in altri paesi, interni ed esterni all’Unione. Quando si parla di Europa, dobbiamo parlare di cose concrete: lo scontro in atto in Europa è lo stesso che sta avvenendo in Usa; e le classi dirigenti europee, salvo rarità, non sono qualitativamente diverse, tanto meno migliori,di quelle Usa. Il comportamento dei cosiddetti volenterosi sulla guerra in Ucraina ne è una cartina di tornasole. La compenetrazione genocidiaria e crescente in tutta Europa con Israele altrettanto. Non c’è alcuna qualità differente neanche nella pretesa di autonomia da altri poli come sostenuto da chi aborre in contemporanea putin e Trump: questo è soltanto un amo a cui far aboccare i residui di eurocentrismo bipartisan alludendo ad una presunta supremazia di queste classi dirigenti che l’Europa (quella mitica del welfare) l’hanno distrutta. anche Draghi e Letta, insieme all’entourage di Repubblica ne sono espressione. E Draghi partecipa però di buon grado al superamento tecno-fascista della funzione di signoraggio statuale e financo delle banche centrali, lavorando ad una super istituzione privata che dovrebbe evitare il crollo della dollarizzazione e dell’attuale sistema di pagamenti internazionali.

Le bestie del capitale in crisi devastante sono pronte a qualsiasi operazione pur di mantenere più o meno integro il loro potere: sono pronti al genocidio e a fare carne da macello di interi popoli, come quello ucraino e in prospettiva, a breve, anche dei loro stessi popoli europei. Non c’è alcun limite pur di arrivare al tavolo delle trattative con qualche posizione di vantaggio sull’altra banda delle altre bestie del capitale col quale comunque una conciliazione dovrà essere fatta. Alla fine possono anche patteggiare, come da sempre le teste coronate sono abituate a fare: fatte le guerre e le stragi, distrutte le città e i paesi, si tratta su ricostruzione e investimenti che consentano il nuovo ciclo di accumulazione.

Questo nella loro testa. Poi si dovrà vedere rispetto agli altri angoli abbastanza estesi del mondo. Non è affatto detto che, con essi, la partita si vinca, nè che vada pari e patta.

Resta però da decidere cosa dovrebbe fare una sinistra o le sinistre europee (quelle che possono ancora essere definite tali) in questo quadro dominato dal conflitto tra neoliberisti in declino e tecno-fascisti al momento in ascesa.

Primo: non aderire né farsi coinvolgere in nessuno dei due campi.

Secondo e molto più complesso: essere in grado di giocarsi partite anche rischiose sul piano tattico in grado di farli saltare entrambi.

Qui, la discussione su come fare, su cosa fare, dovrebbe essere il compito prioritario, evitando ulteriori frammentazioni, ma definendo bene il quadro degli interlocutori. Dai quali vanno esclusi tutti coloro che in qualche modo partecipano o portano acqua, anche loro malgrado o inconsapevolmete, ad una dellle due bande in conflitto. Il fattore di autochiarimento collettivo, di analisi coerente dello stato dell’arte è da questo punto di vista, decisivo. Ci vuole responsabilità e bisogna evitare proliferazioni di settarismi. Ma la discussione deve essere fatta, si devono evitare autocensure causate da paure che in fin dei conti, dovrebbero già darsi per superate. Siamo già infatti, pienamente dentro la distopia sistemica. Bisogna solo uscirne; possibilmente a testa alta o comunque con molta dignità.

I contributi e interventi qui proposti sono inseriti nell’ordine temporale di ricevimento, senza altri elementi di priorità. Alcune analisi sono state prodotte anche poco prima della conoscenza dei risultati del voto in Sachsen Anhalt. Ringraziamo Alberto Volpi per l’importante lavoro redazionale.

AfD dilaga in Sassonia-Anhalt: crolla la CDU e il governo di Berlino trema

Paolo Soldini (da Strisciarossa 6/9/2026)

La valanga nera attesa, temuta, inutilmente esorcizzata dalle forze democratiche alla fine si è rovesciata sulla Sassonia-Anhalt. Anche se sembrerebbe evitato, almeno per il momento, il pericolo di un futuro governo regionale guidato dallo Spitzenkandidat di Alternative für Deutschland, i risultati delle elezioni che si sono tenute ieri mettono agli atti della Germania e dell’Europa intera lo spostamento più massiccio di voti verso la destra estrema mai registrato nel paese al centro del continente dalla fine della seconda guerra mondiale e, altra faccia della stessa medaglia, una catastrofica emorragia di consensi per il partito che è – o è stato? – il simbolo stesso della stabilità politica tedesca, la CDU. Il candidato della AfD, Ulrich Siegmund, ha trascinato il suo partito alla dimensione, davvero insolita per i parametri classici della Repubblica federale, del 44,5%: più del doppio rispetto alle elezioni precedenti e uno score che va ben al di là della cifra pronosticata dai sondaggi che pure con ossessiva continuità da settimane indicavano lo sconquasso che andava profilandosi nel Land più povero e in passato meno rilevante, anche dal punto di vista politico, dell’est tedesco. Il cancelliere Friedrich Merz fino a tarda ora, ieri sera, non aveva ancora trovato il coraggio (e gli argomenti) per reagire al disastro e aveva lasciato il compito di ingoiare il rospo in diretta su tutte le reti televisive alla segretaria organizzativa del suo partito, Franziska Hoppermann, la quale nella prima intervista aveva faticato a trattenere le lacrime. Il colpo per la CDU è micidiale: un salasso che ha quasi dimezzato i voti, già inferiori ai risultati precedenti, che aveva registrato cinque anni fa e l’ha fermata al 18,5%. Il travaso a favore della destra è evidente ed è stato puntualmente registrato dalle primissime analisi del voto a caldo. Ma, circostanza che aggiunge un altro elemento di preoccupazione, AfD non ha approfittato solo dei voti strappati ai cristianodemocratici e in misura molto minore ai liberali e agli altri partiti democratici ma, sempre secondo le prime analisi, è stata capace di mobilitare una considerevole quota di elettori che avevano smesso di andare a votare, cosa che testimonia una notevole capacità di allargare ulteriormente il proprio bacino di consensi. Come hanno sottolineato raggianti i due leader del partito Alice Weidel e Tino Chrupalla il vento gonfia più che mai le vele della destra e soprattutto – hanno tenuto tutti e due a sottolineare – sembra aver abbattuto il Brandmauer, il muro antifuoco, la conventio ad excludendum tra tutti i partiti democratici che – almeno fino a ieri sera, poi si vedrà – ha retto con l’impegno di tutti a non stringere alleanze con AfD. Parlare con la CDU per verificare la possibilità di un’alleanza sarà possibile, ha detto Siegmund ma dev’essere chiaro che la linea sugli immigrati deve restare la nostra. La Remigration non si tocca, ma il muro è stato abbattuto. Eppure proprio questo, la tenuta del

Alice Weidel

Brandmauer, era la principale posta in gioco nelle elezioni nella Sassonia-Anhalt. Il Ministerpräsident uscente, il cristiano-democratico Sven Schulze aveva mantenuto alla vigilia qualche margine di ambiguità, escludendo l’eventualità di accordi postelettorali con AfD ma rifiutando anche l’ipotesi di accettare la partecipazione e forse anche l’astensione, per permettere un governo di minoranza, della Linke, il partito della sinistra. La formidabile batosta che ha subìto il suo partito ha complicato ancor di più la situazione. In realtà, sulla base dei calcoli (ancora provvisori e incerti) sulla distribuzione degli 83 seggi del parlamento regionale, una coalizione tra la CDU, la SPD, i Verdi e la Linke avrebbe una maggioranza, ancorché abbastanza risicata, magari anche con solo l’appoggio esterno della sinistra. C’è da dire, infatti, che la frana disastrosa dei consensi ha colpito soltanto la CDU e i liberali della FDP, che sono rimasti sotto la fatidica soglia del 5%. La SPD, che alla vigilia i sondaggi davano in gravi difficoltà, addirittura ballerina poco sopra il 5%, con grande soddisfazione dei suoi dirigenti, ha mantenuto i voti (l’8,4%) e i seggi (7) che aveva avuto alle ultime elezioni; la Linke ha ceduto solo qualche decimale di punto a favore probabilmente di AfD; i Verdi hanno addirittura potuto festeggiare un del tutto insperato successo aumentando di quasi tre punti percentuali, un dato in gioiosa controtendenza rispetto al trend piuttosto negativo delle ultime votazioni. Un’incognita assoluta restava, ieri sera, la BSW, la lega di Sahra Wagenknecht, la formazione populista sui generis che, provenendo dalla sinistra, propone programmi sociali progressisti ma ha posizioni retrograde e molto pericolose in materia di immigrazione e di diritti degli stranieri e, soprattutto, ha un atteggiamento molto ambiguo nei confronti di Alternative für Deutschland rifiutandosi di aderire al Brandmauer e non escludendo a priori possibili alleanze tattiche. Per ore BSW è rimasta negli exit poll e nelle prime proiezioni bloccata sul 5% esatto e quindi non si è potuto sapere se e come avrebbe fatto schierare i 5 deputati che avrebbe conquistato se avesse superato la soglia.

Come si vede, insomma, la grande, spiacevolissima, chiarezza del significato politico tutto a destra del voto in Sassonia-Anhalt non si è tradotta in altrettanta chiarezza sulla formazione del governo a Magdeburgo e non è detto che qualche certezza verrà, nelle prossime ore, dalla fitta rete di colloqui e di negoziati che tesseranno i partiti. Al momento, a voler essere proprio pessimisti, non è del tutto matematicamente esclusa neppure l’ipotesi più disastrosa e cioè che gli aggiustamenti dei calcoli tra i voti e i seggi finiscano per aggiungere due deputati ai 39 che AfD si è già assicurata con il suo 44,5%. A quel punto Siegmund avrebbe raggiunto l’obiettivo di avere l’incarico di formare lui il governo con una maggioranza assoluta di un solo voto. Il destino politico della guida della Sassonia-Anhalt, per quanto importante possa essere anche simbolicamente – se Alternative für Deutschland dovesse riuscire a guidare il governo di Magdeburgo o anche solo a farne parte sarebbe la prima volta che un partito contrario alla Costituzione tedesca perché sospettato di nostalgie per il nazismo e pulsioni antidemocratiche e sotto osservazione dei servizi di protezione costituzionali arriva al vertice politico di un Land della Repubblica federale – è destinato comunque ad essere oscurato presto da altri appuntamenti politici. Tra due settimane si vota in due altri Länder, il Meclemburgo-Pomerania anteriore e, soprattutto, Berlino. Per quanto riguarda il rinnovo del Senato berlinese va detto, con un pizzico di giustificato ottimismo, che le prospettive politiche, pur in questi tempi di onde nere, non sono poi così buie. AfD nella capitale, come peraltro in tutte o quasi le grandi città della Germania non ha la forza che ha altrove, soprattutto nelle regioni della ex DDR, e non è mai andata sopra il 20%, mentre i Verdi e soprattutto la sinistra della Linke appaiono in buona salute. Restano da considerare due circostanze. La prima è quale effetto, anche psicologico, avrà sul governo federale e sul cancelliere, già molto in difficoltà e traballante sulla sua poltrona, la sensazionale batosta ricevuta in Sassonia-Anhalt. La seconda, per il momento piuttosto vaga è che, a differenza di quanto avveniva in passato, Alternative für Deutschland appare alquanto divisa, non solo tra l’ala più dura e pura degli espliciti nostalgici del nazismo e i nazional-conservatori che propugnano “soltanto” una stretta dei diritti civili, un ritorno alle tradizioni del Deutschtum bismarckiano pur condividendo con gli altri l’aberrante “soluzione” della remigrazione per risolvere il problema dei migranti e richiedenti asilo. Le differenze tra le due anime dell’estrema destra tedesca potrebbero presto diventare esplicite e laceranti se, come parrebbe orientata a fare l’ala più vicina ad Alice Weidel, si sviluppasse una tendenza al riavvicinamento all’America di Trump e alla NATO, di cui fu testimonianza la sconcertante intervista che le fece Elon Musk, mentre gli ambienti più vicini al leader dell’ala dura, Björn Höcke, hanno continuato a sviluppare liaisons dangereuses con la Russia di Putin fino a farsi accusare non solo di ricevere finanziamenti ed altri aiuti ma di avere approfittato delle prerogative di alcuni deputati del partito per raccogliere informazioni sensibili e passarle ai russi. Anche il co-portavoce del partito Tino Chrupalla sarebbe della partita pro-russa e questo potrebbe aprire una frattura al vertice del movimento. A dimostrazione del fatto che il nazionalismo esacerbato porta sempre con sé divisioni e lotte.

La scalata dell’AfD in Sassonia-Anhalt

Viaggio nel land “orientale” che potrebbe diventare il primo governato dal partito di Alice Weidel

Sebastiano Canetta (da il manifesto 7/9/2026)

La presidente di Afd, Alice Weidel, con il candidato in Sassonia-Anhalt Ulrich Siegmund

Poco prima dello «Stichtag» (in tedesco: il giorno che cambia il corso della storia) nella Sassonia-Anhalt, con il conto alla rovescia delle urne ormai prossimo allo zero, la paura per l’inevitabile vittoria di Alternative für Deutschland sale a mille. Il voto glocal è destinato a sfigurare la faccia politica della Germania e perfino dell’UE, probabilmente anche più del volto dello storico Stato con capitale Magdeburgo. In questo land si gioca in queste ore la più importante partita per la sopravvivenza della democrazia, perlomeno nella forma fin qui conosciuta. In presa diretta fra i fascio-populisti “doc” troviamo quelli che vogliono davvero «re-migrare i tedeschi non biologici» e istituire le scuole separate per i disabili; e l’alta-media borghesia sassone non così maldestra eppure egualmente schierata a favore della svolta politica ultra-estrema. C’è anche la voce, per niente flebile o rassegnata, di chi prova ancora a resistere all’onda nera; a cominciare dai giovani elettori convinti come gli altri di dover radicalizzare il programma, «ma quello della Linke». E poi i loquaci preti protestanti, che non hanno fatto voto del silenzio, anzi, minacciati dall’ultradestra del taglio dei fondi che permettono di tenere in piedi la loro rete di welfare aperta a tutti indipendentemente dal passaporto o background familiare, sono indisponibili a trasformare la terra seminata da Lutero nell’avamposto della xenofobia di AfD. Questa la cifra complessiva della somma dei diversi fattori della Sassonia-Anhalt prima dell’apertura delle urne per il rinnovo del Landtag prevista per questa mattina. Anche se i riflettori mediatici restano essenzialmente concentrati sugli incontrovertibili numeri dei sondaggi che non lasciano spazio a decrittazioni diverse del grande malessere politico-elettorale. «Mi guardi bene. Le sembro un neonazi? Crede forse che ammiri Putin e Trump, soffra di Ostalgie o sia talmente ignorante da capire solo gli slogan terra-terra?». Basta il profilo di Kurt W., medico del distretto di Altmark-Saltzwedel, un centinaio di chilometri a Nord di Magdeburgo, per mandare in frantumi l’identikit dell’elettore-tipo di AfD. Abito sartoriale made in Italy, parla tedesco con accento di Hannover (quello di chi ha studiato e della tv pubblica) ed è esterofilo convinto sul fronte della musica, vacanze e persino nella scelta dell’auto «rigorosamente non tedesca». A bordo del treno della Regio-DB che sfreccia nella campagna sassone offre la sua diagnosi del male fascio-populista. «Il vero problema della Sassonia-Anhalt è che è un paese di vecchi (con 48 anni di età media è al top della classifica nazionale, ndr) e quindi manca il ricambio generazionale. Nel 2028 andrò in pensione e sarò costretto a chiudere lo studio perché non trovo un sostituto». Servono quindi gli immigrati, sarebbe il sillogismo naturale. E invece il dottore se la prende con «i giovani tedeschi laureati in medicina che non fanno figli per colpa della società multikulti». Oggi sarà fra gli elettori pronti a mettere la croce sul nome di Ulrich Siegmund, detto Ulli, carismatico candidato governatore di AfD, per i sondaggi avviato a conquistare il 44% del consenso: esattamente il doppio della CDU dello sfidante Sven Schulze, premier-uscente del Land, quotato al 22%. Trentacinque anni, sposato con una figlia, Siegmund gira con il Simson, il motorino-simbolo della DDR super-inquinante, e respinge l’idea che il suo programma corrisponda al giro di vite autoritario: «Nessuna rivoluzione nera, solo politica del buonsenso» giura mentre propone per i primi 100 giorni di governo il lavoro obbligatorio per i richiedenti-asilo e l’introduzione dell’alzabandiera nelle scuole. Per lui remigrazione «è una parola normale, come altre», anche se è sinonimo di espulsioni di massa. «Ulli è l’uomo più pericoloso della Germania», riassume (parafrasando il titolo dello Spiegel) Lena, 24enne, militante della Linke di Halle impegnata ad “attacchinare” i manifesti di Eva Von Argern, Spitzenkadidatin della Sinistra che oggi si aspetta di incassare almeno il 10% dei voti restituito dalle rilevazioni demoscopiche. Con lei sei compagni che non servono all’affissione ma a guardarle le spalle se arrivano i nazi: «Qui siamo in guerra. Il Land è fra gli epicentri della violenza politica dell’ultradestra – ricorda Lena – questo è il brodo di coltura in cui è cresciuta AfD. Il voto serve solo a uniformare il doppio-volto dei fascisti». Nell’analisi delle intenzioni di voto fra i giovani, la Linke con il 51% è il primo partito e anche l’unica opposizione rossa, alla luce della spaventosa debolezza della SPD stimata al 6% che candida Armin Wilingmann con la sola speranza di superare la soglia di sbarramento parlamentare. Ininfluente, come i Verdi della candidata Susan Sziborra-Seidlitz, dati al 6%, e i liberali rappresentati da Lydia Hüskens, inchiodati al 3%. Gli unici che possono immaginare di fare (in qualche modo) da ago della bilancia nella formazione del governo locale sono i sovranisti di sinistra del BSW la cui candidata Claudia Wittig è la prima pontiera della collaborazione con AfD. «Che resta il male assoluto», per dirla con il seminarista appena uscito dalla cattedrale di Magdeburgo che ospita le spoglie di Ottone il Grande, anche se lui si ispira a un sassone ancora più ostinato: «Martin Lutero qui non cedette alla riforma “di destra” imposta da Roma. Faremo lo stesso con AfD», riassume l’irriducibile contro-riformato.

Prezzi dell’elettricità per uso domestico in alcuni paesi del G20

Fattore di crisi per la manifattura tedesca

Francesco Sylos Labini (Facebook 7/9/2026)

La guerra in Ucraina ha causato una impennata nei prezzi dell’energia. La manifattura tedesca è in crisi per questo – oltre che per l’assenza di investimento in ricerca ed innovazione. La guerra e il deperimento dell’economia produttiva sono i principali motivi del crollo dei partiti di governo tedeschi.

Sulle elezioni in Sassonia-Anhalt

Bruno Gravagnuolo (Facebook 7/9/2026)

Sassonia-Anhalt: AfD neo-nazi sfiora la maggioranza assoluta. Il 61% degli operai la vota; è dunque il primo partito. In Italia primo partito tra operai al 31% è FdI. Il 9% per cento dei voti per AfD viene dalla SPD. Naturalmente i fessi centristi liberal diranno che è la prova che ormai gli operai non esistono o altre balle del tipo la Russia complotta. Ma la verità è che queste sono le conseguenze di questa Europa, della gloriosa annessione all’est di land di una Germania impoverita, e soprattutto della guerra in Ucraina con la rottura con la Russia voluta da Euro-NATO. Ovvero sanzioni, extracosti, crescita zero. Te la do io l’Europa riarmista modello von der Leyen che vuole il voto a maggioranza! Qui arriva l’onda nera grazie a tutto questo. Ora basta! Bisogna chiudere la guerra ad est, no al riarmo, no al fiscal compact in UE.

Astensionisti, operai e ceti istruiti hanno fatto volare il partito neonazista

Paolo Borioni (Strisciarossa 7/9/2026)

La partecipazione a queste elezioni del Land orientale Sachsen-Anhalt, con un forte balzo in avanti, dal 60,3 al 77,8%, rispetto alla elezione omogenea tenutasi nel 2021, completa l’impressione di una vittoria netta della destra estrema AfD. Questa forza politica, nella sua forte avanzata di oltre il 40%, ha ricevuto voti (circa 120.000) dalle altre forze politiche, ma molto di più dalla recente astensione (170.000). Ciò conferma verosimilmente alcune osservazioni abbastanza consolidate riguardo a come agisce e cosa significa l’astensione rispetto ai successi delle estreme (ed oggi soprattutto delle destre). In sostanza, si sceglie l’astensione spesso per mancanza di offerta politica convincente prima di aderire alla decisione “dirompente”. Il che conferma il fatto che esiste (o almeno è esistita) la possibilità per i partiti consolidati di rivolgere attenzione alla domanda insoddisfatta. Solo circa la metà dei voti all’AfD si dice espresso “per convinzione”. Il resto è “per delusione”. Quindi: la convinzione avrebbe potuto essere prevenuta, giacché maturata in gran parte lungamente. La delusione sarebbe stata ancora più recentemente e facilmente reversibile.

Chi vota a destra non ha una regressione cognitiva

Da aggiungere è che anche il voto della BSW per il 48% si dice espresso “per delusione”. Ma del BSW (fondato da Sahra Wagenknecht ma sempre meno partito personale, va detto) non possiamo qui trattare più di tanto. Anche se sarebbe interessante analizzare che è l’unico partito verso cui AfD ha perso voti, per quanto minimamente. La tendenza a produrre e riprodurre grandi coalizioni per decenni, erosesi ormai fino a non potere garantire una maggioranza, e riproponenti versioni sempre più asfittiche d’una invariante ideologia socio-economica, sono per molti la conferma che una diversa offerta politica non è disponibile. Elidendo le contrapposizioni e i conflitti tipici della democrazia, soprattutto le Gro Ko (e affini centrismi altrove nella UE) indicano che un’alternativa in cui identificarsi, un indispensabile “noi-loro”, non è alle viste. Solo alla fine arriva il voto ”distruttivo”. Per quanto deplorevole, e a volte istintiva, la decisione di votare le destre non può essere attribuita ad una improvvisa né tantomeno irrimediabile regressione cognitiva. E comunque sostenere “non mi voti quindi sei idiota” non è mai la strada migliore per consolidare una democrazia. Essa anzi si corrompe, fra le altre cose, perché troppo lungamente si è, in modo più o meno diretto, sostenuto questo. Fino a convincere molti che le forze fondanti di un sistema politico sono scarsamente in grado di ascoltare, ergo produrre, autentica rappresentanza. Figurarsi quindi distinzione, conflitto e compromesso.

Da legare a ciò è il voto operaio e popolare. Colpisce che la AfD in questo Land tedesco raccolga il 61% in questo grande settore sociale. Da un lato però quanto appena detto sopra riguarda specialmente la classe lavoratrice, la più notoriamente propensa (anche in Italia) ad astenersi. In questo certi gruppi iper classisti e dottrinari (“gli operai non votano destra, si astengono dal ‘cretinismo parlamentare’”) hanno un frammento di ragione, per quanto come si vede sterile ed illusorio. Nella sua migrazione astensionista, la classe lavoratrice è la più passibile di essere recuperata, volendo reinstaurare un meccanismo di rappresentanza-conflitto-compromesso fra diversi che si è in molti casi atteso non votando. Si può ovviamente sostenere che la classe non uniforma le convinzioni morali di tutti i suoi appartenenti, e che alcuni operai siano semplicemente di destra, per esempio nel senso di intolleranti verso immigrati e minoranze. Ma non essendosi in passato mai verificato un simile successo per le destre in questi ceti, è del tutto evidente che occorrono altre considerazioni. Nel passato, convinzioni conservatrici o destrorse su alcuni aspetti erano bilanciate da altre considerazioni “solidali” oggi evidentemente non proposte credibilmente da nessuno. O meglio: il patto secolare di rappresentanza-conflitto-compromesso fra partiti del socialismo e classe lavoratrice era (per ragioni socio economiche) tanto forte da ottenere poi anche una più ampia capacità di scambio valoriale, quindi visuali più tolleranti e meno tradizionaliste.

Ulrich Siegmund, il candidato AfD in Sassonia-Anhalt

La strada dell’uguaglianza per recuperare il voto operaio

Il maggiore successo elettorale della storia SPD (e non solo della SPD) negli anni 1970 è disceso proprio dalla unificazione di obbiettivi socio economici di classe con nuove libertà. Praticare credibilmente l’eguaglianza per i più ha nel passato certamente giovato a includere in condizioni di eguaglianza nuove minoranze o nuovi diritti. Rompere il meccanismo di una tendenziale eguaglianza è nocivo per moltissime ragioni tra cui questa. Invece, secondo le grandi imprese metalmeccaniche tedesche la soluzione alla loro crisi è far lavorare tutti quaranta ore anziché trentacinque, con lo stesso salario. Dopo decenni di aumento enorme delle disuguaglianze. Certamente, se qualcuno offrisse soluzioni più convincenti (rimediare con grandi investimenti non militari, quindi non effimeri e spaventosi, allo spaventoso ritardo sia di investimenti che tecnologico tipico dell’Europa ordoliberale) il voto operaio diverrebbe recuperabile. Gradualmente (gradualmente proprio come quando il movimento operaio socialista si costituì) tornerebbe a cercare rappresentanza di classe anziché, deluso dalla sua assenza, cercare ormai solo protezione. Infine, un altro dato ci ha colpito. La AfD è in netta maggioranza relativa anche fra i ceti istruiti. La sua percentuale è in essi (categoria Hoch Bildung) di oltre il 30%, e anche se inferiore alla percentuale generale del 43% ottenuta da questa brutta destra, nessun partito consolidato nemmeno si avvicina al 30% nei ceti ad alta istruzione. La CDU è intorno al 18%, la SPD intorno all’11, la Linke intorno al 12, il BSW ha il 6. Soltanto nei Verdi il voto dei ceti più istruiti fa una notevole differenza di sette punti, per tutti gli altri partiti di centro e sinistra fra istruiti e meno istruiti non ci sono differenze rilevanti.

Tutto lascia credere che i partiti tradizionali abbiano perso voti anche fra i molto istruiti. Ciò comunque conduce a riflessioni anche più utili. L’idea che il voto “dirompente” avvenga per sprovvedutezza e analfabetismo funzionale appare anche da questo dato da dismettere. Piuttosto, con tutta evidenza l’idea che “la società della conoscenza” avrebbe giovato a chiunque avesse un’istruzione qualificata è infondata per grandi masse. E tenendo conto del ritardo tecnologico ordoliberale congenito di cui sopra non dovrebbe sorprendere. L’ideologia della società della conoscenza era peraltro che non sarebbe servito unirsi e lottare per un investimento occupazionale qualificato ed inclusivo. No: sarebbe bastato istruirsi e poi il capitale ti avrebbe premiato con laute retribuzioni. Ma l’investimento non finanziario (cioè diverso da ciò che in gran parte accade davvero) e le buone retribuzioni sono invece cose per cui occorre unirsi, differenziarsi, configgere, lottare, produrre offerta politica. Il compromesso viene solo in fondo. E non è mai definitivo.

Il finto mea culpa di Merz: avanti così su riforme e riarmo

La vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt scuote il governo tedesco, ma il cancelliere non è disposto al passo indietro: «Non arretro»

Sebastiano Canetta (Berlino) il manifesto 8/9/2026

«È la sconfitta più devastante della CDU da decenni. Sono scioccato. Non ci aspettavamo un risultato del genere, ma dobbiamo accettarlo. Domenica non è cambiato qualcosa solo in Sassonia-Anhalt ma in tutta la Germania e ciò avrà pesanti ripercussioni anche a livello internazionale». Il volto del cancelliere Friedrich Merz, il giorno dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt, è segnato dalla storica disfatta del suo partito che ha perso ben un quinto del consenso rispetto al voto di un lustro fa: una catastrofe inimmaginabile persino per i più pessimistici sondaggi. Il leader CDU ci mette la faccia e implicitamente si assume la sua enorme parte di colpa per aver fatto colare a picco il consenso per i democristiani ma non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro: «So bene che la mia persona è stato un tema di dibattito permanente in questi mesi, tuttavia non mi dimetto» scandisce Merz, che non intende cambiare rotta su riforme e riarmo. Con il volto oscurato dalla luce della star Alice Weidel, scontata vincitrice del voto nel Land nella ex DDR dove ha conquistato le percentuali bulgare che ci si attendeva. «Abbiamo stravinto, e la CDU ha subito una batosta elettorale che si riflette a livello nazionale. Nessuno prima d’ora in Germania era stato così impopolare come il cancelliere Merz, diventato ormai un gigantesco peso per lo sviluppo del paese» maramaldeggia, raggiante, la capa dei fascio-populisti. A ragion veduta. Alla conta finale delle schede in Sassonia-Anhalt, il candidato-governatore di Alternative für Deutschland, Ulrich Siegmund, raccoglie la stratosferica cifra del 44,3% dei voti (+23% in confronto alle scorse elezioni) non solo segnando il risultato-record dell’ultradestra dal 1945 ma anche facendo entrare nel Parlamento di Magdeburgo un esercito di 39 deputati. Dietro, distante anni-luce, la CDU del premier uscente Sven Schulze, inchiodata al palo del 17,2% (meno 19,9% rispetto al 2021) e a seguire la SPD che si è dimostrata capace di tenere, e anzi aumenta gli elettori: il 9,3% incassato dal suo candidato restituisce la crescita dello 0,9% in controtendenza rispetto al trend nazionale. Poco dietro il piccolo boom dei Verdi (8,9%; + 2,4), capaci di vincere nelle uniche quattro circoscrizioni che domenica non sono tinte di nero: la difesa dell’ambiente e dei diritti civili – mai così sotto minaccia da parte dell’ultradestra – ha pagato anche più delle aspettative. Molto male invece la Linke, indietreggiata non poco. Il programma della Sinistra internazionalista non ha fatto presa sugli elettori, tanto che il partito perde consenso invece di aumentarlo, al contrario della tendenza a livello federale. Il magro 8,6% ottenuto si traduce con un calo del 2,4% rispetto al 2021. Peggio, solo i liberali che con il 2,6% restano fuori dal Parlamento. Mentre il BSW guidato dalla sovranista rossa Sahra Wagenknecht si rivela come il secondo trionfatore del voto: con il 5,3% riesce a portare nel Landtag della Sassonia-Anhalt cinque deputati che possono fare la differenza qualora vengano sommati ai colleghi di AfD in una coalizione comune. Proprio ciò a cui mira la leader del BSW. Ha già aperto al supporto esterno ai fascio-populisti ancora prima di iniziare il tavolo di trattative, anche se Siegmund avverte di volere una «maggioranza stabile», lasciando intendere di non voler rimanere appeso all’ago della bilancia mosso dai capricci della piccola delegazione di parlamentari di Wagenknecht, sebbene al momento questa appaia come l’unica possibilità praticabile, a meno di non tornare al voto: eventualità peraltro tutt’altro che esclusa dallo Spitzenkandidat di AfD.

In ogni caso «abbiamo già iniziato i colloqui esplorativi con gli altri partiti per verificare chi fra loro vuole assumersi insieme a noi il compito storico di governare la Sassonia-Anhalt. Nei prossimi giorni vedremo se ci saranno soggetti politici, oppure gruppi di singoli deputati, pronti a condividere con noi questa grande responsabilità» fa sapere “ecumenicamente” il governatore in pectore di AfD, impegnato a distribuire le sue prime carte sul tavolo della politica di Magdeburgo lisciando il pelo ai non pochi malpancisti della CDU che metterebbero volentieri in piedi un’alleanza con fascio-populisti. Del resto, lo spaventoso smottamento provocato dal terremoto di AfD riguarda tutto e tutti. A cominciare dal terreno sociale letteralmente rivoltato dal passaggio dell’onda nera, come dimostra il flusso di voti in grado di fotografare il 61% degli operai e l’oltre 40% di cittadini economicamente disagiati che ha barrato convintamente il simbolo di AfD sulla scheda. Senza contare gli ex non-votanti, convinti da AfD a tornare in massa ai seggi: l’affluenza alle elezioni in Sassonia-Anhalt arrivata quasi all’80% è l’altro clamoroso record di domenica; mai così alta dai tempi della riunificazione delle due Germanie. Un ambiente ideale per l’affermazione dei fascio-populisti. Lo ha ben capito anche Elon Musk, grande amico di Alice Weidel, ieri tornato a interferire con gli affari interni dei tedeschi facendo i complimenti ad AfD: «Siete stati bravi!»

Il feticcio rossobruno: miseria della propaganda liberale

Bruno Gravagnuolo (La Fionda 8/9/2026)

Rossobruni. Riappare il solito fantasma di comodo, agitato come spauracchio e recondita ragione per spiegare la disfatta di un’intera geopolitica europea. Sicché, invece di ragionare sull’epilogo obbligato dell’espansione ad est della NATO — con il riarmo prima e dopo la guerra in Ucraina — e invece di misurare i costi della rottura con la Russia, i nostri benpensanti cacciatori di putiniani, come Stefano Cappellini, si interrogano su un falso obiettivo e su un falso movente: le trame rossobrune. Quelle di coloro che intendono difendere la trattativa ad est nel nome della coesistenza pacifica e degli interessi nazionali dei popoli. La responsabilità della catastrofe tedesca, come della generale avanzata delle destre, viene così affibbiata a chiunque critichi le scelte internazionali europee di assedio e guerra fredda alla Russia. Un comodo espediente che esime da autocritiche e spinge a smascherare presunte quinte colonne putiniane, ibride o palesi, indicate quali causali del contraccolpo populista diffuso. Un contraccolpo che sta spingendo le genti europee in braccio al nazional-sovranismo, come riflesso e ultima spiaggia di autodifesa di fronte all’aumento del costo della vita, all’inflazione, al rigore contraddetto dal riarmo, alle sanzioni e alla distruzione della logistica e dell’export verso la Russia.

Quest’ultima, fino a ieri, rappresentava il grande mercato di sfogo per la locomotiva tedesca, ormai inceppata da extracosti energetici e crescita zero. E qui ritorna il grande imputato dell’establishment euro-americano — da Draghi ai Dem USA — identificato nel “rossobrunismo”. Riedizione degli opposti estremismi come teoria autoritaria da sempre funzionale all’ordoliberismo di centro, e oggi rideclinata nei termini di un capitalismo cosmopolita e tecnocratico, vessillifero dei diritti umani. Ed ecco allora la famosa “guerra metafisica della democrazia contro il dispotismo” di cui parlò tempo fa Walter Veltroni sul Corriere della Sera. I nemici metafisici, interni ed esterni, diventano appunto i rossobruni. Ma chi sono in realtà costoro? E quando apparvero? Il termine designa in origine certi sussulti russo-postsovietici degli anni Novanta, che univano i sentimenti di nostalgia per l’URSS (disfatta dalle liberalizzazioni) con le pulsioni nazionalistiche, inevitabili dopo il collasso sovietico con Eltsin. Pulsioni fisiologiche che si produssero in tutto il mondo post-sovietico, riconvertendosi poi in senso nazionale e risentito per via dei tragici prezzi pagati al mutamento liberale. Fenomeni analoghi si verificarono in Serbia, oltre che in Russia (ora stabilmente putiniana), in Cechia, Slovacchia, Ungheria e ovviamente nella Germania Est, per lo più in senso reazionario e populista vero e proprio. È il caso della Sassonia-Anhalt, cuore di una Germania Est depredata e impoverita dall’annessione tedesco-occidentale, a debito UE: cioè nostro. Il “rosso” sarebbe allora la nostalgia residuale, mentre il “bruno” è la reazione populista e nazionale che, nello sfascio dell’ordine pregresso, si polarizza all’ombra della comunità etnica in assenza delle vecchie istituzioni di partito. Resta però che il rosso è ormai sbiadito, mentre il bruno è oggi rinvigorito e all’offensiva contro l’Europa liberal-tecnocratica e impersonale, che chiede sacrifici su green, welfare e diritti del lavoro. Oltre che sull’accoglienza degli immigrati a spese delle periferie più povere, come in una Sassonia ormai priva delle industrie smontate. È ovvio che questo contraccolpo generale sia stato frutto della politica europea, che ha rotto con la Russia e con i benefici energetici connessi. Una politica che oggi vuole rilanciare l’economia con un riarmo keynesiano militare, usato come moltiplicatore degli investimenti e della domanda aggregata, ma che scalza i servizi e non promette posti di lavoro. Una spesa di 6.800 miliardi con il 5% del PIL in difesa nell’UE a 27 rappresenta un salasso mostruoso ai danni del welfare e del lavoro. Si riproduce così la dinamica che generò i fascismi: masse impoverite e deluse da liberali e socialisti che insorgono e confluiscono verso il movimento-regime intriso di componenti rosse ormai sconfitte. In tal senso, il rossobrunismo è un fenomeno ricorsivo della storia, in cui il rosso scompare e annega nel bruno vittorioso, in un quadro di sconfitta totale del movimento operaio dovuta a errori settari e massimalisti. Così accadde negli anni venti e trenta, e così rischia di accadere ancora laddove a sinistra non si colga l’urgenza di rivendicare in proprio il tema dell’interesse nazionale democratico, contro il globalismo liberale europeo che ha imboccato la strada della guerra e del riarmo a spese delle masse impoverite.

Quanto all’Europa nello specifico, il rossobrunismo non esiste o è un falso concetto. Da un lato riguarda esigue minoranze sradicate dai PC o formazioni di estrema destra di tipo neofascista; dall’altro è solo un epiteto spregiativo e strumentale per colpire quella parte della sinistra critica, movimentista, classica, pacifista e post-populista (come il M5S) che si oppone alla geopolitica di guerra europea, vista come antemurale armato contro la Russia con armi ed energia americane. Quanto alla Francia, lo stesso Mélenchon — espressione del profilo sociale più radicale in Europa — non ha alcunché di rossobruno: condanna anzi con la massima forza l’aggressione russa pur auspicando una forte diplomazia, esattamente come molti volti della sinistra critica tedesca.

In conclusione, i rossobruni non esistono, o non esistono più. È stato ed è un concetto e una sindrome che si è dissolta da sé. Continuare a insistervi da parte euro-liberale, addirittura in chiave poliziesca come fa Carlo Calenda, serve a un solo scopo: demonizzare con l’accusa di putinismo il popolo e le élite democratiche che reclamano la fine del ciclo liberista e di guerra di questa Europa. Un’Europa che sta tentando una gigantesca controrivoluzione passiva dall’alto, di tipo militare e industriale, dopo la rottura con la Russia, ma che finora sta scatenando unicamente la reazione nerobruna: l’unica reale, stante il fatto che il rosso è ormai sbiadito e da tempo ininfluente.

La democrazia tedesca ha subito un terremoto

La svolta dell’AfD in Sassonia-Anhalt e la questione di un’“alternativa all’Alternativa”

Adam Tooze (Substack Chartbook 473 7/9/2026)

Nelle elezioni regionali del fine settimana, il piccolo stato della Sassonia-Anhalt, con una popolazione di poco più di 2 milioni di abitanti, ha assegnato un sorprendente 44% dei voti all’AfD (Alternativa per la Germania). L AfD ha realizzato una trasformazione sorprendente del panorama elettorale. Nonostante l’ottimo risultato ottenuto, non è scontato che l’AfD formerà il prossimo governo in Sassonia-Anhalt. Gli altri partiti potrebbero organizzarsi per impedire all’AfD di salire al potere. A livello nazionale, l AfD è ancora più lontana dal governo. Ciononostante, questo risultato scuote il sistema politico tedesco. Dimostra quanto si siano disgregate le consolidate norme politiche della Repubblica Federale. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, un altro piccolo stato della Germania orientale, voterà il 20 settembre e l’esito potrebbe essere simile. La crisi della democrazia tedesca era stata prevista da tempo. Ora sembra essere arrivata.

L’AfD si presenta in diverse sfumature politiche. In Sassonia-Anhalt è stata ufficialmente classificata dalle autorità tedesche come partito di estrema destra. Il candidato dell’AfD, Ulrich Siegmund, è un carismatico ex venditore di profumi per aziende che una volta cercò di convincere il governo di Berlino che profumare le stazioni della metropolitana con la vaniglia avrebbe ridotto la criminalità. Incredibile, vero? Nato dopo la fine della DDR, Siegmund evoca da un lato i ricordi della repressione della Stasi e del SED e dall’altro esalta la memoria di un piccolo stato tedesco con una propria identità ben definita, rappresentata da veicoli eccentrici e caratteristici come il ciclomotore Simson. Quando i fondatori (ebrei) della Simson protestarono contro la sua strumentalizzazione del nome della loro famiglia, Siegmund li liquidò come ficcanaso americani indesiderati e fuori dal mondo rispetto alla realtà della Germania dell’Est. Siegmund è diventato famoso per aver partecipato a una riunione segreta in cui membri della destra tedesca discutevano di un programma di “re-migrazione” di massa. Questa posizione politica, inizialmente negata, è ora sostenuta dall’AfD. Siegmund considera lo scandalo legato alla sua partecipazione come un favorevole colpo pubblicitario.

L’AfD è un partito di razzisti e xenofobi, per usare un eufemismo.

Come già sottolineato, l’Anhalt fu il primo Land tedesco, nel 1932, a eleggere un Primo Ministro nazista. Ma la Sassonia-Anhalt ha anche una storia di sinistra. Quest’ultima è più recente. Alla fine degli anni ’90, gli elettori del Land resero l’SPD il partito di maggioranza relativa, mentre il PDS, precursore di Die Linke, si piazzò al terzo posto con un buon risultato. L’SPD formò un governo di minoranza con i Verdi, beneficiando del tacito appoggio del PDS. Ciò che bisogna spiegare, quindi, non è tanto la profonda continuità del sentimento nazionalista, quanto piuttosto il crollo di una potenziale maggioranza progressista. Per rispondere a questa domanda, trovo sostanzialmente convincente il tipo di narrazione offerta dalla giornalista e commentatrice della Germania dell’Est, Jana Hensel.

Sostiene che la rottura della fiducia si sia verificata negli anni 2000 a causa del drastico attacco del governo rosso-verde al modello tedesco di gestione del welfare e del mercato del lavoro, noto come “riforme Hartz IV“. Questi cambiamenti, iniziati nel 2003, hanno aumentato drasticamente la pressione sui beneficiari del welfare e sono andati di pari passo con un’impennata del coefficiente di disuguaglianza al lordo delle imposte. In termini politici, sostiene Hensel, hanno scosso i tedeschi dell’Est, facendogli perdere ogni illusione di una comunità di destino condivisa.

Inizialmente, ciò si rivelò profondamente alienante e demotivante. Le energie progressiste di sinistra della fine degli anni ’90 e dei primi anni 2000 si dissiparono. Il precedente primato della Sassonia-Anhalt nella storia elettorale risaliva al 2006, quando stabilì il record per la più bassa partecipazione popolare in un’elezione regionale, con un’affluenza di appena il 44,4%.

L’AfD ha cambiato tutto questo. Dai minimi del 2006, l’affluenza alle urne è balzata al 78% nel fine settimana, rispetto al poco più che 60% del 2021. Il principale motore e beneficiario di questa mobilitazione elettorale è l’AfD. Della sua enorme impennata di consensi, la maggior parte proviene da elettori che in precedenza non votavano. Come ha dimostrato l’eroico lavoro empirico del politologo Julius Koelzer, questa mobilitazione è particolarmente evidente nelle aree rurali del paese. Non a caso, l’economista politico Philip Manow parla di “democratizzazione della democrazia” innescata dall’ondata populista in Germania. Sembra difficile non concordare con la diagnosi di base, ovvero che ciò a cui stiamo assistendo è una protesta elettorale fortemente mobilitata contro l’establishment democratico tedesco, mascherata da xenofobia e da un’esaltazione dell’appartenenza nazionale e regionale. Il concetto di Heimat (patria) è stato il filo conduttore della campagna elettorale. Ma questo messaggio rassicurante si accompagna a un drammatico senso di crisi e all’esigenza di un cambiamento radicale e innovativo. Non sorprende quindi che commentatori di destra come Ulf Porschardt del quotidiano Die Welt stiano proclamando la fine della Repubblica di Berlino così come la conosciamo. Anche chi non condivide questo sentimento di dissenso deve fare i conti con lo scenario drammatico che queste elezioni regionali aprono. Di fronte a un voto di protesta, è facile riproporre le solite domande sulle disuguaglianze sociali, sullo stato dell’economia della Sassonia-Anhalt, ecc. Ed è facile trovarvi risposte per un malcontento radicato.

Anche per i modesti standard tedeschi, la crescita in Sassonia-Anhalt è lenta. La disoccupazione è relativamente alta. L’economia della Sassonia-Anhalt era un tempo un importante centro dell’industrializzazione “della Germania centrale”, sostenuta dallo Stato. La fabbrica originale della Junkers, sede del leggendario aereo da trasporto e passeggeri JU52, si trovava a Dessau. La Sassonia-Anhalt produceva materiale rotabile per l’intero blocco comunista. Nella DDR vi era una forte concentrazione di produzione chimica. Per usare un eufemismo, questi non sono settori in buona salute. La popolazione sta invecchiando e diminuendo. In questo contesto, l’AfD, come i suoi omologhi in Francia, Italia e Regno Unito, attrae fortemente coloro che si identificano come “lavoratori” – il 60% dei quali vota per l’AfD – e coloro che dichiarano di trovarsi in difficoltà economiche – il 65% vota per l’AfD. Nessuno di questi gruppi costituisce la maggioranza dell’elettorato, ma la tendenza nel loro voto è significativa. Allo stesso tempo, solo il 30% di coloro che possiedono un’istruzione superiore vota per l’AfD.

Ma quali conclusioni si possono trarre da questa constatazione? Potrebbe sembrare ovvio affermare che gli elettori di destra della classe operaia in difficoltà economiche dovrebbero essere “riconquistati” offrendo loro migliori misure di welfare e stabilità dei prezzi. Se si chiede agli elettori dell’AfD di cosa si preoccupano, oltre alle loro preoccupazioni xenofobe riguardo alla “troppa presenza di stranieri”, menzioneranno il costo della vita e le loro preoccupazioni per il tenore di vita. Citano anche il cambiamento climatico e la minaccia di una guerra esterna.

Queste sono le loro preoccupazioni.

A mio avviso, se una politica progressista aspira a coinvolgere questo tipo di elettori – e resta da vedere se dovrebbe farlo – deve affrontare non solo le realtà materiali del relativo svantaggio economico, ma soprattutto le credenziali di “outsider” dell’AfD. Il razzismo e la xenofobia dell’AfD sono reali. Ma sono tanto più potenti perché fungono da una sorta di meccanismo di coesione. Chi si comporta e parla in pubblico come un estremista di destra e viene etichettato come tale, si crea un’autenticità. Si costruisce un’identità che va oltre la corrente principale della “Repubblica di Berlino” e invita gli elettori ad unirsi a loro. L’AfD ha lavorato assiduamente per promuovere e consolidare questa comunità. Nei Länder della Germania dell’Est sta ormai raggiungendo la maggioranza.

Credere che la risposta a un simile progetto politico possa risiedere nel rafforzare, riformare e migliorare il sistema tradizionale attraverso politiche socio-economiche più efficaci è, a dir poco, un’ipotesi audace. La conclusione più ovvia è che, per competere sul terreno politico con l’AfD, se davvero vogliamo farlo, non dobbiamo offrire più della stessa cosa (solo meglio), ma un’alternativa all’Alternativa, un’alternativa all’Alternativa, ancora di più, che possa produrre qualcosa di più di semplici benefici materiali. Che possa produrre un’identità. Quando la mia collega di Surplus Magazine, Isabella Weber, invoca un’economia antifascista, o quando Marcel Fratzscher del DIW propone un importante programma di riforme “ancora più ambizioso” di quello dell’Agenda 2010 di 25 anni fa, si riferiscono alla necessità di un’azione audace e radicale. Entrambi hanno in mente politiche economiche specifiche: misure di controllo dei prezzi (Weber), un’intera serie di “riforme” nel caso di Fratzscher. Ma dopo la Sassonia-Anhalt, la domanda centrale deve essere: queste politiche sono sufficienti a fondare nuove identità politiche al di là dell’attuale panorama politico berlinese? O si tratta di una modalità politica che preferiamo lasciare all’AfD?

Intervista al co-segretario della Linke Luigi Pantisano

«Un segnale fatale, la colpa è delle politiche del governo»

Giorgio De Girolamo (il manifesto 8/9/2026)

«È un segnale fatale che nella storia tedesca, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, un Land possa essere guidato da un politico di estrema destra». Ci saluta così Luigi Pantisano, co-segretario della Linke dal giugno scorso, il primo italiano – i genitori, calabresi, migrarono nel Baden-Württemberg negli anni ’60 – a guidare un partito tedesco.

Gli chiediamo anzitutto di individuare le principali ragioni del trionfo dell’AfD in Sachsen-Anhalt. È il risultato della politica antisociale attuata dal governo Merz, che negli ultimi mesi ha fatto la guerra ai lavoratori: dall’aumento dell’orario di lavoro, all’inasprimento dei requisiti per la malattia, fino all’aumento dell’età pensionabile. Queste misure hanno esasperato la rabbia di molti che alle urne hanno scelto AfD.

Come valuta il vostro risultato nel Land? Siete andati sotto le previsioni dei sondaggi e peggio del 2021, nonostante la crescita costante a livello federale dalle elezioni politiche dello scorso anno. Il nostro è stato un risultato ambiguo, abbiamo vinto tre mandati diretti a Magdeburgo e ad Halle dove ci ha premiato la strategia delle campagne elettorali “porta a porta” (Haustürgespräche): abbiamo bussato a sessantamila porte, abbiamo vinto lì dove siamo stati sul posto a fare politica tra le persone, partendo dai loro bisogni. I consensi persi rispetto ai sondaggi dipendono dalla campagna del Taktisch Wählen: dare un voto utile per far superare la soglia del 5 percento a SPD e Verdi. Questo ha fatto sì che molti voti si siano dispersi nel “campo largo” («per intendersi», aggiunge nel suo italiano impeccabile).

I risultati di domenica ci dicono che un governo di minoranza CDU con sostegno esterno della Linke è un’ipotesi sfumata. Adesso è il BSW che può decidere quale sarà la maggioranza di governo, ma ha già annunciato che è disposto a sostenere l’AfD. Al momento tutto tende in quella direzione. Noi con i nostri voti avremmo sempre sostenuto una maggioranza alternativa all’AfD. Il dibattito interno al partito verteva chiaramente su come poter mantenere coerenza con la nostra linea pur sostenendo la CDU.

È a questo proposito che la sua intervista rilasciata a Bild nel giugno scorso fu strumentalizzata: condannava la deriva “fascista” della CDU, ma non chiudeva in alcun modo all’opportunità per la Linke di impedire l’insediarsi di un governo di estrema destra. Esatto, le mie dichiarazioni sono state strumentalizzate, chi ha letto l’intervista per intero ha capito quello che volevo dire. Il principale pericolo che vedo è che la CDU rincorre sempre di più le proposte dell’AfD: se continua a fare così difficilmente potremo dare i nostri voti per sostenere un governo CDU. Le politiche della CDU contro i migranti non l’hanno rafforzata, ma hanno raddoppiato i consensi di AfD. È quello che abbiamo sempre detto: inseguire le politiche dell’AfD non fa altro che rendere l’AfD – la “versione originale” – sempre più forte.

Poi c’è il riarmo. Certo. È notizia recente la cessione da parte di Volkswagen del suo stabilimento di Osnabrück per la conversione al settore bellico. Il governo fino al 2030 vuole aumentare gli investimenti nel riarmo. Un approccio completamente sbagliato che sta rendendo l’AfD sempre più forte. La Linke sa cosa deve fare: stare tra la gente, bussare alle porte, aprire gli sportelli sociali del partito, fare una politica sociale e antimilitarista per opporsi a un governo che fa politiche antisociali e che vuole che i lavoratori lavorino di più e vadano in pensione più tardi.

Merz deve dimettersi? Direi che deve anzitutto cambiare le sue politiche, il segnale degli elettori è una netta bocciatura di tutte le riforme che ha annunciato e realizzato. Se non cambia rotta noi continueremo a organizzare la protesta sociale. Già il 26 settembre ci saranno grandi manifestazioni in 15 città organizzate dalla DGB (la principale confederazione sindacale tedesca) contro i tagli alla spesa sociale e le riforme di flessibilizzazione del lavoro: ci saremo anche noi e vogliamo far cambiare rotta al governo.

Cosa si aspetta dalle elezioni imminenti – il 20 settembre – in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino? Sono sicuro che a Berlino vinceremo le elezioni e che la prossima sindaca di Berlino sarà Elif Eralp, la candidata della Linke. Soprattutto a Berlino Elif deve essere la risposta al risultato in Sassonia-Anhalt, alle politiche degli ultimi anni e al corso attuale del governo Merz. Vogliamo espropriare Vonovia e gli altri grandi colossi immobiliari: è il mandato che ci arriva dagli elettori. In Meclemburgo invece combatteremo le prossime settimane: lì, come in Sachsen-Anhalt, la situazione è più difficile, ma daremo tutto per far sì che i risultati siano diversi.

Almeno una parte della destra italiana – Vannacci e Salvini in particolare – festeggia. Forse la destra italiana non ha capito cosa vuole fare l’AfD. Vogliono buttare fuori dalla Germania 20 milioni di persone, una gran parte delle quali dovrebbe tornare in Italia, soprattutto gli italiani che vivono in Germania (me compreso). Adesso la Germania ha 80 milioni di abitanti, loro dicono che ne bastano 60.

Un consiglio per la sinistra del nostro paese? Proseguire sul corso che mi sembra stia già imboccando, opponendosi alle politiche antisociali e contro i migranti. È l’unico Brandmauer per arginare i fascismi che può funzionare.

LIVE – Cosa succede dopo la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt? Con Valentina Giannella

Una live con Valentina Giannella, giornalista e autrice di Berlino Europa, per capire meglio il successo dell’AfD in Sassonia-Anhalt e cosa accadrà ora in Germania.

Alexander Damiano Ricci e Valentina Giannella

Valentina Giannella è giornalista e manager del mondo dei media, nonché autrice di Berlino Europa, una newsletter sulla cultura, storia e politica della Germania e dell’Europa centro-orientale. Tre giorni dopo le elezioni che hanno visto trionfare il partito di estrema destra, Alternative für Deutschland (AfD) nella regione Sassonia-Anhalt, abbiamo analizzato le origini culturali e sociali del voto, nonché cosa potrebbe accadere ora in Germania e, forse, in Europa.

Nella live:

  • La vittoria dell’AfD come evento che ha stupito molti fuori dalla Germania, pochi nel paese.
  • La dinamica della campagna elettorale e il feticcio dell’esclusione forzata dell’AfD dal governo.
  • L’impatto del voto in Sassonia-Anhalt e in altre regioni tedesche sulla politica tedesca ed europea.

LINK PER ASCOLTARE L’INTERVISTA: https://cosechealex.substack.com/p/live-cosa-succede-dopo-la-vittoria-afd-sassonia-anhalt-estrema-destra-europa?utm_source=podcast-email&publication_id=3364307&post_id=214743747&utm_campaign=email-play-on-substack&utm_content=watch_now_button&r=4dc0gp&triedRedirect=true&utm_medium=email


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