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Venezuela: quattro i tentativi golpisti Usa falliti dall’inizio dell’anno.

di Andrea Puccio (L’Avana)

Sono già quattro i principali tentativi da parte della destra estrema venezuelana con l’appoggio del governo Trump di compiere un colpo di stato in Venezuela dall’inizio del nuovo anno, da quando Nicolas Maduro ha assunto la presidenza del paese per aver vinto le elezioni del maggio 2018.

Il 22 gennaio il quasi sconosciuto Juan Guaidò eletto con sole 90.000 preferenze nel 2015 come membro dell’Assemblea Nazionale, con il bene placido degli Stati Uniti, in una piazza di Caracas si autonomina come legittimo presidente della repubblica. Il 23 febbraio, in mezzo ad una imponente campagna mediatica internazionale che voleva far passare l’idea che il paese fosse in una crisi umanitaria senza precedenti, dal confine con la Colombia gli Stati Uniti con la complicità del governo colombiano cercano, con la forza, di far entrare un aiuto umanitario per la popolazione del valore di 20 milioni di dollari. Alcuni giorni prima gli Stati Uniti avevano bloccato beni e denaro per un valore di 20 miliardi di dollari giacenti nelle banche nordamericane.

Il 7 marzo un attacco informatico blocca la centrale idroelettrica Simon Bolivar che somministra energia elettrica al 70 per cento della popolazione, il paese resta al buio per vari giorni. Gli attacchi si ripeteranno ancora alcune settimane dopo.

Alle prime ore del 30 aprile un piccolo gruppo di militari ed esponenti dell’opposizione appartenenti al Partito Voluntad Popular con al capo Juan Guaidò e Leopoldo Lopez, esponente della estrema destra agli arresti domiciliari per istigazione alla violenza per gli atti compiuti nel 2014, hanno occupato un distributore di carburante sull’autostrada al lato della base militare La Carlotta, ad est di Caracas. L’80 per cento dei militari che hanno partecipato all’occupazione del distributore sono stati ingannati dai golpisti dicendogli che dovevano compiere un azione in un carcere. Raggiunta la base hanno esortato i militari presenti ad unirsi a loro. Juan Guaidò ha pubblicato sui social network la notizia che la base militare era sotto il loro controllo e che questo era un colpo di stato, invitando tutti i venezuelani a scendere in strada per far cadere il governo di Maduro. I militari accorgendosi di essere stati ingannati e che stavano partecipando ad un colpo di stato in breve hanno abbandonato il campo: alle 12 erano rimasti in venti. Viene pubblicata dalla stampa statunitense, nel pomeriggio, la falsa notizia che esisteva un accordo tra l’ambasciata degli Stati Uniti, l’autonominato presidente Juan Guaidò e il presidente Nicolas Maduro per permettere a Maduro di lasciare il paese per andare in esilio a Cuba con un aereo russo. Solo all’ultimo momento l’accordo sarebbe saltato perché Putin avrebbe impedito a Maduro di montare sull’aereo in partenza per Cuba. Estremo tentativo dei falchi americani per non perdere nuovamente la faccia di fronte all’opinione pubblica dopo l’ennesimo fallimento. L’ultimo tentativo di colpo di stato, chiamato Operazione Libertà” è fallito miseramente. La popolazione venezuelana fin dalle prime ore della mattina si è spontaneamente riversata nella piazza antistante il Palazzo Miraflores, sede del governo, per appoggiare il proprio presidente.

Intanto, dopo il fallito colpo di stato, Leopoldo Lopez, ricercato per aver violato gli arresti domiciliari, sembrava si fosse rifugiato presso l’ambasciata del Cile ma poi il governo spagnolo ha confermato che Lopez si trova nella loro rappresentanza diplomatica di Caracas. Il consolato del Venezuela a Bogotà, in Colombia, è stato attaccato da oppositori al governo con l’intento di occuparlo. Il Ministro degli Esteri colombiano ha dichiarato di appoggiare qualunque tentativo di riportare la democrazia in Venezuela, come sentenziato dai paesi appartenenti al gruppo di Lima, in linea coi dettami di Washington.

Mike Pompeo, Segretario di Stato degli Stati Uniti, ha affermato che “il governo statunitense appoggia pienamente l’Operazione Libertà”, mentre John Bolton, responsabile della sicurezza nazionale statunitense, ha dichiarato che “non si tratta di un colpo di stato ma del tentativo di riprendere il comando dello stato”. L’amministrazione americana ha reiterato le minacce a Cuba accusandola nuovamente di avere 20 mila soldati sul suolo venezuelano e li ha esortati ad abbandonare di loro spontanea volontà il paese. Trump ed i suoi soci guerrafondai continuano a confondere i 20 mila medici che lavorano nel servizio sanitario pubblico venezuelano con i soldati che il loro governo paga per occupare le circa 800 basi dislocate in ogni angolo del mondo.

Quatto eventi che sono falliti grazie all’appoggio che la popolazione ha verso il governo. Quattro eventi maturati in un contesto di guerra continua degli Stati Uniti verso il paese latinoamericano che sono legati da un denominatore comune: il tentativo di coinvolgere la popolazione e l’esercito. Progetto che per adesso è fallito perché, a differenza di quanto viene propagandato dai mezzi di informazione internazionali, la popolazione e le forze armate bolivariane stanno con Nicolas Maduro.

Fallito anche il tentativo di creare scontri tra chavisti e sostenitori della destra per così avere un motivo per intervenire militarmente nel paese. Il tentativo di colpo di stato e gli altri tre eventi precedenti ci fanno capire che la destra che viene propagandata dai mezzi di informazione all’estero non è la maggioranza del paese come vorrebbero farci credere. Anche in questo ultimo tentativo Guaidò, Lopez e gli altri golpisti hanno chiamato la popolazione all’insurrezione popolare ma nessuno gli ha risposto, evidentemente loro rappresentano solo gli interessi nordamericani e non il popolo venezuelano.

Non rappresentano ovviamente chi sostiene il governo ma neppure chi non lo sostiene, cioè quella destra che vorrebbe, in modo democratico e non violento, cambiare la forma di governo in Venezuela, coloro che parteciparono alle elezioni del maggio 2018, perdendole ma accettando il verdetto, cosa che invece non fece il Partito Voluntad Popular che neppure vi prese parte, in una logica democratica del tutto discutibile.

Non parteciparono perché sapevano benissimo di essere una minoranza ininfluente che rappresenta solo per gli interessi di una ristrettissima oligarchia a cui è stato tolto l’osso da rosicchiare. Una elite che appoggia un partito violento ma che quando viene chiamata a partecipare all’insurrezione resta seduta nei loro divani ad aspettare il trascorrere degli eventi sognando un intervento armato degli Stati Uniti dai loro salotti dorati.

 

 

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