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Umanità libera: Il discorso di Lula a Ginevra

«A voi che avete creduto in me, che nei miei 540

 giorni di prigionia avete gridato “Lula libero”,

dico che oggi, tutti insieme, dobbiamo

gridare “Umanità libera”»

 

La pandemia di Covid-19 contagerà anche la nostra economia. Sta già accadendo. Le chiusure necessarie di tante attività produttive, non solo in Italia, ma in gran parte dei Paesi colpiti, le urgenze a cui lo Stato è chiamato a rispondere hanno conseguenze. Di che tipo dipenderà molto dalla strada che i decisori politici decideranno di intraprendere. Per i sindacati, dopo questa emergenza, l’unica via possibile è quella di un cambiamento radicale del modello di sviluppo. Basta con il liberismo. Basta con le politiche del rigore e dei tagli allo Stato Sociale. Sì allo Stato nell’economia. Soprattutto le persone e i loro diritti dovranno tornare al centro. Un invito che trova slancio e forza in una delle recenti uscite pubbliche dell’ex presidente del Brasile Ignacio Lula da Silva che solo qualche settimana fa era in Europa per lanciare la proposta di una coalizione globale contro le diseguaglianze. Riportiamo qui ampi stralci del discorso tenuto a Ginevra a inizio marzo in occasione di un’iniziativa promossa dal sindacato IndustriAll Global Union. L’ex presidente del Brasile Ignacio Lula chiede di unirsi contro le diseguaglianze e per la democrazia. È l’unico modo per tornare umani. Un appello reso ancora più urgente dalla crisi globale che stiamo attraversando.

 

Continuo a lottare perché il Brasile non merita un governo grottesco come quello di Jair Bolsonaro, ma di persone che amino la democrazia, i neri, le donne, che proteggano i diritti Lgbt, gli indios e l’ambiente; di qualcuno che si spenda per difendere i nostri confini e la nostra sovranità e che non voglia vendere Petrobras, il Banco do Brasil o la Caixa Econômica Federal; di qualcuno che si batta contro le disuguaglianze. Quando ho incontrato Papa Francesco sono rimasto profondamente colpito dalla sua volontà in proposito.

    Un singolo individuo non può disporre sul proprio conto corrente di 110 milioni di dollari. Non sono soldi piovuti dal cielo né vinti alla lotteria: quel denaro è frutto del sudore dei suoi dipendenti. Questa ricchezza non può essere concentrata nelle tasche di uno e uno soltanto. Va distribuita tra tutti coloro che vivono di un salario. Non possiamo dormire sereni sapendo che ci sono milioni di persone che non hanno un tozzo di pane da mangiare la sera e un bicchiere di latte da bere la mattina successiva. Non possiamo dormire sereni se in centosessantacinque Paesi del mondo sono già state approvate riforme del lavoro che cancellano tutte le conquiste che abbiamo ottenuto nel ventesimo secolo, quel novecento in cui abbiamo superato due conflitti mondiali e compiuto la rivoluzione urbana, quella cinese, e quella cubana. Nel ventunesimo secolo, invece, perdiamo ciò che avevamo conquistato perché ci sono imprenditori convinti che il lavoro costi troppo e ciò confligge con la loro fame di profitto. Quando vedo Bill Gates in tv lo trovo simpatico, ma perché mai un uomo dovrebbe aver bisogno di 96,3 miliardi di dollari sul proprio conto in banca? E perché mai non dovrebbe condividerne almeno una parte con tutti noi?

    Le donne lottano per veder riconosciuta la propria presenza sulla scena politica. Sono convinto che abbiano già la chiave per vincere questa battaglia: sono la maggioranza. In Brasile rappresentano il 52 per cento della popolazione e potrebbero già assumere il potere. Anche la popolazione nera costituisce la maggioranza della società brasiliana. Siamo il secondo Paese nero al mondo, dietro soltanto alla Nigeria, eppure nel nostro Parlamento siede soltanto una mezza dozzina di deputati neri. Ciò vuol dire che non siamo ancora riusciti a costruire una narrazione convincente per cui ognuno di noi voti realmente chi lo rappresenta. Penso al sindacalismo americano che ha combattuto importanti battaglie nel secolo scorso, ma non è stato capace di eleggere un lavoratore a ricoprire la più alta carica del Paese, come è invece accaduto in Brasile. Votiamo male anche a causa della bassa qualità dell’informazione.  Ci fanno credere che la lotta contro le diseguaglianze ci toglierà più diritti di quelli che conseguiremo. Ma se le nostre coscienze continueranno a dormire, non riusciremo a ottenere salari migliori per i nostri operai, ospedali, scuole e università migliori e neppure una migliore cura del nostro territorio e delle nostre foreste. Donald Trump è stato eletto sulla base di fake news diffuse durante l’ultima parte della sua campagna elettorale, Bolsonaro grazie a un lungo elenco di bugie, così Orban in Ungheria e nelle ultime elezioni lo stesso è accaduto in Italia.  Sono certo che anche voi siate convinti che le donne, i neri, le persone Lgbt debbano godere di parità di condizioni. Che le donne debbano guadagnare gli stessi salari degli uomini facendo lo stesso lavoro in qualsiasi ufficio, fabbrica o banca. Ovunque. Dobbiamo continuare la nostra battaglia perché siamo vittime di errori che si perdono nella notte dei secoli e di una cultura sbagliata che non possiamo cambiare in modo repentino ma è proprio per questo che occorre lottare giorno dopo giorno.

    La nostra lotta contro la disuguaglianza deve diventare ragione per l’indignazione umana. Appartengo a una generazione più anziana: quando un mendicante bussava alla porta di casa mia per chiedere a mia madre un piatto di verdure, lei non chiamava la polizia e non chiudeva l’uscio nonostante avesse otto figli e non nuotassimo nell’oro.  Al contrario lo accoglieva e lo ospitava alla nostra tavola. Quando vedevamo una persona stesa a terra in mezzo alla strada  ci fermavamo per sapere cosa le fosse accaduto. Oggi preferiamo salire in auto, chiudere la portiera e spingere il piede sull’acceleratore perché fermandoci pensiamo di dover affrontare delle complicazioni.

    La nostra battaglia contro la disuguaglianza deve essere una lotta per “umanizzare l’umanità”. L’umanità è diventata troppo disumana, troppo confusa. Non c’è più solidarietà. Parole come “passione” non hanno più potere, non c’è quel sentimento che permette di tendere una mano a chi non ha le nostre stesse possibilità, di porgere un tozzo di pane a chi non ha da mangiare o aiutare chi non è in grado di comprare medicinali.

    Oggi non facciamo altro che tenere i nostri occhi fissi sui cellulari. Pensiamo di essere noi a usare questi oggetti, invece sono loro a usarci. Quanto tempo sprechiamo inutilmente! Si tratta di una vera e propria dipendenza: il nostro cervello non può ricevere più informazioni di quante sia capace di elaborare. Io non sono contrario a Uber, ad iFood, né mi oppongo alle persone che consegnano cibo in auto, moto, scooter o bici. Io non ho niente contro tutto questo. Il punto è quali sono le condizioni professionali a cui le persone vengono sottoposte e se la loro dignità viene rispettata. Solo questo voglio sapere. Perché se sono uno di questi lavoratori, ho un incidente, la bici si rompe, mi infortuno a una mano e non ho un’assicurazione, non so neppure chi sia il mio diretto superiore e se provo a lamentarmi mi buttano semplicemente fuori dalla app, non sono più nessuno. Non sono contrario al fatto che si lavori nei modi e nei tempi che si desidera. Ma in molti credono che operare in queste condizioni voglia dire essere piccoli imprenditori di se stessi. Non è così. È nostra responsabilità cercare di impedire che le condizioni e i diritti delle persone continuino a regredire.

    In Brasile e, più diffusamente in America Latina, abbiamo un problema. C’è una parte della società che non intende condividere le risorse e gli spazi delle nostre città. C’è gente che pensa di essere la sola ad avere il diritto di andare al ristorante, a teatro o in giro per visitare le bellezze del nostro Paese e del mondo. Oggi, quando nascono due bambini, sappiamo perfettamente che quello che viene al mondo in un ospedale pubblico rischia di conseguire appena la licenza elementare o, se si impegnerà, forse riuscirà a frequentare un liceo, ma le sue possibilità di proseguire gli studi saranno minime. L’altro, a seconda del luogo di nascita, potrà permettersi una formazione post-laurea in qualsiasi parte del mondo. Noi ci siamo battuti affinché l’istruzione fosse un diritto universale, per permettere che sempre più persone potessero specializzarsi, conseguire un dottorato di ricerca, perché se vogliamo far progredire il nostro Paese abbiamo bisogno di formarci, di qualificarci, di essere competitivi come in questi anni hanno imparato migliaia di agricoltori in grado di far crescere le proprie aziende attraverso la produzione di cibo più buono e più sano.

    Sono certo che la nostra lotta contro le diseguaglianze farà crescere il nostro movimento. Quando ero un sindacalista e ho deciso di dar vita al partito dei lavoratori (Pt) ho pensato che la lotta contro il capitalismo necessitasse di più tempo degli anni messi a disposizione dal mio mandato. Per questo ho deciso di candidarmi ed entrare sulla scena politica: per cambiare queste cose. E se non ci fossi riuscito, a questo punto avrei certamente rinunciato. Ma ho ancora la forza e la voglia di un ragazzo di trent’anni, anche se ho la faccia di un vecchio di settantaquattro. Se non fosse così a questo punto della mia vita avrei detto: “basta”.

    Non sono un rivoluzionario. Credo fermamente nella democrazia. Voglio combattere secondo le regole democratiche. Voglio rispettare ed essere rispettato. Voglio trattare bene il prossimo per essere ripagato con la stessa moneta.  Per noi la democrazia non è avere il diritto di urlare, di manifestare. Per noi la democrazia è avere il diritto al cibo, all’istruzione, alla giustizia. Il nostro modo di perseguire questo ideale è stato, per esempio, tassare il petrolio per permettere a ragazzi e ragazze nere di frequentare l’università.

    Sono stato un operaio metalmeccanico e mi sono battuto affinché i nostri figli potessero conseguire una laurea, affinché il figlio di una domestica potesse diventare medico o ingegnere, affinché anche i poveri potessero avere il diritto a pranzare, cenare e bere un caffè.

    I nostri governi hanno i soldi per sostenere le spese militari, mentre i lavoratori hanno sempre meno salari, meno diritti e la voce che si strozza in gola quando provano a chiedere qualcosa in più per i loro figli.

    A voi che avete creduto in me, che nei miei 540 giorni di prigionia avete gridato “Lula libero”, dico che oggi, tutti insieme, dobbiamo gridare “Umanità libera”, per tornare umani, con dei sentimenti nel cuore e una verità chiara in testa che urleremo con tutta la nostra forza. Nel “mio” Paese nessuno lascerà solo nessuno. Saremo uniti, tutti assieme. Perché solo così potremo rendere migliore questo mondo o renderlo semplicemente più umano.

 

Dal portoghese di Davide Colella

Link al video: https://www.youtube.com/channel/UCd0Vrh24PM1Tp5agXAF0tJw

FONTE: http://www.rassegna.it/

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