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Europa, Informazione e media, Italia, Politica

L’Unione Europea e le fake news

Tonino D’Orazio 9 aprile 2018.

Un vero pantano definire giuridicamente cosa sono esattamente le fake news. Già da gennaio un gruppo di 39 esperti provenienti dalla “società civile”, dalle piattaforme dei media sociali, da organi di stampa, giornalisti e universitari si riunisce perché deve consigliare l’Unione Europea sulle misure politiche da individuare per contrare le fake news e la disinformazione.  La prima grande difficoltà è quella di definire cosa sono le fake news e il discorso diventa pieno di paradossi. Perché non sono veramente informazioni “false” o “illegali” per esempio come la diffamazione oppure a contenuti razzisti, punibili di per sé. Né si possono considerare sempre nell’ambito della satira o di un “errore”. Il gruppo studia la disinformazione “intenzionale” per motivi politici o commerciali, della quale viene spesso accusata la Russia, ma la Rete è il mondo intero, senza frontiere per qualsiasi manipolazione. E’ il contrario della “informazione intenzionale”? A contraddire le Fake news ufficiali vi sono soltanto gli hackers (“pirati”) o la rete Anonymus?

Per esempio un giudice non può proibire la disinformazione, intanto per la velocità alla quale si propaga attraverso le reti sociali o le piattaforme numeriche, in più è difficile stabilire la verità da un punto di vista giuridico e infine questo tipo di misura si avvicina molto alla censura, che consiste nel definire verità ufficiali e proibire ogni altra idea o pensiero. Non si può impedire a nessuno di credere in Dio, a Babbo Natale oppure alle “autorità”.

Le prime risposte del gruppo di lavoro sono sintomatiche. Indicano la via da seguire nel “diluire le informazioni false con informazioni di qualità”. E qui tutto diventa paradossale per chi dovrebbe fare cosa.

Il gruppo ritiene che i media vadano “educati” al fine di sviluppare lo spirito critico dei cittadini e che i giornalisti debbano avere migliori competenze e debbano verificare i fatti. Non voglio commentare cosa sono e cosa fanno gran parte dei “giornalisti” di oggi ma mi pare poco probabile che da pennivendoli e tifosi verso i loro datoriali padronali, politici o miliardari privati, possano avere prossimamente delle capacità rivoluzionarie. Sono molti quelli che pensano siano responsabili nel mantenere il popolo a livello bue e superficiale e con informazioni manipolate o peggio, assenti.

Il gruppo consiglia, in nome della trasparenza, di sfruttare la velocità della Rete nel proporre contenuti o sponsorizzazioni, anche pubblicitari, controllati nella qualità in modo da sopravanzare i contenuti dubbiosi. Grande l’dea di arrivare primi su tutto, cioè di poter nutrire e influenzare gli algoritmi delle piattaforme con indicatori di trasparenza delle fonti in collaborazione con gli Ordini o Organi di stampa e le Ong (sic!). Il gruppo pensa così di aumentare la visibilità delle informazioni di qualità riducendo la disinformazione invece di “ucciderla”. Non devono avere una nozione esatta della velocità della rete quando in pochi secondi scattano migliaia di  follovers (“seguaci”), di “mi piace”, se non di “condivisione”, anche a vanvera.

Ovviamente il gruppo batte cassa. Per una informazione di qualità ci vogliono i soldi. Quindi aumento dei finanziamenti pubblici e privati. Per il programma 2019-2024 di sviluppo di una strategia d’informazione europea i fondi già ci sono e parecchi. Sono per programmi di ricerca e sviluppo delle informazioni europeizzanti, di formazione del personale e di programmi “sociali” impacchettati da distribuire nei media.

In fondo si insinua l’idea di marginalizzare le informazioni alternative facendo risalire in primo piano, nei risultati di ricerca dei motori come per esempio Google, le “buone” informazioni veicolati dai media “buoni” e marginalizzare il resto. Idem per le reti sociali. In realtà sarebbe un lavoretto a tre: le autorità politiche da un lato, i potenti GAFA (Google, Apple, Facebook e Amazon) dall’altro che potrebbero contrattarsi un po’ di tasse, e infine i giornalisti “accreditati” e “ufficiali”, magari embeded (incapsulati, integrati), come quelli dell’esercito in guerra.

Si preannuncia un grande rischio in tutti i sensi per la neutralità del net visibile. Meglio trovare qualche pensiero serio in mezzo a tante stupidaggini, o fake news,  che ritrovarsi “addestrati” e irreggimentati al pensiero unico. Come “punire” le Fake news, comprese quelle dei governi? Troppa libertà nel web! I poteri forti hanno interesse a tenerlo sotto controllo, visto che è una spina incontrollabile e di denuncia nel loro fianco. Dopo aver addomesticato gran parte dei media mondiali sotto grossi e potenti agglomerati si ritrovano con un granello di sabbia che fa deragliare tutto, o almeno in parte, il sistema di imposizione culturale e politico costruito. E quando non va bene, nel bene o nel male, la colpa è dei manipolatori “nemici”. Invece dei Russi sta venendo fuori che milioni di dati li ha forniti, venduti, Facebook nelle varie campagne elettorali occidentali. Non solo, la bufala Skripal, o la fake governativa dell’inglese May messa in piedi in maniera grottesca e demenziale si sta sgretolando. Gary Aitkenhead, responsabile del Centro armi biologiche di Porton Dow, incaricato delle analisi scientifiche sul gas usato nel presunto attentato di Putin, ha dichiarato: “non siamo in grado di provare che l’agente nervino usato su Skripal viene dalla Russia”. Tutti nudi. Intanto la bufala ufficiale ha avuto come conseguenza anche la ridicola guerra di espulsioni di diplomatici russi cui si è prestato persino qualche imbecille romano. Ormai le elites sono così convinte di avere sotto controllo la percezione della realtà da creare impunemente un’operazione sotto falsa bandiera, anche in maniera così dilettantesca nei modi e grottesca nei moventi. Sempre con il sostegno dell’inutile Onu. Ancora da anni per la Siria come pretesto continuo per un “pronto intervento” umanitario a suon di bombe. Dicevo, chi condannerà o punirà mai un governo?

La verità di fondo è che in tutta la sporca vicenda Facebook si fa passare per imbecilli i milioni di iscritti nei social, come se fossero tutti potenzialmente succubi di orientamenti esterni in fase elettorali o pecore per gli acquisti indotti. Non ho sentito nessuno difendere l’intelligenza degli utenti nel districarsi anche nelle evidenti e a volte credibili fake news. Fa comodo chiedere le scuse del CO di Facebook ai parlamenti, al Congresso Usa e nessuno agli utenti che “si fanno condizionare così stupidamente”, o piangere per la perdita borsistica del povero Zuckerberg con il rischio che non rimanga più l’uomo più ricco del mondo.

Eppure per il Net, la Rete, il controllo individuale è già molto avanzato. Tutte le nostre attività (discorsi, riflessioni, scritti, consultazioni, tempo libero, transazioni, pagamenti, spostamenti) sono digitalizzate, elaborate e archiviate in qualche server. Possono vedere tutto, leggere tutto, ascoltare tutto, filtrare tutto e archiviare tutto in qualche nano-secondo. Il Net visibile (perché c’è anche quello anonimo detto Dark Net, “refugium peccatorem”) è probabilmente una utopia democratica perché da strumento di comunicazione aperto e di libera espressione si è trasformato in uno strumento totalitario nei fatti. La sfera privata non esiste più e se tutto è sorvegliabile tutto deve essere rigorosamente regolamentato. Una specie di prigione con guardiani come GAFA e autorità pubbliche. Nell’ordine della stessa logica ancora qualche altro piccolo passo (moneta solo elettronica e obbligo conto corrente, obbligo di Smart Card d’identità con “tutto” dentro, riconoscimento facciale, vocale o della retina ormai onnipresente, richiamo all’ordine o ingiunzione di giustizia istantanei comunicati con Smart Phone, convocazione fiscale forzata pena il blocco della macchina, braccialetti di controllo sul lavoro, controllo dei movimenti via satellite, tramite telefonini o “scatola nera” obbligatoria nelle macchine per il nostro bene e per quello delle assicurazioni, ecc … ) e il problema della libertà del Net potrebbe non porsi più.

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