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Grecia: Pablo è morto, Pablo è vivo!

pablo-1di Rodolfo Ricci
Bisogna essere sinceri,  chiari, realisti: non si può assumere l’operato di Tsipras e della maggioranza di Syriza come se l’abominevole “accordo” sia una mezza vittoria rispetto alla volontà tedesca di far fuori la Grecia dall’eurozona. In realtà si tratta di una sconfitta cocente, di una battaglia perduta. Di una resa quasi incondizionata di fronte alla mole di fuoco di tedeschi e satelliti vari; e allo stesso tempo, non si deve accondiscendere alla versione della presunta mediazione franco-italiana che ne avrebbe impedito l’uscita dall’Euro, perché anche i mediatori avevano un interesse specifico in materia: quello di rendere come manifesta e inequivocabile, per le masse disorientate, la velleità delle sinistre “radicali” (e dei cosiddetti populismi) in Grecia e nel resto dei paesi dove questi movimenti sono in crescita.

Si è trattato di una battaglia decisiva che è stata persa. Per il momento. “Para hora”, come affermò quasi venti anni fa, Hugo Chavez.

Quindi, mi sento di dire che a Tsipras va la massima comprensione per essersi trovato a gestire uno di quegli snodi storici che farebbero tremare le gambe a chiunque, ivi inclusi quelli per cui le dinamiche economiche (in realtà politiche) mostrano con pura evidenza che tutti i precedenti memorandum e quello in preparazione hanno costituito e costituiranno un pieno fallimento della logica, del buon senso, della politica e dell’ideologia neoliberista e mercatista che si ammanta di “economico”. Ma un conto è scrivere, un conto è esserci, lì, nel bel mezzo della tenzone, con il dubbio che ogni scelta produrrà un indeterminabile effetto sulla carne della tua gente.

Di fronte all’ignoto e al terrore profuso a quattro mani dalle cosiddette istituzioni europee, dai tedeschi (democristiani e socialdemocratici) e dai replicanti bipartisan degli altri paesi che si sono intromessi in modi mai visti nel dibattito politico di un paese membro, in molti avrebbero ceduto, non solo il governo di un piccolo paese come la Grecia. Non solo il quarantenne leader che nel 2001 fu ricacciato indietro dalla polizia italiana mentre tentava di arrivare al Forum Sociale di Genova.

Non c’è dubbio, da questo punto di vista, che abbiamo assistito ad un moderno colpo di stato in Europa (che rivisita modalità sperimentate a lungo in altre aree del mondo) i cui effetti diverranno visibili nei prossimi giorni e settimane, probabilmente con lo sconvolgimento del quadro politico emerso con le elezioni di inizio anno e con la produzione di effetti sociali gravissimi dentro i confini del paese dell’Egeo, con una conflittualità sociale scomposta i cui esiti sono davvero di difficile previsione. Non è da escludere che i neonazisti di Alba Dorata colgano l’occasione per una accreditamento ulteriore presso vaste fasce popolari umiliate e distrutte da una crisi che continuerà malgrado tutto a svilupparsi.

La sconfitta e l’isolamento di Varoufakis all’interno di Syriza si spiegano anch’esse con la paura e il terrore di inoltrarsi in terre incognite e probabilmente all’insicurezza del gruppo dirigente del partito di essere in grado di gestire una sfida al di sopra delle possibilità, con la paura di sperimentare nuove rotte la cui efficacia era tutta da dimostrare, visto che la potenza dell’ideologia ha prodotto una generale incertezza e permeato anche le identità conflittuali e alternative.

Tuttavia, in questa sconfitta c’è comunque una vittoria non secondaria: quella di aver reso evidente la natura profonda dell’Unione Europea a tutti i popoli d’Europa e anche al resto del mondo. Una galera che può restare in piedi solo grazie alla formidabile potenza di fuoco e di ricatto della finanza e del suo centro continentale, situato non occasionalmente in Germania, e all’opera goebbelsiana delle centrali mediatiche e dell’ultima delle servitù, lo scampolo di politica che continua ad autodefinirsi tale.

Questa triade o trinità, ha in mano il potere sui 500 milioni di cittadini europei, ai quali è in linea di massima impedita qualsiasi espressione formale di discussione e messa in discussione del nuovo equilibrio neofeudale. La sovranità popolare che dovrebbe costituire fondamento dei poteri è destituita in modo esplicito di ogni legittimità poiché la complessità è luogo di esercitazione delle tecnocrazie. La legittimità delle decisioni è patrimonio esclusivo delle sette sacerdotali che condividono la teologia del mercato e della finanza che si disloca sotto sigle e summit di diversa ascendenza e emanazione operanti a livello centrale e periferico, a livello transnazionale e nazionale.

Chiunque abbia l’ardire di sottrarsi ad esse o di renderne manifesta l’evidente convenzionalità e illegittimità democratica è un eretico. Come Yanis Varoufakis del quale risultavano insopportabili, più della tanto citata supponenza, lo sprezzo verso una rappresentanza autoreferenziale e paludata. La grande capacità di comunicazione e di messa in discussione non tanto tecnica, ma soprattutto simbolica esercitata dal ministro in motocicletta, costituiva elemento di insopportabile provocazione per l’elite continentale.

Credo che da questo punto di vista, l’azione di Tsipras e Varoufakis di questi 5 mesi, fino al referendum, abbia costituito uno delle  massime operazioni di disvelamento degli ultimi 40 anni, della natura profonda di questi poteri, i poteri dell’interesse composto e della rendita (non del profitto che scaturisce dall’economia reale pur dentro l’involucro capitalistico).

Quest’opera di disvelamento non tarderà a produrre frutti politici. Già lo si vede sui social network e lo si sente in ogni discussione per strada che non sia controllata da qualche agente o funzionario territoriale delle elites, sia esso un politico, un economista, un giornalista, o un semplice cittadino obnubilato dal massaggio mediatico operato in questi anni.

Il paese guida pro-tempore, la Germania, ne uscirà con le ossa rotte. La sindrome antitedesca cresce a vista d’occhio, tanto è intollerabile la rinnovata presunta superiorità teutonica in un paese che ha ricostruito la sua potenza economica (e ora politica) grazie all’abbuono di metà del debito (dopo aver distrutto l’intera Europa e prodotto 30 milioni di morti) e alle decine di milioni di lavoratori immigrati supersfruttati che fino agli anni ’80 hanno calcato il suo territorio da tutto il sud Europa e dalla Turchia. Solo di italiani ne sono transitati 9-10 milioni dal dopoguerra, e oggi, questo movimento si rinnova con le schiere di nuovi emigranti debitamente ignorati in quanto definiti come esempi della “nuova mobilità della forza lavoro internazionale” qualificata che procede sempre da sud verso nord e che riguarda, guarda caso, spagnoli, portoghesi, greci, ex jugoslavi, e, ovviamente, italiani: solo di italiani, dal 2011 ad oggi, ve ne sono arrivati oltre 100.000 (e un milione sono in cammino verso tutti i paesi europei e oltre oceano). Forza lavoro pronta per lavorare, ma le cui spese di formazione, crescita, educazione universitaria, sono stati sostenuti dai paesi del sud, un altro norme capitale che viene devoluto gratis al nord: non solo alla Germania, ovviamente, ma anche ad Olanda, Belgio, Francia, Gran Bretagna. Siccome la Germania ha un deficit demografico di circa 10 milioni di persone da saldare fino al 2030, questo flusso, in mancanza di novità strutturali, continuerà per tutto il prossimo decennio e oltre.

Insieme alla fuoriuscita di ingenti masse di capitali, registriamo quindi, di nuovo, l’esodo di ingenti masse di persone a fornire un ulteriore contributo allo spread globale tra sud e nord Europa. L’insostenibilità fatta sistema.

Anche le istituzioni della UE, ne escono con le ossa rotte. Hanno vinto una battaglia importante, ma può trattarsi di una mera vittoria di Pirro, perché ormai non vi è più alcuna riconosciuta legittimità di esse, se non il riconoscimento del potere di ricatto e di forza bruta di cui dispongono. Sotto il ricatto, la gente d’Europa coverà un crescente rifiuto e rancore verso queste persone e queste burocrazie. Difficile riconoscere un valore al potere di umiliazione esercitato in questa occasione. La resistenza ai poteri centrali è destinata a crescere. La guerriglia e il sabotaggio inter-nazionale anche.

Suppongo che la cosa sia evidente anche a loro, per cui, assisteremo probabilmente ad un parziale allentamento tattico dell’austerità, già in vista delle elezioni spagnole, che costituiscono una delle cartine di tornasole sull’esito della guerra in corso.

La battaglia greca, dunque, è stata persa. Ma la guerra in Europa è cominciata e sarà di lunga durata, diciamo una guerra dei vent’anni e non è affatto detto che venga persa. La condizione è che si evitino le tifoserie e i nominalismi. La sfida è epocale e va ben oltre gli steccati ideologici e i nomi. Papa Francesco ha detto in Bolivia, di fonte alla Cumbre de los pueblos,  alla rete dei movimenti sociali, che gli piace condividere la parola “processo”;  siamo dentro un processo i cui esiti non sono affatto scontati. La coscienza di essere dentro un processo che è aperto, con alti e bassi, è il miglior viatico per la resistenza e la costruzione, o la ricomposizione della iper-classe nazionale e continentale.

Sappiamo che dentro qualsiasi processo vi sono avanzamenti e arretramenti; bisogna rivendicare entrambe queste fasi come acquisizioni di livelli successivi di consapevolezza. Restare in corsa. Perciò non si deve giudicare una sconfitta come un assoluto negativo. Bisogna assumere l’opzione di concepirla come progressivo rafforzamento. Dobbiamo dunque, in questo senso, un buon  gallo a Tsipras.

E dovremmo allo stesso tempo chiedere a Varoufakis di accingersi ad attraversare l’Europa, forse meglio in camper che in moto, per raccontare la partita che ha giocato e che può essere di nuovo giocata in diversi scenari, con altre varianti. E’ uno dei modi in cui può meglio aiutare il suo paese. Rappresentare l’eresia in tutta l’Europa.

Incombono la Spagna e il Portogallo; e forse l’Italia e la Francia. Ma anche in Germania è aperta una partita fondamentale, anche se le forze in campo sono, al momento, ampiamente sfavorevoli e la narrazione politica è estremamente strutturata. Diffondere i centri di resistenza e di guerriglia culturale e anti ideologica sul continente è una mission che ci riguarda. Evitando, per cortesia, affermazioni che già corrono sulla bocca degli stolti, e cioè che Tsipras ha tradito o che Tsipras ha comunque riscosso un successo.

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Discussione

Un pensiero su “Grecia: Pablo è morto, Pablo è vivo!

  1. sono pienamente d’accordo con questa analisi,
    quando avremo la capacita’ di sentirci liberi,
    le relazioni cambieranno spontaneamente
    lavoriamo per creare un mondo nuovo
    saluti fraterni
    sandro
    rio saliceto -re

    Mi piace

    Pubblicato da allia sandro | 14/07/2015, 10:13

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