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Dalla parte del Lavoro: Assemblea di “Patria e Costituzione” – (interventi e video)

Riportiamo il link della registrazione video dell’assemblea di fondazione dell’associazione Patria e Costituzione – Dalla parte del Lavoro che si è tenuta a Roma lo scorso 8 settembre e due degli interventi più significativi, quello dell’economista Vladimiro Giacché e quello di Gianpasquale Santomassimo.

 

L’evento è stato organizzato da Associazione Patria e Costituzione.

Sono intervenuti: Floriana D’Elia (ricercatrice presso l’Unità di Ricerca «Microeconomia» dell’ISAE), Stefano Fassina (deputato, Liberi e Uguali), Alfredo D’Attorre, Giampasquale Santomassimo (componente della Direzione della rivista «Passato e presente»), VladimiroGiacchè (economista, presidente del Centro Europa Ricerche), Massimo D’Antoni (professore), Nello Preterossi (professore), Chiara Zoccarato (militante del Network per il Socialismo Europeo), Antonio Lettieri (presidente del Centro Internazionale Studi Sociali (CISS)), Fabio Frati (sindacalista di base dell’Alitalia), Felice Besostri (avvocato amministrativista), Francesco della croce (militante dell’Associazione Patria e Costituzione), Lionello Cosentino (esponente di Articolo Uno – MDP di Roma), Antonio Florida (militante dell’Associazione Patria e Costituzione), Romano Onofrio (militante dell’Associazione Patria e Costituzione), Alessandro Somma (professore), Carlo Formenti (filosofo), Lanfranco Turci, Sergio Cesaratto (professore), Gabriele Pastrello (professore), Paolo Borioni (professore), Ugo Boghetta, Alberto Benzoni (presidente dell’Associazione Culturale Roma Nuovo Secolo), Samuele Mazzolini (ricercatore in Teoria politica presso la University of Essex), Giovanni De Corato (membro della Direzione Nazionale di Sinistra Italiana), Domenico Moro (sociologo ed economista), Paolo Ortelli (militante dell’Associazione Patria e Costituzione), Fabio Perrone (militante dell’Associazione I Pettirossi).

Link della Registrazione video dell’assemblea: 

https://www.radioradicale.it/scheda/550842/dalla-parte-del-lavoro-assemblea-nazionale-di-avvio-dellassociazione-patria-e

 


 

Vladimiro Giacché – Intervento all’assemblea di presentazione dell’associazione “Patria e Costituzione”

8 Settembre 2018

Roma, Campidoglio, 8 settembre 2018

L’incontro di oggi ruota attorno a 3 parole: lavoro, patria e Costituzione

L’idea di fondo è che oggi il lavoro (gli interessi dei lavoratori) possa essere difeso soltanto attraverso un patriottismo costituzionale.

La patria di cui parliamo oggi ha una specifica genesi e una specifica configurazione storico/istituzionale: è la Repubblica nata dalla Resistenza antifascista e contro l’invasore nazista, una Repubblica che ha per l’appunto la Costituzione (i valori cui si ispira, i diritti che rende esigibili) quale architrave istituzionale e stella polare delle sue leggi e dell’operato dei suoi organi statuali.

Dire questo oggi, e soprattutto praticare una politica conseguente, non è più scontato. Non lo è da anni, in verità.

Il primo motivo di questo è lo svuotamento/negazione della Costituzione da parte dei Trattati europei e della legislazione che a essi si ispira.

Un esempio tra i molti possibili: il recepimento nella nostra legislazione della sola Unione bancaria europea pone in discussione (nega) ben 3 articoli della Costituzione:

  • l’art. 43, che in coerenza con l’importanza attribuita al settore pubblico dell’economia dalla Costituzione, prevede la possibilità di espropriare  “a fini di utilità generale” (con indennizzo) “imprese o categorie di imprese…che abbiano carattere di preminente interesse generale”;
  • l’art. 47, secondo il quale la Repubblica tutela il risparmio “in tutte le sue forme”, e quindi senz’altro nella forma di deposito di conto corrente;
  • e, se passerà la cosiddetta riforma delle banche di credito cooperativo prevista dalla L. 49/2016, anche l’art. 45, il quale prevede che “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”. Queste banche, infatti, saranno in riunite in gruppi con a capo una S.p.A. quale capogruppo, e quindi saranno assoggettate alle regole delle società per azioni, che hanno ovviamente finalità di lucro. (A quest’ultimo riguardo va precisato che il nostro Paese è andato anche ultra petita, operando una trasformazione del credito cooperativo in società per azioni che altri Paesi europei si sono ben guardati dall’effettuare. Ma anche questa è una ricorrente caratteristica del nostro “stare in Europa”…).

Questo non è casuale, ma l’espressione di una contraddizione di fondo tra la Costituzione italiana e i Trattati europei.

Ogni Costituzione rappresenta un punto di equilibrio tra interessi e valori in conflitto e al tempo stesso esprime un modello di società.

Nel caso della Costituzione italiana questo modello è rappresentato, come vide bene Hyman Minsky in un suo intervento del 1993, da “un capitalismo interventista nel quale lo Stato ha un posto rilevante e che è reso flessibile grazie all’azione della banca centrale”.[1]

Ma questo modello (comune ad altre Costituzioni del dopoguerra) nella Costituzione italiana è stato arricchito dal concetto dinamico di “democrazia progressiva”, per il quale la democrazia ha il compito di promuovere l’eguaglianza e la libertà dei cittadini, visti come termini indissolubili.

Pertanto nella Costituzione italiana non soltanto il lavoro (la Repubblica è “fondata sul lavoro”, art. 1) e il diritto al lavoro sono menzionati nei primi articoli: “la repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” (art. 4), ma esso (e il diritto “a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”: art. 36) è centrale per garantire la realizzazione stessa della democrazia. Infatti, come recita il comma 2 dell’art. 3 della Costituzione, “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.

Gli articoli 3 e 4 della Costituzione rientrano tra i “Principi fondamentali” (artt. 1-12) della Costituzione. Essi non sono abrogabili e rappresentano le finalità che devono essere assolutamente perseguite dalla Repubblica.

Gli articoli successivi, e in particolare i “Rapporti economici” enunciati agli articoli 35-47, costituiscono gli strumenti considerati dal Costituente necessari per perseguire quelle finalità. Essi disegnano un’economia mista, in cui non vi è una preferenza per una forma di proprietà o l’altra (privata, pubblica, cooperativa),ma è comunque attribuita notevole importanza al settore pubblico dell’economia (si veda l’art. 43 già citato).

È difficile immaginare un mondo più lontano da questo di quello disegnato nei Trattati europei, almeno a partire dall’Atto Unico Europeo e con estrema chiarezza a partire da Maastricht.

E’ sufficiente leggere i Trattati per intendere che nell’Unione Europea, e in particolare nell’eurozona, per restare alla tassonomia stabilita da Minsky, “da un capitalismo interventista nel quale lo Stato ha un ruolo rilevante e che è reso flessibile grazie all’azione della banca centrale”, siamo tornati al sistema precedente: “un sistema che possiamo caratterizzare come un capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo marginale, che è vincolato dal sistema aureo ed è ispirato alla filosofia del laissez-faire”. Il sistema aureo oggi si chiama “euro”.

“Forte concorrenza”, “stabilità dei prezzi” e “indipendenza della Banca centrale” dai governi: già a una prima lettura dei Trattati europei emerge come siano questi i principi sovraordinati agli altri.

Ma ce n’è uno più sovraordinato degli altri. Esso compare nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), nella parte che riguarda la “politica economica e monetaria”, all’art. 119: “…l’azione degli Stati membri e dell’Unione … comprende una moneta unica, l’euro, nonché la definizione e la conduzione di una politica monetaria e di una politica del cambio uniche, che abbiano l’obiettivo principale di mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo questo obiettivo, di sostenere le politiche economiche generali nell’Unione conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. La stessa formulazione viene ripetuta all’art. 127, a beneficio dei lettori disattenti.

Da Maastricht in poi, il valore supremo dei trattati europei è la stabilità dei prezzi. Non è presente, invece, alcun riferimento all’occupazione (a differenza di quanto accade negli USA in cui essa è contemplata nello statuto della Fed).

Questo concetto-guida (si fa fatica a parlare di “valore”) non soltanto non è presente nella Costituzione italiana, ma è contraddittorio rispetto al diritto al lavoro da essa previsto. Per un motivo molto semplice: perché in questo contesto anche solo politiche economico-fiscali di stampo keynesiano a sostegno della domanda aggregata finalizzate alla piena occupazione sono proibite in quanto genererebbero inflazione.

Chi avesse pensato che si trattava di una contraddizione puramente teorica ed eventuale è stato smentito durante la crisi, grazie alla centralità del tasso naturale di disoccupazione (o tasso di disoccupazione non inflazionistico) nella determinazione, da parte della CE, dell’indebitamento strutturale e quindi delle politiche di espansione massime consentite. Non entro nel merito dell’utilizzo come “tavole della legge” di uno strumentario legato all’approccio teorico dell’economia neoclassica, di valore scientifico quantomeno opinabile, e vado al punto essenziale. Quel tasso di disoccupazione, determinato dalla Commissione Europea, per l’Italia da anni si colloca tra il 10% e il 12%. Il tasso di disoccupazione effettivo calcolato dall’Istat era del 10,4% a luglio 2018. Ne consegue che praticamente nessuna politica economica espansiva è consentita.

Ma, soprattutto, è considerato “naturale” un tasso di disoccupazione superiore al 10% delle forze di lavoro. Questa impostazione sarebbe apparsa folle ai nostri Costituenti. Ma è coerente con il Trattato di Maastricht. Se seguo il Trattato di Maastricht devo subordinare alla stabilità dei prezzi il perseguimento del diritto fondamentale previsto dalla Costituzione repubblicana.

Il modello di società dei Trattati europei è quindi estraneo e incompatibile rispetto a quello prefigurato dalla nostra Costituzione. È un modello sociale regressivo, nato sull’onda del fondamentalismo di mercato conseguente al crollo del muro di Berlino, del trionfo dell’ideologia neoliberale e delle farneticazioni dei primi anni Novanta sulla fine della storia.

Esso prevede: a) uno Stato residuale, il cui ruolo è confinato all’intervento in caso di “fallimenti del mercato” (non vi è neppure più l’equivalenza tra forme di proprietà prevista dal Trattato di Roma); 2) una “forte competizione” tra paesi fondata sul dumping fiscale e sul dumping sociale (come è noto, in particolare sul secondo aspetto – ma in verità anche sul primo – si è fondato il successo commerciale della Germania dal 2005 in poi).

Ora, questo meccanismo, in una situazione di cambi fissi (la moneta unica), è semplicemente distruttivo, in quanto impedisce ogni politica economica diversa dal recupero di competitività fondato sulla svalutazione interna, ossia sulla deflazione salariale.

In questo contesto istituzionale e normativo, insomma, la generalizzazione dell’agenda 2010 di Schröder diventa economicamente obbligata (anche se essa deprime la domanda interna all’area e comporta una politica mercantilistica destabilizzante al di fuori di essa – che causa manovre ritorsive: vedi alla voce Trump).

La radice delle politiche di austerity e antisociali è nei Trattati.

Questo modello, di cui la moneta unica è parte integrante, ha consentito che si creassero gravissimi squilibri di bilancia commerciale tra i paesi dell’eurozona, che sarebbero stati impossibili in un regime a cambi flessibili.

Questi squilibri sono stati ulteriormente aggravati dalla gestione della crisi e dalle politiche pro-cicliche distruttive imposte ad alcuni paesi, tra cui il nostro.

Questo ha alterato i rapporti di forza in Europa in misura tale che la concorde “condivisione di sovranità” a favore dell’Unione Europea, di cui spesso si favoleggia, è risultata in realtà fortemente asimmetrica a favore dei paesi creditori (di cui la CE è stata l’agente durante l’intero percorso della crisi), divenendo una cessione unilaterale da parte degli Stati in difficoltà (qui giova ricordare che la nostra Costituzione parla, all’art. 11, di “limitazione” e non di cessione).

Risultato della gestione europea della crisi è stata la localizzazione principalmente nei paesi debitori della capacità produttiva in eccesso e quindi da eliminare: in questi paesi si è avuta una rilevante distruzione dell’apparato industriale (in Italia la capacità produttiva perduta è arrivata al 20% del totale), e in qualche caso una progressiva spoliazione (esemplari al riguardo le privatizzazioni in Grecia).

In altre parole: alcuni sistemi-Paese hanno vinto, altri hanno perso, in una guerra tra capitali intrecciata con meccanismi classici della lotta di classe.

Non vedere questo oggi in Europa significa essere ciechi.

E qui dobbiamo porci alcune domande: come è stato possibile tutto questo? E soprattutto: come è possibile che di fronte a tutto questo vi sia ancora qualcuno che, a sinistra, vede il problema nella nostra presunta incapacità di “fare i compiti a casa”?

Come è possibile che non si vogliano vedere le dinamiche schiettamente neocoloniali in opera ad esempio nel caso greco?

Tutto questo è possibile a causa dall’adesione pressoché totale delle forze politiche di questo paese, a cominciare da quelle di sinistra, a un paradigma (a una filosofia della storia) che contiene tre elementi fondamentali:

  1. L’asserita fine dello Stato (il suo necessario stemperarsi in un insieme più grande – che curiosamente non si riesce a immaginare in modo diverso da un Superstato…), vuoi a causa di una dimensione “inadeguata” a fronte della globalizzazione, vuoi a causa del suo costituire un “relitto barbarico” (la definizione che Keynes dava dell’oro) a fronte del necessario affermarsi di una dimensione internazionalista dell’agire politico.
  2. L’asserita assoluta superiorità del mercato quale strumento di regolazione dell’attività economica rispetto al suo indirizzo/coordinamento consapevole (che significa: contrapposizione del Mercato allo Stato, ma anche della spontaneità dei processi economici alla scelta politica e alla decisione democratica).
  3. Conseguentemente, l’immediata identificazione dei “veri” interessi nazionali con un’integrazione europea che almeno dall’Atto Unico Europeo ha quale obiettivo preminente la liberazione delle forze di mercato.

L’adesione a questa filosofia della storia è stata pressoché totale a sinistra (soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica).

Essa ci ha regalato negli ultimi tempi fenomeni degni di studio: ex teorici della “geometrica potenza” che auspicano il commissariamento dell’Italia da parte dell’Unione Europea; ex lottatori continui che deplorano lo “statalismo” quale “componente necessaria del sovranismo” e ravvisano nell’adesione a quest’ultimo il “rifiuto dell’interdipendenza economica”; quotidiani “comunisti” che trattano il tema dello spread come un Sole 24 Ore (o, peggio, come un Oettinger) qualunque; instancabili cacciatori di “rossobruni” che ricordiamo silenti allorché la banca d’affari JP Morgan in un suo report ammoniva circa la necessità di superare le obsolete costituzioni antifasciste, caratterizzate da una eccessiva protezione del lavoro…

Si potrebbe continuare a lungo. Ma non è importante insistere su questo (si tratta in gran parte di fenomeni pertinenti al folclore politico-giornalistico, e in quanto tali di corto respiro). Il punto è un altro: quel paradigma è interamente falso. In effetti,

  1. Non è vero che lo Stato nel XXI secolo non conti più. E lo abbiamo visto in occasione dei bailout pubblici delle banche di mezzo mondo, per entità privo di precedenti storici. Del resto, la riscoperta della materiality of nations – e del carattere ideologico del cosmopolitismo – è uno dei risultati più convincenti del recente indirizzo di ricerca marxista denominato geopolitical economy.
  2. Quanto alla contrapposizione tra autoregolazione dell’attività economica (mercato) e suo indirizzo/coordinamento consapevole (Stato), non occorre neppure entrare in dispute teologiche sulla superiorità ontologica dell’uno o dell’altro. Basta osservare che un mercato allo stato puro non esiste e non è mai esistito, neppure nella cosiddetta epoca d’ora del liberalismo: “capitalism does not, cannot and has never relied on a strict demarcation between the state and market”.[2] In tutta l’età moderna lo sviluppo del modo di produzione capitalistico è inscindibile dall’intervento dello Stato: dall’accumulazione originaria all’apertura di mercati tramite le cannoniere; dal protezionismo (correttamente antiricardiano) che ha protetto le potenze commerciali nascenti sino a due guerre mondiali nate dalla lotta per l’egemonia tra le principali potenze capitalistiche; e ancora dalla costruzione di un welfare State fortemente condizionato dalla presenza dell’Unione Sovietica e dalla conseguente competizione tra sistemi alle ondate di finanziarizzazione che hanno consentito agli Stati Uniti di mantenere la loro egemonia quale Stato-centro del sistema mondo capitalistico, tentando di rallentare l’evolvere degli equilibri economici verso la multipolarità (a sua volta resa possibile dall’indubbio successo di alcuni esperimenti contemporanei di capitalismo di Stato). È questa finanziarizzazione, finalizzata al mantenimento della centralità del dollaro, che è stata chiamata globalizzazione (e da Rodrik iperglobalizzazione). Essa è stata messa in crisi, una crisi probabilmente definitiva, dalla Grande Recessione.
  3. Non vi è alcuna armonia prestabilita tra la salvaguardia degli interessi nazionali e del lavoro e il procedere della costruzione europea.

Questa illusione è il frutto di un approccio doppiamente ideologico, che vede nelle istituzioni europee un luogo irenico dove non si verifica alcuno scontro tra interessi nazionali in competizione e non si esercita alcuna influenza del grande capitale industriale e finanziario.

La falsa opposizione tra angustia delle “piccole patrie” e la presunta apertura internazionalistica dell’UE è falsa per molti motivi, ma anche per questo: perché oggi nella bandiera europea sono avvolti gli interessi (delle classi dominanti) di alcune nazioni, con altre nazioni che sono state già ridotte a protettorati e altre che sono prossime a questo poco invidiabile status. Nell’UE le prime potenziano la propria sovranità, le altre la vedono ridursi.

Concludo.

Dobbiamo ripartire dalla Costituzione.

Essa deve tornare a essere il metro di valutazione dei trattati internazionali, ivi inclusi i Trattati europei.

Più precisamente, occorre tornare

  • alla sovranità democratica e costituzionale espressa dalla nostra Costituzione, sovranità il cui unico luogo democraticamente legittimato – giova ripeterlo – resta lo Stato nazionale,
  • a rapporti tra le nazioni (europee innanzitutto) fondati sul reciproco rispetto e il reciproco interesse, abbandonando tanto la falsa pista rappresentata dal Trattato di Maastricht quanto il pathos mistificatorio della presunta necessità di un Superstato europeo.

Personalmente ritengo che questa oggi sia anche l’unica chance per ridare qualche speranza a un progetto europeo che voglia essere qualcosa di diverso da quello che è oggi: la copertura ideologica di interessi oligarchici, profondamente antipopolari e antidemocratici.

Ma la cosa più importante è un’altra: questa è l’unica possibilità per consentire al lavoro di tornare ad affermare i propri diritti, in questo Paese e altrove.

E quindi anche per restituire un orizzonte politico a quello che un tempo definivamo sinistra. Che, o serve a questo, o perde la sua ragion d’essere.


[1] Per il contesto dell’affermazione di Minsky si veda il mio Costituzione italiana contro Trattati europei. Il conflitto inevitabile, Reggio Emilia, Imprimatur, 2015)

[2] Così Radhika Desai nel suo Geopolitical economy, London, Pluto Press, 2013, p. 278.

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Relazione di Gianpasquale Santomassimo per “Patria e Costituzione”.

Qui di seguito il testo della mia relazione per “Patria e Costituzione”.
Roma, 8 settembre 2018

Ci troviamo probabilmente all’interno di una vera e propria rivolta popolare in atto nel continente. Che si esprime nelle forme pacifiche di un sommovimento elettorale e che tende ad assumere, per la disastrosa politica delle sinistre tradizionali, una forte connotazione di destra, dal punto di vista politico e culturale.
E’ un esito che non giunge per la verità inatteso, che viene dopo un quarto di secolo di impoverimento costante, di erosione tangibile delle garanzie dello stato sociale, di stagnazione permanente e di perdita di prospettive credibili per le generazioni più giovani. Assistiamo a una gigantesca sostituzione di rappresentanza sociale, che vede i ceti popolari cercare spesso a destra protezione e sicurezza (sicurezza che è una dimensione globale, che significa in primo luogo sicurezza del lavoro e nel lavoro, sicurezza sul terreno della salute e dell’assistenza, e che solo in ultima analisi significa anche tutela dell’ordine pubblico). Una inversione di ruoli e di rappresentanza di ceti e di stili di vita, raffigurato plasticamente da tutte le analisi del voto degli ultimi anni, che hanno contrapposto benestanti soddisfatti dei centri cittadini a popolo delle periferie che esprimeva un bisogno al tempo stesso di ribellione e di protezione. E lasciando alla sinistra la rappresentanza di un ceto medio più o meno riflessivo, fatto di benestanti soddisfatti degli esiti provvisori della globalizzazione e dei diritti civili acquisiti.
Ma quel segno prevalente di destra non è univoco: dove esiste una nuova sinistra degna di questo nome, essa prende le distanze dai miti dell’ultimo trentennio e partecipa in forma autonoma alla lotta contro l’establishment europeo. Anche dalla sua capacità di incidere dipenderanno gli esiti finali di questo processo.

La sinistra italiana purtroppo non fa parte di questo quadro.
E invece avremmo bisogno di una sinistra che sappia parlare al popolo, di intenderne quantomeno i problemi. Potremmo anche parlare di populismo, senza rinchiuderci in dotti seminari su Laclau. Populismo e non plebeismo o peggio ancora, come si dice oggi, “gentismo”, collegandoci invece alla tradizione del movimento operaio italiano.
Ha senso proporsi di riorganizzare la sinistra solo se si ha l’obiettivo di contendere alle destre il consenso popolare, non schierarsi dalla parte delle oligarchie o rinserrarsi nel presidio del 3-4 per cento a cui si riduce da un decennio la cosiddetta “sinistra radicale” nel suo complesso, del tutto incapace di parlare alla società italiana.

Come siamo arrivati a questo? Perché un paese che aveva prodotto una delle sinistre più agguerrite del continente si è ridotto a elaborare il lutto dell’assenza e dell’irrilevanza?
Gli storici dell’immediato futuro dovranno ripercorrere senza sconti la parabola dolorosa che porta dall’eredità di Gramsci e Matteotti fino a Benetton. Si può e si deve tornare indietro, senza eccedere, alla ricerca dei limiti di una tradizione, individuando però i momenti e i nodi decisivi, che vedono probabilmente la grande mutazione della rivoluzione individualistica degli anni 80 come tornante decisivo di una storia nuova nella quale siamo stati immersi fino ad ora. Ma questo vale per tutto l’Occidente; per il nostro paese la soluzione di continuità avviene all’inizio degli anni 90. Oggi comprendiamo bene che accanto alle tappe cruciali dello smantellamento del sistema politico per via giudiziaria e dell’abbandono della civiltà del proporzionale per via referendaria bisogna mettere a fuoco anche e soprattutto l’accettazione del “vincolo esterno” dei trattati europei, che interviene proprio negli ultimi sussulti di un sistema politico destinato a venire travolto ben presto dagli eventi.

NODO EUROPEO

Nell’arco della sua storia l’ideale europeistico ha conseguito risultati importantissimi, che non andranno lasciati cadere nel progressivo disfacimento dell’Unione: si pensi solo all’armonizzazione dei principi giuridici, all’abolizione della pena di morte che continua imperterrita a restare in vigore in molti Stati degli Usa; si pensi alle grandi conquiste sul terreno dei diritti civili e individuali, che hanno rappresentato del resto la frontiera pressoché unica della sinistra occidentale.
Ma da Maastricht in poi il potere delle élites europee ha proceduto con spietata determinazione a smantellare le fondamenta dello Stato Sociale europeo, vale a dire la creazione più alta che i popoli europei avevano conseguito nella seconda metà del Novecento, distruggendo quindi quello che era ormai l’elemento caratterizzante della stessa civiltà europea.
Era parte di un lucidissimo ed esplicito progetto volto a impedire qualunque orizzonte socialista nel continente, e anche a smantellare i residui del compromesso keynesiano dell’”età dell’oro” dell’Occidente.
Il caso italiano è esemplare da questo punto di vista.
Fragili élites, circoli del bridge, gruppi di potere che non sarebbero mai stati in grado di conquistare egemonia per via democratica hanno usato spregiudicatamente il «vincolo esterno» per conseguire quei risultati che i rapporti di forza in passato negavano.
L’accettazione di questo vincolo da parte delle classi dirigenti italiane ha distrutto un meccanismo di sviluppo che si era basato sul sostegno delle politiche statali, e ha condannato il nostro paese a una stagnazione che appare senza fine. Un comportamento contrario all’interesse nazionale.

PATRIOTTISMO

Breve digressione sul patriottismo. Il tema ha una certa attualità, che però va circoscritta al suo significato politico, che va contrapposto alle fantasie asseverative sulla fine dello Stato-nazione circolate a lungo a sinistra.
Cito da Silvio Lanaro, Patria. Circumnavigazione di un’idea controversa, tra le poche cose sensate prodotte dal lungo dibattito italiano attorno a questi temi, che scriveva: “la patria è l’unico luogo di aggregazione morale, civile e spirituale in grado di garantire la pluralità delle esperienze esistenziali di cui oggi possono godere gli uomini e le donne in questa tarda ora del secondo millennio, permettendo loro di affrontare i problemi della vita di relazione, senza l’angosciosa insicurezza del viandante e dell’esule”.
Di fronte a un internazionalismo che vede in azione ormai solo fondamentalismi religiosi o finanziari, è inevitabile la ricerca di una dimensione di «protezione e rassicurazione esistenziale», di «affinità, consonanze, parentele ideali e morali», parte di una «autorappresentazione senza la quale nessun gruppo sociale è in grado di vivere e sopravvivere».
Ecco, diciamo pure che l’amor di patria, in sobria dose, è un sentimento necessario per la sopravvivenza dei singoli e delle collettività, ma non credo possa diventare elemento centrale di una proposta politica. Il recupero di sovranità è per noi indispensabile perché è l’unica condizione che può consentire – con fatica – di riattivare il meccanismo di sviluppo che i termini del “vincolo esterno” intesero tagliare alla radice, impedendo l’intervento statale e condannando l’Italia a una lunga stagnazione trentennale.
Però va ricordato che a suo tempo criticammo con ragione il ciampismo storiografico, e l’esaltazione patriottarda di un Risorgimento mummificato, corrispettivo alla cessione di sovranità nei confronti dell’Europa di Maastricht: le due cose si tenevano assieme, anzi era proprio la sudditanza perseguita che esigeva l’enfasi su un patriottismo esteriore. Il meccanismo può anche ripetersi in futuro.
E senza dimenticare mai la tradizione francese, che insegna come il patriottismo possa diventare l’”ultimo rifugio” di comportamenti assai discutibili.
Ma qui ed ora la discussione è concretissima, non è ideologica o simbolica: o recuperi sovranità e ti riappropri degli strumenti per fare politica autonoma oppure obbedisci alla Commissione di Bruxelles.

MA COSÌ SI RITORNA AGLI STATI NAZIONALI!

E’ una delle affermazioni ricorrenti nel calderone di frasi fatte di cui si sostanzia la retorica europeista. Si tratta con ogni evidenza di una illusione ottica, perché dagli stati nazionali non siamo mai usciti, ed è anzi l’unica realtà che sorregge la costruzione europea, fondata sull’equilibrio di interessi nazionali più o meno forti, dove i più forti prevalgono e i più deboli si lasciano soverchiare, magari organizzando per i sudditi simpatiche gite a Ventotene.
Anche un ipotetico “Superstato” europeo risponderebbe agli stessi rapporti di forza, lasciando all’inutile Assemblea il gusto meschino di deliberare sulla curvatura dei cetrioli e sull’estetica dei pacchetti di sigarette.
Il vero “sovranismo” che bisogna temere è quello di un Superstato che spadroneggi senza più limiti sulla vita sempre più precaria dei sudditi. Ai quali non rimane altra risorsa che difendere quanto è possibile della propria sovranità costituzionale.
Lo spazio nazionale – da intendersi come non unico, non esclusivo – è inevitabilmente il terreno di lotta irrinunciabile per qualunque politica che voglia modificare lo stato di cose esistente perché, ci piaccia o meno, gli assetti europei si definiscono attraverso la composizione di un equilibrio conflittuale tra interessi nazionali.
Interesse nazionale – termine scomparso dal lessico della sinistra.

Tutti possono constatare che l’Europa così come è stata costruita dai primi anni ’90 ad oggi non è riformabile, e che si è tradotta in una regressione sul piano economico e sociale per il nostro e per altri popoli europei.
Il che non significa necessariamente smantellare tutto, ma tornare – permettetemi una citazione – a quello slancio “di creatività e anche di ‘sana disunione’: cioè dare più indipendenza, dare più libertà ai Paesi dell’Unione“ di cui parlava qualche tempo fa un osservatore argentino che risiede in Vaticano, e che sa che la grandezza della civiltà europea si è costruita attraverso il rispetto delle diversità (la “sana disunione”) e di un equilibrio tra vocazioni e interessi che possono confliggere.
La grandezza della civiltà europea, il segreto che ha consentito ad essa di raggiungere traguardi insperabili sulla base della sua modesta consistenza territoriale, sta proprio nell’assenza di un centro dominante, nella capacità di praticare una politica di equilibrio sia pure conflittuale.
Non a caso le utopie di una Europa unificata si svilupparono attorno ai tentativi di assoggettamento militare, esperiti con ideologie e contraccolpi molto diversi, da Napoleone e da Hitler.
Nella demonizzazione degli Stati nazionali è divenuto luogo comune imputare ad essi il fenomeno delle guerre, come se guerre non ve ne fossero state prima della loro affermazione ottocentesca. Si dimentica quella che gli storici hanno chiamato la “pace dei cento anni”, dal 1814/15 al 1914, periodo nel quale l’Europa conobbe solo piccole campagne militari e una breve guerra tra Francia e Prussia nel 1870. Un secolo nel quale la guerra più sanguinosa fu la guerra civile americana coi suoi 600.000 morti, cifra che appare quasi irrisoria a fronte dei milioni di vittime del secolo successivo.
La catastrofe delle guerre mondiali avvenne proprio dalla volontà di forzare l’equilibrio tra stati nazionali da parte di imperalismi in lotta.
Una velleità che continua ad operare sottotraccia anche dopo Maastricht, e che ha prodotto recentemente i disastri della Libia e della Siria.

La forzatura degli Stati Uniti d’Europa, che nessuno veramente vuole tranne pochi fanatici (ma molto influenti nell’establishment), va evitata. Che si proponga di inaugurarla con l’esercito europeo è fattore di allarme e provocherà un solco sempre più marcato nei sentimenti popolari, già oggi largamente estranei alla retorica europeista delle élites.
Gli elementi “sovranazionali” presenti oggi nella nostra vita (dogane, frontiere, e mettiamoci pure l’Erasmus tanto caro alla retorica di molti) sono frutto di accordi fra stati. Sono sempre revocabili, e negli ultimi anni gli accordi di Schenghen sono stati sospesi da molti paesi dell’UE. Diverso il discorso sulla moneta, che ha una costrizione molto più stringente e che non prevede vie di uscita non traumatiche (chiedere ai greci al riguardo).

In Italia protagonista culturale della sudditanza è stato il mondo azionista, vero o sedicente tale, che replicava i suoi antichi miti sull’arretratezza congenita di un’Italia levantina, che non aveva avuto la Riforma protestante, e che senza la briglia europea rischiava di scivolare nel Mediterraneo o in Africa. L’Europa che doveva insegnare ai giovani la durezza del vivere come teorizzava Padoa-Schioppa.
Poi si sono aggiunti i postcomunisti, ed è stato l’apporto decisivo.
L’europeismo ha fornito una ideologia sostitutiva alla sinistra, di governo come di opposizione, che ha trovato una utopia letale da abbracciare dopo il fallimento di tutte le precedenti, con lo stesso spirito acritico (e un po’ trinariciuto, diciamolo pure) del passato. Non solo ideologia, ma anche religione civile prima e religione profana in seguito.

Oggi assistiamo alla crisi della sinistra liberal nelle sue varie declinazioni (in tutto l’Occidente, ma particolarmente in Italia). Tanto la sinistra moderata quanto la cosiddetta “sinistra radicale”, che è stata l’ala estrema della stessa ideologia, intransigente nella rivendicazione dei diritti civili ma distratta nella difesa dei diritti sociali, e che si è riconosciuta in un “cosmopolitismo di maniera” e in un internazionalismo frainteso, che sembra ignorare lo stesso significato del termine, che vuol dire fraternità, solidarietà tra nazioni.

Non so se nelle scuole elementari di oggi si continui a ricordare come ai nostri tempi l’apologo del piccolo Hendrick, il bambino olandese che metteva il ditino nel foro della diga, lo teneva per tutta la notte e salvava il villaggio. La sinistra radicale oggi è piena di gente che si professa risolutamente europeista e spera che un giorno Babbo Natale induca le élites dominanti a regalarci una Europa solidale, che elimini o attenui le diseguaglianze, distribuisca diritti e provvidenze per i diseredati ecc. Quando una fortunata coincidenza astrale porterà al potere in tutti i paesi europei le sinistre gruppettare.

Ci muoviamo tutti, all’interno della sinistra italiana, nel solco della irrilevanza. Dovremmo tentare di uscirne, senza illudersi che sia un percorso breve, ma studiando con serietà cultura e prassi dei nostri avversari, col criterio dell’analisi differenziata, rinunciando a demonizzazioni grottesche e a testimonianze puramente consolatorie.
Ma in ogni caso voltando pagina rispetto alle fragili certezze del trentennio passato. I Fronti repubblicani non servono. Servirebbe una sinistra capace di contendere alla destra proprio quelle classi popolari che ha abbandonato nell’ultimo quarto di secolo.
Altrimenti la partita è segnata.

 

 

———-

 

 

Chi ha paura del patriottismo costituzionale?

 intervento di Nello Preterossi

 

 

Legare Patria e Costituzione non è affatto uno scandalo. Anzi, significa riscoprire un nesso necessario e fondante. Le comunità politiche poggiano su un senso di appartenenza collettiva. “Patriottismo costituzionale” sta a indicare la fedeltà a una comunità politica democratica e pluralista, sulla base dei principi fissati dalla Costituzione. Nel caso di quella italiana, la realizzazione del progetto sociale delineato dall’art. 3, l’autodeterminazione collettiva che presuppone l’inclusione attraverso i diritti (innanzitutto quelli del lavoro e sociali).  Un senso non meramente procedurale e formale, ma sostanziale, di patriottismo, all’insegna della giustizia distributiva.

A furia di ripetere il mantra della crisi dello Stato, del diritto pubblico e della stessa sovranità popolare, considerati ferrivecchi o addirittura regressivi, si è lasciato campo libero alla governance tecnocratica e alla polemica antidemocratica in nome delle “competenze” e delle élites “illuminate”, cioè dei ceti di “proprietà” e “cultura” (come li chiamava Rudolf Gneist nell’Ottocento).  Ma come si fa a pensare che negando lo Stato e la sovranità democratica si possa portare avanti un programma di sinistra sociale?

Il concetto di sovranità è scandaloso proprio perché in esso convergono grandezze (Stato, popolo, pubblico, autonomia della politica, identità collettive) oggi imprescindibili ai fini della lotta per l’effettività dei diritti sociali e la piena realizzazione di una democrazia progressiva.  Non è un caso che rimuovendoli o osteggiandoli si finisca per entrare in rotta di collisione con le istanze dei ceti popolari, e in oggettiva sintonia con quelle neoliberali. Lo Stato è democratizzabile, il mercato no. La sovranità non è, in quanto tale e necessariamente, un potere selvaggio come i poteri economici sregolati, tanto che è stata oggetto di appropriazione dal basso ed è potuta diventare il principio fondante della legittimità democratica (cioè una sovranità costituzionale). Anzi, per disciplinare i poteri economici, è necessario proprio tale potere pubblico, orientato a fini sociali. Mentre l’ordine spontaneo del mercato si è confermato una perniciosa illusione. Così, liquidando lo Stato (nazione) si finisce per liquidare anche la democrazia costituzionale.

Ovviamente, è chiaro che il potere è anche un rischio, e che deve essere controllato, ma pensare di poterne fare a meno è puerile: tanto più in un’ottica emancipativa, perché solo attraverso un grande artificio politico è possibile spostare i rapporti di forza. Mentre il potere dominante di natura economica si presenta come un “dato”, quasi una forza naturale, e non ha bisogno dell’attivazione di un’energia politica popolare a fini di trasformazione. Essere contro la sovranità popolare e lo Stato significa essere contro la Costituzione italiana: perché la garanzia effettiva dei diritti sociali e della dignità del lavoro passa dal plusvalore politico dello Stato sociale democratico e dalla riaffermazione del primato dell’interesse pubblico su quello privato (Genova docet).

Il termine “sovranismo” non ha senso, nell’uso che se ne fa oggi. È un passepartout polemico per squalificare l’interlocutore e sequestrare il dibattito, impedendo una discussione nel merito. Posto ciò, viene la tentazione di assumere il termine e rivendicarlo, come “metodo”: un approccio cioè, che rovescia le mitologie sul post-sovrano e il post-statuale, ribadisce la centralità  degli spazi politici concreti come contesti del conflitto, per reagire alla spoliticizzazione delle democrazie contemporanee e provare a rilanciare un’agenda pubblica autonoma rispetto a quella neoliberista.

La tesi secondo cui ormai sarebbe impossibile e illusorio recuperare sovranità democratica all’interno dello Stato-nazione è figlia dell’ideologia della naturalizzazione della globalizzazione. Come ha mostrato Luciano Gallino nella sua geneaologia del “finanzcapitalismo”, esso è il frutto di precise decisioni, non di processi oggettivi e automatici. Lo sviluppo tecnologico ha certamente accelerato l’interazione globale, ma politicamente freni e riequilibri sono oltre che necessari possibili (e in realtà già in atto, tanto che si parla di “deglobalizzazione”: che non significa necessariamente mettere indietro le lancette della storia, ma potrebbe rappresentare l’opportunità di uscire dall’assolutismo neoliberista). Infine, siamo così sicuri che la tesi sull’impraticabilità di una riterritorializzazione democratica sia descrittiva, e non serbi invece l’idea, tipica del “progressismo” neoliberale, che la globalizzazione sia un bene in sé e che qualsiasi sua messa in questione (anche di segno “costituzionale”), non sia augurabile?

A dispetto del gran discettare, nei decenni successi al 1989, di governo mondiale, governance e multilevel system of governament, la verità è che una democrazia sovranazionale non esiste (del resto, le forme politiche che l’Occidente ha inventato sono fondamentalmente tre: città, Stati e imperi; e quella più vicina alla forma multinazionale è l’impero). Non si dà, né si capisce cosa possa essere, una sovranità “sovranazionale”. Mentre una sovranazionalità “non sovrana” è, se possibile, ancora più vaga politicamente e soprattutto troppo debole rispetto ai poteri economici globali. Se l’Europa diventasse uno Stato federale (prospettiva che oggi appare irrealistica), sarebbe sovrana come “unione” (con le peculiarità date dalla preesistenza di unità politico-culturali diverse, che ne generano una nuova, di carattere federale). Sarebbe anche “sovranazionale”, questo Stato europeo, e in che senso? Se fosse uno spazio politico a pieno titolo, dovrebbe trovare un ubi consistam, un nucleo identitario in grado di definire un’appartenenza europea, che finirebbe per relativizzare (almeno in parte) le appartenenze nazionali, ma non in nome di una generica sovra o post-nazionalità, bensì in ragione di un comune patriottismo europeo.  Si pensi agli USA (che peraltro nascono wasp e diventano  multiculturali, più che multinazionali, e poggiano su una sorta di religione civile comune). In realtà, in riferimento all’Europa, probabilmente da un lato si è sottovalutato il peso degli accumuli di artificialità, di cui sono fatte le identità storico-culturali,  e quanto conta il fattore tempo nei processi di aggregazione politica; e dall’altro si è creduto erroneamente  di aggirare per via tecnica il “politico”, la decisione costituente. La reazione alla crisi finanziaria scoppiata nel 2007 e le scelte punitive verso la Grecia e gli altri Paesi del Sud hanno fatto il resto, consumando quel patrimonio di fiducia e cooperazione di cui ancora l’Europa disponeva.

Nel quadro del caos geopolitico globale (che ha smentito tutte le promesse del “nuovo ordine mondiale” e dell’humanitarian turn nel diritto internazionale, seguite alla caduta dell’Unione Sovietica), la perdita di coscienza del “politico” è stata esiziale per la cultura della sinistra. Liquidare tale coscienza come fascista, nazionalista, sovranista è risibile. L’internazionalismo è ben altra cosa dal globalismo liberale e da un generico cosmopolitismo. Togliatti lo aveva ben presente: come scrive in un articolo pubblicato su Rinascita nel 1945 (anno II, nn. 7-8),  intitolato emblematicamente Il patriottismo dei comunisti, “assai spesso i nemici dei lavoratori tentano di contestare il patriottismo dei comunisti e dei socialisti invocando il loro internazionalismo e presentandolo come una manifestazione di cosmopolitismo, di indifferenza e di disprezzo per la patria. Anche questa è una calunnia. Il comunismo non ha nulla di comune col cosmopolitismo. Lottando sotto la bandiera della solidarietà internazionale dei lavoratori, i comunisti di ogni singolo paese, nella loro qualità di avanguardia delle masse lavoratrici, stanno saldamente sul terreno nazionale. Il comunismo non contrappone, ma accorda e unisce il patriottismo e l’internazionalismo proletario poiché l’uno e l’altro si fondano sul rispetto dei diritti, delle libertà dell’indipendenza dei singoli popoli. É ridicolo pensare che la classe operaia possa staccarsi, scindersi dalla nazione. La classe operaia moderna è il nerbo delle nazioni, non solo per il suo numero, ma per la sua funzione economica e politica. L’avvenire della nazione riposa innanzi tutto sulle spalle delle classi operaie. I comunisti, che sono il partito della classe operaia, non possono dunque staccarsi dalla loro nazione se non vogliono troncare la loro radici vitali. Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trusts internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio. Essi non soltanto vendono, ma si vendono volentieri al migliore offerente tra gli imperialisti stranieri”.

Gramsci insiste ripetutamente sulla centralità della questione nazionale, dalla quale bisogna partire per inquadrare il nesso nazionale-internazionale. E sottolinea come il patriottismo costituisca, in una società secolarizzata, “il nesso reale tra governati e governanti” (Quaderni del carcere, ed. critica a cura di V.Gerratana, Einaudi, Torino 2007, p. 1237). C’è tutta una tradizione (da Machiavelli a Mazzini, da Montesquieu a Rousseau), che individua nel patriottismo un fattore storicamente progressivo di virtù civica. Come scrisse J.Godechot in La Grande Nazione, “il termine patrioti designa coloro che amano la propria patria, che vogliono rinnovarla per mezzo delle riforme o con una rivoluzione: sono i partigiani della rivoluzione”. Ha ragione Massimo Luciani a sottolineare come sia “davvero strano che in nome della Costituzione antifascista si abbandoni al fascismo quel che la Costituzione (stavolta con piena legittimazione) ha fatto proprio. I costituenti non ebbero la medesima, illogica, titubanza e parlarono liberamente di nazione e anche di Patria, addirittura proclamando “sacro” il dovere di difenderla”. Identificare patriottismo e nazionalismo è un falso storico e una distorsione concettuale.

Con la secolarizzazione, la nazione ha sostituito la religione come collante della società. E’ vero che la classe ha a sua volta soppiantato la nazione nella politica rivoluzionaria comunista (cui il nazismo ha contrapposto la razza). Ma occorre ricordare che le forze “popolari”, di classe, hanno sempre in sé caratteri “nazionali”. Poi nel secondo dopoguerra, per evitare nuove crisi di sistema dei regimi politici di massa, il Welfare è stato utilizzato, nel contesto di un’economia mista, incapsulata nello Stato democratico (nazionale), quale decisivo fattore di integrazione. La liberalizzazione del movimento dei capitali, l’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione, il predominio della finanza e, nell’eurozona, la perdita della sovranità monetaria da parte degli Stati, hanno messo in crisi questo equilibrio, che aveva consentito sviluppo, redistribuzione della ricchezza e stabilità democratica.

La sostituzione del vincolo esterno al patriottismo costituzionale non è stata un successo. Siamo infatti in presenza di un doppio fallimento del vincolo esterno (di cui l’euro è il simbolo supremo): non solo ci ha danneggiato e ha diviso i paesi dell’eurozona; ma non ci ha cambiato, non ci ha migliorato affatto (si pensi allo stato dell’amministrazione pubblica, delle infrastrutture e del territorio, all’opacità degli appalti e alla corruzione). Non sarà il caso di prenderne atto, riconoscendo l’errore, invece di prendersela con gli elettori? Attenzione a diventare antipopolari, per essere antipopulisti, ed antidemocratici, per essere antinazionalisti. Del resto, negare la realtà non può mai essere un gesto progressivo (la verità non è forse sempre rivoluzionaria?). Non si può continuare a raccontare la favola dell’euro buono (o neutro) e dell’austerità cattiva, ignorando la loro connessione strutturale, testimoniata dai fatti: la lettera della BCE, lo stato di eccezione tecnocratico di Monti, seguito dalle larghe intese a tutela del bunker eurista nella scorsa Legislatura, il feroce disciplinamento della Grecia, che oltre a conculcarne la sovranità popolare l’ha devastata socialmente, ipotecandone pesantemente e per decenni il futuro. Che senso ha continuare a evitare un confronto pubblico serio, senza isterismi, con i risultati di studi fondamentali che hanno sviscerato le contraddizioni intrinseche dell’eurozona e il suo ancoraggio all’ordoliberismo (mi limito a citare i lavori di Stiglitz, Krugman, Streeck, Gallino, Somma, Giacché)? Un nuovo profilo politico per la sinistra, oggi, in Italia come in Europa, può emergere solo rompendo con il progressismo neoliberale, sconsacrando il tabù dell’euro (nuova religione non degli oppressi, ma degli abbienti), denunciando le illusioni dell’ideologia no border (che non significa affatto cinismo e disumanità, ma riconoscere con realismo che un mondo senza alcun confine è impraticabile politicamente, e di certo più funzionale ai mercati che alla democrazia; e che l’immigrazione è un problema da gestire, perché se è vero che tutte le persone debbono essere salvate, è indubbio che in quell’esatto momento inizia la questione politica e sociale da affrontare, attraverso politiche di inserimento e integrazione che implicano risorse, formazione, governo dei flussi, evitando così di scaricare il nodo sulla parte più fragile della società, per poi stigmatizzarne il disagio). Invece, rifugiarsi nella retorica “repubblicana” del “fronte anti-sovranista” (che è la foglia di fico della destra economica) è solo una compensazione identitaria per la sconfitta del 4 marzo e un modo per non affrontarne le cause profonde.

Riannodare il filo che lega il nucleo sociale della Costituzione alla sovranità democratica non è una proposta nostalgica e tradizionalista, ma al contrario un modo per prendere sul serio il “principio della soggettività moderna”, cioè la libertà come liberazione, riconoscendone la natura relazionale (al cui centro vi è l’indivisibilità dei diritti sociali e civili e il nesso tra autodeterminazione personale e collettiva). Ciò significa che lo Stato  costituzionale o è sociale e fondato sulla sovranità democratica, o non è.  Perché questo nesso tra solidarietà e autodeterminazione sia possibile, occorre un vincolo di appartenenza politico-costituzionale unito a una effettiva protezione sociale. Cioè uno spazio politico e una comunità che non sia schiava del “pilota automatico”. Ma la ricostruzione di un senso della collettività e del ruolo dello Stato nel governo dell’economia implica la messa in discussione dell’ideologia globalista. Solo rovesciando i codici neoliberali adottati negli ultimi decenni, che hanno portato la sinistra a non rappresentare più gli interessi e i bisogni dei ceti popolari, sarà forse possibile ritrovare un popolo. Nel solco della Costituzione.

 

 

FONTE: http://patriaecostituzione.it

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