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Le radici storiche della crisi italiana

di Pierre Assante

Come ogni entità nazionale, l’Italia ha un patrimonio di attualità il cui contenuto va ricordato e che spiega almeno in parte la realtà odierna.

È l’erede degli Stati avanzati del Rinascimento sia in termini di rivoluzione scientifica e tecnica che di organizzazione sociale, economica, politica e culturale. La Toscana, ad esempio, è stata uno dei primi Stati al mondo a sperimentare gli inizi di un capitalismo in costruzione. Marx ci ricorda che questo stato ha conosciuto gli inizi del lavoro salariato. Sostituendo gradualmente la servitù della gleba e l’artigianato, anche se in misura ridotta ma con anticipo, ha prodotto anche Galileo, Machiavelli e Leonardo da Vinci.

Ma la divisione di questi potenti e avanzati Stati italiani non permise di affrontare l’ascesa degli Stati centralizzati (Spagna, Francia, Inghilterra, ecc.), anche se meno avanzati, e la loro potenza di fuoco e organizzazione militare in particolare.

Già nel XIV secolo Petrarca invocava l’unità d’Italia. Eppure, dopo un lungo periodo di dominazione straniera e di declino, solo nel 1860 nuove forze della borghesia, non autonome dalle grandi potenze di allora, riuscirono a costruire un’unità nazionale (si legga Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa). La convergenza negativa di questi elementi portò questi Stati, così avanzati nel Rinascimento, a un’arretratezza economica che cominciò a essere in parte recuperata solo negli anni di Mussolini e poi nel dopoguerra con l’aiuto interessato del capitale statunitense che venne a “liberarli”. Ma il boom economico fu soprattutto il risultato di una politica di sviluppo ispirata dai comunisti, minoritari elettoralmente ma molto influenti in seguito alle lotte antifasciste e di liberazione, una politica portata avanti in un compromesso con il capitale familiare nazionale italiano come la FIAT dell’Avvocato Agnelli; Questo compromesso è durato fino a quando l’accelerazione della concentrazione capitalistica mondiale non ha privato sia il Partito Comunista Italiano (PCI) e la Democrazia Cristiana (DC), entrambi alleati e concorrenti, sia le grandi famiglie, del loro potere sulla proprietà e sul movimento del capitale.

Per spiegare il declino degli Stati italiani avanzati, dobbiamo aggiungere il peso retrogrado della Chiesa, sia dal punto di vista economico che ideologico. Gli episodi di Galileo e Giordano Bruno ne sono un’illustrazione lampante. Non ci può essere sviluppo senza un avanzamento congiunto delle forze produttive e di produzione (produzione antagonista di plusvalore e produzione di valore d’uso in unità contraddittoria), dell’organizzazione sociale e delle idee che la accompagnano.

Un capitalismo nazionale reazionario

Il capitalismo del fascismo italiano è un capitale rurale di grandi latifondi e grandi famiglie che si converte in capitale industriale. Il peso delle grandi famiglie agricole (vedi il 1900 di Bertolucci) si oppone al peso del capitale industriale all’inizio del XX secolo e dà al fascismo tutti gli ingredienti di un’alleanza tra le forze più reazionarie contro l’ascesa del movimento operaio (creazione del PCI nel 1921), debole ma di grande inventiva, come dimostrano i Quaderni del carcere di Gramsci e le proposte permanenti di Togliatti nelle lotte. Gli operai della FIAT e il movimento dei lavoratori agricoli sono stati al centro delle lotte sociali. Solo l’alleanza della Confindustria (il “Medef” italiano) con Mussolini nelle azioni incoraggiate dallo Stato borghese, potremmo dire piccolo-borghese, come l’assassinio di Matteotti, deputato oppositore, o la famosa e ridicola messa in scena mediatica della “Marcia su Roma”, ebbe per un po’ la meglio sul nascente movimento democratico e operaio.

Questo peso del passato non si è spento e l’avanzata delle forze di destra radicale, come la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, lo testimonia. Nella crisi del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, i morti colgono i vivi: questa morte costituisce una cerniera con una possibile partecipazione delle lotte operaie e popolari italiane di oggi alla costruzione di una globalizzazione che sfugga, trasformi e superi il nostro modo di produzione e di scambio obsoleto e malato.

Non tornerò sul processo di superamento (Aufhebung, secondo il termine di Marx) che Paul Boccara e gli economisti comunisti hanno immaginato e proposto nelle e attraverso le misure esposte in questa rivista (crediti, Fondi, SEF, nuovi criteri, diritti del lavoro corrispondenti, SDR, ecc.), tutte convergenti oggettivamente e soggettivamente in uno sviluppo congiunto della società, della persona e dell’uomo produttore e cittadino: processo di coscienza della natura su se stessa secondo i termini dei Manoscritti del 1844.

La grande crisi politica che sta attualmente imperversando (dimissioni del Presidente del Consiglio, elezioni anticipate il 25 settembre, ecc.), è la manifestazione avanzata della crisi generale della produzione e dello scambio nazionale, europeo e mondiale, quella della sovra-accumulazione e della svalutazione del capitale e quella dei rapporti sociali, nell’unità di crisi e di movimento.

Convergenza della crisi: inflazione, crisi del potere d’acquisto popolare e dell’occupazione, dei salari e dei redditi popolari, punto avanzato della crisi in Italia. Aumento dello spread (1), aumento del tasso di riferimento della Banca Centrale Europea, aumento del costo del prestito pubblico. Approfittando della sua azione a capo della BCE per evitare la frammentazione dell’eurozona, Mario Draghi, Presidente del Consiglio italiano, formatosi alle tecniche bancarie statunitensi, ha preteso di risolvere la crisi senza la critica di un’economia politica ortodossa, strettamente bancaria. Questa situazione esaspera la competizione tra i partiti, le ambizioni individuali e le loro stesse illusioni di risolvere i problemi senza affrontare le radici sistemiche della crisi. Frammentazione competitiva e politica del “centrosinistra” liberale, Partito Democratico (PD), nato dallo scioglimento del PCI e dalla sua deriva social-liberale in una fusione con gran parte della DC e del partito 5 Stelle: Conte, Renzi, Letta… in campagna elettorale.

E a ciò si aggiunge l’ascesa dell’estrema destra “radicale”, della Lega, che ha già partecipato al governo di “unità nazionale” di Draghi, e di Fratelli d’Italia, che sta scalando, entrambi approfittando delle difficoltà sociali e della confusione ideologica sulle cause della crisi…

Il vuoto lasciato dall’autodissoluzione del PCI

L’autoscioglimento del PCI nel 1991 (ultimo congresso a Rimini) non fu casuale. Nasce dall’incapacità del Partito di cogliere la trasformazione dell’Italia, a seguito di un generale indebolimento, soprattutto ideologico in una controffensiva del capitale, dei movimenti comunisti nazionali nella trasformazione del mondo. La coscienza del processo inconscio della società, come dice Engels, è in difetto. Testimonia il peso del riformismo in questo partito come in molti altri rispetto ai nuovi dati della crisi di sovra-accumulazione-svalutazione del capitale (descritta a partire dagli anni Settanta e prima da Paul Boccara), e quindi la debolezza ideologica della classe salariata addestrata solo alla difesa del capitale variabile senza collegarlo all’intero movimento del capitale e ai suoi effetti sul lavoro, sull’occupazione, sulle evoluzioni antroponomiche che vanno ben oltre i confini. Questa “lezione” può essere una lezione generale per noi, qui e ora.

Enrico Berlinguer, dopo il golpe in Cile, procede a una giusta “revisione” dei rapporti di forza globali tra capitale e lavoro, capitale e movimento democratico. Procede anche a una valutazione della crisi del lavoro nel capitalismo con la dichiarazione e il discorso agli operai sulla democrazia del “cosa, cosa e come produrre” e sull'”esaurimento della spinta della rivoluzione d’ottobre”; un abbozzo di realtà in atto, ma una riduzione di questa realtà a elementi non sufficientemente collegati, non sufficientemente sintetizzati. La sua morte nel pieno del “sorpasso” (il sorpasso del PCI sulla DC), nel bel mezzo di un incontro elettorale, fu una tragedia che diede libero sfogo allo scontro di ambizioni in un partito che non aveva analizzato la trasformazione del mondo come aveva fatto Berlinguer, in modo avanzato e premonitore; uno scontro che diede libero sfogo agli opportunismi di destra e di sinistra, di cui il successivo voto unanime dei deputati italiani sul “Trattato Costituzionale dell’UE” del 2005 dà un’idea.

Dopo l’autoscioglimento del PCI e la creazione del PDS, che Pietro Ingrao, uno dei pochi dirigenti del PCI contrari a questa operazione, chiamò “La cosa” e che sarebbe diventato l’attuale PD, nacquero il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) e altri partiti comunisti come il cosiddetto partito “filosovietico” di Cossutta. Rifondazione ha lavorato alla ricostruzione in Italia e in Europa, con le difficoltà che conosciamo. Il filosofo Domenico Losurdo, scomparso poco tempo fa, ha lavorato per un po’ a questa ricostruzione.

In Italia c’è poco o nessun equivalente di una ricerca economica e politica marxista come quella della nostra rivista e della Commissione economica del Pcf. Questa debolezza esisteva già nel PCI, che lo spinse verso una preponderanza dello “storicismo” teorico e che facilitò la deriva ideologica ed elettorale verso il PD e il suo liberalismo sociale.

Questi elementi di analisi esprimono un punto di vista indubbiamente personale, che richiede un ulteriore approfondimento.

(1) Differenza tra il tasso di interesse sul debito sovrano del Paese e il tasso di interesse pagato dallo Stato tedesco. Va comunque ricordato che l’Italia, terza economia dell’UE, non può essere trattata con la stessa violenza della Grecia.

FONTE: https://www.economie-et-politique.org/2022/09/07/les-racines-historiques-de-la-crise-italienne/


Articolo originale:

Les racines historiques de la crise italienne

Comme toute entité nationale, l’Italie procède, dans les événements actuels, d’un héritage dont il faut rappeler la teneur et qui explique au moins en partie la réalité d’aujourd’hui.

Pierre Assante

Elle est héritière d’États avancés de la Renaissance tant dans la révolution scientifique et technique que dans l’organisation sociale, économique, politique et culturelle. La Toscane par exemple est un des premiers États dans le monde à connaître les prémices d’un capitalisme en construction. Marx rappelle déjà que cet État a connu les débuts du salariat. En le substituant progressivement, en faible part certes mais avec anticipation, au servage et à l’artisanat, elle a produit aussi des Galilée, des Machiavel, des Léonard de Vinci.

Mais la division de ces puissants États avancés de l’Italie ne lui a pas permis de faire face à la montée des États centralisés (Espagne, France, Angleterre…) bien que moins avancés, à leur puissance de feu et à leur organisation militaire en particulier.

Déjà Pétrarque, au XIVe siècle, appelait à l’unité de l’Italie. Pourtant, après une longue période de dominations étrangères et de déclin, c’est seulement en 1860 que de nouvelles forces de la bourgeoisie, non autonomes des grandes puissances d’alors, ont réussi à construire une unité nationale (lire Il Gattopardo de Tomasi di Lampedusa). La convergence négative de ces éléments a conduit ces États, si avancés à la Renaissance, à un retard économique qui n’a commencé à être comblé en partie que dans les années mussoliniennes puis dans l’après-guerre avec l’aide intéressée du capital US venu la « libérer ». Mais l’essor économique résulte surtout d’une politique de développement inspirée par les communistes, minoritaires électoralement mais très influents suite à la lutte antifasciste et de Libération, politique menée dans un compromis avec le capital italien familial national tel la FIAT de «l’Avvocato Agnelli » ; compromis qui va durer jusqu’à ce que l’accélération de la concentration capitaliste mondiale ôte et au Parti Communiste Italien (PCI) et à la Démocratie Chrétienne (DC), à la fois alliés et concurrents, et aux grandes familles, leur pouvoir sur la possession et le mouvement du capital.

Pour expliquer le recul des États italiens avancés, il faut ajouter le poids rétrograde de l’Église sur le plan économique comme sur le plan idéologique. Les épisodes de Galilée ou de Giordano Bruno en sont une illustration marquante. Il n’y pas de développement sans une avancée conjointe des forces productives et productrices (production antagoniste de plus-value et production de valeur d’usage en unité contradictoire), de l’organisation sociale et des idées qui vont avec, conjointement.

Un capitalisme national réactionnaire

Le capitalisme du fascisme italien est un capital rural de grands latifundia et des grandes familles se convertissant au capital industriel. Le poids des grandes familles rurales (Voir 1900 de Bertolucci) s’oppose au poids du capital industriel dans les débuts du XXe siècle et donne au fascisme tous les ingrédients d’une alliance des forces les plus réactionnaires contre la montée du mouvement ouvrier (Création du PCI en 1921), faible mais d’une grande inventivité, que les Cahiers de prison de Gramsci et les propositions permanentes de Togliatti dans les luttes illustrent. Les ouvriers de la FIAT et le mouvement ouvrier agricole sont au centre des luttes sociales. Seule l’alliance de la Confindustria (le « Medef » italien) avec Mussolini dans les exactions encouragées par l’État bourgeois, petit-bourgeois peut-on dire, telles l’assassinat de Matteotti, député opposant, ou la fameuse et ridicule mise en scène médiatique de la « Marche sur Rome », ont raison un temps du mouvement démocratique et ouvrier montant.

Ce poids du passé n’est pas éteint et l’avancée des forces d’extrême droite radicale telles la Lega de Salvini et I fratelli d’Italia de Giorgia Meloni, en témoigne. Dans la crise du capitalisme mondialisé et financiarisé, le mort saisit le vif : ce mort constitue une charnière avec une possible participation des luttes ouvrières et populaires italiennes d’aujourd’hui à la construction d’une mondialisation échappant à, et transformant et dépassant notre mode de production et d’échange obsolète et malade.

Je ne reviens pas sur le processus de dépassement (Aufhebung, selon le terme de Marx) qu’ont imaginé et proposé Paul Boccara et les économistes communistes dans et par les mesures exposées dans cette revue (crédits, Fonds, SEF, nouveaux critères, droits du travail y correspondant, DTS, etc.), le tout convergeant objectivement et subjectivement dans un développement conjoint de la société, de la personne et de l’homme producteur et citoyen : processus de la conscience de la nature sur elle-même selon les termes des Manuscrits de 1844.

La grande crise politique qui sévit actuellement (démission du président du Conseil, élections anticipées le 25 septembre, etc.), est la manifestation avancée de la crise générale de production et d’échanges nationale, européenne et mondiale, celle de la suraccumulation-dévalorisation du capital et celle des rapports sociaux, en unité de crise et de mouvement.

Convergence de crise : inflation, crise du pouvoir d’achat populaire et de l’emploi, des salaires et revenus populaires, pointe avancée en Italie de la crise. Spread (1) en hausse, hausse du taux directeur de la Banque centrale européenne, augmentation du coût des emprunts de l’État. Se prévalant de son action à la tête de la BCE pour empêcher la fragmentation de la zone euro, Mario Draghi, président du Conseil italien, formé aux techniques bancaires étasuniennes, a prétendu résoudre la crise sans une critique d’une économie politique orthodoxe et strictement bancaire. Cette situation exacerbe la concurrence des partis, les ambitions individuelles, et leurs propres illusions de résoudre les problèmes sans s’attaquer aux racines systémiques de la crise. Morcellement concurrentiel et tractations politicardes du « centre gauche » libéral, Partito Democratico (PD) issu de la dissolution du PCI et de sa dérive social-libérale dans une fusion avec une grande partie de la DC et parti des 5 Stelle : Conte, Renzi, Letta… en campagne.

Et là-dessus, la montée de l’extrême droite « radicale », Lega qui a déjà participé au gouvernement Draghi d’« unité nationale », et Fratelli d’Italia qui grimpe, qui profitent tous deux des difficultés sociales et de la confusion idéologique sur les causes de la crise…

Le vide laissé par l’autodissolution du PCI

L’autodissolution du PCI en 1991 (congrès de Rimini, le dernier) n’est pas un hasard. Elle procède de l’incapacité du Parti à saisir la transformation de l’Italie, faisant suite à un affaiblissement général, en particulier idéologique dans une contre-offensive du capital, des mouvements communistes nationaux dans la transformation du monde. La conscience du processus inconscient de la société, comme dit Engels, est en défaut. Elle témoigne du poids du réformisme dans ce parti comme dans bien d’autres par rapport aux nouvelles données de la crise de suraccumulation-dévalorisation du capital (décrite dès les années 1970 et avant par Paul Boccara), et donc de la faiblesse idéologique du salariat formé à la seule défense du capital variable sans la lier à l’ensemble du mouvement du capital et son effet sur le travail, l’emploi, les évolutions anthroponomiques dépassant de loin les frontières. Cette « leçon » peut être une leçon générale pour nous ici et maintenant.

Enrico Berlinguer, après le coup d’État du Chili, procède à une juste « révision » des rapports de forces mondiaux entre capital et travail, capital et mouvement démocratique. Il procède de même à une évaluation de la crise du travail dans le capitalisme avec sa déclaration et adresse aux ouvriers sur la démocratie du « que, quoi, et comment produire » et sur « l’esaurimento de la spinta della revoluzione d’Ottobre », l’épuisement de la poussée de la révolution d’Octobre ; esquisse en cours d’une réalité mais réduction de cette réalité à des éléments insuffisamment reliés, insuffisamment synthétisés. Sa disparition en plein « sorpasso » (dépassement de la DC par le PCI), en plein meeting électoral, est un drame qui va laisser libre cours aux affrontement des ambitions dans un parti n’ayant pas effectué l’analyse de la transformation mondiale comme était en train de la faire Berlinguer, de façon avancée et prémonitoire ; affrontements donnant libre cours aux opportunismes de droite et de gauche dont le vote, plus tard, et à l’unanimité, du « traité constitutionnel de l’UE » de 2005 par les députés italiens, donne une idée.

A la suite de l’autodissolution du PCI, et de la création du PDS que Pietro Ingrao, un des rares dirigeants du PCI opposant à cette opération, appelait « La cosa » (la chose), et qui allait devenir le PD d’aujourd’hui, s’est créé « il Partito della Rifondazione Comunista » (PRC) et d’autre partis communistes comme celui de Cossutta dit « pro soviétique ». Rifondazione  travaille à une reconstruction en Italie et en Europe, avec les difficultés que l’on sait. Le philosophe Domenico Losurdo disparu il y a peu de temps a travaillé un moment à cette reconstruction.

Il existe peu ou pas en Italie l’équivalent d’une recherche économique et politique marxiste du type de celui de notre revue et de la Commission économique du PCF. Cette faiblesse existait déjà dans le PCI, ce qui le poussait à une prépondérance à « l’historicisme » théorique et ce qui a facilité la dérive idéologique et électorale vers le PD et son social-libéralisme

Ces éléments d’analyse expriment un point de vue sans doute personnel, qui appelle des approfondissements.

(1) Écart entre le taux d’intérêt sur la dette souveraine du pays et le taux d’intérêt payé par l’État allemand. Il faut néanmoins se souvenir que l’Italie, troisième puissance économique de l’UE, ne peut pas être traitée avec la même violence que la Grèce.

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