Annunci
Confessioni Audit Eterodossie Satire, CRISIS, Diritti sociali diritti umani, Europa, Geopolitica Conflitti Pace, Italia, Politica

Grecia: commenti e valutazioni sul risultato del referendum (1)

merkel-giocondaGrecia, la dignità ha sconfitto la paura

di Paolo Flores d’Arcais

La finanza tossica internazionale e il cancelliere tedesco hanno cercato di rovesciare il governo democratico greco. Questa era la reale posta in gioco del referendum. Sono stati sconfitti. Volevano rovesciare Tsipras per dare una lezione anticipata ai democratici spagnoli che a novembre forse troveranno il coraggio di scegliere con Podemos una strada di democrazia coerente.

Quanto tentato dai finanzieri e dalla signora Merkel si chiama, se vogliano evitare eufemismi, un tentativo di golpe bianco. Una maggioranza di greci dalle dimensioni inaspettate lo ha sventato col suo OXI, la dignità ha sconfitto la paura. Da domani, inutile farsi illusioni, il tentativo di assoggettare irreversibilmente l’Europa ai croupier del gioco di borsa riprenderà in piena sintonia con la maggior parte dei governi e con le istituzioni comunitarie. Vedremo fino a che punto si allineerà anche il governo francese del “socialista” inconsistente Hollande.

Dopo la vittoria della democrazia greca alcune cose sono comunque definitivamente chiare. È del tutto insensato continuare con l’omelia dei Delors, Habermas e Cohn-Bendit secondo cui il problema è il deficit di legittimazione democratica delle istituzioni europee. Se il parlamento di Strasburgo avesse i poteri della Camera dei comuni, del Bundestag o dell’Assemblea Nazionale, ad avere la fiducia e governare l’Europa nella pienezza dei poteri sarebbe oggi la destra più becera e autoritaria. A dimostrazione che la democrazia non si riduce e non coincide con libere elezioni. Queste ultime sono un irrinunciabile strumento della vita democratica, ma come fin troppe volte è stato dimostrato nelle vicende storiche, il suffragio può servire anche a sopprimere la democrazia.

Istituzioni democratiche possono nascere in Europa solo a partire da una Costituzione che fissi i diritti imprescrittibili di ogni cittadino, che nessuna maggioranza può schiacciare, e che non possono ridursi a quelli della tradizione liberale classica, e meno che mai a quelli liberisti, ma devono comprendere inalienabili diritti sociali, sindacali, ecologici, “roosveltiani”, incompatibili con la sovranità del mondo finanziario.

Senza un accordo preliminare su tali valori l’Europa non è una conquista da difendere ma un fallimento da archiviare al più presto studiando la via della dissoluzione della comunità la meno tragica possibile (e non sarà facile).

Tsipras ha intanto il dovere di fare “qualcosa di sinistra” che pure aveva promesso. Non ci sono tracce di una lotta spietata alla grande evasione fiscale, agli indecenti privilegi degli armatori, alle micidiali sperequazioni tra i quartieri dorati del lusso più sfrenato e una povertà che talvolta ha scene da immediato dopoguerra. Solo una politica di grande redistribuzione delle ricchezze può salvare l’Europa, e la Grecia per prima.

(5 luglio 2015)

 


 

Un NO che viene dal cuore d’Europa

di Angelo d’Orsi

E se ci diranno
che per rifare il mondo
c’è un mucchio di gente
da mandare a fondo
noi che abbiamo troppe volte visto ammazzare
per poi sentire dire che era un errore
noi risponderemo noi risponderemo
NO NO NO NO NO NO NO NO

La Grecia ha risposto NO, come nell’urlo drammatico di Luigi Tenco, in uno di quei testi che prepararono la rivolta giovanile del Sessantotto. E in mille cuori all’unisono l’Europa “dei buoni” ha risposto NO. No a chi voleva mandare a fondo una intera nazione, in nome dei vincoli di bilancio. No a chi voleva continuare a tenere in scacco sei milioni di cittadini e cittadine di questo piccolo grande paese. No a chi sbagliando pretende di continuare a sbagliare, e a dettare legge a tutti.
Nelle giornate di tensione che hanno preceduto il referendum, con sgangherate irruzioni in campo di autorità politiche nazionali (vedi anche il nostro Renzi) ed europee (vedi il presidente del Parlamento, il socialdemocratico tedesco Martin Schultz), mi è sovvenuto più volte Antonio Gramsci e la sua battaglia per la verità sulla Russia, a partire dal novembre 1917, quando, dopo la vittoria dei bolscevichi, dovette reiteratamente intervenire per sgomberare il campo dalle incredibili menzogne messe in circolazione su quanto accadeva in quella lontana parte del mondo. Scriveva ad esempio, in dicembre: “È la liberazione degli spiriti, è l’instaurazione di una nuova coscienza morale… È l’avvento di un ordine nuovo, che coincide con tutto ciò che i nostri maestri ci avevano insegnato”.

Non è quello di Syriza l’ordine nuovo desiderato da Gramsci, certo, ma la situazione presenta interessanti analogie, specie per la imponenza dell’attacco concentrico contro il referendum (“una mossa azzardata”, secondo Renzi, che non ha fatto che adeguarsi al mainstream di Bruxelles-Berlino), cui abbiamo assistito, e quindi quando ormai esso era inarrestabile, obtorto collo, contro la possibilità che vincesse il NO. E allora ritorna di straordinaria attualità l’azione di Gramsci contro le menzogne sparse, nel 1917 e seguenti, dai “pennivendoli” della borghesia (l’espressione è sua, ed è perfettamente valida oggi), che sui loro giornali diffamavano la Rivoluzione, spargevano false notizie, eccitavano il terrore psicologico e politico esterno mentre foraggiavano e armavano il terrore militare interno. Era una battaglia, quella di Gramsci, per la verità, vero filo rosso di tutta la sua meditazione filosofica, storica e politica.

Ed è quanto abbiamo dovuto fare, nel nostro piccolo, in migliaia, ciascuno in un giornale, in un blog, sui social, con gli amici, familiari, colleghi, compagni; e in tante piazze d’Europa: condurre una campagna per la verità, contro i giganteschi apparati ideologici che costruivano menzogne, false notizie, insinuazioni. È stato un conflitto asimmetrico contro le corazzate dei grandi media, le parole degli “esperti”, le conferenze stampa dei leaders dell’Unione, tutti appiattiti sulle indicazioni della Germania; eppure si è vinta questa guerra ineguale, e davvero, senza temere la retorica (a volte è strumento fondamentale della comunicazione politica), possiamo affermare che sono i popoli ad avere vinto.

Ci hanno dipinto i greci come un popolo spendaccione, il figliolo scapestrato della famiglia europea, che aveva dilapidato centinaia di miliardi in pensioni di lusso, in stipendi e regalie; ci hanno imbottito i crani di menzogne clamorose e gravi, e ci è voluto un tardivo Massimo D’Alema a dire fuori dei denti, sia pur in zona Cesarini, che i soldi che l’Europa ha dato alla Grecia in realtà li ha dati alle banche tedesche, innanzi tutto, poi a quelle francesi, e anche un poco, infine, a quelle italiane, mentre l’ineffabile Renzi, tacchineggiando, ripeteva il suo mantra che l’Italia non è come la Grecia, che noi “abbiamo fatto le riforme, e le stiamo facendo” e dunque “non siamo in pericolo”.

In realtà è esattamente l’opposto. Noi siamo in pericolo, non malgrado le “riforme”, ma a causa di esse, che ci stanno togliendo tutte le conquiste realizzate in decenni di lotte, e che vengono chiamate con dispregio “Stato sociale”, o peggio “Stato assistenziale”¬. Siamo in pericolo perché sudditi, non più cittadini in senso pieno, ai quali viene tolto il potere di scelta in scelte istituzionali (ed elettorali) sempre più antidemocratiche all’insegna del leaderismo “decisionistico”; e che subiscono un sistema economico-sociale che accresce anno dopo anno le disuguaglianze. Siamo in pericolo perché l’Europa che blatera di pace si sta armando contro quanti reclamano giustizia, e si impegna sempre più in situazioni foriere di guerre imposte dall’alleato padrone statunitense. Siamo in pericolo perché sottoposti al diktat perennemente vessatorio della solita Germania, che ha imposto la sua moneta, e l’ha spacciata per “moneta europea”: insomma, il marco si è travestito da euro, e la Germania ha realizzato la sua Anschluss (richiamo con questo titolo il bel libro di Vladimiro Giacchè, che tutti dovrebbero leggere).

Noi popoli d’Europa siamo in pericolo perché l’Unione Europea è fallita, clamorosamente, e se non si vorrà prendere atto del risultato greco, e dei segnali che da tanta parte del Continente giungono incessanti, questo fallimento avrà conseguenze pesanti per tutti: a meno che, cogliendo la palla al balzo, si compia un gesto di coraggio, da parte di Italia, Francia, Spagna, Portogallo, che, accanto alla Grecia, diano vita a una Unione Mediterranea, che avvii un dialogo intenso e proficuo con le genti del Nordafrica, e del Medio Oriente, disinnescando così altri conflitti, e forse mettendo fine alla risposta disperata del terrorismo.

Ma non accadrà, naturalmente. Come difficilmente accadrà che i capi e capetti dell’Unione prendano atto e cambino rotta, perché Iddio acceca coloro che vuole perdere: anche se la loro cecità rischia di portare centinaia di milioni di europei ed europee nel baratro.

Eppure oggi godiamoci questa vittoria, che è una sconfitta per gli zombies di Bruxelles, e i loro pappagalleschi emuli nazionali. Una vittoria dei greci, ma anche degli europei, contro la vergognosa campagna di menzogne che ha cercato, invano, di condizionare il voto del 5 luglio in Grecia, dove tra mille difficoltà interne ed esterne un governo coraggioso sta lottando per restituire libertà, dignità e speranza a un popolo intero, un popolo assediato, in gabbia, ricattato in ogni modo, e tentare di mandare un messaggio a tutti i popoli d’Europa, dicendo loro: un’altra Unione è possibile, non quella delle banche e dei comitati d’affari, non quella degli gnomi (in ogni senso) della finanza, non quella delle minacciose sigle che in segrete e in accessibili stanze decidono i destini di tutti.

Perciò Tsipras e Varoufakis fanno paura. Perciò ogni “democratico sincero” – come si diceva un tempo – deve sentire come sua la loro lotta. E smascherare, con ogni mezzo, le scempiaggini, le insinuazioni, le volgarità che tutti i media, cartacei e audiovisivi, italiani ed europei, stanno usando per screditare il governo e il popolo della nostra Madre Grecia, anche ora che il referendum, stravinto, è archiviato (Sento ora le dichiarazioni dell’“economista democratico”, area PD, Giacomo Vaciago: un’agghiacciante sequela di sarcasmi contro i greci, del tipo: “Hanno voluto fare da sé. Hanno insultato la Germania. Hanno irritato i creditori… Voglio proprio vedere se qualcuno presterà più denaro ai greci… Vediamo ora come se la cavano”).

Il referendum del 5 di luglio 2015, in definitiva, è stato assai più che un sì o un no alle imposizioni della “Troika” (presentato falsamente come un no o un sì all’Euro, e anche in queste prime ore dopo i risultati, si insiste su tale linea): a dispetto di quanti hanno, tanto per cambiare, parlato di “populismo”, è stata lanciata una sfida sulle possibilità stesse di una democrazia autentica. Essa ci giunge, oggi, dalla patria della parola e del concetto (“democrazia”: governo o potere del popolo); l’espressione di una concezione alta e nobile della politica, ma, anche, infine, un richiamo al rispetto, alla gratitudine, e all’ammirazione che dobbiamo all’Ellade. La terra che ha regalato all’Europa le sue basi culturali principali, i suoi fondamenti filosofici, gran parte del bagaglio linguistico, e molto altro, a cominciare, addirittura, dal nome.

Oggi Atene è la Pietrogrado (richiamando ancora Gramsci che lotta per la verità sulla Russia rivoluzionaria) su cui si gioca il futuro di centinaia di milioni di cittadini e cittadine d’Europa. La “mossa azzardata” è stata per il governo greco una mossa giusta, data la situazione, anzi una mossa obbligata. Se Parigi valeva bene una messa, Atene val bene le nostre barricate. Difendendo il governo (e il popolo) greco, noi non solo difendiamo il nostro presente, ma possiamo tentare di pensare a un futuro, altrimenti, se le cose non cambieranno, neppure più ipotizzabile. Perché sopravvivere, sempre più faticosamente e tristemente, in miseria e in servitù, senza speranza di cambiare le cose, non è vita.

Avanti, perciò, compagni e compagne dell’Ellade! Avete vinto la prima battaglia, ne avete altre da condurre. A noi spetta il compito di starvi vicini, in ogni modo possibile. Chissà, domani toccherà a noi stare sulla barricata e contare sul vostro sostegno. Intanto, oggi, grazie per la speranza che ci avete regalato.

 


 

Vladimiro Giacché: “L’Europa destabilizzata dal potere di ricatto dei creditori”

intervista a Vladimiro Giacché di Marta Fana

Le ultime vicende sulla crisi greca hanno mostrato come un governo democratico, fedele al suo mandato elettorale, possa mettere in discussione la governance europea, rigida su regole punitive che nulla hanno a che fare con la virtuosità dei paesi dell’eurozona. Il fallimento più grande è proprio l’architettura della UE e dei suoi Trattati, che negano la possibilità di agire su obiettivi realmente strutturali, come l’occupazione, la capacità produttiva e i redditi. In questo contesto, la moneta unica è uno strumento di potere funzionale ad interessi altri, quali la stabilità dei prezzi e delle banche.

Se è vero che bisogna rimettere in discussione regole e obiettivi europei, allo stesso tempo è necessario capire in quali tempi queste modifiche possono intervenire. Più i tempi sono lunghi più è inevitabile che anche la moneta unica possa essere rimessa in discussione, in quanto strumento di potere.
Ne parliamo con Vladimiro Giacché, economista e Presidente del Centro Europa Ricerche.

Nonostante l’intransigenza mostrata dal governo tedesco e qualche gioco strategico, pare che la fermezza di Tsipras abbia mandato in tilt l’armonia della governance europea. Come lo interpreta?

Tsipras ha fatto una cosa nuova nell’Europa di questi ultimi anni: ha cercato di tener fede al mandato elettorale ricevuto. Ha trattato, ma quando ha visto che quello che veniva richiesto dalla controparte (peraltro senza contropartite immediate in termini di debt relief) era incompatibile col mandato elettorale ricevuto, ha detto che a quel punto soltanto gli elettori del suo Paese potevano decidere se accettare le proposte europee. In questo modo ha rotto il potere di ricatto dei creditori. Questo ha mandato in tilt la governance europea, che in questi ultimi anni è stata caratterizzata da un potere esorbitante dei creditori. L’Europa oggi viene destabilizzata non da Tsipras, ma proprio da quel potere esorbitante, che ha avuto conseguenze pesantissime per molte economie tra cui la nostra.

Tsipras ha fatto default, ma ha comunque rilanciato chiedendo ristrutturazione del debito, tema che sembrava sparito dal tavolo dei negoziati, e nuovi prestiti. Com’è finita la negoziazione dell’ultimo eurogruppo di fatto e cosa significa concretamente?

La ristrutturazione del debito greco la chiede la situazione prima ancora che Tsipras: l’entità attuale del debito greco è semplicemente impagabile. Lo era già nel 2010, ma allora si decise di non praticare un taglio del debito, perché questo avrebbe colpito le banche francesi e tedesche, fortemente esposte sulla Grecia. Non avendo ridotto il debito, il successivo intervento di BCE, fondo salva-Stati e FMI è servito unicamente a quelle banche per far rientrare la loro esposizione sulla Grecia senza troppi danni, ma non ha rappresentato alcun “salvataggio” della Grecia. A quanto è dato di capire l’Eurogruppo ha deciso comunque di chiudere la porta al governo greco sino al referendum, probabilmente confidando in un suo esito positivo (vittoria del Sì ndr).

Seppure sia stato un errore entrare nell’euro (cosa dimenticata da quasi tutte le sinistre europee), è possibile dire che è tutta colpa della moneta unica? Quanto pesano per i Paesi del Sud Europa le mancate politiche industriali a prescindere dalla moneta?

No, non è tutta colpa della moneta unica. Le mancate politiche industriali pesano, come pure gli insufficienti investimenti da parte delle imprese, che nella seconda parte degli anni Novanta ritennero di non averne bisogno potendo giovarsi dei maggiori profitti derivanti dall’abolizione della scala mobile. Il risultato è stata una perdita di competitività evidente nel decennio successivo, che però a quel punto, essendo nel frattempo partita la moneta unica, non poteva più essere corretta da una svalutazione. Il punto però è un altro: la moneta unica rappresenta comunque un elemento di rigidità che ostacola, e non favorisce, la convergenza tra le economie. Questa divergenza negli ultimi anni si è accentuata.

Ma scusi, è una questione di regole: se in Europa piuttosto che il vincolo del 3% sul rapporto deficit/Pil, ci fosse una regola che stabilisca un vincolo del 3% su investimenti strategici da parte degli Stati (o su spread tra salari nei vari stati), allora la moneta avrebbe altro ruolo…

Adesso non c’è neppure il 3% grazie al Fiscal Compact, il pareggio di bilancio costituzionalizzato: sempre per il Fiscal Compact, esiste un vincolo addirittura di riduzione del debito del 5% anno della quota che eccede il 60% del rapporto debito/Pil. Per l’Italia, ciò significa o crescita 5% oppure delle manovre forzose e depressive più gravi di quelle vissute finora. E’ evidente che in linea teorica non c’è legge storica per cui la moneta unica non funzioni, ma il problema è che la moneta unica è un insieme di regole che esistono e non sono mai neutrali. Si riesce realisticamente a cambiar queste regole in tempi brevi o no? Negli ultimi anni, nel corso della peggiore crisi da quella del 29 e per l’Italia peggiore dall’Unità, le regole sono state cambiate in peggio, in maniera che per noi è estremamente punitiva.

La capacità produttiva dell’economia greca è oggi fortemente provata dalla crisi. Nel caso di grexit e considerato che non è mai stata in avanzo di partite correnti nel dopoguerra come pensa che si possa fare meno austerità di oggi, con e senza finanziatori esterni?

La capacità produttiva greca è fortemente provata soprattutto dalle politiche di austerity che sono state imposte al paese, e il cui risultato è stato un crollo del prodotto interno lordo del 26%. Quanto al deficit della bilancia commerciale greca, esso si è accentuato dal 1995, allorché i governi greci hanno deciso la politica della dracma forte per poter entrare nella moneta unica di lì a qualche anno. Gli afflussi di capitali stranieri hanno mascherato la cosa sino al 2008/9, quando questi capitali hanno cominciato a defluire. Questo, e non il debito pubblico, è il vero squilibrio che è alla base della crisi greca (il debito pubblico semmai è una derivata, benché importante). È un genere di squilibri che si corregge istantaneamente in caso di libera fluttuazione delle monete. In assenza di quel correttivo, bisogna fare svalutazione interna, ossia ridurre i salari: purtroppo questo ha come effetto un calo della domanda interna e quindi ha effetti fortemente recessivi. Questa è la storia di questi anni. Oggi l’uscita dalla Grecia dall’eurozona comporterebbe certamente un default sul debito, ma consentirebbe di effettuare un rapido riaggiustamento senza pesare esclusivamente sui salari come è avvenuto negli ultimi anni. Quanto ai finanziatori esterni, i mercati finanziari in passato sono tornati a dare credito molto rapidamente a paesi che erano stati coinvolti da crisi debitorie anche molto pesanti. L’essenziale è il ripristino di fondamentali economici sani.

Cosa vuol dire “aggiustamento rapido”, secondo i ricercatori del Levy Institute come Brancaccio e Zezza ci vorrebbero almeno due anni, posto che non si ripaghi il debito e si avvii una vera politica espansiva e industriale. La Cina ad esempio parla di possibilità di intervento ma solo se la Grecia rimane nell’eurozona…

Il primo punto da affrontare è cosa intendiamo per ripudio del debito, il secondo gira attorno al fatto che se vince il No, la Bce blocca i finanziamenti quindi il default è inevitabile: tema euro e default sono legati. Se fai default, uscire dalla moneta unica è meglio: riacquisisci sovranità monetaria e allora il debito verrà emesso con moneta di cui la banca centrale ha il controllo. Il problema del finanziamento del deficit: adesso sono comunque vicini all’avanzo primario. E poi, il mondo è molto grande, potrebbero esistere finanziatori che si vogliono impegnare. Gli scenari sono molto vari.

Se dovesse vincere il sì, è chiaro che il governo cadrebbe e altre dosi massicce di austerità (posto che Tsipras non rivinca le elezioni), quindi una morte annunciata. Ma se dovesse vincere il no, anche in termini politici quali scenari abbiamo davanti?

Il governo greco ritiene che a quel punto la trattativa sarebbe più facile. A giudicare dall’atteggiamento degli altri paesi europei però questo non mi sembra scontato. Questo aumenta le probabilità di un’uscita della Grecia dall’eurozona. Che però Tsipras continua a dire di non volere.

Di fatto però i Trattati non prevedono giuridicamente un’uscita dall’euro, quindi Tsipras gioca molto sul fatto che sarà la BCE attraverso il blocco della liquidità a costringere il governo greco a questa eventualità.

E’ evidente che l’obiettivo è quello di lasciare il cerino a qualcun altro. Poi c’è la realtà e l’informazione sulla realtà che spesso non coincide.
Certo una delle possibilità è il blocco della liquidità, da parte della Bce, che deriva dal default sul FMI e quindi la Grecia sarà spinta ad uscire. Il problema su cosa sia scritto formalmente nei Trattati è però secondario. Poi esiste la prassi. Ad esempio, l’Unione bancaria nasce ignorando sistematicamente la normativa sugli aiuti di stato: il salvataggio delle banche è un aiuto di stato fuori norma, dettato dall’emergenza. Dall’altro lato, la diarchia franco-tedesca non è scritta in nessun trattato, così come non esiste da nessuna parte che si possa escludere la Grecia, in quanto Paese debitore, dall’Eurogruppo.

Si fa un gran parlare di “contagio” rispetto al resto dell’eurozona. Nei diversi scenari: default con e senza grexit, sì al referendum e accordo con una nuova maggioranza di governo, pagamento del debito ma senza nuovo memorandum, quali sarebbero queste ripercussioni in termini economici e politici?

Credo che le ripercussioni maggiori si avrebbero in relazione a un’uscita della Grecia dall’eurozona. La rottura del tabù dell’irreversibilità dell’euro sarebbe un segnale molto importante per i mercati, e credo che condurrebbe a forti tensioni sui titoli di Stato di molti paesi tra cui il nostro.

Vada come vada sull’euro. Varoufakis ha sempre ribadito l’esigenza di affrontare i negoziati ponendo obiettivi strutturali (occupazione, reddito, capacità produttiva) e non strumentali come la moneta o la finanza. Fin quando si potrà negare, anche altrove, tale approccio alla politica economica?

È ovviamente insensato negare tale approccio, in termini generali. Ma il problema è nei Trattati europei: quando il valore chiave e l’obiettivo primario di policy è la stabilità dei prezzi, è ovvio che l’occupazione e tutto il resto vengano in secondo piano. Non è un caso che nella Costituzione italiana, che pone al centro il diritto al lavoro, di stabilità dei prezzi non si parli neppure.

Che interessi realmente hanno gli Stati come l’Italia, intesi come collettività e non come governo/potere, a prendere posizione per il sì al referendum greco?

Nessuno. Tantomeno a ritenere inopportuno che il popolo greco si esprima sulla questione, come ho sentito dire in questi giorni.

Per quanto riguarda l’atteggiamento dei governi invece, soprattutto quelli socialdemocratici (o di larghe intese), crede il rifiuto totale alle richieste di Tsipras e Varoufakis sia da attribuire esclusivamente a un rapporto di forza (capitale/lavoro) oppure manca davvero una visione e una cultura politica ed economica?

Le rispondo con un’osservazione di Wolfgang Münchau, un giornalista delFinancial Times. Dopo aver assistito a un dibattito televisivo tra i candidati della Cdu e della Spd tedesca durante la campagna elettorale del 2013, espresse in un commento tutto il suo sconcerto per il fatto che essi proponevano, salvo sfumature poco rilevanti, la stessa cosa politica economica: una politica dell’offerta, caratteristica della tradizione neoliberale. Questo è oggi il “pensiero unico” che è alla base anche del rifiuto assoluto delle richieste del governo greco.


 

«La democrazia l’abbiamo inventata noi», ha rivendicato con orgoglio Tsipras, a memoria storica di quando nell’Atene del V secolo i greci scoprivano la “virtù politica” che chiedeva impegno individuale e collettivo a vantaggio dell’uomo per costruire stati in solidarietà e giustizia.

Una invenzione che – come scriveva Platone in uno straordinario passo del Protagora – segnava una svolta per l’umanità: dalla condizione di «arrecarsi reciproco danno» a quella «della civile convivenza, in rispetto e giustizia, su vincoli di reciproca solidarietà». Eccole le radici della democrazia!

E le vediamo veicolare ancora in quell’idea di Europa unita, che prende corpo dopo la seconda guerra mondiale, delineata dai suoi padri fondatori. Individui diversissimi tra loro, ma accomunati dall’ideale formidabile che l’appartenenza alla cittadinanza europea va costruita nella democrazia applicata.

Un sogno europeista che ha ben poco a che fare con i diktat della tecnocrazia finanziaria.

Quelli che stanno mettendo la Grecia in ginocchio da 5 anni generando nella popolazione miseria diffusa.

Contro tutto questo, Tsipras rappresenta la grande speranza progressista per una economia dal volto umano, dove le leggi del profitto non possono schiacciare i diritti umani.

La democrazia è auto-istituzione della collettività. Essa coincide con quella volontà generale prospettata da Rousseau, che tanto ha fatto e fa inquietare i reazionari di ogni epoca, in cui ricompare sempre l’anima nera dei Burke e dei de Maistre che quella auto-istituzione collettiva, consideravano follia.

E folle viene considerata la Grecia che alza la testa contro la tirannia dei codici mercatisti.

E pensa – contagiando tanti altri cittadini europei – che l’Europa non si esaurisce in una moneta unica.

Oggi è sotto gli occhi di tutti, che la scelta politica prioritaria è quella di rimettere al centro il principio base della democrazia: il valore dell’essere umano in sé e per sé, nella sua dignità di unicum tra pari.

Forse, per memoria storica, è interessante notare come questo gli antichi greci lo avessero messo in pratica finanche quando inventarono la falange, quell’impenetrabile barriera di scudi, lance e spade, dove ogni soldato era alla pari col suo compagno.

Ecco oggi i greci stanno chiamando a una nuova falange pacifica: dalla parte dei diritti per una politica e un’economia dal volto umano.

Li abbiamo visti a centinaia di migliaia in questi giorni invadere pacificamente le strade, mobilitarsi nelle grandi veglie per la dignità… per la democrazia…

In Europa si aggira un nuovo spettro: la falange contro lo strapotere capitalista e la sua feroce legge dell’infinito profitto che miete vittime innocenti.

La falange della libertà è in cammino.

E il tam tam viaggia in rete per la settimana di mobilitazione internazionale a sostegno del popolo greco in lotta contro le politiche di austerità alla vigilia del referendum che si terrà domenica 5 luglio. La posta in gioco non è soltanto il Sì o il No ai diktat di Bce – Ue – Fmi, ma è l’idea di Europa che vogliamo. Un’Europa chiamata a investire – ribadiamo – in capitale umano e cooperazione sociale.

Questo il grande disegno europeista disatteso, e da rimettere al centro dell’Unione europea.

Diversamente, l’Europa è parola vuota e il parlamento europeo la falsa coscienza del dogmatismo della tirannia mercatista che scambia per equità la globalizzazione tecnocratica del profitto.


 

GIORGIO CREMASCHI: Renzi crumiro della democrazia

Sono contento di essermi sbagliato. Pur augurandomi che non avvenisse, avevo dato per più probabile un successo della Troika nell’imporre un nuovo memorandum alla Grecia. Avevo fatto paragone con la piccola Cecoslovacchia che nel 1938 fu costretta a cedere da tutta l’Europa unita con la Germania. Ero ad Atene, in un incontro internazionale di movimenti di sinistra contro l’euro, quando è arrivata la notizia dell’indizione del referendum.

Mentre la commentavo un compagno greco mi ha detto: mai sottovalutare la dignità e la fierezza del nostro popolo. Questo è ciò di cui non  avevo tenuto conto, che il governo di Syriza, che pure aveva concesso molto alla Troika, al punto da rischiare una terribile spaccatura se le sue proposte fossero state accettate, non era disposto comunque a concedere la resa.

Avevo avuto ragione sulle reali intenzioni dell’Europa, che mai ha instaurato una trattativa con Atene, pretendendo sempre la sottoscrizione dei vecchi come di un nuovo memorandum. Ma avevo sbagliato sulla capacità di dire no della Grecia e per fortuna.

Il referendum ha avuto il merito di svelare la reale natura politico economica della governance europea. In questi giorni sono saltate tutte le mistificazioni fondate sulle esigenze  dei mercati che invece, come han mostrato le Borse, avrebbero apprezzato un accordo anche generoso verso la Grecia. Paradossalmente ha prevalso la politica, cioè hanno prevalso gli interessi del sistema di potere costruito attorno alla Germania.

Questo sistema è fondato su due assi strategici, la Germania ed i suoi satelliti del Nord Europa da un lato, i paesi del Mediterraneo e l’ Irlanda, dall’altro. Questi ultimi non sono semplicemente satelliti della Germania, ma subiscono sempre di più una condizione di sottomissione neocoloniale. La Francia si barcamena  tra questi due assi, desiderosa di collocarsi tra i satelliti, ma sempre più a rischio di finire tra le colonie. Che in questi anni sono state al centro di tutte le politiche europee. Se infatti i paesi PIGS, periferici, debitori, comunque li si voglia definire, avessero concordato una politica comune verso i paesi più ricchi, questi ultimi avrebbero dovuto cedere, il sistema euro a trazione tedesca sarebbe andato in crisi e le politiche di austerità con esso. I debitori coalizzati son sempre più forti dei creditori.

La politica europea della Germania e dei suoi satelliti ha quindi avuto subito come primo obiettivo quello di impedire la coalizione dei debitori. E ha realizzato questo obiettivo fondandosi su due strumenti. La cooptazione subalterna nel sistema di potere europeo dei poteri e delle caste politiche ed intellettuali locali, la sottomissione ideologica della maggioranza della popolazione.

Il primo obiettivo è stato realizzato facilmente visto che da tempo i poteri forti dei paesi periferici erano stati assorbiti nel potere finanziario occidentale. La vicenda della Fiat in Italia, diventata un’azienda americana con un manager svizzero che ha imposto un suo memorandum feroce al lavoro, è il paradigma della grande borghesia del nostro paese.

La corruzione politica dilagante è stata un altro aiuto alla sottomissione, perché da un lato ha ancora più avvinto alla governance europea caste politiche bisognose di sostegno e legittimazione, dall’altro ha diffuso la convinzione che il debito pubblico fosse solo il prodotto di ruberie. E qui troviamo la campagna ideologica di massa tesa ad inculcare una sorta di auto razzismo nei popoli dei paesi europei meridionali. Che si dovevano sentire fannulloni, spendaccioni al di sopra delle proprie possibilità, a cui era indicato il compito di conformarsi al rigore e alla virtù de popoli del Nord.

Il principale veicolo di questa ideologia sono stati i partiti socialisti e socialdemocratici, che han permesso alla destra liberale di occupare saldamente il territorio della vecchia sinistra. Così in tutti i PIGS si sono installati governi che si sono ben guardati dal costruire una politica fondata sugli interessi comuni, ma che invece si sono messi tra loro in competizione su chi fosse il primo della classe nell’eseguire i compiti dettati dalla Germania.

Renzi ha mostrato il volto più maramaldesco e ripugnante di questa politica a Berlino, ove ha vantato le proprie credenziali su lavoro e pensioni mentre sbeffeggiava la resistenza greca. Il nostro capo del governo all’estero ha fatto vergognare di essere italiani come e più di Berlusconi. Di fronte al coraggio greco Renzi si è mostrato come  uno sfacciato crumiro della democrazia.

Nella catena dei governi servili dell’Europa meridionale la Grecia alla fine è risultato l’anello debole, che si è spezzato prima degli altri. Il governo Tsipras non voleva uscire dal sistema di potere europeo, voleva però ricontrattare le condizioni della partecipazione ad esso per il proprio paese, devastato dai memorandum della Troika. Questo gli è stato impedito sin dall’inizio nonostante le sue dichiarate ed evidenti disponibilità.

La Grecia ha trattato con la Troika, ma questa non ha mai trattato con la Grecia. Come nelle più dure e drammatiche vertenze del lavoro con i padroni delle ferriere, il solo accordo possibile era la resa. È la resa doveva essere esplicita e manifesta, non sottobanco. A questo obiettivo  in particolare erano interessati i governi crumiri, Spagna e Italia in testa, che si sono così rivelati i pugnalatori di ultima istanza del governo greco.

Era infatti chiaro che un successo anche minimale e parzialissimo di Tsipras avrebbe dato una brusca accelerata alla già palese caduta di consenso di Renzi, Rajoy e compagnia. Merkel, che pure aveva fatto sperare ai greci in qualche cosa, ha quindi dovuto negare ogni disponibilità per non scoprire i suoi sudditi meridionali. La Grecia però ha rifiutato di arrendersi e questo andrà a merito del governo Tsipras, quale che sia il risultato di un referendum difficilissimo, condotto contro il ricatto di tutti i poteri esterni e interni al paese.

Se dovesse vincere il NO sarebbe un salto in avanti per tutti i popoli europei e una sconfitta storica del sistema di potere del continente. Ma anche se dovesse prevalere il SI del ricatto e della paura quel sistema non vincerebbe. Certo all’inizio avremmo un contraccolpo reazionario e i crumiri di governo esprimerebbero la loro felicità. Che però sarebbe di breve periodo perché poi il sistema continuerebbe ad accumulare crisi ed incapacità di risolverla, mentre la caduta di consenso riprenderebbe a macerare governanti.

Comunque, grazie al no greco siamo entrati nella crisi manifesta del sistema dell’euro e dell’austerità, il problema è posto e le idee e le forze per affrontarlo si stanno affermando e organizzando in tutta Europa. Oggi in Grecia domani in Italia.

 

FONTE: MICROMEGA online, 6 luglio 2015

Annunci

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Annunci

Sostieni CAMBIAILMONDO

Dai un contributo (anche piccolo !) a CAMBIAILMONDO

Per donare vai su www.filef.info e clicca sull'icona "DONATE" nella colonna a destra in alto. La pagina Paypal è: filefit@gmail.com

Restituire la sovranità agli elettori: firma la petizione

Inserisci la tua e-mail e clicca sul pulsante Cambiailmondo per ricevere le news

Segui assieme ad altri 1.344 follower

LINK consigliati

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Blog Stats

  • 739,721 hits

ARCHIVIO

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: