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Da Calcutta alla Finlandia, passando per i The Zen Circus: le identità locali contano

di Alexander Ricci

Edoardo d’Erme, in arte Calcutta, è uno dei personaggi di primo piano della scena musicale indipendente di questo decennio, genericamente apostrofata con il termine “indie”. Settimana scorsa, Calcutta ha fatto il pienone raccogliendo quasi 20mila fan allo stadio Francioni di Latina dove ha portato il suo ultimo disco. In un breve servizio realizzato dal gruppo editoriale GEDI, La Repubblica ha intervistato alcuni fan del cantantautore, presenti allo stadio già dalle prime ore. Al minuto 03:22 del video, incalzati dalle domande del giornalista, due ragazzi definiscono il genere indipendente così: “L’indie? Si tratta dell’esaltazione della Provincia”.

Un’affermazione qualunque, non fosse che, la sera primail gruppo pisano, The Zen Circus, in tour con l’ultimo album Il fuoco in una stanza e ospite del fetival di arte, cultura, sport e spettacolo, “Arde Forte”, aveva toccato lo stesso tema. Dal palco del Forte Ardeatino di Roma, il leader del gruppo, Andrea Appino, e i suoi colleghi hanno scherzato, negli interludi fra un brano e l’altro, sull’importanza dell’identità provinciale.

Del resto, basta scorrere rapidamente i testi di altri autori della stessa generazione, per veder emergere testimonianze simili un po’ ovunque. Viene in mente, per esempio, La Terra, L’Emilia, La Luna di Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica) e ancora, dello stesso autore, il recente brano, Nel profondo Veneto. Per non parlare del fenomeno Liberato, esaltazione dell’identità partenopea adattata agli anni 2010.

Insomma, se due indizi fanno una prova, la rivendicazione dell’identità locale è uno dei fili rossi che lega le esperienze musicali di questa generazione di artisti indipendenti. E, forse, non è una casualità.

Se è legittimo sostenere che possa esistere un legame tra l’evoluzione della società e delle dinamiche politiche, da un lato, e quelle artistiche, dall’altro, il riferimento costante alla Provincia può essere interpretato come manifestazione di un desiderio recondito, ovvero quello di “comunità” e di “radicamento territoriale”. In termini assoluti, si tratta di un sentimento che si è scontrato (e si scontra tutt’ora) spesso e volentieri (ma non necessariamente) con quello dell’universalismo e del cosmopolitismo.

Cosa c’entra con la politica? In Europa e nel mondo, i vari fenomeni Trump, Le Pen, Wilders, AFD, Salvini sono stati interpretati da molti come espressione di una resistenza degli individui di fronte al “caos della globalizzazione”, un grido di “orgoglio” e “identità”. Calcutta, Brondi, o i The Zen Circus sono quindi espressione della destra conservatrice? Niente affatto. Basta  ascoltare i testi o le interviste per rendersi conto di quanto questi artisti siano mossi da ideali ben diversi, se non radicalmente progressisti. Ma ciò non toglie che il malessere, la nostalgia di un mondo più “a misura d’uomo”, o, forse, più correttamente, la “dignificazione della dimensione locale” scandiscano i testi dei cantautori contemporanei.

Tornando sul piano politico, la distanza fra gli immaginari dei cittadini dei centri metropolitani e delle aree rurali è una delle, se non la principale, spaccatura che forgia il conflitto sociale contemporaneo: ha influenzato la Brexit (con Londra e il nord del Regno Unito su posizioni opposte), ha portato Trump ad essere Presidente del paese più ricco al mondo e contribuisce, tutt’oggi a plasmare gli elettorati di destra e sinistra in molti paesi dell’Ue.

Al netto di posizionamenti ideologici opposti (destra e sinistra), di trame narrative che vogliono il “popolo” avversario delle “élites” (populismo), gli interessi delle aree rurali e delle grandi città sembrano divergere sempre di più. Si tratta di un conflitto inevitabile?

La storia italiana del novecento ci dice che non è così, ma l’ascesa e il declino recente dell’“Italia rossa” – le regioni di Emilia Romagna, Toscana e Umbria –  sono la manifestazione più evidente di come l’ideologia sia un collante, a patto che esista qualcos’altro: lo sviluppo economico diffuso. Se il primo fattore è funzionale a quest’ultmo, tanto meglio. Altrimenti, gli elettori guardano altrove, a chi offre dignità e speranza.

E se per molti potrebbe sembrare scontato, è pur vero che nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito silenziosamente allo spopolamento delle nostre province, la riduzione continua di produttività delle aree interne del Belpaese a favore di quelle che sono state definite smart city. Come se tutto fosse inevitabile e intelligente.

Sarebbe scorretto dire che le istituzioni non siano al corrente di questa dinamica o che non abbiano provato, almeno formalmente, ad affrontare il problema. Per esempio, sono stati creati e continuano ad esistere fondi dedicati proprio al principio dell’integrità territoriale. Primo fra tutti, c’è il Fondo di coesione dell’Unione europea. A livello nazionale, abbiamo addirittura un ministero apposito, quello dedicato alla coesione territoriale: oggi lo guida Barbara Lezzi del M5S.

Si tratta però di dispositivi istituzionali dalla dubbia efficacia. Nel 2016 (a distanza di decenni dall’attivazione dei fondi europei), Il Sole 24 ore riprendeva così il Rapporto sulla competitività delle aree urbane 2016 di Sinloc (Sistema iniziative locali):

“Il rapporto fotografa e analizza la situazione dei singoli territori del Paese da più punti di vista: economico, demografico, urbanistico e ambientale. A minare la competitività dei territori è anzitutto il forte calo demografico, oramai divenuto emergenza […] c’è un costante e inarrestabile spopolamento dei centri minori, soprattutto quelli con meno di 5mila residenti, nei quali vivono oggi più di dieci milioni di abitanti, con conseguenti impatti sociali, economici e ambientali, ed è sempre più evidente la fragilità delle periferie dei grandi centri urbani”.

Chi è rimasto a difendere le province? Praticamente nessuno. Negli ultimi anni, sono state individuate come emblema dello spreco amministrativo italiano: troppe ed inutili. Meglio abolirle. In cambio, si viaggia verso il concetto delle macro-regioni.

A dire il vero, qualche voce fuori dal coro c’è. In I giovani salveranno l’Italia, il libro scritto a più mani dall’associazione Senso Comune, un capitolo tratta il tema. Sintetizzando al massimo, le province sono viste – a differenza delle regioni – come il livello amministrativo dalla dimensione ideale per garantire una partecipazione democratica attiva dei cittadini alla politica.

Ma al di là delle formule amministrative e delle disquisizioni sugli assetti istituzionali ideali, rimangono le condizioni reali: la Provincia italiana decade in termini di produttività e ricchezza, a fronte di un processo centripeto che favorisce le metropoli. Che la preoccupazione per il destino delle realtà locali non sia un fenomeno prettamente italiano non lo dimostrano soltanto i macro-fenomeni politici, bensì alcune ricerche.

All’estremo opposto di questa Europa, in Finlandia, un recente sondaggio ha fatto emergere un dato interessante: il 79 percento dei cittadini finlandesi è favorevole affinché lo Stato si impegni a mantenere popolate le aree rurali. Come? Attraverso investimenti diffusi.

Secondo Juho Rahkonen, il direttore di Taloustutkimus, l’ente che ha condotto lo studio per conto dell’emittente pubblica, Yle, appare chiaro che “i finlandesi vogliono usare il potere politico nazionale per guidare lo sviluppo economico e non desiderano che le forze del mercato dividano oltremodo la società”. Rahkonen ha spiegato che “esiste un desiderio di tenere tutti i cittadini ‘sulla stessa barca’, anche qualora ciò implicasse politiche assistenziali a spese dello Stato”.

Sono affermazioni che, probabilmente, coglierebbero nel segno anche dalle nostre parti, indipendentemente dal colore politico, a partire dai fan di Calcutta e co.

 

FONTE: https://www.ilsalto.net/da-calcutta-alla-finlandia-passando-per-i-the-zen-circus-le-identita-locali-contano/

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