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Ballottaggio alla francese

di Tonino D’Orazio

Il ballottaggio rimane, comunque, il sistema elettorale del “due contro uno”; in questo caso per blindare la struttura una politica e non farla nemmeno scalfire. Non c’è alternativa al neoliberismo. Da destra o da estrema destra lo si può solo amministrare. I socialisti, ormai sconfitti dappertutto, hanno chiesto di non votare l’estrema destra, ma la destra. Il meno peggio o il peggio ormai è uguale dappertutto e non è una consolazione.

D’altra parte, anche se fosse stato presente Mélanchon al secondo turno, penso che gran parte dei residui socialisti avrebbero votato Macron, per coerenza programmatica anti operaia. La prova? Il voto preponderante ottenuto dalla Le Pen nelle regioni a storicamente fortissima presenza dei socialisti, in tutto il nord, una volta zona industriale del paese, ormai morta economicamente e con tassi mediterranei di disoccupazione. Eppure nel Nord e nel Nord-est, tra i socialisti, venivano votati quasi sempre quelli considerati più di sinistra contro quelli parigini più “borghesi”. Vedi la Aubry nella metropoli di Lille, oggi allo sbando (Le Pen 34,4; Mélanchon 19,1; Hammon PS, 5.2) .

La vittoria di Le Pen si estende anche ad est, ancora oggi motore dell’economia francese con grandi distretti industriali e agricoli primari, soprattutto lungo la frontiera tedesca, lungo il Reno. E’ approdata al nero anche una “capitale” europea come Strasburgo.

Un’altra considerazione è rilevabile dalla visione della cartina colorata della Francia dopo il voto. Tutti i dipartimenti (in nero) a favore della Le Pen, come per Londra, accerchiano la capitale e si spandono in tutto il sud mediterraneo fino in Corsica. L’analogia con Londra è sorprendente. Le periferie hanno preferito la Le Pen. In realtà non è che “ha sfondato”, è semplicemente arrivata prima con percentuali però che spesso hanno superato il 30%. Percentuali diluite poi a livello nazionale, ma pur sempre importanti per la seconda tornata. C’è poco da scegliere alla fine e anche se tutti i sondaggi danno la vittoria a Macron con 60%, intorno a lui sono coalizzati tutti i “poteri forti” e tutti i repubblicani considerati più “corrotti” di questi ultimi anni. Insieme a Fillon hanno totalizzato il 40% dei voti e possono pensare quasi tranquillamente di vincere al secondo turno. In fondo la destra, i conservatori e i falsi progressisti trovano più facilmente un accordo. Tra l’altro, per una volta, i sondaggisti francesi sono stati straordinariamente precisi per il primo turno.

Cosa farà la sinistra “di base”, non quella ufficiale che non può che decidere per Macron, non è dato sapere. Certamente a vedere le percentuali l’amarezza è grande visto che Mélanchon (19,62%) e Hamon (6,35%) potevano totalizzare un ottimo risultato ed essere sicuri di vincere contro la Le Pen, attirando loro il voto utile per “l’unité démocratique de la République”. Ma la divisione a sinistra rimane un chiodo fisso, al limite della stupidità (come compare da migliaia di blog francesi di protesta), a costo di perdere ed essere comunque responsabili della situazione creatasi, diventi presidente l’una o l’altro.

Ora, pur dando indicazioni contro il neofascismo, sempre forte in Francia, non è detto che i lavoratori possano scegliere a cuor leggero un personaggio che ha promesso di massacrarli ancora di più e perseguire duramente la linea europea dell’austerità. Non è nemmeno detto quindi che un “populismo” di base non preferisca l’avventura, oppure semplicemente non vada a votare. Si è perso troppo dalla divisione, secondo il programma di sinistra che prevedeva: “ridistribuzione delle ricchezze, aumento dei minimi salariali sociali (salari e pensioni), diminuzione dei dividenti borsistici, abrogazione della riforma El Khomri (job act francese), riduzione del tempo di lavoro, maggiore controllo sui licenziamenti, revisione della legge pensionistica, riforma bancaria e fiscale, un’altra Europa sociale e l’emancipazione dal salariato”.

Oggi cercare le colpe non serve a nulla, ma forse ad elencare l’insufficienza politica dei due candidati a sinistra, e della perenne divisione, non fa male all’esperienza. A sinistra si dà la colpa a Hamon, perché, per avere un voto socialista, non poteva fare accordi con Mélanchon tali che disdicessero e ricusassero tutto l’operato del presidente Hollande, per cui dopo aver promesso “un programma comune” (fine gennaio) è sempre sfuggito ad un confronto serio.

Dall’altro, lo stesso Mélanchon era troppo avanti nei sondaggi e nella popolarità per non reclamare sin dall’inizio la sua preminente candidatura e un programma vistosamente più, forse troppo, “radicale”.

Speriamo che almeno cerchino, per le legislative di giugno, quindi al più presto, di tentare di unirsi su una piattaforma comune, come sinistra unita, per fare anche accordi di desistenza e di suddivisione al fine di recuperare più deputati e senatori possibili, anche se la lotta per la presidenza è perduta, e soprattutto perché il futuro sembra sicuramente più duro.

Macron è straordinario nel ribadire un programma basato sull’austerità, condividendone l’approccio con la troika di Bruxelles, pur facendo finta che ribadirà “le ragioni” della Francia. Certamente è preciso sull’ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro. Propone, per le pensioni, il calcolo a capitalizzazione invece che a ripartizione con un sistema “a punti”. Prevede tranquillamente lo smantellamento della protezione sociale basata sul salario e sul lavoro spostandola sulla fiscalità generale.

L’elemento più favorevole alla Le Pen è quello anti-Europa, che parla al nazionalismo e all’orgoglio della Francia, secondo il più tradizionale “sciovinismo”, scaricando il disastro sociale sull’immigrazione e sui burocrati europei. Quest’ultimo elemento è peraltro trasversale in tutta Europa e continua ad avere un fascino elettorale sempre più consistente.

E’ facile ricusare in blocco, soprattutto in occasione del 25 aprile, il neofascismo montante e pericoloso come quello dell’estrema destra, in Francia come in tutta Europa; rimane però da approfondire e capire, invece di soltanto inveire, le motivazioni profonde di questo rigurgito della storia.

Ribadisco che la bussola dell’ideologia neofascista rimane per me (come per Gramsci) la violenza, in tutte le sue forme, contro i lavoratori e l’ingiustizia sociale. Forse però i lavoratori la stanno subendo un po’ da tutti i partiti tradizionali, anche dai cosiddetti (veri o falsi) riformisti, per portarli a scegliere la brace. La sconfitta di questi partiti è anche da analizzare più profondamente. Lo stesso Macron, in fondo senza “partito” ma sicuramente di centro-destra-destra, è l’avventura della padella.

 


Altri interventi sulle elezioni francesi su:

 

https://www.sinistrainrete.info/

 

LA LEZIONE FRANCESE SECONDO D’ALEMA

 

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