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Al netto delle elezioni italiane

Al netto delle elezioni italiane, l’€uropa non ha mai perso e non potrè mai perdere la sua identità (di assediante)

di Quarantotto

1. La prima proposizione che deve essere chiara per non perdere la bussola nel corso di questo estenuante periodo di campagna elettorale, è che ogni cosa che verrà comunicata dal sistema dei big-media, – a partire dal lunare dibattito sulle coperture delle misure fiscali proposte dai vari partiti, e definite sprezzantemente elargitive (dire espansive sarebbe concedergli una chiarezza che non hanno), fino alla telenovela sempre più grottesca delle candidature-, serve a distrarre dalle future certezze e prospettive vincolanti del post-elezioni.

Sappiamo infatti che, a vincolo esterno immutato, l’indirizzo politico (cioè economico, fiscale, industriale, occupazionale, e ovviamente di politica monetaria) è predeterminato a prescindere da qualsiasi esito delle elezioni e da qualsiasi conseguente composizione del parlamento

Anche se, in questa particolare tornata, si ha un non paradossale interesse, delle elites, come deve ammettere Wolf, alla conservazione della crescita astensionistica che caratterizza l’avvenuta instaurazione di un sistema ordoliberale e sovranazionale “al riparo dal processo elettorale” (pur con qualche rimedio possibile de iure condendo ma anche de iure condito).

 

1.1. Tentiamo quindi, senza poter avere la pretesa di essere esaurienti o sistematici (l’€-fantasia teratologica e mimeticamente multiforme ha risorse comunicativo-cosmetiche che fanno impallidire qualsiasi “ragionevole aspettativa”), di elencare riassuntivamente queste certezze e queste prospettive vincolanti.

Vedremo che, nel loro insieme, delineano un quadro coerente che prefigura i propri sviluppi secondo una logica inesorabile e costante dai suoi inizi (negli anni ’50) fino all’imminente futuro:

 

1.2. Manovra correttiva primaverile 

(sentite come suona soave questo appuntamento così puntuale che sconta la de-sovranizzazione normativa persino dell’approvazione del Def, nella sostanza vistato prima dalla Commissione e solo poi “ratificato”, militarmente e immancabilmente, dal parlamento; come ci spiega Aldo Barba, qui, pp.117-119?).

Come dovremmo ormai sapere, in base alla rewiev e alle conseguenti prescrizioni correttive della Commissione relativa alla manovra approvata annualmente dai parlamenti nazionali, entro febbraio, il Consiglio dei ministri Ue, formula le “linee guida” (v. sempre allo studio sopra citato) che vengono rielaborate in un Country Report contenente i pressanti “consigli”, stimolati anche dal capo dell’eurogruppo con un battage di dichiarazioni “persuasive” ai media di tutta €uropa.

Quest’anno, Moscovici ha già iniziato a rammentarci, in piena campagna elettorale e anzi proprio per questo (!) che la regola del deficit pubblico, per l’Italia, è in realtà vincolata al superiore principio della riduzione del debito (qui, p.3, infine).

Già lo scorso anno (e in ogni anno che l’ha preceduto, per la verità), questo punto era stato chiarito e, infatti, si ebbe la manovra correttiva di Padoan  di aprile.

Ma di questo imminente futuro così regolarmente incalzante e correzionale abbiamo già parlato a…ottobre (cioè ancor prima che Moscovici seguisse il suo copione): di fronte a correzioni stimabili, a norma di fiscal compact, in 0,5-0,6, ci verrà probabilmente fatta una richiesta di correzione dei soliti 0,3 punti di PIL: ma solo se ci va bene e se l’esito elettorale non indurrà “i mercati” alla immediata offensiva degli spread.

La nuova correzione, tagli e tasse per 6-7 miliardi, verrà probabilmente affidata al credibilegoverno Gentiloni, considerato ancora in carica, in attesa che lunghe trattative conducano alla eventuale fiducia a un nuovo governo (di probabili larghe, se non insospettabili, intese).

 

1.3. Addendum BCE sui crediti in sofferenza (NPE e/o NPL) appostati nei bilanci del (solo) sistema bancario italiano.

Dei curiosi effetti sistemici di questa disciplina sulle banche – che ignora il problema dei derivati tossici e mark to fantasy nei bilanci delle banche franco-tedesche– e, più che altro,sui risparmi degli italiani, abbiamo ampiamente parlato. Riassumiamo la ratio oggettiva e innegabile dell’Addendum (qui p.11.4):

– con l’addendum si arriva, prima di tutto, a porre uno standard di ricapitalizzazione insostenibile (nella situazione relativa dell’economia italiana e anche in assoluto).
Da ciò si innesca una corsa verso 3 esiti vincolati (nel senso di concretamente inevitabili):
a) il bail-in per sostanziale conclamata insolvenza della banca incapace di ricostituire il suo capitale a fronte delle svalutazioni in bilancio dei suoi attivi e delle garanzie;
b) la riuscita della ricapitalizzazione, laddove, per ragioni forse casuali, i crediti erogati, e garantiti, negli ultimi 7 anni presentassero un (anomalo) basso grado di “incagli” (se non fossero garantiti l’anzianità per attualizzare l’obbligo di accantonamenti al 100% sarebbe di 2 anni); comunque in tal caso, il capitale utilizzato verrebbe, inevitabilmente, da soggetti finanziari esteri che assumerebbero il controllo della banca “fortunella”;
c) un burden sharing con successivo intervento di ricapitalizzazione pubblica: e qui, però, di fronte al volume di capitale aggiuntivo imposto da accantonamenti al 100% (unito alle svalutazioni delle garanzie), – diciamo una cinquantina di miliardi – lo Stato italiano si troverebbe in condizioni critiche e con la probabile opposizione delle autorità UE bancarie e sulla “concorrenza”.
ERGO: dopo inenarrabili drammi altamente mediatizzati, si tornerebbe all’ipotesi a) (che comunque, tra l’altro, conduce poi a delle new-banks acquisite da investitori esteri, cioè all’esito dell’ipotesi b).

 

La novità starebbe nel fatto che la presidenta della vigilanza BCE, Nouy, ha (alquanto cripticamente) dichiarato che: “potremmo cambiare la data di applicazione dell’Addendum” (cioè entrerebbe in vigore ad aprile); e che “ci stiamo coordinando con la Commissione europea sulla sua proposta per un livello minimo di accantonamento prudenziale in base al Pillar 1“.

Dal che si desumerebbe, con un certo wishful thinking, che poichè nella sua ultima dichiarazione, la Nouy non farebbe riferimento espresso agli stock, “le nuove misure saranno applicate ai crediti futuri che diventeranno deteriorati” (traggo da un articolo di giornale, ex multis, di qualche giorno fa).. 

Sebbene, invece, la Nouy abbia pure detto: il mio primo messaggio alle banche: fare troppo poco e troppo tardi non è un’opzione percorribile“, affermazione “esortativa/imperativa” non avrebbe senso logico se riferito solo ai “crediti futuri che diventeranno deteriorati”!

Considerati gli stress test che coinvolgono anche 4 istituti italiani, di imminente pubblicazione (scenari divulgati il “31 gennaio alle ore 17”), tutta questa rassicurazione sulla non estensione retroattiva ai NPE-NPL che già abbiano manifestato la loro condizione (riclassificabile ex post coi criteri dell’Addendum e quindi determinante un immediato obbligo di ricapitalizzazione) francamente non la vediamo.

Intanto, a completamento del quadro, rimane che dovrebbe essere ormai operante, nel 2018, il sostanziale blocco anticipato dei prelievi dai depositi presso gli istituti considerati “a rischio”, (e perciò in vista di una miglior tosatura dei risparmiatori col bail-in),condizione che l’entrata in vigore dell’Addendum potrebbe rendere pandemica sulle banche “minori” italiane, (debitamente da eliminare dal mercato).

 

1.4. (Last but absolutely not leastLa riforma dei trattati in senso “post-solidaristico”, la cui impostazione, come già in passato rispetto al six-packs e all’incluso fiscal compact, è lasciata alle elaborazioni espertologiche franco-tedesche, da imporre come TINA e, per l’Italia, come oggetto di entusiastica adesione preventiva (un’altra vittoria dell’altra €uropa!…Altra?). 

Un “piano” così schematizzabile:

a) limite di possesso (bancario nazionale) del debito di qualsiasi paese della zona euro a un terzo del capitale di una banca. Attualmente, questo rapporto raggiunge il 120% in Italia, il 68% in Germania e il 45% in Francia; poche nazioni europee sono al di sotto della soglia del 33%;

 

b) creare “un’area euro di asset finanziari sicuri” (ndQ: cioè in pratica, indicizzazione dei titoli del debito pubblico riclassificati come “risk weighted assets”: e…indovinate dove sarà classificato il debito italiano, comunque obbligato, in base al punto a), ad essere oggetto di un’ondata di massicce vendite sul mercato secondario? E indovinate con quali conseguenze di deprezzamento repentino e verticale e inevitabili obblighi ulteriori di ricapitalizzazione, sotto minaccia di bail-in, per le nostre residue banche?) che secondo quanto esplicitamente dichiarato non siano delle obbligazioni garantite congiuntamente;

Piuttosto, si tratterebbe di titoli garantiti da un portafoglio standard di obbligazioni sovrane. Sarebbero emessi in tranche di diversa seniority (con gradi diversi di garanzia di rimborso);

 

c) fondo di riassicurazione per i momenti di crisi, al quale parteciperebbero tutti i paesi dell’area dell’euro con lo 0,1 % del loro prodotto complessivo, il che equivale a dire, in base agli ultimi dati, con un importo pari a 11 miliardi di euro all’anno se partecipasse l’intera area euro. Ma non sarebbe scontato: solo i paesi con sane politiche fiscali potrebbero partecipare. Il fondo effettuerebbe trasferimenti una tantum ai paesi che possano dimostrare di aver tentato senza riuscirci di superare una grave crisi da soli. La gravità della crisi sarebbe misurata dal tasso di disoccupazione. Più risulta volatile il tasso di disoccupazione di un paese – il che significa che il paese è più soggetto a crisi – tanto più dovrebbe contribuire al fondo in rapporto alla dimensione della sua economia. E i pagamenti cesserebbero se il livello di disoccupazione non diminuisse;

 

d) rimpiazzare il vincolo del deficit con una regola che renda certo che la spesa pubblica non cresca più della produzione e inflazione messe insieme – e che cresca ancor meno nei paesi che necessitano di abbattere il debito, diciamo, al 60 percento del PIL. Questa regola, tuttavia, non dovrebbe essere scolpita nella pietra: dovrebbero esserci delle eccezioni per i paesi che “intraprendono riforme per il miglioramento della solvibilità o importanti riforme che possano aumentare il potenziale di crescita”.

 

e) Come meccanismo di applicazione, gli economisti suggeriscono che i governi finanzino gli eccessi di spesa con obbligazioni subordinate – le prime ad essere soggette a bail-in in caso di crisi – che non godrebbero dei benefici di legge previsti oggi per il debito sovrano. I tassi di interesse su questo genere di debito saranno probabilmente alti, scoraggiandone l’emissione.

 

2. Naturalmente, esistono anche altre proposte più “ufficiali” di riforma dei trattati, ma sempre determinanti l’inasprimento delle condizionalità a carico degli Stati, con labili meccanismi che, lungi dall’essere solidali, sono piuttosto assicurativi e onerosi per gli Stati dell’eurozona, contribuenti a titolo di “premio” ma con condizioni vessatorie, come spesso capita, per poter fruire, forse, della presunta (e comunque insufficiente) controprestazione “assicurativa”. Presunta, perché erogata in forma di prestito onerato da interessi e garantito dal patrimonio pubblico del debitore “salvato” dalla crisi, a sua volta provocata dalle stesse regole €uropee che creano il “rischio” oggetto della vessatoria assicurazione.

E ciò, in aggiunta ulteriore all’obbligo di contribuzione al bilancio Ue (ed alle connesse condizionalità già operanti), dove l’Italia già si segnala come contribuente netto, e con enormi difficoltà di co-finanziamento a causa dei forti vincoli fiscali…che la proposta franco-tedesca, e comunque l’obbligo di contribuzione aggiuntiva all’eurozona, aumenterebbero a dismisura. 

 

3. Invitando all’approfondimento diretto sulle fonti linkate, cerco di fornire il succo delle riforme allo stato istituzionalmente sul tappeto e che risultano, peraltro, perfettamente compatibili con la più dettagliata specificazione degli espertologi franco-tedeschi:

“a quanto pare la riforma, a seguito della deliberazione della Commissione, prenderebbe la forma iniziale di una direttiva del Consiglio, almeno per l’incorporazione del fiscal compact, e si eviterebbe l’unanimità, mentre si avrebbe un regolamento, sempre del Consiglio, per la trasformazione dell’ESM in FME nonché, ma non è chiarissimo, altri regolamenti per nuove forme di bilancio dell’eurozona, che intervengano, – sempre previa imposizione di condizionalità costrittive all’adozione di “riforme strutturali”-, in caso di shock asimmetrici (sic) che un singolo euro-membro non sia in grado di gestire a livello nazionale ed integrino anche un fondo backstop per il meccanismo di risoluzione bancaria“.

 

 

3.1. Mi fermo qui: questo è solo un quadro riassuntivo. Sicuramente mi sono sfuggiti vari aspetti e implicazioni della inarrestabile volontà di andare avanti col “progetto €uropeo”; l’ital-tacchino è una pietanza gustosa e tante sono le ricette per cucinarlo se ci affidiamo agli “eccelsi” chef francesi e tedeschi. Ma mi pare anche che una cosa sia certa: ci stanno oliando e il forno è comunque già acceso. 

C’è pure chi è contento… 

 

 

FONTEhttp://orizzonte48.blogspot.it/

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