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La parentesi storica del neoliberismo si sta chiudendo

di Tonino D’Orazio

Spero profondamente, e con un certo sollievo, che questa parentesi mortifera che ha permesso al capitalismo di abolire un secolo di conquiste del mondo del lavoro e dei diritti sociali e civili, aperta allora con la direzione politica di Margaret Thatcher (Primo Ministro dal 1979 al 1990) nel Regno Unito e Ronald Reagan (Presidente dal 1981 al 1989) negli Stati Uniti e proprio in seguito alla caduta del muro di Berlino (1989), possa chiudersi al più presto.

Questa onda neoliberista doveva essere sfruttata per dissolvere le strutture collettive e di solidarietà. Infatti essa abolì le regole macroprudenziali attuate negli anni ’30, basate su un dialogo sociale di qualità tra i diversi attori della produzione e lo Stato che doveva creare un quadro istituzionale favorevole all’economia e mantenere un sano livello di concorrenza. Lo stato aveva quindi un ruolo di “coordinamento”.

Questo modello economico si basava sull’idea di responsabilità solidale, tradotto nella nostra Costituzione come “responsabilità sociale dell’impresa”, rinata in tutti i paesi per la ricostruzione del dopoguerra. Lo stesso modello socialdemocratico europeo del dopoguerra si basava sul contributo congiunto dei fattori di produzione alla prosperità collettiva, condividendo la ricchezza ottenuta.

Il neoliberismo degli anni ‘80, di marchio prettamente protestante, portò: allo smantellamento, in Europa, dei grandi monopoli di stato e, di fatto, dei poteri democratici dei Paesi stessi; allo spostamento di una Comunità Europea verso una Unione, bancaria e concorrenziale tra le nazioni, fino alla finta, (il colmo per i cosiddetti liberal), di un Parlamento, quello europeo, eletto a suffragio universale ma senza poteri; e infine al logoramento complessivo delle forze socialdemocratiche evidentemente lasciatesi racchiudere in una parentesi Senza Alternativa, pur di demonizzare la sua sinistra.

L’idea della parentesi in chiusura è suffragata dal fatto ineluttabile che Gran Bretagna e Stati Uniti, cioè quelli che hanno promosso il neoliberismo e la libera economia globale del “mercato” si stiano rinchiudendo su se stessi, fino a ritenere, per molti, che la situazione possa essere implosiva.

Nel nostro mondo occidentale, i voti della Brexit e l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti sono fatti importanti e rivelatori. Ormai i voti non si riferiscono a tendenze marginali ma a discontinuità socio-politiche cruciali. Questi due voti sono sicuramente sia i sintomi quanto gli esiti di predisposizioni che hanno avuto origine quattro decenni fa. Questa è ovviamente una buona notizia, anche per chi si ritiene veramente di sinistra, se si vuole ricominciare a rendere il sistema economico sostenibile in termini ambientali e sociali, e dice che è proprio il modello stesso di globalizzazione, che aveva abolito il “sociale” per la preminenza del “mercato” e delle merci, che deve essere rivisitato e riconsiderato perché risultato completamente distruttivo.

Visto comunque che si possa ritenere, onestamente, che non abbia funzionato per i molti e che il gran disastro ambientale chiaramente non possa essere affrontato sempre più con la tassazione degli individui o con il blocco dei trasporti e della mobilità a causa di mezzi così deleteri e violentemente imposti dal “mercato”. “Lo stesso neoliberismo ha cambiato il significato del tempo economico prendendo in prestito la sua ricchezza dal futuro”, (“Shock economy“, 2007, Naomi Klein), e lasciandolo a debito.

Questi due paesi (GB USA) vogliono oggi la mobilità del capitale, ma non più quella del lavoro. Si stanno quindi districando dal modello che hanno promosso a loro vantaggio in questi decenni. Gli altri paesi, e certamente quelli dell’Europa occidentale, sono indirettamente vassallati, e rimangono ormai irretiti e dipendenti dal capitale americano. Il neoliberismo anglosassone è diventato, in effetti, un neocolonialismo. Basti pensare al futuro e alla dipendenza totale dei paesi europei dall’espansione digitale proveniente principalmente dagli Stati Uniti. Tipo le cosiddette FANG: Facebook, Amazon, Netflix, Google, oggi veri padroni del “libero” mercato.

Abbiamo giustamente creduto che il multilateralismo fosse il garante della prosperità mondiale, ma due potenze mondiali lo stanno estrapolando. Abbiamo anche forse confuso la globalizzazione con il tempo delle colonie. O, più precisamente, avevamo pensato di colonizzare altri paesi in via di sviluppo, attraverso una delocalizzazione della nostra produzione, senza capire che l’Europa stessa fosse diventata la colonia degli Stati Uniti, paese che oggi si sottrae alla mondializzazione da essa promossa e voluta, lasciandoci nudi.

Ma attenzione! Se il neoliberismo è in una fase di contrazione, ciò non significa che il capitalismo sia tranquillo. Al contrario! Crescerà e si rilancerà in questo marasma di deregulation totale. Una buona domanda è se il populismo che ha accompagnato questi sviluppi britannici e americani avrebbe potuto diffondersi in Europa. Dopotutto, stiamo ancora vivendo, forse con ritardo, i cambiamenti sociali anglosassoni. Forse è vero, ma sicuramente in un modo diverso visto che l’Europa ha fondato la nozione di welfare state nello Stato. In Europa sembra esserci un rifiuto degli Stati che non sono riusciti a proteggere le loro popolazioni dai misfatti del neoliberismo. Dalla crisi del 2008, il lavoro è diventato precario e il potere contrattuale dei lavoratori è limitato in un’economia che ora è digitale e robotica. L’Europa è minacciata di disoccupazione endemica e strutturale per le persone meno qualificate, dalla povertà, mentre la mobilità dei capitali mette in competizione i sistemi sociali tra loro in una guerra fratricida.

Come ricostruire una società di apertura nell’intelligenza, nella giustizia sociale e nella sicurezza? Oppure bisogna rimanere in una società spaventata che frammenta le classi sociali, radicalizza attaccamenti territoriali, di affinità linguistiche e culturali, terreno sempre fertile per un capitalismo nuovo, rampante e disgregante? Come convincersi oggi, (magari in Italia con una cultura berlusconiana di bassissimo livello borghese, dilagante da anni e potenziata e educata volutamente da tutti i mass media), che gli individualismi debbano essere riuniti in progetti collettivi diretti o sostenuti da uno Stato o da comunità locali al servizio del bene sociale comune, e risolutamente rivolto alla prevalenza del benessere delle generazioni future?

Una nuova Comunità europea – questa Unione è in piena disgregazione e presto chiuderà un’altra conseguente e drammatica parentesi -, dovrà comportare un nuovo patto sociale equilibrato e federale, il ripristino di un autentico dialogo sociale e un’assoluta considerazione ecologica, anche se questi tre obiettivi sono, per certi aspetti e a breve termine, contraddittori. Se si chiude una parentesi anglo-sassone durata 40 anni, l’Europa deve ritrovare questo misterioso percorso sociale che combini la responsabilità del capitalismo (perché non se ne esce) con la giustizia sociale.

Che non si sappia verso dove si vada crea inquietudini esistenziali e abolisce “certezze” che in verità certezze non sono; ma continuare senza un ritorno al sociale, al solidale e al collettivo mostra inequivocabilmente che quella è una vecchia strada e non è più percorribile. Chi può rinverdire quelle luci deve farlo, senza remore e retro-ideologie.

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