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Sardine

di Alessandro Visalli

E’ bello quando molte migliaia di persone escono di casa, spinte dall’urgenza di esprimere un sentimento ed esprimere se stesse. È in sé un gesto politico? Potrebbe esserlo, ma cosa designa come nemico? Questa mi pare una delle domande più importanti da porre al fenomeno in corso.

Provare a rispondere richiede, però, un piccolo percorso.

La prima domanda che ci dovremmo fare è: che cosa fondamentalmente sta succedendo? Ci sono molti modi di provare a rispondere, si sta ovunque disintegrando il consenso che dal dopoguerra reggeva un sistema sociale prima che politico, gerarchico, fondato su una promessa di crescita e protezione. La traccia più evidente di questa disgregazione è la perdita di legittimità verso tutte quelle élite che rendono leggibile e coerente l’ordine sociale liberale, e consentono il posizionamento in esso. Tra queste (insieme agli scienziati, i giornalisti, i professori tutti) le classi politiche sono in primo piano. La ragione probabilmente principale di questa enorme ondata di discredito, che il movimento nascente delle “sardine” conferma, più che contrastare, come lo confermava quello dei “gretini”, e, qualche anno fa “i girotondi”, è il tradimento della promessa di benessere, e con essa della promessa di eguaglianza di riconoscimento.

Ma proprio qui c’è una linea di fattura, perché non proprio tutti sono stati traditi, e non nello stesso modo. Ci sono almeno due gradienti rilevanti, la densità relazionale che circonda ognuno di noi e la disponibilità di risorse. Chi è povero di entrambe è respinto da questo assetto sociale al margine invisibile, chi ricco di entrambe non è stato tradito, ma è beneficiario dell’ordine sociale liberale.

Chiaramente la densità di relazioni ha aspetti materiali, ovvero spaziali, ed altri non, ma l’ordine spaziale, e quindi territoriale conta molto[1]. Altrettanto ovviamente le risorse non sono solo economiche, ma quelle hanno una sorta di priorità, potendosi tradurre in pratica in ogni altra, o quasi, nella società neoliberale nella quale viviamo[2].

Una mobilitazione come questa, strettamente post-materialista[3], non per caso avviene entro l’ambiente ecologico della sinistra allargata e nelle aree urbane dense. Entrambe si sentono sfidate, direi nella loro più profonda autocomprensione esistenziale, dal ritorno del sentimento popolare che rifiuta il “rischio”[4], con essa l’apertura, le forme più spiazzanti di modernità. Avviene sintonizzandosi istintivamente, in modo pre-razionale e certamente pre-politico, sul codice sorgente della modernità contemporanea: il politicamente corretto[5].

Bisogna sempre guardarsi molto attentamente dal fare di tanti uno, e di elevarsi, non si capisce sulla base di quale investitura, a giudice morale. C’è certamente molto di più, e c’è molto di importante, ogni qual volta tanti si ritrovano e scoprono simili. Nasce sempre qualcosa.

Tuttavia la frattura, a grandi linee, resta. Se si compie una lettura di tipo strutturale e si sospendono le ragioni della mera lotta politica (ovvero la questione, che pure conta, di chi vince), non si può negare ci sia uno schema all’opera. L’insieme di politiche economiche che hanno revocato, per crescenti parti della popolazione, via via più deprivate di densità relazionale, anche per la caduta verticale dei territori ‘periferici’ e suburbani, quando non marginali, le condizioni della sicurezza esistenziale, sono state travestite da modernizzazione e da progresso, prendendo in prestito l’epica della liberazione. Specificamente hanno convertito gli obiettivi economici, che non potevano più garantire a tanti, in emancipazione, riconoscimento delle ‘diversità’, … Purché non ci fosse rivendicazione di ciò che non poteva essere più concesso: l’eguaglianza economica[6]. Dunque si è affermata una riduzione dell’eguaglianza al ‘merito’, e questo alla capacità di affrontare il rischio (riverbero di una obsoleta, ma ancora forte, etica cavalleresca) e di prevalere nella competizione. Un simile ideale è intrinsecamente per pochi, classista, conduce il “nuovo spirito del capitalismo”[7] il quale, per chi può sentirlo e sintonizzarsi (e sono necessarie condizioni specifiche di possibilità[8]), porta con sé una inconfondibile aura di emancipazione, una sorta di eccitazione. Anche, attenzione però, un senso di superiorità, una certa aureola. Significa, infatti, essere capaci di lungimiranza, coraggio, libertà, autonomia, essere cosmopoliti, benevoli, aperti al diverso, moralmente avanzati, forti. Tutto ciò è indiscutibilmente, per chi lo condivide, ‘essere dalla buona parte’.

Combattere una buona battaglia.

Tra le condizioni di attivazione di questa condizione esistenziale c’è una densità relazionale, in parte regalata proprio dall’ambiente di vita, ad esempio urbano, in parte dalla fase della vita, ad esempio l’isola felice degli studi universitari o del primo periodo di post-studio, protetto dallo scudo familiare, e c’è, ovviamente, una disponibilità di risorse cospicua.

Questa è la condizione che ha unito la parte trainante della coalizione sociale neoliberale in questi anni. Una coalizione sociale che ha avuto le più diverse traduzioni politiche, ovviamente. Ha trovato una quasi perfetta espressione nel Partito Democratico, ma non meno densa nei partiti del centro-destra berlusconiano. È stata espressa anche dalla Lega Nord, in tutti i venti anni della sua esistenza. Tutte queste forze politiche hanno sostenuto con zelo l’allargamento della competizione, l’apertura al rischio, l’indebolimento delle protezioni, l’abbandono via via più accentuato dei margini.

Tutte hanno indebolito i diritti dei lavoratori, abbandonato la politica della casa, lasciato degradare la sanità pubblica, la scuola, disinvestito dai territori, ricacciata come distorcente ogni politica industriale e della ricerca, svenduto l’industria nazionale pubblica, lasciato tutto nelle mani del “mercato”.

Per essere equi, probabilmente bisognerebbe riconoscere che rispetto a questa analisi generale c’è un surplus di giustificato orgoglio identitario che ha contribuito a muovere la piazza bolognese, davanti al rischio percepito che circa ottanta anni di ininterrotta storia politica delle sinistre, socialiste e comuniste, con un “modello” che fu ammirato nel mondo, possano terminare con la conquista della regione da parte della destra del paese.

Ma il movimento delle “Sardine” si sta estendendo in molte altre realtà, venendo abbastanza evidentemente (e, sotto certi profili, ovviamente) cavalcato per fini di lotta politica, con molteplici elezioni in arrivo e forse anche nazionali.

Dunque un giudizio generale si deve azzardare: se la cosa che fondamentalmente avviene è uno scontro “alto/basso” e “centro/periferia”, la cui forma specifica è uno scontro di estetiche e visioni del mondo, questa mobilitazione è troppo pre-politica per non rischiare di diventare parte del problema e non della soluzione.

Il nemico di questa fase è, infatti, una sorta di “Giano bifronte”, difficile da riconoscere per tale. Una faccia è rappresentata dalla destra liberale, per certi versi tradizionale, conservatrice sul piano dei costumi e dei valori e liberista sul piano economico dell’alleanza tra la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia della Meloni. Una destra che si traveste da protettrice, ma solo sul piano della difesa identitaria, mentre sistematicamente fa i soliti interessi quando si tratta di ciò che conta[9].

L’altra faccia del “Giano” è la sinistra “rosè” (che non si limita solo al PD), che è progressista per i valori ma perfettamente liberale e liberista sul piano economico. Una sinistra che si traveste da modernizzatrice e fautrice della libertà, ma solo individuale e formale, mentre sistematicamente fa i soliti interessi quando si tratta di ciò che conta.

Un solo nemico, dunque.


Note
[1] – Si veda Christophe Guilluy, “La società non esiste. La fine della classe media occidentale”, 2018.
[2] – E’ del tutto evidente che chi dispone di beni capitali o di ricchezze liquide ha maggiore facilità di accesso al capitale culturale, sociale e relazionale. Sarà meglio accetto nella società ‘che conta’, godrà di innumerevoli privilegi, se non altro quello di poter aspettare le migliori occasioni, di studiare a lungo, etc.
[3] – Si veda la storica analisi di Ronald Inglehart, “La società post-moderna”, ma anche, in una chiave più positiva quella di Antony Giddens, “Identità e società”.
[4] – Lo snodo centrale della letteratura che negli anni novanta esplora la nuova forma sociale ed esistenziale della ‘cetomedizzazione’ della società dei consumi opulenti, estesa a relativa maggioranza della popolazione (oltre il 50%), è la individualizzazione e la “cultura del rischio” (Beck, Giddens, Inglehart, Bauman. Gli individui che hanno raggiunto un certo livello di benessere e danno per acquisita la protezione, la sicurezza che attribuisce lo ‘status’ di ceto ‘medio’, si sentono poste di fronte a molteplici scelte e davanti a possibilità crescenti. Nella ‘condizione di incertezza’, quando associata ad una sicurezza scontata, emergono plurimi processi di costruzione di senso e “riflessivi”. Sarà allora proprio il “rischio”, con un classico topos liberale, a fungere da attivatore dei percorsi di vita riflessivi ed individuali. Per Giddens, in particolare La modernità contemporanea è dunque un “processo di ritrovamento di se stessi” che vive nella tensione tra pulsione all’autenticità e apertura al mondo determinata dai sistemi astratti che ci circondano e definiscono. Chiaramente questo è fonte di ansia, tuttavia essa in positivo è “stimolo per risposte utili per l’adattamento ed anche per prendere delle nuove iniziative” (“Identità e società”, p.19). Dunque, in sintesi, “la modernità è un ordine post-tradizionale in cui la domanda ‘come vivrò’ deve ricevere una risposta attraverso le decisioni quotidiane riguardanti come comportarsi, cosa indossare, cosa mangiare o altro”. Il passaggio a quella “contemporanea” (p.24) si dà attraverso alcune accentuazioni: un estremo dinamismo; la separazione di tempo e spazio e il conseguente disancoraggio delle istituzioni sociali, lo sradicamento dai contesti locali e la riarticolazione in ambiti spazio-temporali definiti da segni simbolici (come il denaro) e sistemi esperti (conoscenza tecnica).
[5] – Si veda Jonathan Friedman “Politicamente corretto”. Identifico con questo termine una forma di categorizzazione e quindi di comunicazione caratterizzata dalla ‘logica associativa’ (se dici una cosa, allora devi essere in quella data identità preclassificata), e che fa prevalere la ‘valenza indessicale’ (cioè il contesto della comunicazione) sul contenuto semantico (il significato)”. Rifiutandosi all’argomentazione l’effetto sociale, e di potere, che si produce è che inquadrare un’affermazione come “politicamente corretta” (o s-corretta) consente di neutralizzarla; essa non può più essere localmente vera, perché è semplicemente troppo terribile. Al contrario diventa vero ciò che è buono, e perché lo è. Insomma, “il terribile e il meraviglioso sono autoevidenti”. Dunque si ha un utilizzo politico della morale per controllare la comunicazione e censurarla ab origine in tempi di incertezza. Il “politicamente corretto” è coevo all’insorgere di una nuova élite transnazionale (ben vista da autori chiave come Rorty, Lasch e Dahrendorf) che cerca di neutralizzare l’opposizione moralizzando l’universo sociale e dunque mobilitando, a fini di controllo, la vergogna. La simmetria essenziale è con la politica mondiale a taglia unica (il “Washington Consensus”) ed i suoi TINA e passa per la riclassificazione del liberale come progressista e del socialista come reazionario. Ciò che è progressista è l’olistico, il nomade/rizomatico, il diffuso e l’orizzontale. Ciò che è reazionario è il moderno, razionale, astratto, verticale. La ‘vecchia’ classe lavoratrice diventa, da soggetto storico del progresso, ‘deplorabile’ e nazionalista, egoista e meschina. Mentre il migrante, rifugiato, le minoranze colorate, le identità plurali, diventano i nuovi eroi. Questa è una cultura fondata sul narcisismo (Lasch) che egemonizza una forma di controllo basata sulla classificazione creando un controllo operativo (“matriarcale”) basato sulla vergogna. Le varie versioni del “politicamente corretto” sono l’ideologia funzionale allo stato della tecnica e ad un modo di produzione che da lungo tempo ha dismesso i ferri vecchi della triade Dio-Stato-Famiglia, inseguendo la forma ‘liquida’ della merce e costruendo un ‘umano non sociale’ abbandonato a tutte quelle forme di autoritarismo nascoste nell’apparenza di pienezza di diritti la cui piena espressione è il mercato autoregolato.
[6] – Che, ovviamente, nelle condizioni del capitalismo ‘temperato’ o ‘disciplinato’ del dopoguerra erano sempre tendenziali. Si veda, “Note sul dibattito costituente: l’art 3 e l’eguaglianza sostanziale”.
[7] – Si veda, Luc Boltanski, Eve Chiappello, “Il nuovo spirito del capitalismo”, 1999.
[8] – Tra le quali le più importanti sono il reddito familiare, in particolare la dotazione di beni di capitale.
[9] – Si veda “Giochi di specchi ed equivoci. Il caso della Lega

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