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La demondializzazione in atto

di Tonino D’Orazio

E’ iniziata ufficialmente il 6 luglio con l’inizio della guerra dei dazi. Ritorno al passato, se si può dire, ma con molte incognite. La mondializzazione ha portato milioni di posti di lavoro nel mondo intero, secondo i dati OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro). L’altro lato della medaglia è che si tratta di lavoro estremamente sotto pagato e di grande sfruttamento (compreso quello minorile), con arricchimento incredibile di multinazionali e banche (soprattutto americane), indebitamento degli Stati, impoverimento delle masse lavoratrici in occidente e nessuna ridistribuzione, in nessun paese, della ricchezza prodotta.

Questa mondializzazione, in fondo, non è altro che totalitarismo mercantile che sfrutta gli individui, distrugge l’ambiente, deruba i Paesi e distrugge popoli e nazioni. Sembra anche l’unica via possibile.

La mondializzazione ha impoverito anche la popolazione degli Stati Uniti a favore di gran parte del resto del mondo. Né vale ricordare la situazione del 1940. Oggi gli Usa non hanno più il potenziale rimbalzo della guerra del 1940. La loro base industriale e di produzione, seppure forte, era sotto-utilizzata a causa del perdurare della storica depressione. Partirono rapidamente da niente, ma come per la Germania, la produzione per la guerra ebbe lo sviluppo che conosciamo. Oggi il loro sistema di produzione è quasi inesistente, è stato “delocalizzato”, e le loro infrastrutture in condizioni talmente pessime che nel suo programma elettorale Trump indicò come importante il rifacimento delle strade e dei ponti. A parte la supervalutazione militare e spaziale hollywoodiana, nella realtà non sono più così sicuri di stare sempre a “salvare il mondo”. Quando un missile, partito da un piccolo sommergibile del Mar Nero, dopo 3.000 Km di volo, colpisce un obiettivo con un errore valutato a 1 metro, tutte le portaerei o le grandi navi da guerra come potenza militare diventano obsolete se non ridicole, nella spesa, nella concezione e nella strategia. La grande potenza militare marittima americana è in queste condizioni. L’impero dei mari, anche. Ancora forte, ma a guardar bene solo per i paesi deboli. Il blocco navale dei paesi “cattivi” dà sempre meno risultati. Malgrado siano in guerra con tutti da più di 20 anni e continuano a “fare paura”.

Quindi non ci sarà una demondializzazione “dolce” e “pacifica” se hanno deciso di far deragliare il commercio mondiale e preannunciare una grande crisi internazionale per rimettere il loro impero sul binario “giusto”. Quello degli accordi commerciali bilaterali dove, si sapeva anche prima di Marx, vince sempre il più forte. Un vecchio detto: “Il giusto altro non è che l’utile del più forte”.

I primi nemici da indebolire non sono la Cina e la Russia ma l’Unione europea. Il muro politico, militare e commerciale contro la Russia è già in atto con la Nato. Per spezzare l’Unione bisogna “punire” la Germania e “negoziare” con la Francia e il suo nuovo Napoleone europeista e neoliberista a spada tratta. La Gran Bretagna è fuori. L’Italia non conta se non come pedina. Gli altri seguiranno. Non dovrebbe stupire qualche proposta di Trump, ad alcuni paesi, di lasciare l’Unione e negoziare direttamente con gli Stati Uniti accordi di libero-scambio più interessanti delle condizioni delle quali beneficia l’Unione. Vecchia strategia della divisione per ricompattare l’impero.

Indebolire la Germania, perché è l’anello europeo forte, significa indebolire l’Unione. La Germania ha un modello economico mercantilistico. Produce, esporta molto e importa poco. Le sue eccedenze sono enormi. Per sua natura la Germania è quindi profondamente mondialista e globalista, visto che la globalizzazione in realtà, in ordine decrescente, ha premiato solo 3 paesi. Primo la Cina, secondo la Germania e terzo il Giappone. Quindi la Germania, per gli Usa, è il nemico numero uno da abbattere per le sue posizioni ideologicamente ultra-mondialiste e di libero-scambio.

Intanto i Cinesi tenteranno di reagire proponendo all’Unione di continuare accordi commerciali di “libero scambio”, sapendo di rimanere premiati, insieme alla Germania. Lo scontro è tale che la Merkel già traballa. Chi di piazza “arancione” colpisce, di diverso sistema arancione perisce. La miccia è l’immigrazione e Soros. L’altro elemento forte: indebolire la Germania significa indebolire l’euro, anzi ucciderlo significa anche rivalorizzare e liberare il dollaro da una concorrenza monetaria comunque forte.

In quanto alla Francia (dice il Washington Post ripreso anche dal settimanale francese L’Express) sembra che Trump, nel mese di aprile, abbia già fatto a Macron una proposta di “alleanza” particolare. Non c’è da stupirsi, rimane un commerciante senza scrupoli e un vero pokerista d’azzardo. Sembra che Macron abbia rifiutato. Così come quell’altro “debole” primo ministro, il canadese Trudeau.

Una Unione disunita e al minimo storico di popolarità al suo interno ha poche possibilità di sopravvivere di fronte alla prepotenza americana, soprattutto se le prossime elezioni europee vedranno avanzare tutti i partiti e movimenti sovranisti. Che non potranno che andare nella stessa direzione di Trump.

Trump non è nostro amico, non demondializza per farci un piacere. Bisogna avere il coraggio freddo di leggere i suoi libri. Demondializza per assicurare la leadership degli Stati Uniti in un nuovo mondo economico che ha deciso di modellare. Capire bene la sua strategia è l’unico modo per garantire il successo, se non l’esistenza, del nostro paese in questo nuovo mondo. Non è più sufficiente aspettare che venga sconfitto alle prossime elezioni, soprattutto se gli americani hanno capito cosa sta facendo.  Tra l’altro, l’idea di rendere di nuovo “grande” l’America, e il popolo americano, sembra passare attraverso l’abbattimento dei mercati finanziari, come a far perdere molto denaro a chi si è super arricchito con la globalizzazione e ha gestito popoli e nazioni senza il potere politico centrale, diventando loro i “padroni del mondo”, con in mano la “Federal Reserve” già dal 1913.

Il timore è che i nostri europeisti mondialisti siano già superati e che non vi sia nessuna forza strutturata per resistere e proporre una visione alternativa, se non lo stallo globalista attuale ritenuto democratico e “Senza Alternativa”. La destra, le destre avanzano a gonfie vele e sembreranno l’unica alternativa per salvare il proprio paese, anche se, in realtà, rifugiarsi in una debole autarchia commerciale e politica imposta (o concordata) da Trump sarà per forza perdente.

La sinistra europea ha un’idea da proporre? Certo che l’ha, cominciando con il ribadire e ricominciare la costruzione europea dei popoli con la giustizia sociale, con il consenso popolare dei cittadini e la forza per liberarsi dalle catene del Trattato di Lisbona ridiscutendone i principi nefasti.  Il resto, banche, euro in queste condizioni e gestito da privati, non ha futuro. Solo la politica può unire, il privato, ad oggi, è solo rapina e accaparramento. Sicuri di essere su questa strada? Chi era contro la globalizzazione trova un interlocutore come Trump? Per chi ha gridato per anni “Fuori l’Italia dalla Nato”, sembra che oggi non si faccia in tempo a uscire. Trump trova la Nato “obsoleta”, dispendiosa e non gli conviene più. “Pagatevela voi”, anzi “pagateci la protezione”. Tutti nudi.

Diciamo che, se già tardi, tutto non è perduto …

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