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Pillole economiche dal mondo (10)

di Tonino D’Orazio

Trump ha qualificato di “buono” l’ultimo G7 in Canada, malgrado i litigi con gli alleati di Washington, ma ha prevenuto che le critiche di Trudeau sarebbero costate “care” al Canada. “Abbiamo un grosso deficit commerciale con il Canada … 295% sui prodotti del latte, ed è ingiusto per i nostri allevatori …”. Trump, nella decisione di ritirare l’appoggio al comunicato finale del G7 parla di “tradimento” da parte del “debole” premier canadese. Aveva criticato i dazi su acciaio e alluminio.  Macron in una dichiarazione all’Afp ha avvertito  che “la cooperazione internazionale non può essere dettata da crisi di rabbia e da osservazioni sprezzanti“. Questo forse vale sempre.

Sta di fatto che di questo G7 (G6+1) rimane un quadro internazionale disastroso dove gli “amici” di sempre degli Usa sono adesso nudi e preoccupati, forse anche per i ponti tagliati con la Russia, che vola altrove snobbando il G7 anche per il futuro, per dover sostenere una Ukraina a governo nazista.

 

L’AVS (Assicurazione Vecchiaia e Sopravvissuti), uno dei tre pilastri della previdenza svizzera, un fondo che ha molti soldi, (normale è gestito da svizzeri), gestisce circa 35,2 miliardi di franchi. (30 miliardi di euro). L’AVS passa quindi dall’oro-carta (investimenti in materie prime) direttamente a una riserva di oro fisico e ha iniziato con l’acquisto, già quest’anno per 700 milioni di franchi, di lingotti d’oro che saranno custoditi in Svizzera. Il Comitato di Vigilanza ha spiegato che come investimento “l’oro si adatta meglio alla diversificazione e alla copertura in alcune situazioni (inflazione o recessione) piuttosto che le materie prime energetiche precedentemente privilegiate …”, “e quindi il Comitato di Investimenti ha confermato la decisione di sostituire gli swaps con l’oro fisico”.

In fondo anche le materie prime rischiano di finire per il lungo termine per la previdenza, la dedollarizzazione è in atto da un decennio e troppi paesi continuano ad alimentare le loro riserve in oro. Tema spesso argomentato nelle mie “pillole” quasi settimanali.

 

Il vero ricatto politico-economico all’Italia sono i contratti, stipulati con le principali banche d’affari americane che comprano e vendono il nostro debito pubblico, nei quali troneggia una Quitaly Clause, la clausola che scatterebbe se l’Italia mettesse in moto la procedura per lasciare l’eurozona o l’Unione Europea, ma anche se ne fosse espulsa contro la propria volontà. Alcune di queste previsioni sono state introdotte già nel 2012, in modo di stringere la rete, quando si tremava davanti alla possibile disgregazione dell’unione monetaria innescata dalla crisi greca e la pavida espressione politica, irresponsabile e suddita del nostro governo gestito da Goldman Sachs e Napolitano. Il Quitaly Event farebbe scattare delle conseguenze terribili per le nostre finanze, a seconda del contratto e della banca: l’obbligo di saldare il dovuto comunque in euro, la possibilità di rescissione unilaterale del contratto da parte dell’istituzione finanziaria, e soprattutto delle penali salatissime. Il nostro è un paese a libertà condizionata, irretito definitivamente. Se ne facciano una ragione tutti i tipi di democratici. La marcia indietro del governo sull’euro, o di qualsiasi altro governo, era già in atto. Difficile sfuggire allo strozzinaggio.

 

Christine Lagarde, direttrice del FMI ha dichiarato, in visita a Dublino, che la zona euro deve essere pronta ad accogliere un “arrivo massiccio” di società finanziarie provenienti dal Brexit. Tutto da vedere, poiché la Gran Bretagna, oltre ad essere un mercato mondiale, avrà una strategia e un’indipendenza fiscale totale. Nel frattempo la tensione sale nei preparativi di un Brexit “hard” (duro), cioè sena accordo tra gli Inglesi e il resto dell’Europa, che finirebbe in un divorzio senza concessioni e rimetterebbe in causa tutto il periodo di transizione. Londra spinge ormai per un negoziato e un accordo di libero scambio, inclusi i servizi finanziari, essenziali all’economia del paese e all’importanza della sua capitale, ma Bruxelles momentaneamente si oppone. La troika di Bruxelles vuole punire gli Inglesi e la loro volontà di emancipazione, e si capisce. Se il Brexit fila liscio sarebbe un esempio per molti paesi per la propria sovranità e per accordi europei equilibrati. Cioè si chiamerebbe Europa della Nazioni in opposizione a una Unione vagamente federale che cercano da tempo di farci credere in costruzione. Sarebbe la gioia dei “sovranisti” se gli Inglesi dimostrassero che una vita normale è possibile fuori dall’Unione e un passo immenso e terrificante per i propagandisti di Bruxelles per la continuità di “questa Europa”.

 

Trump e dazi. Trump ha minacciato di prendere ulteriori misure di dazi contro quei paesi che non abolirebbero i loro diritti doganali. Cioè, dopo aver scatenato una guerra commerciale mondiale, Trump ha esortato tutti i paesi che hanno introdotto dazi doganali “artificiali” sui prodotti americani, a ritirarli. Twitter; “Gli Stati Uniti insistono sul fatto che tutti i paesi che hanno introdotto barriere doganali devono ritirarle, altrimenti dovranno confrontarsi ad altre misure reciproche da parte nostra”. Trump pensa che il commercio “non sia giusto”. Le distorsioni, soprattutto cinesi, sono evidenti e multiple. Obbligazioni azionarie, insicurezza giuridica, spionaggio industriale massiccio, disprezzo della proprietà intellettuale, diritti sociali quasi inesistenti, salari bassi; è evidente che in queste condizioni il commercio “non è giusto”, la concorrenza è libera ma “falsata”. I suoi sostenitori, ed elettori, dicono che economicamente, socialmente, ecologicamente e politicamente “ha ragione”.

Se non fosse drammatico per il mondo del lavoro potrebbe un marxista sorridere di fronte alla guerra interna, tra globalizzazione finanziaria e imperialismo, ormai senza scampo dei capitalisti?

 

Energia e Europa, ancora. Gli Stati Uniti confondono di nuovo politica ed economia. Criticano il progetto di gasdotto russo-europeo Nord Stream 2 al fine di promuovere (se non imporre) il loro gas naturale liquefatto, parecchie volte più caro, sul mercato europeo. Il braccio armato Nato ha dichiarato che il progetto russo-europeo rappresenta una “minaccia per la sicurezza europea”. E’ un primo segnale, per stringere i ranghi di questi ingenui, abbastanza fazioso in quanto, malgrado le sanzioni e le offese politiche, la Russia non ha mai minacciato di interrompere il flusso di gas verso l’Europa. Ma la posizione Nato, intanto, rappresenta un nuovo tassello, uno alla volta, nella strategia di isolamento di quell’area europea, ma anche nostra di sudditanza. Forse dalla Nato ci può salvare solo Trump e i pochi soldi europei disponibili al suo sostegno. Il conto arriva.

Il 23 maggio, il segretario di stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che gli Stati Uniti erano pronti a “salvare” l’Europa dalla sua dipendenza dal gas russo. Solo il 25 giugno, tra picche e ripicche sui dazi, il vice-presidente della Commissione europea dell’Energia, Sefcovic, ha promesso di difendere gli interessi economici delle imprese europee (notate: mai dei cittadini), se Washington tentasse di imporre sanzioni su Nord Stream 2. Nord Stream 2 sarà soprattutto un hub di distribuzione in Europa che partirà dalla grande Germania.

 

28  giugno 2018

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