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Ricominciamo da capo. Note per la costruzione di Sinistra Italiana

stefano fassinadi Stefano Fassina

Nell’analisi del voto del 5 e del 19 giugno, vanno innanzitutto evitate letture strumentali al confronto interno alla variegata sinistra italiana e, in particolare, a Sinistra Italiana. Ad esempio, non ha senso appiattire il voto soltanto nella dimensione amministrativa. Nelle grandi città, il voto ha evidentemente avuto un prevalente segno politico: a Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli. Non solo per ampiezza e caratteristiche delle realtà coinvolte, ma per rappresentatività dello “schema di gioco”: lo schema di Cagliari o, all’opposto, Sesto Fiorentino sono irriproducibili a livello nazionale. Nel quadro delle città, Roma e Torino sono state, invece, rappresentative della partita delle elezioni politiche, dato il disinteresse, motivato dalla debolezza, del vertice M5s sulle altre aree metropolitane.

Il primo dato, a Roma, Torino, Bologna, Napoli e in parte Milano, è l’allargamento della faglia tra gli interessi economici e sociali storicamente rappresentati dalla sinistra e dalle forze progressiste e gli eredi di quelle storie. Non è una novità. La separazione tra la “sinistra storica” e il suo popolo, il popolo delle periferie culturali, economiche e sociali, non soltanto territoriali, va avanti da un quarto di secolo. Non è una specificità italiana: ovunque nella UE, da ultimo nel voto per la Brexit e nel voto per il Parlamento spagnolo, i partiti della famiglia socialista europea perdono il voto delle working classes spiazzate dai mercati globali. Il centrosinistra legato alla storia della famiglia socialista europea, in Italia come in tutta Europa, interpreta, in forma indistinguibile dai Conservatori liberisti, gli interessi della minoranza che beneficia, più o meno, di un ordine economico e sociale insostenibile per il popolo delle periferie.

In Italia, il voto del 5 e del 19 Giugno misura larghezza e profondità inedite della faglia: le domande del popolo delle periferie, abbandonato, in parte ripiegano nell’astensione (Bologna e Milano), in larga misura, si rivolgono al M5s (Roma e Torino) e a De Magistris (Napoli), mentre la destra tiene e si riorganizza (Milano).

In tale contesto, le proposte autonome e unitarie della “sinistra storica” extra Pd (innanzitutto, Roma, Torino e Bologna) hanno scelto la parte giusta della faglia: con il popolo delle periferie invece che a rimorchio del Pd con L’establishment. Tuttavia, non hanno intercettato il crollo elettorale del Pd, sebbene siano andate meglio di chi ha scelto la continuità con il Pd, anche dove poteva contare sul traino di figure celebrate come Pisapia.

Perché la sinistra storica extra Pd non decolla, nonostante il crollo del Pd? Perché è stata percepite dall’opinione pubblica più larga come articolazione del Pd. Inevitabilmente, dato che per un quarto di secolo e fino all’ultimo giorno possibile è stata, in larga parte delle sue componenti, insieme al Pd, “il centrosinistra” in ripetuta o finanche ininterrotta responsabilità di Governo a livello territoriale e nazionale. Inevitabilmente, dato che l’autonomia last minute è stata apertamente contraddetta da una parte di quanti avrebbero dovuto sostenerla, in un quadro nazionale ambiguo (a Milano con il renziano Sala; a Napoli con l’anti-renziano De Magistris). Inevitabilmente, dato che, come il Pd, ha scontato l’assenza cronica di insediamenti tra il popolo delle periferie e la consolidata disattenzione alla questione sociale in città sempre più segnate da povertà, enormi disuguaglianze e impoverimento delle classi medie. Inevitabilmente, dato che non vi è stato tempo né capacità sufficiente a elaborare e raccontare un’altra visione di città attraverso linguaggi e format comunicativi adeguati. In tale quadro di sostanziale “indistinzione” tra le divergenti opzioni della “sinistra storica” ha anche pesato, in modo rilevante, almeno in alcune città come Roma e Torino, il richiamo al voto utile sia per il Pd (Giachetti non va al ballottaggio; Fassino deve vincere al primo turno, altrimenti perde) sia per M5s (a Roma voterei Fassina, ma non vince; idem per Airaudo a Torino).

Lo scenario post amministrative 2016 non è consolidato. La transizione è in corso, veloce. L’approdo è incerto. Dipende, come sempre in politica, dal comportamento delle forze in campo. Il Pd come reagisce di fronte alla faglia e al fallimento del Partito della Nazione? Conferma la deriva renziana della democrazia senza popolo per attuare l’agenda liberista dell’eurozona? Il M5s trova una classe dirigente adeguata e resiste alla sfida del governo? Il centrodestra porta avanti il “Modello Milano”? Noi, sinistra storica extra Pd, siamo in grado di costruire, oltre il nostro consolidato e ristretto perimetro, un soggetto politico autonomo, aperto, innovativo e espansivo oppure, come a Milano, rimaniamo la low cost del Pd dalla parte dell’establishment?

Impossibile fare previsioni di scenario. Ciascuna scelta dei tre principali poli interagisce con le scelte degli altri due. Il gioco, in primo luogo, dipende dalle correzioni di rotta nell’Unione europea e, in particolare, nell’eurozona dopo il terremoto politico della Brexit. È infatti impossibile avviare risposte efficaci per il popolo delle periferie senza radicali correzioni all’agenda dell’eurozona. La deriva di svalutazione del lavoro, alimentata dai Trattati imperniati sul mercantilismo tedesco, lo inibisce?

Le incertezze di quadro non devono paralizzarci. Non possiamo stare a guardare, in un cantuccio di testimonianza, dentro o fuori la fortezza assediata del Pd. Oggi, di fronte alla grande incertezza, che fare? In sintesi, dobbiamo costruire un partito autonomo, oltre la cultura politica, i linguaggi, la forma organizzativa, la classe dirigente della sinistra storica. Come? Cinque mosse: 1. condividere l’analisi della fase; 2. fondare Sinistra Italiana su un asse nitido di cultura politica e di interessi economici e sociali da rappresentare; 3. tracciare le linee programmatiche decisive; 4. definire la politica delle alleanze; infine, 5. definire la forma partito adeguata.

1. L’analisi della fase

All’avvio del XXI secolo, la sinistra storica (socialdemocratica, laburista, cattolico-sociale), ovunque in Europa, il suo luogo di nascita e di più efficace presenza storica, è marginale nella definizione delle condizioni di vita delle persone. Dopo l’89, ha perso autonomia culturale e funzione politica autonoma. Si è rassegnata all’ideologia del pensiero unico liberista e alla proclamata assenza di alternative. Si è anche convinta dell’impossibilità di rianimare la sovranità democratica nella dimensione nazionale. Si è lasciata convincere della fine della storia, in particolare della storia del lavoro come soggetto sociale e politico autonomo, portatore di interesse distintivo. Si è facilmente persuasa che l’interesse di chi organizza la produzione è interesse generale, l’unico interesse legittimo, mentre l’interesse di chi vende la propria capacità lavorativa è irriducibilmente corporativo e, quindi, ostacolo all’affermazione dell’interesse generale. Per farsi accogliere nel club esclusivo delle forze moderne e riformiste ha cominciato a ripetere che “il liberismo è di sinistra”. Al governo, ha praticato la politica del taglio dei lacci e lacciuoli per lasciar fare alle forze auto-regolative dell’economia. Si è impegnata con convinzione o sottomissione a liberalizzare senza regole i movimenti di capitale, di merci e servizi e ha contribuito a sottrarre capacità di intervento agli stati nazionali, unico luogo di esercizio della sovranità democratica.

In tale contesto, il capitalismo finanziario senza freni ha fatto shopping globale di lavoro e di sistemi di tassazione e a marginalizzato il popolo delle periferie. Ha ridimensionato brutalmente la conquista del ‘900: il welfare state. Il lavoro è ritornato a essere merce come tutte le altre (da noi, l’orientamento giuslavorista fondativo del Pd e del Jobs Act assume il diritto del lavoro come una branca del diritto commerciale). Le disuguaglianze, come dimostrano Stiglitz, Piketty, Atkinson, sono tornate ai livelli dei tempi dei “padroni del vapore”. E’ stata soffocata, insieme alla sinistra storica, larga parte della variegata classe media. Quindi, si è inceppato il processo di accumulazione che, come riconosciuto da un liberale intelligente come J. M. Keynes, necessita di una distribuzione di ricchezza e reddito non troppo sperequata. Da un paio d’anni, si descrive come fenomeno naturale inspiegabile la “secular stagnation” nella quale siamo invischiati. E’, invece, la conseguenza di scelte politiche, come ha riassunto efficacemente Warren Buffet, noto finanziere miliardario Made in USA: “C’è stata una guerra di classe negli ultimi 20 anni e la mia classe ha vinto”. In tale contesto, nasce l’antipolitica in quanto la politica e in particolare la sinistra, nata per regolare gli interessi più forti, perdono funzione e autorevolezza. Ma Tony Blair è stato e continua a essere il “modello di riferimento”.

Il voto pro-Brexit ha qui le sue radici. Ha un inequivocabile segno di classe. L’ha riconosciuto con grande efficacia Frank Field, parlamentare Labourista impegnato nella campagna per il “Leave”, Ministro per la Riforma del Welfare all’inizio del primo Governo Blair, lasciato per divergenze di linea con il Primo Ministro: “È la prima rivolta chiara contro la globalizzazione e i suoi effetti negativi sui lavoratori”. È la dimostrazione del “Trilemma di Rodrik”: tenere insieme democrazia, sovranità nazionale e globalizzazione senza regole è impossibile. Per far convivere democrazia e sovranità nazionale deve venir meno la globalizzazione senza regole. Oppure, per rimanere globali e conservare una sovranità nazionale formale, va archiviata la democrazia effettiva. È la via indicata dall’ex Presidente Napolitano e dal suo ex “Premier tecnico” Mario Monti critici nei confronti di Cameron per “l’abuso di democrazia”. È la strada intrapresa con la revisione costituzionale intrecciata all’Italicum.

L’euro doveva essere argine agli effetti regressivi dei mercati globali senza regole. È, invece, diventato fattore di aggravamento della svalutazione del lavoro e dello svuotamento della democrazia. Gli effetti asimmetrici della moneta unica vanno visti non soltanto rispetto ai diversi stati membri, ma in riferimento alle diverse classi sociali, poiché dentro ciascuna realtà nazionale gli interessi sono diversi e la capacità di relazione sovranazionale drammaticamente asimmetrica. Chi vive o punta a vivere di export si affida alla svalutazione del lavoro determinata dal meccanismo di funzionamento dell’eurozona. Confidano sulla funzione disciplinante dell’euro anche i creditori interni. Soffre chi invece, direttamente o indirettamente, vive di domanda interna soffocata dalla svalutazione del lavoro, dai tagli al welfare e agli investimenti pubblici e dal crollo degli investimenti privati inibiti, in un circolo vizioso, proprio dalla carenza di domanda interna. È circa il 75% dei produttori: micro e piccole imprese della manifattura, dei servizi alla persona, dell’edilizia, dell’agricoltura di qualità e i relativi occupati, insieme ai lavoratori e lavoratrici delle pubbliche amministrazioni.

Il crollo del Pd alle elezioni amministrative appena celebrate, incominciato subito dopo l’approvazione del “Jobs Act” nelle elezioni regionali in Emilia Romagna a Novembre 2014 e proseguito nelle elezioni regionali del Maggio 2015, è fondamentalmente dovuto alle politiche del Governo Renzi, esecutore in versione pop della stessa agenda liberista dell’eurozona attuata dal grigio Governo Monti. Il giubbotto di pelle di Fonzie sostituisce il Loden di Monti. Ma rimane la ricetta, insostenibile per il popolo delle periferie. In una recente intervista, il Presidente Prodi riconosce il fallimento delle politiche liberiste. Dimentica di segnalare che sono meccanica conseguenza di un’Unione europea e di una eurozona fondata sulla svalutazione del lavoro.

In sintesi, per il popolo delle periferie l’assetto e il funzionamento dell’eurozona è insostenibile. Il “vincolo esterno”, stretto intorno alle politiche nazionali e territoriali, è fattore di marginalizzazione economica, sociale e politica. Per rappresentare il popolo delle periferie va forzato il “vincolo esterno”. Va costruita, a partire dalle città, una coalizione europea per la domanda interna, quindi per la forzatura dei patti soffocanti e esiziali per la ricostruzione della sinistra. Tuttavia, si illude chi punta di bypassare lo Stato nazionale che, nonostante tutto, resta la dimensione cruciale per l’azione politica e per l’esercizio della democrazia. La rete dei “sindaci alternativi” deve misurarsi con la costruzione di forze nazionali.

2. Cultura politica e interessi economici e sociali da rappresentare

È segno della nostra subalternità culturale e debolezza politica continuare a definirci “anti-liberisti”. Siamo neo-umanisti. Nel paradigma neo-umanista, la persona è al centro. La persona nella sua relazione con l’altro e l’altra, con il lavoro, con l’ambiente. Lo sviluppo umano integrale è il nostro orizzonte. Il lavoro, nella pluralità di forme di mercato e fuori mercato del primo scorcio di XXI secolo, deve tornare a incrociare la dignità della persona. Non ci rassegniamo al lavoro senza dignità. Ma il lavoro senza dignità non si aggira con la presunta scorciatoia del reddito, incondizionato, di cittadinanza. La dignità del lavoro si riconquista attraverso la radicale rideclinazione ecologica dei caratteri profondi dell’assetto produttivo, economico e sociale.

Centralità della persona nella sua relazione con l’altro e l’altra e con la natura implica recuperare il valore etico della cultura del limite, per l’individuo e per la comunità. Il senso del limite ai diritti individuali o di comunità è il nostro principio regolativo nelle “relazioni tecnologiche” tra persona e persona, tra persona e natura. Non tutti i bisogni o desideri, sebbene tecnologicamente possibili, possono diventare diritti perché assumiamo come limite invalicabile il rispetto dell’altra e dell’altro nella loro dignità e il rispetto della natura, nostra madre e sorella, come magistralmente descrive Papa Francesco nell’enciclica “Laudato sii”. Per soddisfare un bisogno o presunto diritto, l’assenso della “controparte”, spesso in una relazione di potere culturale, economico e sociale asimmetrica con l’acquirente, può legittimare uno scambio di mercato, ma non è sufficiente a garantirne l’eticità in ogni circostanza. La centralità della persona rende diritti ambientali, sociali, economici, politici e civili un unicum. Si introduce la separazione tra sfere dei diritti quando si assume il paradigma neo-umanista per i diritti sociali, economici e politici e il paradigma mercatista per i diritti civili. È, infatti, un portato del paradigma della globalizzazione liberista la convinzione che l’esercizio del diritto implichi sempre la disponibilità “proprietaria” delle funzioni necessarie a soddisfarlo, inclusa la possibilità di alienarle a piacimento sul mercato.

Per costruire un partito, è necessaria una base culturale e sociale distintiva. Altrimenti si è, consapevolmente o no, appendice di qualcun altro. Qual è oggi, nel primo scorcio del XXI secolo, la base distintiva della sinistra? I diritti umani e civili, come sfera sganciata dalle altre sfere di diritti, possono essere la nostra base distintiva? Senza dubbio e per fortuna, no. I diritti civili sono promossi, giustamente, anche dalle destre liberiste, vedi il conservatore Cameron in UK o i libertarian in USA. Anzi, il primato dei diritti illimitati dell’individuo è coerente con l’impianto liberista, mentre contraddice il paradigma neo-umanista.

Allora, la base distintiva della ricostruzione della sinistra è oggi, come agli albori della rivoluzione industriale, la questione sociale intrecciata alla questione ambientale e alla questione democratica. La rinascita della sinistra è possibile soltanto in riferimento alla ricostruzione delle condizioni per la soggettività sociale e politica del lavoro. Lo svuotamento della democrazia e l’allargamento delle disuguaglianze sono due facce della stessa medaglia e hanno come causa fondamentale l’indebolimento, l’annullamento del lavoro come soggetto sociale e politico e, prima ancora, la delegittimazione dell’interesse del lavoro come interesse specifico, distinto e alternativo all’interesse di chi organizza la produzione.

Oggi, la questione sociale, in sostanza la questione del lavoro, si identifica con le condizioni delle periferie. La classe operaia del ‘900 è, oggi, il popolo delle periferie umane, culturali, economiche, sociali e ambientali. Ma l’aggregato è molto più complesso e poliedrico, indisciplinato, attraversato da pulsioni regressive, ambiguo sul terreno etico e culturale, difficile da afferrare e orientare.

Per affrontare la questione sociale, per rilegittimare il lavoro come interesse specifico, va riabilitata la categoria del conflitto, inteso come possibile strumento per arrivare alla cooperazione tra interessi diversi, come pratica fisiologica della democrazia costituzionale. In tale contesto, va affrontata la difficoltà della rappresentanza sindacale dei lavoratori e delle lavoratrici, grave almeno quanto la difficoltà di rappresentanza politica.

La questione del lavoro è la chiave anche per rispondere alle sfide delle migrazioni e alla nostra istintiva vocazione all’accoglienza delle persone in difficoltà. Sono sfide epocali e inedite, da affrontare con un ventaglio di politiche sovranazionali, nazionali e locali, nella consapevolezza dei nostri limiti di risorse economiche, sociali e culturali. Innanzitutto, attraverso politiche strutturali: la cessazione effettiva delle guerre, un assetto regolativo dei mercati globali per frenare il furto legalizzato di risorse vitali, la cooperazione internazionale orientata allo sviluppo sostenibile e alla promozione della dignità del lavoro dove è più sfruttato.

3. Linee programmatiche decisive

La sinistra neo-umanista del XXI secolo ha come orizzonte il lavoro di cittadinanza e la interdipendente trasformazione ecologica dell’economia. Il trasferimento di reddito a carico della fiscalità generale per chi è in determinate condizioni economiche e partecipa a un percorso di inclusione attiva è strumentale al raggiungimento del lavoro di cittadinanza. Il lavoro, in tutte le sue forme di mercato e “fuori mercato”, rimane dimensione fondativa della dignità della persona e della cittadinanza democratica e condizione necessaria per l’ecologia integrale. L’enorme innalzamento delle disuguaglianze, l’impoverimento delle classi medie, l’estensione della povertà, l’arretramento della mobilità sociale hanno come fonte prioritaria la svalutazione del lavoro e la degenerazione dell’ambiente.

La redistribuzione del tempo di lavoro di mercato e fuori mercato torna a essere orizzonte necessario per la dignità del lavoro e la cittadinanza democratica.

L’orizzonte del lavoro di cittadinanza, ossia il lavoro come fonte di dignità della persona e fondamento della democrazia effettiva, è sbarrato dal muro dell’euro, in quanto strumento di un ordine istituzionale, economico e sociale fondato sulla svalutazione del lavoro. L’euro è stato un errore politico, oltre che economico, non soltanto per l’Italia, ma per l’Unione europea. Nel breve periodo, i primi anni di vita della moneta unica fino alla rottura del 2007-2008, ha avuto evidenti vantaggi per tutti. È stata una soluzione win-win, grazie ai trasferimenti di risorse private tra paesi creditori, in surplus commerciale, e paesi debitori in deficit di bilancia dei pagamenti, ma strutturalmente insostenibile. La sinistra storica europea si è affidata a un funzionalismo economicistico astratto dalle specificità culturali, morali, storiche dei popoli europei.

L’Unione europea e, in particolare l’Eurozona, è a un bivio. La Brexit può essere una storica opportunità. Tuttavia, va riconosciuta l’assenza delle condizioni politiche per riscrivere i Trattati in senso pro-labour, ossia in sintonia con le Costituzioni nate dopo la II Guerra Mondiale. Nella consapevolezza dell’enorme lavoro culturale, politico e organizzativo da fare nel medio periodo, ora va realizzata l’inversione di rotta possibile a “Trattati vigenti”. Primo, va completata l’Unione bancaria, sospesa la normativa sul “bailing in” e prevista la possibilità per uno Stato di accedere, senza passare attraverso un programma della Troika, all’Esm per sostenere le banche in difficoltà. Secondo, va archiviato il fiscal compact per dare spazio a politiche di sostegno alla domanda interna, in particolare investimenti pubblici a livello nazionale. Lo scomputo dal calcolo del deficit degli investimenti aggiuntivi, proposto dal Governo italiano, va nella giusta direzione, ma lo spazio di bilancio deve essere significativo e pluriennale. Terzo, punto cruciale, va rapidamente innalzata la domanda interna tedesca al fine di eliminare l’insostenibile avanzo commerciale della Germania, giocato su una contagiosa svalutazione del lavoro. Quarto, vanno sospesi i negoziati per il Ttip, definito “mixed agreement” il Ceta (così da dover essere ratificato dai Parlamenti nazionali) e bloccato il riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato.

Sono obiettivi modesti. Ma sono politicamente raggiungibili? Oppure, dobbiamo prendere atto che per provare a migliorare le condizioni materiali di vita delle persone va superato, in via cooperativa e governata, l’ordine istituzionale, economico e monetario vigente nell’eurozona? Sono domande cruciali, decisive, per il senso politico e le fortune della sinistra europea. La risposta è difficile, soprattutto per gli Stati a elevato debito pubblico o privato. Dopo la Brexit, può essere che, di fronte all’iceberg, il comandante teutonico del Titanic Eurozona abbia un ravvedimento, memore delle due sciagure provocate nel XX secolo. Ma per la sinistra neo-umanista, l’obiettivo da perseguire è chiaro: la sovranità democratica a scala nazionale, nella misura possibile in mercati globali senza regole, per rilegittimare e rilanciare la cooperazione europea. Sono sempre più retorici e astratti, rassicuranti per i salotti autoreferenziali delle elite, gli appelli all’integrazione politica dell’Unione europea o dell’eurozona, le invocazioni degli “Stati Uniti d’Europa”, le mobilitazioni per democratizzare l’Unione europea proposte da “Diem 25” alla generosa ma purtroppo minoritaria “generazione Erasmus”. Purtroppo, non vi sono le condizioni morali, culturali, economiche e politiche per democratizzare l’Eurozona e virare verso una rotta pro-labour. Affinché possa affermarsi una procedura democratica è necessario un demos. Dov’è il demos della moneta unica? Il demos dell’eurozona non esiste. Esistono invece i demos nazionali, a parte la upper class, cosmopolita da sempre, promotrice e beneficiaria dell’ordine vigente. I demos nazionali hanno caratteri culturali, morali, linguistici diversi e interessi in competizione.

I partiti, i movimenti sociali e i network culturali della variegata sinistra europea, inclusa la parte “eretica” dentro la famiglia socialista europea, devono fare i conti con la realtà. Perseguire con tenacia il “Piano A” per radicali correzioni di rotta e, insieme, esplorare la strada di un “Piano B” per il superamento assistito dalla Bce e dalle altre banche centrali dell’assetto monetario e della sottostante impalcatura di svalutazione del lavoro. Un Piano B per l’intera eurozona, non l’uscita dall’euro in via unilaterale per un singolo Stato.

4. La politica delle alleanze

Prima di affrontare il nodo alleanze, è tuttavia necessario sottolineare la regressione generale delle culture politiche antiche e “nuove”. Democrazia è, per costruzione, rappresentanza di interessi diversi, in competizione, anche in conflitto, ma poi è compromesso. Il Parlamento è il luogo di legittimazione delle scelte del governo, ma è anche la sede della mediazione, orientata da una maggioranza attenta alle ragioni delle minoranze. Il singolo parlamentare ha come riferimento il “suo” partito, ma ha anche autonomia di mandato perché deve poter mediare e interpretare l’interesse generale della comunità nazionale. Oggi, invece, ogni compromesso, ogni mediazione è “inciucio” e il singolo parlamentare deve soltanto, disciplinatamente, ubbidire al capo del partito. In tale contesto, viene considerato inevitabile che le revisioni costituzionali siano decise dal governo pro-tempore e che la legge elettorale, inevitabilmente iper-maggioritaria e vettore di deputati nominati, sia approvata con voto di fiducia. Sono limiti enormi e molto pericolosi di cultura politica che dovrebbero interrogare il Pd e chi vuole rappresentare in via esclusiva e incontaminata “i cittadini”. La prima riforma costituzionale da fare è ricostruire le basi etiche della democrazia e le basi democratiche delle culture politiche.

La politica delle alleanze: i termini Ulivo e centrosinistra sono da archiviare. Per almeno tre ragioni: perché il bipolarismo bloccato della Prima Repubblica e il bipolarismo dell’alternanza della cosiddetta “Seconda Repubblica” sono stati superati da uno scenario oggi tripolare; perché le basi programmatiche e sociali a essi associate sono radicalmente inadeguate; perché la legge elettorale esclude alleanze.

Il problema del rapporto con il Pd non è Renzi. Renzi non è un usurpatore. Renzi è l’interprete estremo e spregiudicato della matrice culturale del Pd nato al Lingotto all’insegna del liberismo europeista e della democrazia plebiscitaria. Come nel resto della famiglia socialista europea, il problema del Pd è la funzione svolta di puntello degli interessi dell’establishment nazionale e europeo. Il Pd è in Italia, come gli altri partiti del Pse a eccezione del Labour Party di Jeremy Corbyn nel resto dell’Europa, il partito della svalutazione del lavoro e della democrazia senza popolo. Per riaprire una prospettiva di relazione con il Pd, la legge elettorale è l’ultimo degli ostacoli. È invece decisiva, condizione necessaria, l’analisi della fase, l’archiviazione del blairismo e la revisione dell’europeismo autolesionista, l’impegno di una parte della classe dirigente del Pd per far saltare la revisione costituzionale e il connesso Italicum.

Il M5s oggi raccoglie da protagonista la domanda di rappresentanza del popolo delle periferie. Tuttavia, è segnato da ambiguità e da contraddizioni. Declina la sacrosanta richiesta di legalità senza connessione al principio legittimante della giustizia sociale. Nelle sue esperienze di governo, il M5s va sfidato in senso costruttivo, non boicottato. Con il M5s, va costruito un dialogo intelligente senza subalternità o inutili, spregiudicati tatticismi.

In tale quadro, Sinistra Italiana persegue la politica delle alleanze senza affinità elettive di derivazione storica, senza relazioni speciali, ma in riferimento alle possibili convergenze programmatiche necessarie a dare risposte efficaci al popolo delle periferie. Nella consapevolezza che lo scenario politico e i soggetti in esso presenti sono in divenire.

5. La forma partito adeguata

La forma partito è il terreno sul quale è più radicale l’innovazione da compiere. Un modello di riferimento non c’è. Vi sono esempi interessanti da considerare e approfondire: per rimanere vicini, da Syriza a Podemos. Alcuni punti sembrano imprescindibili. Primo: superare la presenza istituzionale come dimensione esclusiva della politica e rivitalizzare la dimensione sociale come primaria del soggetto politico. Vuol dire presenza sul territorio per sostenere e rappresentare le “comunità pre-figurative” impegnate nelle iniziative sociali e per interpretare i conflitti, non solo per garantire canali di partecipazione democratica. Secondo: ricostruire la dimensione culturale della politica attraverso la formazione delle classi dirigenti e il coinvolgimento sistematico e efficiente delle migliori energie intellettuali del Paese non soltanto come specialisti micro-settoriali, ma come attori protagonisti delle scelte politiche. Terzo: definire strumenti di partecipazione alla discussione interna e alle scelte programmatiche per le coalizioni sociali e politiche nate alle elezioni amministrative grazie alla nostra iniziativa o nelle quali siamo stati presenti. Quarto: definire modalità di selezione degli organismi dirigenti, a partire dal segretario nazionale, coerenti con la costruzione di una cultura politica autonoma e condivisa e una comunità solidale. Alla luce dell’esperienza del Pd, dovrebbe essere chiaro che primarie, aperte o riservate agli iscritti, per la scelta del segretario del partito sono fattore di degenerazione della discussione interna, di inibizione di cultura politica condivisa, di ostacolo alla costruzione di una comunità solidale. La soluzione è il congresso a mozioni senza candidature sovrastanti a segretario e scelta del segretario e degli organismi dirigenti nell’assemblea dei delegati.

6. In fine

Le recenti elezioni amministrative in Italia, ma anche il referendum in Gran Bretagna e il voto per il Parlamento di Madrid, hanno indicato le difficoltà di fase per un progetto politico controcorrente. Dobbiamo scegliere la rotta. Al più presto. Altrimenti, nella tempesta, affondiamo tutti.

 

 

FONTE: https://www.commo.org/

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