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Arabia Saudita fra crisi di bilancio, repressione interna e riposizionamento regionale

Arabia_Sauditi_1di Andrea Vento

L’esecuzione di al-Nimri leva della nuova strategia saudita.

Lo scontro diplomatico in atto fra Arabia Saudita e Iran, acceso dall’esecuzione dell’Imam sciita Nimr al-Nimr, sta alimentando pericolose tensioni nella martoriata regione mediorientale già lacerata dagli annosi  conflitti interni in Iraq e Siria e dall’intervento militare Saudita in Yemen, ai quali, negli ultimi mesi si sono aggiunti ulteriori preoccupanti focolai: la ripresa della repressione della minoranza curda in Turchia da parte del regime islamista di Ankara, lo spontaneo avvio dell’Intifada di Gerusalemme che ha riportato sulla ribalta internazionale l’irrisolta “Questione palestinese” e il riacutizzarsi degli scontri fra Israele ed Hezbollah[1], già aspramente confrontatesi nella “Guerra dei 33 giorni” che insanguinò il “paese dei cedri” nell’estate del 2006.

La situazione generale del Medio Oriente, peraltro caratterizzata a partire dall’inizio del XX secolo da una profonda instabilità e da frequenti conflitti, ha raggiunto ad inizio 2016 un livello di drammaticità mai registrato in passato, anche in considerazione dell’acuirsi della frattura fra mondo sunnita e quello sciita, alimentato più dallo scontro fra Riyadh e Teheran per l’egemonia regionale, che da uno spontaneo movimento dal basso sorto all’interno alle due comunità.

Proviamo a mettere insieme alcuni elementi del complesso quadro etnico-religioso e delle dinamiche geopolitiche in atto per cercare di comprendere le motivazioni che possono aver spinto il regime degli al-Saud a giustiziare il popolare religioso.

Le tappe dell’escalation

Lo sceicco Nimr al-Nimr, esponente di primo piano del clero sciita locale, era stato ferito e arrestato dalla polizia l’8 luglio 2012 per aver guidato le proteste del 2011 e del 2012 della vessata minoranza sciita, circa il 15% della popolazione, che, in forma pacifica, chiedeva riforme economiche e nuove elezioni democratiche nell’ambito della Primavera araba locale. Seppur condannato a morte il 15 ottobre 2014 con l’accusa di “intesa con governi stranieri, di aver disobbedito al governo e di aver impugnato le armi contro le forze dell’ordine”, in modo  imprevisto, Il 2 gennaio 2016, viene giustiziato tramite decapitazione, incendiando le proteste della comunità religiosa di appartenenza, dell’Iran e dell’intera galassia sciita. L’escalation si è immediatamente materializzata tramite l’esplosione, dal Libano al Pakistan, di veementi proteste di piazza e dichiarazioni incendiarie da parte di politici e religiosi sciiti, degenerate nell’assalto all’ambasciata di Teheran e al Consolato generale di Mashad, sedi diplomatiche saudite nella Repubblica Islamica iraniana. Per proseguire, su iniziativa di Riyadh, nella rottura delle relazioni diplomatiche fra le due potenze mediorientali e nell’embargo commerciale introdotto dagli iraniani. Infine, il governo Saudita, al fine di aumentare la pressione internazionale su Teheran e di isolare le velate proteste statunitensi, ha cercato di innescare un solidale effetto domino sospingendo i suoi alleati sunniti, in ordine cronologico Emirati Arabi Uniti, Sudan, Somalia, Bahrain, Gibuti, Qatar e persino le Isole Comore, a compiere analogo strappo diplomatico verso la Repubblica Islamica, mentre il Kuwait al momento si è limitato al solo ritiro dell’ambasciatore[2].

Il Comunicato del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 4 gennaio[3] che non menziona l’esecuzione di al-Nimri e delle altre 46 persone giustiziate, limitandosi a condannare l’Iran per non aver difeso le sedi diplomatiche, è apparso a molti analisti sbilanciato a favore dei Sauditi, probabilmente a seguito dell’opera diplomatica statunitense. Il contenuto che si limita ad esprimere profonda preoccupazione e a richiedere “alle autorità iraniane di proteggere i beni consolari e diplomatici, oltre al personale”, aggiunto alla disponibilità russa e cinese alla mediazione per una soluzione diplomatica della crisi, lascerebbero intendere una ritrovata posizione di forza dell’Arabia Saudita nel complesso scacchiere Mediorientale.

In realtà, la strategia di Riyadh, in base ad alcuni documenti riservati, sembra essere stata preventivamente pianificata per distogliere l’attenzione dalla fase critica attraversata dal Regno Saudita, causata sia da fattori interni che internazionali.

I fattori di debolezza interni

In primis, Riyadh si trova a fronteggiare la peggior crisi di bilancio della propria storia: Re Salman ha da pochi giorni dichiarato che nel 2015 i conti dello stato (tabella 1) si sono chiusi con un passivo di 98 miliardi di $ (pari al 15% del Pil) prevalentemente riconducibile alla riduzione delle quotazioni del greggio. Il Wti è, infatti, sceso nel corso del 2015 da 53 a 37 $ al barile e, addirittura, del 65% rispetto al picco di 107 $  del luglio 2014[4]. L’eccessiva dipendenza dell’economia saudita e dei suoi conti pubblici dall’oro nero, in una fase di calo tendenziale delle quotazioni, sta progressivamente emergendo come preoccupante fattore di debolezza economica. L’Arabia Saudita esporta 7 milioni di barili al giorno, i cui proventi rappresentano il 90% dell’export, il 73% delle entrate del bilancio statale e il 40% del Pil[5], situazione che ha spinto Re Salman a preannunciare un cambio di strategia: “il regno è pronto ad attuare programmi per diversificare le fonti di introito e ridurre la dipendenza dal petrolio come principale fonte di proventi”.[6] Nel contempo il bilancio preventivo del 2016 contempla una riduzione delle spese statali del 14%, a danno dei sussidi per i ceti subalterni e un aumento del 50% delle tariffe di benzina, acqua e corrente elettrica, mentre le spese militari continueranno ad assorbire circa il 25% del budget statale[7], visto che le priorità degli al-Saud rimangono “la sicurezza e la lotta al terrorismo”.

Tabella:1

 

Bilancio statale Arabia Saudita 2015

valori in miliardi di $

 

Entrate Uscite Dettaglio entrate
162 260
98 Deficit
118 Entrate vendita petrolio
73% Ricavi vendita petrolio su totale entrate

 

A tal proposito, tuttavia, il governo di Riyadh non può che recitare il “mea culpa”, accertato che sta subendo gli effetti negativi delle proprie strategie: in estate e in dicembre, per creare difficoltà finanziarie a Russia, Venezuela e allo stesso Iran e  rendere antieconomica l’estrazione dello shale oil da parte degli Usa[8],  si è nettamente opposto alla proposta venezuelana e algerina di un taglio dell’estrazione del greggio da parte dell’Opec e, iniziando anche a venderne oltre la propria quota, ha finito per creare un eccesso di offerta  che, in presenza di un rallentamento dell’economia cinese e della mancata ripresa europea, ha spinto al ribasso le quotazioni, facendole precipitare intorno alla soglia dei 30 $ attuali. Un boomerang clamoroso che ha decretato di fatto anche la fine dell’Opec, almeno per la sua storica funzione. Il mercato mondiale del greggio, anche a seguito dell’immissione di shale oil statunitense, registra un surplus giornaliero di 2 milioni di barili che dovrebbe rimanere invariato almeno sino al prossimo vertice Opec di giugno. Intanto i Sauditi, per uscire dall’empasse finanziario, hanno dichiarato che per la prima volta da gennaio 2016 si rivolgeranno al credito internazionale.

Una preoccupante politica di riarmo

Altri fattori di debolezza economico-finaziaria sono legati al fronte delle uscite. Dall’inizio del nuovo millennio la dinastia Saudita, sta attuando una decisa politica di riarmo; secondo il Military Balance 2015, report annuale dell’International Institute for Stategic Studies (IISS), nel corso degli ultimi 10 anni le spese militari di Riyadh sono aumentate addirittura del 112% raggiungendo nel 2014 gli 81 miliardi di $ (10,4% del Pil), salendo al quarto posto a livello mondiale dietro soltanto a Usa, Cina e Russia[9]. L’incremento esponenziale delle spese militari di Riyadh è dettato dal timore che la dinastia Saudita possa crollare a seguito di pressioni interne e dall’inasprirsi dello scontro a tutto campo con l’Iran sia per l’egemonia regionale che per la leadership del mondo islamico fra componente sunnita e sciita.

Le nuove dinamiche regionali

Sul fronte internazionale la situazione non presenta migliori orizzonti. L’intervento militare Saudita contro la minoranza sciita Houthi in Yemen, entrato ormai nel suo undicesimo mese, non solo non si è rapidamente risolto a favore di Riyadh ma si sta rivelando sempre più una sorta di pantano vista la coriacea resistenza alle milizie sciite. Inoltre, secondo alcuni analisti, sino ad ora avrebbe assorbito rilevanti spese[10] che hanno finito per gravare pesantemente sul bilancio statale. La guerra in Yemen, mediaticamente oscurata in Occidente, sta rivelando sempre più i suoi veri connotati: una guerra per procura contro l’Iran, benché quest’ultimo sino ad oggi non abbia fornito un deciso sostegno ai cosiddetti “ribelli Houthi”, sollevatisi contro il governo filo saudita di Sana’a a causa della loro marginalizzazione sociale e politica. Le strategie regionali Saudite contengono l’inequivocabile messaggio di non tollerare alcuna apertura verso le minoranze sciite, non solo al proprio interno, ma anche negli altri stati della Penisola Arabica, tutti suoi stretti alleati.

L’accordo sul nucleare[11] ha consentito all’Iran di riprendere le esportazioni del greggio ridando fiato alla propria economia, di riallacciare le relazioni con gli Stati Uniti e di uscire dall’isolamento in cui era da anni relegato riacquisendo centralità geopolitica sia in ambito Mediorientale che internazionale. Il nuovo protagonismo di Teheran è fortemente inviso a Riyadh che ha varato nuove strategie per contrastarlo: la creazione insieme ad altri 33 paesi sunniti della “Coalizione anti Isis”[12], per controbilanciare l’appoggio politico e sopratutto militare iraniano alla Siria e all’Iraq nella lotta contro il sedicente Califfato e di rivestire un ruolo di primo piano nella conferenza internazionale sulla Siria che si terrà a fine gennaio. Il ruolo di acerrimo avversario del governo alawita di Damasco, ha tenuto sino ad oggi lontano Riyadh dal tavolo diplomatico, una posizione di debolezza da cui oggi cerca di svincolarsi, forse per il fine ultimo di far saltare il negoziato in funzione anti Assad e a vantaggio della maggioranza sunnita della popolazione siriana. Il riavvicinamento fra Sati Uniti e l’Iran ha ridimensionato il ruolo saudita e in parte oscurato la storica alleanza con Washington, spingendo Riyadh a compiere l’azzardo delle 47 esecuzioni per riaffermare il proprio ruolo di potenza regionale, battendo anche un colpo sul tavolo della Casa Bianca. Come ha ipotizzato Gabriele Iacovino, coordinatore degli analisti del Centro Studi Internazionali (Cesi): “Dietro a questo gesto apparentemente inspiegabile c’è quindi la volontà dei sauditi di ricordare a Washington di essere sempre in grado destabilizzare l’area. Il loro è un avvertimento che lascia però trasparire una situazione di difficoltà”.

Le inedite dinamiche del mercato petrolifero di inizio 2016

La crisi tra Arabia Saudita e Iran sembra delineare anche un inedito scenario nell’ambito del mercato petrolifero; mentre in passato le tensioni mediorientali producevano sistematici riflessi rialzisti sulle quotazione del greggio, le vicende attuali sembrerebbero non solo non aver influito, ma addirittura aver innescato una dinamica opposta: dal 2 gennaio, giorno dell’esecuzione di al-Nimr, il Wti è sceso, in dieci giorni, da 37 a 30 $ al barile (-20%). Le vicende legate al Golfo Persico potrebbero quindi aver perso la centralità storica che hanno rivestito in passato a vantaggio di altri fattori economici, fra cui la crisi delle borse cinesi, sullo sfondo di un mercato del greggio che, per motivi geopolitici, è inondato da un eccesso di offerta che, secondo gli analisti, farà precipitare le quotazioni addirittura intorno ai 20 $ nel corso di quest’anno. Se tali previsioni si concretizzeranno, il bilancio preventivo 2016 (tabella 2) del Regno Saudita, stilato sulla base della quotazione del greggio a 29 dollari, è improbabile che possa essere rispettato, sforando il disavanzo prefissato in 87 miliardi $ nonostante i tagli alle spese sociali e gli aumenti delle tariffe delle forniture. Se lo scenario delineato troverà conferma la casa Saudita sarà costretta a fronteggiare nuove proteste sociali che inevitabilmente prenderanno corpo.

Tabella:2

 

Bilancio statale preventivo Arabia Saudita 2016

valori in miliardi di $

 

Entrate Uscite Dettaglio uscite
137 224
87 Deficit
57 25% Spese militari
51 23% Spese istruzione
redatto con petrolio stimato a 29 $ al barile

Fonte: english.alarabiya.net

Crisi delle entrate petrolifere: a rischio il patto sociale..?

Sino al 2015 il governo Saudita ha utilizzato la rendita petrolifera per sostenere le spese militari dei conflitti in cui è impegnata in prima persona (Yemen) e finanziare le milizie alleate in Iraq, Siria, e Libia, oltre al regime di al-Sisi in Egitto, e mantenere in piedi il consistente apparato pubblico. Quest’ultimo, negli equilibri interni svolge in parte funzione sociale garantendo generosamente l’occupazione dei cittadini di nazionalità saudita, non risultando invece accessibile ai numerosi immigrati asiatici, sfruttati come manovalanza sottopagata. I tagli ai sussidi e le ventilate privatizzazioni potrebbero incrinare il patto sociale, stretto fra Monarchia e cittadini, che fino ad oggi ha mantenuto in vita il Regno degli al-Saud.

Esecuzioni capitali: il triste primato mondiale

L’aumento delle esecuzioni capitali registrato nel 2015 va probabilmente interpretato come una stretta repressiva sul dissenso politico, sul malessere sociale e sulla richiesta di rispetto dei diritti dei cittadini. Secondo la Ong italiana Nessuno tocchi Caino nell’anno appena concluso in Arabia Saudita sono state effettuate almeno 158 esecuzioni capitali, un triste record mondiale se rapportate al numero di abitanti. E il 2016 non è iniziato sotto migliori auspici vista l’esecuzione dei 47 prigionieri del 2 gennaio, commentata dalla stessa Ong come “un fatto senza precedenti nella storia del Regno Saudita, di per sé già mortifera e connotata dalla sistematica violazione delle norme di diritto internazionale, a partire dai processi gravemente iniqui, nel corso dei quali agli imputati spesso non è concesso di avere un avvocato e condanne a morte sono comminate a seguito di confessioni ottenute sotto tortura”[13].

Arabia Saudita – Usa: s’incrina la storica alleanza..?

Quali futuri scenari, interni e internazionali, caratterizzeranno l’Arabia Saudita non è semplice da prevedere ma è probabile che continueranno ad essere strettamente legati alla tipologia di relazioni che gli Stati Uniti, suoi alleati strategici, decideranno di mantenere col Regno Saudita, una Monarchia assoluta che applica fedelmente la Sharia, reprime i diritti umani fondamentali e pratica in modo spregiudicato la pena di morte. Un alleato di tutto rispetto per chi, come Washington, continua ad ergersi a paladino internazionale della democrazia.

La continua evoluzione delle dinamiche geopolitiche e geoeconomiche getta, tuttavia, qualche ombra sulla solidità dell’alleanza saudito-statunitense alla luce dell’autosufficienza petrolifera raggiunta da questi ultimi e dall’affermarsi di nuovi attori, Isis in primis, e delle inedite alleanze nello scacchiere mediorientale. Delineare scenari non è mai stata opera agevole nel complesso quadro del mondo arabo/islamico, a maggior ragione in questa fase di profonda instabilità e grandi mutamenti.

Andrea Vento

(Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

13 gennaio 2015

 

 

 

[1]  Organizzazione politico-militare espressione della comunità sciita che costituisce componente di maggioranza relativa nel mosaico etnico religioso libanese, particolarmente radicata nella parte centro-meridionale del paese.

[2] . https://www.google.com/maps/d/viewer?mid=zhSImPrUoPJ4.kmc7WgdE6dG0

[3] http://www.un.org/press/en/2015/sc12190.doc.htm

[4] https://www.forexinfo.it/+Petrolio-WTI+

[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Arabia_Saudita

[6] http://www.ilfarosulmondo.it/larabia-saudita-registra-il-deficit-di-bilancio-piu-alto-della-sua-storia/

[7] http://english.alarabiya.net/en/business/economy/2015/12/28/Saudi-Arabia-to-unveil-2016-budget.html

[8] Il costo di estrazione dello shale oil Usa è compreso fra i 40 e i 50 $ al barile.

[9]http://www.repubblica.it/economia/2015/11/18/news/armi_tutti_i_numeri_di_un_commercio_che_vale_quasi_1_800_miliardi_di_dollari-127586408/

[10] Secondo l’analista saudita Alìal-Hameed, fondatore del Golf Institute, le spese sostenute dall’Arabia Saudita per la guerra in Yemen sono stimate fra gli 80 e i 100 miliardi $.

[11] Sottoscritto il 14 luglio 2015 dall’Iran e dal gruppo dei 5+1 (Usa, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania)

[12]  La “Nato sunnita” come qualcuno l’ha definita comprende: Arabia Saudita, Bahrein, Bangladesh, Benin, Ciad, Comore, Gibuti, Egitto, Gabon, Guinea, Costa d’Avorio, Giordania, Kuwait, Libano, Libia, Malesia, Maldive, Mali, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Pakistan, Palestina, Qatar, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Togo, Tunisia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Yemen. Ne sono esclusi l’Iran e l’Iraq i due paesi mediorientali con governi sciiti.

[13] http://www.nessunotocchicaino.it/news/index.php

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Discussione

2 pensieri su “Arabia Saudita fra crisi di bilancio, repressione interna e riposizionamento regionale

  1. CHE MONDO SAREBBE CON IL PETROLIO A 20 DOLLARI? DI VITO LOPS CON UN ARTICOLO DI SISSI BELLOMO 13 GENNAIO
    Il petrolio è la materia prima che fa girare il mondo e, in questo momento, è anche la trottola che sta facendo ballare i mercati. Da inizio anno sia il Brent del Mare di Londra che il Wti di New York hanno perso quasi il 20% scendendo sotto i 31 dollari al barile, sui minimi da dicembre 2003. Da luglio 2014 – quando è difatti iniziato il ribasso anche a seguito dell’avvio del rafforzamento del dollaro su scala globale a cui il petrolio, come tutti gli asset quotati in dollari, è inversamente legato – le quotazioni del petrolio hanno perso il 70%.
    Come se non bastasse le previsioni delle più grandi banche d’affari ipotizzano che la discesa non è finita. Goldman Sachs – la stessa che negli anni scorsi aveva però predetto un petrolio a 200 dollari – ha tirato via uno 0 indicando un livello di 20 dollari al barile raggiungibile. Al coro si è aggiunta anche Morgan Stanley che ha fissato 20-25 dollari come prossima soglia. Senza contare anche chi si sbilancia – come gli analisti di Standard Chartered – addirittura a 10 dollari. Resta il fatto che di questo passo un petrolio sotto i 30 dollari e forse anche in area 20 dollari non sembra più un’ipotesi fantascientifica. Anche perché i fondi hedge – quelli che per statuto possono andare short, cioè al ribasso e che spesso vengono additati come i responsabili dei forti scrolloni dei mercati – hanno ridotto del 25% le posizioni rialziste sul petrolio, il livello più basso dal 2010. E se anche gli hedge e la loro potenza di fuoco non sembrano puntare su un imminente rialzo, qualcosa vorrà dire.

    Questi tre fattori (rallentamento cinese, strategie geopolitiche dell’Opec di non ridurre l’offerta e rafforzamento del dollaro) hanno fatto crollare la quotazione del 70% da luglio 2014 ad oggi. Ad essere penalizzati sono direttamente i Paesi emergenti. Ma anche qui bisogna distinguere perché Paesi emergenti vuol dire tutto e niente. Ci sono Paesi emergenti (fra cui Brasile, Russia, eccetera) che sono penalizzati dal fatto che vendendo materie prime incassano meno dal rafforzamento del dollaro e dal ribasso del prezzo del petrolio e delle altre materie prime. E poi ci sono Paesi emergenti che, pur non vendendo materie prime, sono penalizzati dal fatto che negli ultimi anni le proprie imprese si sono fortemente indebitate in dollari approfittando del crollo dei tassi negli Usa. E che adesso che i tassi iniziano a risalire rischiano grosso vedendo incrementare il debito reale.Ma nasce spontaneo chiedersi a questo punto che mondo sarebbe con un petrolio a 20 dollari: le ricadute negative sarebbero più ampie di quelle positive? Diciamo che in questa prima fase stanno prevalendo le ricadute negative che vedono, più o meno, questa concatenazione di eventi: il prezzo del petrolio sta scendendo perché la crescita in Cina (grande consumatore di barili essendo la seconda economia del mondo) sta dando segnali di rallentamento e perché contemporaneamente i Paesi produttori (Opec, con Arabia Saudita in prima fila) non stanno diminuendo l’offerta (con l’evidente effetto di indebolire i produttori statunitensi di shale oil che rischiano di andare in bancarotta con un prezzo del petrolio stabilmente sotto i 60-70 dollari). Un ulteriore fattore che spinge giù il prezzo del petrolio è il rafforzamento del dollaro, mosso dal fatto che gli Usa sono stati i primi ad avviare un percorso di rialzo dei tassi e di fine degli stimoli monetari avviati nel 2009.

    I Paesi occidentali e in particolare quelli europei, a loro volta, rischiano un effetto contagio dal calo delle esportazioni nei Paesi emergenti e in Cina, le aree direttamente colpite dal calo del greggio. Questi sono gli effetti negativi di breve periodo. Fatta questa promessa, possiamo rispondere alla domanda su come sarebbe il mondo con il petrolio a 20 dollari.

    «Nel valutare le implicazioni di una discesa del prezzo del petrolio a 20 dollari al barile dobbiamo fare una distinzione tra breve e medio-lungo termine. La prima reazione dei mercati ad una caduta così drammatica delle quotazioni sarebbe sicuramente negativa perché, come sta già accadendo in questi giorni, se ne vedrebbero quasi esclusivamente le implicazioni negative: crollo del potere d’acquisto dei Paesi produttori, difficoltà economiche e finanziarie per alcuni importanti Paesi emergenti (Russia, Brasile, …), instabilità politica in aree “calde” del medio-oriente (Arabia Saudita, Iran, …), debolezza presunta della domanda di energia da parte della Cina, fallimento di numerose piccole società petrolifere statunitensi con costi di estrazione non più sostenibili (shale oil), spinta deflattiva a livello mondiale – spiega Massimo Terrizzano, Responsabile fondi di Bnp paribas investment partners -. Se lo scenario del petrolio a 20 dollari si confermasse nel medio-lungo termine, gli investitori comincerebbero ad apprezzarne anche i risvolti positivi, soprattutto in termini di potere d’acquisto dei paesi consumatori e di stimolo alla domanda interna, anche nei paesi emergenti importatori di petrolio, Cina e India in primo luogo. Le tensioni deflative verrebbero contrastate con un minore rialzo dei tassi d’interesse in America e con maggiori interventi di quantitative easing in Europa ed in Giappone. Rimarrebbe la preoccupazione per l’instabilità finanziaria e politica di alcune aree-chiave dello scacchiere internazionale e questo è l’aspetto che davvero spaventa le Borse in questo momento».

    A detta di Marco Aboav, macro portfolio manager di MoneyFarm.com «un improbabile, ma non impossibile, prezzo del petrolio a 20 dollari potrebbe convincere l’Opec a ridurre la produzione. Non bisogna dimenticare che le scorte a livello globale sono elevate e la produzione dei produttori non Opec, notoriamente con una produzione a costi più alti rispetto ai paesi Opec, dovrebbe ridursi. In questo quadro una qualsiasi segnale da parte dell’Arabia Saudita di voler tagliare la produzione potrebbe portare il prezzo del petrolio a livelli visti ad inizio 2015. Per l’azionario il settore energetico sarebbe ancora di più in subbuglio con un ulteriore deprezzamento del petrolio, ma dubito che questo effetto possa essere controbilanciato da settori ciclici che sono favoriti dal minor costo del petrolio (un esempio su tutti le compagnie aeree).

    Mi piace

    Pubblicato da Rosalba | 14/01/2016, 12:58
  2. Questo già si sapeva che Cosa vi aspettate da un paese totalmente islamico, qui non centra niente la povertà ma è la inciviltà.

    Mi piace

    Pubblicato da Mario Noce | 14/01/2016, 14:15

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