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Lula non è stato liberato, la polizia non ha obbedito ai giudici. Lo Stato di diritto in Brasile è ridotto in macerie

di Teresa Isenburg

Domenica 8 luglio 2018, in Brasile lo Stato di diritto è stato ridotto in macerie. Il giudice di appello del tribunale Trf-4 di Porto Alegre, Rogério Favretto, in servizio di sorveglianza ha emesso ordine di immediata scarcerazione dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Lula è detenuto da tre mesi nel commissariato di polizia di Curitiba dopo un processo di primo e secondo grado e una condanna in assenza di prove. Immediatamente sono cominciate manovre per impedire la esecuzione di tale ingiunzione. Lula non è stato liberato, la polizia non ha obbedito a un ordine giudiziario, magistrati hanno estrapolato le loro competenze per trattare un cittadino come un loro personale perseguitato politico.

“Alle ortiche gli scrupoli”, titola Teresa Cruvinel nella sua precisa ricostruzione pubblicata su Jornal do Brasil il 9 luglio 2018. «Le piazze», scrive la giornalista in un lungo e accurato articolo che abbiamo tradotto in italiano, «si sono riempite di persone in attesa di Lula Livre e la notte è scesa senza che l’ordine di scarcerazione del magistrato di appello Rogério Favreto fosse eseguita. Una serie di atti impropri e addirittura illegali posticiparono la scarcerazione fino a che venisse trovata una soluzione per mantenere Lula detenuto, buttando alle ortiche gli scrupoli relativi allo Stato di Diritto, come fecero coloro che firmarono l’Atto Istituzionele-5 (13 dicembre 1968).

Libero, anche senza potere essere candidato, Lula cambierebbe completamente la dinamica della competizione presidenziale. Per questo ieri tutto è stato lecito per tenerlo prigioniero. La lunga domenica è finita con la decisione del presidente del TRF-4/Tribunale regionale federale della quarta regione, Thompson Flores, che il magistrato di appello di sorveglianza non aveva autorità per concedere habeas corpus a Lula, dando invece ragione al magistrato di appello Gebran Neto, che aveva negato la scarcerazione.

Questo inatteso capitolo della saga di Lula – che in nessun momento ha ritenuto che sarebbe stato liberato – avrà le sue conseguenze, e la più ovvia sarà l’aumento della percezione che  la Giustizia è parziale contro Lula. E questo avrà i suoi effetti elettorali. Il giudice di prima istanza Moro sarà di nuovo denunciato al Cnj/Consiglio nazionale di giustizia, adesso per disubbidienza alla giustizia e violazione della gerarchia. Per altri abusi, non è mai stato disturbato.

Nove su dieci giuristi del peso di un Lênio Streck ieri hanno sostenuto che un giudice in vacanza non può immischiarsi in procedimenti giudiziari. E ancor meno ordinare alla Pf/polizia federale di disattendere l’ordine di un magistrato di appello che gli è superiore, violando la gerarchia. È stato con assoluta naturalezza, come se questo non fosse scandalosamente illegale, che poliziotti federali hanno informato i deputati del PT/Partito dei lavoratori autori della richiesta di habeas corpus –  Paulo Pimenta, Paulo Teixeira e Wadih Damous – che il giudice Moro aveva telefonato da Lisbona negando la scarcerazione.

E chi ha avvisato Moro a Lisbona? Pimenta ha saputo che è stato il commissario capo Roberval Ricalvi. Solo in una repubblichetta un commissario federale, invece di eseguire un ordine giudiziale, corre dal giudice che ha condannato il reo, chiedendo la sua autorizzazione. Dopo l’ordine telefonico, Moro ha buttato lì un dispaccio contrario alla scarcerazione, pur essendo in vacanza. Questa sua vocazione a sporcare la toga nella caccia a Lula è stata maggiore che nella conduzione coercitiva (del marzo 2016) e nella divulgazione delle registrazioni illegali (di poco successiva) per impedire che Lula fosse nominato ministro, e di conseguenza i suoi processi fossero di ufficio trasferiti al STF/Supremo tribunale federale.

Difficile prevedere con quale rigore il Cnj esaminerà il caso, ora che il Giudiziario ha perso completamente la razionalità. L’ordine di Moro era illegale e discutibile, e  per questo la polizia federale ha continuato a posticipare la scarcerazione fino a trovare una soluzione più consistente. E allora si è manifestato il magistrato di appello Gebran Neto, allegando il fatto di essere stato relatore del processo di Lula presso il TRF-4. La difesa aveva usato argomenti impropri, inducendo il collega Favreto in errore, ha detto. Ma anche Gebran era in vacanza, e quindi altrettanto impedito quanto Moro.

Alle ore 16,04 Favreto emanava un terzo ordine di scarcerazione, concedendo il termine di una ora perché esso fosse eseguito e contestando il collega. Non era stato indotto in nessun errore. Lula, oltre ad avere ancora diritto a ricorsi, doveva essere scarcerato in funzione di un fatto nuovo, la condizione di precandidato a presidente. Con Lula incarcerato, impedito di partecipare alla campagna, il processo elettorale sarebbe stato distorto, senza garanzia di pari opportunità fra i concorrenti.

Un paese con i nervi tesi ha aspettato per lo scorrere di un’ora. Manifestazioni si sono  formate in Curitiba, Rio, Brasilia e altrove. Di nuovo il Sindacato di São Bernardo veniva presidiato. Alle 18, i deputati del PT sono stati condotti in una sala della polizia federale, e informati che l’ordine di scarcerazione era giunta solo in quel momento. E là sono rimasti, senza ricevere informazioni, mentre fuori il paese seguiva con il fiato sospeso. In fine, soluzione per mantenere Lula in carcere è stata data da Thompson Flores, con il dispaccio in cui dava ragione a Gebran Neto.

Questa battaglia non è finita ieri. Sfocia nelle elezioni, con Lula libero o detenuto. Il potere giudiziario ne è uscito più discreditato, la vittimizzazione di Lula rafforzata.

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