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Con Macron peggiora l’austerità europea.

di Tonino D’Orazio

La vittoria di Macron in Francia, malgrado la felicità delle forze antifasciste, è un boomerang per i lavoratori. E’ vero, c’era poco da scegliere. Rimane interessante il meccanismo di scelta dell’uomo “nuovo”. Rimane interessante come il capitalismo finanziario e bancario riesca a trovare l’uomo giusto della “provvidenza”. Anche al momento giusto. Anche gran parte dei giornalisti italiani che gestiscono i talkshow nostrani si sono posti la domanda. Dopo l’esperienza recente dell’ultimo “giovane” e ubbidiente leader stanno aspettando un “Macron italiano”.   Sono aperte le scommesse affinché tutto cambi e niente cambi.

Ma il voto francese ha un’altra connotazione: la scomposizione dei partiti tradizionali e soprattutto la sconfitta del partito socialista francese. Cioè di una fetta della sinistra, costretta a votare e far votare un uomo ambiguo che, uscito dalle proprie fila, si è accordato da solo con il neoliberismo, senza mediazione dello staff di Hollande. E ha vinto, con un programma di ultradestra, cioè anti-lavoratori. Il rimbalzo positivo di tutte le borse è più che indicativo. La gioia espressa dalla troika di Bruxelles, ma anche di Hollande, altrettanto. La Francia era il tassello più importante per poter continuare le “riforme” e avventurarsi in una Europa a due o più velocità, al fianco della Germania e contro tutti gli altri, una volta la Gran Bretagna fuori. La Merkel, che ha reso grande, se non imperialista il suo paese, è candidata per un quinto mandato alla cancelleria tedesca. Domenica prossima si vota nel più popoloso Land tedesco, il Nordreno Westfalia, e sarà la cartina di tornasole. Le destre europee non temono più i socialisti, anche quelli più che consenzienti al loro programma, perché ridimensionati dappertutto e ovviamente considerati ormai non alternativi ma semplici alleati. Cinque anni fa, in Francia, il PS aveva tutto: Eliseo, Assemblea, Senato, Regioni, Dipartimenti e grandi città. Tutto in fumo con Hollande. Un disastro annunciato. Come si poteva ricandidarlo?

Domenica si è votato anche in un piccolo Land tedesco vicino alla frontiera danese, il Land dello Schleswig-Holstein dove la Cdu guidata da un giovane e quasi sconosciuto politico, il 43enne Daniel Guenther, ha sbaragliato la Spd del governatore uscente Torsten Albig. Cdu al 32%, la Spd perde 3 punti al 27,2%, terza forza i Verdi al 12,9%, seguiti dai liberali della Fdp all’11,5%; con il 5,9% anche i nazisti dell’AfD entrano quindi nel parlamento regionale. Resta fuori la Linke, sotto la soglia del 5%.

L’altro elemento di grande importanza è stata l’astensione al 26% (12 milioni), aggiunta al 13% (4,2 milioni) di schede bianche e nulle. Diciamo che 40% dei francesi si sono espressi come la più grande forza del paese. 11 milioni di voti alla Le Pen, meno degli astenuti. Quindi Macron, un presidente “per difetto”. Quindi Macron deve convincerli per le politiche dell’11 e 18 giugno. Altrimenti sarà difficile governare senza maggioranza parlamentare e se coabitazione ci sarà i socialisti in declino sono già pronti ad aiutarlo e rimettersi in sella. L’ex candidata socialista alle precedenti presidenziali, Segolène Royal, ha già detto che “è arrivato il momento di lavorare assieme”. Sia Valls (Primo ministro) che Guillaume (Capogruppo Ps al Senato) hanno dichiarato: “Il PS è morto”. Lo stesso Macron, per gli eventuali ministri, ha lasciato delle caselle vuote. Certamente, senza un partito suo, l’impresa di governo diventa ardua per il movimento “En marche!”. Macron ha promesso di candidare per il parlamento almeno “la metà di volti nuovi”, e l’altra metà scelti tra “sinistra, centro e destra”. Per il momento ha solo 14 candidati e per la maggioranza parlamentare ce ne vogliono 289, e quindi probabilmente si preannuncia una coabitazione. Macron potrà accogliere nell’arca parecchi socialisti, visto che i sondaggi (in Francia straordinariamente precisi) danno quel partito ormai a 8/9%. In fase di implosione. Forse dietro Macron il PS, almeno nella sua oligarchica, potrebbe continuare a dare una mano alla troika di Bruxelles e ai suoi disegni futuri per l’Unione, in perfetta continuità e sintonia con lui.

D’altronde l’avvoltoio Junker, presidente della commissione europea, ha immediatamente avvertito il ragazzo che la Francia si “esponeva a gravi rischi se non riusciva ad abbassare le sue spese e a ridurre strutturalmente il suo deficit”. Non c’era bisogno, il programma di Macron è proprio già in linea, ma ribadire puntualmente chi comanda non fa mai male.

Insomma, la grande novità francese, un partito e un governo compatto di centro con conservatori e socialisti. Una “Grosse Koalitionen” più compatta e sotto un’unica sigla. Esempio e prossima ipotesi elettorale per Renzi e spezzoni di FI.

Il quadro politico, come in tutta Europa, si sposta definitivamente a destra. La tecnica dell’impoverimento delle masse, dell’arricchimento dei pochi, dell’austerità strutturata definitivamente, non hanno portato ipotesi alternative. Anzi, desolatamente, hanno fatto crescere le destre promotrici. Gli stessi “conservatori” si sono trasformati in destre anti-lavoratori. Con il voto determinante di questi ultimi. Pensare che in Francia, con il suo programma, Macron li aveva anche avvertiti di ulteriore “sangue e lacrime”. “Trend di svalutazione complessiva del lavoro, taglio di 120.000 posti nel settore pubblico, ottimizzazione del sistema delle pensioni (!) e diminuzione della spesa statale al 52% del PIL”.

Ma votare l’avventura Le Pen gran parte non se l’è sentita, anche se quest’ultima, che ha raddoppiato i voti della precedente tornata di 5 anni fa, (oggi 11 milioni) fa rimanere il FN primo partito di Francia. Il 3° turno saranno le politiche del mese prossimo.

Politiche sicuramente frammentarie. I repubblicani, come tutta la sinistra, non si danno per vinti e si propongono di imbrigliare un presidente in fondo votato dal 20% dei francesi e che, al dunque, difficilmente avrà una maggioranza forte in parlamento. Se poi tutti gli anti-Hollande diventano anti-Macron? Quindi le prime settimane governerà per “decreto presidenziale”, forse fino a luglio, e ha poco tempo per i suoi “affondi”. Tipo?

Ulteriore riforma del Codice del lavoro. Il fondatore di En Marche! (populismo di centro-destra, come in Spagna Ciudadanos), desidera semplificare il codice del lavoro dando più spazio alla contrattazione aziendale, o di settore, e reintroducendo il tetto agli indennizzi in caso di licenziamenti. Un progetto insomma che punta a una grande flessibilità nel mercato del lavoro e che va ben oltre la legge El Khomri, approvata di recente dal governo socialista (anzi direttamente per decreto da Hollande) e già oggetto di una pesante contestazione sociale.

La riforma della scuola primaria. In così poco tempo? Beh sì, che ci vuole. Convintissimo di questa Europa, il suo primo viaggio sarà alla corte della Merkel per potenziarne l’azione e per impegnarsi nella “difesa comune”. Quindi come tutti utilizzerà parole roboanti per distinguersi (tecnica Renzi) poi abbasserà il capo, la Francia non sta proprio ben messa, quasi come noi. (Dixit Junker)

Insomma tutto da vedere e capire, ma sicuramente dopo la terza tornata. Solo le prossime legislative daranno un senso alla situazione politica reale. E si capirà se è un presidente in trappola contro i partiti tradizionali sicuramente più strutturati e pronti a “vendicarsi”. Oppure è il “nuovo” che avanza.

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