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Violenza, bugie e latifondo mediatico non sono bastati. In Venezuela ha vinto Maduro

di Marco Consolo

Lo scorso 20 maggio più di 20 milioni di venezuelani sono stati chiamati alle urne per eleggere i deputati dei consigli regionali e il loro Presidente. Quattro i candidati in lizza: il Presidente Maduro, oggi al governo, e 3 oppositori. Nicolás Maduro ha infine vinto con 6.248.86 voti (68%), contro Henri Falcón, un ex-chavista passato da tempo all’opposizione, (21% con 1.927.958 voti), più indietro il pastore evangelico Javier Bertucci (11% con 925.042 voti) e in coda Reinaldo Quijada con 34.614 voti, quindi lo 0,4%.

Da una parte, quindi, il Presidente Maduro. Dall’altra, un’opposizione che ha potuto contare su una strategia statunitense che ha reclutato Bogotá, Madrid, Ottawa, il “Gruppo di Lima”, l’Unione europea e il latifondo mediatico internazionale. Ciononostante ha vinto il primo. Del resto, dal 1998 a oggi, il chavismo ha vinto 22 elezioni su 24 realizzate. Dalla prima vittoria di Hugo Chavez il Paese ha assistito all’apertura di un ciclo di trasformazioni in tutta l’America Latina. Una buona parte dell’opinione pubblica internazionale, intanto, continua a non capire come, in una dittatura immersa in una “guerra civile”, si possano realizzare elezioni in pace. Senza morti e con risultati simili (in quanto a partecipazione) ad altri processi elettorali del continente.

Un sistema di votazione a prova di brogli

È utile ricordare che il sistema di voto elettronico è stato dichiarato anche dall’ex-Presidente Jimmy Carter (non sospetto di simpatie chaviste) come uno dei piu sicuri al mondo. Il processo elettorale si apre con l’identificazione dell’impronta digitale dell’elettore che, una volta identificato, può esprimere un voto elettronico attraverso una macchina. La macchina emette una ricevuta di verifica che, a sua volta, l’elettore introduce nell’urna. Il risultato elettronico deve quindi coincidere, seggio per seggio, con iI conteggio del voto cartaceo a chiusura delle urne. E questo sia all’interno dei seggi, che nel Consiglio nazionale elettorale dove sono presenti rappresentanti di lista di tutti partiti, che assistono a tutte le fasi dello spoglio per garantire la trasparenza del voto.

La polemica sull’astensione

I fatti hanno la testa dura. Ma andiamo con ordine. In Venezuela l’astensione storica è di circa il 25-30%. A questa c’è da aggiungere una percentuale della popolazione che è emigrata in questi anni a causa della difficile situazione economica. In un Paese dove il voto non è obbligatorio, l’astensione è stata del 54%, con una partecipazione del 46%. Su questo dato ha battuto molto la destra e i grandi media internazionali, ormai da tempo apertamente schierati contro il processo bolivariano. Com’è noto, la parte più oltranzista e violenta dell’opposizione non si è voluta presentare alle elezioni, e adesso la destra rivendica l’astensione come una vittoria. La verità è che questa volta ha votato il 4,5% in più dello scorso anno, quando si andò alle urne in occasione della polemica elezione dell’Assemblea Nazionale Costituente (41,53%).

Un rapido confronto con altri Paesi latinoamericani spegne la polemica sull’astensione. Il Presidente colombiano Santos è stato eletto nel 2010 con un 50,1% di astensione, che nel 2014 ha raggiunto il 52,03%. In Cile (dove tuttora vige la costituzione di Pinochet) Sebastian Piñera è stato rieletto con il 51% di astensione. Il caso del Brasile è ancora più sfacciato, dato che Temer è alla presidenza grazie a un colpo di Stato e mantiene in prigione Lula, che potrebbe vincere le prossime elezioni (lo dicono i sondaggi). Per non parlare degli Stati Uniti dove Trump ha ottenuto il 27% dei voti (un paio di milioni in meno di Clinton), ma grazie alla legge elettorale è risultato vincitore. O alle elezioni francesi del 2017, dove al primo turno Macron è stato votato con un’astensione del 50,2%…

Se la destra oltranzista avoca a sè l’astensione, viceversa, diversi analisti sostengono che una sua buona parte sia frutto del malcontento di settori chavisti stanchi di non vedere risolti problemi come l’alta inflazione, l’accaparramento e il mercato nero che provocano scarsezza di alimenti e prezzi proibitivi, mancanza di medicine, etc. Questi settori chavisti (che non voterebbero mai l’opposizione) avrebbero quindi adottato la strategia dell’astensione-castigo. Insomma, la rivoluzione bolivariana ha vinto, ma non sarebbe riuscita a convincere una parte importante della popolazione.

Il labirinto dell’opposizione

Il 20 maggio l’opposizione ha perso l’occasione della sua vita. Se davvero, come dicono, gode dell’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione, perchè non ha presentato un candidato unico per vincere Maduro? Non lo ha fatto, con la scusa della mancanza di trasparenza del sistema elettorale, perché sicura di perdere.
L’opposizione è divisa al suo interno. A queste elezioni i candidati di opposizione erano ben tre, a non aver accettato i diktat degli Stati Uniti e delle loro litigiose e corrotte marionette locali, riunite nell’auto-dissolta Mesa de Unidad Democratica (Sud).

Queste elezioni, quindi, sono state una sconfitta per l’opposizione violenta, quella che ha assassinato e bruciato vive persone povere, negre o chaviste, quella che aveva scommesso su una strategia di scontro violento. Una strategia di destabilizzazione per cercare di vincere con la violenza quello che non sono mai riusciti a vincere con i voti. Una strategia sconfitta da un popolo organizzato, che nel 2015 aveva castigato il chavismo, ma che non ha mai avallato, né elettoralmente, né politicamente la violenza, il golpismo, gli appelli all’intervento straniero dei “vende-patria”.
L’aggressione di cui è stato oggetto l’ex premier spagnolo Zapatero (non sospetto di simpatie chaviste) in un seggio elettorale della classe alta di Caracas, evidenzia i tratti fascisti della parte violenta dell’opposizione, tanto cara a Renzi e al governo Gentiloni. Il portato di questa tornata elettorale sedimenta una divisione e una riconfigurazione dell’opposizione in cui potrebbero dominare i settori favorevoli alla strategia elettorale, diversi dalla moribonda Mesa de Unidad Democrática. C’è da segnalare inoltre la nascita di un neonato spazio politico “evangelico” sulla falsa riga di quanto già avviene in altri Paesi del continente, Brasile in testa.

La campagna elettorale

La campagna elettorale del governo è stata caratterizzata da una scarsa rilevanza dei programmi, e dei risultati ottenuti. Al contrario, secondo la sociologa Maryclén Stelling, la priorità è stata data alle motivazioni, alla persuasione con messaggi affettivi, diretti alle emozioni e non alla razionalità dell’elettore. È stata una campagna fatta di simboli, immagini, retorica ed emozioni, diretta a mobilitare sulla base della polarità vittoria-sconfitta. Con un’attenzione particolare alle “percezioni” della critica situazione economica, sociale e politica, con il fattore “pericolo” rappresentato dai vari candidati in lizza.

Non ha funzionato, invece, la campagna di “elogio dell’astensione”, amplificata dai centri di potere internazionali. Un errore già commesso in passato da alcuni settori dell’opposizione, con un “salto nel buio” che fa l’occhiolino a un possibile intervento militare straniero. Senza sorprese la copertura dei grandi media internazionali (tra cui quelli italiani), con fake news di notizie e foto false: alcuni hanno parlato addirittura del 90% di astensione, con foto dei seggi vuoti, scattate prima della loro apertura.

Trump, l’Ue, l’Oea

Il governo degli Stati Uniti non sta, né starà, a guardare. Espelle migranti, costruisce muri, minaccia e conspira contro la pace mondiale, semina di basi militari il continente, promuove colpi di Stato, spia le comunicazioni dei governi di mezzo mondo. Il governo Usa pone l’imperialismo al centro della sua dottrina politica, economica, militare. Attraverso il Comando Sud, riedita la “Dottrina Monroe” (l’America agli americani) e pensa di estendere la propria aggressiva giurisdizione su tutti coloro che difendono la propria sovranità politica, economica, territoriale. Gli ultimi 3 governi hanno definito il Venezuela una «minaccia inusuale e straordinaria» per la propria sicurezza. Se non fosse così grave ci sarebbe da ridere, dato che, al contrario degli Stati Uniti, il Venezuela non ha mai fatto la guerra a nessuno.

L’obiettivo degli States è chiaro: disfarsi di un “cattivo esempio” e allo stesso tempo riappropriarsi di petrolio, coltan, gas, acqua, torio, bio-diversità e altre risorse strategiche. Con l’aiuto della Colombia di Santos, alleato fedele che ha appena annunciato l’adesione alla Nato.
Le classi dominanti e i governi dell’Unione europea scimmiottano, supini, l’impero. In una farsa da 4 soldi, si sciacquano la bocca con parole altisonanti di cui ignorano volutamente il significato reale. I governi più corrotti, a cominciare da quello spagnolo – ex, dal momento in cui Rajoy è stato sfiduciato il primo giugno, all’indomani dell’ennesimo scandalo – hanno tuonato contro la corruzione. Parlato di democrazia, mentre la asfissiavano in casa propria con le politiche di “austerità” e la criminalizzazione delle lotte sociali, e mentre cresce la distanza tra governanti e governati. intanto, Luis Almagro, segretario della screditata Organizzazione degli Stati Americani (Oea), agisce da proconsole dell’impero, da centravanti di sfondamento, organizzando nel “Gruppo di Lima” la destra continentale al governo.

C’è spazio per il dialogo?

La rielezione di Nicolás Maduro per un altro mandato di 6 anni, smaschera la manipolazione dei sondaggi e le patetiche denunce di brogli che si ripetono puntuali, ogni volta che l’opposizione perde le elezioni.
In campo internazionale, nonostante i tentativi di isolamento, il Venezuela bolivariano presiede la Opep, l’Alba, Petro Caribe e il Movimento dei Paesi Non Allineati (180 Paesi).
Il governo venezuelano ha rilanciato il dialogo con diversi settori economici e politici. E, a proposito di dialogo, ha deciso di mandare un segnale di tregua a Washington con la liberazione di Joshua Holt, un mormone statunitense detenuto da 2 anni perché trovato in possesso di armi da guerra.

Ma la sfida principale continua a essere la grave situazione economica, insieme a corruzione, violenze di piazza e un possibile intervento straniero. Si ricordi che l’opposizione, su ordine di Washington, si è rifiutata all’ultimo momento di firmare un accordo raggiunto con il governo a Santo Domingo, alla presenza di mediatori internazionali. Washington, Bogotá e Madrid gettano benzina sul fuoco, in buona compagnia della Conferenza Episcopale venezuelana che da tempo promuove la violenza.

All’indomani delle elezioni la situazione resta grave. Continua la “guerra a spettro completo”, con un bloqueo sempre più rigido e nuove sanzioni a cui si è aggiunta l’Unione europea. Si inasprisce la via crucis delle transazioni finanziarie internazionali. L’ultima denuncia venezuelana riguarda il blocco da parte delle banche statunitensi (su ordine di Trump) di sette milioni di dollari destinati all’acquisto di medicine per la dialisi di migliaia di persone. Il governo colombiano, una settimana prima delle elezioni, ha impedito l’arrivo di 400 tonnellate di cibo destinate ai Comitati Locali di Rifornimento e Produzione (Clap), un sistema di distribuzione territoriale per far fronte al bloqueoeconomico-finanziario. Per non essere da meno, il governo del Guatemala (che ha annunciato lo spostamento della sua ambasciata a Gerusalemme un minuto dopo Trump) ha negato il visto agli atleti venezuelani che dovevano partecipare ai giochi pan-americani. E mentre gli amministratori della multinazionale Kellogg’s cercavano di chiudere la fabbrica, il governo di Maduro ne decretava la gestione operaia.

Come tutti i governi del mondo, anche il governo Maduro ha i suoi difetti e ha commesso errori. Tuttavia, la maggioranza degli elettori venezuelani gli ha dato un voto di fiducia per risolvere la crisi economica indotta. Piaccia o no, il chavismo ha più appoggio dell’opposizione e del suo progetto di ritorno al neoliberismo in salsa caraibica.
La chiave di volta starebbe nel rispettare la volontà di un popolo che, nonostante le dure critiche e autocritiche, vuole camminare con le proprie gambe, continuare a sognare a occhi aperti il sogno di Simón Bolívar e non tornare al passato.

 

FONTE: https://www.ilsalto.net/il-venezuela-e-il-sogno-di-simon-bolivar/

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