E’ morto Eduardo Galeano, 74 anni, rivoluzionario, di professione scrittore. Ci piace ricordarlo come autore de “Le vene aperte dell’America latina”. E’ IL libro indispensabile per comprendere e trasformare l’America latina. Non era amato dalle oligarchie che cercarono di eliminarlo durante le dittature militari progettate da Henry Kissinger. Conobbe l’esilio. Uno degli ultimi atti di Eduardo: mettere la firma per rigettare il decreto imperiale contro il Venezuela.
vedi qui “Il diritto di sognare”
vedi qui “El futbol a sol y sombra“
EDUARDO GALEANO: “L’Ordine Criminale Del Mondo” (1/2)
EDUARDO GALEANO: “L’Ordine Criminale Del Mondo” (2/2)
Eduardo Galeano, la storia in controcanto
di Gianni Minà
Quando se ne va un amico che ti ha aiutato a capire il segreto di una professione, del vivere con degli ideali o ti ha regalato il piacere della sua parola, come mi è successo con Eduardo Galeano, viene difficile trovare le parole adatte per raccontarlo. Tutto suona banale.
Eduardo era, fino a ieri, e da anni, il saggista più acuto e onesto nell’illustrare il fascino del continente dove era nato e cresciuto, ma anche il narratore più sarcastico delle esagerazioni che l’attuale mondo isterico ci sbatte ogni mattino in faccia, sia in America Latina che in tutto il mondo.
Così ora mi commuove pensare all’attualità dei suoi ironici discorsi, proprio in questi giorni, in cui sono state spese tante parole stonate, dopo l’incontro storico fra Obama e Raúl Castro che dovrebbe chiudere finalmente un’assurda “guerra fredda” non dichiarata fra l’America Latina e gli Stati Uniti d’America, una “guerra fredda” succeduta alla sua fine ufficiale nell’autunno dell’89 e che costringe ora Obama a mettere da parte per un po’ l’ingerenza nordamericana nel continente latino.
«Sono stato spesso critico con Cuba, ma lo faccio con amore e rispetto. Se in America Latina la metà della gente è povera, è il libero mercato ad aver fallito miseramente, ancora prima del socialismo»Eduardo Galeano
Galeano, qualche anno fa, polemizzando con Mario Vargas Llosa per la sua accusa alla maggior parte degli scrittori latinoamericani di essere troppo condiscendenti verso la rivoluzione cubana, è stato franco fino al sarcasmo: «Vargas Llosa vede sorprendentemente l’America Latina come se fosse un viaggiatore nato in una contea inglese e non nel Perù del sottosviluppo e degli orrori. Amo molto Mario, uno dei più grandi scrittori viventi, per questo mi dispiace che stia facendo una specie di gara con il Nobel Octavio Paz, per vedere chi corre più a destra».
E poi, entrando nella contesa: «Io sono stato spesso critico con Cuba, ma lo faccio con amore e rispetto, non con odio e rancore, come sembra succedere a molti che, in altri tempi, si atteggiavano a rivoluzionari, e oggi vogliono cancellare ogni traccia del proprio passato a costo di ignorare che, se in questo continente la metà della gente vive sotto la soglia della povertà, è il libero mercato, quello che ora chiamiamo il neoliberismo, ad aver fallito miseramente ancora prima del socialismo».
Certo Eduardo non le mandava a dire e per questo sono orgoglioso di aver lavorato 10 anni con lui per fare uscire 7 delle sue opere, in Italia, dove era stato pubblicato, fino a quel momento, solo la trilogia di Memorie del fuoco.
UNA COMMOVENTE FOLGORAZIONE
Nel 1971 quando apparve il suo libro Le vene aperte dell’America Latina, fu per molti una vera e propria folgorazione, tanto che Heinrich Böll, scrittore tedesco Premio Nobel per la Letteratura 1972, disse: «Negli ultimi anni ho letto poche cose che mi abbiano commosso così tanto».
Galeano, in un libro vangelo di un continente allora di moda, aveva inventato, a trentun anni, un metodo per raccontare la storia partendo apparentemente dalla piccola quotidianità.
Un reportage, un saggio, una pittura murale, un’opera di artigianato mirabile, terminato di scrivere in esilio, lontano dal suo Uruguay, dopo che aveva dovuto lasciare il suo paese e poi l’Argentina per sfuggire alla ferocia di quelle dittature.
Le vene aperte, proposto per primo dalla Feltrinelli e poi tradotto in 18 lingue, ha avuto oltre 100 edizioni, solo in spagnolo. È un’opera tuttora di straordinaria attualità che denuncia, analizza e spiega attraverso episodi apparentemente senza importanza e riferimenti storici, spesso trascurati, il processo di spoliazione del continente latinoamericano, prima da parte dei conquistadores, poi delle potenze coloniali e infine degli Stati Uniti.
Forse è per questa incisività che nel 2009, al summit delle Americhe, a Trinidad e Tobago, l’ex Presidente venezuelano Hugo Chávez non poté fare a meno di regalare a Barack Obama questo libro vangelo di un continente dicendogli, con la solita ironia: «Presidente, se vuoi capire qualcosa di America Latina, leggiti questo libro».
Abbiamo il dubbio che il Presidente nordamericano non abbia avuto il tempo di consultarlo se i rapporti con Cuba, il Venezuela e l’America Latina hanno dovuto aspettare altri 6 anni per diventare una speranza.
TANTI RICORDI E SENSO DELL’AMICIZIA
I ricordi di un’amicizia sono tanti. Una volta ci ritrovammo a Buenos Aires per un omaggio alla memoria di Osvaldo Soriano. C’era anche la vedova Catherine Brucher. Tutti eravamo emozionati e per la prima volta anche il severo Eduardo che aveva un senso dell’amicizia fortissimo.
Come tutti i latinoamericani adorava il calcio tanto che non obiettò nulla quando io gli dissi che, la casa editrice, avrebbe fatto uscire Le vene aperte dell’America Latina in concomitanza a El fútbol a sol y sombra (tradotto in Italia con il titolo Splendori e miserie del gioco del calcio). «Sarà un successo» disse ed ebbe ragione.
Una volta si accorse che c’era una partita di Coppa Italia all’Olimpico, Roma-Inter, semifinale. Mi chiese di andare con lui allo stadio. Ci avevano consigliato di uscire 5 minuti prima per evitare l’ingorgo. La Roma vinse 2 a 1 e dovetti penare molto per trascinarlo via una manciata di secondi prima della fine.
Aveva anche il culto dell’impegno civile. Lui così schivo nella vita accettò una volta di partecipare con altri intellettuali al controllo delle elezioni in Venezuela, stravinte da Chávez, e si arrabbiò molto quando lesse cosa raccontavano i ridicoli cronisti del mondo occidentale, pur smentiti nel loro tentativo di svalutare le elezioni. Tanto il conteggio del gruppo d’intellettuali, quanto quello della fondazione Jimmy Carter, ex Presidente degli Stati Uniti, avevano concordato, infatti, nell’assoluta correttezza delle votazioni, ma l’opposizione a Chávez non voleva sentir ragioni.
Amava la nuova America Latina progressista e nelle sue note non lo nascondeva, come non nascondeva la simpatia per il Subcomandante Marcos e l’Ezln (Esercito zapatista di liberazione nazionale) da cui andò un paio di volte.
LA VOCE DEI LEADER E DEI REIETTI
Ha scritto di lui Isabel Allende nel prologo all’ennesima edizione di Le vene aperte dell’America Latina (pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer): «Galeano ha percorso l’America Latina ascoltando anche la voce dei reietti oltre che quella di leader e intellettuali. Ha vissuto con indios, contadini, guerriglieri, soldati, artisti e fuorilegge; ha parlato a presidenti, tiranni, martiri, preti, eroi, banditi, madri disperate e pazienti prostitute. Ha patito le febbri tropicali, ha conosciuto la giungla ed è sopravvissuto anche a un grave infarto. È stato perseguitato sia da regimi repressivi, sia da terroristi fanatici. Ha combattuto le dittature militari e tutte le forme di brutalità e sfruttamento correndo rischi impensabili in difesa dei diritti umani. Non ho mai incontrato nessuno che abbia una conoscenza di prima mano dell’America Latina pari alla sua, che adopera per raccontare al mondo i sogni e le disillusioni, le speranze e gli insuccessi della sua gente».
Ci mancherà molto.
Fonte: http://ilmanifesto.info/eduardo-galeano-la-storia-in-controcanto/
LE VENE APERTE DELL’AMERICA LATINA
Io scrivo per quelli che non possono leggermi
Chi ascolta i battiti del cuore di sotto (1), ne accoglie i dolori, ne condivide le risate e il pianto. Chi si sforza per comprenderli senza interpretarli, per accettarli senza giudicarli. Ecco chi può guadagnare un posto nei cuori di sotto. Eduardo Galeano ha percorso le più diverse geografie latinoamericane sui treni, a dorso di mulo e a piedi, spostandosi con gli stessi mezzi di quelli di sotto. Non cercava di mimetizzarsi, cercava qualcosa in più: voleva sentire sulla pelle il sentire degli altri e delle altre per farli vivere nei suoi testi, per aiutarli a uscire dall’anonimato.
È stato un uomo semplice, Eduardo. Legato alla gente comune, ai nessuno, agli oppressi. Il suo è stato un impegno con la gente in carne e ossa, con uomini e donne che vivono e che soffrono; molto più profondo dell’adesione a ideologie che possono sempre essere distorte secondo gli interessi del momento. I dolori (di quelli, ndt) di sotto, ci ha insegnato Galeano, non possono essere oggetto di negoziati, né rappresentati e nemmeno spiegati dal migliore degli scrittori. Lo stesso vale per le loro speranze.
Tra i molti insegnamenti di Eduardo Galeano, bisogna recuperare il puntiglioso attaccamento alla verità. Le verità, però, le trovava lontano dal mondano rumore dei media, negli occhi affamati di una bambina indigena, nei piedi lacerati dei contadini, nel candido sorriso delle venditrici, lì dove quelli che sono stati ridotti a nessuno (2) dicono le loro verità di ogni giorno, senza testimoni.
Non ha avuto mai la minima esitazione ad accusare i responsabili della povertà e della fame. Come in quelle cronache sulla crisi dell’industria uruguayana, quando appena ventenne era caporedattore del settimanale Marcha, tra i primi e i maggiori esponenti della stampa critica e impegnata. In quelle cronache denunciava i potenti con nomi, cognomi e proprietà. Senza giri di parole. Perché, come gli piaceva dire, “i media fanno le parole puttane”.
Sono stati i suoi reportage sulle lotte e le resistenze di quelli sotto a lasciare un’impronta nuova e indelebile. Come quello che intitolò: “Dalla ribellione in avanti”, nel marzo del 1964, raccontando la seconda marcia “cañera” (dei lavoratori della canna da zucchero). Lo sguardo di Galeano si soffermava sugli oltre novanta bambini che vi prendevano parte, su donna Marculina Piñeiro, tanto vecchia che aveva dimenticato la sua età, per la quale Galeano pareva provare una speciale ammirazione. “Volevano vincerci con la fame. Però con la fame, che avevamo da perdere. Siamo abituati, noi”, gli disse la donna, madre e nipote di lavoratori della canna.
La penna di Galeano dava forma alla vita quotidiana dei diseredati ma non si accontentava di ritrarre il dolore. Si affannava a dipingere – di colori vivaci – la dignità dei suoi passi, la rabbia capace di sopravvivere alla repressione e alle torture. Sempre e in ognuno dei suoi articoli, in primo luogo compariva la gente che incarnava le sofferenze e le resistenze. Forse perché eraossessionato dall’indifferenza dei più a quello che considerava “uno stile di vita” il cui guscio dobbiamo distruggere. Era proprio per questo che scriveva i suoi articoli.
Tra i molti tributi che ha ricevuto in vita, c’è quello del maestro della scuoletta zapatista José Luis Solís López che ha adottato Galeano come pseudonimo. È molto probabile che il maestro non si riferisse allo scrittore. In ogni caso, Eduardo e lo zapatismo, si sono conosciuti e riconosciuti subito. Come se per tutta la vita si fossero attesi. Non li ha fatti incontrare un programma né una piattaforma di rivendicazioni bensì l’etica del restare in basso e a sinistra.
Eduardo Galeano è stato a La Realidad nell’agosto del 1996. Ha partecipato a uno dei tavoli dell’Incontro Intercontinentale per l’Umanità e contro il Neoliberismo. Parlò poco, fu chiaro e disse molto. In quei giorni, e in molti altri giorni ancora, seminò Galeani, contagiò Galeani, che adesso camminano Galeani, inalberando la degna e Galeana rabbia. I nessuno di sempre lo portano nei loro cuori.
NOTE
(1) Per i lettori di “Comune” non dovrebbero certo essere necessarie note esplicative sui concetti di abajo e los de abajo o los de arriba, utilizzati da molti anni in modo corrente da Zibechi, dagli zapatisti e dallo stesso Galeano. Non possiamo tuttavia non riprendere in questa occasione la definizione che dà la misura della grandezza e della semplicità del linguaggio di Eduardo Galeano: “Io scrivo per quelli che non possono leggermi. Los de abajo, quelli che aspettano da secoli alla coda della storia, non sanno leggere o non hanno con cosa farlo”.
(2) Nel testo in spagnolo Zibechi usa qui, come anche nel titolo originale, “ninguneados”, cioè persone fatte diventare nessuno. Nella traduzione abbiamo scelto I “nessuno”, los nadie, per esigenze di impaginazione e perché, in accordo con l’autore, ci è sembrato potesse presentare, pur sacrificando la precisione del concetto, con la stessa o maggiore efficacia in italiano il senso dell’articolo.
(14 aprile 2015)
Traduzione per Comune-info di Marco Calabria.
















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