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Venezuela: sette chiavi di lettura per comprendere la crisi attuale

venezuela1di Emiliano Terán Mantovani

 

Non è possibile comprendere l’attuale crisi in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”, e che non vengono spiegate nel complesso dai principali mezzi di comunicazione. Abbiamo individuato sette chiavi di lettura della crisi attuale che mostrano come non sia possibile comprendere quello che sta accadendo in Venezuela senza prendere in considerazione l’intervento straniero e che il concetto di “dittatura” non spiega né il caso venezuelano, né può considerarsi una specificità regionale di questo paese. Constatiamo a sua volta che il contratto sociale, le istituzioni e i principi dell’economia formale si stanno disfacendo, e che il futuro e le linee politiche nel contesto attuale si stanno definendo attraverso la via della forza e una buona dose di meccanismi informali, eccezionali e sotterranei. Sosteniamo che l’orizzonte condiviso dei due blocchi dei partiti che rappresentano il potere è neoliberale, che siamo di fronte a una crisi storica del capitalismo venezuelano della rendita e che le comunità, le organizzazioni popolari e i movimenti sociali si trovano di fronte a un progressivo annullamento del tessuto sociale.

L’immagine del Venezuela dipinta dai grandi mezzi di comunicazione internazionali di tutto il mondo è senza dubbio un’immagine che esula dall’ordinario. Non ci sono dubbi che ci sia troppa confusione a riguardo, troppo manicheismo, troppi slogan, troppe manipolazioni e omissioni.

Ma al di là delle versioni instupidite della neolingua mediatica che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “crisi umanitaria”, “dittatura” o “prigionieri politici”, e della narrativa eroica del Venezuela del “socialismo” e della “rivoluzione” che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “guerra economica” o “attacco dell’imperialismo”, ci sono molte tematiche, soggetti e processi resi invisibili, che agiscono più in profondità e che costituiscono l’essenza dello scenario politico nazionale. Non è possibile comprendere la crisi attuale in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”.

Il criterio di azione e interpretazione fondato sulla logica “amico-nemico” risponde più a una disputa tra le élite dei partiti politici e dei gruppi economici che agli interessi fondamentali delle classi lavoratrici e alla difesa dei beni comuni. È necessario scommettere su sguardi complessi che analizzino il processo di crisi e il conflitto nazionale, e che contribuiscano a tracciare le coordinate per affrontare e immergersi nella congiuntura attuale.

Presentiamo di seguito sette chiavi di lettura per comprendere tale contesto, analizzando non solo la disputa tra governo e opposizione, ma anche i processi che si stanno sviluppando nelle istituzioni politiche, nel tessuto sociale, nelle trame economiche, tenendo in considerazione le complessità del neoliberismo e dei regimi di governo nel Paese.

 

I. Non è possibile comprendere quello che succede in Venezuela senza prendere in considerazione l’intervento straniero

Il ricco e ampio insieme di ciò che chiamiamo “risorse naturali” del Paese; la posizione geo-strategica; l’iniziale sfida alle politiche del Consenso di Washington; l’influenza in merito all’integrazione regionale dei Paesi latinoamericani; così come le alleanze con la Cina, la Russia o l’Iran; attribuiscono al Venezuela una notevole importanza in termini geopolitici. Tuttavia, ci sono settori intellettuali e dell’informazione che cercano continuamente di nascondere le fluide dinamiche internazionali che incidono e determinano il divenire politico del Paese, tra le quali si distinguono la costante azione d’intervento del Governo e i diversi poteri de facto degli Stati Uniti.

A questo proposito tali settori s’incaricano dunque di ridicolizzare la critica all’imperialismo e presentano il Governo Nazionale come l’unico attore di potere in gioco in Venezuela, e per questo unico apparato al quale rivolgere qualsiasi interpellanza politica.

Nondimeno, dall’instaurazione della Rivoluzione Bolivariana è cresciuta l’intensità dell’interventismo statunitense in Venezuela, che si è rafforzato ed è divenuto più aggressivo all’indomani della morte del presidente Chávez (2013), del declino del ciclo progressista e della restaurazione conservatrice in America Latina. Vale la pena ricordare l’Ordine Esecutivo firmato da Barack Obama nel marzo del 2015 nel quale si dichiarava che il Venezuela veniva considerato una minaccia inconsueta e straordinaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti – “an unusual and extraordinary threat to the national security and foreign policy of the United States”[1]. Sappiamo già cosa è accaduto ai paesi che sono stati catalogati in questa maniera dalla potenza del nord.

Attualmente, oltre alle dichiarazioni minacciose del capo del Comando Sud degli Stati Uniti, l’ammiraglio Kurt W. Tidd (6 aprile 2017), che ha affermato che la “crisi umanitaria” in Venezuela potrebbe obbligare a portare avanti una risposta regionale – “The growing humanitarian crisis in Venezuela could eventually compel a regional response’[2] –, e di fronte all’evidenza dell’aggressività della politica estera di Donal Trump con il recente bombardamento della Siria, il Segretario Generale della Organizzazione degli Stati Americani (OEA), Luis Almargo, ha manifestato, insieme ad altri paesi della regione, la volontà di applicare la Carta Democratica per avviare un processo di “ritorno alla democrazia” nel Paese.

Gli ideologi e gli operatori mediatici della restaurazione conservatrice nella regione si mostrano molto preoccupati per la situazione relativa ai Diritti Umani in Venezuela, però nelle loro analisi non riescono a spiegare perché, stranamente, non si stia facendo nessuno sforzo sovranazionale dello stesso tipo per contrastare la spaventosa crisi dei Diritti Umani in paesi come il Messico e la Colombia. A questo proposito, sembra che l’indignazione morale sia relativa e che preferiscano stare in silenzio.

Sia dunque per ragioni di premeditazione politica o di ingenuità analitica, questi settori spoliticizzano il ruolo degli organismi sovranazionali ignorando le relazioni di potere geopolitiche che li costituiscono e che sono parte della loro propria natura. Da una parte si assiste a una lettura paranoica di tutte le operazioni promosse da questi organismi globali, dall’altra, molto diversa, c’è un’interpretazione meramente procedurale della loro azione, che ignora i meccanismi di dominazione internazionale, nonché il controllo dei mercati e delle risorse naturali regolate attraverso tali istituzioni di governance globale e regionale.

C’è ancora una cosa importante da aggiungere. Se parliamo di interventismo, non possiamo solo parlare degli Stati Uniti. In Venezuela sono presenti crescenti forme di interventismo cinese per quanto riguarda la politica e le misure economiche che si sono andate prendendo, ciò porta a una perdita di sovranità, a un incremento della dipendenza nei confronti della potenza asiatica e a processi di flessibilizzazione economica.

Una parte della sinistra ha preferito stare in silenzio di fronte a queste dinamiche, visto che sembra che l’unico intervento che valga la pena segnalare è quello statunitense. Entrambe le vie di ingerenza straniera però si stanno sviluppando per favorire l’accumulazione capitalista transnazionale e l’appropriazione di “risorse naturali”, e non hanno nulla a che vedere con le rivendicazioni popolari.

 

II. Il concetto di “dittatura” non spiega il caso venezuelano

Praticamente dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana si è accusato il Venezuela di essere una “dittatura”. Questo concetto continua a essere oggetto di ampio dibattito nella teoria politica, in relazione al fatto che, soprattutto in quest’epoca globalizzata, è stato messo in discussione dalle trasformazioni e dalla complessità raggiunta dai regimi e dagli esercizi di potere contemporanei. Per questa ragione la sua definizione è ricca di omissioni e imprecisioni.

La dittatura normalmente è associata a regimi politici o forme di governo nei quali tutto il potere è concentrato, senza limitazioni, in una sola persona o in un suo gruppo di riferimento; c’è un assenza nella divisione dei poteri; un’assenza di libertà individuali, di libertà nei partiti, di libertà d’espressione; e inoltre in più occasioni il concetto è stato definito in maniera confusa come “il contrario della democrazia”.

Il termine “dittatura” in Venezuela è stato inoltre utilizzato e massificato nel gergo mediatico in maniera abbastanza superficiale, viscerale e in una forma moralizzate, definendolo praticamente come una sorta di specificità venezuelana, e distinguendo così gli altri paesi della regione, dove in teoria sarebbero presenti regimi “democratici”.

La questione è che in questo momento difficilmente possiamo affermare che in Venezuela tutto il potere sia concentrato senza limitazioni nelle mani di una sola persona o di un gruppo ad essa legata, e questo perché nel Paese agisce sì una mappa di attori, certo molto gerarchizzata, e anche frammentata e volatile – soprattutto dopo la morte del presidente Chávez –, ma continuano a esistere differenti blocchi di potere che possono allearsi o stare l’uno contro l’altro e che contribuiscono a far vacillare la dicotomia governo-opposizione.

Nonostante esista un governo con una componente militare importante, con crescenti espressioni di autoritarismo e con una considerevole capacità di centralizzazione, lo scenario risulta decisamente movimentato. Non c’è una dominazione totale dall’alto verso il basso e tra i gruppi di potere in disputa c’è un certo equilibrio. Detto ciò, il conflitto potrebbe andare fuori controllo, rendendo ancora più caotica la situazione.

Il fatto che l’opposizione venezuelana controlli la Assemblea Nazionale, guadagnata con forza attraverso la via elettorale, dimostra inoltre che prima di una mera assenza della divisione dei poteri, siamo di fronte a una disputa tra loro, che fino ad ora è stata favorevole alla combinazione Esecutivo-Giudiziario.

Prima poi di parlare di un regime politico omogeneo, bisogna considerare la presenza di una vasta rete di forze in conflitto. La metastasi della corruzione contribuisce a decentralizzare ancora di più l’esercizio del potere, o meglio, rende ancora più complicato da parte del potere costituito centralizzare il potere.

Ciò che invece ha a che vedere con l’antico concetto romano di dittatura è che in questo contesto il Governo nazionale sta governando per mezzo di decreti e misure speciali all’insegna di un dichiarato “stato di eccezione”, ufficializzato all’inizio del 2016. In nome della lotta contro la guerra economica, l’incremento della delinquenza, del paramilitarismo e l’avanzata sovversiva dell’opposizione, numerose mediazioni istituzionali e processi democratici sono stati messi da parte. Si distaccano per la loro gravità le politiche securitarie come la Operación de Liberación del Pueblo (OLP), ovvero interventi che prevedono l’impiego diretto dei corpi di sicurezza dello Stato in differenti territori del Paese (nelle zone rurali, urbane e nei quartieri periferici) per “combattere la malavita”, e che normalmente commettono un considerevole e irritante numero di omicidi; il blocco del referendum per la revoca presidenziale; la sospensione delle elezioni governative del 2016 senza tuttavia aver chiarito quando si realizzeranno in futuro; l’aumento della repressione e degli eccessi della polizia di fronte al malcontento sociale prodotto dalla situazione del Paese; e l’incremento dei processi di militarizzazione, in particolare nelle zone di frontiera e nelle aree dichiarate “risorse naturali strategiche”.

Questa è la mappa politica che, insieme alle diverse forme di intervento straniero, configura lo scenario della guerra a bassa intensità che attraversa praticamente ogni ambito della vita quotidiana dei venezuelani. Ed è questo il contesto nel quale le libertà individuali, l’opposizione e la pluralità dei partiti, la convocazione e la realizzazione di manifestazioni, e le espressioni di dissenso e critica attraverso i media, prendono forma in quella che chiamiamo democrazia in Venezuela.

 

III. In Venezuela il contratto sociale, le istituzioni e i principi dell’economia formale si stanno disfacendo

Se c’è qualcosa che potrebbe considerarsi una specificità del caso venezuelano è che il contesto socio-politico attuale è lacerato, profondamente corrotto e decisamente confuso. Abbiamo sostenuto che nel Paese siamo di fronte a una delle crisi istituzionali più dure di tutta l’America Latina [3], riferendoci così all’insieme delle istituzioni giuridiche, sociali, economiche e politiche che tra le altre contribuiscono a definire la Repubblica venezuelana.

La crisi storica del modello di accumulazione della rendita del petrolio, le metastasi della corruzione nel Paese, le aspre vulnerabilità del tessuto sociale a partire dal “periodo neoliberale” e in particolare dal 2013, e la intensità degli attacchi e degli scontri politici, hanno fatto cadere nel loro insieme le istanze delle istituzioni formali di tutti gli ambiti della società, canalizzando buona parte delle dinamiche sociali sulla via di meccanismi informali, sotterranei e illegali.

In ambito economico, la corruzione si è trasformata in un meccanismo trasversale, motore della distribuzione della rendita del petrolio, concentrando enormi somme di denaro e mettendole a disposizione della discrezionalità di pochi, e svuotando così le basi dell’economia formale della rendita. Questo è accaduto in maniera determinante con PDVSA[4], la principale industria del Paese, così come con fondi strategici come il Fondo Cinese-Venezuelano e con numerose imprese nazionalizzate.

Il collasso dell’economia formale ha fatto sì che in pratica l’informalità diventasse uno dei motori di tutta l’economia nazionale. Le fonti di opportunità sociale, sia in termini di ascensione sociale che di possibilità di maggiori introiti, si trovano spesso attraverso quello che viene chiamato il “bachaqueo” dei prodotti alimentari (il commercio illegale, ad altissimo prezzo, diretto al mercato nero) [5] o attraverso altre forme di commercio nei differenti mercati paralleli: di denaro, di medicine, di benzina, ecc.

In ambito politico-giuridico, lo stato di diritto non è riconosciuto e rispettato dai principali attori politici, che non solo si disconoscono mutuamente ma ricorrono ad azioni politiche estreme, disposti a tutto per vincere l’uno sull’altro. Il Governo nazionale affronta quella che considera le “forze nemiche” con misure d’eccezione e sensazionalismo, mentre i gruppi più reazionari dell’opposizione effettuano violente azioni di vandalismo, scontro e assalto ccontro le infrastrutture. In questo scenario lo stato di diritto è venuto meno in maniera considerevole, rendendo più vulnerabile la popolazione venezuelana.

Ogni giorno che passa regna una maggiore impunità, che si è diffusa a tutti i settori della popolazione. Ciò fa sì che la corruzione attecchisca ancor di più, sembrando inarrestabile, e che la popolazione come conseguenza non si aspetti più nulla dal sistema di giustizia e tenda sempre più a esercitare giustizia con le proprie mani.

Il collasso del contatto sociale fa crescere nella popolazione tendenze del tipo “si salvi chi può”. C’è poi da considerare che la frammentazione del potere ha contribuito al generarsi, al crescere e al potenziarsi di diversi poteri territoriali, come ad esempio i “sindicatos mineros”, che controllano con le armi le miniere d’oro dello Stato di Bolívar, o come le bande criminali che dominano intere aree di Caracas come El Cementerio o La Cota 905[6].

Il contesto descritto dimostra, niente più e niente meno, che il futuro e le definizioni politiche dell’attuale situazione del Paese stanno definendosi in grande misura attraverso la via della forza.

 

IV. La crisi di lungo periodo del capitalismo venezuelano della rendita (1983-2017)

Il drastico calo dei prezzi internazionali del greggio è stato determinante nello sviluppo della crisi venezuelana, ma non è l’unico fattore che spiega tale processo. Dagli anni ’80 ci sono stati crescenti sintomi di affaticamento del modello di accumulazione basato sull’estrattivismo petrolifero e sulla distribuzione della rendita che questo estrattivismo genera. La fase attuale di caos dell’economia nazionale (dal 2013 ad oggi) è anche il prodotto del contesto economico degli ultimi 30 anni nel Paese. Perché?

Varie ragioni lo spiegano. Circa il 60% del petrolio venezuelano è pesante o extra-pesante. Si tratta del tipo di greggio economicamente più costoso e che richiede il maggior uso di energia e l’utilizzo di lavorazioni addizionali per poter essere commercializzabile. La redditività del principale business del Paese dunque è in costante calo rispetto al passato, quando prevalevano tipi di petrolio più convenzionali. Tutto ciò avviene mentre allo stesso tempo il modello esige sempre più guadagni legati alla rendita e una quantità sempre maggiore di investimenti sociali, non solo per venire incontro alle esigenze crescenti di una popolazione che continua ad aumentare.

La iper-concentrazione della popolazione nelle città (più del 90%) favorisce l’uso della rendita orientato fondamentalmente al consumo (di beni importati) e molto poco alla produzione. Le epoche di prosperità promuovono il rafforzamento del settore estrattivo (primario) – si tratta degli effetti di quella che viene chiamata la “Malattia Olandese” – e ciò a sua volta rende ulteriormente vulnerabili i già deboli settori produttivi. Così che, quando l’epoca d’oro finisce (come avvenne a fine anni ’70 e recentemente dal 2014), l’economia si ritrova ancora più dipendente e più debole di fronte a una nuova crisi.

Anche la corruzione socio-politica del sistema rende possibili fughe e decentralizzazioni fraudolente della rendita, il che impedisce lo sviluppo di politiche coerenti di redistribuzione per attenuare la crisi.

Infine, anche la crescente volatilità dei prezzi internazionali del greggio, così come i cambiamenti negli equilibri di potere globali intorno al petrolio (come la progressiva perdita di influenza della OPEC), hanno importanti conseguenze sull’economia nazionale.

Mentre si susseguono tutte queste oscillazioni economiche nel Paese, le risorse ecologiche continuano a erodersi ed esaurirsi, il che minaccia i mezzi di sussistenza di milioni di venezuelani per il presente e per il futuro.

L’attuale soluzione che porta avanti il governo nazionale è stata incrementare notevolmente l’indebitamento esterno, distribuire la rendita in maniera più regressiva per la popolazione, espandere l’estrattivismo e favorire il capitale transnazionale.

Insomma, qualunque sia l’élite che governerà nei prossimi anni, dovrà affrontare, che lo voglia o no, i limiti storici a cui ha portato il vecchio modello di rendita petrolifera. Non basterà solo sperare in un colpo di fortuna affinché i prezzi del petrolio crescano. Stanno arrivando cambiamenti decisivi e si dovrà essere pronti ad affrontarli.

 

V. Socialismo? In Venezuela si sta portando avanti un processo di progressivo aggiustamento strutturale e flessibilizzazione economica

Nel Paese si sta sviluppando un processo di aggiustamento strutturale e settorializzato dell’economia, flessibilizzando le regolazioni e le restrizioni al capitale che erano state imposte in precedenza, e smantellando poco alla volta gli avanzamenti sociali raggiunti negli anni scorsi dalla Rivoluzione Bolivariana. Questi cambiamenti vengono nascosti dietro le parole Socialismo e Rivoluzione, sebbene rappresentino politiche ogni volta più osteggiate dalla popolazione.

In particolare parliamo di politiche come la creazione delle Zone Economiche Speciali, che rappresentano liberalizzazioni integrali di parte del territorio nazionale, uno strumento che consegna la sovranità ai capitali stranieri che in questo modo otterranno l’amministrazione praticamente senza limiti di queste regioni. Si tratta di una delle misure neoliberali già presenti nell’Agenda Venezuelana realizzata negli anni ’90 dal governo di Rafael Caldera e dettata dal Fondo Monetario Internazionale.

Allo stesso tempo, si portano avanti poco a poco politiche come la flessibilizzazione della Fascia Petrolifera dell’Orinoco, decisa con le corporazioni straniere; la liberalizzazione dei prezzi di alcuni prodotti di prima necessità; la crescente emissione di titoli di Stato; la svalutazione della moneta, che crea un tipo di cambio fluttuante (Simadi); l’accettazione che alcune transazioni commerciali si facciano direttamente in dollari, per esempio nel settore turistico; o il fedele pagamento del debito pubblico e dei relativi interessi, la qual cosa implica necessariamente un taglio alle importazioni con conseguenze problematiche in termini di scarsità di beni di prima necessità.

Allo stesso tempo vengono portate avanti un aumento e una flessibilizzazione dell’estrattivismo verso nuove frontiere, tra cui emerge per importanza la mega-opera dell’Arco Minerario dell’Orinoco, un progetto senza precedenti per grandezza che ha come obiettivo installare mega-miniere in un territorio di 111.800 km2 di estensione, minacciando fonti di vita indispensabili per i venezuelani, in particolare per i popoli indigeni. Questi progetti porteranno tra le altre cose a vincolare il Paese per moltissimo tempo ancora agli schemi di dipendenza che produce l’estrattivismo[7].

Tali riforme, va detto, si combinano con il mantenimento di alcune politiche di assistenza sociale, con i continui aumenti dei salari nominali, con alcune concessioni alle richieste delle organizzazioni popolari e con l’uso di una narrativa rivoluzionaria e antimperialista. Il che, ovviamente, ha come principale obiettivo il mantenimento del residuo appoggio elettorale.

Siamo in presenza di quello che definiamo “neoliberalismo mutante”, nella misura in cui si combinano con meccanismi di intervento statale e di assistenza sociale diverse forme di mercantilizzazione, finanziarizzazione e deregolamentazione.

Parte della sinistra si è particolarmente battuta per evitare l’arrivo al potere di governi conservatori e per sottrarsi in questo modo a un “ritorno al neoliberalismo”. Dimenticandosi però di menzionare il fatto che anche i governi progressisti hanno portato avanti misure selettive, variabili e ibride di tipo neoliberale, con gravi conseguenze per il popolo e per l’ambiente[8].

 

VI. L’alternativa? Il progetto dei partiti della “Mesa de la Unidad Democrática” (MUD) è neoliberista

La coalizione di destra MUD (Mesa de la Unidad Democrática) è il blocco predominante dell’opposizione partitica al governo nazionale, sebbene sia recentemente nata e cresciuta un’opposizione di sinistra, che probabilmente continuerà a crescere. Questa sinistra critica, o per lo meno la più coerente, non si identifica con la MUD e di conseguenza non agisce politicamente al suo fianco.

La MUD non è un blocco omogeneo, esistono settori che vanno da influenti gruppi radicali di estrema destra – che potremmo chiamare “uribisti” (in quanto vicini all’ex presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez, ndt) – fino ad alcuni settori di conservatorismo moderato e di liberalismo elitista con tendenze redistributive. Questi gruppi hanno tra loro una relazione conflittuale che a volte sfocia in scontri e arroganze reciproche.

Nonostante le loro differenze, tuttavia, i diversi gruppi della MUD sono uniti da almeno tre fattori fondamentali: la matrice ideologica, le basi del programma economico e un’agenda reazionaria di fronte al governo nazionale e a qualunque possibilità di trasformazione in senso popolare ed emancipatore. Ci riferiamo ora alle prime due.

La loro matrice ideologica è profondamente determinata dalla teoria neoclassica e dal liberalismo conservatore, con elogi ossessivi alla proprietà privata e alle libertà individuali e d’impresa, e l’idea della fine dell’“ideologizzazione” statale.

Questi elementi ideologici sono più chiari nel programma della coalizione che nei suoi discorsi mediatici, dove la retorica è semplicista, superficiale e piena di slogan. La sintesi più articolata del loro modello economico si trova nei “Lineamenti per il Programma di Governo di Unità Nazionale (2013-2019)”[9]. Si tratta di una versione più ortodossamente neoliberista dell’estrattivismo petrolifero, rispetto a quella portata avanti dal governo venezuelano.

Risalta il fatto che, a dispetto delle loro retoriche sul “cambiamento” e sulla “Venezuela produttiva”, la loro proposta prevede di aumentare l’estrazione di petrolio in Venezuela fino a 6 milioni di barili al giorno, ponendo enfasi nell’aumento delle quote della Fascia Petrolifera dell’Orinoco. Sebbene si accusino a vicenda e si azzuffino, e a dispetto di quello che dichiarano pubblicamente, le proposte petrolifere di Henrique Capriles Radonski (“Petrolio per il tuo Progresso”)[10] e Leopoldo López (“Petrolio nel Venezuela Migliore”[11]) sono gemelle, e sono fondamentalmente in linea con il “Piano della Patria 2013-2019”, del governo nazionale. Il cambiamento annunciato non è niente più che un’ulteriore vincolo all’estrattivismo, un aumento della rendita e dello “sviluppismo”, con tutte le conseguenze economiche e di impatto socio-ambientale che tale modello porta con sé.

 

VII. La frammentazione del “popolo” e il progressivo sfaldamento del tessuto sociale

In tutti questi processi di guerra a bassa intensità e caos sistemico, il soggetto più colpito è il popolo lavoratore. La potente coesione socio-politica che si realizzò nei primi anni della Rivoluzione Bolivariana ha sofferto non solo un logoramento ma una vera e propria disarticolazione. E le conseguenze si sono spinte fino al midollo del tessuto comunitario del Paese: la precarietà nel soddisfare le necessità più immediate della vita quotidiana; gli incentivi al risolvere individualmente e in maniera competitiva i problemi socio-economici della popolazione; la metastasi della corruzione; la canalizzazione dei conflitti sociali per la via della forza; la perdita di referenti etico-politici e il logoramento della popolazione dovuto al discredito dei partiti; l’aggressione diretta alle esperienze comunitarie più forti e importanti e ai leader comunitari da parte dei vari attori politici e territoriali. Tutto ciò fa parte di questo processo di messa in crisi del tessuto sociale che punta a minare i veri pilastri di qualunque possibile cammino di trasformazione popolare-emancipatrice o le stesse capacità di resistenza della popolazione di fronte all’avanzamento delle forze regressive nel Paese.

Nel mentre, varie organizzazioni popolari di base e movimenti sociali in tutto il Paese insistono nel costruire un’alternativa che provenga dai territori. Il tempo dirà quale sarà la loro capacità di resistenza, di adattamento e soprattutto la loro capacità di organizzarsi collettivamente e unitariamente e di indirizzare con maggior forza il processo politico nazionale.

Se c’è una solidarietà irrinunciabile che dovrebbero mettere in campo le sinistre in America Latina e nel mondo, deve essere verso questo popolo in lotta, che storicamente ha portato sulle proprie spalle il peso maggiore dello sfruttamento e dei costi della crisi. Questo popolo che con frequenza si è ripreso le strade facendo in modo che le proprie richieste venissero ascoltate ed esaudite. Questo popolo che oggi si trova di fronte ai complicati dilemmi propri di questi tempi di riflusso e regressione. Questo dovrebbe essere il vero punto d’onore delle sinistre. Il costo di voltare le spalle a queste contro-egemonie popolari in nome di una strategia di conservazione del potere potrebbe essere molto alto.


Texto publicado originalmente en Alainet.org 

Emiliano Terán Mantovani è un sociologo venezuelano, si occupa di ecologia politica ed è ricercatore in scienze sociale.

Note

[1] https://obamawhitehouse.archives.gov/the-press-office/2015/03/09/executi…

[2] http://www.southcom.mil/Portals/7/Documents/Posture%20Statements/SOUTHCO…

[3] http://www.rebelion.org/noticia.php?id=207450

[4] http://www.correodelorinoco.gob.ve/impacto/maduro-hay-que-ir-a-sanear-pr…

[5] http://www.eluniversal.com/noticias/economia/leon-bachaquero-invierte-40…

[6] http://efectococuyo.com/principales/van-al-menos-24-fallecidos-en-enfrentamientos-entre-cicpc-y-bandas-delincuenciales; http://www.radiomundial.com.ve/article/enfrentamiento-en-cota-905-deja-1…

[7] http://www.alainet.org/es/articulo/175893

[8] http://www.alainet.org/es/articulo/172285

[9] http://static.telesurtv.net/filesOnRFS/opinion/2015/12/09/mud_government…

[10] http://www.eluniversal.com/noticias/politica/plan-petroleo-para-progreso…

[11] http://www.leopoldolopez.com/en-la-mejor-venezuela-duplicaremos-la-produ…


(Questo articolo è tradotto in italiano da CarmillaOnLine)

 

Venezuela desde adentro: siete claves para entender la crisis actual

No es posible entender la crisis actual en Venezuela sin analizar en conjunto los factores que se desarrollan ‘desde adentro’, y que no son explicados en su conjunto por los principales medios de comunicación. Planteamos siete claves de la crisis actual en donde se resalta que no se puede comprender lo que pasa en Venezuela sin tomar en cuenta la intervención foránea y que el concepto de ‘dictadura’ ni explica el caso venezolano ni es una especificidad regional de ese país. A su vez planteamos que se están desbordando el contrato social, las instituciones y los marcos de la economía formal y que se está canalizando el devenir y las definiciones políticas de la actual situación por la vía de la fuerza y a través de un buen número de mecanismos informales, excepcionales y subterráneos. Proponemos que el horizonte compartido de los dos bloques partidarios de poder es neoliberal, que estamos ante una crisis histórica del capitalismo rentístico venezolano y que comunidades, organizaciones populares y movimientos sociales se enfrentan a un progresivo socavamiento del tejido social.

 

El trato que se le da a Venezuela en los grandes medios de comunicación internacionales es sin duda especial en todo el mundo. No tenga dudas que hay demasiadas tergiversaciones, demasiado maniqueismo, demasiados slogans, demasiadas manipulaciones y omisiones.

 

Más allá de las versiones cretinizantes de la neolengua mediática que interpreta todo lo que ocurre en el país en clave de ‘crisis humanitaria’, ‘dictadura’ o ‘presos políticos’, o bien de la narrativa heroica de la Venezuela del ‘socialismo’ y la ‘revolución’ que interpreta todo lo que ocurre en el país en clave ‘guerra económica’ o ‘ataque imperial’, hay muchos temas, sujetos y procesos que son invisibilizados, que ocurren mar adentro y que esencialmente constituyen el escenario político nacional. No es posible entender la crisis actual en Venezuela sin analizar en conjunto los factores que se desarrollan ‘desde adentro’.

 

El criterio de acción e interpretación basado en la lógica ‘amigo-enemigo’ responde más a una disputa entre élites de los partidos políticos y grupos económicos que a los intereses fundamentales de las clases trabajadoras y la defensa de los bienes comunes. Es necesario apostar por miradas integrales del proceso de crisis y conflicto nacional, que contribuyan a trazar las coordenadas para trascender o enfrentar la coyuntura actual.

 

Presentamos 7 claves para su comprensión, analizando no solo la disputa gobierno-oposición, sino también procesos que se están desarrollando en las instituciones políticas, en los tejidos sociales, en las tramas económicas, al tiempo que se resaltan las complejidades sobre el neoliberalismo y los regímenes de gobierno y gobernanza en el país.

 

I. No es posible comprender lo que pasa en Venezuela sin tomar en cuenta la intervención foránea

 

El rico y vasto conjunto de los llamados ‘recursos naturales’ del país; su posición geo-estratégica; su desafío inicial a las políticas del Consenso de Washington; su influencia regional para la integración; así como sus alianzas con China, Rusia o Irán; le otorgan un notable significado geopolítico a Venezuela. Sin embargo, hay sectores intelectuales y mediáticos que continuamente buscan obviar las muy fluidas dinámicas internacionales que impactan y determinan el devenir político en el país, donde resalta el persistente accionar intervencionista del Gobierno y los diferentes poderes fácticos de los Estados Unidos.

 

En este sentido, estos sectores se encargan de ridiculizar la crítica al imperialismo, y presentan al Gobierno Nacional como el único actor de poder en juego en Venezuela, y por ende el único objeto de interpelación política.

 

Sin embargo, desde la instauración de la Revolución Bolivariana se ha desarrollado un intenso intervencionismo estadounidense hacia Venezuela, el cual se ha recrudecido y tornado más agresivo a partir de la muerte del presidente Chávez (2013) y del contexto de agotamiento del ciclo progresista y restauración conservadora en América Latina. Vale recordar la Orden Ejecutiva firmada por Barack Obama en marzo de 2015 en la cual se declaraba a Venezuela como una amenaza inusual y extraordinaria para la seguridad nacional de los EEUU –‘an unusual and extraordinary threat to the national security and foreign policy of the United States’[1]. Ya sabemos qué le ha ocurrido a los países que son catalogados de esta manera por la potencia del norte.

 

Actualmente, además de las amenazantes declaraciones del Jefe del Comando Sur, el Almirante Kurt W. Tidd (6 de abril de 2017), planteando que la ‘crisis humanitaria’ en Venezuela podría obligar a llevar adelante una respuesta regional –‘The growing humanitarian crisis in Venezuela could eventually compel a regional response’[2]–, y de la evidencia de la agresividad de la política exterior de Donald Trump con el reciente bombardeo a Siria, el Secretario General de la Organización de Estados Americanos (OEA), Luis Almagro, encabeza junto a varios países de la región el intento de aplicación de la Carta Democrática para abrir un proceso de ‘restitución de la democracia’ en el país.

 

Los ideólogos y operadores mediáticos de la restauración conservadora en la región se muestran muy preocupados por la situación de Derechos Humanos (DDHH) en Venezuela, pero no logran explicar en sus análisis porque extrañamente no se hace ningún esfuerzo supranacional del mismo tipo frente a la espantosa crisis de DDHH en países como México y Colombia. En este sentido parece que la indignación moral es relativa y prefieren callar.

 

Sea pues, por razones de intencionalidad política o ingenuidad analítica, estos sectores despolitizan el rol de los organismos supranacionales desconociendo las relaciones geopolíticas de poder que los constituyen, que hacen parte de su propia naturaleza. Una cosa es una lectura paranoica de todas las operaciones impulsadas por estos organismos globales y otra muy diferente es una interpretación puramente procedimental de su accionar, obviando los mecanismos de dominación internacional y control de mercados y de recursos naturales que se han canalizado a través de estas instituciones de gobernanza global y regional.

 

Pero hay algo importante que agregar. Si hablamos de intervención, no podemos solo hablar de los EEUU. En Venezuela hay crecientes formas de intervencionismo chino en la política y las medidas económicas que se han ido tomando, lo que apunta a pérdidas de soberanía, incremento de la dependencia con la potencia asiática y procesos de flexibilización económica.

 

Una parte de la izquierda ha preferido callar estas dinámicas, dado que parece que la única intervención que merece ser señalada es la estadounidense. Pero ambas vetas de injerencia foránea se están desarrollando para favorecer la acumulación capitalista transnacional, la apropiación de ‘recursos naturales’ y para nada tienen que ver con las reivindicaciones populares.

 

II. El concepto de ‘dictadura’ no explica el caso venezolano

 

Casi desde el inicio de la Revolución Bolivariana se ha tildado a Venezuela de ser una ‘dictadura’. Este concepto sigue siendo objeto de amplios debates en la teoría política debido a que ha sido desafiado por las transformaciones y complejización de los regímenes y ejercicios de poder contemporáneos, sobre todo en la actual época globalizada, lo que plantea serios vacíos e imprecisiones en sus definiciones.

 

La ‘dictadura’ suele estar asociada a regímenes políticos o tipos de gobierno en los cuales todo el poder está concentrado, sin limitaciones, en una sola persona o un grupo de ellas; hay una ausencia de división de poderes; ausencia de libertades individuales, de libertad de partidos, libertad de expresión; e incluso en ocasiones el concepto ha sido vagamente definido como ‘lo opuesto a la democracia’.

 

El término ‘dictadura’ en Venezuela ha sido utilizado y masificado en la jerga mediática de manera bastante superficial, visceral y de una forma moralizante, prácticamente para plantearlo como una especie de especificidad venezolana, distinguiéndose así de los otros países de la región, donde en teoría sí habría regímenes ‘democráticos’.

 

El asunto es que en Venezuela en la actualidad difícilmente se puede decir que todo el poder está concentrado sin limitaciones en una sola persona o un grupo de ellas, debido a que en el país estamos ante un mapa de actores, que si bien es jerarquizado, es a la vez fragmentado y volátil –sobre todo después de la muerte del presidente Chávez–, en tanto la existencia de diversos bloques de poder que pueden aliarse o bien estar enfrentados entre ellos y que desborda la dicotomía gobierno-oposición.

 

Aunque exista un gobierno con un componente militar importante, con crecientes expresiones de autoritarismo y con cierta capacidad de centralización, el escenario es altamente movedizo. No hay dominación total de arriba hacia abajo, y hay cierta paridad entre los grupos de poder en disputa. En cambio el conflicto podría desbordarse, caotizando aún más la situación.

 

El hecho de que la oposición venezolana controle la Asamblea Nacional, la cual ganó contundentemente por la vía electoral, señala además que antes que una pura ausencia de división de poderes, hay en cambio una disputa entre ellos, hasta ahora favorable a la combinación Ejecutivo-Judicial.

 

Antes pues que hablar de un régimen político homogéneo, estamos ante una amplia y conflictiva red de fuerzas. La metástasis de la corrupción hace que el ejercicio del poder se descentralice aún más, o bien se dificulte su centralización por parte del Poder Constituido.

 

Lo que sí tiene que ver con el viejo concepto romano de dictadura, es que en este contexto el Gobierno nacional está gobernando por medio de decretos y medidas especiales en el marco de un declarado ‘estado de excepción’, que se oficializa desde principios de 2016. En nombre de la lucha contra la guerra económica, el avance de la delincuencia y del paramilitarismo, y los avances subversivos de la oposición, numerosas mediaciones institucionales y procedimientos democráticos están siendo omitidos. Destacan por su gravedad políticas de seguridad como la Operación de Liberación del Pueblo (OLP), que representan intervenciones de choque directas de los cuerpos de seguridad del Estado en diferentes territorios del país (rurales, urbanos, barrios periféricos), para “combatir el hampa”, los cuales suelen tener polémicos saldos en muertes; la paralización del referéndum revocatorio; la suspensión de las elecciones a gobernación en 2016 sin todavía quedar claro cuando se realizarán; crecientes represiones y excesos policiales ante el descontento social producto de la situación en el país; y un incremento de procesos de militarización, resaltando las zonas fronterizas y las declaradas de ‘recursos naturales estratégicos’.

 

Este es el mapa político que, junto a las diversas formas de intervención foránea, configuran el escenario de guerra de baja intensidad que atraviesa prácticamente todos los ámbitos de la vida cotidiana de los venezolanos. Es este el marco en el que se desenvuelven las libertades individuales, la oposición y pluralidad partidaria, la convocatoria y realización de marchas, expresiones de disidencia y críticas en los medios de comunicación, entre otras formas de la llamada democracia en Venezuela.

 

III. En Venezuela se están desbordando el contrato social, las instituciones y los marcos de la economía formal

 

Si hay algo que podría definirse como una especificidad del caso venezolano es que su escenario socio-político actual está desgarrado, profundamente corrompido y altamente caotizado. Hemos sostenido que en el país estamos ante una de las crisis institucionales más severas de toda América Latina[3], haciendo referencia con esto al conjunto de las instituciones jurídicas, sociales, económicas, políticas, entre otras, que conforman la República venezolana.

 

La crisis histórica del modelo de acumulación rentista petrolero, la metástasis de la corrupción en el país, severas vulneraciones al tejido social desde el ‘período neoliberal’ y en especial desde 2013, y la intensidad de los ataques y disputas políticas, han desbordado en su conjunto los marcos de las instituciones formales de todos los ámbitos de la sociedad, canalizándose muy buena parte de las dinámicas sociales por la vía de mecanismos informales, subterráneos e ilegales.

 

En el ámbito económico, la corrupción se ha transformado en un mecanismo transversal y motorizador de distribución de la renta petrolera, desviando enormes sumas de divisas a discrecionalidad de unos pocos, y socavando las bases de la economía formal rentista. Esto ocurre de manera determinante con PDVSA[4], la principal industria del país, así como con fondos clave como el Fondo Chino-Venezolano o con numerosas empresas nacionalizadas.

 

El colapso de la economía formal ha hecho de la informalidad prácticamente uno de los ‘motores’ de toda la economía nacional. Las fuentes de oportunidades sociales, sea de ascenso social o de posibilidad de mayores ganancias, se encuentran con frecuencia en el llamado ‘bachaqueo’ de alimentos (el comercio ilegal, a altísimos precios, dirigidos al mercado negro)[5] u otras formas de comercio en los diversos mercados paralelos, sea de divisas, medicinas, gasolina, etc.

 

En el ámbito político-jurídico, el estado de derecho carece de respeto y reconocimiento por parte de los principales actores políticos, quienes no solo se desconocen mutuamente sino recurren a movidas políticas dispuestos a todo para vencerse el uno al otro. El Gobierno nacional enfrenta a las que considera las ‘fuerzas enemigas’ con medidas de excepción y conmoción, mientras que grupos de la oposición más reaccionarios despliegan operaciones violentas de vandalismo, confrontación y ataque a infraestructuras. En este escenario se ha mermado sobremanera el estado de derecho, haciendo muy vulnerable a la población venezolana.

 

Cada vez reina una mayor impunidad, la cual se ha expandido a todos los sectores de la población. Esto no solo hace que se enquiste aún más la corrupción, que luce indetenible, sino que implica que la población no espere nada del sistema de justicia, y cada vez más la ejerza con sus propias manos.

 

El colapso del contrato social genera tendencias de ‘sálvese quien pueda’ en la población. La fragmentación del poder también ha contribuido a que se generen, crezcan y se fortalezcan diversos poderes territoriales, como lo son los llamados ‘sindicatos mineros’ que controlan con armas minas de oro en el estado Bolívar, o bandas criminales que dominan sectores de Caracas como El Cementerio o La Cota 905[6].

 

El marco presentado implica nada más y nada menos que el devenir y las definiciones políticas de la actual situación en el país se están desarrollando en muy buena medida por la vía de la fuerza.

 

IV. La crisis de largo plazo del capitalismo rentístico venezolano (1983-2017)

 

El hundimiento de los precios internacionales del crudo ha sido determinante en el desarrollo de la crisis venezolana, pero no es el único factor que explica este proceso. Desde la década de los años 80 hay crecientes síntomas de agotamiento del modelo de acumulación basado en el extractivismo petrolero y la distribución de la renta que genera. La actual fase de caotización de la economía nacional (2013-hoy) es también producto del devenir económico de los últimos 30 años en el país. ¿Por qué?

 

Varias razones lo explican. Alrededor del 60% de los crudos venezolanos son pesados y extra-pesados. Estos crudos son económicamente más costosos y requieren mayor uso de energía y el empleo de procesamientos adicionales para su comercialización. La rentabilidad del negocio que alimenta al país va descendiendo con respecto a tiempos anteriores, cuando prevalecían crudos convencionales. Esto ocurre al mismo tiempo que el modelo exige cada vez más ingresos rentísticos y cada vez más inversión social no solo para paliar las crecientes necesidades de una población que sigue en aumento.

 

La hiper-concentración poblacional en las ciudades (más de 90%) promueve un uso de la renta orientado fundamentalmente en el consumo (de bienes importados) y muy poco en formas productivas. Las épocas de bonanza promueven el fortalecimiento del sector extractivo (primario) –los efectos de la llamada ‘Enfermedad Holandesa’– lo que vulnera notablemente a los ya débiles sectores productivos. Luego de finalizada la bonanza (como ocurrió a fines de los 70 y ahora desde 2014), la economía queda más dependiente y aún más débil para enfrentar una nueva crisis.

 

La corrupción socio-política del sistema también posibilita fugas y descentralizaciones fraudulentas de la renta, lo que impide el desarrollo de políticas coherentes de distribución para paliar la crisis

 

La creciente volatilidad de los precios internacionales del crudo, así como cambios en los balances de poder global en torno al petróleo (como la progresiva pérdida de influencia de la OPEP) tienen también significativos impactos en la economía nacional.

 

Mientras se desarrollan todos estos vaivenes económicos en el país, los recursos ecológicos se siguen socavando y agotando, lo que amenaza los medios de vida de millones de venezolanos para el presente y futuro.

 

La actual solución que impulsa el Gobierno nacional ha sido incrementar notablemente el endeudamiento externo, distribuir la renta de manera más regresiva para la población, expandir el extractivismo y favorecer al capital transnacional.

 

En suma, cualquiera de las élites que gobierne en los próximos años, tendrá que enfrentar, sí o sí, los límites históricos que se han alcanzado con el viejo modelo rentista petrolero. No bastará solo esperar un golpe de suerte para que los precios del petróleo suban. Se vienen trascendentales cambios y habrá que estar preparados para enfrentarlos.

 

V. ¿Socialismo? en Venezuela se está llevando a cabo un proceso de ajuste y flexibilización económica progresivo

 

En el país se está desarrollando un proceso de ajuste progresivo y sectorizado de la economía, flexibilizando previas regulaciones y restricciones al capital, y desmantelando paulatinamente los avances sociales alcanzados en tiempos anteriores en la Revolución Bolivariana. Estos cambios aparecen enmascarados en nombre del Socialismo y la Revolución, aunque representan políticas cada vez más rechazadas por la población.

 

Destacan políticas como la creación de las Zonas Económicas Especiales, las cuales representan liberalizaciones integrales de partes del territorio nacional, una figura que entrega la soberanía a los capitales foráneos que pasarían a administrar prácticamente sin limitaciones dichas regiones. Se trata de una de las medidas más neoliberales desde la Agenda Venezuela implementada por el gobierno de Rafael Caldera en los años 90, bajo las recomendaciones del Fondo Monetario Internacional.

 

También resaltan la paulatina flexibilización de los convenios con las corporaciones foráneas en la Faja Petrolífera del Orinoco; liberalización de precios de algunos productos básicos; creciente emisión de bonos soberanos; devaluación de la moneda, creándose un tipo de cambio flotante (Simadi); aceptación de algunos trámites comerciales directamente en dólares, por ejemplo, en el sector turismo; o el fiel cumplimiento de los pagos de deuda externa y los servicios de la misma, lo que implica un recorte en las importaciones y consiguientes problemas de escasez de bienes de consumo básico.

 

Se está impulsando el relanzamiento de un extractivismo flexibilizado,  apuntando fundamentalmente hacia las nuevas fronteras de la extracción, donde destaca el mega-proyecto del Arco Minero del Orinoco, el cual plantea instalar como nunca antes la mega-minería en un territorio de 111.800 kms2 de extensión, amenazando fuentes de vida claves para los venezolanos, en especial para los pueblos indígenas. Estos proyectos suponen además el atornillamiento por largo plazo a los esquemas de dependencia que produce el extractivismo[7].

 

Cabe destacar que estas reformas se combinan con el mantenimiento de algunas políticas de asistencia social, continuos aumento de los salarios nominales, algunas concesiones a demandas de las organizaciones populares y el uso de una narrativa revolucionaria e antiimperialista. Esto evidentemente tiene como uno de sus principales objetivos el mantenimiento de los apoyos electorales que quedan.

 

Estamos en presencia de lo que hemos llamado un ‘neoliberalismo mutante’, en la medida en la que se combinan formas de mercantilización, financiarización y desregulación con mecanismos de intervención estatal y asistencia social.

 

Parte de la izquierda ha estado muy enfocada en evitar la llegada de gobiernos conservadores al poder para así evitar la ‘vuelta del neoliberalismo’. Pero olvidan mencionar cómo gobiernos progresistas también avanzaron en varias medidas selectivas, mutantes e híbridas de perfil neoliberal, que finalmente afectan al pueblo y a la naturaleza[8].

 

VI. ¿La alternativa? El proyecto de los partidos de la ‘Mesa de la Unidad Democrática’ (MUD) es neoliberal

 

La derechista ‘Mesa de la Unidad Democrática’ (MUD) es el bloque predominante de la oposición partidista al Gobierno nacional, aunque una oposición de izquierda haya venido creciendo lentamente y es muy factible que lo siga haciendo. Esta izquierda crítica, al menos la más definida, no se identifica con la MUD por lo que no articula políticamente con esta.

 

La MUD no es un bloque homogéneo, y en cambio existen sectores que van, desde influyentes grupos radicales de extrema derecha –que podríamos llamar ‘uribistas’–, hasta llegar a algunos sectores de conservadurismo light, y de liberalismo elitario con cierta tendencia distribucionista. Estos diversos grupos tienen una relación conflictiva entre ellos y con eventuales careos y desplantes mutuos.

 

A pesar de sus diferencias, a los diferentes grupos de la MUD los une al menos tres factores fundamentales: su matriz ideológica, las bases de su programa económico y su agenda reaccionaria ante el Gobierno nacional y ante la posibilidad de una profunda transformación de corte popular emancipatorio. Nos referiremos a las dos primeras.

 

Su matriz ideológica está profundamente determinada por la teoría neoclásica y por el liberalismo conservador, enalteciendo obsesivamente la propiedad privada, el fin de la ‘ideologización’ por parte del Estado y el auge de las libertades empresariales e individuales.

 

Estos pilares ideológicos son más claros en la programática de este bloque que en sus propios discursos mediáticos, donde la retórica es simplista, superficial y llena de consignas. La síntesis más acabada de su modelo económico se encuentra en los ‘Lineamientos para el Programa de Gobierno de Unidad Nacional (2013-2019)’[9]. Se trata de una versión neoliberal más ortodoxa del extractivismo petrolero, en relación al proyecto del actual Gobierno venezolano.

 

Destaca el hecho de que, a pesar de enarbolar la bandera del ‘cambio’ y la ‘Venezuela productiva’, su propuesta plantea llevar la extracción de petróleo en Venezuela hasta 6 millones de barriles diarios, poniendo énfasis en el incremento de las cuotas de la Faja Petrolífera del Orinoco. Aunque se acusen, riñan y señalen públicamente, las propuestas petroleras de Henrique Capriles Radonski (Petróleo para tu Progreso)[10] y Leopoldo López (Petróleo en la Mejor Venezuela[11]) son gemelas, y consensuan con el ‘Plan de la Patria’ 2013-2019 impulsado por el Gobierno nacional. El cambio anunciado no es más que otro atornillamiento con el extractivismo, más rentismo y desarrollismo, y las consecuencias económicas e impactos socio-ambientales y culturales que conlleva este modelo.

 

 

VII. La fragmentación del ‘pueblo’ y el progresivo socavamiento del tejido social

 

En todos estos procesos de guerra de baja intensidad y caos sistémico, el principal afectado es el pueblo trabajador. La potente cohesión socio-política que se configurara en los primeros años de la Revolución Bolivariana ha sufrido no solo un desgaste sino una progresiva desarticulación. Pero estas afectaciones han llegado incluso a la propia médula de los tejidos comunitarios del país.

 

La precariedad para cubrir las necesidades básicas de la vida cotidiana; los incentivos a la resolución individual y competitiva de los problemas socio-económicos de la población; la metástasis de la corrupción; la canalización de los conflictos y disputas sociales por la vía de la fuerza; la pérdida de referentes ético-políticos y el desgaste de la polarización debido al descrédito de los partidos; la agresión directa a experiencias comunitarias fuertes o importantes y a líderes comunitarios por parte de diversos actores políticos y territoriales; hacen parte de este proceso de vulneración de los tejidos sociales que apunta a socavar los verdaderos pilares de un potencial proceso de transformación popular-emancipatorio o de las capacidades de resistencia de la población ante un mayor avance de fuerzas regresivas en el país.

 

Mientras tanto, diversas organizaciones de base popular y movimientos sociales a lo largo y ancho del país insisten en construir una alternativa desde sus territorios. Los tiempos dirán cual será su capacidad de resistencia, adaptación y sobre todo su habilidad colectiva para articularse entre ellos y disputar con mayor fortaleza el rumbo del proyecto político nacional.

 

Si hay una solidaridad irrenunciable que debería impulsarse desde las izquierdas en América Latina y el mundo, debe ser con este pueblo luchador, ese que históricamente ha cargado sobre sus hombros la explotación y los costos de la crisis. Ese que frecuentemente ha desbordado y se ha re-apropiado de las calles buscando que sus demandas sean escuchadas y atendidas. Ese que en la actualidad se enfrenta a los complejos dilemas que suponen los actuales tiempos de reflujo y regresiones. Este pareciera que es el verdadero punto de honor de las izquierdas. El costo de darle la espalda a estas contra-hegemonías populares en nombre de una estrategia de conservación del poder podría ser muy alto.

 

Caracas, abril de 2017

 

Emiliano Terán Mantovani es sociólogo venezolano, ecologista político e investigador en ciencias sociales.

 

 


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