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Crisi dell’Unione europea e opportunità a sinistra

Eurolandiadi Alfiero Grandi
Riaprire all’ipotesi delle 2 velocità e di un Ministero del Tesoro che risponda ad un Parlamento dell’area Euro
La strage di Parigi sta già condizionando pesantemente il futuro dell’Europa e questo dopo il terremoto dell’ondata migratoria e le ferite provocate dalla crisi economica più lunga e grave dal 1929. Ferite tutt’altro che risanate. Il disegno europeo che conosciamo è in grave crisi e dovrebbe essere affrontato con la consapevolezza che ad oggi non ci sono in vista soluzioni affidabili e certe, semmai prevalgono le tentazioni divaricanti.
Mario Draghi nell’intervista del 31/10 a Il Sole 24 ore riconosce che “molto resta da fare in relazione al futuro assetto dell’Unione Europea. Dobbiamo essere in grado di poter proporre ai cittadini dell’Unione Europea, dell’area Euro un percorso futuro. Abbiamo tentato di farlo con il rapporto dei 5 Presidenti… quella mi pare la prospettiva”.
Draghi insiste sull’esigenza di costruire una prospettiva, evidentemente riconosce che oggi non c’è e sostiene l’esigenza di riforme del sistema UE. Finora mai un capo della Bce aveva posto l’esigenza di avere un Ministro dell’Economia dell’area Euro, che in altre versioni è un dipartimento del Tesoro. Questa proposta è parte di un pacchetto di riforme istituzionali dell’Europa avanzate nel documento dei 5 Presidenti. Si può rifiutare il terreno di confronto aperto da questo documento ma sarebbe un errore perché, bene o male, queste proposte riaprono la discussione sia sugli assetti istituzionali dell’Unione europea e, inevitabilmente, sui trattati che hanno via via costruito il viluppo che ha sorretto le politiche di austerità.

Queste proposte vengono avanzate dalla parte più avvertita del gruppo dirigente europeo attuale che ben comprende che l’Unione è attraversata da diverse e gravi faglie di crisi che potrebbero portare alla fine del sogno europeo e che la moneta unica non basta a salvare il futuro dell’Unione, né la modesta ripresina in atto è sufficiente dopo la consistente perdita di Pil dall’inizio della crisi e 20 milioni di disoccupati.

L’austerità ha contrapposto drammaticamente l’Europa alla condizione dei cittadini europei. Il rimendio dell’austerità ha aggravato la crisi economica e sociale più grave dopo il 1929. La discussione sulla ripresa, non solo in Italia, avviene su valori da prefisso telefonico, povertà e disoccupazione sono cresciute. Non c’è bisogno di sposare la tesi della decrescita per capire che si pone un enorme problema di qualità dello sviluppo e della vita sociale, che è il contrario dell’insistenza sulla crescita senza aggettivi.

Altro è il significato che lo sviluppo ha per le parti del mondo che vengono dal retaggio del sottosviluppo, mentre per i paesi avanzati è, ad esempio, inevitabile la redistribuzione del lavoro tra chi lavora molto, troppo, grazie anche ad incentivi fiscali per mezzo miliardo di euro all’anno come in Italia, e chi non lavora affatto ed è escluso, relegato nella povertà, che peraltro riguarda sempre più anche persone che lavorano ma non guadagnano abbastanza.

Gli obiettivi europei di Lisbona come la piena e buona occupazione, sono oggi del tutto accantonati perché le politiche di austerità hanno imposto altre priorità di cui la riduzione dei bilanci pubblici è il perno. A questo proposito va ricordato che il governo Renzi tace sugli impegni di risanamento rinviati ai prossimi anni e sui tagli che è impegnato a fare in futuro per rispettare i parametri europei.

Il modello europeo, se così si può chiamare per brevità, è in crisi, dallo stato sociale alla garanzia del lavoro e al riconoscimento della sua dignità, all’ambiente e alla salute, alla crescita e alla diffusione di scolarità, cultura e competenze. Il compromesso sociale inclusivo che ha caratterizzato il nucleo dell’Europa è in crisi. Le conseguenze di questa crisi possono essere subite come è accaduto in Grecia a causa di rapporti di forza sfavorevoli ma inevitabilmente generano reazioni di respingimento. Rassegnazione non è accettazione.

Le reazioni all’austerità alimentano sempre più forti spinte antieuropeiste e spesso assumono connotati di destra e populisti estremi, con tentativi di chiusura, a cui corrispondono derive autoritarie fin troppo tollerate dalla realpolitik europea come l’Ungheria e che oggi si ripresentano nel caso turco, di cui si preferisce ignorare l’inaccettabile stretta autoritaria.

Durante tutta la trattativa tra il nuovo governo greco di Siryza e l’UE è apparso chiaro che un piccolo paese da solo non era in grado di sconfiggere il predominio dell’austerità europea a trazione tedesca, complice il sostanziale isolamento in cui il governo Tsipras è stato lasciato, a partire dall’atteggiamento del governo italiano che ha cercato di lucrare qualche zero virgola di tolleranza sul nostro deficit (una versione moderna dei 30 denari) per avere contribuito all’isolamento della Grecia.

Tsipras ha cercato di prendere tempo, subendo per stato di necessità un accordo che ha dichiarato di non condividere, riuscendo a ottenere uno spazio di tempo e soprattutto di gestione democratica per la sinistra. La vicenda greca non è conclusa e sta anzitutto alla sinistra europea non lasciare che il piccolo spazio rimasto al governo Tsipras si chiuda definitivamente, puntando invece ad aprire una prospettiva politica alternativa all’austerità, alle chiusure di fronte alle migrazioni bibliche di questa fase. Tsipras ha cercato di mantenere aperta una possibilità e questo riguarda anche noi.

Altri paesi europei o hanno già visto la vittoria della destra o potrebbero averla in un prossimo futuro, anche perché una sinistra che non si distingue, che non è alternativa, che non tenta di percorrere una via diversa lascia spazio ad una competizione tra populismi e destra politica che inevitabilmente la emargina, come di fatto sta avvenendo per i socialisti che sono tuttora la parte egemone della sinistra europea ma rischiano di perdere proprio in Francia.

Il terrore del Psf di ripetere il caso Jospin è evidente ma non sembra che stia affrontando adeguatamente la sfida.
Basta pensare alla migrazione biblica che sta irrompendo in Europa facendo saltare tutti i parametri precedenti, al punto che perfino chi ne ha meritoriamente tentato l’accoglienza è oggi in difficoltà come la Germania, mentre altri governi fanno a gara nell’erigere nuovi muri all’interno dell’Europa per tentare di fermare con la forza i milioni di disperati cacciati da guerre e fame, che bussano alle porte dell’Europa.

Muri che sono il contrario della generalizzazione dei diritti tra i cittadini europei. Muri che vengono costruiti in parallelo ad un’evidente bellicosità esterna, priva di un minimo di orizzonte, come dimostrano fin troppi casi in cui prima si è bombardato e poi ci si è chiesti quale futuro poteva nascere dalle bombe, scoprendo che riescono solo ad aumentare i disastri umanitari, il caos e fanno crescere il popolo dei migranti.

La strage di Parigi è una tragedia che ha straziato la Francia e anche noi, tuttavia non possiamo dimenticare le responsabilità di quanti, Francia compresa, hanno contribuito a destabilizzare Siria, Libia senza porsi il problema delle soluzioni.

La Siria ha ormai 10 milioni di profughi, buona parte dei quali è spinta ad un’emigrazione forzata, a qualunque prezzo, e solo ora sembrano manifestarsi atteggiamenti di maggiore consapevolezza dei guai creati da improvvidi atteggiamenti guerreschi.

Anche per questo ricorrente ricorso alla forza per regolare i conflitti è inaccettabile che in Italia emergano periodicamente tentazioni che ignorano l’articolo 11 della Costituzione (l’Italia ripudia la guerra) ma che potrebbero trovare un impulso dalle modifiche della Costituzione volute da Renzi combinate con la nuova legge elettorale: la sola Camera deciderà a maggioranza l’entrata in guerra, ma la maggioranza verrà garantita da una legge elettorale iper-maggioritaria e da deputati in gran parte designati dal capo del partito, quindi il capo del partito vincitore deciderà l’entrata dell’Italia in guerra con il mandato di una minoranza dei cittadini.

Per non parlare del TTIP, trattato transatlantico. Trattativa condotta per anni del tutto all’insaputa perfino di quale fosse il mandato a trattare della delegazione europea e ancora oggi sono segreti molti punti chiave con la motivazione antidemocratica che quando si tratta non si possono rendere noti i termini della trattativa.

E’ la conferma dello scivolamento da un’Europa di principi e valori ad un economicismo di basso livello che sfoga nell’area di libero scambio per favorire il ruolo della finanza, delle multinazionali con i loro diritti privilegiati e in questo quadro lavoro, diritti sociali e ambiente sono considerati fastidi sul cammino luminoso delle multinazionali, vere dominanti di questo accordo.

In questo accordo l’Europa si adegua al libero scambio e ad un processo di globalizzazione che tende a rendere tutto omogeneo, senza diversità. La promessa di (modesta) crescita, come conseguenza del TTIP, è lo specchietto per convincere i cittadini europei, ma non tiene conto delle difficoltà che un sistema di piccole imprese avrà a confronto con le multinazionali.

In un quadro simile l’Europa non può non essere in crisi verticale.

I 5 Presidenti sembrano consapevoli della gravità della crisi europea e tentano di proporre rimedi, ma nelle proposte prevale un orizzonte sostanzialmente conservatore, che punta a confermare l’egemonia di questi anni. Infatti la parte più intelligente dei conservatori avverte la gravità della crisi dell’Europa – basta pensare alla sfida del referendum inglese sulla UE – ma tenta di perpetuare nel cambiamento l’egemonia conservatrice, anche per questo la revisione dei trattati è lasciata sullo sfondo e prevale il tentativo di usare la gestione degli strumenti attuali.

Tuttavia quando si inizia a discutere di novità è più difficile negare il diritto di proporne altre, di segno completamente diverso. Naturalmente  a partire dalla sinistra, se avrà la capacità di avanzarle.

La sinistra europea deve cogliere questa occasione perché non è detto che si ripresenti l’occasione di una discussione ampia, a tutto campo, sul futuro dell’Unione come questa. Dobbiamo cercare di andare oltre la coppia infernale: piegare la testa o andarsene/essere cacciati.

Si può avanzare una proposta alternativa e deve essere avanzata ora perché se la proposta dei 5 Presidenti diventerà l’asse delle decisioni, con l’obiettivo di chiudere il percorso nel 2025, ci troveremo all’interno di un rinnovamento di segno conservatore.

Naturalmente un’alternativa deve essere portata avanti con determinazione. Certamente ha esercitato una forte spinta sulla posizione di Draghi il fatto che la Bce abbia agito per sostenere il rilancio dell’economia europea usando gli strumenti a sua disposizione come il Quantitative Easing, imitando – con ritardo – la Federal Reserve americana.

La differenza con gli Stati Uniti non sta solo nel ritardo dell’iniziativa a sostegno dello sviluppo o nella quantita’ dell’intervento, quanto nel fatto che a fronte della Federal Reserve c’e’ il governo americano che ha chiesto con forza una politica monetaria espansiva e un Ministro dell’Economia che e’ referente della banca centrale Usa.

Draghi ha assunto decisioni espansive di politica monetaria, pur con qualche prudenza di troppo per il condizionamento tedesco, ma si trova di fronte ai limiti di una manovra solo monetaria. E’ proprio Draghi ad avvertirne i limiti nello stesso momento in cui dichiara che la manovra della Bce proseguira’  fintanto che ce ne sara’ bisogno. Per questo sente l’esigenza di chiedere ai governi europei di costruire una sponda politica ed istituzionale e chiede un referente per le politiche della Bce.

L’altra novita’ e’ che Draghi non chiede un Ministro dell’Economia, da alcuni derubricato a Dipartimento del tesoro, dell’Europa a 28 ma dell’area Euro, quindi chiede in modo felpato, ma non troppo, un governo economico, e non solo, dell’area Euro e quindi inevitabilmente pone l’esigenza di riformare i trattati e l’architettura istituzionale europea attuale.

Naturalmente ci sono risposte gattopardesche come nominare un altro alto rappresentante che sarebbe una scelta del tutto inutile, come dimostra l’esperienza degli esteri.

Mi sembra una sfida di enorme rilievo, come del resto lo è la crisi profonda dell’Unione, e una possibilità da non lasciare cadere. Quindi le forze politiche democratiche e in particolare la sinistra dovrebbero discutere questa come una priorita’ che obiettivamente offre spazi che erano inesistenti prima di questa iniziativa.

Per la prima volta una parte dell’establishment europeo si pone il problema di una politica di espansione che non si limiti all’uso degli strumenti monetari, per quanto importanti possano essere. Per di piu’ la politica monetaria, ancorche’ espansiva, deve per definizione attuarsi attraverso il sistema bancario che prima pensa ai suoi problemi di bilancio, vedi la richiesta di bad bank, poi alla ripresa economica.

Del resto i vincoli posti alle banche a livello europeo non incoraggiano certo una politica di prestiti facili. Quindi la Bce sa benissimo che il QE paga un vero e proprio pizzo al sistema bancario e solo in un secondo momento e solo in parte gli effetti della sua iniziativa di denaro a buon mercato arrivano al sistema economico, senza dimenticare il rischio “bolle”.

Quindi solo un’iniziativa istituzionale, dei parlamenti e dei governi, puo’ dare un impulso, andando oltre le iniziative difensive, alla ripresa economica, alla sua qualita’ sociale ed ambientale, alla sua ottica effettivamente europea.

Un’iniziativa della sinistra europea dovrebbe avere 3 pilastri:

1)- occupazione, non solo come quantità ma anche come qualità, diritti e redistribuzione del lavoro e degli orari,

2)- ambiente come vincolo e soprattutto come risorsa,

3)- riduzione strutturale, anche se graduale, della divaricazione tra i redditi, che è ormai un vincolo negativo per la ripresa e che da decenni non era ai livelli attuali, come ha dimostrato Picketty.

La conseguenza che deriva dalla constatazione che l’allargamento europeo è avvenuto senza risolvere a monte le regole di funzionamento e senza chiarire gli obiettivi di fondo dell’Europa ha creato una situazione di paralisi nella quale – paradossalmente ma non troppo – crescono le spinte ad uscire, mentre l’area Euro ha stabilito legami tali al suo interno che potrebbero essere valorizzati e portati alle estreme conseguenze, anche nell’attribuzione di compiti al livello europeo per realizzare una vera Unione.

Delle 2 l’una: o si attende che tutti entrino nell’area Euro con tempi lunghissimi, sapendo che al termine di questo processo l’Unione potrebbe non esserci più, o si decide di promuovere una cooperazione più che rafforzata con un parlamento dell’area Euro (tra l’altro potrebbe essere l’insieme dei deputati europei eletti nell’area Euro) e un Governo della stessa, compreso il Ministro dell’Economia che risponde al parlamento, iniziando a superare la prevalenza tecnocratica e antidemocratica nel funzionamento dell’Unione oggi.

Tanti hanno dubbi e i timori sono comprensibili oltre che legittimi, ma di fronte abbiamo il rischio concreto del dissolvimento dell’Europa, e nel modo peggiore, cioe’ per incidente. Per questo e’ preferibile prendere il toro per le corna e disegnare un’Europa a 2 velocita‘: area Euro con 19 paesi e Europa a 28, sapendo che l’allargamento è avvenuto in modo improvvido.

Inoltre la prospettiva aperta da nuove proposte in campo potrebbe consentire di mettere concretamente in discussione i trattati europei, partendo da Mahastricht per finire alle assurde formule conosciute negli ultimi tempi, e questo potrebbe riaprire uno spazio anche per la Grecia, costretta ad un ripiegamento dai rapporti di forza sfavorevoli.

E’ curioso che Cameron chieda per restare in Europa il diritto di uscire, negato alla Grecia. Per questo la sinistra italiana deve cogliere l’occasione proposta dal documento dei 5 Presidenti e rilanciato da Draghi e in questa chiave proporre un confronto tra soggetti politici a livello europeo per costruire una piattaforma che sia la risposta a questa proposta.

Occorre guardare ad un’area più ampia della sola sinistra, che certo dovrebbe avere l’ambizione di esserne un protagonista. Occorre creare uno schieramento democratico e progressista che comprenda soggetti politici diversi con l’unica condizione che siano disponibili a costruire un’Europa diversa, democratica, partecipata, respingendo ripiegamenti nazionalistici, costruendo un assetto economico e sociale che riprenda il meglio della tradizione europea, tornando ad obiettivi come la piena e buona occupazione, a criteri come la qualità sociale, a modalità di funzionamento e partecipazione pienamente democratiche e questo non può non riguardare anzitutto la riforma democratica della BCE.

 

(Alfiero Grandi, 20/11/2015)

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