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Il peccato mortale di Trump

di Tito Pulsinelli (Caracas) 

Il vero peccato mortale di Trump è il decreto di dissoluzione del TPP. L’èlite finanziaria non può perdonare il pollice verso al trattato di libero commercio con l’Asia. Non è affar suo se era la fossa comune in cui gettare la sparuta classe media, minoranze che ancora sopravvivono di lavoro salariato e la media industria. Inabissare il TPP è imperdonabile, forse si tratta di crimine neppure espiabile da parte di chi – in aggiunta- vuol riscrivere da cima a fondo il NAFTA (liberismo tra USA-Canadà Messico). E’ leso globalismo. E’ vietato inquietare i grandi costruttori di veicoli con dazi ed annuncia di voler ridisegnare la NATO. Qui lo sdegno è transoceanico e coinvolge i vedovi di Bruxelles.

Trump ha oltrepassato il Rubicone. Non è più questione di disintegrazione delle dinastie Bush e Clinton o del parricidio del bipartitismo: ne ha svelato l’equivalenza, mettendo in risalto la comune sudditanza a Wallstreet. Parolaio? Promesse da mercante? Non sembra, visto che Sanders -il candidato trombato con una frode nelle primarie democratiche- ha mostrato gradimento per i “dazi”, volti a re-industrializzare gli Stati Uniti. I sindacati non disdegnano il piano per sostituire l’infimo sussidio dell’Obamacare con la politica di negoziare il prezzo dei medicinali con i fabbricanti.

Parolaio? Non tanto, visto che la “marcia delle donne” è stata organizzata al 59% dalle ONG della rete multinazionale del gruppo Open Society di G. Soros. Tutti gli altri, non hanno trovato modo migliore per difendere le loro buone  ragioni che dissolversi nel Fronte Unito globalista. I difensori della “libera circolazione” delle merci-persone (o viceversa), insistono nel confondere migrazioni economiche con esodo post-bellico, fuga pianificata con la distruzione e danni collaterali dei troppi “regime change“. Struzzi che non sanno far di meglio che  stringere la mano occulta della “guerra tra poveri” e della caduta verticale  del prezzo del lavoro.

Il globalismo ha smarrito la forza di una “narrativa coerente” che può scaturire solo dalla ragione, mai dalle ragioni della forza. Dopo la sepoltura dell’etica, tira fuori gli artigli contro tutto ciò che gli resiste o che -semplicemente- contende i consensi. Quando perdono spazi di agibilità operativa, i tratti scomposti della furia sostituiscono il compiaciuto cotè narcisista. Non rinunciano di buon grado  all’esiguo terreno del potere politico nazionale. Persino all’interno degli USA, dove oggi apertamente sparlano sulla durata dell’attuale presidenza.

Agitano scenari oscillanti tra la destabilizzazione e la “rivoluzione colorata”, impeachment e golpe costituzionale. E’ una autentica desacralizzazione che ratifica la fine del mito della “nazione indispensabile”. Sorprende il ricorso ad armi concettuali e abusate terapie eterodosse, finora applicate senza tregua in tutte le province imperiali.

I mestatori e gli untori soffiano sul fuoco, i gazzettieri fanno del loro peggio per acutizzare e far precipitare il conflitto interno. Vociferano con superficialità di impeachment, ma i più arditi pensano a un “golpe costituzionale” e non mancano think-tank che hanno messo in cantiere dei surrogati di “rivoluzione colorata”

Washington non è Kiev, gli USA non sono arrivati ancora all’interregno esistito tra la fine dell’era Breznev e Andropov, con il KGB come protagonista assoluto . Trump, però, potrebbe suo malgrado trasformarsi in un Gorbaciov sui generis. I mestatori professionali di Soros rischiano di importare “rivoluzioni colorate” che sveglieranno il demone dei conflitti etnici e del più insidioso separatismo. Nella versione “cool” della devoluzione della California massicciamente Clintoniana, e quella “hard” del Texas con le sue milizie paramilitari, ben armate e organizzate.

La coesione sociale traballa perchè l’elite finanziaria, militare e politica è da tempo visibilmente divisa. Non a causa di Trump che osa coniugare al tempo presente cose impie come neo-protezionismo  e “isolazionismo”, bestie nere di Wall street, dei neocon e dell’ala sinistra del neoliberismo.

Trump è la conseguenza -non la causa- di una situazione in cui solo un quarto dell’economia mondiale reca oggi il marchio USA, con preminenza concentrata sulle armi e spettacoli. Tra 13 anni, l’Occidente al completo si attesterà al di sotto del 30% del PIL mondiale, contro il 70% del Resto del Mondo.

Si chiude un’egemonia storica iniziata nel 1500 dai viaggi di Cristoforo Colombo e -dopo un olocausto- con l’annessione continentale delle Americhe. L’asse portante, irreversibilmente, terminerà di installarsi in Asia, e il Pacifico svolgerà -con buona pace della NATO- l’attuale funzione che spetta all’Atlantico. Il polo Cina-India, forte della relazione strategica con la Russia e l’Iran, e il coinvolgimento delle forze emergenti multipolari e sovraniste di quattro continenti, hanno già generato un contrappeso condizionante con il BRIC.

Le provocazioni “trumpiste”, le sue truculenze verbali e le pose da macho anglosax contro l’America latina, risveglierà i sentimenti nazionalisti ed antimperialisti, alzando il livello di guardia generale. Anche verso le classi dirigenti autoctone già in difficoltà. Strette tra le conseguenze ormai insostenibili e ingiustificabili di quattro decadi neoliberiste e la nuova fattura già preparata da Trump.

L’America latina sa che l’Indipendenza è sbocciata da un nazionalismo che non fu mai espansionista, peculiare per i suoi caratteri genetici e la visione emancipatoria della Patria Grande. Ha sofferto le oligarchie sempre vassalle, antinazionali e filoimperialiste. Il trattamento riservato al Messico in questi giorni, illustra quanto Trump sia spietato con chi considera vulnerabile, mentre negozia con gli avversari di maggior peso. Gli accadimenti nelle Americhe non-anglosassoni, contribuiranno a una migliore comprensione della natura del sovranismo.

Esiste un antiglobalismo che ha fatto crescere  l’egemonia del blocco sociale popolare a scapito parziale delle inamovibili elites storiche. C’è un altro che vuole sostituire l’assolutismo del nuovo tribalismo finanziario -dove otto individui posseggono quanto la metà degli abitanti del pianeta- con più potere al capitalismo produttivo locale.

La differenza è dettata, tra l’altro, tra chi deve costruire sistemi produttivi più autonomi -o inesistenti- e chi persegue l’approfondimento della dipendenza, fino all’annessione del potere politico al dominio assoluto dell’economia. Tra chi punta all’integrazione in un blocco regionale e chi vuole impedirlo. Tra chi crede che è possibile progredire senza “occidentalizzarsi”, e coloro che con il miraggio del modernismo preservano uno status quo (peggiorato).

 

FONTE: http://selvasorg.blogspot.it/

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