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Venezuela: il dibattito perduto che anche a sinistra si ignora

Intervista di Claudia Fanti a Eugenia Russian

Rilanciamo questa significativa intervista di circa un anno fa che spiega in modo molto chiaro le ragioni di fondo della situazione venezuelana.

Tratto dalla rivista cattolica: Adista Documenti n° 26 del 16/07/2016

Clicca qui per leggere l’introduzione di Adista all’intervista

Le notizie che circolano sul Venezuela parlano di un Paese stremato dalla persistente scarsità di beni primari, dalle lunghe code davanti all’ingresso dei supermercati, dal costante aumento dei prezzi e dalla conseguente perdita del potere d’acquisto della classe lavoratrice. Di chi è la colpa di tutto questo? Delle imprese, del governo Maduro o di entrambi?

L’attuale scarsità di beni nella Repubblica Bolivariana del Venezuela è causata da diversi fattori, a cominciare dalla caduta del prezzo del petrolio, provocata dalla crisi economica mondiale e dai conflitti geopolitici legati all’estrazione di idrocarburi negli Stati Uniti con tecnologia altamente inquinante (fracking), a cui si è aggiunta la persistente difficoltà dell’economia venezuelana a superare la dipendenza dalle entrate petrolifere. Si è registrata inoltre la più grave siccità degli ultimi anni, determinata dal fenomeno climatico noto come El Niño, con conseguente impatto sulla produzione di alimenti e sulla fornitura di energia idroelettrica. Né si può trascurare la scarsità indotta da attività delinquenziali, tanto sul piano della riduzione della produzione e dell’accaparramento dei beni quanto a livello di pratiche di contrabbando, la cui responsabilità ricade su diversi settori, sia pubblici che privati, senza escludere azioni paramilitari. Non si può ignorare il fatto che esiste una pressione economica di segno antidemocratico, con obiettivi di destabilizzazione, da molti definita come guerra economica. Ed è importante anche ricordare come la classe imprenditoriale venezuelana non si sia mai impegnata nella produzione, limitandosi a vendere alla popolazione, a prezzi più elevati, i prodotti importati e lavorati  in altri Paesi. Ed è la stessa classe imprenditoriale che, a partire dal 1999, si è dedicata al compito di destabilizzare il Paese.

Sotto la rivoluzione bolivariana il popolo ha sperimentato miglioramenti sostanziali nelle proprie condizioni di vita. Basti pensare ai cambiamenti promossi dalle “missioni”, i programmi sociali del governo, negli ambiti dell’educazione, della salute, dell’alimentazione, della politica abitativa. Senza trascurare il campo, non meno importante, della conquista di una nuova consapevolezza da parte del popolo povero, della coscienza della propria insopprimibile dignità. Ma ora, dinanzi alla mancanza di soluzioni a problemi tanto gravi come la scarsità di alimenti e di medicine, l’inflazione, la mancanza di sicurezza, la corruzione, c’è ancora fiducia nella rivoluzione da parte delle fasce più povere ed emarginate?

Malgrado tutte le difficoltà già esposte, bisogna riconoscere che i grandi progetti sociali promossi a partire dall’approvazione, nel 1999, della Costituzione della Repubblica Bolivariana sono stati tutti mantenuti. Lo Stato non ha ridotto le risorse necessarie ad assicurare i progressi garantiti dalle missioni sociali riguardo alla salute, all’educazione, alla casa, alla sicurezza sociale. E per quanto si siano registrati fenomeni di corruzione, molti dei quali sono stati portati alla luce e puniti con gli arresti dei responsabili da parte degli organismi costituzionali competenti, buona parte della popolazione riconosce al governo il merito di aver mantenuto l’educazione gratuita, le pensioni sociali, l’impegno nella costruzione di più di un milione di case destinate a settori popolari che non avrebbero mai potuto ottenerne una con i propri mezzi, soprattutto considerando come a livello privato la speculazione immobiliare risulti particolarmente brutale. Non a caso si è registrata un’enorme reazione popolare contro l’intenzione dell’Assemblea Nazionale, controllata dall’opposizione, di approvare una legge sulla privatizzazione del finanziamento alla casa. Quanto alla mancanza di provviste, l’alienazione attraverso il consumo operata tradizionalmente in Venezuela fa sì che la gente si senta indotta ad acquistare esclusivamente alcuni marchi e che l’assenza di questi sia avvertita come scarsità di beni primari: in realtà esistono altri prodotti più sani e nutrienti che il sistema capitalista si premura di cancellare, allo scopo di imporre ai venezuelani un determinato modello di consumo. Per esempio, un determinato marchio di farina viene presentato dall’imprenditore, con l’ausilio della pubblicità, come l’unico indispensabile, come se gli altri non esistessero, cosicché, in assenza di questo, la gente pensa di non avere alternative. Anche così, tuttavia, c’è gente che si organizza per cercare alternative produttive, malgrado l’impegno dei mass media a occultare tale realtà. Conviene che appaiano solo gli elementi negativi.

Quali scenari evoca l’attivazione del processo di revoca del mandato di Maduro, previsto dalla Costituzione bolivariana, con cui l’opposizione mira a sbarazzarsi del presidente come già tentò di fare, invano, contro Chávez (il quale, il 15 agosto del 2004, vinse nettamente il referendum di revoca con il 58.3% dei voti)?

La revoca del mandato, tanto del presidente della Repubblica quanto degli altri funzionari eletti, come i governatori degli Stati, è un diritto riconosciuto dalla Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela. È un meccanismo noto, già sistematizzato dal Potere Elettorale dello Stato, uno dei cinque poteri autonomi previsti dalla Costituzione, insieme al Legislativo, all’Esecutivo, al Giudiziario e al Potere Cittadino (esercitato dal Consiglio Morale Repubblicano). Su richiesta dell’opposizione, il Consiglio Nazionale Elettorale ha già attivato i meccanismi legali per la revoca del mandato del presidente Maduro, ma il processo prevede diversi passi, i quali sono noti agli attori politici del Paese. Tuttavia l’opposizione, in maniera antidemocratica e a scopi destabilizzatori, pretende alterare i passi previsti legalmente, forzando la revoca. Non si vuole in nessun modo negare il diritto al referendum, ma i settori estremisti dell’opposizione dovrebbero capire che il referendum non può svolgersi quando decidono loro, bensì quando siano state rispettate tutte le norme richieste.

Quali sono gli errori commessi dal presidente Maduro? 

Maduro ha dovuto assumere la presidenza in un momento di grande rilevanza nella storia del Venezuela, dovendo affrontare la sfida di costruire una propria leadership senza trascurare al tempo stesso l’eredità del presidente Chávez, profondamente presente nel cuore della popolazione venezuelana. Il presidente Maduro sta ricevendo attacchi mediatici sistematici da parte delle transnazionali della comunicazione, ben determinate a dipingere come un incapace, qualunque leader che intenda puntare sull’inclusione, sulla giustizia sociale, su una giusta distribuzione della ricchezza, al fine di assicurare il benessere a tutta la società. Il presidente – il quale, malgrado le aggressioni, continua a invocare il dialogo – deve imparare tutti i giorni come amministrare il Paese: io non parlerei di errori, bensì dell’opportunità di potenziare la nostra creatività, in termini di partecipazione e di protagonismo popolare – così come vengono assicurati dalla Costituzione – e di coltivare valori, come la solidarietà e l’uguaglianza, che il capitalismo neppure concepisce. In questo senso, gli errori sono opportunità di crescita. Non dimentichiamo che, da una parte, c’è la classe borghese che si rifiuta di perdere i propri privilegi e, dall’altra, un popolo che è chiamato a continuare a crescere in coscienza e corresponsabilità.

Cosa pensi della proroga dello stato di emergenza economica e della firma di decreti che conferiscono facoltà eccezionali alle comuni e alle Forze armate bolivariane? 

Lo stato di emergenza economica è un fatto, come ho già avuto modo di chiarire. In base all’applicazione del concetto di Sicurezza della Nazione stabilito nella Costituzione del 1999, l’emergenza economica pone un problema di sicurezza da affrontare responsabilmente tanto sul piano civile come su quello militare, in funzione della difesa dei diritti umani della popolazione, di uno sviluppo sostenibile e del mantenimento della pace. Vale a dire che, lungi dal venir meno al compito di difendere i diritti umani come sostengono alcuni settori tanto all’interno quanto all’esterno del Paese, il governo mira, con questo provvedimento, proprio a mantenere i progressi realizzati in materia di diritti sociali. E se a livello internazionale si è organizzata una campagna diretta a generare confusione sulla situazione venezuelana, in realtà lo stato di eccezione e di emergenza economica decretato dal governo e convalidato dal Supremo Tribunale di Giustizia è orientato proprio a sostenere i settori più vulnerabili: con tale misura, infatti, si sta affrontando la complessa situazione senza venir meno al compito di preservare i diritti e le garanzie costituzionali, in piena sintonia con i trattati internazionali. Tuttavia vi sono settori imprenditoriali e parlamentari che cercano di manipolare la verità relativamente a questa misura per continuare ad alimentare la violenza.

Qual è a tuo avviso la via migliore per arrestare la controrivoluzione?

La risposta del governo democratico è stata la convocazione di un dialogo ampio, con l’appoggio di settori interni e anche dell’Unasur, l’Unione delle Nazioni Sudamericane. Nella prospettiva della difesa dei diritti umani, Fundalatin, come organizzazione della società civile, fa parte di due istanze impegnate nel processo di dialogo promosso dal governo: il Consiglio Nazionale per i Diritti Umani e la Commissione per la Verità, la Giustizia e la Riparazione delle Vittime. In questo quadro non si sono risparmiati gli sforzi per avanzare sulla via del dialogo: a giudizio delle nostre comunità, infatti, la ricerca di un dialogo democratico risulta vitale per la risoluzione dei conflitti per via pacifica. È vero che esistono settori che rifiutano tale strada, ma le nostre comunità ritengono che questa sia la via più etica e praticabile per contrastare azioni violente destabilizzatrici.

Che sta facendo la Chiesa dinanzi a questa situazione? Cosa pensi della mediazione di papa Francesco per promuovere il dialogo in Venezuela?

I tentativi di dialogo portati avanti dal governo sono stati ampiamente sostenuti dal nunzio apostolico Aldo Giordano, il quale ha inoltre trasmesso messaggi incoraggianti da parte di papa Francesco. Bisogna tener conto del fatto che vi sono settori gerarchici delle Chiese cristiane che hanno appoggiato soluzioni anticostituzionali, come è avvenuto in occasione del breve colpo di Stato del 2002 contro l’allora presidente Hugo Chávez. Una realtà che le comunità sperano non si ripeta oggi. E soprattutto va tenuto presente il fatto che la Conferenza episcopale venezuelana sostiene totalmente l’opposizione, al punto da convertirsi molte volte in portavoce dei partiti di destra, utilizzando il pulpito per fare proselitismo politico.

È vero che esistono preparativi di un intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela? Dopo innumerevoli tentativi di interruzione del processo bolivariano, dal golpe al sabotaggio petrolifero, c’è un pericolo reale di guerra civile con intervento di forze straniere?

A livello internazionale, come Fundalatin, come organizzazione della società civile riconosciuta dall’Oea, l’Organizzazione degli Stati Americani, e con status consultivo speciale in seno alle Nazioni Unite, siamo intervenuti più volte proprio per contrastare i tentativi di presentare la situazione della Repubblica Bolivariana del Venezuela come quella di una tremenda dittatura che calpesta i diritti umani: un’interessata distorsione della realtà. Per quanto vi siano molti problemi, errori, difficoltà, l’attuale situazione non è paragonabile a quella di Paesi in guerra o vittime di disastri naturali. Si è voluta attivare la Carta democratica interamericana come se ci si trovasse di fronte a un Paese antidemocratico o a un governo golpista. Il che è molto distante dalla realtà. Si cerca anche di presentare una situazione di crisi umanitaria, come se il Paese fosse immerso totalmente nel caos, tanto da richiedere un intervento dall’esterno per risolvere i problemi interni: una questione sommamente pericolosa in termini di stabilità democratica e di sovranità. Oltretutto, rimane ancora in vigore l’“ordine esecutivo” emesso dal presidente Obama contro il Venezuela, in cui si qualifica la situazione della Repubblica Bolivariana come «una minaccia straordinaria e inusuale alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti»: una posizione che, se non fosse tanto pericolosa, risulterebbe risibile. Tuttavia, nelle diverse istanze internazionali, si è registrato, da parte della maggioranza dei Paesi del mondo, un forte appoggio agli sforzi di trasformazione sociale messi in campo in Venezuela. Come emerge dal fatto che il Paese è stato eletto come membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e anche del Consiglio per i Diritti Umani della stessa Onu e, recentemente, pure del Consiglio Economico e Sociale, l’Ecosoc. Oltre a ricevere, a luglio, la presidenza pro tempore del Mercosur. Si tratta di riconoscimenti che, al di là delle aggressioni mediatiche a diversi livelli, generano una speranza popolare, in funzione di una politica estera di pace nel segno della giustizia sociale e dell’impegno a favore della difesa della vita sul pianeta.

Vi sono molte denunce da sinistra sulla distruzione socio-ambientale irreversibile di una parte significativa del territorio nazionale a causa dello sfruttamento minerario.  Il sogno di un ecosocialismo del XXI secolo è ancora possibile in Venezuela? E come è possibile conciliarlo con il modello estrattivista?

Tanto nel Piano Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale della Nazione quanto nel Primo Piano Nazionale di Diritti Umani, come pure nella Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, è presente la cura dell’ambiente e la difesa delle risorse naturali e della diversità culturale. Addirittura, aspre critiche da parte di settori dell’opposizione, accompagnate da ironia e disprezzo, sono state suscitate da uno dei grandi obiettivi storici della legge Plan de la Patria, il Secondo Piano Socialista di Sviluppo Economico e Sociale della Nazione 2013-2019, ancora vigente (è il testamento politico lasciato da Hugo Chávez, ndr): quello di contribuire a preservare la vita sul pianeta e di salvare la specie umana. In mezzo alla crisi economica, ci si è posti il problema dello sviluppo di risorse minerarie di cui il Venezuela dispone, come l’oro, i diamanti o il coltan, un materiale strategico per l’industria elettronica. La polemica che ne è derivata ha un grande contenuto democratico, in vista di un utilizzo di queste risorse in maniera pianificata, non vorace e soprattutto rispettosa delle popolazioni delle zone minerarie, dove vivono varie comunità indigene. In tutti i modi si tratta di una polemica sana, mirata a ottenere un equilibrio tra l’uso responsabile dei prodotti minerari e la cura delle risorse naturali e umane della regione. In questo senso non si tratta di rilanciare un modello estrattivista a oltranza, bensì di ricercare, secondo la prospettiva etica di molte comunità, una soluzione alla crisi economica, ambientale, politica del Paese con il concorso responsabile dei diversi attori, del governo come delle imprese e delle comunità, in funzione della preservazione della vita. Una questione che è pienamente in linea con l’analisi e la predicazione di papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’ sulla cura della Casa Comune e con le posizioni di tanti movimenti sociali e comunità scientifiche in tutto il mondo.

* Immagine di Joka Madruga, tratta dal sito Flickr, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

 

Fonte: http://www.adista.it/articolo/56451

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