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Papa Francesco in Bolivia: serve cambiamento globale

epa04837903 A handout picture made available by the Bolivian Information Agency (ABI) shows Pope Francis (C) being welcomed by members of the local community as Bolivian President Evo Morales (R) looks on, upon his arrival at El Alto Airport in El Alto, Bolivia, 08 July 2015. Pope Francis is in Bolivia as part of his Latin American tour from 05 to 12 July 2015.  EPA/BOLIVIAN INFORMATION AGENCY  HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

A handout picture made available by the Bolivian Information Agency (ABI) shows Pope Francis (C) being welcomed by members of the local community as Bolivian President Evo Morales (R) looks on, upon his arrival at El Alto Airport in El Alto, Bolivia, 08 July 2015. Pope Francis is in Bolivia as part of his Latin American tour from 05 to 12 July 2015. EPA/BOLIVIAN INFORMATION AGENCY HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

(ANSA) – Al secondo raduno mondiale dei movimenti popolari nella Bolivia di Evo Morales

“Abbiamo bisogno, e vogliamo un cambiamento”. “Parlo di problemi comuni a tutta l’umanità”. Questo sistema non regge, gli umili lo hanno capito prima degli scienziati. “L’ho detto e lo ripeto: terra casa e lavoro sono diritti sacri”. E ancora: no alla economia del dio denaro, agli interessi di chi saccheggia la madre Terra, al neocolonialismo e al monopolio della ideologia dei media. Un Papa, seppure latinoamericano, che partecipa a un incontro mondiale dei movimenti popolari nello Stato plurinazionale della Bolivia, dopo aver ospitato il primo in Vaticano, è un evento. L’ accoglienza che ha ricevuto è significativa e impressionante. Le parole che ha detto suonano come un manifesto ‘aideologico’ per una “Patria Grande” quanto il mondo. Il Papa sogna davanti ai movimenti popolari i modi per vincere le sfide dell’umanità: gli interessi dei potenti, dice sono “globali, non universali”.

Da qui la denuncia della economia del dio denaro, del saccheggio della Madre Terra e l’ incitamento ai popoli ad essere artefici del proprio cammino di giustizia. Si confronta con la analisi che i movimenti fanno, ne apprezza il modo di fare politica e sindacato, spiega il proprio modo di vedere le cose, getta ponti, accetta il confronto, cerca collaboratori a questo progetto. Prima di lui hanno parlato e ora lo ascoltano e a tratti lo applaudono con forza, i rappresentanti dell’ “imprenditoria etica”, di campesinos e imprenditori agricoli, di cooperative del microcredito, di coltivatori di coca, di cartoneros. Lo ascoltano quando dice che la Chiesa può favorire la defenestrazione del dio denaro, può denunciare le coperture di chi calpesta i diritti, e tentare di fermare le mani di chi distrugge il Pianeta. E sa bene, per essere credibile, di dover rinnovare la richiesta di perdono dei papi per quanto la Chiesa ha compiuto contro i popoli indigeni, negli anni del colonialismo e della conquista delle Americhe. Chiede subito dopo, “a credenti e non credenti”, di ricordare anche i tanti che preti e vescovi che lavorano con mansuetudine e i preti, rimarca a braccio, “uccisi per il Vangelo”.

“Ci tengo a precisare, affinché non ci sia fraintendimento, – dice all’inizio del suo discorso il Papa, visto che l’incontro dei movimenti è organizzato in collaborazione con il Pontificio consiglio giustizia e pace, rappresentato in sala il presidente, cardinale Peter Turkson – che parlo dei problemi comuni a tutti i latino-americani e, in generale, a tutta l’umanità: problemi che hanno una matrice globale e che oggi nessuno Stato è in grado di risolvere da solo”. Poi comincia la sua analisi appassionata, su questo “cambiamento” che non possiamo dilazionare, che non è solo il “cambiamento climatico”, ma anche quello verso la globalizzazione della speranza. Un discorso forte, in cui cita Roncalli e Wojtyla, innervato nella sua enciclica “Laudato sì”. Prima che parlasse, un rappresentante dei movimenti gli ha consegnato il documento conclusivo di questo II incontro mondiale che si svolge pochi mesi prima di quando lui, Bergoglio, figlio di immigrati italiani in Sud America diventato papa di Roma, parlerà alla assemblea generale dell’Onu, sui nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile, e negli stessi giorni parlerà al Congresso degli Stati Uniti.

Al primo incontro mondiale, il 24 ottobre 2014, c’era anche, in qualità di leader popolare, il presidente della Bolivia Evo Morales, che stasera parla prima di lui per mezz’ora, e tra l’altro rivendica di aver liberato la Bolivia dalla “dottrina dell’impero nordamericano, una dottrina che castra il popolo”. Figlio di coltivatori di foglie di coca divenuto presidente, non certo amato dai grandi poteri finanziari e mediatici americani, del Nord e del Sud, e del mondo, Morales resta un interlocutore credibile per il Papa, come si è visto nei discorsi con cui ieri Bergoglio si è presentato alla Bolivia, apprezzandone gli sforzi di inclusione sociale, il preambolo della Costituzione e la capacità di integrare nazioni e idiomi. Questo Papa parla con tutti. “Vi chiedo di pregare per me – ha detto terminando il suo intervento di 55 minuti – e a chi non può pregare, chiedo, con rispetto, che almeno mi pensi e mi mandi delle vibrazioni positive”.

 

Fonte: http://www.ansa.it/

 


 

L’ora di un’economia al servizio dei popoli

di Stefania Falasca ( da L’Avvenire)

 

«Diciamolo senza timore: noi abbiamo bisogno e vogliamo un cambiamento, un vero cambiamento delle strutture.
Questo sistema non regge più, non lo sopportano i contadini, i lavoratori, le comunità, i villaggi… E non lo sopporta più la Terra». La voce alta e profetica di Francesco dall’Expo Feria di Santa Cruz de la Sierra in Bolivia colpisce dritto il dominio e la dittatura dello «sterco del diavolo» che distrugge e uccide: «La sottomissione idolatrica all’avidità di denaro che controlla l’intero sistema socioeconomico, rovina la società, condanna l’uomo, lo schiavizza, spinge popolo contro popolo e minaccia la nostra casa comune». «Diciamo no a una economia di esclusione e iniquità in cui il denaro domina invece di servire». È un intervento storico in questo momento storico, affilato e allo stesso tempo ‘redentivo’, radicale come è radicale l’antica dottrina sociale fondata sul Vangelo, destinato a segnare il passo a scuotere le coscienze e i governi, per la lucidità del realismo e la lontananza da ogni posa utopica e ideologica quello con cui Francesco conclude qui in Bolivia il secondo grande incontro mondiale dei movimenti popolari.

«Vogliamo un cambiamento nella nostra vita, nei nostri quartieri, nel salario minimo, nella nostra realtà più vicina; e pure un cambiamento che tocchi tutto il mondo perché oggi l’interdipendenza planetaria richiede risposte globali ai problemi locali». È questo il senso di questo incontro con i diversi delegati delle diverse realtà di emarginazione già cominciato in Vaticano nell’ottobre scorso. Certamente inedito per la comprensione delle cause della moltiplicazione degli esclusi del mondo e la disponibilità ad ascoltare queste voci che disturbano lo status e capire la prospettiva di soluzione delle diverse situazioni da parte di questi gruppi popolari perché ora la Chiesa è chiamata a mostrare vicinanza «non solo verso chi soffre l’ingiustizia, ma anche nei confronti di quanti si organizzano e lottano per superarla». Perché come aveva già spiegato il Papa «non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi» e «la Chiesa non può e non deve essere aliena da questo processo nell’annunciare il Vangelo». Ed è questa la forza che contraddistingue la potenzialità di questo incontro.

«La Bibbia ci ricorda che Dio ascolta il grido del suo popolo e anch’io desidero unire la mia voce alla vostra: terra, casa e lavoro per tutti i nostri fratelli e sorelle. L’ho detto e lo ripeto: sono diritti sacri. Vale la pena, vale la pena di lottare per essi. Che il grido degli esclusi si oda in America Latina e in tutta la terra» ha detto Francesco nell’incontro a Santa Cruz. «Vogliamo che si ascolti la vostra voce – aveva detto ancora Francesco – perché infastidisce e perché si ha paura del cambiamento che esige». «Il tempo, fratelli, sorelle, il tempo sembra che stia per giungere al termine; non è bastato combattere tra di noi, ma siamo arrivati ad accanirci contro la nostra casa. Si stanno punendo la terra, le comunità e le persone in modo quasi selvaggio. E dopo tanto dolore, tanta morte e distruzione, si sente il tanfo di ciò che Basilio di Cesarea chiamava lo ‘sterco del diavolo’. L’ambizione sfrenata di denaro che domina». «Non voglio dilungarmi a descrivere gli effetti negativi di questa sottile dittatura: voi li conoscete. E non basta nemmeno segnalare le cause strutturali del dramma sociale e ambientale contemporaneo. Noi soffriamo un certo eccesso diagnostico che a volte ci porta a un pessimismo parolaio o a crogiolarci nel negativo». Francesco perciò invita a non rassegnarsi perché il non avere la casa, la terra il lavoro non è il destino di nessuno e incoraggia a far sentire la propria voce per scuotere le coscienze e i governi.

«Cosa posso fare io, raccoglitore di cartoni, frugatrice tra le cose, raccattatore, riciclatrice, di fronte a problemi così grandi, se appena guadagno quel tanto per mangiare? Cosa posso fare io artigiano, venditore ambulante, trasportatore, lavoratore escluso se non ho nemmeno i diritti dei lavoratori? Cosa posso fare io, contadina, indigeno, pescatore che appena appena posso resistere all’asservimento delle grandi imprese? Che cosa posso fare io dalla mia borgata, dalla mia baracca, dal mio quartiere, dalla mia fattoria quando sono quotidianamente discriminato ed emarginato? Che cosa può fare questo studente, questo giovane, questo militante, questo missionario che calca quartieri e luoghi con un cuore pieno di sogni, ma quasi nessuna soluzione ai miei problemi? Molto! Potete fare molto. Voi, i più umili, gli sfruttati, i poveri e gli esclusi, potete fare e fate molto.
Oserei dire che il futuro dell’umanità è in gran parte nelle vostre mani,
nella vostra capacità di organizzare e promuovere alternative creative nella ricerca quotidiana delle ‘tre T’ (lavoro, casa, terra in spagnolo) e anche nella vostra partecipazione attiva ai grandi processi di cambiamento, nazionali, regionali e globali». Voi siete i seminatori di un processo di cambiamento ha detto ancora Francesco proponendo tre compiti che richiedono l’appoggio determinante dell’insieme di tutti i movimenti popolari. Il primo compito è quello di mettere l’economia al servizio dei popoli». Il secondo compito è quello di «unire i popoli» nel cammino «della pace e della giustizia». «I popoli del mondo vogliono essere artefici del proprio destino. Non vogliono tutele o ingerenze… Nessun potere ha il diritto di privare i paesi poveri del pieno esercizio della propria sovranità e, quando lo fanno, vediamo nuove forme di colonialismo».

Un colonialismo che adotta anche la faccia del «potere anonimo dell’idolo denaro» e impone «mezzi di ‘austerità’ che aggiustano sempre la cinta dei lavoratori e dei poveri». Un colonialismo che «genera violenza, povertà, migrazioni forzate» perché «mettendo la periferia in funzione del centro le si nega il diritto ad uno sviluppo integrale. Questa inequità genera violenza che nessuna polizia, militari o servizi segreti sono in grado di fermare». «Diciamo no a vecchie e nuove forme di colonialismo. Diciamo sì all’incontro tra popoli e culture» ha quindi ribadito Francesco. Riconosce infine che «in nome di Dio» si sono commessi «molti e gravi peccati contro i popoli» nativi dell’America. E chiede «umilmente perdono» per «i crimini contro le popolazioni indigene» durante la Conquista. La Chiesa è parte dell’identità di questi popoli, conclude il Papa, e «alcuni poteri sono determinati a cancellarla, perché la nostra fede è rivoluzionaria e sfida la tirannia dell’idolo denaro».

 

FONTE: http://www.avvenire.it/

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